A una quarantina di giorni abbondante dall’arrivo di Santa Klaus, Sergio Mattarella indossa i panni di nonno Natale e sparge dosi di melassa politicamente corretta, atteso che ai cinesi l’agrodolce piace. Peace and green è il suo motto con una spruzzatina di cultura, ma solo quella che sta dalla parte giusta. Si ricorda però che negli Usa ha vinto Donald Trump -l’uomo dei dazi - e a lui non deve aver fatto particolare piacere se, alla televisione cinese Cgtn intervistato da He Yanke per il programma Leaders Talk, scandisce: «Mercati aperti, collaborazione commerciale significano interessi comuni che vengono coltivati. E questo è l’antidoto alle contrapposizioni e alla guerra. Ed è paradossale che stia avvenendo il contrario in questo periodo, che si sviluppino le guerre e che si alimentino contrasti». E chissà se geloso di Giorgia Meloni, la presidente del Consiglio che pure lo ha preceduto in visita in Cina, dopo che lei ha lanciato il piano Mattei, lui rilancia il modello Marco Polo. Spiega Mattarella: «Il futuro richiede tanti Marco Polo, in alternativa a chi invece predica contrapposizione e pratica guerra. Perché lo stile Marco Polo, il significato, è quello della curiosità per mondi che non si conoscono, l’ammirazione per quello che si vede e si apprende, è il rispetto reciproco per un comune arricchimento culturale. Questo è ciò che ha fatto crescere il mondo nel corso dei millenni e dei secoli. Ed è ciò che invece viene contrastato da chi alimenta contrapposizioni e coltiva incompatibilità». Se ne deduce che se dalla Casa Bianca qualcuno pensasse di mettere dazi o di mettere in crisi il globalismo che ha aperto nel 2001 le porte del Wto senza condizioni alla Cina sarebbe un nemico di Marco Polo perché: «I rapporti tra la Cina e l’Italia sono straordinari, saldamente eccellenti». Il presidente della Repubblica nell’afflato politicamente corretto si spinge anche un po’ più in là: «Vi sono, davanti all’umanità» nota l’inquilino del Quirinale «tante sfide globali che nessun Paese da solo può affrontare. Riguardano il clima che sta cambiando, per cercare di controllarne i mutamenti; riguardano la salute globale nel mondo; riguardano l’economia, in cui sovente grandi soggetti, che agiscono sul piano globale, sono svincolati dalla regola di qualunque Stato e non hanno regole». Ora va bene tutto, ma la Cina ci ha, con ogni probabilità, regalato il Covid e parlare con loro delle sfide per la salute mondiale pare concedere un po’ troppo, così come si sa che con il green Pechino fa un sacco di soldi. Forse a Mattarella sfugge che la Cina – che a casa sua dell’inquinamento non si preoccupa – ci ha colonizzato col monopolio delle batterie che si costruiscono col cobalto estratto in Congo pagando due dollari al giorno a bambini sotto i 12 anni che fanno i minatori fin quando non muoiono. La sfida verde che piace tanto al Quirinale è quella che ha consegnato nelle mani dei cinesi l’Europa, è quella che – complice la cieca ideologia green di Ursula von der Leyen – ha distrutto l’industria dell’automobile creando in Germania così come in Italia centinaia di migliaia di potenziali disoccupati. Ma Sergio Mattarella – ed è difficile credere che non pensi a Elon Musk che pure ha un rapporto di particolare amicizia con l’Italia per il tramite di Giorgia Meloni – se la prende anche con le «tumultuose innovazione della scienza» e «bisogna fare in modo che non vengano usate in maniera perversa, ma vengano usate a beneficio delle persone. Questo richiede regole comuni nel mondo che richiederebbero una convergenza, una concordia che in questo momento non abbiamo, ma che dobbiamo assolutamente recuperare». Come si costruisce questo accordo mondiale? Seguendo l’esempio di Marco Polo e l’incombenza è affidata alla cultura che, illustra Mattarella, «è il rispetto reciproco per un comune arricchimento culturale. La cultura è il veicolo per la pace più forte». Tutto giusto e però il Quirinale nel 2022 non ha detto un fiato quando è stato impedito a Paolo Nori di tenere all’università Bicocca un corso di lezione su Fedor Dostoevskij, quando a Lonigo è stato vietato ai concertisti ucraini di eseguire il Lago dei Cigni di Pëtr Il'ič Čajkovskij, quando la Scala ha sostituito – col sindaco Giuseppe Sala che voleva un’ abiura anti-Putin degli artisti - Valery Gergiev, direttore d’orchestra, con Riccardo Chailly e la soprano Anna Netrebko con Maria Agresta. Per accennare solo ad alcuni casi. Altri quando quest’anno alla Sapienza è stato impedito a David Parenzo di parale in quanto ebreo, quando Klaus Davi è stato aggredito a Milano fuori da un centro islamico e Liliana Segre è stata contestata davanti alla Statale mentre riceveva la laurea honoris causa. Poco s’è detto quando la Sapienza di Roma, la Statale di Milano, l’Università di Palermo e di Pisa hanno interrotto i rapporti con le università israeliane. In questo caso però molto si spiega: il verde è il colore dell’islam. E se non è green che cultura è? Che pace è?
Il viaggio del presidente Sergio Mattarella in Cina è simbolo di apertura tra i due Paesi. L’evento, però, è stato anche l’occasione per il presidente cinese XI Jinping di mandare qualche frecciatina verso il nostro Paese. Andiamo con ordine.
«Nel mondo sono in corso profondi e rapidi cambiamenti che richiedono, per essere affrontati al meglio, un clima di concordia per un esame comune», ha dichiarato Mattarella, evidenziando un forte allineamento di visione tra i due Stati. Si percepisce, insomma, la possibilità che Italia e Cina possano ora collaborare a un ritmo nuovo, come dimostrano i 10 accordi e memorandum firmati, che spaziano dalla cooperazione cinematografica alla concorrenza. Sul fronte culturale, un settore su cui l’Italia punta con forza, Roma e Pechino si riconoscono come due civiltà millenarie. A Roma, nel complesso scultoreo del China Millennium monument, si trova, infatti, un grande bassorilievo dedicato ai 100 personaggi che hanno segnato la storia della Cina e tra questi solo due occidentali, entrambi italiani: Marco Polo e Matteo Ricci. Una storia antica, fatta di «curiosità e stima reciproca, di desiderio di apprendere l’uno dall’altro per crescere insieme nel comune interesse», ha concluso Mattarella.
In dettaglio, il presidente Mattarella si riferisce agli accordi che ieri Italia e Cina hanno firmato alla presenza dei rispettivi Capi di Stato, nell’ambito della loro partecipazione al Forum culturale Italia-Cina. A firmare gli accordi con Mattarella c’era anche il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, Antonio Tajani.
In particolare, il ministro ha firmato il protocollo d’intesa tra il ministero dell’Università e della ricerca italiano e il ministero dell’Istruzione cinese per l’istituzione di un meccanismo di consultazione periodica, il programma esecutivo di collaborazione culturale tra la Repubblica italiana e la Repubblica popolare cinese e il memorandum d’Intesa tra il ministero degli Esteri e la National administration of press and publication cinese per la traduzione di opere classiche italiane e cinesi. «Dagli scambi accademici e linguistici fino alla sempre più intensa collaborazione tra le istituzioni museali, teatrali e musicali dei due Paesi, i significativi risultati del dialogo culturale italo-cinese sono resi possibili grazie all’impegno quotidiano di tutti gli operatori della cultura, pubblici e privati, che oggi sono qui a Pechino e a cui via il mio sentito ringraziamento», ha evidenziato Tajani.
Ieri i due presidenti hanno anche parlato di Spazio. «Lo Spazio continua a essere un ambito di collaborazione tra le nazioni, non di conflitto», ha ricordato Sergio Mattarella durante il suo incontro con l’omologo Xi Jinping a Pechino. Come riportato dal network statale Cctv, Xi ha donato a Mattarella un campione di suolo lunare raccolto dalla sonda cinese Chang’e 5, simbolo della cooperazione aerospaziale tra i due Paesi.
In merito a questo episodio, però, si potrebbe scorgere un messaggio dalla doppia lettura. Se, infatti, è vero che il presente offerto da Xi potrebbe voler sottolineare la collaborazione tra i due Paesi, è anche vero che potrebbe rappresentare una sorta di schiaffo diplomatico. Il motivo? Nel febbraio 2017, l’ultima volta che Mattarella andò a Pechino, si portò dietro il presidente dell’Agenzia spaziale italiana, Roberto Battiston, per siglare accordi di collaborazione spaziale che diversi anni dopo (Battiston uscì nel 2019) il governo italiano stracciò facendo arrabbiare Pechino. Va, poi, aggiunto che il campione di suolo lunare potrebbe anche essere una sorta di «ramoscello di ulivo» per riannodare la collaborazione tra Italia e Cina in fatto di Spazio.
Mentre Donald Trump inizia a fare la squadra in vista di gennaio e a calcolare i migliori dazi da imporre alla Cina (oltre che all’Europa) il presidente della Repubblica Sergio Mattarella vola a Pechino. Viaggio ovviamente organizzato molto prima e indipendentemente dall’esito delle elezioni americane. La coincidenza è però un po’ straniante e sicuramente muove le relazioni in modo divergente. Il capo dello Stato è super partes, e dunque il suo compito è consolidare un perimetro più ampio possibile di relazioni. E così allargare gli accordi bilaterali in vari campi. Ieri sono stati sottoscritti dieci memorandum in diversi ambiti, soprattutto culturali. La visita è però stata l’occasione per Xi Jinping di vergare un discorso nel più consueto ecumenismo cinese. Il vertice politico del Dragone è stato particolarmente caloroso nei confronti di Mattarella che sta effettuando la sua seconda visita in Cina. Xi Jinping ha definito il capo dello Stato italiano «un vecchio amico del popolo cinese e un mio buon amico», rivelando che in questi anni tra di loro ci sono state tante telefonate e diverse lettere che hanno mantenuto «una stretta cooperazione» bilaterale anche nei momenti difficili.
Effettivamente la visita di Stato di Mattarella è stata apprezzata da parte cinese e i due leader hanno potuto parlare in un clima di «cordialità» dei dossier più spinosi. A partire da quello sui dazi che tanto divide l’Europa dal Dragone fino a un ragionamento «non ideologico sulla necessità di costruire un nuovo ordine mondiale che colga meglio i rapidissimi cambiamenti internazionali», recita l’Ansa. «Un tema caro alla Cina che Mattarella ha ascoltato con attenzione», prosegue il take di agenzia, «senza pregiudizi ideologici». Per poi riportare la frase conclusiva di Xi: «Cina e Italia sono grandi civiltà e nel mondo ci sono cambiamenti non visti in un secolo». Ora, è da apprezzare il tentativo delle agenzie di stampa di rappresentare il distacco e l’assenza di alcun posizionamento ideologico. Ma la Cina è ben abituata a lasciar parlare le immagini e dosare sapientemente le parole godendo molto spesso dei silenzi dell’interlocutore. Il risultato è semplice: tornare a parlare di Via della seta. L’accordo che il governo Meloni ha interrotto alla prima occasione utile e che era stato firmato da Giuseppe Conte alla presenza del «Mattarella I». La Cina non ha mai digerito la scelta, e cerca ora di lisciare la seta dei commerci e degli scambi tecnologici dopo aver compreso che gli accordi sulle infrastrutture sono preclusi. Preclusi da chiare richieste americane e soprattutto dalle nuove relazioni tra governo e finanza Usa. Un nome su tutti: Blackrock.
Non a caso Xi ha aggiunto una postilla non da poco: «Vogliamo rafforzare il partenariato strategico globale e promuovere le relazioni bilaterali per entrare in una nuova fase di sviluppo». Senza «tentazioni di anacronistici ritorni a un mondo di blocchi contrapposti», ha chiosato il presidente italiano. E le «differenze» di pensiero che pur sono tante non devono essere «ostative al confronto», sintetizza l’Ansa. La realtà è che il partenariato su temi tecnologici con il ritorno di Trump alla Casa Bianca è bollente tanto quanto poteva essere il tema delle infrastrutture con l’amministrazione Biden. Eppure l’amicizia di un enorme pezzo del mondo cattolico italiano con la Cina non ci deve certo stupire. Cominciamo dal costante lavorio di Sant’Egidio, che da anni sostiene e tira la volata al Vaticano disposto a chiudere l’accordo definitivo sulla nomina dei vescovi in Cina pur di sbarcare nel subcontinente asiatico. Non stupisce che in questi giorni a Pechino si sia affacciato anche Pier Ferdinando Casini che posta sul suo account Instagram foto con tanto di manine festanti e che soltanto il 10 ottobre aveva incontrato l’ambasciatore Jia Guide in qualità di presidente onorario dell’Unione interparlamentare. Per cui l’ideologia conta e non poco. E spesso distrae dalle questioni tecniche.
Giovedì il ministero dell’Università ha presentato un protocollo in collaborazione del comparto della sicurezza nazionale mirato a contrastare l’influenza di agenti stranieri dentro le nostre università. Chi ha partecipato alla conferenza ha precisato non trattarsi di un tema anti cinese. Una chiara excusatio non petita. Il circuito delle strutture Confucio è da tempo attenzionato. E non a caso ieri mattina, mentre presentava le attività del comitato del golden power, il sottosegretario Alfredo Mantovano ha infilato un prezioso inciso sulle attività anti infiltrazione nelle strutture universitarie e di ricerca. Il sito Formiche ieri ricordava che l’allusione è potenzialmente riferita a rapporti post Covid tra Bgi, colosso cinese, e il Consiglio nazionale delle Ricerche. Ipotesi? Il fatto è che i temi sono numerosi e gli accordi Italia-Cina ancor di più. Con l’era Trump c’è da scommettere che le intelligence porranno molta più attenzione al transfer tecnologico e alla cessione di dati. Saranno consentite le strette di mano e l’amicizia, ma disinteressata.
Il rinnovo del memorandum sulla Belt and road initiative, firmato nel 2019 dal governo gialloverde di Giuseppe Conte e lasciato in sospeso da Mario Draghi, è un tabù che per il momento né la Cina né l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni sembrano voler affrontare. Lo confermano i toni delle dichiarazioni rese dopo la visita a Roma del capo della diplomazia di Pechino, Wang Yi. Che giovedì sera ha incontrato alla Farnesina il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e ieri mattina è stato ricevuto al Quirinale dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
L’accordo, ricordiamolo, scade a marzo 2024 ma si rinnova automaticamente alla fine di quest’anno a meno che una delle due parti non comunichi un passo indietro. Roma ha quindi tempo fino a dicembre per decidere e non far scattare la proroga automatica del protocollo. Aprire a un rinnovo significa scatenare le prevedibili reazioni degli Stati Uniti. Al tempo stesso, chiudere già adesso la porta alla Cina, diventerebbe controproducente per le relazioni commerciali con il Dragone ma anche uno sgarro diplomatico proprio mentre l’Italia - e altri Paesi come la Francia - sono scesi in pressing su Xi Jinping affinché faccia da mediatore con Vladimir Putin, sostituendosi alla Turchia. Se è chiara la necessità cinese di trovare una sponda europea per evitare il decoupling minacciato dagli Usa, mantenendo però un funambolico equilibrio rispetto ai rapporti con Mosca, è però anche vero che affidare alla Cina il compito di negoziare la pace può avere delle conseguenze al momento imprevedibili. In sostanza, rischia di dare al Dragone un credito che chissà come verrà riscattato in futuro.
Ed ecco, quindi, i toni di ieri. Ultra diplomatici e dosati con il bilancino. Partiamo dalle parole di Wang Yi riportate dalla diplomazia cinese: «La Cina è pronta ad approfondire la cooperazione strategica globale con l’Italia», osservando che la firma del memorandum sulla Via della seta «ha notevolmente migliorato il livello strategico delle relazioni bilaterali», avrebbe detto il capo della diplomazia del Partito comunista cinese nel colloquio con Tajani, aggiungendo che il governo di Pechino è disposto ad «aumentare l’import di prodotti italiani di alta qualità» nonché «a supportare la aziende italiane nella loro crescita sul mercato cinese» perché i due Paesi «possono sfruttare il potenziale della cooperazione nell’economia verde e digitale» e ottenere risultati positivi sperando «che l’Italia fornisca alle aziende cinesi un ambiente commerciale equo, trasparente e non discriminatorio». Dopo la pandemia del Covid-19, ha poi sottolineato nel resoconto della diplomazia cinese, Pechino e Roma possono riprendere «in modo completo» gli scambi e la cooperazione in vari campi, rafforzando ulteriormente le relazioni. Quanto all’incontro di ieri con Mattarella, il capo della diplomazia del Pcc avrebbe invitato, a nome del presidente Xi Jinping, il presidente della Repubblica in Cina. Tra i temi toccati nel faccia a faccia non è ovviamente mancata l’Ucraina. Mattarella, secondo quanto si apprende, ha invitato la Cina a far valere la propria influenza su Mosca per arrivare alla pace. Wang, riporta sempre una nota del ministero degli Esteri cinese, ha evidenziato che il suo Paese «crede fermamente che la tendenza alla pace, allo sviluppo e alla cooperazione sia irresistibile», e che non ci sia posto per l’unilateralismo, il protezionismo e l’egemonismo. Difetti, però, che Pechino attribuisce agli Stati Uniti.
Alla visita al Quirinale ieri era presente anche il ministro Tajani che in un’intervista radiofonica ha riferito altri dettagli sulla trasferta romana di Wang: «Ha detto che il presidente cinese, Xi Jinping, farà un discorso di pace» in occasione in occasione del primo anno di guerra in Ucraina. «Ha insistito sulla pace, ha detto che la Cina vuole la pace», ha aggiunto Tajani spiegando di avere chiesto a Wang «di esercitare tutta la forza che un grande Paese quale la Cina ha nei confronti della Russia, per porre fine alla guerra che ormai dura da un anno». Non solo, perché al capo della diplomazia cinese «ho anche detto quali sono le nostre idee, da dove si dovrebbe cominciare» a costruire la pace. Innanzitutto «creare una zona neutra attorno a Zaporizhzhia, dove si trova la centrale nucleare. Poi, occorre rafforzare i corridoi per il trasporto dei cereali, che sono indispensabili alla popolazione africana». Tajani rivendica di aver «sempre incoraggiato la Turchia perché facesse la mediazione» per lo sblocco dei corridoi del grano. «Con la Cina, però, c’è da risolvere anche la questione legata al rinnovo degli accordi per la Via della seta. Ma per quello c’è ancora tempo fino alla fine dell’anno, stiamo valutando la situazione, il governo deciderà il da farsi al momento opportuno».
- Proseguono senza sosta gli invii di materiale sanitario dalla Cina, che molto spesso sono tutt'altro che gratuiti. Ma l'operazione simpatia non è innocente e cela il vero volto del regime. Che intanto caccia i giornalisti critici.
- I leader M5s sono di casa all'ambasciata della Repubblica popolare. Ma il vero garante del sodalizio siede al Quirinale.
Lo speciale contiene due articoli.
È guerra tra Stati Uniti e Cina. E in mezzo c'è l'Italia. Non stiamo parlando dello scontro commerciale tra le due superpotenze, bensì di un conflitto più silenzioso, combattuto a colpi di propaganda e «aiuti» per far fronte al coronavirus. In questi giorni Washington, su impulso del dipartimento di Stato, sta reagendo ai tentativi dei media del regime cinese in giro per il mondo di trasformare la Cina dal Paese i cui ritardi hanno causato la pandemia all'unico in grado ora di salvare il mondo.
Ieri pomeriggio il secondo team di esperti cinesi e materiali sanitari è atterrato all'aeroporto di Malpensa. A presentarli un articolo del Global Times, uno degli organi della propaganda in lingua inglese del Partito comunista cinese, secondo cui «la popolazione italiana attende con impazienza i trattamenti della medicina tradizionale cinese». La delegazione è stata sarà accolta da Fabrizio Sala, vicepresidente della Regione Lombardia, e da Alan Christian Rizzi, sottosegretario con delega ai Rapporti con le delegazioni internazionali. Un secondo gruppo di medici, specifica il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, si recherà a Firenze.
Sempre ieri alcuni medici cinesi hanno raggiunto Padova, la Comunità cinese di Reggio Emilia ha donato 70.000 euro all'Ospedale Santa Maria Nuova e alla Croce Rossa, mentre a Roma è arrivato il carico con un milione di mascherine e 100.000 kit per il coronavirus donato dalla Fondazione Alibaba e dalla Fondazione Jack Ma. La città di Suzhou, infine, ha donato 20.000 mascherine a Venezia, città con cui è gemellata. Tuttavia, a giudicare dai 10.000 medici assunti con il decreto Cura Italia, l'arrivo di qualche decina di medici cinesi appare più una mossa d'immagine di Pechino a cui alcuni esponenti del nostro governo si è prestato che un concreto aiuto.
Alla fanfara del regime cinese, gli Stati Uniti hanno risposto attraverso il settore privato mobilitando Ong e trust ma anche rafforzando la cooperazione per la ricerca del vaccino. Martedì sera era arrivato a Cremona l'ospedale da campo da 68 posti donato dalla Ong evangelica americana Samaritan's Purse. «Come ha affermato il presidente Donald Trump, “l'Italia è un Paese che amiamo". L'amicizia tra Stati Uniti e Italia è ora più forte che mai», è stato il commento dell'ambasciata statunitense a Roma via Twitter. Sempre di martedì è l'accordo con cui lo Us Charitable Trust sosterrà gli sforzi del policlinico Gemelli, il più grande ospedale di Roma, per assicurare cure e assistenza alle persone colpite dal coronavirus.
L'Italia è al centro di una guerra tra Stati Uniti e Cina, dicevamo. Da una settimana ormai è scontro aperto tra il governo cinese e l'amministrazione statunitense. Il primo alimenta fake news circa un'origine americana del virus (sarebbe stato portato dai soldati statunitensi a Wuhan in ottobre, secondo alcuni diplomatici cinesi), la seconda parla apertamente - e lo fa anche il presidente Donald Trump - di «virus cinese».
A fare le spese di questo scontro sono stati i giornalisti in Cina di testate statunitensi di primo piano come New York Times, Wall Street Journal, Washington Post e Time, espulsi dal governo cinese. Pechino ha parlato di ritorsione contro la decisione di Washington di considerare cinque media cinesi (l'agenzia Xinhua, il canale tv Cgtn, China Radio e i giornali China Daily e People's Daily) come agenti stranieri. Ma servono due precisazioni. La prima: a differenza dei media cinesi, i quattro giornali americani sono indipendenti, di proprietà privata e spesso critici verso l'amministrazione Trump. La seconda: la decisione americana è datata 18 febbraio, il che lascia il dubbio che Pechino abbiamo voluto fare di più, ossia silenziare le voci critiche verso l'operato del Partito comunista cinese che in questi giorni è impegnato a cantar vittoria sul virus soprattutto per quanto riguarda l'epicentro Wuhan.
In mezzo c'è l'Italia, già convertitasi sulla Via della seta (anche quella della salute annunciata dal leader cinese Xi Jinping in una recente telefonata con il premier Giuseppe Conte) e con ambienti del governo disposti a enfatizzare la propaganda degli «aiuti» che in realtà «aiuti» non sono. Perché alcune sono donazioni, altri sono affari, come dimostrano le agenzie del regime cinese che parlano esplicitamente di «contratti». Inoltre, come ha spiegato l'esperta Marina Rudyak dell'Università di Heidelberg, la parola cinese yuanzhu si traduce con «aiuto» ma non ha il significato euroamericano che implica la gratuità.
C'è chi, come il ministro Di Maio parla di «amicizia e solidarietà» accogliendo a braccia aperte gli «aiuti» cinesi. E invece chi, come il presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen è invece più cauta: ieri, come la cancelliera tedesca Angela Merkel, ha ringraziato la Cina per l'aiuto ma l'ha fatto sottolineando che si tratta di reciprocità visto che a gennaio fu l'Unione europea a inviare 50 tonnellate di materiale per fronteggiare il coronavirus. Domenica, in una lettera alla Stampa, l'ambasciatore cinese a Roma Li Junhua ha scritto: «Se ricevi un piccolo aiuto oggi, ripaga con il doppio domani». Ora Pechino ripaga Roma. Ma domani potrebbe presentare il conto. Quindi eccolo, il prezzo di quegli «aiuti»: il 5G e i dati degli italiani, temi delicati per la sicurezza nazionale.
Dai grillini a Mattarella, quant’è folto il gruppo degli amici del Dragone
Se vogliamo elencare le personalità politiche e istituzionali italiane più vicina alla Cina, non si può che partire dall'inquilino del Quirinale.
Il feeling tra Sergio Mattarella e Pechino è sempre stato manifestato reciprocamente e alla luce del sole. Ieri, sui profili social ufficiali dell'ambasciata della Repubblica popolare cinese in Italia, è apparso l'ennesimo attestato di entusiastico elogio a Mattarella, riportando il testo integrale di un messaggio di ringraziamento del nostro Presidente della Repubblica al presidente cinese Xi Jinping per gli aiuti che l'Italia sta ricevendo da Pechino: «L'emergenza sanitaria mondiale legata al Covid-19», scrive Mattarella, «pone la comunità internazionale di fronte a un'inaspettata quanto difficile sfida. Una sfida che potrà essere superata soltanto se sapremo lavorare insieme, e nelle sue parole di calorosa vicinanza che si aggiungono al supporto che la Cina sta fornendo all'Italia vedo, signor presidente, concretamente operanti quelle forme di collaborazione che, in queste circostanze, devono rappresentare il criterio della nostra azione».
Nulla di strano, ovviamente, anzi: ogni aiuto è ben accetto. Curioso però che Mattarella, quando c'è la Cina di mezzo, non perda mai occasione di sottolineare il legame tra i due popoli, cosa che non accade per tutto il resto dei Paesi del pianeta terra. Tutti ricordiamo, lo scorso 5 febbraio, il gesto «cinematografico» di Mattarella, ovvero la visita a sorpresa una scuola elementare di Roma, la Daniele Manin, ad altissima concentrazione di alunni stranieri, in particolare cinesi, per lanciare un messaggio rassicurante rispetto ai timori scatenati dal diffondersi del coronavirus.
Mattarella ricopre il ruolo di ministro degli Esteri «di fatto» già da due anni, visto che alla Farnesina, dalle elezioni del 2018, si sono succeduti prima, con il governo Lega-M5s, Enzo Moavero Milanesi, piazzato lì proprio dal Colle; e poi, col governo giallorosso, Luigi Di Maio, la cui incisività è pari a zero, e che pure in Cina è sempre accolto con tutti gli onori. Il capo dello Stato diede un fondamentale contributo anche alla firma del memorandum della Via della Seta. Era il marzo del 2019, e il governo gialloblù era tutt'altro che compatto in merito alla sottoscrizione di questo mega accordo. Washington non vedeva di buon occhio l'appiattimento dell'Italia su posizioni filocinesi, la stessa Bruxelles manifestava dubbi, e il vicepremier di allora, il leader della Lega Matteo Salvini, aveva non poche perplessità sulla firma dell'intesa. «Voglio controllare settori strategici per la sicurezza nazionale», disse l'allora vicepremier.
Dopo settimane di polemiche furiose, fu proprio Mattarella a dare l'impulso definitivo alla firma: il 23 marzo il capo dello Stato accolse al Quirinale Xi Jinping, e l'accordo fu siglato. A fare buona compagnia a Mattarella, c'è Beppe Grillo insieme a tutto il M5s, da sempre legatissimo a Pechino. Pochi giorni fa, sul blog di Grillo, è apparso un post dal titolo eloquente: «Cina-Italia: un destino condiviso», firmato Fabio Massimo Parenti, nel quale si legge tra l'altro che «la leadership cinese va rafforzandosi. La risposta cinese all'epidemia è stata una lezione, per rapidità ed efficacia». «I modelli politici ed economici», recita il post, «verranno ampiamente messi in discussione e quello cinese, sempre laboratorio, diverrà riferimento di un crescente numero di paesi e soggetti politici». Post di sperticati elogi alla Cina appaiono quasi ogni mese sul blog di Grillo.
Il legame tra M5s e Cina ha sempre suscitato molte polemiche, fin da quando, nel giugno 2013, saltò fuori una foto nella quale apparivano i due fondatori, Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo, accanto all'ambasciatore cinese dell'epoca, Ding Wei. Più recentemente, alla fine del novembre 2019, mentre il governo giallorosso era scosso da profonde fibrillazioni, Beppe Grillo, subito dopo aver parlato con Luigi Di Maio, in quei giorni al centro di furibonde polemiche all'interno del M5s, incontrò ben due volte in 24 ore l'attuale ambasciatore, Li Junhua. «Gli ho portato del pesto», disse beffardo Grillo.







