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2026-01-04
Nuovi alberghi e tanti progetti. Pure Sanremo cambia musica
Sanremo (iStock)
A darle la sveglia e farle tornare la voglia di incantare e attirare a sé, l’inaugurazione del 5 stelle di stile e design Europa Palace (www.europapalacesanremo.com). Aperto a gennaio 2025, il nuovo indirizzo ha dato il via a un percorso che mira a riportare Sanremo agli antichi splendori, «a dare una spolverata a quell’allure démodée che da troppo tempo avvolgeva la Città dei fiori», spiega Cora Lagorio, proprietaria insieme alla famiglia della struttura e artefice di una sfida, costata 30 milioni di euro e cinque anni di lavori.
L’indirizzo non ha fatto a tempo ad aprire i battenti per fare sold out. «Complici il Festival della canzone e una decina di cantanti in concorso alla kermesse ospitati, è stato un inizio straordinario, tanto impegnativo quanto appagante, ma il bello deve venire». Perché nell’ambiziosa visione di Cora and family l’obiettivo è rilanciare Sanremo a prescindere da Ariston e Casinò, «è valorizzare una destinazione dalle infinite potenzialità, quattro stagioni su quattro». A dimostrarlo, l’apertura tutto l’anno di Europa Palace e una proposta pensata per globetrotter moderni e sanremesi doc.
In posizione più che centrale - si trova tra Casinò e lungomare, all’imbocco dello struscio pedonale di via Matteotti - l’albergo conta 70 camere, di cui cinque suite, due ristoranti - Rêve Bistrot, con sapori liguri rivisitati con estro e accompagnati da musica live, e ristorante The RUFtop, con vista panoramica e cucina gourmet (entrambi aperti al pubblico) - 400 metri quadrati di Anemoi Spa & Wellness (anche questa aperta al pubblico) e palestra firmata Technogym. Il tutto arredato con stile, grazie al sapiente progetto architettonico e di interior design, rispettivamente opera di Studio Calvi Ceschia Viganò e Studio Q-Bic. A completare la proposta, accoglienza pet friendly e convenzione con il Lido Imperatrice.
Insomma, un gran lavoro per un gran risultato. Il primo di una serie in arrivo. A quanto pare, l’addormentata Sanremo ha tutte le intenzioni e le carte per tornare la più bella del reame ligure di Ponente. L’ex stazione al momento è un cantiere, proiettato a diventare hub tra cultura e intrattenimento. Il trascurato Porto Vecchio è già al centro di un progetto di riqualificazione che, se tutto va come deve andare, rinascerà a nuova vita, sotto forma di marina d’appeal, oasi verde e parcheggio da 600 posti auto. Nel cuore del quartiere Pigna, dedalo medievale di caruggi, portici e scalinate, l’ex convento dei Gesuiti del XVII secolo e gli immobili adiacenti alla chiesa di Santo Stefano diventeranno a fine 2026 un moderno ostello da 150 posti letto, con 70 camere indipendenti, servizi autonomi, spazi condivisi (palestra, terrazze, cucine e bar). Dietro il progetto, Walter Lagorio, anima dell’intervento, imprenditore a capo di Unogas Energia (e padre di Cora), che ne presenta la vocazione. «Sanremo avrà una struttura ricettiva accogliente e a buon prezzo, ideale per giovani, gruppi e famiglie». Mentre l’ex convento delle suore Cappuccine potrebbe convertirsi nell’arco di pochi anni in complesso di case vacanze. Nel frattempo, lo storico Hotel Astoria, chiuso da 20 anni, è passato in mano al Gruppo Marzocco che, seguendo l’esempio dell’Europa Palace, punta alle 5 stelle.
Se due indizi fanno una prova, a Sanremo ce ne sono ben di più per guardare la meta ligure non solo a febbraio, attaccati alla televisione durante il Festival della canzone, ma anche e soprattutto dal vivo, per weekend e vacanze che finalmente possono contare su indirizzi belli e buoni, che uniscono stile contemporaneo a tradizione ligure. Perché in tutto questo fermento, non cambiano a Sanremo la dolcezza del clima, mite tutto l’anno, la bellezza dei giardini di Villa Ormond e l’interesse di Villa Nobel (villanobel.it), ultima dimora dello scienziato Alfred Nobel che istituì i prestigiosi Premi, e oggi casa-museo. Non cambiano neanche la bontà dei Baci di Sanremo (simil baci di dama a base di cacao, nocciole e burro) e la vicinanza a borghi davvero tra i più belli d’Italia e di Francia, da Dolceacqua a Mentone.
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Non solo Ariston e Casinò: la reginetta di Ponente è pronta a tornare protagonista della Riviera, con molte novità turistiche.La rinascita di Sanremo è (finalmente) partita. La bella addormentata della Riviera ligure di Ponente, dopo anni seduta sugli allori di Festival e Casinò, unici motivi e occasioni per cui si svegliava, esce dal lungo letargo e si prepara a conquistare il reame del turismo italiano e straniero.A darle la sveglia e farle tornare la voglia di incantare e attirare a sé, l’inaugurazione del 5 stelle di stile e design Europa Palace (www.europapalacesanremo.com). Aperto a gennaio 2025, il nuovo indirizzo ha dato il via a un percorso che mira a riportare Sanremo agli antichi splendori, «a dare una spolverata a quell’allure démodée che da troppo tempo avvolgeva la Città dei fiori», spiega Cora Lagorio, proprietaria insieme alla famiglia della struttura e artefice di una sfida, costata 30 milioni di euro e cinque anni di lavori. L’indirizzo non ha fatto a tempo ad aprire i battenti per fare sold out. «Complici il Festival della canzone e una decina di cantanti in concorso alla kermesse ospitati, è stato un inizio straordinario, tanto impegnativo quanto appagante, ma il bello deve venire». Perché nell’ambiziosa visione di Cora and family l’obiettivo è rilanciare Sanremo a prescindere da Ariston e Casinò, «è valorizzare una destinazione dalle infinite potenzialità, quattro stagioni su quattro». A dimostrarlo, l’apertura tutto l’anno di Europa Palace e una proposta pensata per globetrotter moderni e sanremesi doc. In posizione più che centrale - si trova tra Casinò e lungomare, all’imbocco dello struscio pedonale di via Matteotti - l’albergo conta 70 camere, di cui cinque suite, due ristoranti - Rêve Bistrot, con sapori liguri rivisitati con estro e accompagnati da musica live, e ristorante The RUFtop, con vista panoramica e cucina gourmet (entrambi aperti al pubblico) - 400 metri quadrati di Anemoi Spa & Wellness (anche questa aperta al pubblico) e palestra firmata Technogym. Il tutto arredato con stile, grazie al sapiente progetto architettonico e di interior design, rispettivamente opera di Studio Calvi Ceschia Viganò e Studio Q-Bic. A completare la proposta, accoglienza pet friendly e convenzione con il Lido Imperatrice. Insomma, un gran lavoro per un gran risultato. Il primo di una serie in arrivo. A quanto pare, l’addormentata Sanremo ha tutte le intenzioni e le carte per tornare la più bella del reame ligure di Ponente. L’ex stazione al momento è un cantiere, proiettato a diventare hub tra cultura e intrattenimento. Il trascurato Porto Vecchio è già al centro di un progetto di riqualificazione che, se tutto va come deve andare, rinascerà a nuova vita, sotto forma di marina d’appeal, oasi verde e parcheggio da 600 posti auto. Nel cuore del quartiere Pigna, dedalo medievale di caruggi, portici e scalinate, l’ex convento dei Gesuiti del XVII secolo e gli immobili adiacenti alla chiesa di Santo Stefano diventeranno a fine 2026 un moderno ostello da 150 posti letto, con 70 camere indipendenti, servizi autonomi, spazi condivisi (palestra, terrazze, cucine e bar). Dietro il progetto, Walter Lagorio, anima dell’intervento, imprenditore a capo di Unogas Energia (e padre di Cora), che ne presenta la vocazione. «Sanremo avrà una struttura ricettiva accogliente e a buon prezzo, ideale per giovani, gruppi e famiglie». Mentre l’ex convento delle suore Cappuccine potrebbe convertirsi nell’arco di pochi anni in complesso di case vacanze. Nel frattempo, lo storico Hotel Astoria, chiuso da 20 anni, è passato in mano al Gruppo Marzocco che, seguendo l’esempio dell’Europa Palace, punta alle 5 stelle. Se due indizi fanno una prova, a Sanremo ce ne sono ben di più per guardare la meta ligure non solo a febbraio, attaccati alla televisione durante il Festival della canzone, ma anche e soprattutto dal vivo, per weekend e vacanze che finalmente possono contare su indirizzi belli e buoni, che uniscono stile contemporaneo a tradizione ligure. Perché in tutto questo fermento, non cambiano a Sanremo la dolcezza del clima, mite tutto l’anno, la bellezza dei giardini di Villa Ormond e l’interesse di Villa Nobel (villanobel.it), ultima dimora dello scienziato Alfred Nobel che istituì i prestigiosi Premi, e oggi casa-museo. Non cambiano neanche la bontà dei Baci di Sanremo (simil baci di dama a base di cacao, nocciole e burro) e la vicinanza a borghi davvero tra i più belli d’Italia e di Francia, da Dolceacqua a Mentone.
Manifestazione pro Maduro davanti al consolato Usa a Milano (Ansa)
Nell’attesa di assistere a un più imponente schieramento di forze, ci limitiamo a notare qualche contraddizione fra le varie che emergono dalle profonde esternazioni di ambito geopolitico della sinistra italiana. I più coerenti sono, manco a dirlo, i più radicali della compagine parlamentare sinistrorsa. «L’attacco militare degli Stati Uniti al Venezuela è gravissimo e inaccettabile. Occorre che la comunità internazionale e il nostro Paese condannino immediatamente quanto accaduto e si attivino per fermare questa aggressione», dicono Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni. E non c’è dubbio: gli Stati Uniti hanno aggredito. Ma rimane curioso che Bonelli e Fratoianni, antifascisti di professione pronti a sbracciarsi ogni ora per il presunto ritorno del fascismo, non notino le analogie fra quanto compiuto da Trump nei riguardi del Venezuela e quanto fatto dagli americani con il regime italiano alla fine della Seconda guerra mondiale. Hanno forse dimenticato, i nostri formidabili antifascisti, come si tolgano dalle scene i capi carismatici sgraditi? Sul versante moderato la memoria non pare più robusta e i cortocircuiti sono egualmente scoppiettanti. Secondo Elly Schlein l’azione degli Usa «viola palesemente il diritto internazionale». Certo, il Pd condanna «il regime brutale di Maduro», ma spiega che «la democrazia non si esporta con le bombe». Tesi interessante, che tuttavia non fu granché applicata dall’amico Barack Obama. Il Pd, nella persona di Peppe Provenzano, incita pure l’Ue «a essere meno timida contro le violazioni americane». Ma lo sdegno appunto si ferma lì. Non risulta che vi siano, per ora, pesanti censure ai danni di autori o direttori d’orchestra americani, o che vengano cancellati pubblici eventi con partecipanti trumpiani. Il doppio standard rispetto a Putin (o il triplo se inseriamo nella partita pure Netanyahu e Israele) è piuttosto evidente. Evitiamo, per pietà, di ricordare i casi del libico Gheddafi e del siriano Assad. Tuttavia, a voler essere puntigliosi, si potrebbe anche ricordare come la sinistra italiana abbia, nel recente passato, approvato altre forme di golpe, meno esplicitamente violente ma altrettanto unilaterali e autoritarie. Ai tempi di Silvio Berlusconi i nostri eroi progressisti invocavano ogni giorno il cambio di regime, la liberazione dal fascismo berlusconiano. Quando in effetti il golpetto avvenne, con la collaborazione dell’allora inquilino del Colle, fu accolto dagli applausi. Eppure anche il Cavaliere era un presidente del Consiglio regolarmente eletto. Solo che in quel frangente la rimozione forzata, poiché il rimosso era sgradito, fu largamente apprezzata. Niente di sorprendente: la sinistra italica appoggia ogni intervento extraparlamentare (giudiziario, europeo o internazionale) a patto che sia rivolto contro i suoi nemici. Quando i cambi di regime invece non giovano al racconto progressista del mondo si tende a rimuoverli. Si dimentica tutto: da Euromaidan in Ucraina alla cacciata di Berlusconi. Maduro, in compenso, può servire per sostenere la tesi della particolare ferocia di Trump, dunque può essere trattato da vittima. Al solito, ai sinceri democratici la democrazia va bene soltanto se al comando ci sono loro.
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(Guardia di Finanza)
Lo stupefacente era suddiviso in 101 panetti, del peso di circa un chilo ognuno, custoditi all’interno di tre borsoni occultati all’interno della cabina del mezzo, con targa croata, che formalmente si dirigeva verso la Croazia, trasportando materiali edilizi.
Il controllo ha avuto una dinamica particolare poiché i finanzieri inizialmente avevano semplicemente intimato l’alt al camion, avendo notato che aveva un fanale fuori uso. Tuttavia l’autista non si fermava e, approfittando dell’intenso traffico di mezzi pesanti, continuava la marcia. I militari decidevano allora di seguire il mezzo e, dopo averlo fermato, insospettiti dal comportamento nervoso del conducente, procedevano ad effettuare l’ispezione della cabina rinvenendo i tre borsoni, all’interno dei quali erano stivati i 101 panetti di cocaina purissima. Le attività di controllo sono state svolte anche con le unità cinofile in forza al Reparto.
Sono in corso accertamenti per determinare l’effettiva destinazione della sostanza stupefacente rinvenuta che, una volta tagliata ed immessa sul mercato, avrebbe fruttato alle organizzazioni criminali un introito pari a circa 20 milioni di euro.
Il camion, intestato ad una società croata, era condotto da un autista di origine serba che è stato arrestato in flagranza di reato per detenzione, trasporto e traffico aggravato dall’ingente quantità di sostanze stupefacenti ed è stato portato nella casa circondariale di Gorizia, a disposizione dell’Autorità Giudiziaria.
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Ansa
Intermediari coinvolti nei contatti avrebbero insistito sulla capacità di Rodriguez di assicurare stabilità e continuità operativa in un settore strategico. «La seguo da molto tempo, so bene chi è e come lavora», ha spiegato un alto funzionario statunitense citato dal quotidiano newyorkese. «Non è la risposta definitiva a tutti i problemi del Paese, ma è una persona con cui riteniamo possibile un rapporto più professionale rispetto al passato», ha aggiunto, con un riferimento diretto a Maduro che, alla fine di dicembre, aveva respinto un ultimatum della Casa Bianca che gli proponeva di lasciare il potere in cambio di un esilio in Turchia. In ogni caso Donald Trump ieri è stato molto netto sulle prossime mosse del Venezuela: «Se Delcy Rodriguez non fa quello che è giusto, pagherà un prezzo molto alto, probabilmente più alto di quello di Maduro. La ricostruzione e il cambio di regime in Venezuela, come volete chiamarli, sono meglio di quello che c’è adesso. Non potrebbe andare peggio».
Altri problemi però possono arrivare dal ministro della Difesa venezuelano Vladimir Padrino Lopez, che prima, dopo la decisione della Corte suprema, ha riconosciuto la guida della Rodriguez e ha invitato la popolazione a riprendere le normali attività nel Paese, e poi ha accusato gli Stati Uniti di aver ucciso «a sangue freddo» uomini della scorta di Nicolás Maduro durante il blitz. In un videomessaggio affiancato dai vertici militari, Padrino Lopez ha chiesto il «rilascio immediato» di Maduro, definito «l’unico leader costituzionale del Paese», e ha denunciato quella che ha chiamato l’«ambizione colonialista» di Washington, invitando la comunità internazionale a vigilare su quella che ha descritto come una minaccia alla sovranità non solo del Venezuela ma di altri Paesi.
All’indomani dell’operazione militare che ha portato alla cattura e alla rimozione di Maduro, il segretario di Stato Marco Rubio ha chiarito che Delcy Rodríguez non è da considerarsi la legittima presidente del Venezuela, poiché Washington non riconosce l’attuale assetto di potere. Poi ha chiarito la linea: gli Stati Uniti sono pronti a collaborare con chi resterà nel Paese, a patto che venga compiuta «la scelta giusta». Intervenendo a Face the Nation della Cbs, Rubio ha spiegato che ogni valutazione dipenderà dai comportamenti dei nuovi interlocutori: «Non siamo in guerra contro il Venezuela e giudicheremo in base a ciò che faranno». E ha avvertito che, in caso contrario, Washington manterrà «numerose leve di pressione» su Caracas. Intervenendo sui network americani, il segretario di Stato ha definito premature eventuali elezioni a breve in Venezuela e ha indicato come priorità la rottura dei legami con Iran e Hezbollah. Rubio ha escluso che Caracas possa diventare una piattaforma operativa per potenze e gruppi ostili agli Stati Uniti, sottolineando che non è accettabile che le maggiori riserve petrolifere mondiali restino sotto il controllo di avversari di Washington.
Con il passare delle ore è emerso che l’Operation Absolute Resolve, scattata sabato scorso, è stata pianificata per mesi in una base segreta in Florida, dove sono stati ricostruiti nei minimi dettagli gli interni della dimora presidenziale in modo da evitare sorprese. Poi poche ore prima del blitz un attacco cyber ha messo offline gli apparati di sicurezza venezuelani che sono rimasti praticamente al buio durante gli attacchi aerei. Sul fronte giudiziario, Nicolás Maduro potrebbe comparire già domani davanti al tribunale federale di New York con accuse pesantissime: narcoterrorismo, traffico di droga e altri reati federali. Secondo Newsweek, l’impianto accusatorio sarebbe più solido di quanto l’opinione pubblica abbia finora percepito. L’atto d’accusa sostitutivo diffuso nel fine settimana amplia quello del 2020, ricostruendo in dettaglio rotte della droga, canali logistici e legami con grandi cartelli, oltre all’uso della rete diplomatica venezuelana per agevolare traffici di stupefacenti e denaro. Centrale potrebbe risultare la collaborazione di Hugo Armando Carvajal Barrios, ex capo dell’intelligence militare, oggi detenuto negli Stati Uniti e in attesa di condanna, una tempistica che secondo l’ex procuratore federale Elie Honig spesso segnala un accordo con l’accusa. Sul fronte tecnologico, è stato reso noto che Starlink garantirà connettività gratuita in Venezuela fino al 3 febbraio, per contrastare blackout e censura digitale, tratti distintivi del regime di Nicolás Maduro, il quale ora rischia di essere condannato a più ergastoli.
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iStock
È una partita che stanno giocando solo le potenze pienamente sovrane che dispongono di spada e moneta. Le famose relazioni internazionali hanno una regola fondamentale: pacta sunt servanda, il che significa che, al di là dei processi di ratifica (upgrade del diritto europeo, per esempio), è l’equilibrio raggiunto tra le potenze che ne determina l’osservanza, e non la «potenza» della norma. Era per paura che il mondo scoppiasse che, durante la Guerra fredda, America e Urss non si sovrastarono vicendevolmente. Caduto il Muro, l’America credette che la Storia avesse esaurito la propria spinta e lei avesse vinto. Invece la Storia è tornata e sta facendo l’appello delle grandi potenze. Quel 9 novembre 1989 non illuse solo l’America, ma illuse anche la vecchia Europa, che innescò - per paura della riunificazione delle due Germanie - l’unificazione per via monetaria. Una moneta per fare l’Europa politica, per tenere tutti compatti. Una moneta e tanta retorica: via i confini, via le sovranità nazionali, via gli interessi nazionali e i popoli... Fintanto che, fuori dall’Europa, un nuovo ingranaggio veniva impiantato - altro errore di prospettiva americano - nel grande gioco: la Cina nel Wto. Non solo, anche la Russia tornava a ripensarsi potenza e lo faceva usando la leva delle armi nucleari e della grande disponibilità energetica, le cui infrastrutture con Putin ridiventavano dello Stato, ribaltando i «guai» di Eltsin. Così, mentre l’Europa allargava le maglie del mercato energetico, liberalizzandolo secondo i dettami del neoliberismo, la Russia nazionalizzava, si sfregava le mani e si presentava come il più conveniente e suadente alleato energetico.
Un anno e mezzo fa scrissi un libro - Maledetta Europa - per analizzare che cosa sarebbe successo e, senza particolari doti di veggenza, lessi i fatti per come si presentavano, senza farmi fregare dalla retorica europeista. Che invece prosegue ancor oggi il suo incantesimo manipolatorio. E se sono qui a scrivere sulla Verità è perché un altro gruppo di realisti, ben orchestrato dal direttore/editore Maurizio Belpietro, pensa che vada fatta la tara a questa Ue. Pochi giorni fa Ernesto Galli della Loggia sul Corriere scriveva: «Il problema vero dell’Unione europea alla fine è uno solo: che i suoi cittadini non si sentono europei. E naturalmente un organismo politico fondato sul consenso ma verso il quale i suoi membri non sentono alcun sentimento di appartenenza, non consiste realmente in nulla. Nel senso che non riuscirà mai ad attingere il grado di sovranità necessario a prendere quelle decisioni davvero cruciali che riguardano la pace e la guerra, cioè la vita e la morte dei suoi cittadini: cioè le decisioni che attestano per l’appunto l’esistenza di un autentico attore politico. I cittadini dell’Unione sanno bene che cosa vuol dire essere spagnoli, danesi o polacchi. Lo hanno appreso da secoli di storia. […] L’Unione sembra venire dal nulla, non avere alcun passato, manca perfino di una Costituzione che spieghi ai suoi cittadini i valori su cui si fonda, che cosa sia e voglia essere, a chi essi devono obbedire. L’Unione europea insomma manca di un’identità». Benvenuto.
Manca il popolo sovrano perché i «registi» della Ue scelsero l’euro come sineddoche dell’Europa, senza un battesimo popolare attraverso un referendum popolare. Unione europea è ciò che oggi intendiamo per Europa, ed è un errore politico enorme, gigantesco. Un errore così grande che è bene smontarlo: l’Europa ci sta fregando e in un tempo in cui sono tornate a comandare le grandi potenze - Usa, Cina e Russia - ci fregherà sempre di più. Che senso ha restare imbambolati nell’ingannevole pendolo che ipnotizza a non mollare e a spingere per più Europa? L’Europa non può giocare la partita perché è fuori dalla Storia per gli errori di presunzione commessi ex tunc. L’America «pensa» il Venezuela (e forse domani la Groenlandia) allo stesso modo in cui la Russia «pensa» il Donbass e la Cina «pensa» Taiwan. Se l’accordo prevede questa spartizione, l’Europa non ha alcun peso per cambiare tale meccanica. Ha perso perché ha scelto una moneta prima dell’identità, la burocrazia invece di un referendum. Per questo, si rompano i patti dell’Unione e li si riconvertano nella vecchia e migliore formula della Cee, con Stati sovrani alleati ma non vincolati a un morto che cammina.
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