True
2021-08-25
Schiaffo di Biden agli alleati: «Via dal Paese il 31 agosto». Ma si tiene pronto un piano B
Joe Biden (Getty Images)
Sembra passato un secolo dallo scorso giugno, quando -durante il G7 tenutosi in Cornovaglia- Joe Biden aveva cercato un ricompattamento con gli alleati storici. Era infatti un presidente americano in forte difficoltà quello che ha partecipato ieri al summit straordinario del G7 dedicato alla crisi afghana e a cui hanno preso parte anche il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, oltre al segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg.
Presieduta dal premier britannico Boris Johnson, la riunione virtuale ha registrato una netta spaccatura tra Biden e gli altri leader: l'inquilino della Casa Bianca ha infatti stabilito di voler ritirare definitivamente le proprie truppe dall'Afghanistan entro la deadline ufficiale del 31 agosto. Una posizione che non può non aver irritato gli altri leader, i quali - a partire dallo stesso Johnson - avevano fatto pressioni nei giorni scorsi sul presidente degli Stati Uniti, per convincerlo a una proroga e favorire in tal modo la sicurezza delle operazioni di evacuazione. Del resto, che Biden si stesse orientando in senso contrario all'estensione della deadline era emerso già nelle ore immediatamente precedenti alla conclusione del summit di ieri. Non solo i talebani avevano infatti lanciato nuove minacce, ma lo stesso portavoce del Pentagono, John Kirby, aveva laconicamente annunciato che non ci fosse «alcun cambiamento nella tabella di marcia della missione».
Ora, è pur vero che, secondo quanto riferito dalla Cnn, il presidente statunitense ha chiesto alla sua squadra di preparare piani, in caso il termine ultimo non dovesse essere rispettato a causa di qualche imprevisto. Ma è comunque abbastanza chiaro che una simile situazione contribuirà adesso a un ulteriore deterioramento delle già turbolente relazioni transatlantiche, incrementando le fratture presenti nel blocco del G7. Senza poi dimenticare le grane interne allo stesso panorama politico americano: ieri vari parlamentari democratici e repubblicani hanno criticato il presidente per la sua mancata proroga del ritiro. Del resto, nel comunicato finale del summit non si fa riferimento specifico alla questione della deadline, ma ci si limita a impegni piuttosto vaghi. «La nostra immediata priorità», vi si legge, «è assicurare l'evacuazione sicura dei nostri cittadini e di quei cittadini afghani che hanno collaborato con noi e assistito i nostri sforzi negli scorsi vent'anni». Più nel dettaglio, sia Johnson che il presidente del Consiglio, Mario Draghi, hanno invocato ieri la possibilità di un transito sicuro anche dopo la data del 31 agosto. Una posizione che dovrà tuttavia fare i conti con l'ostilità talebana: sempre ieri i «barbuti» hanno d'altronde comunicato di non gradire le partenze degli afghani dal Paese.
Un'altra questione affrontata dal summit è stata poi quella del riconoscimento del nuovo regime di Kabul: un punto, questo, rispetto a cui i leader hanno assunto una posizione fondamentalmente attendista. «Ribadiamo», recita il comunicato finale, «che i talebani devono essere ritenuti responsabili delle loro azioni nell'arginare il terrorismo, sui diritti umani (soprattutto delle donne, delle ragazze e delle minoranze) e nel perseguire una soluzione politica inclusiva in Afghanistan. La legittimità di ogni futuro governo dipende dall'approccio che esso ora adotta per mantenere i propri obblighi internazionali e i propri impegni per garantire un Afghanistan stabile». Insomma, il riconoscimento del nuovo regime dovrebbe avvenire solamente sub condicione.
In tutto questo, si registrano due ulteriori aspetti interessanti emersi da questo G7. Innanzitutto i leader hanno invocato l'intervento delle Nazioni Unite per coordinare la gestione della crisi umanitaria afghana. In tal senso, durante il summit, Draghi ha dichiarato che «l'Italia reindirizzerà le risorse che erano destinate alle forze militari afghane verso gli aiuti umanitari», esortando i suoi colleghi a fare altrettanto. In secondo luogo, nella nota si fa esplicito riferimento al formato del G20 tra gli strumenti considerati necessari per occuparsi di quanto sta accadendo nel Paese. Questo elemento rafforza evidentemente la linea di Draghi, il quale punta a organizzare proprio un G20 straordinario il mese prossimo, volto a stabilizzare la regione e ad affrontare un'eventuale ondata di migranti diretta verso l'Europa Occidentale. Del resto, proprio durante il summit di ieri, il nostro premier ha posto la questione migratoria. «Saremo in grado di avere un approccio coordinato e comune? Finora, sia a livello europeo, sia internazionale, non si è stati in grado di farlo. Dobbiamo compiere sforzi enormi su questo», ha dichiarato, auspicando anche un impegno comune nella lotta al terrorismo. È quindi anche in quest'ottica che, in sede di G20, Draghi sembrerebbe puntare a un ampio coinvolgimento di attori internazionali. D'altronde, proprio gli scogli in cui è rimasto incagliato il G7 di ieri aumenteranno prevedibilmente la centralità di un G20 in cui - è assai probabile - saranno la Cina, la Russia e (almeno in parte) la Turchia a svolgere un ruolo decisivo, mentre Biden rischia di ritrovarsi seriamente isolato. Un Biden salutato un tempo da una certa fanfara mediatica come grande amico dell'Europa. Quell'Europa a cui invece ieri a voltato freddamente le spalle.
I talebani tentano di impedire l’esodo
Ieri pomeriggio, mezz'ora prima dell'inizio dei colloqui del G7 sull'Afghanistan, il portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid, ha tenuto una conferenza stampa per rispondere ai media internazionali e alle preoccupazioni di molti governi sulle violenze degli ultimi giorni nella città afghane. «Non inseguiamo nessuno, non diamo la caccia a nessuno, non ci sono stati incidenti in nessuna parte del Paese non abbiamo nessuna lista», ha sostenuto. «Noi vogliamo portare pace e sicurezza nel nostro Paese».
Sottolineando, in modo che suonasse come un ultimatum, che la scadenza del 31 agosto per il ritiro definitivo delle truppe americane «è un piano degli Stati Uniti che hanno previsto loro», ha aggiunto che i talebani non permetteranno più ai cittadini afghani di raggiungere l'aeroporto di Kabul: le persone dovrebbero tornare a casa, ha spiegato Mujahid. «Abbiamo chiesto agli americani di non incoraggiare gli afghani a andarsene. Abbiamo bisogno delle loro competenze», ha affermato. Tradotto: niente ritorsioni nei confronti di coloro che hanno collaborato con «le forze d'invasione».
Le procedure di evacuazione sono la priorità numero uno dei Paesi occidentali, molti dei quali hanno il timore di non riuscire a far partire tutti quelli che intendono farlo entro il 31 agosto. Il ministro della Difesa britannico, Ben Wallace, ha avvertito che i talebani potrebbero usare la forza per chiudere l'aeroporto di Kabul qualora gli Stati Uniti e i loro alleati tentino di allungare la scadenza del 31 agosto.
Di questo avrebbero parlato lunedì a Kabul il direttore della Cia, William Burns, e il leader dei talebani, il mullah Abdul Ghani Baradar. A rivelare quello che, se confermato, sarebbe l'incontro più importante tra i talebani e l'amministrazione Biden dalla caduta di Kabul nelle mani degli insorti, è stato il Washington Post.
Allo scalo della capitale afghana, ha spiegato il portavoce Mujahid che ha negato l'incontro che sembra aprire le porte a possibili colloqui tra le parti, l'Emirato «sta cercando di controllare la situazione». «La strada verso l'aeroporto è stata chiusa, gli afghani non possono più andare lì, possono farlo gli stranieri». Poi l'accusa agli Stati Uniti: «Abbiamo impedito ai cittadini afghani di recarsi lì perché c'è pericolo di perdere la vita a causa della calca, e gli americani stanno facendo qualcosa di diverso, quando c'è la calca sparano, e la gente muore. Sparano alla gente. Noi vogliamo che gli afghani siano al sicuro da questo».
Parole che sembrano pensate sia per rassicurare (o minacciare?) la popolazione sia per continuare a mostrare in pubblico un volto più moderato rispetto alla generazione precedente che fondò l'Emirato islamico dell'Afghanistan nel 1996 sotto la guida del mullah Mohammad Omar.
Nella lunga conferenza stampa, l'esponente dei talebani ha anche ribadito che le donne afghane non possono andare a lavoro. Per ora, ha spiegato. «In questo momento» vietarglielo «è per il loro bene, al momento, per impedire maltrattamenti», ha proseguito sottolineando che non hanno perso il posto di lavoro e che i loro salari vengono pagati. Poi una frase sibillina che dovrebbe gettare nel panico metà del mondo femminista occidentale: «Le forze di sicurezza al momento non sono operative e non sono addestrate nell'affrontare la donna, nel parlare con le donne e in questo momento dobbiamo fermare le donne finché non ci sarà una piena sicurezza per loro. Quando ci sarà un sistema appropriato, potranno tornare a lavoro e quindi riprenderanno lo stipendio. Ma al momento devono restare a casa». Che cosa significa non è chiaro. Non lo è neppure quando questo regime finirà.
Tra i temi affrontati da Mujahid che anche quello che ha definito «un piccolo problema», in Panshir, dove si sta rafforzando la resistenza guidata da Aḥmad Massud. «Stiamo cercando di risolverlo, ne stiamo parlando», ha assicurato il portavoce dei talebani. «La nostra politica è di finire la guerra in questo Paese. La guerra è conclusa, non vogliamo nessun tipo di guerra o battaglia in Afghanistan, questa è la nostra politica. Noi cerchiamo di parlare alla popolazione del Panshir, cerchiamo di incontrarli e risolvere il problema. Ci stiamo provando in tutti i modi». Tradotto: dopo aver fatto circolare le voci di una possibile resa di Massud, i talebani hanno realizzato che la sua resistenza è reale. Dunque, serve fare appello alla popolazione. «Per l'80% la situazione è sotto controllo e vi possiamo rassicurare: i fratelli che sono lì li abbracciamo, chiediamo di tornare a Kabul e convivere con noi. Non abbiate paura, abbiamo obiettivi comuni», ha aggiunto tentando così di mostrare nuovamente il volto «buono» dei talebani.
Sempre sulla linea fintamente «moderata», al Newsweek, Abdul Qahar Balkhi, membro della Commissione culturale dei talebani (sic) ha detto: «Crediamo che il mondo abbia un'opportunità unica di riavvicinamento e di incontro per affrontare le sfide non solo di fronte a noi, ma all'intera umanità e queste sfide che vanno dalla sicurezza mondiale al cambiamento climatico richiedono gli sforzi collettivi di tutti, e non può essere raggiunto se escludiamo o ignoriamo un intero popolo».
Continua a leggereRiduci
Malgrado le pressioni europee, il leader Usa non cambia idea sulla deadline Draghi: «Le risorse per le forze afgane andranno verso gli aiuti umanitari».«In aeroporto solo gli stranieri. Donne al lavoro? Per ora no, ma è per proteggerle» Incontro tra Cia e capo dei Talebani. Che si dicono contro i mutamenti climatici.Lo speciale contiene due articoli.Sembra passato un secolo dallo scorso giugno, quando -durante il G7 tenutosi in Cornovaglia- Joe Biden aveva cercato un ricompattamento con gli alleati storici. Era infatti un presidente americano in forte difficoltà quello che ha partecipato ieri al summit straordinario del G7 dedicato alla crisi afghana e a cui hanno preso parte anche il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, oltre al segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg. Presieduta dal premier britannico Boris Johnson, la riunione virtuale ha registrato una netta spaccatura tra Biden e gli altri leader: l'inquilino della Casa Bianca ha infatti stabilito di voler ritirare definitivamente le proprie truppe dall'Afghanistan entro la deadline ufficiale del 31 agosto. Una posizione che non può non aver irritato gli altri leader, i quali - a partire dallo stesso Johnson - avevano fatto pressioni nei giorni scorsi sul presidente degli Stati Uniti, per convincerlo a una proroga e favorire in tal modo la sicurezza delle operazioni di evacuazione. Del resto, che Biden si stesse orientando in senso contrario all'estensione della deadline era emerso già nelle ore immediatamente precedenti alla conclusione del summit di ieri. Non solo i talebani avevano infatti lanciato nuove minacce, ma lo stesso portavoce del Pentagono, John Kirby, aveva laconicamente annunciato che non ci fosse «alcun cambiamento nella tabella di marcia della missione». Ora, è pur vero che, secondo quanto riferito dalla Cnn, il presidente statunitense ha chiesto alla sua squadra di preparare piani, in caso il termine ultimo non dovesse essere rispettato a causa di qualche imprevisto. Ma è comunque abbastanza chiaro che una simile situazione contribuirà adesso a un ulteriore deterioramento delle già turbolente relazioni transatlantiche, incrementando le fratture presenti nel blocco del G7. Senza poi dimenticare le grane interne allo stesso panorama politico americano: ieri vari parlamentari democratici e repubblicani hanno criticato il presidente per la sua mancata proroga del ritiro. Del resto, nel comunicato finale del summit non si fa riferimento specifico alla questione della deadline, ma ci si limita a impegni piuttosto vaghi. «La nostra immediata priorità», vi si legge, «è assicurare l'evacuazione sicura dei nostri cittadini e di quei cittadini afghani che hanno collaborato con noi e assistito i nostri sforzi negli scorsi vent'anni». Più nel dettaglio, sia Johnson che il presidente del Consiglio, Mario Draghi, hanno invocato ieri la possibilità di un transito sicuro anche dopo la data del 31 agosto. Una posizione che dovrà tuttavia fare i conti con l'ostilità talebana: sempre ieri i «barbuti» hanno d'altronde comunicato di non gradire le partenze degli afghani dal Paese. Un'altra questione affrontata dal summit è stata poi quella del riconoscimento del nuovo regime di Kabul: un punto, questo, rispetto a cui i leader hanno assunto una posizione fondamentalmente attendista. «Ribadiamo», recita il comunicato finale, «che i talebani devono essere ritenuti responsabili delle loro azioni nell'arginare il terrorismo, sui diritti umani (soprattutto delle donne, delle ragazze e delle minoranze) e nel perseguire una soluzione politica inclusiva in Afghanistan. La legittimità di ogni futuro governo dipende dall'approccio che esso ora adotta per mantenere i propri obblighi internazionali e i propri impegni per garantire un Afghanistan stabile». Insomma, il riconoscimento del nuovo regime dovrebbe avvenire solamente sub condicione. In tutto questo, si registrano due ulteriori aspetti interessanti emersi da questo G7. Innanzitutto i leader hanno invocato l'intervento delle Nazioni Unite per coordinare la gestione della crisi umanitaria afghana. In tal senso, durante il summit, Draghi ha dichiarato che «l'Italia reindirizzerà le risorse che erano destinate alle forze militari afghane verso gli aiuti umanitari», esortando i suoi colleghi a fare altrettanto. In secondo luogo, nella nota si fa esplicito riferimento al formato del G20 tra gli strumenti considerati necessari per occuparsi di quanto sta accadendo nel Paese. Questo elemento rafforza evidentemente la linea di Draghi, il quale punta a organizzare proprio un G20 straordinario il mese prossimo, volto a stabilizzare la regione e ad affrontare un'eventuale ondata di migranti diretta verso l'Europa Occidentale. Del resto, proprio durante il summit di ieri, il nostro premier ha posto la questione migratoria. «Saremo in grado di avere un approccio coordinato e comune? Finora, sia a livello europeo, sia internazionale, non si è stati in grado di farlo. Dobbiamo compiere sforzi enormi su questo», ha dichiarato, auspicando anche un impegno comune nella lotta al terrorismo. È quindi anche in quest'ottica che, in sede di G20, Draghi sembrerebbe puntare a un ampio coinvolgimento di attori internazionali. D'altronde, proprio gli scogli in cui è rimasto incagliato il G7 di ieri aumenteranno prevedibilmente la centralità di un G20 in cui - è assai probabile - saranno la Cina, la Russia e (almeno in parte) la Turchia a svolgere un ruolo decisivo, mentre Biden rischia di ritrovarsi seriamente isolato. Un Biden salutato un tempo da una certa fanfara mediatica come grande amico dell'Europa. Quell'Europa a cui invece ieri a voltato freddamente le spalle. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-afghanistan-talebani-2654785235.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-talebani-tentano-di-impedire-lesodo" data-post-id="2654785235" data-published-at="1629887890" data-use-pagination="False"> I talebani tentano di impedire l’esodo Ieri pomeriggio, mezz'ora prima dell'inizio dei colloqui del G7 sull'Afghanistan, il portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid, ha tenuto una conferenza stampa per rispondere ai media internazionali e alle preoccupazioni di molti governi sulle violenze degli ultimi giorni nella città afghane. «Non inseguiamo nessuno, non diamo la caccia a nessuno, non ci sono stati incidenti in nessuna parte del Paese non abbiamo nessuna lista», ha sostenuto. «Noi vogliamo portare pace e sicurezza nel nostro Paese». Sottolineando, in modo che suonasse come un ultimatum, che la scadenza del 31 agosto per il ritiro definitivo delle truppe americane «è un piano degli Stati Uniti che hanno previsto loro», ha aggiunto che i talebani non permetteranno più ai cittadini afghani di raggiungere l'aeroporto di Kabul: le persone dovrebbero tornare a casa, ha spiegato Mujahid. «Abbiamo chiesto agli americani di non incoraggiare gli afghani a andarsene. Abbiamo bisogno delle loro competenze», ha affermato. Tradotto: niente ritorsioni nei confronti di coloro che hanno collaborato con «le forze d'invasione». Le procedure di evacuazione sono la priorità numero uno dei Paesi occidentali, molti dei quali hanno il timore di non riuscire a far partire tutti quelli che intendono farlo entro il 31 agosto. Il ministro della Difesa britannico, Ben Wallace, ha avvertito che i talebani potrebbero usare la forza per chiudere l'aeroporto di Kabul qualora gli Stati Uniti e i loro alleati tentino di allungare la scadenza del 31 agosto. Di questo avrebbero parlato lunedì a Kabul il direttore della Cia, William Burns, e il leader dei talebani, il mullah Abdul Ghani Baradar. A rivelare quello che, se confermato, sarebbe l'incontro più importante tra i talebani e l'amministrazione Biden dalla caduta di Kabul nelle mani degli insorti, è stato il Washington Post. Allo scalo della capitale afghana, ha spiegato il portavoce Mujahid che ha negato l'incontro che sembra aprire le porte a possibili colloqui tra le parti, l'Emirato «sta cercando di controllare la situazione». «La strada verso l'aeroporto è stata chiusa, gli afghani non possono più andare lì, possono farlo gli stranieri». Poi l'accusa agli Stati Uniti: «Abbiamo impedito ai cittadini afghani di recarsi lì perché c'è pericolo di perdere la vita a causa della calca, e gli americani stanno facendo qualcosa di diverso, quando c'è la calca sparano, e la gente muore. Sparano alla gente. Noi vogliamo che gli afghani siano al sicuro da questo». Parole che sembrano pensate sia per rassicurare (o minacciare?) la popolazione sia per continuare a mostrare in pubblico un volto più moderato rispetto alla generazione precedente che fondò l'Emirato islamico dell'Afghanistan nel 1996 sotto la guida del mullah Mohammad Omar. Nella lunga conferenza stampa, l'esponente dei talebani ha anche ribadito che le donne afghane non possono andare a lavoro. Per ora, ha spiegato. «In questo momento» vietarglielo «è per il loro bene, al momento, per impedire maltrattamenti», ha proseguito sottolineando che non hanno perso il posto di lavoro e che i loro salari vengono pagati. Poi una frase sibillina che dovrebbe gettare nel panico metà del mondo femminista occidentale: «Le forze di sicurezza al momento non sono operative e non sono addestrate nell'affrontare la donna, nel parlare con le donne e in questo momento dobbiamo fermare le donne finché non ci sarà una piena sicurezza per loro. Quando ci sarà un sistema appropriato, potranno tornare a lavoro e quindi riprenderanno lo stipendio. Ma al momento devono restare a casa». Che cosa significa non è chiaro. Non lo è neppure quando questo regime finirà. Tra i temi affrontati da Mujahid che anche quello che ha definito «un piccolo problema», in Panshir, dove si sta rafforzando la resistenza guidata da Aḥmad Massud. «Stiamo cercando di risolverlo, ne stiamo parlando», ha assicurato il portavoce dei talebani. «La nostra politica è di finire la guerra in questo Paese. La guerra è conclusa, non vogliamo nessun tipo di guerra o battaglia in Afghanistan, questa è la nostra politica. Noi cerchiamo di parlare alla popolazione del Panshir, cerchiamo di incontrarli e risolvere il problema. Ci stiamo provando in tutti i modi». Tradotto: dopo aver fatto circolare le voci di una possibile resa di Massud, i talebani hanno realizzato che la sua resistenza è reale. Dunque, serve fare appello alla popolazione. «Per l'80% la situazione è sotto controllo e vi possiamo rassicurare: i fratelli che sono lì li abbracciamo, chiediamo di tornare a Kabul e convivere con noi. Non abbiate paura, abbiamo obiettivi comuni», ha aggiunto tentando così di mostrare nuovamente il volto «buono» dei talebani. Sempre sulla linea fintamente «moderata», al Newsweek, Abdul Qahar Balkhi, membro della Commissione culturale dei talebani (sic) ha detto: «Crediamo che il mondo abbia un'opportunità unica di riavvicinamento e di incontro per affrontare le sfide non solo di fronte a noi, ma all'intera umanità e queste sfide che vanno dalla sicurezza mondiale al cambiamento climatico richiedono gli sforzi collettivi di tutti, e non può essere raggiunto se escludiamo o ignoriamo un intero popolo».
Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.
Giuseppe Conte (Ansa)
Se perfino sul quotidiano di Confindustria si arriva a leggere che «il Pnrr sembra non mantenere del tutto le promesse ambiziose della vigilia in termini di impatto macroeconomico», significa che le cose non stanno andando come, troppo ottimisticamente, previsto. Si tratta di un complesso esercizio di stima eseguito dall’Ifel (istituto di ricerca che fa capo all’Anci) che mette a confronto la crescita cumulata del Pil pro capite registrata tra 2021 e 2026, con quella che si sarebbe registrata in un ipotetico scenario senza Pnrr.
Il risultato è una modesta differenza di 2,2 punti percentuali. Per intenderci, se la crescita cumulata del Pil pro capite è stata di circa il 17%, senza il Pnrr si sarebbe fermata al 14,8%.
Solo un modesto 13% della crescita cumulata del periodo viene spiegata dal Pnrr.
Quel +2,2 è, sua volta, la media ponderata tra +1,5 punti del Centro-Nord e +3,26 punti del Sud; divario che è generato quasi del tutto dal settore delle costruzioni e che si spiega con la quota del 40% della spesa riservata al Mezzogiorno e con una maggiore reattività allo stimolo fiscale di territori che partivano da livelli di investimenti e di occupazione molto più bassi.
Questi dati rilevati a livello pro capite diventano ancora più preoccupanti se esaminati tenendo conto della dinamica demografica che, nello stesso periodo, ha mostrato anche una lieve contrazione (-0,5%). Infatti mettono ancora più in dubbio le mirabolanti stime di crescita complessiva reale del Pil, secondo il Mef pari, in ipotesi di alta efficienza della spesa, a 3,7 punti, mentre l’Upb si era fermato a 2,9 punti. Ora siamo invece a 2,2 punti, ma di Pil pro capite, che però beneficiano di una dinamica demografica lievemente negativa. Quindi la crescita aggiuntiva complessiva si è spalmata su una popolazione in lieve calo ed aumenta anche per questo motivo. A livello totale ciò equivale a una crescita aggiuntiva cumulata lievemente inferiore al 2,2 stimato. Siamo anni luce lontani dal 3,7 o dal 2,9 delle previsioni, che peraltro concentrano quasi metà della crescita aggiuntiva proprio nel 2026, ipotesi che lascia molti dubbi.
Dando per buona la stima di 2 punti aggiuntivi di Pil assoluto, stiamo parlando di circa 50 miliardi in 5 anni, a fronte di una spesa che a marzo era ancora ferma a 117 miliardi (141 con i miliardi dati in dotazione a veicoli di spesa speciali). Un rapporto costi/benefici modesto, che però merita alcune precisazioni.
Innanzitutto bisogna distinguere tra somme incassate da Bruxelles (153,2 miliardi fino all’ottava rata, con la nona in arrivo a breve) e quelle effettivamente spese (117). La differenza è andata semplicemente a ridurre il fabbisogno statale e quindi il ricorso al mercato da parte del Mef. Da qui l’accusa, rivolta alla Spagna, ma che varrebbe anche per l’Italia, di aver finanziato le pensioni con il Pnrr. Sia pure transitoriamente, è esattamente così. Perché con il NextGenEU – che paga con il raggiungimento di obiettivi e traguardi e non con la rendicontazione di spese eseguite - si è parzialmente persa la tracciabilità del denaro ricevuto da Bruxelles e il collegamento con le spese effettivamente eseguite. Un aspetto censurato sia dalla Corte dei Conti spagnola che da quella UE ben descritto dalla dichiarazione del Commissario Ue Raffaele Fitto, riportata da Politico.Eu: «Sebbene il pagamento delle pensioni e altre forme di spesa corrente non siano ammissibili ai fondi NextGenEU o ai fondi per la ripresa e la resilienza (RRF), gli Stati membri potrebbero temporaneamente utilizzare parte della liquidità derivante dagli esborsi RRF per coprire altre spese di bilancio».
Inoltre, investimenti per circa 55 miliardi erano già a bilancio e quindi il Pnrr è solo intervenuto come strumento di finanziamento alternativo ai Btp, con impatto nullo sulla crescita.
Come avrebbe detto Vujadin Boskov, «aumento di Pil è solo quando spesa viene eseguita», e non prima, quando Bruxelles paga. Di conseguenza è ragionevole ipotizzare che una parte non secondaria di quei 117 miliardi non abbiano ancora generato acquisti di beni e servizi, e quindi Pil, da parte degli innumerevoli centri di spesa (statali e locali) verso cui sono affluiti i soldi incassati dal Mef per ciascuna rata e siano tuttora incagliati tra stati di avanzamento, ritardi nei cronoprogrammi e collaudi delle opere commissionate.
Un fenomeno che peraltro non riguarda solo l’Italia, perché non è un caso che la settimana scorsa il Financial Times abbia puntato un faro proprio sulle basse percentuali di utilizzo dei fondi dell’RRF da parte degli Stati membri. Dopo ben 5 anni, siano ancora di poco oltre il 50%, con 310 miliardi su 577 e Spagna e Polonia (gli altri due grandi beneficiari) molto indietro rispetto al 57% dell’Italia.
L’incapacità della Ue di reagire efficacemente alle crisi è dimostrata per tabulas.
Continua a leggereRiduci
Il generale Khalifa Haftar (Ansa)
Dalla Cirenaica sono arrivati due ex diplomatici e un giurista che ha ricoperto la carica di ministro della Giustizia nel governo di Stabilità Nazionale (GSN) del primo ministro Osama Hammad. Il GSN ha un riconoscimento internazionale piuttosto limitato e a oggi soltanto la Russia, che qui ha dislocato una compagnia di mercenari dell’Africa Corps, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno aperto una sede diplomatica. La Francia ha una rappresentanza commerciale per tenere aperto un canale di comunicazione anche con la Cirenaica. Dalla Tripolitania sono invece arrivati in Tunisia il ministro della Comunicazione Walid Al-Lafi, un diplomatico e due uomini d’affari compreso Mustafa Al-Manea, presidente del consiglio d’amministrazione della Libyan Investment Authority che gestisce le entrate petrolifere della Libia occidentale. Il premier Abdul Hamid Dbeibeh ha pubblicamente elogiato questi meeting che hanno visto il primo appuntamento a Roma, sotto l’ala del governo di Giorgia Meloni. Il principale artefice di questo tavolo di trattative rimangono però le Nazioni Unite che, attraverso l’operazione politica speciale UNSMIL (Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia), lavorano da tempo per una riconciliazione nazionale.
La Libia, dopo il fallimento delle Primavere arabe, non ha più trovato né pace, né stabilità ed oggi rimane una nazione divisa ed insicura per i suoi cittadini. A Tripoli amministra il Governo di Unità Nazionale (GNU), guidato da Dbeibeh, che oltre ad aver esaurito il suo mandato da tempo, fatica a mantenere il controllo della capitale e della zona costiera. Il GNU è ostaggio delle milizie che sono padrone della Tripolitania ed hanno in mano tutte le leve del potere. Metà del gabinetto ministeriale è composta da comandanti di milizie e lo stesso Dbiebeh fa difendere i quartieri governativi da un gruppo paramilitare a lui fedele. La suddivisione del potere è complicata e quando il Premier ha provato con la forza ad imporre le decisioni governative sono scoppiate battaglie nelle strade della capitale. La Brigata 444 di Misurata, corpo d’elite del GNU, ha ucciso un comandante ribelle attirandolo in un’imboscata insieme ai suoi ufficiali, per riprendere il controllo dei quartieri meridionali di Tripoli. Quando però Dbeibeh aveva lanciato le sue milizie contro il gruppo Rada, che gestisce l’aeroporto internazionale di Mitiga, i cosiddetti governativi erano stati sonoramente sconfitti, lasciando i miliziani del salafita Abdel Raouf Kara a gestire una delle principali via di ingresso nel Paese arabo.
Alla fine dell’incontro i partecipanti si sono detti molto soddisfatti dei passi in avanti, ma non ci sono date per votare e la road-map che dovrebbe portare alla riunificazione non è neanche stata messa sul tavolo. I rappresentanti del Palazzo di Vetro spingono perché il Governo di Stabilità Nazionale di Tobuch rinunci alla sua sovranità, in cambio di una forte autonomia, ma in realtà quasi il 70% del territorio libico è nella loro mani. Per essere precisi nella mani del Feldmaresciallo di Libia Khalifa Haftar, un potentissimo signore della guerra che comanda l’Esercito Nazionale Libico, una forza militare che risponde direttamente a lui ed al suo clan. La famiglia Haftar ha infatti occupato tutti i posti chiave del governo di Tobruch, gestendo anche molti traffici illeciti. A metà giugno si terrà un nuovo incontro in una sede ancora da definire e dovrebbe essere eletto un consiglio per la Commissione Elettorale nazionale per provare a votare una serie di elezioni locali in tutta la Libia. Il percorso di riunificazione appare invece ancora molto lontano, nonostante il lavoro dell’Italia che sta lavorando da tempo con entrambi i governi cercando un riavvicinamento per ricostruire una nazione fondamentale per gli equilibri del Nord Africa.
Continua a leggereRiduci
Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Il ministro Giancarlo Giorgetti sa bene che forzare la situazione con uno strappo, rischia di essere male accolto dai mercati ai quali puntualmente il Tesoro si rivolge per piazzare i titoli del debito pubblico. In sostanza il governo non può permettersi un aumento dello spread. «Stiamo lavorando, è una cosa complessa, credo che non ci siano pregiudizi. C’è la consapevolezza della situazione eccezionale, dopo di che ci sono varie modalità, varie possibilità per arrivare al risultato, le stiamo esplorando tutte», ha detto con chiarezza il ministro Giorgetti a Parigi per il G7 Finanza. Cioè sul tavolo della trattativa con la Commissione Ue non c’è solo la deroga al Patto di stabilità. Giorgetti sta cercando anche di coinvolgere Francia e Germania e durante il vertice a Parigi ha avuto colloqui con i ministri dei due Paesi, il francese Roland Lescure e il tedesco Lars Klingbeil. «Tutti sono preoccupati, ma lo sono a modo loro, perché ognuno ha situazioni differenti», è quanto riportato da Giorgetti dopo i colloqui. Ed è normale giacché la Francia veleggia oltre il 5% del deficit, la Germania pur avendo superato il 3% del deficit ha un debito molto basso. Quindi su questi due Paesi la crisi energetica, causata della guerra in Iran, ha un impatto circostanziato. Diversa la situazione per l’Italia che, ha ricordato il ministro, «ha il problema del debito ereditato molto elevato e c’è il rischio concreto di rialzare i tassi di interesse». Il che impone «molta prudenza nel muoverci e nel decidere». Poi ha sottolineato che «il doppio choc a cui siamo stati sottoposti come economia italiana, prima alla crisi energetica ucraina e ora alla crisi energetica del Medio Oriente, è un unicum probabilmente in tutta Europa insieme alla Germania».
Da parte della Commissione pare che ci sia una certa disponibilità a trovare una soluzione. «Continuiamo a seguire attentamente la situazione e a valutare quale tipo di risposta richieda e richiederà. Ed è in questo spirito che stiamo anche esaminando la richiesta dell’Italia», ha detto il vicepresidente della Commissione, il falco Valdis Dombrovskis, al termine del G7. Il consiglio è di «adottare misure temporanee e mirate per sostenere l’economia che non aumentino la domanda di combustibili fossili», ha aggiunto. «Il problema è che stiamo affrontando uno choc dal lato dell’offerta. Pertanto se molti Paesi sostengono la domanda finiamo per mantenere alti i prezzi dell’energia e spendere molti soldi con benefici limitati. Ecco perché dobbiamo davvero riflettere attentamente su come organizzare la risposta politica».
Intanto l’agenzia Standard & Poor’s lancia l’ennesimo allarme sul rischio recessione per l’Europa con un rallentamento dell’economia e un aumento dell’inflazione.
Mentre si discute sul Patto di stabilità, il governo deve affrontare il problema del rinnovo del taglio delle accise sui carburanti. Il tema sarà sul tavolo del Consiglio dei ministri di venerdì prossimo. La misura attualmente in vigore, prevede uno sconto di 24,4 centesimi al litro sul diesel e di 6,1 centesimi sulla benzina. La proroga però va rifinanziata e al momento, non è possibile utilizzare l’extragettito Iva legato all’aumento dei prezzi dei carburanti. Le risorse maturate a maggio saranno infatti disponibili solo dalla seconda metà di giugno. Secondo alcune stime, senza un nuovo intervento il prezzo della benzina potrebbe tornare vicino ai 2 euro al litro, mentre il diesel volerebbe oltre 2,20 euro. Sul tema è intervenuto anche il vicepremier e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini confermando gli aiuti per il costo del carburante. Nello stesso giorno è previsto a Palazzo Chigi un confronto con le associazioni dell’autotrasporto, dopo la proclamazione dello sciopero del settore dal 25 al 29 maggio.
Intanto l’aula del Senato ha approvato la mozione di maggioranza sul tema dei riflessi economici connessi alla sicurezza energetica. La giornata è stata segnata dal «giallo» del testo, che dedicava ampio spazio alla critica rispetto agli «obiettivi irrealistici» dell’aumento fino al 5% del Pil delle spese Nato e impegnava il Governo a promuovere «una revisione degli obiettivi più ambiziosi (come il 5%) alla luce della situazione economica e delle priorità nazionali, includendo nel computo anche gli investimenti per la sicurezza energetica e le infrastrutture critiche, al fine di garantire una difesa collettiva efficace senza compromettere la sostenibilità dei conti pubblici».
Passaggi scomparsi dal testo definitivo. «Quella parte non doveva neanche entrare nelle mozione, non è lo strumento giusto per discutere delle spese Nato», ha spiegato uno dei capigruppo. Ma dall’opposizione Giuseppe Conte arringa: «Governo a pezzi, ha perso la bussola».
Continua a leggereRiduci