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2021-08-25
Schiaffo di Biden agli alleati: «Via dal Paese il 31 agosto». Ma si tiene pronto un piano B
Joe Biden (Getty Images)
Sembra passato un secolo dallo scorso giugno, quando -durante il G7 tenutosi in Cornovaglia- Joe Biden aveva cercato un ricompattamento con gli alleati storici. Era infatti un presidente americano in forte difficoltà quello che ha partecipato ieri al summit straordinario del G7 dedicato alla crisi afghana e a cui hanno preso parte anche il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, oltre al segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg.
Presieduta dal premier britannico Boris Johnson, la riunione virtuale ha registrato una netta spaccatura tra Biden e gli altri leader: l'inquilino della Casa Bianca ha infatti stabilito di voler ritirare definitivamente le proprie truppe dall'Afghanistan entro la deadline ufficiale del 31 agosto. Una posizione che non può non aver irritato gli altri leader, i quali - a partire dallo stesso Johnson - avevano fatto pressioni nei giorni scorsi sul presidente degli Stati Uniti, per convincerlo a una proroga e favorire in tal modo la sicurezza delle operazioni di evacuazione. Del resto, che Biden si stesse orientando in senso contrario all'estensione della deadline era emerso già nelle ore immediatamente precedenti alla conclusione del summit di ieri. Non solo i talebani avevano infatti lanciato nuove minacce, ma lo stesso portavoce del Pentagono, John Kirby, aveva laconicamente annunciato che non ci fosse «alcun cambiamento nella tabella di marcia della missione».
Ora, è pur vero che, secondo quanto riferito dalla Cnn, il presidente statunitense ha chiesto alla sua squadra di preparare piani, in caso il termine ultimo non dovesse essere rispettato a causa di qualche imprevisto. Ma è comunque abbastanza chiaro che una simile situazione contribuirà adesso a un ulteriore deterioramento delle già turbolente relazioni transatlantiche, incrementando le fratture presenti nel blocco del G7. Senza poi dimenticare le grane interne allo stesso panorama politico americano: ieri vari parlamentari democratici e repubblicani hanno criticato il presidente per la sua mancata proroga del ritiro. Del resto, nel comunicato finale del summit non si fa riferimento specifico alla questione della deadline, ma ci si limita a impegni piuttosto vaghi. «La nostra immediata priorità», vi si legge, «è assicurare l'evacuazione sicura dei nostri cittadini e di quei cittadini afghani che hanno collaborato con noi e assistito i nostri sforzi negli scorsi vent'anni». Più nel dettaglio, sia Johnson che il presidente del Consiglio, Mario Draghi, hanno invocato ieri la possibilità di un transito sicuro anche dopo la data del 31 agosto. Una posizione che dovrà tuttavia fare i conti con l'ostilità talebana: sempre ieri i «barbuti» hanno d'altronde comunicato di non gradire le partenze degli afghani dal Paese.
Un'altra questione affrontata dal summit è stata poi quella del riconoscimento del nuovo regime di Kabul: un punto, questo, rispetto a cui i leader hanno assunto una posizione fondamentalmente attendista. «Ribadiamo», recita il comunicato finale, «che i talebani devono essere ritenuti responsabili delle loro azioni nell'arginare il terrorismo, sui diritti umani (soprattutto delle donne, delle ragazze e delle minoranze) e nel perseguire una soluzione politica inclusiva in Afghanistan. La legittimità di ogni futuro governo dipende dall'approccio che esso ora adotta per mantenere i propri obblighi internazionali e i propri impegni per garantire un Afghanistan stabile». Insomma, il riconoscimento del nuovo regime dovrebbe avvenire solamente sub condicione.
In tutto questo, si registrano due ulteriori aspetti interessanti emersi da questo G7. Innanzitutto i leader hanno invocato l'intervento delle Nazioni Unite per coordinare la gestione della crisi umanitaria afghana. In tal senso, durante il summit, Draghi ha dichiarato che «l'Italia reindirizzerà le risorse che erano destinate alle forze militari afghane verso gli aiuti umanitari», esortando i suoi colleghi a fare altrettanto. In secondo luogo, nella nota si fa esplicito riferimento al formato del G20 tra gli strumenti considerati necessari per occuparsi di quanto sta accadendo nel Paese. Questo elemento rafforza evidentemente la linea di Draghi, il quale punta a organizzare proprio un G20 straordinario il mese prossimo, volto a stabilizzare la regione e ad affrontare un'eventuale ondata di migranti diretta verso l'Europa Occidentale. Del resto, proprio durante il summit di ieri, il nostro premier ha posto la questione migratoria. «Saremo in grado di avere un approccio coordinato e comune? Finora, sia a livello europeo, sia internazionale, non si è stati in grado di farlo. Dobbiamo compiere sforzi enormi su questo», ha dichiarato, auspicando anche un impegno comune nella lotta al terrorismo. È quindi anche in quest'ottica che, in sede di G20, Draghi sembrerebbe puntare a un ampio coinvolgimento di attori internazionali. D'altronde, proprio gli scogli in cui è rimasto incagliato il G7 di ieri aumenteranno prevedibilmente la centralità di un G20 in cui - è assai probabile - saranno la Cina, la Russia e (almeno in parte) la Turchia a svolgere un ruolo decisivo, mentre Biden rischia di ritrovarsi seriamente isolato. Un Biden salutato un tempo da una certa fanfara mediatica come grande amico dell'Europa. Quell'Europa a cui invece ieri a voltato freddamente le spalle.
I talebani tentano di impedire l’esodo
Ieri pomeriggio, mezz'ora prima dell'inizio dei colloqui del G7 sull'Afghanistan, il portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid, ha tenuto una conferenza stampa per rispondere ai media internazionali e alle preoccupazioni di molti governi sulle violenze degli ultimi giorni nella città afghane. «Non inseguiamo nessuno, non diamo la caccia a nessuno, non ci sono stati incidenti in nessuna parte del Paese non abbiamo nessuna lista», ha sostenuto. «Noi vogliamo portare pace e sicurezza nel nostro Paese».
Sottolineando, in modo che suonasse come un ultimatum, che la scadenza del 31 agosto per il ritiro definitivo delle truppe americane «è un piano degli Stati Uniti che hanno previsto loro», ha aggiunto che i talebani non permetteranno più ai cittadini afghani di raggiungere l'aeroporto di Kabul: le persone dovrebbero tornare a casa, ha spiegato Mujahid. «Abbiamo chiesto agli americani di non incoraggiare gli afghani a andarsene. Abbiamo bisogno delle loro competenze», ha affermato. Tradotto: niente ritorsioni nei confronti di coloro che hanno collaborato con «le forze d'invasione».
Le procedure di evacuazione sono la priorità numero uno dei Paesi occidentali, molti dei quali hanno il timore di non riuscire a far partire tutti quelli che intendono farlo entro il 31 agosto. Il ministro della Difesa britannico, Ben Wallace, ha avvertito che i talebani potrebbero usare la forza per chiudere l'aeroporto di Kabul qualora gli Stati Uniti e i loro alleati tentino di allungare la scadenza del 31 agosto.
Di questo avrebbero parlato lunedì a Kabul il direttore della Cia, William Burns, e il leader dei talebani, il mullah Abdul Ghani Baradar. A rivelare quello che, se confermato, sarebbe l'incontro più importante tra i talebani e l'amministrazione Biden dalla caduta di Kabul nelle mani degli insorti, è stato il Washington Post.
Allo scalo della capitale afghana, ha spiegato il portavoce Mujahid che ha negato l'incontro che sembra aprire le porte a possibili colloqui tra le parti, l'Emirato «sta cercando di controllare la situazione». «La strada verso l'aeroporto è stata chiusa, gli afghani non possono più andare lì, possono farlo gli stranieri». Poi l'accusa agli Stati Uniti: «Abbiamo impedito ai cittadini afghani di recarsi lì perché c'è pericolo di perdere la vita a causa della calca, e gli americani stanno facendo qualcosa di diverso, quando c'è la calca sparano, e la gente muore. Sparano alla gente. Noi vogliamo che gli afghani siano al sicuro da questo».
Parole che sembrano pensate sia per rassicurare (o minacciare?) la popolazione sia per continuare a mostrare in pubblico un volto più moderato rispetto alla generazione precedente che fondò l'Emirato islamico dell'Afghanistan nel 1996 sotto la guida del mullah Mohammad Omar.
Nella lunga conferenza stampa, l'esponente dei talebani ha anche ribadito che le donne afghane non possono andare a lavoro. Per ora, ha spiegato. «In questo momento» vietarglielo «è per il loro bene, al momento, per impedire maltrattamenti», ha proseguito sottolineando che non hanno perso il posto di lavoro e che i loro salari vengono pagati. Poi una frase sibillina che dovrebbe gettare nel panico metà del mondo femminista occidentale: «Le forze di sicurezza al momento non sono operative e non sono addestrate nell'affrontare la donna, nel parlare con le donne e in questo momento dobbiamo fermare le donne finché non ci sarà una piena sicurezza per loro. Quando ci sarà un sistema appropriato, potranno tornare a lavoro e quindi riprenderanno lo stipendio. Ma al momento devono restare a casa». Che cosa significa non è chiaro. Non lo è neppure quando questo regime finirà.
Tra i temi affrontati da Mujahid che anche quello che ha definito «un piccolo problema», in Panshir, dove si sta rafforzando la resistenza guidata da Aḥmad Massud. «Stiamo cercando di risolverlo, ne stiamo parlando», ha assicurato il portavoce dei talebani. «La nostra politica è di finire la guerra in questo Paese. La guerra è conclusa, non vogliamo nessun tipo di guerra o battaglia in Afghanistan, questa è la nostra politica. Noi cerchiamo di parlare alla popolazione del Panshir, cerchiamo di incontrarli e risolvere il problema. Ci stiamo provando in tutti i modi». Tradotto: dopo aver fatto circolare le voci di una possibile resa di Massud, i talebani hanno realizzato che la sua resistenza è reale. Dunque, serve fare appello alla popolazione. «Per l'80% la situazione è sotto controllo e vi possiamo rassicurare: i fratelli che sono lì li abbracciamo, chiediamo di tornare a Kabul e convivere con noi. Non abbiate paura, abbiamo obiettivi comuni», ha aggiunto tentando così di mostrare nuovamente il volto «buono» dei talebani.
Sempre sulla linea fintamente «moderata», al Newsweek, Abdul Qahar Balkhi, membro della Commissione culturale dei talebani (sic) ha detto: «Crediamo che il mondo abbia un'opportunità unica di riavvicinamento e di incontro per affrontare le sfide non solo di fronte a noi, ma all'intera umanità e queste sfide che vanno dalla sicurezza mondiale al cambiamento climatico richiedono gli sforzi collettivi di tutti, e non può essere raggiunto se escludiamo o ignoriamo un intero popolo».
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Malgrado le pressioni europee, il leader Usa non cambia idea sulla deadline Draghi: «Le risorse per le forze afgane andranno verso gli aiuti umanitari».«In aeroporto solo gli stranieri. Donne al lavoro? Per ora no, ma è per proteggerle» Incontro tra Cia e capo dei Talebani. Che si dicono contro i mutamenti climatici.Lo speciale contiene due articoli.Sembra passato un secolo dallo scorso giugno, quando -durante il G7 tenutosi in Cornovaglia- Joe Biden aveva cercato un ricompattamento con gli alleati storici. Era infatti un presidente americano in forte difficoltà quello che ha partecipato ieri al summit straordinario del G7 dedicato alla crisi afghana e a cui hanno preso parte anche il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, oltre al segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg. Presieduta dal premier britannico Boris Johnson, la riunione virtuale ha registrato una netta spaccatura tra Biden e gli altri leader: l'inquilino della Casa Bianca ha infatti stabilito di voler ritirare definitivamente le proprie truppe dall'Afghanistan entro la deadline ufficiale del 31 agosto. Una posizione che non può non aver irritato gli altri leader, i quali - a partire dallo stesso Johnson - avevano fatto pressioni nei giorni scorsi sul presidente degli Stati Uniti, per convincerlo a una proroga e favorire in tal modo la sicurezza delle operazioni di evacuazione. Del resto, che Biden si stesse orientando in senso contrario all'estensione della deadline era emerso già nelle ore immediatamente precedenti alla conclusione del summit di ieri. Non solo i talebani avevano infatti lanciato nuove minacce, ma lo stesso portavoce del Pentagono, John Kirby, aveva laconicamente annunciato che non ci fosse «alcun cambiamento nella tabella di marcia della missione». Ora, è pur vero che, secondo quanto riferito dalla Cnn, il presidente statunitense ha chiesto alla sua squadra di preparare piani, in caso il termine ultimo non dovesse essere rispettato a causa di qualche imprevisto. Ma è comunque abbastanza chiaro che una simile situazione contribuirà adesso a un ulteriore deterioramento delle già turbolente relazioni transatlantiche, incrementando le fratture presenti nel blocco del G7. Senza poi dimenticare le grane interne allo stesso panorama politico americano: ieri vari parlamentari democratici e repubblicani hanno criticato il presidente per la sua mancata proroga del ritiro. Del resto, nel comunicato finale del summit non si fa riferimento specifico alla questione della deadline, ma ci si limita a impegni piuttosto vaghi. «La nostra immediata priorità», vi si legge, «è assicurare l'evacuazione sicura dei nostri cittadini e di quei cittadini afghani che hanno collaborato con noi e assistito i nostri sforzi negli scorsi vent'anni». Più nel dettaglio, sia Johnson che il presidente del Consiglio, Mario Draghi, hanno invocato ieri la possibilità di un transito sicuro anche dopo la data del 31 agosto. Una posizione che dovrà tuttavia fare i conti con l'ostilità talebana: sempre ieri i «barbuti» hanno d'altronde comunicato di non gradire le partenze degli afghani dal Paese. Un'altra questione affrontata dal summit è stata poi quella del riconoscimento del nuovo regime di Kabul: un punto, questo, rispetto a cui i leader hanno assunto una posizione fondamentalmente attendista. «Ribadiamo», recita il comunicato finale, «che i talebani devono essere ritenuti responsabili delle loro azioni nell'arginare il terrorismo, sui diritti umani (soprattutto delle donne, delle ragazze e delle minoranze) e nel perseguire una soluzione politica inclusiva in Afghanistan. La legittimità di ogni futuro governo dipende dall'approccio che esso ora adotta per mantenere i propri obblighi internazionali e i propri impegni per garantire un Afghanistan stabile». Insomma, il riconoscimento del nuovo regime dovrebbe avvenire solamente sub condicione. In tutto questo, si registrano due ulteriori aspetti interessanti emersi da questo G7. Innanzitutto i leader hanno invocato l'intervento delle Nazioni Unite per coordinare la gestione della crisi umanitaria afghana. In tal senso, durante il summit, Draghi ha dichiarato che «l'Italia reindirizzerà le risorse che erano destinate alle forze militari afghane verso gli aiuti umanitari», esortando i suoi colleghi a fare altrettanto. In secondo luogo, nella nota si fa esplicito riferimento al formato del G20 tra gli strumenti considerati necessari per occuparsi di quanto sta accadendo nel Paese. Questo elemento rafforza evidentemente la linea di Draghi, il quale punta a organizzare proprio un G20 straordinario il mese prossimo, volto a stabilizzare la regione e ad affrontare un'eventuale ondata di migranti diretta verso l'Europa Occidentale. Del resto, proprio durante il summit di ieri, il nostro premier ha posto la questione migratoria. «Saremo in grado di avere un approccio coordinato e comune? Finora, sia a livello europeo, sia internazionale, non si è stati in grado di farlo. Dobbiamo compiere sforzi enormi su questo», ha dichiarato, auspicando anche un impegno comune nella lotta al terrorismo. È quindi anche in quest'ottica che, in sede di G20, Draghi sembrerebbe puntare a un ampio coinvolgimento di attori internazionali. D'altronde, proprio gli scogli in cui è rimasto incagliato il G7 di ieri aumenteranno prevedibilmente la centralità di un G20 in cui - è assai probabile - saranno la Cina, la Russia e (almeno in parte) la Turchia a svolgere un ruolo decisivo, mentre Biden rischia di ritrovarsi seriamente isolato. Un Biden salutato un tempo da una certa fanfara mediatica come grande amico dell'Europa. Quell'Europa a cui invece ieri a voltato freddamente le spalle. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-afghanistan-talebani-2654785235.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-talebani-tentano-di-impedire-lesodo" data-post-id="2654785235" data-published-at="1629887890" data-use-pagination="False"> I talebani tentano di impedire l’esodo Ieri pomeriggio, mezz'ora prima dell'inizio dei colloqui del G7 sull'Afghanistan, il portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid, ha tenuto una conferenza stampa per rispondere ai media internazionali e alle preoccupazioni di molti governi sulle violenze degli ultimi giorni nella città afghane. «Non inseguiamo nessuno, non diamo la caccia a nessuno, non ci sono stati incidenti in nessuna parte del Paese non abbiamo nessuna lista», ha sostenuto. «Noi vogliamo portare pace e sicurezza nel nostro Paese». Sottolineando, in modo che suonasse come un ultimatum, che la scadenza del 31 agosto per il ritiro definitivo delle truppe americane «è un piano degli Stati Uniti che hanno previsto loro», ha aggiunto che i talebani non permetteranno più ai cittadini afghani di raggiungere l'aeroporto di Kabul: le persone dovrebbero tornare a casa, ha spiegato Mujahid. «Abbiamo chiesto agli americani di non incoraggiare gli afghani a andarsene. Abbiamo bisogno delle loro competenze», ha affermato. Tradotto: niente ritorsioni nei confronti di coloro che hanno collaborato con «le forze d'invasione». Le procedure di evacuazione sono la priorità numero uno dei Paesi occidentali, molti dei quali hanno il timore di non riuscire a far partire tutti quelli che intendono farlo entro il 31 agosto. Il ministro della Difesa britannico, Ben Wallace, ha avvertito che i talebani potrebbero usare la forza per chiudere l'aeroporto di Kabul qualora gli Stati Uniti e i loro alleati tentino di allungare la scadenza del 31 agosto. Di questo avrebbero parlato lunedì a Kabul il direttore della Cia, William Burns, e il leader dei talebani, il mullah Abdul Ghani Baradar. A rivelare quello che, se confermato, sarebbe l'incontro più importante tra i talebani e l'amministrazione Biden dalla caduta di Kabul nelle mani degli insorti, è stato il Washington Post. Allo scalo della capitale afghana, ha spiegato il portavoce Mujahid che ha negato l'incontro che sembra aprire le porte a possibili colloqui tra le parti, l'Emirato «sta cercando di controllare la situazione». «La strada verso l'aeroporto è stata chiusa, gli afghani non possono più andare lì, possono farlo gli stranieri». Poi l'accusa agli Stati Uniti: «Abbiamo impedito ai cittadini afghani di recarsi lì perché c'è pericolo di perdere la vita a causa della calca, e gli americani stanno facendo qualcosa di diverso, quando c'è la calca sparano, e la gente muore. Sparano alla gente. Noi vogliamo che gli afghani siano al sicuro da questo». Parole che sembrano pensate sia per rassicurare (o minacciare?) la popolazione sia per continuare a mostrare in pubblico un volto più moderato rispetto alla generazione precedente che fondò l'Emirato islamico dell'Afghanistan nel 1996 sotto la guida del mullah Mohammad Omar. Nella lunga conferenza stampa, l'esponente dei talebani ha anche ribadito che le donne afghane non possono andare a lavoro. Per ora, ha spiegato. «In questo momento» vietarglielo «è per il loro bene, al momento, per impedire maltrattamenti», ha proseguito sottolineando che non hanno perso il posto di lavoro e che i loro salari vengono pagati. Poi una frase sibillina che dovrebbe gettare nel panico metà del mondo femminista occidentale: «Le forze di sicurezza al momento non sono operative e non sono addestrate nell'affrontare la donna, nel parlare con le donne e in questo momento dobbiamo fermare le donne finché non ci sarà una piena sicurezza per loro. Quando ci sarà un sistema appropriato, potranno tornare a lavoro e quindi riprenderanno lo stipendio. Ma al momento devono restare a casa». Che cosa significa non è chiaro. Non lo è neppure quando questo regime finirà. Tra i temi affrontati da Mujahid che anche quello che ha definito «un piccolo problema», in Panshir, dove si sta rafforzando la resistenza guidata da Aḥmad Massud. «Stiamo cercando di risolverlo, ne stiamo parlando», ha assicurato il portavoce dei talebani. «La nostra politica è di finire la guerra in questo Paese. La guerra è conclusa, non vogliamo nessun tipo di guerra o battaglia in Afghanistan, questa è la nostra politica. Noi cerchiamo di parlare alla popolazione del Panshir, cerchiamo di incontrarli e risolvere il problema. Ci stiamo provando in tutti i modi». Tradotto: dopo aver fatto circolare le voci di una possibile resa di Massud, i talebani hanno realizzato che la sua resistenza è reale. Dunque, serve fare appello alla popolazione. «Per l'80% la situazione è sotto controllo e vi possiamo rassicurare: i fratelli che sono lì li abbracciamo, chiediamo di tornare a Kabul e convivere con noi. Non abbiate paura, abbiamo obiettivi comuni», ha aggiunto tentando così di mostrare nuovamente il volto «buono» dei talebani. Sempre sulla linea fintamente «moderata», al Newsweek, Abdul Qahar Balkhi, membro della Commissione culturale dei talebani (sic) ha detto: «Crediamo che il mondo abbia un'opportunità unica di riavvicinamento e di incontro per affrontare le sfide non solo di fronte a noi, ma all'intera umanità e queste sfide che vanno dalla sicurezza mondiale al cambiamento climatico richiedono gli sforzi collettivi di tutti, e non può essere raggiunto se escludiamo o ignoriamo un intero popolo».
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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