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2021-08-25
Schiaffo di Biden agli alleati: «Via dal Paese il 31 agosto». Ma si tiene pronto un piano B
Joe Biden (Getty Images)
Sembra passato un secolo dallo scorso giugno, quando -durante il G7 tenutosi in Cornovaglia- Joe Biden aveva cercato un ricompattamento con gli alleati storici. Era infatti un presidente americano in forte difficoltà quello che ha partecipato ieri al summit straordinario del G7 dedicato alla crisi afghana e a cui hanno preso parte anche il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, oltre al segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg.
Presieduta dal premier britannico Boris Johnson, la riunione virtuale ha registrato una netta spaccatura tra Biden e gli altri leader: l'inquilino della Casa Bianca ha infatti stabilito di voler ritirare definitivamente le proprie truppe dall'Afghanistan entro la deadline ufficiale del 31 agosto. Una posizione che non può non aver irritato gli altri leader, i quali - a partire dallo stesso Johnson - avevano fatto pressioni nei giorni scorsi sul presidente degli Stati Uniti, per convincerlo a una proroga e favorire in tal modo la sicurezza delle operazioni di evacuazione. Del resto, che Biden si stesse orientando in senso contrario all'estensione della deadline era emerso già nelle ore immediatamente precedenti alla conclusione del summit di ieri. Non solo i talebani avevano infatti lanciato nuove minacce, ma lo stesso portavoce del Pentagono, John Kirby, aveva laconicamente annunciato che non ci fosse «alcun cambiamento nella tabella di marcia della missione».
Ora, è pur vero che, secondo quanto riferito dalla Cnn, il presidente statunitense ha chiesto alla sua squadra di preparare piani, in caso il termine ultimo non dovesse essere rispettato a causa di qualche imprevisto. Ma è comunque abbastanza chiaro che una simile situazione contribuirà adesso a un ulteriore deterioramento delle già turbolente relazioni transatlantiche, incrementando le fratture presenti nel blocco del G7. Senza poi dimenticare le grane interne allo stesso panorama politico americano: ieri vari parlamentari democratici e repubblicani hanno criticato il presidente per la sua mancata proroga del ritiro. Del resto, nel comunicato finale del summit non si fa riferimento specifico alla questione della deadline, ma ci si limita a impegni piuttosto vaghi. «La nostra immediata priorità», vi si legge, «è assicurare l'evacuazione sicura dei nostri cittadini e di quei cittadini afghani che hanno collaborato con noi e assistito i nostri sforzi negli scorsi vent'anni». Più nel dettaglio, sia Johnson che il presidente del Consiglio, Mario Draghi, hanno invocato ieri la possibilità di un transito sicuro anche dopo la data del 31 agosto. Una posizione che dovrà tuttavia fare i conti con l'ostilità talebana: sempre ieri i «barbuti» hanno d'altronde comunicato di non gradire le partenze degli afghani dal Paese.
Un'altra questione affrontata dal summit è stata poi quella del riconoscimento del nuovo regime di Kabul: un punto, questo, rispetto a cui i leader hanno assunto una posizione fondamentalmente attendista. «Ribadiamo», recita il comunicato finale, «che i talebani devono essere ritenuti responsabili delle loro azioni nell'arginare il terrorismo, sui diritti umani (soprattutto delle donne, delle ragazze e delle minoranze) e nel perseguire una soluzione politica inclusiva in Afghanistan. La legittimità di ogni futuro governo dipende dall'approccio che esso ora adotta per mantenere i propri obblighi internazionali e i propri impegni per garantire un Afghanistan stabile». Insomma, il riconoscimento del nuovo regime dovrebbe avvenire solamente sub condicione.
In tutto questo, si registrano due ulteriori aspetti interessanti emersi da questo G7. Innanzitutto i leader hanno invocato l'intervento delle Nazioni Unite per coordinare la gestione della crisi umanitaria afghana. In tal senso, durante il summit, Draghi ha dichiarato che «l'Italia reindirizzerà le risorse che erano destinate alle forze militari afghane verso gli aiuti umanitari», esortando i suoi colleghi a fare altrettanto. In secondo luogo, nella nota si fa esplicito riferimento al formato del G20 tra gli strumenti considerati necessari per occuparsi di quanto sta accadendo nel Paese. Questo elemento rafforza evidentemente la linea di Draghi, il quale punta a organizzare proprio un G20 straordinario il mese prossimo, volto a stabilizzare la regione e ad affrontare un'eventuale ondata di migranti diretta verso l'Europa Occidentale. Del resto, proprio durante il summit di ieri, il nostro premier ha posto la questione migratoria. «Saremo in grado di avere un approccio coordinato e comune? Finora, sia a livello europeo, sia internazionale, non si è stati in grado di farlo. Dobbiamo compiere sforzi enormi su questo», ha dichiarato, auspicando anche un impegno comune nella lotta al terrorismo. È quindi anche in quest'ottica che, in sede di G20, Draghi sembrerebbe puntare a un ampio coinvolgimento di attori internazionali. D'altronde, proprio gli scogli in cui è rimasto incagliato il G7 di ieri aumenteranno prevedibilmente la centralità di un G20 in cui - è assai probabile - saranno la Cina, la Russia e (almeno in parte) la Turchia a svolgere un ruolo decisivo, mentre Biden rischia di ritrovarsi seriamente isolato. Un Biden salutato un tempo da una certa fanfara mediatica come grande amico dell'Europa. Quell'Europa a cui invece ieri a voltato freddamente le spalle.
I talebani tentano di impedire l’esodo
Ieri pomeriggio, mezz'ora prima dell'inizio dei colloqui del G7 sull'Afghanistan, il portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid, ha tenuto una conferenza stampa per rispondere ai media internazionali e alle preoccupazioni di molti governi sulle violenze degli ultimi giorni nella città afghane. «Non inseguiamo nessuno, non diamo la caccia a nessuno, non ci sono stati incidenti in nessuna parte del Paese non abbiamo nessuna lista», ha sostenuto. «Noi vogliamo portare pace e sicurezza nel nostro Paese».
Sottolineando, in modo che suonasse come un ultimatum, che la scadenza del 31 agosto per il ritiro definitivo delle truppe americane «è un piano degli Stati Uniti che hanno previsto loro», ha aggiunto che i talebani non permetteranno più ai cittadini afghani di raggiungere l'aeroporto di Kabul: le persone dovrebbero tornare a casa, ha spiegato Mujahid. «Abbiamo chiesto agli americani di non incoraggiare gli afghani a andarsene. Abbiamo bisogno delle loro competenze», ha affermato. Tradotto: niente ritorsioni nei confronti di coloro che hanno collaborato con «le forze d'invasione».
Le procedure di evacuazione sono la priorità numero uno dei Paesi occidentali, molti dei quali hanno il timore di non riuscire a far partire tutti quelli che intendono farlo entro il 31 agosto. Il ministro della Difesa britannico, Ben Wallace, ha avvertito che i talebani potrebbero usare la forza per chiudere l'aeroporto di Kabul qualora gli Stati Uniti e i loro alleati tentino di allungare la scadenza del 31 agosto.
Di questo avrebbero parlato lunedì a Kabul il direttore della Cia, William Burns, e il leader dei talebani, il mullah Abdul Ghani Baradar. A rivelare quello che, se confermato, sarebbe l'incontro più importante tra i talebani e l'amministrazione Biden dalla caduta di Kabul nelle mani degli insorti, è stato il Washington Post.
Allo scalo della capitale afghana, ha spiegato il portavoce Mujahid che ha negato l'incontro che sembra aprire le porte a possibili colloqui tra le parti, l'Emirato «sta cercando di controllare la situazione». «La strada verso l'aeroporto è stata chiusa, gli afghani non possono più andare lì, possono farlo gli stranieri». Poi l'accusa agli Stati Uniti: «Abbiamo impedito ai cittadini afghani di recarsi lì perché c'è pericolo di perdere la vita a causa della calca, e gli americani stanno facendo qualcosa di diverso, quando c'è la calca sparano, e la gente muore. Sparano alla gente. Noi vogliamo che gli afghani siano al sicuro da questo».
Parole che sembrano pensate sia per rassicurare (o minacciare?) la popolazione sia per continuare a mostrare in pubblico un volto più moderato rispetto alla generazione precedente che fondò l'Emirato islamico dell'Afghanistan nel 1996 sotto la guida del mullah Mohammad Omar.
Nella lunga conferenza stampa, l'esponente dei talebani ha anche ribadito che le donne afghane non possono andare a lavoro. Per ora, ha spiegato. «In questo momento» vietarglielo «è per il loro bene, al momento, per impedire maltrattamenti», ha proseguito sottolineando che non hanno perso il posto di lavoro e che i loro salari vengono pagati. Poi una frase sibillina che dovrebbe gettare nel panico metà del mondo femminista occidentale: «Le forze di sicurezza al momento non sono operative e non sono addestrate nell'affrontare la donna, nel parlare con le donne e in questo momento dobbiamo fermare le donne finché non ci sarà una piena sicurezza per loro. Quando ci sarà un sistema appropriato, potranno tornare a lavoro e quindi riprenderanno lo stipendio. Ma al momento devono restare a casa». Che cosa significa non è chiaro. Non lo è neppure quando questo regime finirà.
Tra i temi affrontati da Mujahid che anche quello che ha definito «un piccolo problema», in Panshir, dove si sta rafforzando la resistenza guidata da Aḥmad Massud. «Stiamo cercando di risolverlo, ne stiamo parlando», ha assicurato il portavoce dei talebani. «La nostra politica è di finire la guerra in questo Paese. La guerra è conclusa, non vogliamo nessun tipo di guerra o battaglia in Afghanistan, questa è la nostra politica. Noi cerchiamo di parlare alla popolazione del Panshir, cerchiamo di incontrarli e risolvere il problema. Ci stiamo provando in tutti i modi». Tradotto: dopo aver fatto circolare le voci di una possibile resa di Massud, i talebani hanno realizzato che la sua resistenza è reale. Dunque, serve fare appello alla popolazione. «Per l'80% la situazione è sotto controllo e vi possiamo rassicurare: i fratelli che sono lì li abbracciamo, chiediamo di tornare a Kabul e convivere con noi. Non abbiate paura, abbiamo obiettivi comuni», ha aggiunto tentando così di mostrare nuovamente il volto «buono» dei talebani.
Sempre sulla linea fintamente «moderata», al Newsweek, Abdul Qahar Balkhi, membro della Commissione culturale dei talebani (sic) ha detto: «Crediamo che il mondo abbia un'opportunità unica di riavvicinamento e di incontro per affrontare le sfide non solo di fronte a noi, ma all'intera umanità e queste sfide che vanno dalla sicurezza mondiale al cambiamento climatico richiedono gli sforzi collettivi di tutti, e non può essere raggiunto se escludiamo o ignoriamo un intero popolo».
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Malgrado le pressioni europee, il leader Usa non cambia idea sulla deadline Draghi: «Le risorse per le forze afgane andranno verso gli aiuti umanitari».«In aeroporto solo gli stranieri. Donne al lavoro? Per ora no, ma è per proteggerle» Incontro tra Cia e capo dei Talebani. Che si dicono contro i mutamenti climatici.Lo speciale contiene due articoli.Sembra passato un secolo dallo scorso giugno, quando -durante il G7 tenutosi in Cornovaglia- Joe Biden aveva cercato un ricompattamento con gli alleati storici. Era infatti un presidente americano in forte difficoltà quello che ha partecipato ieri al summit straordinario del G7 dedicato alla crisi afghana e a cui hanno preso parte anche il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, oltre al segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg. Presieduta dal premier britannico Boris Johnson, la riunione virtuale ha registrato una netta spaccatura tra Biden e gli altri leader: l'inquilino della Casa Bianca ha infatti stabilito di voler ritirare definitivamente le proprie truppe dall'Afghanistan entro la deadline ufficiale del 31 agosto. Una posizione che non può non aver irritato gli altri leader, i quali - a partire dallo stesso Johnson - avevano fatto pressioni nei giorni scorsi sul presidente degli Stati Uniti, per convincerlo a una proroga e favorire in tal modo la sicurezza delle operazioni di evacuazione. Del resto, che Biden si stesse orientando in senso contrario all'estensione della deadline era emerso già nelle ore immediatamente precedenti alla conclusione del summit di ieri. Non solo i talebani avevano infatti lanciato nuove minacce, ma lo stesso portavoce del Pentagono, John Kirby, aveva laconicamente annunciato che non ci fosse «alcun cambiamento nella tabella di marcia della missione». Ora, è pur vero che, secondo quanto riferito dalla Cnn, il presidente statunitense ha chiesto alla sua squadra di preparare piani, in caso il termine ultimo non dovesse essere rispettato a causa di qualche imprevisto. Ma è comunque abbastanza chiaro che una simile situazione contribuirà adesso a un ulteriore deterioramento delle già turbolente relazioni transatlantiche, incrementando le fratture presenti nel blocco del G7. Senza poi dimenticare le grane interne allo stesso panorama politico americano: ieri vari parlamentari democratici e repubblicani hanno criticato il presidente per la sua mancata proroga del ritiro. Del resto, nel comunicato finale del summit non si fa riferimento specifico alla questione della deadline, ma ci si limita a impegni piuttosto vaghi. «La nostra immediata priorità», vi si legge, «è assicurare l'evacuazione sicura dei nostri cittadini e di quei cittadini afghani che hanno collaborato con noi e assistito i nostri sforzi negli scorsi vent'anni». Più nel dettaglio, sia Johnson che il presidente del Consiglio, Mario Draghi, hanno invocato ieri la possibilità di un transito sicuro anche dopo la data del 31 agosto. Una posizione che dovrà tuttavia fare i conti con l'ostilità talebana: sempre ieri i «barbuti» hanno d'altronde comunicato di non gradire le partenze degli afghani dal Paese. Un'altra questione affrontata dal summit è stata poi quella del riconoscimento del nuovo regime di Kabul: un punto, questo, rispetto a cui i leader hanno assunto una posizione fondamentalmente attendista. «Ribadiamo», recita il comunicato finale, «che i talebani devono essere ritenuti responsabili delle loro azioni nell'arginare il terrorismo, sui diritti umani (soprattutto delle donne, delle ragazze e delle minoranze) e nel perseguire una soluzione politica inclusiva in Afghanistan. La legittimità di ogni futuro governo dipende dall'approccio che esso ora adotta per mantenere i propri obblighi internazionali e i propri impegni per garantire un Afghanistan stabile». Insomma, il riconoscimento del nuovo regime dovrebbe avvenire solamente sub condicione. In tutto questo, si registrano due ulteriori aspetti interessanti emersi da questo G7. Innanzitutto i leader hanno invocato l'intervento delle Nazioni Unite per coordinare la gestione della crisi umanitaria afghana. In tal senso, durante il summit, Draghi ha dichiarato che «l'Italia reindirizzerà le risorse che erano destinate alle forze militari afghane verso gli aiuti umanitari», esortando i suoi colleghi a fare altrettanto. In secondo luogo, nella nota si fa esplicito riferimento al formato del G20 tra gli strumenti considerati necessari per occuparsi di quanto sta accadendo nel Paese. Questo elemento rafforza evidentemente la linea di Draghi, il quale punta a organizzare proprio un G20 straordinario il mese prossimo, volto a stabilizzare la regione e ad affrontare un'eventuale ondata di migranti diretta verso l'Europa Occidentale. Del resto, proprio durante il summit di ieri, il nostro premier ha posto la questione migratoria. «Saremo in grado di avere un approccio coordinato e comune? Finora, sia a livello europeo, sia internazionale, non si è stati in grado di farlo. Dobbiamo compiere sforzi enormi su questo», ha dichiarato, auspicando anche un impegno comune nella lotta al terrorismo. È quindi anche in quest'ottica che, in sede di G20, Draghi sembrerebbe puntare a un ampio coinvolgimento di attori internazionali. D'altronde, proprio gli scogli in cui è rimasto incagliato il G7 di ieri aumenteranno prevedibilmente la centralità di un G20 in cui - è assai probabile - saranno la Cina, la Russia e (almeno in parte) la Turchia a svolgere un ruolo decisivo, mentre Biden rischia di ritrovarsi seriamente isolato. Un Biden salutato un tempo da una certa fanfara mediatica come grande amico dell'Europa. Quell'Europa a cui invece ieri a voltato freddamente le spalle. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-afghanistan-talebani-2654785235.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-talebani-tentano-di-impedire-lesodo" data-post-id="2654785235" data-published-at="1629887890" data-use-pagination="False"> I talebani tentano di impedire l’esodo Ieri pomeriggio, mezz'ora prima dell'inizio dei colloqui del G7 sull'Afghanistan, il portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid, ha tenuto una conferenza stampa per rispondere ai media internazionali e alle preoccupazioni di molti governi sulle violenze degli ultimi giorni nella città afghane. «Non inseguiamo nessuno, non diamo la caccia a nessuno, non ci sono stati incidenti in nessuna parte del Paese non abbiamo nessuna lista», ha sostenuto. «Noi vogliamo portare pace e sicurezza nel nostro Paese». Sottolineando, in modo che suonasse come un ultimatum, che la scadenza del 31 agosto per il ritiro definitivo delle truppe americane «è un piano degli Stati Uniti che hanno previsto loro», ha aggiunto che i talebani non permetteranno più ai cittadini afghani di raggiungere l'aeroporto di Kabul: le persone dovrebbero tornare a casa, ha spiegato Mujahid. «Abbiamo chiesto agli americani di non incoraggiare gli afghani a andarsene. Abbiamo bisogno delle loro competenze», ha affermato. Tradotto: niente ritorsioni nei confronti di coloro che hanno collaborato con «le forze d'invasione». Le procedure di evacuazione sono la priorità numero uno dei Paesi occidentali, molti dei quali hanno il timore di non riuscire a far partire tutti quelli che intendono farlo entro il 31 agosto. Il ministro della Difesa britannico, Ben Wallace, ha avvertito che i talebani potrebbero usare la forza per chiudere l'aeroporto di Kabul qualora gli Stati Uniti e i loro alleati tentino di allungare la scadenza del 31 agosto. Di questo avrebbero parlato lunedì a Kabul il direttore della Cia, William Burns, e il leader dei talebani, il mullah Abdul Ghani Baradar. A rivelare quello che, se confermato, sarebbe l'incontro più importante tra i talebani e l'amministrazione Biden dalla caduta di Kabul nelle mani degli insorti, è stato il Washington Post. Allo scalo della capitale afghana, ha spiegato il portavoce Mujahid che ha negato l'incontro che sembra aprire le porte a possibili colloqui tra le parti, l'Emirato «sta cercando di controllare la situazione». «La strada verso l'aeroporto è stata chiusa, gli afghani non possono più andare lì, possono farlo gli stranieri». Poi l'accusa agli Stati Uniti: «Abbiamo impedito ai cittadini afghani di recarsi lì perché c'è pericolo di perdere la vita a causa della calca, e gli americani stanno facendo qualcosa di diverso, quando c'è la calca sparano, e la gente muore. Sparano alla gente. Noi vogliamo che gli afghani siano al sicuro da questo». Parole che sembrano pensate sia per rassicurare (o minacciare?) la popolazione sia per continuare a mostrare in pubblico un volto più moderato rispetto alla generazione precedente che fondò l'Emirato islamico dell'Afghanistan nel 1996 sotto la guida del mullah Mohammad Omar. Nella lunga conferenza stampa, l'esponente dei talebani ha anche ribadito che le donne afghane non possono andare a lavoro. Per ora, ha spiegato. «In questo momento» vietarglielo «è per il loro bene, al momento, per impedire maltrattamenti», ha proseguito sottolineando che non hanno perso il posto di lavoro e che i loro salari vengono pagati. Poi una frase sibillina che dovrebbe gettare nel panico metà del mondo femminista occidentale: «Le forze di sicurezza al momento non sono operative e non sono addestrate nell'affrontare la donna, nel parlare con le donne e in questo momento dobbiamo fermare le donne finché non ci sarà una piena sicurezza per loro. Quando ci sarà un sistema appropriato, potranno tornare a lavoro e quindi riprenderanno lo stipendio. Ma al momento devono restare a casa». Che cosa significa non è chiaro. Non lo è neppure quando questo regime finirà. Tra i temi affrontati da Mujahid che anche quello che ha definito «un piccolo problema», in Panshir, dove si sta rafforzando la resistenza guidata da Aḥmad Massud. «Stiamo cercando di risolverlo, ne stiamo parlando», ha assicurato il portavoce dei talebani. «La nostra politica è di finire la guerra in questo Paese. La guerra è conclusa, non vogliamo nessun tipo di guerra o battaglia in Afghanistan, questa è la nostra politica. Noi cerchiamo di parlare alla popolazione del Panshir, cerchiamo di incontrarli e risolvere il problema. Ci stiamo provando in tutti i modi». Tradotto: dopo aver fatto circolare le voci di una possibile resa di Massud, i talebani hanno realizzato che la sua resistenza è reale. Dunque, serve fare appello alla popolazione. «Per l'80% la situazione è sotto controllo e vi possiamo rassicurare: i fratelli che sono lì li abbracciamo, chiediamo di tornare a Kabul e convivere con noi. Non abbiate paura, abbiamo obiettivi comuni», ha aggiunto tentando così di mostrare nuovamente il volto «buono» dei talebani. Sempre sulla linea fintamente «moderata», al Newsweek, Abdul Qahar Balkhi, membro della Commissione culturale dei talebani (sic) ha detto: «Crediamo che il mondo abbia un'opportunità unica di riavvicinamento e di incontro per affrontare le sfide non solo di fronte a noi, ma all'intera umanità e queste sfide che vanno dalla sicurezza mondiale al cambiamento climatico richiedono gli sforzi collettivi di tutti, e non può essere raggiunto se escludiamo o ignoriamo un intero popolo».
Il ministro della Cultura Alessandro Giuli (Imagoeconomica)
Intendiamoci: nessuno ha intenzione di cancellare la vicenda del giovane friulano vittima di uomini dei servizi segreti del Cairo, anche perché sarebbe impossibile dato che a Roma è in corso un processo contro quattro alti ufficiali del regime di Al Sisi. Questo, però, non significa che si possa usare il caso Regeni come grimaldello per scassinare il bancomat che per anni ha mantenuto attori e registi, finanziando opere di dubbia qualità e con nessun spettatore.
La storia di Giulio Regeni è tragica, ma non può essere trasformata in farsa, con società di produzione che presentano sceneggiature scadenti nella certezza che saranno ricoperte di soldi pubblici, a garanzia dei compensi per il circoletto radical chic che ruota intorno alla cinematografia italiana. Chi ha voluto, in passato, ricostruire la vicenda di Regeni lo ha potuto fare, riuscendo a produrre una miniserie efficace. Ma non basta il nome della vittima dei sicari del Cairo per poter battere cassa. Ciò che sto dicendo vi sembrerà ovvio, ma di questi tempi non lo è. Forse provato dalle polemiche che lo inseguono da oltre un anno, non ultime quelle sulla partecipazione di una delegazione russa alla Biennale, il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, da cui dipendono anche i fondi per il cinema, non soltanto ha condannato l’esclusione del film su Regeni dal novero di quelli da finanziare, ma pare pure intenzionato a tornare al passato. Ovvero a riaprire la mangiatoia pubblica attorno alla quale per un lungo periodo ha banchettato la compagnia di cinematografari italiani e non solo.
L’elenco dei beneficiari di contributi statali è lungo e si resta basiti a scorrerlo, soprattutto quando si scopre che, a fronte di una montagna di denaro, non solo non ci sono opere da premio Oscar, ma neppure esistono pellicole che siano state premiate dal botteghino. Alcuni di questi film sono finiti nel mirino della magistratura perché, più che al grande pubblico, miravano al grande affare del credito d’imposta. Altri, invece, sono al vaglio delle forze dell’ordine perché, nel novero dei richiedenti, c’era pure l’assassino di Villa Pamphili, l’americano che ha ammazzato figlia e fidanzata, abbandonandone poi i cadaveri nella boscaglia.
Tutto ciò consiglierebbe di procedere con prudenza, per evitare sprechi e ruberie. Invece, proprio parlando del film di Regeni, Giuli è tornato sui suoi passi, dicendo di aver pronti 20 milioni per far ritornare il Fondo cinema e audiovisivo ai fasti del passato, con una dotazione di 626 milioni. Sì, avete capito bene. Mentre non si trovano soldi per sostenere spese fondamentali, il ministro della Cultura si prepara a staccare un assegno in bianco a registi e attori. Come e con quali modalità? Ma con una proposta di legge del Pd, che diamine.
Anzi, Giuli fa un appello alla sua maggioranza perché sostenga il disegno del principale partito d’opposizione. Non importa che il Pd, tramite Dario Franceschini, nel mondo del cinema la faccia da sempre da padrone e proprio questo intreccio fra politica e cultura abbia consentito di finanziare a carico dei contribuenti film di nessun peso. Non importa neppure che Giorgia Meloni un anno fa avesse promesso di smantellare il magico mondo con cui per anni si è alimentata una narrazione cinematografica di parte e per pochi intimi.
No, forse per garantirsi un anno senza polemiche, Giuli vuole tornare al passato, rimettendo il settore nelle mani dei soliti noti. E Regeni torna utile per dire che così le cose non vanno e bisogna cambiare. Certo, era molto meglio quando non bastava un nome e neppure una sceneggiatura per avere accesso ai soldi pubblici. Che poi sono la sola cosa che conta in un sistema che non produce grandi opere, ma grandi guadagni per poche persone.
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Un frame del film «The Palace» di Roman Polanski (01 Distribution)
Si scrive Alessandro Giuli, si legge Dario Franceschini. Quello che doveva essere il grande riformatore delle sovvenzioni pubbliche al settore cinematografico italiano, piagate da anni di assistenzialismo rosso messo in piedi dall’ex segretario dem quando era ministro della Cultura, si sta rivelando una copia perfetta del suo predecessore. Perché, invece di morigerare (soprattutto in tempi di vacche magrissime come quelli attuali) le spese per il sostegno alle produzioni cinematografiche, magari premiando le opere prime o quelle di giovani autori e limando i contributi a pioggia alle grandi case di produzione italiani, continentali o extraeuropee, Giuli ha pensato bene di proseguire sulla strada maestra del «più soldi per (i soliti) tutti».
Si può leggere così, infatti, la scelta di destinare 606 milioni di euro al Fondo per il cinema e l’audiovisivo per il 2026, a sostegno dell’intera filiera, pubblicato lo scorso 16 aprile. La quota principale, ça va sans dire, è stata assegnata al tax credit, con 441 milioni di euro destinati a sostenere produzione, distribuzione, esercizio cinematografico e attrazione di investimenti internazionali. Poi sono stati stanziati 41,7 milioni di euro per la sezione di contributi selettivi destinati a interventi mirati su sviluppo e produzione. Le risorse sono orientate in particolare verso nuovi talenti, opere prime e seconde, documentari, animazione e coproduzioni. Infine, oltre 100 milioni di euro dedicati a iniziative che spaziano dai festival alla valorizzazione del patrimonio audiovisivo, fino al sostegno delle principali istituzioni del settore.
Nel suo intervento di ieri al Quirinale con i candidati al David di Donatello, Giuli ha aperto ancora di più il portafoglio annunciando che «con grande sforzo, abbiamo stanziato altri 20 milioni per il fondo», portando la dotazione a 626 milioni. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ha ricevuto e letto il documento firmato da tutte le associazioni di categoria, che rappresentano complessivamente oltre 120.000 lavoratori, in cui viene chiesto «un confronto con le istituzioni reali, aperto e costruttivo» per affrontare questa fase complicata, ha auspicato che «si riesca a trovare un punto di equilibrio tra le diverse esigenze». Un appello al governo, neanche tanto velato, ad aprire i cordoni della borsa.
La sforbiciata rispetto all’anno prima c’è stata: la scure di Giuli ha tagliato una settantina di milioni di euro, visto che nel 2025 il Fondo per il cinema ammontava a 696 milioni. Però la forbice ministeriale pare non essersi concentrata sulle giuste voci. Guardando il Tax credit, per esempio (l’agevolazione fiscale che riconosce un credito d’imposta alle imprese del settore per produzione, distribuzione e internazionalizzazione), una voce di spesa finita nell’occhio del ciclone, come certificato a più riprese dalla Verità con una serie di articoli nei mesi scorsi, perché erano state generosamente aiutate produzioni milionarie che al botteghino avevano rimediato solo flop, ebbene gli sgravi fiscali sono passati da una dotazione di 412 milioni a 441. Poi c’è quella che la rivista Box office ha bollato come «la madre di tutte le storture», l’aumento «sproporzionato delle risorse destinate al credito d’imposta internazionale», a fronte del taglio dei contributi automatici e selettivi, accompagnato da scelte «punitive» nei confronti dei produttori italiani. Questa voce è passata dai 42 milioni del 2025 ai 100 tondi tondi dell’anno in corso. Ma perché, si è chiesta nei mesi scorsi La Verità, dobbiamo finanziare opere disertate dagli spettatori come Without blood di Angelina Jolie, che ha ricevuto 8,2 milioni di euro, o come The Palace di Roman Polanski, un clamoroso insuccesso al botteghino italiano: nonostante un investimento pubblico considerevole, oltre 6 milioni di euro in contributi statali, quest’ultimo film ha incassato appena 398.766 euro. E che dire dei 793.629 euro andati a finanziare la docuserie di Fabrizio Corona, Io sono notizia? Perché concedere aiuti pari a un terzo delle spese sostenute (circa 2,5 milioni di euro) per un prodotto poi distribuito su Netflix e prodotto dalla srl Bloom media house? Mistero. Giuli, ieri al Quirinale, ha auspicato «un sistema più giusto, con più qualità e meno politica». Moralmente auspicabile, visto che le scelte politiche non devono entrare, come quasi sempre accaduto finora, nelle segrete stanze dove le commissioni preposte decidono a chi dare (tanti) soldi e a chi no. La politica serve prima, nel creare l’impalcatura che eviti certe storture e gli sprechi. Obiettivo che pare sparito dall’orizzonte dell’esecutivo.
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Nicole Minetti (Getty Images)
Ieri c’è stato un primo incontro, ma ce ne saranno altri anche nelle prossime settimane. Sul tavolo ci sono gli atti del procedimento adottivo, la ricostruzione dei passaggi davanti alle autorità uruguaiane, l’indicazione degli ospedali consultati e i nomi dei medici sentiti, che restano riservati per ragioni di privacy.
Il fascicolo, nel frattempo, ha iniziato a muoversi. Alla Procura generale di Milano stanno arrivando anche i primi esiti degli accertamenti all’estero, in particolare in Uruguay e in Spagna, disposti nell’istruttoria supplementare sulla grazia concessa a Minetti. Nanni e il sostituto pg Gaetano Brusa valuteranno gli atti quando il quadro sarà completo. Se emergeranno elementi ostativi, potranno rivedere il giudizio favorevole già espresso. Una nuova valutazione non è attesa questa settimana: con ogni probabilità se ne parlerà dalla prossima. Sarà poi trasmessa al ministero della Giustizia e, da lì, al Quirinale.
Le verifiche affidate all’Interpol riguardano prima di tutto l’adozione: la copia originale degli atti, la procedura seguita dalle autorità uruguaiane, il ruolo dell’Inau (l’Istituto per l’infanzia e l’adolescenza dell’Uruguay) e il tema dell’abbandono da parte dei genitori biologici. Si controllano anche eventuali procedimenti penali all’estero, che allo stato non risultano, e gli spostamenti di Minetti tra Punta del Este, Ibiza, Milano, Roma e Boston, dove il bambino è stato curato.
Resta inoltre il profilo personale indicato nell’istanza di grazia: la verifica che, dopo la condanna, Minetti abbia effettivamente preso le distanze dalla vita precedente, non abbia avuto nuove pendenze e abbia costruito un percorso stabile di reinserimento.
Il capitolo sanitario è uno dei più delicati. Nei giorni scorsi gli ospedali di Padova e Milano hanno smentito di avere avuto in cura il bambino. La difesa, però, contesta il modo in cui quel dato è stato letto. Il punto, secondo la ricostruzione difensiva, non è che il bambino sia stato ricoverato o preso in carico ufficialmente dal San Raffaele o da Padova. Il punto è che Minetti e Cipriani si sarebbero rivolti direttamente a professionisti di fiducia per ottenere pareri medici sulla situazione del figlio. Non sarebbero stati seguiti percorsi «ufficiali», ma sarebbero stati interpellati direttamente medici del San Raffaele e di Padova per un consulto.
Per questo saranno sentiti i due specialisti indicati dalla difesa: uno del San Raffaele e uno dell’ospedale di Padova. Resta poi il dato di fondo: il bambino è malato ed è stato curato a Boston. Cipriani, nell’intervista al Corriere della Sera, ha spiegato che il minore deve essere seguito nel tempo con controlli periodici negli Stati Uniti. Boston, del resto, non è una destinazione casuale. Il Boston Children’s Hospital ha un centro specializzato nelle patologie pediatriche complesse, con équipe multidisciplinari dedicate. Sul proprio sito descrive un’équipe specializzata e trattamenti avanzati; nella sezione dedicata ai professionisti sanitari parla di medici rinomati, terapie pionieristiche e piani di cura personalizzati.
Le classifiche internazionali confermano il livello della struttura. Newsweek, nella graduatoria 2025 degli ospedali pediatrici americani, colloca il Boston Children’s Hospital al primo posto negli Usa per neurologia e neurochirurgia pediatrica. Nella classifica mondiale 2025 degli ospedali specializzati in pediatria, sempre Newsweek indica Boston Children’s al primo posto.
Sul fronte uruguaiano, intanto, l’Inau ha aperto un’indagine amministrativa interna. Non per accertare se l’adozione esista: l’adozione piena è stata formalizzata nel febbraio 2023 dalla giustizia familiare uruguaiana. La verifica serve a ricostruire se furono rispettati i protocolli, perché fu esclusa l’altra famiglia uruguaiana interessata, come nacque il legame tra il bambino e la coppia italiana e come furono valutati i precedenti di Minetti.
Pablo Abdala, ex presidente dell’Inau dal 2020 al 2023, ha difeso la procedura. Ha detto che gli accertamenti interni sono legittimi, ma ha aggiunto che l’adozione si svolse secondo legge e fu riconosciuto dalla giustizia. Ha ricordato che intervennero più magistrati, prima nella fase di integrazione provvisoria del minore nella famiglia adottiva, poi nella sentenza finale di separazione dalla famiglia biologica e adozione piena. Abdala ha spiegato che la vicenda nasce nel 2018, quando il bambino entrò nel sistema di protezione dell’Inau, e che il rapporto con Minetti e Cipriani si formò nel 2019. Secondo lui, quel vincolo affettivo fu poi valutato da psicologi e dai giudici. La sentenza, ha ricordato, avrebbe dato atto del fatto che il bambino chiedeva di loro, li chiamava «papà» e «mamma» e non voleva tornare nella struttura dopo un periodo trascorso con la coppia.
Il 4 maggio Abdala ha aggiunto un dettaglio rilevante: quando il fascicolo arrivò al direttorio dell’Inau, nella fase finale, fu votato all’unanimità. Nel direttorio sedevano esponenti di orientamenti politici diversi. La ragione, secondo Abdala, è semplice: «Era tutto in regola».
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Il ministro della Difesa Guido Crosetto (Ansa)
Non è quindi un caso che l’Esercito abbia deciso di celebrare i 165 anni della sua fondazione proprio qui. Come se fosse stato trascurato per troppo tempo e ora avesse bisogno di rinascere. «Portare qui la Festa dell’esercito è un segno di rispetto verso una comunità che ha saputo trasformare il dolore in rinascita, rialzarsi e ricostruire. Una comunità che, in quel percorso, non è mai stata sola: ha avuto accanto, da subito, l’esercito, le forze armate, lo Stato. Nelle difficoltà ciascuno di noi cerca una mano a cui aggrapparsi. E quella mano, molto spesso, è quella dei servitori delle istituzioni: donne e uomini che indossano un’uniforme che non significa prevaricazione, ma servizio; non distanza, ma responsabilità; non potere, ma dedizione. Ognuno di noi sarebbe disposto a sacrificarsi per i propri figli, per la propria famiglia. È naturale. Ma c’è una parte del Paese che ha giurato di fare qualcosa di ancora più grande: sacrificarsi per i figli degli altri, per le famiglie degli altri, per tutti noi. Questo è l’esercito italiano. Queste sono le forze armate», ha spiegato il ministro della Difesa, Guido Crosetto, durante il suo intervento.
Del resto, ha continuato poi il ministro, «abbiamo un mondo che è impazzito, all’interno del quale il nostro dovere è garantire che questa nazione, qualunque cosa possa succedere e che non succederà mai, sia in grado di difendersi perché ci sono persone che si preparano ad ogni scenario possibile». Le oltre cinquanta guerre attive sono lì a dimostrarlo.
Il capo di Stato maggiore della Difesa, il generale Luciano Portolano, ha sottolineato come «il coraggio e il sacrificio dei soldati hanno scritto pagine decisive nella storia d’Italia per la libertà e la democrazia consegnandoci un’eredità che non possiamo permetterci di vanificare. In 165 anni di storia l’esercito ha sempre svolto un ruolo attivo nelle vicende del Paese stando sempre tra la gente, sul terreno perché è sulla terra che ogni conflitto trova il suo esito. I droni, i satelliti, le reti cibernetiche e l’intelligenza artificiale stanno trasformando il modo di operare ma nessun sistema tecnologico potrà mai sostituire la capacità di giudizio, di empatia e di discernimento morale del soldato. È proprio questa umanità la cifra distintiva del soldato italiano: la qualità profonda che gli consente di operare - in Italia come nei teatri esteri - da presenza viva e responsabile in mezzo alle popolazioni locali, con quella dignità e quella professionalità fatta di senso dell’onore, spirito di sacrificio, attaccamento al Tricolore e amore verso la patria».
Per il capo di Stato Maggiore dell’esercito, il generale di Corpo d’armata, Carmine Masiello, l’esercito potrà progredire solamente se saprà preservare il proprio passato, arricchendolo con l’innovazione, soprattutto tecnologica, e un addestramento continuo: «La pace ha un costo e richiede anche un esercito e forze armate in grado di garantire una deterrenza concreta. Servono una formazione al passo con i tempi, innovazione tangibile e standard operativi elevati. In questa prospettiva, servire la patria significa assumersi responsabilità profonde, soprattutto nei momenti più difficili, continuando a evolversi per assicurare sicurezza e contribuire alla pace. Ogni miglioramento, ogni capacità acquisita, ha un unico scopo: tutelare la vita dei nostri solati». Per il capo di Sme è questa «la priorità più alta». Ed è per questo che «le risorse a esso destinate non possono mai venire meno». Le guerre cambiano, i droni la fanno da padroni ma, continua il generale Masiello, «il soldato è e resterà il principale sistema sul campo di battaglia. Non esistono scuse: gli standard fisici, morali e spirituali che definiamo sono la nostra firma e valgono per tutti, senza eccezioni».
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