Davanti alle proteste dei sindaci della rossa Emilia-Romagna e del loro governatore Stefano Bonaccini il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi cede, spostando un centinaio di migranti verso altre rotte. Le lamentele ruotano attorno al sistema di accoglienza che ormai sarebbe saturo. Per la verità basta controllare il cruscotto statistico del Viminale per scoprire che l’Emilia-Romagna, sebbene sia al secondo posto tra le regioni ospitanti, con la presenza di 12.572 migranti (il 9 per cento di tutti gli sbarcati), risulta essere ancora in zona gialla. L’unica regione rossa, infatti, è la Lombardia, che ospita 16.814 migranti (ovvero il 13 per cento sul totale delle persone arrivate in Italia via mare) e da moltissimo tempo guida la classifica. La strategia attivata dal Viminale ha permesso alla Sicilia, che con gli altri governi era sempre al collasso, di respirare. Fatto sta che dopo il «niet» di Bonaccini e la lagna dei sindaci, Piantedosi ha dirottato i migranti destinati alla provincia di Bologna verso la Campania (75) e verso la Calabria (25). Anche il Veneto si ritrova sulla stessa barca dell’Emilia-Romagna. E qui anche alcuni sindaci di centrodestra hanno storto il naso, ottenendo pure loro un cambio di rotta: 80 finiranno in Liguria, 50 nelle Marche, 30 in Umbria e 20 alla Basilicata. Qui il governatore Vito Bardi (Forza Italia), che guida una coalizione di centrodestra, si è detto preoccupato per la revisione dei parametri per l’assegnazione dei migranti, che «penalizzerebbe eccessivamente» la regione che amministra. In pratica, la circolare del ministero dell’Interno che afferma i nuovi diktat sui collocamenti contiene «una modifica del criterio di distribuzione su base regionale, che utilizzerà oltre al consueto parametro della popolazione residente anche quello dell’estensione territoriale». Il nuovo criterio, «oltre a essere applicato per il piano previsionale straordinario, sarà utilizzato nei singoli periodici riparti resi noti ai prefetti dei capoluoghi di regione per la successiva ripartizione infraregionale, secondo le modalità definite in seno ai rispettivi tavoli di coordinamento». «Questo parametro», ha spiegato Bardi, «innescherebbe gravi criticità in una regione come la Basilicata, con 131 comuni, moltissimi dei quali sotto i 5.000 abitanti. Si rischierebbero anche forti tensioni». Allo stato attuale, però, la Basilicata è a fondo classifica (seguita solo da Sardegna, Molise, Trentino e Valle d’Aosta), ospitando 2.453 migranti, ovvero il 2 per cento del totale. Bardi ha detto che si farà sentire con Piantedosi. Ma il gap è tutto legato alle vecchie logiche dell’accoglienza diffusa. Il sistema, sul quale in passato si sono arricchite coop e associazioni (soprattutto rosse e cattoliche), rimaneggiato dall’ex ministro Luciana Lamorgese, già non brillava e con i maxi sbarchi è andato definitivamente in tilt. Ora che il meccanismo per svuotare velocemente l’hotspot di Lampedusa rispetto al passato sta funzionando (ieri erano presenti circa 1.100 persone ed è previsto che oggi scendano a 250) ovviamente è risultato necessario rimodulare anche il sistema d’accoglienza territoriale. Il governo ha quindi ritoccato i criteri. Anche perché, se da una parte il codice che ha stretto le regole per le Ong sembra stia funzionando (ieri la nave Aurora della Sea Watch è stata sottoposta a fermo amministrativo per aver fatto sbarcare a Lampedusa e non a Trapani, porto che le era stato assegnato, 72 persone), dall’altra il flusso migratorio continua a spingere. Dall’1 giugno al 18 agosto, secondo i dati diffusi dal Viminale, ci sono stati 55.318 approdi, con una media giornaliera che supera le 700 unità. Gli ultimi quattro sbarchi a Ortona, in Abruzzo, dove è previsto l’arrivo di altri 40 migranti, pare aver addirittura fatto scattare l’ipotesi delle tendopoli. Le principali strutture di accoglienza, a cominciare da quelle di Montesilvano, Pescara e Civitaquana, ricostruisce la stampa locale, sono al collasso, con nessuna apparente possibilità di ricambio. La bomba l’ha lanciata il Messaggero, che prevede per Pescara assegnazioni settimanali di 80 persone. Anche qui i Comuni fanno resistenza, probabilmente sulla scia tracciata dall’Anci, associazione guidata dal sindaco dem di Bari Antonio Decaro. Il delegato dell’Anci per l’immigrazione, Matteo Biffoni, sindaco di Prato, ha puntato l’indice soprattutto sull’accoglienza dei minorenni: «Siamo nella più grande emergenza mai vissuta e in alcune città italiane, per quanto riguarda l’accoglienza dei minori, non ci sono gli hub di primissima accoglienza e non ci sono le risorse per la mediazione culturale». Dal Viminale hanno liquidato la polemica definendola «surreale» e hanno aggiunto che «la mancata adozione dello stato di emergenza da parte delle quattro regioni a guida centrosinistra ha ritardato alcuni interventi sul territorio», sottolineando pure che «sulla questione minori è fondamentale la legge Zampa, che è stata voluta dal Pd». La sinistra protesta contro una sua legge e il Viminale cede davanti alle proteste dell’Emilia-Romagna. Il cortocircuito sull’immigrazione è servito.
Due giorni di discussioni tra i capi di Stato e di governo dell’Unione europea non sono bastati a trovare un’intesa sull’immigrazione. Nonostante la mediazione italiana, Polonia e Ungheria sono rimaste sulla loro posizione: più che pensare a come ripartire gli arrivi e con quali soldi, bisogna semplicemente imparare a bloccare le frontiere esterne dell’Europa. Una petizione di principio sulla quale, per altro, è d’accordo anche il governo di Giorgia Meloni, che ha tenuto a sottolineare di «non essere mai delusa da chi difende i propri interessi nazionali». Chissà, invece, quali interessi aveva in mente Olaf Scholz quando ha allargato le braccia e ha sospirato: «L’importante è che le trattative sul Patto per l’asilo e per la migrazione siano concluse rapidamente prima delle Europee». Forse il cancelliere tedesco ha percezione che gran parte degli elettori sia decisamente nervosa sul tema dei migranti.
Certo involontariamente, Scholz ha spiegato perché il Consiglio europeo che si è chiuso ieri pomeriggio abbia portato a una fumata grigia, con le semplici dichiarazioni conclusive del presidente Charles Michel a sostituire il mancato accordo sulle migrazioni. In Europa si vota nella prossima primavera e quindi avanti con calma.
Sul tavolo del Consiglio di Bruxelles c’erano una serie di misure giù discusse dalla Commissione e approvate a maggioranza in Lussemburgo, tra le quali un obbligo per tutti i 27 paesi membri di accogliere i migranti, in base a dei coefficienti di ripartizione, oppure di pagare 20.000 euro a persona alla nazione che se li vede arrivare. In più, a latere, c’erano le solite buone intenzioni su «accordi bilaterali» (insomma, altri soldi europei) con le varie nazioni del Nord Africa da cui parte il traffico di esseri umani.
Le posizioni di Polonia e Ungheria erano chiare da tempo. Varsavia non darà mai il via libera a un meccanismo di ricollocazione che non sia su base volontaria e sul tema vuole comunque un referendum. Budapest, già piuttosto innervosita dal blocco dei miliardi europei del Fondo per la ripresa per dissidi sullo stato di diritto, aveva denunciato con il presidente Viktor Orban che «invece di fermare l’immigrazione illegale, Bruxelles vuole spendere altri miliardi per sistemare i migranti illegali in Europa».
Nella notte tra giovedì e venerdì, Polonia e Ungheria hanno dunque bloccato l’accordo e ieri mattina il presidente Michel ha chiesto a Giorgia Meloni di provare una mediazione oggettivamente disperata. Una mediazione che non è andata a buon fine, nonostante i buoni rapporti tra i rispettivi leader, ovvero Meloni, Orban e Mateusz Morawiecki.
«Comprendo la posizione di Polonia e Ungheria, che in questo caso è diversa dalla nostra», ha premesso Meloni al termine del summit. Per poi raccontare: «Io ho tentato di spiegare dall’inizio che finché noi cerchiamo delle soluzioni su come gestire il problema dei migranti quando arrivano sul territorio europeo non troveremo mai l’unanimità perché la geografia è diversa, perché le necessità è diversa, perché le situazioni sono diverse, perché la politica è diversa». «L’unico modo per affrontare la questione tutti insieme», ha proseguito il premier italiano, «è concentrarsi sulla dimensione esterna. Ed è su questo che noi siamo riusciti a imprimere una svolta totale».
Insomma, per l’Italia, tutto sommato, il Patto per la migrazione e l’asilo è una questione secondaria perché questo governo non chiede i ricollocamenti come risposta prioritaria, ma di «fermare l’immigrazione illegale a monte e di farlo con un partenariato strategico con i paesi africani», ha concluso Meloni.
Quanto alle posizioni polacche e ungheresi, anche per evitare strumentalizzazioni da parte di chi sperava in una lite, il premier italiano ha voluto pubblicamente ribadire massimo rispetto, perché «io non sono mai delusa da chi difende gli interessi nazionali». Garbata anche la risposta del premier polacco Morawiecki: «Non ho riserve nei confronti della mia amica Giorgia e sono soddisfatto del ruolo che ha svolto, ma abbiamo convenuto sul fatto di non essere d’accordo sul tema dell’immigrazione: lo siamo su tutto il resto».
Sul fronte degli accordi bilaterali, fuori dal Patto, è stato invece raggiunto il consenso sull’impegno Ue verso la Tunisia, dossier al quale l’Italia teneva molto. Nel comunicato finale si parla di «un pacchetto di partenariato globale reciprocamente vantaggioso con la Tunisia, basato sui pilastri dello sviluppo economico, degli investimenti e del commercio, della transizione verso l’energia verde, della migrazione e dei contatti interpersonali». Così come vanno ricordati i passi avanti sui «confini comuni dell’Europa».
E se a Scholz, davanti all’impasse, è sfuggito che tanto per le elezioni c’è tempo, anche Mark Rutte ha fatto capire una volta di più quanto l’Ue sia preoccupata dell’immigrazione clandestina. Il premier olandese ha affermato che l’insuccesso del Consiglio europeo «non è una catastrofe» e che comunque, sui migranti, «tutto ciò che sta progredendo al momento continuerà». Insomma, Rutte sta sereno.
Da un lato, la soddisfazione di Giorgia Meloni per i progressi compiuti e per le prospettive future, dall’altro gli ostacoli legati agli interessi di ogni singolo Stato: la questione migranti esce dal Consiglio europeo così come vi era entrata, ovvero con tante buone intenzioni, diversi piani in stato di avanzamento ma, per ora, nessuna soluzione concreta.
«Per quanto riguarda le migrazioni», dice Meloni al suo arrivo a Bruxelles, «non devo ricordare che quello che oggi c’è scritto nelle conclusioni del Consiglio era probabilmente impensabile otto mesi fa. Siamo davvero riusciti a cambiare il punto di vista, anche col contributo di altre nazioni, sull’annosa divisione tra Paesi di primo approdo e Paesi di movimenti secondari, passando a un approccio unico che risolve i problemi di tutti, che è quello sulla dimensione esterna. Il fatto che ci sia un paragrafo dedicato alla Tunisia in quello delle relazioni esterne», aggiunge Meloni, «racconta qualcosa di importante. Racconta di quella idea di partenariato strategico con i Paesi del Nord Africa che, per noi, è un cambio di passo molto importante sul ruolo dell’Europa nel Mediterraneo, di cui l’Italia è stata portatrice in questi mesi».
Che l’approccio dell’Europa alla questione migratoria sia cambiato sotto la spinta anche e soprattutto del governo italiano, è un dato di fatto: un argomento che, negli anni scorsi, veniva spesso e volentieri completamente trascurato fa, ormai, stabilmente parte dell’agenda delle riunioni. Detto ciò, è vero anche che gli interessi dei vari governi non sempre convergono e che, quindi, un accordo definitivo è difficile da raggiungere. Pensiamo, per fare un esempio, alla Polonia, guidata da Mateusz Morawiecki, leader del partito Diritto e giustizia, azionista di peso dei Conservatori europei guidati dalla Meloni.
Varsavia è nettamente contraria ai ricollocamenti obbligatori e alle conseguenti sanzioni, così come Budapest, e non a caso lo scorso 9 giugno Morawiecki e Viktor Orban, il premier ungherese, hanno consumato uno strappo con gli altri Stati europei. «Abbiamo ottimi rapporti con la premier italiana», dice Morawiecki, «potremmo avere interessi diversi, ma elaboriamo soluzioni che servono a tutti. Tuttavia, in questo caso, sottolineo con forza che difenderemo sicuramente il diritto della Polonia di garantire non solo del nostro sistema politico ma, soprattutto, che la nostra sicurezza sia nelle nostre mani. Guardate cosa sta succedendo nei sobborghi di Malmö», aggiunge il premier polacco, «o a Parigi, Marsiglia, Lille o anche in Italia. Il trasferimento forzato non sarà consentito finché ci sarà un governo di Diritto e giustizia». Tattica? Propaganda a uso interno? In realtà la Polonia, in questo momento, ha il vento della diplomazia in poppa: la sua importanza strategica per quello che riguarda il sostegno all’Ucraina contro la Russia rende Varsavia un partner che difficilmente può essere scontentato o, addirittura, mortificato su un argomento così sentito da parte della popolazione: «La Polonia», sottolinea non a caso Morawiecki, «sa molto bene cos’è la solidarietà e non abbiamo bisogno che ci venga insegnata. Abbiamo accolto oltre tre milioni di rifugiati. Un milione e mezzo sono ancora nel nostro Paese. Abbiamo aperto le case polacche. Eppure, nel caso dell’Ucraina, la Polonia ha ricevuto scarso sostegno: alcune decine di euro per rifugiato. Nel caso di un rifugiato non accettato dal Medio Oriente», conclude, «dobbiamo essere puniti con una multa di 20.000 euro o più. Non siamo d’accordo».
Un accordo, in ogni caso, va raggiunto e anche in fretta: «La migrazione non può essere strumentalizzata», sottolinea la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, «dobbiamo trovare un accordo prima delle elezioni europee, lo dobbiamo ai nostri cittadini. Dobbiamo trovare una strada giusta, umana nei confronti di chi ha bisogno di protezione, equa e ferma nei confronti di chi non ha diritto a protezione e, ricordando le ultime tragedie, particolarmente forte contro i trafficanti».
Del resto, se si arrivasse alle elezioni europee del 2024 senza un’intesa su questo tema così delicato, le istituzioni continentali presterebbero il fianco ai movimenti euroscettici, favorendone ulteriormente la crescita nei consensi. Un accordo va trovato, dunque, e la soluzione più pratica è quella di trovare intese con i Paesi di partenza: il dossier Tunisia, non a caso, è caldissimo, ma pure in questo caso occorre convincere il governo guidato da Kais Saied a collaborare (leggi, a bloccare le partenze).
La chiave sono, manco a dirlo, i soldi: il prestito del Fondo monetario internazionale da 1,9 miliardi di dollari ai quali la Ue può aggiungere un altro miliardo, ma la trattativa sul memorandum è difficile poiché Saied non vuole accettare le riforme che gli vengono chieste in cambio dei denari. Il negoziato vede Meloni in prima linea e già nei prossimi giorni potrebbero arrivare novità decisive.
- La portavoce della Commissione, Anitta Hipper, cita il numero di richiedenti asilo accolti da Francia e Germania senza accorgersi di quanto sia ridicolo rispetto agli approdi in Italia. Antonio Tajani al Consiglio europeo: «Il tema va risolto a livello continentale».
- Pronto il piano anti Ong del governo: l’asilo andrà richiesto al Paese di bandiera.
Lo speciale contiene due articoli.
«L’Italia è il primo beneficiario di questo sistema di solidarietà, con la Francia e la Germania che hanno già provveduto con i primi ricollocamenti. Si tratta di 117 casi»: sembra una barzelletta, e invece sono le parole della portavoce della Commissione europea per gli Affari interni, Anitta Hipper, che con sprezzo del ridicolo sostiene che il meccanismo per la distribuzione tra tutti i Paesi europei dei migranti che arrivano in Italia funziona. La prova? Il ricollocamento di 117 migranti arrivati in Italia e accolti, bontà loro da Francia e Germania. Siamo di fronte a una assurdità gigantesca: 117 migranti arrivano in Italia praticamente ogni due ore, le parole della Hipper suonano come una solenne presa in giro nei confronti del nostro Paese, tanto più perché pronunciate in una occasione ufficiale, il Consiglio europeo dei ministri degli Esteri di ieri a Bruxelles.
«Abbiamo il patto», sottolinea la portavoce della Commissione, «e abbiamo proposto misure strutturate, solide e globali rispetto a tutto il quadro di asilo e immigrazione. Per noi questa è la strada che i Paesi devono seguire, adottando il patto il più velocemente possibile. Per questo, lavoriamo con i Paesi membri su questo. Nel patto c’è anche una dichiarazione di solidarietà», aggiunge la Hipper, «dove abbiamo 8.000 impegni e abbiamo già 13 Stati membri che hanno accettato di assumere l’impegno in tema di ricollocamenti». Il patto al quale fa riferimento la Hipper è stato sottoscritto lo scorso 10 giugno: si tratta di un accordo per il «meccanismo volontario di solidarietà», che prevede il ricollocamento di circa 10.000 richiedenti asilo ogni anno, individuati soprattutto tra le persone salvate in mare, nel Mediterraneo e nell’Atlantico.
Peccato che su 8.000 impegni i migranti effettivamente ricollocati siano 117: una goccia nel mare, quel mare che continuerà a essere solcato dalle navi delle Ong dirette verso le nostre coste. «Non fa differenza», tiene a sottolineare ancora la Hipper, «se si tratta di un’imbarcazione di una Ong o di qualcun altro, c’è un obbligo legale chiaro e inequivocabile sul fatto che il salvataggio di vite umane deve avvenire in qualsiasi circostanza che porti le persone a trovarsi in una situazione di disagio».
Sembra però più vicino l’obiettivo della convocazione di una apposita riunione europea per discutere della questione. «Ho insistito«, spiega il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, al termine del Consiglio europeo, «affinché ci sia una riunione congiunta dei ministri degli Esteri e degli Interni per affrontare in maniera complessiva la questione dell’immigrazione. Vediamo che cosa si deciderà». Tajani ha sottoposto ai colleghi europei il problema delle navi delle organizzazioni non governative che «hanno appuntamento in mezzo al Mediterraneo con i trafficanti. Ho posto il problema dell’arrivo, nel nostro Paese, di migranti che non arrivano in cerca di solidarietà», argomenta Tajani, «come fanno quelli che arrivano con le piccole barche, ma di quelli che sbarcano con navi non governative. Ho ricordato quello che ha scritto Frontex nell’ultima relazione: sono navi che hanno appuntamenti in mezzo al Mediterraneo con i trafficanti che poi caricano i migranti sulle loro navi. Questo deve essere regolato e controllato dall’Ue con un’azione della Commissione europea. C’è un codice di condotta che secondo noi deve essere rinforzato. Sono soddisfatto del dibattito», dice ancora Tajani, «ogni posizione ma non c’è stata polemica. Anche la Commissione mi è sembrata sensibile sul tema».
Tajani dunque può dirsi soddisfatto dell’esito della riunione che, ricordiamolo, non prevedeva tra gli argomenti all’ordine del giorno la questione-immigrazione: «L’Italia», ribadisce Tajani, «ha posto con grande fermezza al Consiglio Ue il tema dell’immigrazione, che va risolto a livello europeo, in base al principio di sussidiarietà. E mi pare che tutti quanti abbiano riconosciuto la necessità di risolvere a livello comunitario la questione».
Sulle frizioni con Parigi, Tajani è rassicurante: «Non vogliamo assolutamente», sottolinea il vicepresidente del Consiglio, «aprire una polemica nei confronti della Francia o della Germania. Il confronto con la collega francese (la sottosegretaria per gli Affari europei, Laurence Boone, ndr) è stato positivo, abbiamo parlato della situazione e ho detto qual è la nostra posizione. Non c’è alcun intento polemico nei confronti della Francia. Noi abbiamo posto il problema della migrazione ma non c’è alcuna ripercussione sugli altri dossier. Abbiamo posto un problema perché è un problema reale anche per gli altri».
Cosa accadrà quando la prossima nave Ong chiederà di attraccare in Italia? «Dipende da quello che accade», risponde Tajani, «ogni fatto è diverso dall’altro, non sono tutti uguali. Il capitano di una nave è tenuto, se prende le persone in mare, a fare relazione all’autorità italiana, quella è la prima cosa che abbiamo chiesto».
«Abbiamo discusso dell’immigrazione», commenta da parte sua l’Alto rappresentante Ue per la Politica estera e di Sicurezza, Josep Borrell, «non era un punto specifico dell’agenda, ma ne abbiamo dovuto parlare perché alcuni eventi nel Mediterraneo lo hanno reso inevitabile. C’è stato uno scambio di vedute e di sicuro dovremo continuare a parlarne, ma oggi (ieri, ndr) non c’è stato nulla di concreto».
Ecco le nuove regole: salvataggi sì, appuntamenti con gli scafisti no
Tornare a contrastare in modo serio gli sbarchi illegali, facendo tesoro delle sbavature giuridiche e degli errori di comunicazione del passato, per non cadere in strumentalizzazioni o trappole mediatiche. È il senso della filosofia che sta animando il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi nel lavoro di messa a punto del nuovo pacchetto di norme con cui il governo Meloni si propone di porre un argine all’arbitrio delle Ong e degli scafisti nel Mediterraneo. Secondo i bene informati, l’impianto del nuovo provvedimento o della serie di provvedimenti che stanno per arrivare potrebbe già essere anticipato dal responsabile del Viminale domani in Parlamento, quando quest’ultimo sarà chiamato a riferire sulla vicenda degli sbarchi a Catania e delle frizioni con L’Eliseo per la nave Ocean Viking, poi approdata a Tolone.
Gli elementi più importanti che finora stanno filtrando sono quelli che riguardano la forma giuridica con cui le nuove norme saranno introdotte e il fatto che queste avranno un carattere stabile e non emergenziale. Per quanto riguarda il primo aspetto, tutto dovrebbe ruotare attorno a un nuovo codice di condotta - contenuto in un decreto interministeriale Interno-Difesa-Infrastrutture - che le navi delle Ong dovranno obbligatoriamente sottoscrivere se vorranno operare nel Mediterraneo, nelle acque territoriali italiane e degli altri Paesi che nei giorni scorsi hanno levato il loro grido di protesta nei confronti di Bruxelles e dei grandi paesi continentali, che continuano a scaricare la totalità dell’onere dell’accoglienza e delle pratiche per i richiedenti asilo sui loro porti e sulle loro autorità. Se le indiscrezione saranno confermate dal ministro nella sua informativa alle Camere, questo codice imporrà alle imbarcazioni delle Ong di dimostrare di aver soccorso barconi in effettivo stato di naufragio, e non di aver tacitamente concordato, come spesso accade, una sorta di rendez-vous in mezzo al mare con gli scafisti. Inoltre, bisognerà comunicare alle autorità del Paese più vicino quale tipo di intervento si sta effettuando.
Per le navi che non accettassero di sottoscrivere il codice di condotta ci sarebbero delle sanzioni ritenute dal Viminale più incisive di quelle previste finora, a partire dal divieto di ingresso in acque territoriali e, nei casi di forzature, di multe estremamente salate oppure del sequestro dell’imbarcazione. Il governo non si troverebbe dunque nella necessità di agire caso per caso, ma si muoverebbe seguendo degli automatismi, in virtù di quanto messo nero su bianco nel codice di condotta. Un altro punto fondamentale, su cui si sono recentemente pronunciati giuristi ed esperti di diritto marittimo, sarà individuare delle norme che facciano osservare alle imbarcazioni il principio secondo cui le richieste di asilo vanno registrate dalle autorità del Paese di bandiera e non da quelle del Paese in cui i migranti sbarcano: un principio ritenuto dai più pacifico ma che le Ong stanno regolarmente tradendo da anni.
Che il percorso sia accidentato lo testimoniano, oltre a una dose di incognite rispetto all’atteggiamento del Quirinale una volta emanato il decreto, alcune dichiarazioni delle ultime ore: la Ong spagnola Smh ha già fortemente criticato l’ipotesi del nuovo codice di condotta, affermando di essere pronta a solcare nuovamente il Mediterraneo «da gennaio». Come la Smh, anche le altre Ong, comprese quelle coinvolte nelle vicende degli ultimi giorni, hanno già fatto sapere che si stanno attrezzando per riprendere il mare prima possibile per sfidare le autorità italiane.
Entro la fine di giugno dovrebbero arrivare in Consiglio dei ministri i nuovi decreti Sicurezza, frutto della revisione messa a punto dal ministro dell'Interno Luciana Lamorgese che recepisce i rilievi del Colle, ma vuole andare ben oltre. Così, nel sistema di accoglienza diffusa su tutto il territorio, tanto caro alla sinistra, spariscono le maxi multe alle Ong e le confische delle navi umanitarie, ritorna l'iscrizione anagrafica dei richiedenti asilo così pure la protezione speciale, assieme ad altre modifiche delle misure proteggi Paese introdotte da Matteo Salvini che il governo giallorosso da mesi preme per cancellare. Decisioni che avranno conseguenze drammatiche per l'Italia, dove continua a crescere il numero di sbarchi: 5.832 irregolari al 19 giugno mentre lo scorso anno, alla stessa data erano 2.242.
Il capo del Viminale si dichiara sempre soddisfatto dell'accordo di Malta che «ha costituito una tappa fondamentale per un maggior coinvolgimento dell'Europa nella gestione del fenomeno migratorio. Per la prima volta, infatti, Francia e Germania hanno assunto impegni formali per la redistribuzione sui loro territori di immigrati sbarcati in Italia», ha dichiarato Lamorgese. Ha poi aggiunto: «Nel periodo di vigenza del meccanismo di Malta, interrotto per il coronavirus, sono stati ricollocati, trasferiti 540 migranti, pari all'86% delle ricollocazioni effettuate in totale, con una concentrazione nel periodo dicembre-febbraio. Prima dell'accordo di Malta erano state ricollocate complessivamente 85 unità».
Quello che il ministro non rivela è che da inizio anno nessun migrante arrivato sulle nostre spiagge è stato trasferito in uno Stato europeo. Sono rimasti tutti qui, alla faccia dell'accordo di Malta. Li abbiamo fatti sbarcare, li manteniamo a nostre spese e chissà quando lasceranno l'Italia. Il rapporto del Viminale si scorre in pochi minuti, meglio dire secondi: il tempo rimanente è per essere certi di aver letto bene. Tabelle ordinate riportano nome della nave Ong, data dello sbarco, quote di migranti che gli altri Paesi europei si sono impegnati a prendere, ma quando si arriva alla colonna dei trasferiti, questa è desolatamente bianca. Zero spostamenti verso l'Unione europea.
Scopriamo così che dei 122 migranti sbarcati dalla Open arms a Messina il 15 gennaio di quest'anno, 91 erano ricollocabili ma le quote offerte da altri Paesi furono solo 61: 28 dovevano andare in Francia, 28 in Germania, 3 in Portogallo, 2 in Irlanda. Non hanno mai preso un autobus o un treno per raggiungere la loro meta. Il 16 gennaio, a Taranto la nave Sea watch fa scendere a terra 119 persone, 77 sarebbero ricollocabili secondo il principio di «solidarietà e di equa ripartizione delle responsabilità tra gli Stati membri», in realtà le quote sono 51: Francia e Germania accettano di prendersene 23 ciascuna, 3 il Portogallo, 2 l'Irlanda. Sapete dove sono invece gli irregolari? Sempre in Italia. Il 21 di quello stesso mese, Ocean viking sbarca 39 migranti a Pozzallo, dovevano andare 4 in Francia, 9 in Germania, 2 in Irlanda, non si sono mai mossi. A fine gennaio Ocean viking ci porta altri stranieri: il 29 ne sbarcano ben 403 a Taranto. Riparte la conta, 271 ricollocabili, le quote offerte dai Paesi si riducono a 193. Dal molo San Cataldo del porto pugliese 82 migranti dovevano andare in Francia, altrettanti in Germania, 4 in Portogallo, 2 in Irlanda, 3 in Lituania e 20 in Romania. Anche per questi, che giungevano da Marocco, Guinea, Senegal, Burkina Faso, Kenya, Nigeria, Mali e Somalia, l'unica terra promessa è rimasta l'Italia.
Il 31 gennaio viene dichiarato lo stato di emergenza per fronteggiare il rischio sanitario connesso al coronavirus, però il 2 febbraio Open arms ci porta a Pozzallo altri 363 migranti, 317 sono i ricollocabili ma ormai nessun altro Paese Ue propone quote. Restano da noi, come i 158 sbarcati dall'Aita Mari il 13 febbraio a Messina (132 dovevano essere ricollocati), i 276 lasciati dalla Ocean viking a Pozzallo (243 dovevano lasciare l'Italia), i 194 della Sea watch 3, il 27 febbraio a Messina (143 ricollocabili), i 181 accolti per la quarantena sulla Rubattino il 4 maggio (148 ricollocabili), i 79 fatti sbarcare a Porto Empedocle dalla nave mercantile Marina (62 ricollocabili).
Più di 1.300 sono gli stranieri sbarcati quest'anno da navi Ong, ai quali continua a provvedere solo l'Italia. Intanto le organizzazioni hanno spiegato le bandiere e sono tornate a pattugliare la zona Sar. Sea watch 3 ieri a Porto Empedocle ha potuto trasferire 211 migranti sulla nave traghetto Moby Zazà. Lo stesso ha fatto Mare Jonio con i suoi 67 stranieri a bordo.
«Chi paga questi taxi del Mediterraneo? E perché lo fa? Presenteremo un'interrogazione in Parlamento, andremo fino in fondo a questa storia», scriveva nell'aprile 2017 l'allora vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio. Chissà se l'oggi ministro degli Esteri ha ricavato qualche certezza in più, mentre si appresta a cedere alle insistenze del Pd di cancellare i decreti Sicurezza, votati pure dai grillini.







