Davanti alle proteste dei sindaci della rossa Emilia-Romagna e del loro governatore Stefano Bonaccini il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi cede, spostando un centinaio di migranti verso altre rotte. Le lamentele ruotano attorno al sistema di accoglienza che ormai sarebbe saturo. Per la verità basta controllare il cruscotto statistico del Viminale per scoprire che l’Emilia-Romagna, sebbene sia al secondo posto tra le regioni ospitanti, con la presenza di 12.572 migranti (il 9 per cento di tutti gli sbarcati), risulta essere ancora in zona gialla. L’unica regione rossa, infatti, è la Lombardia, che ospita 16.814 migranti (ovvero il 13 per cento sul totale delle persone arrivate in Italia via mare) e da moltissimo tempo guida la classifica. La strategia attivata dal Viminale ha permesso alla Sicilia, che con gli altri governi era sempre al collasso, di respirare. Fatto sta che dopo il «niet» di Bonaccini e la lagna dei sindaci, Piantedosi ha dirottato i migranti destinati alla provincia di Bologna verso la Campania (75) e verso la Calabria (25). Anche il Veneto si ritrova sulla stessa barca dell’Emilia-Romagna. E qui anche alcuni sindaci di centrodestra hanno storto il naso, ottenendo pure loro un cambio di rotta: 80 finiranno in Liguria, 50 nelle Marche, 30 in Umbria e 20 alla Basilicata. Qui il governatore Vito Bardi (Forza Italia), che guida una coalizione di centrodestra, si è detto preoccupato per la revisione dei parametri per l’assegnazione dei migranti, che «penalizzerebbe eccessivamente» la regione che amministra. In pratica, la circolare del ministero dell’Interno che afferma i nuovi diktat sui collocamenti contiene «una modifica del criterio di distribuzione su base regionale, che utilizzerà oltre al consueto parametro della popolazione residente anche quello dell’estensione territoriale». Il nuovo criterio, «oltre a essere applicato per il piano previsionale straordinario, sarà utilizzato nei singoli periodici riparti resi noti ai prefetti dei capoluoghi di regione per la successiva ripartizione infraregionale, secondo le modalità definite in seno ai rispettivi tavoli di coordinamento». «Questo parametro», ha spiegato Bardi, «innescherebbe gravi criticità in una regione come la Basilicata, con 131 comuni, moltissimi dei quali sotto i 5.000 abitanti. Si rischierebbero anche forti tensioni». Allo stato attuale, però, la Basilicata è a fondo classifica (seguita solo da Sardegna, Molise, Trentino e Valle d’Aosta), ospitando 2.453 migranti, ovvero il 2 per cento del totale. Bardi ha detto che si farà sentire con Piantedosi. Ma il gap è tutto legato alle vecchie logiche dell’accoglienza diffusa. Il sistema, sul quale in passato si sono arricchite coop e associazioni (soprattutto rosse e cattoliche), rimaneggiato dall’ex ministro Luciana Lamorgese, già non brillava e con i maxi sbarchi è andato definitivamente in tilt. Ora che il meccanismo per svuotare velocemente l’hotspot di Lampedusa rispetto al passato sta funzionando (ieri erano presenti circa 1.100 persone ed è previsto che oggi scendano a 250) ovviamente è risultato necessario rimodulare anche il sistema d’accoglienza territoriale. Il governo ha quindi ritoccato i criteri. Anche perché, se da una parte il codice che ha stretto le regole per le Ong sembra stia funzionando (ieri la nave Aurora della Sea Watch è stata sottoposta a fermo amministrativo per aver fatto sbarcare a Lampedusa e non a Trapani, porto che le era stato assegnato, 72 persone), dall’altra il flusso migratorio continua a spingere. Dall’1 giugno al 18 agosto, secondo i dati diffusi dal Viminale, ci sono stati 55.318 approdi, con una media giornaliera che supera le 700 unità. Gli ultimi quattro sbarchi a Ortona, in Abruzzo, dove è previsto l’arrivo di altri 40 migranti, pare aver addirittura fatto scattare l’ipotesi delle tendopoli. Le principali strutture di accoglienza, a cominciare da quelle di Montesilvano, Pescara e Civitaquana, ricostruisce la stampa locale, sono al collasso, con nessuna apparente possibilità di ricambio. La bomba l’ha lanciata il Messaggero, che prevede per Pescara assegnazioni settimanali di 80 persone. Anche qui i Comuni fanno resistenza, probabilmente sulla scia tracciata dall’Anci, associazione guidata dal sindaco dem di Bari Antonio Decaro. Il delegato dell’Anci per l’immigrazione, Matteo Biffoni, sindaco di Prato, ha puntato l’indice soprattutto sull’accoglienza dei minorenni: «Siamo nella più grande emergenza mai vissuta e in alcune città italiane, per quanto riguarda l’accoglienza dei minori, non ci sono gli hub di primissima accoglienza e non ci sono le risorse per la mediazione culturale». Dal Viminale hanno liquidato la polemica definendola «surreale» e hanno aggiunto che «la mancata adozione dello stato di emergenza da parte delle quattro regioni a guida centrosinistra ha ritardato alcuni interventi sul territorio», sottolineando pure che «sulla questione minori è fondamentale la legge Zampa, che è stata voluta dal Pd». La sinistra protesta contro una sua legge e il Viminale cede davanti alle proteste dell’Emilia-Romagna. Il cortocircuito sull’immigrazione è servito.
Due giorni di discussioni tra i capi di Stato e di governo dell’Unione europea non sono bastati a trovare un’intesa sull’immigrazione. Nonostante la mediazione italiana, Polonia e Ungheria sono rimaste sulla loro posizione: più che pensare a come ripartire gli arrivi e con quali soldi, bisogna semplicemente imparare a bloccare le frontiere esterne dell’Europa. Una petizione di principio sulla quale, per altro, è d’accordo anche il governo di Giorgia Meloni, che ha tenuto a sottolineare di «non essere mai delusa da chi difende i propri interessi nazionali». Chissà, invece, quali interessi aveva in mente Olaf Scholz quando ha allargato le braccia e ha sospirato: «L’importante è che le trattative sul Patto per l’asilo e per la migrazione siano concluse rapidamente prima delle Europee». Forse il cancelliere tedesco ha percezione che gran parte degli elettori sia decisamente nervosa sul tema dei migranti.
Certo involontariamente, Scholz ha spiegato perché il Consiglio europeo che si è chiuso ieri pomeriggio abbia portato a una fumata grigia, con le semplici dichiarazioni conclusive del presidente Charles Michel a sostituire il mancato accordo sulle migrazioni. In Europa si vota nella prossima primavera e quindi avanti con calma.
Sul tavolo del Consiglio di Bruxelles c’erano una serie di misure giù discusse dalla Commissione e approvate a maggioranza in Lussemburgo, tra le quali un obbligo per tutti i 27 paesi membri di accogliere i migranti, in base a dei coefficienti di ripartizione, oppure di pagare 20.000 euro a persona alla nazione che se li vede arrivare. In più, a latere, c’erano le solite buone intenzioni su «accordi bilaterali» (insomma, altri soldi europei) con le varie nazioni del Nord Africa da cui parte il traffico di esseri umani.
Le posizioni di Polonia e Ungheria erano chiare da tempo. Varsavia non darà mai il via libera a un meccanismo di ricollocazione che non sia su base volontaria e sul tema vuole comunque un referendum. Budapest, già piuttosto innervosita dal blocco dei miliardi europei del Fondo per la ripresa per dissidi sullo stato di diritto, aveva denunciato con il presidente Viktor Orban che «invece di fermare l’immigrazione illegale, Bruxelles vuole spendere altri miliardi per sistemare i migranti illegali in Europa».
Nella notte tra giovedì e venerdì, Polonia e Ungheria hanno dunque bloccato l’accordo e ieri mattina il presidente Michel ha chiesto a Giorgia Meloni di provare una mediazione oggettivamente disperata. Una mediazione che non è andata a buon fine, nonostante i buoni rapporti tra i rispettivi leader, ovvero Meloni, Orban e Mateusz Morawiecki.
«Comprendo la posizione di Polonia e Ungheria, che in questo caso è diversa dalla nostra», ha premesso Meloni al termine del summit. Per poi raccontare: «Io ho tentato di spiegare dall’inizio che finché noi cerchiamo delle soluzioni su come gestire il problema dei migranti quando arrivano sul territorio europeo non troveremo mai l’unanimità perché la geografia è diversa, perché le necessità è diversa, perché le situazioni sono diverse, perché la politica è diversa». «L’unico modo per affrontare la questione tutti insieme», ha proseguito il premier italiano, «è concentrarsi sulla dimensione esterna. Ed è su questo che noi siamo riusciti a imprimere una svolta totale».
Insomma, per l’Italia, tutto sommato, il Patto per la migrazione e l’asilo è una questione secondaria perché questo governo non chiede i ricollocamenti come risposta prioritaria, ma di «fermare l’immigrazione illegale a monte e di farlo con un partenariato strategico con i paesi africani», ha concluso Meloni.
Quanto alle posizioni polacche e ungheresi, anche per evitare strumentalizzazioni da parte di chi sperava in una lite, il premier italiano ha voluto pubblicamente ribadire massimo rispetto, perché «io non sono mai delusa da chi difende gli interessi nazionali». Garbata anche la risposta del premier polacco Morawiecki: «Non ho riserve nei confronti della mia amica Giorgia e sono soddisfatto del ruolo che ha svolto, ma abbiamo convenuto sul fatto di non essere d’accordo sul tema dell’immigrazione: lo siamo su tutto il resto».
Sul fronte degli accordi bilaterali, fuori dal Patto, è stato invece raggiunto il consenso sull’impegno Ue verso la Tunisia, dossier al quale l’Italia teneva molto. Nel comunicato finale si parla di «un pacchetto di partenariato globale reciprocamente vantaggioso con la Tunisia, basato sui pilastri dello sviluppo economico, degli investimenti e del commercio, della transizione verso l’energia verde, della migrazione e dei contatti interpersonali». Così come vanno ricordati i passi avanti sui «confini comuni dell’Europa».
E se a Scholz, davanti all’impasse, è sfuggito che tanto per le elezioni c’è tempo, anche Mark Rutte ha fatto capire una volta di più quanto l’Ue sia preoccupata dell’immigrazione clandestina. Il premier olandese ha affermato che l’insuccesso del Consiglio europeo «non è una catastrofe» e che comunque, sui migranti, «tutto ciò che sta progredendo al momento continuerà». Insomma, Rutte sta sereno.
Da un lato, la soddisfazione di Giorgia Meloni per i progressi compiuti e per le prospettive future, dall’altro gli ostacoli legati agli interessi di ogni singolo Stato: la questione migranti esce dal Consiglio europeo così come vi era entrata, ovvero con tante buone intenzioni, diversi piani in stato di avanzamento ma, per ora, nessuna soluzione concreta.
«Per quanto riguarda le migrazioni», dice Meloni al suo arrivo a Bruxelles, «non devo ricordare che quello che oggi c’è scritto nelle conclusioni del Consiglio era probabilmente impensabile otto mesi fa. Siamo davvero riusciti a cambiare il punto di vista, anche col contributo di altre nazioni, sull’annosa divisione tra Paesi di primo approdo e Paesi di movimenti secondari, passando a un approccio unico che risolve i problemi di tutti, che è quello sulla dimensione esterna. Il fatto che ci sia un paragrafo dedicato alla Tunisia in quello delle relazioni esterne», aggiunge Meloni, «racconta qualcosa di importante. Racconta di quella idea di partenariato strategico con i Paesi del Nord Africa che, per noi, è un cambio di passo molto importante sul ruolo dell’Europa nel Mediterraneo, di cui l’Italia è stata portatrice in questi mesi».
Che l’approccio dell’Europa alla questione migratoria sia cambiato sotto la spinta anche e soprattutto del governo italiano, è un dato di fatto: un argomento che, negli anni scorsi, veniva spesso e volentieri completamente trascurato fa, ormai, stabilmente parte dell’agenda delle riunioni. Detto ciò, è vero anche che gli interessi dei vari governi non sempre convergono e che, quindi, un accordo definitivo è difficile da raggiungere. Pensiamo, per fare un esempio, alla Polonia, guidata da Mateusz Morawiecki, leader del partito Diritto e giustizia, azionista di peso dei Conservatori europei guidati dalla Meloni.
Varsavia è nettamente contraria ai ricollocamenti obbligatori e alle conseguenti sanzioni, così come Budapest, e non a caso lo scorso 9 giugno Morawiecki e Viktor Orban, il premier ungherese, hanno consumato uno strappo con gli altri Stati europei. «Abbiamo ottimi rapporti con la premier italiana», dice Morawiecki, «potremmo avere interessi diversi, ma elaboriamo soluzioni che servono a tutti. Tuttavia, in questo caso, sottolineo con forza che difenderemo sicuramente il diritto della Polonia di garantire non solo del nostro sistema politico ma, soprattutto, che la nostra sicurezza sia nelle nostre mani. Guardate cosa sta succedendo nei sobborghi di Malmö», aggiunge il premier polacco, «o a Parigi, Marsiglia, Lille o anche in Italia. Il trasferimento forzato non sarà consentito finché ci sarà un governo di Diritto e giustizia». Tattica? Propaganda a uso interno? In realtà la Polonia, in questo momento, ha il vento della diplomazia in poppa: la sua importanza strategica per quello che riguarda il sostegno all’Ucraina contro la Russia rende Varsavia un partner che difficilmente può essere scontentato o, addirittura, mortificato su un argomento così sentito da parte della popolazione: «La Polonia», sottolinea non a caso Morawiecki, «sa molto bene cos’è la solidarietà e non abbiamo bisogno che ci venga insegnata. Abbiamo accolto oltre tre milioni di rifugiati. Un milione e mezzo sono ancora nel nostro Paese. Abbiamo aperto le case polacche. Eppure, nel caso dell’Ucraina, la Polonia ha ricevuto scarso sostegno: alcune decine di euro per rifugiato. Nel caso di un rifugiato non accettato dal Medio Oriente», conclude, «dobbiamo essere puniti con una multa di 20.000 euro o più. Non siamo d’accordo».
Un accordo, in ogni caso, va raggiunto e anche in fretta: «La migrazione non può essere strumentalizzata», sottolinea la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, «dobbiamo trovare un accordo prima delle elezioni europee, lo dobbiamo ai nostri cittadini. Dobbiamo trovare una strada giusta, umana nei confronti di chi ha bisogno di protezione, equa e ferma nei confronti di chi non ha diritto a protezione e, ricordando le ultime tragedie, particolarmente forte contro i trafficanti».
Del resto, se si arrivasse alle elezioni europee del 2024 senza un’intesa su questo tema così delicato, le istituzioni continentali presterebbero il fianco ai movimenti euroscettici, favorendone ulteriormente la crescita nei consensi. Un accordo va trovato, dunque, e la soluzione più pratica è quella di trovare intese con i Paesi di partenza: il dossier Tunisia, non a caso, è caldissimo, ma pure in questo caso occorre convincere il governo guidato da Kais Saied a collaborare (leggi, a bloccare le partenze).
La chiave sono, manco a dirlo, i soldi: il prestito del Fondo monetario internazionale da 1,9 miliardi di dollari ai quali la Ue può aggiungere un altro miliardo, ma la trattativa sul memorandum è difficile poiché Saied non vuole accettare le riforme che gli vengono chieste in cambio dei denari. Il negoziato vede Meloni in prima linea e già nei prossimi giorni potrebbero arrivare novità decisive.
- La portavoce della Commissione, Anitta Hipper, cita il numero di richiedenti asilo accolti da Francia e Germania senza accorgersi di quanto sia ridicolo rispetto agli approdi in Italia. Antonio Tajani al Consiglio europeo: «Il tema va risolto a livello continentale».
- Pronto il piano anti Ong del governo: l’asilo andrà richiesto al Paese di bandiera.
Lo speciale contiene due articoli.
«L’Italia è il primo beneficiario di questo sistema di solidarietà, con la Francia e la Germania che hanno già provveduto con i primi ricollocamenti. Si tratta di 117 casi»: sembra una barzelletta, e invece sono le parole della portavoce della Commissione europea per gli Affari interni, Anitta Hipper, che con sprezzo del ridicolo sostiene che il meccanismo per la distribuzione tra tutti i Paesi europei dei migranti che arrivano in Italia funziona. La prova? Il ricollocamento di 117 migranti arrivati in Italia e accolti, bontà loro da Francia e Germania. Siamo di fronte a una assurdità gigantesca: 117 migranti arrivano in Italia praticamente ogni due ore, le parole della Hipper suonano come una solenne presa in giro nei confronti del nostro Paese, tanto più perché pronunciate in una occasione ufficiale, il Consiglio europeo dei ministri degli Esteri di ieri a Bruxelles.
«Abbiamo il patto», sottolinea la portavoce della Commissione, «e abbiamo proposto misure strutturate, solide e globali rispetto a tutto il quadro di asilo e immigrazione. Per noi questa è la strada che i Paesi devono seguire, adottando il patto il più velocemente possibile. Per questo, lavoriamo con i Paesi membri su questo. Nel patto c’è anche una dichiarazione di solidarietà», aggiunge la Hipper, «dove abbiamo 8.000 impegni e abbiamo già 13 Stati membri che hanno accettato di assumere l’impegno in tema di ricollocamenti». Il patto al quale fa riferimento la Hipper è stato sottoscritto lo scorso 10 giugno: si tratta di un accordo per il «meccanismo volontario di solidarietà», che prevede il ricollocamento di circa 10.000 richiedenti asilo ogni anno, individuati soprattutto tra le persone salvate in mare, nel Mediterraneo e nell’Atlantico.
Peccato che su 8.000 impegni i migranti effettivamente ricollocati siano 117: una goccia nel mare, quel mare che continuerà a essere solcato dalle navi delle Ong dirette verso le nostre coste. «Non fa differenza», tiene a sottolineare ancora la Hipper, «se si tratta di un’imbarcazione di una Ong o di qualcun altro, c’è un obbligo legale chiaro e inequivocabile sul fatto che il salvataggio di vite umane deve avvenire in qualsiasi circostanza che porti le persone a trovarsi in una situazione di disagio».
Sembra però più vicino l’obiettivo della convocazione di una apposita riunione europea per discutere della questione. «Ho insistito«, spiega il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, al termine del Consiglio europeo, «affinché ci sia una riunione congiunta dei ministri degli Esteri e degli Interni per affrontare in maniera complessiva la questione dell’immigrazione. Vediamo che cosa si deciderà». Tajani ha sottoposto ai colleghi europei il problema delle navi delle organizzazioni non governative che «hanno appuntamento in mezzo al Mediterraneo con i trafficanti. Ho posto il problema dell’arrivo, nel nostro Paese, di migranti che non arrivano in cerca di solidarietà», argomenta Tajani, «come fanno quelli che arrivano con le piccole barche, ma di quelli che sbarcano con navi non governative. Ho ricordato quello che ha scritto Frontex nell’ultima relazione: sono navi che hanno appuntamenti in mezzo al Mediterraneo con i trafficanti che poi caricano i migranti sulle loro navi. Questo deve essere regolato e controllato dall’Ue con un’azione della Commissione europea. C’è un codice di condotta che secondo noi deve essere rinforzato. Sono soddisfatto del dibattito», dice ancora Tajani, «ogni posizione ma non c’è stata polemica. Anche la Commissione mi è sembrata sensibile sul tema».
Tajani dunque può dirsi soddisfatto dell’esito della riunione che, ricordiamolo, non prevedeva tra gli argomenti all’ordine del giorno la questione-immigrazione: «L’Italia», ribadisce Tajani, «ha posto con grande fermezza al Consiglio Ue il tema dell’immigrazione, che va risolto a livello europeo, in base al principio di sussidiarietà. E mi pare che tutti quanti abbiano riconosciuto la necessità di risolvere a livello comunitario la questione».
Sulle frizioni con Parigi, Tajani è rassicurante: «Non vogliamo assolutamente», sottolinea il vicepresidente del Consiglio, «aprire una polemica nei confronti della Francia o della Germania. Il confronto con la collega francese (la sottosegretaria per gli Affari europei, Laurence Boone, ndr) è stato positivo, abbiamo parlato della situazione e ho detto qual è la nostra posizione. Non c’è alcun intento polemico nei confronti della Francia. Noi abbiamo posto il problema della migrazione ma non c’è alcuna ripercussione sugli altri dossier. Abbiamo posto un problema perché è un problema reale anche per gli altri».
Cosa accadrà quando la prossima nave Ong chiederà di attraccare in Italia? «Dipende da quello che accade», risponde Tajani, «ogni fatto è diverso dall’altro, non sono tutti uguali. Il capitano di una nave è tenuto, se prende le persone in mare, a fare relazione all’autorità italiana, quella è la prima cosa che abbiamo chiesto».
«Abbiamo discusso dell’immigrazione», commenta da parte sua l’Alto rappresentante Ue per la Politica estera e di Sicurezza, Josep Borrell, «non era un punto specifico dell’agenda, ma ne abbiamo dovuto parlare perché alcuni eventi nel Mediterraneo lo hanno reso inevitabile. C’è stato uno scambio di vedute e di sicuro dovremo continuare a parlarne, ma oggi (ieri, ndr) non c’è stato nulla di concreto».
Ecco le nuove regole: salvataggi sì, appuntamenti con gli scafisti no
Tornare a contrastare in modo serio gli sbarchi illegali, facendo tesoro delle sbavature giuridiche e degli errori di comunicazione del passato, per non cadere in strumentalizzazioni o trappole mediatiche. È il senso della filosofia che sta animando il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi nel lavoro di messa a punto del nuovo pacchetto di norme con cui il governo Meloni si propone di porre un argine all’arbitrio delle Ong e degli scafisti nel Mediterraneo. Secondo i bene informati, l’impianto del nuovo provvedimento o della serie di provvedimenti che stanno per arrivare potrebbe già essere anticipato dal responsabile del Viminale domani in Parlamento, quando quest’ultimo sarà chiamato a riferire sulla vicenda degli sbarchi a Catania e delle frizioni con L’Eliseo per la nave Ocean Viking, poi approdata a Tolone.
Gli elementi più importanti che finora stanno filtrando sono quelli che riguardano la forma giuridica con cui le nuove norme saranno introdotte e il fatto che queste avranno un carattere stabile e non emergenziale. Per quanto riguarda il primo aspetto, tutto dovrebbe ruotare attorno a un nuovo codice di condotta - contenuto in un decreto interministeriale Interno-Difesa-Infrastrutture - che le navi delle Ong dovranno obbligatoriamente sottoscrivere se vorranno operare nel Mediterraneo, nelle acque territoriali italiane e degli altri Paesi che nei giorni scorsi hanno levato il loro grido di protesta nei confronti di Bruxelles e dei grandi paesi continentali, che continuano a scaricare la totalità dell’onere dell’accoglienza e delle pratiche per i richiedenti asilo sui loro porti e sulle loro autorità. Se le indiscrezione saranno confermate dal ministro nella sua informativa alle Camere, questo codice imporrà alle imbarcazioni delle Ong di dimostrare di aver soccorso barconi in effettivo stato di naufragio, e non di aver tacitamente concordato, come spesso accade, una sorta di rendez-vous in mezzo al mare con gli scafisti. Inoltre, bisognerà comunicare alle autorità del Paese più vicino quale tipo di intervento si sta effettuando.
Per le navi che non accettassero di sottoscrivere il codice di condotta ci sarebbero delle sanzioni ritenute dal Viminale più incisive di quelle previste finora, a partire dal divieto di ingresso in acque territoriali e, nei casi di forzature, di multe estremamente salate oppure del sequestro dell’imbarcazione. Il governo non si troverebbe dunque nella necessità di agire caso per caso, ma si muoverebbe seguendo degli automatismi, in virtù di quanto messo nero su bianco nel codice di condotta. Un altro punto fondamentale, su cui si sono recentemente pronunciati giuristi ed esperti di diritto marittimo, sarà individuare delle norme che facciano osservare alle imbarcazioni il principio secondo cui le richieste di asilo vanno registrate dalle autorità del Paese di bandiera e non da quelle del Paese in cui i migranti sbarcano: un principio ritenuto dai più pacifico ma che le Ong stanno regolarmente tradendo da anni.
Che il percorso sia accidentato lo testimoniano, oltre a una dose di incognite rispetto all’atteggiamento del Quirinale una volta emanato il decreto, alcune dichiarazioni delle ultime ore: la Ong spagnola Smh ha già fortemente criticato l’ipotesi del nuovo codice di condotta, affermando di essere pronta a solcare nuovamente il Mediterraneo «da gennaio». Come la Smh, anche le altre Ong, comprese quelle coinvolte nelle vicende degli ultimi giorni, hanno già fatto sapere che si stanno attrezzando per riprendere il mare prima possibile per sfidare le autorità italiane.
Ancora sbarchi, ancora propaganda dal ministero dell'Interno, ancora migranti che faranno tappa in Italia per mesi. Ieri mattina la nave Ocean Viking ha gettato l'ancora al porto di Pozzallo, sulla punta meridionale della Sicilia. A bordo c'erano 39 persone che erano state soccorse venerdì a 35 miglia dalle coste della Libia. Erano su una piccola imbarcazione di legno in balìa del maltempo. Il natante di Medici senza frontiere e Sos Méditerranée li ha imbarcati e ha chiesto al governo italiano un porto sicuro per l'attracco, che lunedì sera è stato concesso. Le autorità marittime libiche, cui la Ocean Viking si era rivolta inizialmente, nella loro sconfinata generosità avevano indicato Tripoli come porto di sbarco. Una città in guerra, «un approdo non sicuro», secondo le Ong che hanno chiesto un'alternativa all'Italia. Cecilia Strada, figlia di Gino Strada ed ex presidente di Emergency, aveva anche lanciato un tweet polemico contro il governo italiano che non era scattato immediatamente sull'attenti aprendo i porti: «Che cosa devono attendere? Il voto sulla Gregoretti? Gli accordi di redistribuzione, e nel frattempo li lasciamo a mollo? Le elezioni? L'inizio di Sanremo? Fateli scendere». È stata subito accontentata.
Dei 39 migranti, 19 erano minori che verranno accolti in Italia. Gli altri 20 saranno ricollocati. «Francia, Germania e Lussemburgo hanno dato la loro disponibilità ad accogliere tutti e 20 i migranti ricollocabili», annuncia con soddisfazione una nota del Viminale. Che prosegue: «La disponibilità è stata offerta sulla base dell'apertura della procedura di redistribuzione dei migranti a livello europeo avviata dalla Commissione Ue sulla scorta del preaccordo di Malta». Una perifrasi lunga ma necessaria per dire semplicemente che i tre Paesi dell'Ue ci fanno un piacere. A Malta, come sottolinea il comunicato del ministero, non è stato raggiunto nessun accordo, ma un preaccordo. Una stretta di mano, una bozza di intesa che attende ancora non soltanto di essere formalizzata, ma di essere condivisa da un numero più significativo di Paesi dell'Unione. Finora infatti i «gentiluomini» che hanno stretto il patto sono Francia, Germania, Italia e Malta. Alla Valletta c'era pure la Finlandia, in quanto presidente di turno dell'Ue nel secondo semestre 2019. Ma il Paese scandinavo ha fatto soltanto da notaio e si è ben guardato dal metterci la firma.
In ogni caso, «sulla scorta del preaccordo» e in base «all'apertura della procedura di redistribuzione» Francia, Germania e Lussemburgo hanno fatto il bel gesto di accogliere i 20 migranti maggiorenni sbarcati dalla Ocean Viking, tra cui 5 donne. La loro provenienza è prevalentemente dal Marocco e dal Bangladesh; un profugo viene dall'Egitto e un altro dalla Somalia. I 20, tuttavia, non partiranno certo domani e nemmeno la settimana prossima. Quello che la nota del ministro Luciana Lamorgese non dice è che per loro si apre una fase di permanenza in Italia che durerà mesi. I migranti della nave Gregoretti, quelli che potrebbero costare il processo all'ex ministro Matteo Salvini, sono rimasti nel Belpaese quasi 5 mesi: sbarcati il 31 luglio dopo le violente polemiche sull'operato del Viminale, sono partiti per la Germania il 20 dicembre. Nel contingente c'erano anche persone che si trovavano in Italia da maggio, dopo essere state sbarcate dalle navi delle Ong.
«Ricollocamento» è una parolina magica che nasconde mesi di permanenza nel nostro Paese. Una parolina che scatta quando i numeri delle persone da accogliere non sono impegnativi e quando a bordo delle imbarcazioni non si trovano delinquenti o scafisti: quelli dall'Italia non si schioderebbero. Ma soprattutto il tema dei ricollocamenti distoglie l'attenzione da un'altra questione che i preaccordi di Malta non hanno nemmeno sfiorato: il problema dei respingimenti.
Il direttore della Caritas di Ventimiglia, Maurizio Marmo, ha ammesso l'altro giorno alla Verità che la Francia respinge in media un centinaio di migranti al giorno alla frontiera ligure. Cento respingimenti al giorno significa 3.000 al mese e 36.000 in un anno. Ammettiamo pure che alcuni vengano respinti più di una volta perché ci riprovano. Ma Ventimiglia deve comunque fare i conti ogni giorno con migliaia di persone allo sbando. La Francia era a Malta, il suo ministro dell'Interno Christophe Castaner ha firmato il preaccordo e ora si degna di accogliere una mezza dozzina di profughi. Chapeau.
Ma nel silenzio generale, per meno di 10 migranti accolti in virtù della redistribuzione maltese, la Gendarmerie piazzata in forze al valico di Ventimiglia ne respinge 100 ogni giorno costringendoli a bivaccare senza prospettive in Italia. Qui Malta non vale: comanda Dublino, città del regolamento in base al quale i migranti vengono obbligati a tornare nel Paese di sbarco dove sono stati identificati. «Da settembre a fine dicembre la media è stata di un centinaio di migranti al giorno rispediti indietro in malo modo dalla Francia», sono le parole di Marmo. Che aggiunge: «Siamo territorio di transito, questa città sta vivendo un viavai continuo di persone controllate dai francesi in base al colore della pelle, stipate di notte in container prima di essere respinte oltre confine». Con tanti saluti ai ricollocamenti di facciata.







