Processare Piero Amara per le calunnie della Loggia Ungheria. Allo stesso tempo indagare su quanto dichiarato dall’ex legale esterno di Eni ai pm di Milano fra il 2019 e il 2020 e cercare «l’elenco degli aderenti» per capire se la fantomatica loggia «prosecuzione della P2» fosse frutto della sua fantasia, fosse «figlia« illegittima dell’associazione segreta fondata da Licio Gelli oppure se rappresentasse un «centro relazione» che è stato «espressione-estensione del sistema Palamara» all’interno del Csm. Il gup di Milano Guido Salvini sembra ritenere credibile, o comunque meritevole di approfondimento, l’ex faccendiere e avvocato di Augusta al centro di mille scandali quando parla di magistrati e nomine. Amara andrà a processo il 2 febbraio davanti alla settima sezione penale di Milano con l’accusa di aver calunniato 67 fra i vertici di Csm, politica e forze armate di cui 40 le parti civili e altre 27 le persone offese durante gli interrogatori resi ai pm Paolo Storari e Laura Pedio. Fra queste in particolare l’ex ministro della Giustizia Paola Severino e l’ex vice presidente del Csm Michele Vietti, calunniati su fatti specifici, si legge nel capo d’imputazione dei pm Stefano Civardi e Roberta Amadeo, e cioè accusati di false pressioni sul Csm per trasferire un magistrato da Siracusa inviso alle aziende di Emma Marcegaglia e di «reti» di favori per far ottenere incarichi ad alcuni avvocati, fra cui l’allora sconosciuto Giuseppe Conte, poi presidente del consiglio. Amara ne risponderà davanti a un giudice ma il gup ha disposto anche la «trasmissione degli atti» ai pubblici ministeri per indagare invece su asseriti favori resi all’ex Procuratore di Perugia, Luigi De Ficchy (che ha indagato su Amara), e sulla presunta influenza sulle nomine dei magistrati Lucia Lotti alla Procura di Gela e di Francesco Saluzzo a Procuratore generale di Torino. Indagare su quei tre nomi in «particolare», scrive Salvini e cercare «l’eventuale elenco degli aderenti» a Loggia Ungheria «che si troverebbe a Dubai» e che nessuno ha mai trovato. Completamente prosciolto invece l’ex assistente di studio di Amara, Giuseppe Calafiore, per il quale il giudice ha emesso sentenza di non luogo a procedere per non aver commesso il fatto in relazione al reato di autocalunnia. Per lui un solo verbale era oggetto di contestazione (4 febbraio 2020) nel quale disse ai pm Storari e Pedio di «conoscere» l’associazione Ungheria e di averne fatto parte. Troppo poco secondo il gup per processarlo nonostante quelle affermazioni rappresentassero di fatto il riscontro di Amara.
Il fatto che negli ultimi anni ci sia stato un trattamento di favore nei confronti dell'avvocato Piero Amara e dell'ex manager Eni Vincenzo Armanna da parte della Procura di Milano ora ha una conferma autorevole. È quella rivelata dal sostituto procuratore Paolo Storari durante i suoi due interrogatori a Brescia, dove è indagato per rivelazione di segreto d'ufficio riguardo ai verbali sulla loggia Ungheria consegnati all'ex consigliere del Csm Piercamillo Davigo. Come già accaduto a Roma con Stefano Fava - entrato in conflitto con l'ex capo Giuseppe Pignatone -, anche a Storari era stato ordinato di non toccare con le indagini sia Amara sia Armanna: l' obbligatorietà dell'azione penale valeva solo per alcuni ma non per tutti. Non è un caso che ieri il ministro di Grazia e giustizia, Marta Cartabia, abbia fatto sapere di aver avviato un'inchiesta amministrativa sulla vicenda del processo Eni-Nigeria: è stato chiesto all'ispettorato di svolgere accertamenti preliminari. Le vicende di Fava e Storari sono speculari. Titolari entrambi di inchieste sull'avvocato siciliano (che a quanto pare si era pentito negli ultimi mesi), entrambi avevano chiesto misure cautelari e indagini più serrate ma sono stati fermati dai rispettivi capi per aiutare altri magistrati (Fabio De Pasquale e Paolo Ielo) in altri processi, forse più blasonati e importanti per la carriera.
Anche per questo motivo Storari, titolare dell'inchiesta sul falso complotto Eni (insieme con l'aggiunto Laura Pedio), si era lamentato dell'inerzia sulle indagini con il capo della Procura Francesco Greco. Il pupillo di Ilda Boccassini aveva con tutta probabilità capito l'inattendibilità dei due soci in affari, come il fatto che entrambi stessero inquinando il processo sul giacimento nigeriano Opl 245, dove i vertici di Eni e Shell erano accusati di corruzione internazionale da De Pasquale e Sergio Spadaro. Forse Storari aveva anche scoperto che i due stavano nel frattempo sfruttando l'inchiesta nigeriana per i loro interessi, come si poteva evincere dal video del luglio del 2014 rimasto nascosto fino al 2019. Non a caso i due avrebbero messo da parte almeno 100 milioni di euro in questi anni, depositati al sicuro a Dubai.
Del resto che Amara e Armanna stessero ricevendo trattamenti particolari da parte della Procura lo dimostrano i procedimenti a loro carico che giacciono da anni, fermi, a palazzo di Giustizia di Milano. Se ne calcolano almeno 7 a carico del primo e 5 sul secondo. Molte sono denunce per diffamazione e calunnia, ma almeno 3 sono inchieste già partite su cui negli ultimi anni non sono mai stati fatti passi in avanti. Oltre a quella sul falso complotto transitato da Trani a Siracusa, nulla si è più saputo delle accuse per insider trading né di quelle per truffa sul petrolio iraniano sotto embargo. Amara è infatti indagato dalla Procura di Milano insieme con l'ex numero 2 del Cane a sei zampe Antonio Vella per aver sfruttato informazioni riservate e aver speculato in borsa. A quanto pare, infatti, stando alle accuse, al centro di tutto ci sarebbe il padre dell'avvocato siciliano, Giuseppe, detto Pippo per gli amici di Augusta dove era stato sindaco negli anni Settanta. Secondo le indagini della Guardia di finanza, alla fine del 2016 Giuseppe Amara (che oggi vive in una bellissima villa alle porte della città siracusana) si sarebbe fatto finanziare da Banca Profilo 3 milioni di euro allo scoperto e con questi soldi avrebbe comprato azioni Eni e Saipem con rilevantissimi guadagni. Secondo le indagini delle fiamme gialle, depositate nel lontano 2019, Vella avrebbe inviato in quegli anni informazioni ad Amara su come fare investimenti. Non va dimenticato che nel famoso video del luglio del 2014, Armanna e Amara discutono anche sulla possibilità di portare proprio Vella al posto di Claudio Descalzi a San Donato. Del resto, quello che risulta dalle denunce e dalle inchieste a metà, è che intorno al processo Eni Nigeria si sia costituita una vera e propria cricca, capace di fare soldi, sfruttare il processo e nominare persino uomini di fiducia dentro San Donato. Amara e Armanna sono stati infatti denunciati per truffa ai danni dell'Eni sulla vicenda Napag, l'azienda di Francesco Mazzagatti che aveva consegnato a Eni trading & shipping petrolio iraniano sotto embargo. Anche qui i due, grazie ai dossier inviati a Trani e Siracusa, avevano piazzato un loro uomo, ovvero Massimo Mantovani, ex capo dei legali poi allontanato nel 2019. Ma c'è di più. Amara in questi anni era riuscito a piazzare in Syndial, società di Eni, anche Vincenzo Larocca, avvocato (non indagato) citato nell'inchiesta sull'Ilva. L'aspetto più inquietante però potrebbe essere un altro. Durante il processo contro Eni De Pasquale provò a portare Amara come testimone. L'avvocato siciliano, più volte arrestato, poteva essere la carta dell'accusa per far astenere il presidente del collegio giudicante Fabio Tremolada (considerato troppo garantista) dal giudizio su Opl 245. Secondo quanto raccontato sempre da Storari ai magistrati bresciani, sarebbe stato questo l'obiettivo finale di De Pasquale. Per di più quel verbale di Amara fu poi portato da Pedio e Greco a Brescia dove fu archiviato perché inattendibile.
Nei giorni scorsi il Tribunale di Potenza ha ordinato l'ennesimo arresto dell'avvocato Piero Amara, corruttore reo confesso e testimone di giustizia in diverse Procure. Prima di rifinire in carcere il legale ha raccontato a «Panorama» la sua verità sui suoi presunti «favori» ai magistrati, sulla loggia Ungheria e sui suoi rapporti con gli inquirenti della Procura di Milano, l'ufficio giudiziario che ha provato a utilizzare le sue dichiarazioni per dimostrare l'incompatibilità del giudice del processo Eni-Nigeria. Amara ha anche svelato quali sarebbero le prove che ha raccolto a sostegno delle proprie parole. Ecco un estratto dell'articolo.
[…] Pallino di Amara è pure un'altra toga di Magistratura democratica (Md), l'aggiunto di Roma, Lucia Lotti, che è stata procuratore di Gela, l'ufficio giudiziario che istruiva i procedimenti sulla raffineria dell'Eni, società di cui Amara era consulente legale. La Procura di Gela era per l'Eni quello che la Procura di Taranto era per l'Ilva. Racconta Amara: «È certo che lei si rivolge a me affinché andassi da Saverio Romano e Totò Cuffaro per farle avere il voto di Ugo Bergamo, laico dell'Udc al Csm. Adesso dice che a Gela non ci voleva andare nessuno, ma non è vero». In effetti il voto al Plenum finì 13 a 9 per la Lotti: la sostennero le correnti e i laici di sinistra, più Bergamo. […]. Nelle chiacchiere con Amara escono altri nomi eclatanti tra i presunti appartenenti alla «loggia Ungheria». Come Antonello Montante, ex presidente dei confindustriali siciliani, condannato in primo grado a 14 anni di carcere per corruzione. I nomi sulle agende di Montante e Amara spesso si sovrapponevano […]. Citiamo i membri del comitato scientifico di Opco (l'Osservatorio permanente sulla criminalità organizzata ideato dall'ex magistrato Giovanni Tinebra) ad Amara e lui ci dice chi, ovviamente a suo insindacabile giudizio, facesse parte di Ungheria. Ci sono generali della Guardia di finanza, ex presidenti della commissione antimafia come Roberto Centaro («ma anche il fratello Alfonso faceva parte di Ungheria») e magistrati.
Su Internet si trova ancora un manifesto di un evento dell'Opco. Tra i partecipanti pure Roberto Alfonso, ex Pg di Milano (oggi tra i probiviri dell'associazione nazionale magistrati che sta esaminando le chat di Palamara). Chiediamo ad Amara se anche questi facesse parte di Ungheria. Risposta: «Lì mi crea un problema grosso come una casa». Meno difficoltoso ammettere l'«affiliazione» del consigliere del Csm Sebastiano Ardita. Che, però, ha sempre negato. «Con questo non voglio dire che Ardita abbia commesso reati, a mio avviso è un uomo davvero integerrimo. Sia io che lui che altri giudici eravamo componenti del comitato scientifico dell'Opco e questi magistrati, che io ho già sentito, confermeranno la mia presenza, la nostra conoscenza e una cena di rappacificazione fra Tinebra e Ardita alla presenza di altre tre toghe».
E perché dovettero riconciliarsi? «Tinebra gli chiese una cortesia per un imprenditore e Ardita che è una persona seria non gliel'ha fatta, quindi Tinebra gli ha dichiarato guerra. Ma poi ci fu la cena di riconciliazione alla presenza di Paolo Giordano (ex procuratore di Siracusa, ndr), Alessandro Centonze (consigliere di Cassazione di origini siracusane, ndr) e Maurizio Musco (ex pm destituito dalla magistratura per i rapporti con Amara, ndr)». Giura che uno di questi, Centonze, lui lo avrebbe già registrato: «Indirettamente. Gli ho mandato una persona. Purtroppo sono costretto a registrare la gente».
La colpa a suo giudizio è del pm Paolo Storari che lo avrebbe obbligato a fare dichiarazioni su cui non aveva riscontri. […].
Ha accettato di mettere nero su bianco le accuse contro Marco Tremolada, il giudice che a marzo ha assolto i vertici Eni nella vicenda delle presunte tangenti nigeriane. Amara avrebbe sentito dire che presso Tremolada avevano porta aperta gli avvocati della compagnia petrolifera: «Ma era solo un chiacchiericcio... non capisco come i pm possano avere trasmesso gli atti a Brescia. Una notitia criminis deve avere un minimo di supporto probatorio, non si può basare su un chiacchiericcio...».
Brusii di cui Amara avrebbe parlato in corridoio per poi essere richiamato da Storari: «Questa cosa la dobbiamo verbalizzare» mi disse. «Io una volta sono sbottato: “Lei non capisce un c... per me questo fascicolo lo potete anche archiviare". Successivamente ho capito che alcune cose interessavano anche a loro...».
Amara passa poi a parlare delle sue famose «pistole fumanti» contro coloro che lo smentiscono. «Alcuni magistrati dicono che non mi conoscono. Le faccio un nome e un cognome: Francesco Saluzzo». Il riferimento è al procuratore generale di Torino che avrebbe partecipato a una cena con Amara a Roma insieme con l'ex direttore generale del Consiglio di Stato Antonio Serrao e con un altro commensale recentemente defunto.
Saluzzo gli avrebbe chiesto l'appoggio di tre componenti del Csm per diventare Pg a Torino: «Per fortuna ho registrato Serrao e gli ho detto: “Ti ricordi Saluzzo?". E lui: “Ma chi, quello che dovevamo mandare alla Procura generale di Torino?". Io di rimando: “Tonino, non è che hai parlato della nostra associazione, dei cenacoli con Tullio Del Sette (ex comandante generale dei Carabinieri, ndr), se no mi esce fuori tutto il filone dei magistrati?". E lui mi risponde: “Ma stai scherzando? Io non ho parlato dell'associazione, di Del Sette e di Saluzzo con nessuno"» […].
A proposito di registrazioni, Amara fa un altro esempio e cita il caso dei presunti maneggi da parte dell'ex consigliere del Csm Marco Mancinetti per far superare il test di medicina al figlio. Mancinetti ha sempre negato e ha annunciato querele, salvo dimettersi all'improvviso dal parlamentino dei giudici nel settembre 2020.
Amara sembra molto divertito dalla sua presunta prova: «Immagini se ci fosse una registrazione in cui il rettore parlando con un'altra persona dicesse: “Ma ti rendi conto che mi hanno offerto soldi per avere i temi?". Non sarebbe grave questa cosa raccontata dal rettore che poi a Perugia ha negato sé stesso? C'è gente che non ha idea di quello che emergerà su alcuni profili» […].
C'è una terza presunta «smoking gun» che riguarda il presidente del Consiglio di Stato, Filippo Patroni Griffi. Il motivo del contendere è l'assunzione di una presunta amica del giudice da parte di Amara: «Centofanti (Fabrizio, imprenditore oggi indagato per corruzione, ndr) venne da me e mi disse che dovevamo fare questa cortesia a Patroni Griffi. Quando poi decisi di mandarla via, perché la signorina era un po' arrogante, il presidente venne a trovare me e Calafiore. Ci incontrammo in un ristorante. Fu molto gentile e quando viene da te il presidente del Consiglio di Stato e ti chiede una cortesia non puoi dirgli di no».
Ci sono registrazioni di quell'incontro? «No, solo testimonianze. Ma visto che lui dice che non conosce né me né Calafiore, per quello c'è un video inequivocabile di un incontro tra lui e Peppe, che era già stato sentito a Milano come testimone, ripreso con il telefonino dalla compagna del mio collega. È stato depositato in Procura. Calafiore, quando ha incontrato a Roma Patroni Griffi, aveva un look particolare, era in tuta. Tu magari puoi anche fermarti a salutare un avvocato, ma lì Peppe aveva una mise molto particolare… il presidente si alza e lo saluta quasi con l'inchino».
Gli affari di Paradiso. Si definiva «umile» ma gestiva 2 milioni grazie a una polizza
- Secondo la Procura, l'uomo riceveva del denaro da Piero Amara. Giuseppe Calafiore: «Gli dava anche la sua carta di credito...».
- Luigi Di Maio sceglie il silenzio, mentre la stampa se la prende con Matteo Salvini.
Lo speciale contiene due articoli.
«Sono una persona umile, devo tutto a mia moglie». A chi lo incontrava negli ultimi mesi, Filippo Paradiso, il funzionario di polizia distaccato al Viminale arrestato martedì nell'inchiesta di Potenza, ricordava spesso le sue umili origini e raccontava anche che andava spesso a pregare «in monastero». Ora però poteva contare, stando a quanto hanno ricostruito gli investigatori, «su una polizza di gestione patrimoniale di oltre 2 milioni di euro». E non solo.
Non è chiaro se già sapesse che l'inchiesta dello scorso anno sul procuratore di Taranto Carlo Maria Capristo lo avrebbe travolto. Di sicuro da almeno un anno Paradiso era indagato a Roma per traffico di influenze, ma né il sottosegretario Carlo Sibilia né i 5 stelle avevano deciso di rimuoverlo dal suo incarico. Come si legge nelle 306 pagine di custodia cautelare, il suo stile di vita era al di sopra delle aspettative. A permettergli arrotondamenti considerati dagli investigatori «incompatibili con il profilo reddituale» sarebbe stato l'avvocato dell'Eni Piero Amara, il legale di Augusta che non disdegnava di mantenere confidenti e anche magistrati.
A rivelare i pagamenti di Amara è Giuseppe Calafiore, suo sodale in diversi interrogatori. Il 21 maggio del 2018 spiegava ai magistrati come sempre Amara gli avesse dato dei soldi da dare a al procuratore di Siracusa Giancarlo Longo in relazione a una vicenda di cui si è occupato integralmente lui, la vicenda «Milano»: «Io ho fatto da spallone. Amara mi ha dato dei soldi in busta, io non li ho contati. Siamo in aprile 2015 o nell'estate del 2015. Ricordo che le banconote erano do 50 euro. Saranno state quattro o cinque mazzette». Il riferimento a Milano altro non è che all'inchiesta di Longo sul complotto Eni, poi rivelatosi farlocco e inventato da Amara. Calafiore è un testimone di tutti i pagamenti dell'avvocato di Augusta. Amara avrebbe utilizzato Paradiso per fare il relation man, per tenere i rapporti con le istituzioni. «Paradiso andava a cena con diversi membri del Csm. Lo utilizzava e lo pagava. […] gli dava anche la carta di credito a questo Paradiso».
Secondo Calafiore, «lavorava cioè come applicato politico al ministero degli Interni e quindi lei si immagini uno che guadagna... sono forse 1.500 euro, 2.000 euro al mese... che vive a Roma, tutte le sere a cena con chiunque cioè come fa, è tecnicamente impossibile». Una volta «l'ha foraggiato davanti a me in studio e gli ha dato 2.100 euro». La stessa moglie di Paradiso, Lucia Giuliano, era retribuita da un consorzio, proiezione della società Tecnomec che fatturava a Eni e Ilva e i cui affari erano seguiti da un'altra società di Amara. Dalle verifiche sugli estratti conto dell'avvocato sedicente confratello della loggia Ungheria sono saltati fuori i pagamenti di biglietti aereo per Paradiso. Le carte di credito erano di Amara, i biglietti erano intestati a Paradiso. L'ammontare dei biglietti? Oltre 1.200 euro.
Ma è in un secondo procedimento che Amara e Paradiso sono indagati per traffico illecito di influenze. L'avviso di conclusione delle indagini era stato emesso dalla Procura di Roma, così come la richiesta di rinvio a giudizio, trasmessa in Procura a Potenza e inoltrata il 26 febbraio al gip. In quel fascicolo viene ricostruita la relazione Amara-Paradiso, «sostanziatesi», scrivono gli investigatori, «mediante il pagamento di somme di denaro come prezzo della mediazione di Paradiso con pubblici ufficiali in servizio presso ambienti istituzionali». In particolare ai magistrati potentini interessano i «membri del Csm e i politici». Amara e Paradiso, secondo il gip, avrebbero agito «attraverso illeciti scambi di favori, pilotando addirittura la nomina di un procuratore della Repubblica per interesse personale [...]». Paradiso sembrerebbe un socio di Amara. I due, spiega ancora il gip, «hanno dimostrato di agire, comunicare e dare disposizioni in molteplici direzioni istituzionali di altissimo livello, in modo tentacolare».
D'altra parte, quando nel 2013 uscì il libro scritto da Paradiso su concussione e corruzione, con la prefazione dell'ex procuratore generale di Roma Luigi Ciampoli, alla presentazione erano presenti «alti ufficiali, magistrati, alti prelati, gente importante». A dimostrazione che di contatti negli ambienti che contano il poliziotto ne aveva da spendere. E Amara questo lo sapeva bene, come evidenzia il gip nell'ordinanza d'arresto. Un passaggio, quello della relazione con Paradiso, che Amara di certo tenterà di spiegare al gip oggi durante il suo interrogatorio di garanzia. Sarà presente anche il procuratore Francesco Curcio, considerato ormai un «Nosferatu» dalle toghe pugliesi che finiscono indagate a Potenza, e che di certo non abboccherà ai soliti tentativi messi in campo da Amara di riempire pagine e pagine di verbali. Paradiso, sentito dai magistrati milanesi il 22 febbraio dell'anno scorso nell'inchiesta sulla loggia Ungheria, la vicinanza con Amara non l'aveva negata: «È nato un rapporto di buona amicizia e di frequentazione privata, anche con le famiglie». Ora a Potenza dovrà spiegare perché l'avvocato pagava i suoi viaggi aerei e come è finita nelle sue mani quella polizza da 2 milioni di euro.
Il neo garantista Di Maio resta muto sul poliziotto vicino al Movimento
C'è sempre uno più puro che ti epura. Niente da fare, la fotografia di Pietro Nenni con la vecchia Kodak è ancora nitida, potente e contrastata mezzo secolo dopo. Sembra un Sebastiao Salgado, gente nuda che si arrampica da una miniera di fango. Come quella di Filippo Paradiso, il poliziotto arrestato per il caso Amara, che secondo la stampa mainstream doveva essere un vago «consulente di Elisabetta Casellati e Matteo Salvini» e che si ritrova invece compagno di merende di un think tank (tremano i polsi solo al pensiero) del Movimento 5 stelle.
La reazione mediatica è struggente: nessun approfondimento, nessun passo indietro. Per la famosa legge del «cosa detta, capo ha», nelle redazioni progressiste con l'eskimo che ancora penzola dagli attaccapanni come uno scalpo Apache, si spera che Paradiso rimanga per sempre appiccicato ai due nomi di centrodestra. E al loro fianco porti maleodoranti effluvi dentro i social, moltiplichi l'effetto indignazione, conduca il popolo di Facebook e Twitter a completare la solita operazione di informazione democratica: humus più ventilatore. Il debunker con la molletta sul naso confermerà.
Ma la realtà bussa e la faccenda Paradiso è più infernale. Il poliziotto al centro dell'ultimo verminaio giudiziario da piramide di Indiana Jones ha ammesso: «Sono sempre stato comandato presso varie segreterie di alcuni ministeri». Uno dei tanti sullo sfondo. Quindi Rocco Buttiglione ma anche Maurizio Martina, Nunzia Di Girolamo e Salvini ma anche il sottosegretario grillino Carlo Sibilia, ultimo incarico al Viminale. Il cotè pentastellato che non interessa a tv e giornali, però interessa a noi e ci introduce a un tema molto delicato: il neogarantismo del Movimento, che evidentemente passa dal silenzio.
Alla notizia che Paradiso - quello dei dossier, quello arrestato, quello che tramava su Wickr per non farsi intercettare, quello della rete interna alle Procure di mezza Italia - era una star dell'associazione Parole Guerriere, cenacolo pentastellato, è calata la notte artica. Eppure lì erano di casa Roberto Fico, Luigi Di Maio, Paola Taverna, Alessandro Di Battista, Nicola Morra, vale a dire la spremuta ideologica del vaffa. I front line del gruppo rock, coloro che per molto meno avrebbero chiesto le dimissioni dell'intero Parlamento. Questa volta nessun sussurro, nessun distinguo, nessun comunicato.
Poiché dal 29 maggio - lettera al Foglio, mea culpa sul caso del sindaco Simone Uggetti - il garantismo è entrato nel lessico grillino con più efficacia di una seconda dose di Astrazeneca, ecco che va tutto bene. «Alimentammo la gogna mediatica per motivi elettorali con modalità che furono grottesche e disdicevoli. Ho contribuito a esacerbare il clima, mi scuso». Così parlò Di Maio, scatenando la rissa a sinistra di San Vittore. Forte di quelle parole, oggi detta la linea. E nessun pentastellato sente il bisogno di spiegare come mai l'amico Paradiso era lì nella foto di famiglia. Non una presa di distanza, non una richiesta di chiarimenti.
Non pretendiamo le modalità napoleoniche di Paola Taverna ai tempi d'oro («Il Parlamento dev'essere commissariato»), ma almeno un Whatsapp di rimprovero a Sibilia. O una spiegazione del senso di quegli incontri al vertice, fra una tartina e un prosecchino, in compagnia del poliziotto fidato di Piero Amara, quello dei falsi dossier contro l'Eni e della loggia Ungheria. Tutti da Giggino e da Dibba il sabato sera, che tenerezza. Tutto normale. È in silenzio anche Barbara Lezzi, l'ultima pasionaria, che dieci giorni fa rispose a Di Maio: «Un tempo eravamo coraggiosi, se lui è pentito io non lo sono». Così per qualche ora ti aspetti il tuono di Lisistrata contro quel Paradiso dell'ortodossia perduta. E invece è finito un mondo. Parole guerriere zero.
C’è più di un motivo se Paolo Storari, sostituto procuratore di Milano, aveva più volte chiesto al capo della Procura Francesco Greco di indagare su Piero Amara, l’avvocato siciliano arrestato ieri nell’inchiesta intorno all’Ilva di Taranto. Proprio in questi giorni il procuratore generale di Milano, Francesca Nanni, sta valutando se avocare l’inchiesta, aperta 4 anni fa e non ancora chiusa, sul «falso complotto Eni», il presunto depistaggio delle indagini sul blocco petrolifero nigeriano Opl245, sia ravvisabile una «negligenza inescusabile» da parte dei pm. Alla base delle richieste di Storari non c’erano solo le dichiarazioni sulla fantomatica loggia Ungheria, ma anche gli affari che l’avvocato siciliano stava portando avanti da tempo in giro per il mondo e su cui anche Procura di Roma non aveva mosso un dito. Come già anticipato dalla Verità, insieme con l’ex manager Vincenzo Armanna, avrebbe messo da parte quasi 100 milioni di euro truffando l’Eni, grazie alla Napag di Francesco Mazzagatti e al traffico di petrolio iraniano sotto embargo. Ma allo stesso tempo, grazie anche alla mancanza di indagini più approfondite da parte delle Procure di Roma e Milano, negli ultimi 3 anni Amara aveva provato a cancellare le sue tracce su Internet. Sul web ci sono diversi siti a lui intitolati, da pieroamara.it a pieroamarapubblicazioni fino a studiolegalepieroamara. Sono tutti stati disattivati tra il 2018 e il 2019, in concomitanza con il primo arresto nel febbraio del 2018 ma anche dopo l’allontanamento dall’Eni dell’ex capo dei legali Massimo Mantovani e dell’ex numero 2 dell’azienda di San Donato Antonio Vella. Sul web però è difficile non lasciare impronte. Ci sono tracce di come Amara gestisse il suo studio legale. «Lo Studio legale Piero Amara & Partners nasce nell’anno 1996 dal nome del suo fondatore Piero Amara». Lo studio proponeva ai suoi clienti consulenza legale in qualsiasi ambito, amministrativo, civile e penale. «[…] offre ai propri i clienti anche un’assistenza di relazione istituzionale con particolare riferimento ai seguenti paesi: Iran, Congo, Mozambico, Nigeria, Armenia, Tanzania». Caso vuole che siano i Paesi dove aveva lavorato anche Armanna quando era un manager dell’Eni, prima di essere licenziato nel giugno del 2013 per spese non giustificate pari a 292.000 euro, tra cui un taxi costato più di 1000 euro o pernottamenti in lussuosi alberghi tra Milano e Doha. Ci sono anche Congo e Nigeria, dove sono nate le ultime inchieste che hanno portato alle indagini per corruzione internazionale sull’amministratore delegato Claudio Descalzi e sull’ex numero uno Paolo Scaroni. Non solo. Piero Amara & Partners disponeva di ben 3 sedi, una in via Trezza a Roma, una Dubai, all’indirizzo Pobox 33964 e un altro a Teheran, in «Shafagh Ave, Ahmad Ghasir street Argentina square». Le ultime 2 sono in Paesi sotto embargo. La più interessante è quella negli Emirati Arabi Uniti. Quell’indirizzo viene segnalato sulla piattaforma nei Panama Papers.
Non potrebbero esserci collegamenti diretti, ma quell’indirizzo porta alla Executive Investment Holdings che è collegata a sua volta con la Bestar Overseas con sede nelle Virgin Islands e collegata allo studio Mossack Fonseca. Nello studio fondato nel 1996, Amara era affiancato da 2 direttori generali, Alessandra Geraci e Lisa Dixit Dominus. La prima è stata perquisita a Catania durante l’inchiesta sul falso complotto intorno all’Eni, la seconda è invece un avvocato con un cognome difficile da dimenticare. È infatti sorella di Francesco Dixit Dominus, manager di Napag, Viaro e Rockrose, società di Mazzagatti. Altro legale che lavorava con Amara è Giorgia Panebianco, nipote di Vella e indagata per ipotesi di riciclaggio in una vicenda che vede coinvolta la Napag e Mazzagatti. Va ricordato che lo stesso Vella (già sotto indagine per insider trading), Amara e Armanna sono ancora indagati a Milano per corruzione tra privati. A seguire poi come ingegnere i lavori dello studio era Salvatore Carollo, esperto di trading che aveva raccontato a Storari e Laura Pedio di come Amara si vantasse di appartenere a un blocco di potere che aveva l’obiettivo di far fuori Descalzi.







