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2021-06-10
Gli affari di Paradiso. Si definiva «umile» ma gestiva 2 milioni grazie a una polizza
Luigi Di Maio (Ansa)
«Sono una persona umile, devo tutto a mia moglie». A chi lo incontrava negli ultimi mesi, Filippo Paradiso, il funzionario di polizia distaccato al Viminale arrestato martedì nell'inchiesta di Potenza, ricordava spesso le sue umili origini e raccontava anche che andava spesso a pregare «in monastero». Ora però poteva contare, stando a quanto hanno ricostruito gli investigatori, «su una polizza di gestione patrimoniale di oltre 2 milioni di euro». E non solo.
Non è chiaro se già sapesse che l'inchiesta dello scorso anno sul procuratore di Taranto Carlo Maria Capristo lo avrebbe travolto. Di sicuro da almeno un anno Paradiso era indagato a Roma per traffico di influenze, ma né il sottosegretario Carlo Sibilia né i 5 stelle avevano deciso di rimuoverlo dal suo incarico. Come si legge nelle 306 pagine di custodia cautelare, il suo stile di vita era al di sopra delle aspettative. A permettergli arrotondamenti considerati dagli investigatori «incompatibili con il profilo reddituale» sarebbe stato l'avvocato dell'Eni Piero Amara, il legale di Augusta che non disdegnava di mantenere confidenti e anche magistrati.
A rivelare i pagamenti di Amara è Giuseppe Calafiore, suo sodale in diversi interrogatori. Il 21 maggio del 2018 spiegava ai magistrati come sempre Amara gli avesse dato dei soldi da dare a al procuratore di Siracusa Giancarlo Longo in relazione a una vicenda di cui si è occupato integralmente lui, la vicenda «Milano»: «Io ho fatto da spallone. Amara mi ha dato dei soldi in busta, io non li ho contati. Siamo in aprile 2015 o nell'estate del 2015. Ricordo che le banconote erano do 50 euro. Saranno state quattro o cinque mazzette». Il riferimento a Milano altro non è che all'inchiesta di Longo sul complotto Eni, poi rivelatosi farlocco e inventato da Amara. Calafiore è un testimone di tutti i pagamenti dell'avvocato di Augusta. Amara avrebbe utilizzato Paradiso per fare il relation man, per tenere i rapporti con le istituzioni. «Paradiso andava a cena con diversi membri del Csm. Lo utilizzava e lo pagava. […] gli dava anche la carta di credito a questo Paradiso».
Secondo Calafiore, «lavorava cioè come applicato politico al ministero degli Interni e quindi lei si immagini uno che guadagna... sono forse 1.500 euro, 2.000 euro al mese... che vive a Roma, tutte le sere a cena con chiunque cioè come fa, è tecnicamente impossibile». Una volta «l'ha foraggiato davanti a me in studio e gli ha dato 2.100 euro». La stessa moglie di Paradiso, Lucia Giuliano, era retribuita da un consorzio, proiezione della società Tecnomec che fatturava a Eni e Ilva e i cui affari erano seguiti da un'altra società di Amara. Dalle verifiche sugli estratti conto dell'avvocato sedicente confratello della loggia Ungheria sono saltati fuori i pagamenti di biglietti aereo per Paradiso. Le carte di credito erano di Amara, i biglietti erano intestati a Paradiso. L'ammontare dei biglietti? Oltre 1.200 euro.
Ma è in un secondo procedimento che Amara e Paradiso sono indagati per traffico illecito di influenze. L'avviso di conclusione delle indagini era stato emesso dalla Procura di Roma, così come la richiesta di rinvio a giudizio, trasmessa in Procura a Potenza e inoltrata il 26 febbraio al gip. In quel fascicolo viene ricostruita la relazione Amara-Paradiso, «sostanziatesi», scrivono gli investigatori, «mediante il pagamento di somme di denaro come prezzo della mediazione di Paradiso con pubblici ufficiali in servizio presso ambienti istituzionali». In particolare ai magistrati potentini interessano i «membri del Csm e i politici». Amara e Paradiso, secondo il gip, avrebbero agito «attraverso illeciti scambi di favori, pilotando addirittura la nomina di un procuratore della Repubblica per interesse personale [...]». Paradiso sembrerebbe un socio di Amara. I due, spiega ancora il gip, «hanno dimostrato di agire, comunicare e dare disposizioni in molteplici direzioni istituzionali di altissimo livello, in modo tentacolare».
D'altra parte, quando nel 2013 uscì il libro scritto da Paradiso su concussione e corruzione, con la prefazione dell'ex procuratore generale di Roma Luigi Ciampoli, alla presentazione erano presenti «alti ufficiali, magistrati, alti prelati, gente importante». A dimostrazione che di contatti negli ambienti che contano il poliziotto ne aveva da spendere. E Amara questo lo sapeva bene, come evidenzia il gip nell'ordinanza d'arresto. Un passaggio, quello della relazione con Paradiso, che Amara di certo tenterà di spiegare al gip oggi durante il suo interrogatorio di garanzia. Sarà presente anche il procuratore Francesco Curcio, considerato ormai un «Nosferatu» dalle toghe pugliesi che finiscono indagate a Potenza, e che di certo non abboccherà ai soliti tentativi messi in campo da Amara di riempire pagine e pagine di verbali. Paradiso, sentito dai magistrati milanesi il 22 febbraio dell'anno scorso nell'inchiesta sulla loggia Ungheria, la vicinanza con Amara non l'aveva negata: «È nato un rapporto di buona amicizia e di frequentazione privata, anche con le famiglie». Ora a Potenza dovrà spiegare perché l'avvocato pagava i suoi viaggi aerei e come è finita nelle sue mani quella polizza da 2 milioni di euro.
Il neo garantista Di Maio resta muto sul poliziotto vicino al Movimento
C'è sempre uno più puro che ti epura. Niente da fare, la fotografia di Pietro Nenni con la vecchia Kodak è ancora nitida, potente e contrastata mezzo secolo dopo. Sembra un Sebastiao Salgado, gente nuda che si arrampica da una miniera di fango. Come quella di Filippo Paradiso, il poliziotto arrestato per il caso Amara, che secondo la stampa mainstream doveva essere un vago «consulente di Elisabetta Casellati e Matteo Salvini» e che si ritrova invece compagno di merende di un think tank (tremano i polsi solo al pensiero) del Movimento 5 stelle.
La reazione mediatica è struggente: nessun approfondimento, nessun passo indietro. Per la famosa legge del «cosa detta, capo ha», nelle redazioni progressiste con l'eskimo che ancora penzola dagli attaccapanni come uno scalpo Apache, si spera che Paradiso rimanga per sempre appiccicato ai due nomi di centrodestra. E al loro fianco porti maleodoranti effluvi dentro i social, moltiplichi l'effetto indignazione, conduca il popolo di Facebook e Twitter a completare la solita operazione di informazione democratica: humus più ventilatore. Il debunker con la molletta sul naso confermerà.
Ma la realtà bussa e la faccenda Paradiso è più infernale. Il poliziotto al centro dell'ultimo verminaio giudiziario da piramide di Indiana Jones ha ammesso: «Sono sempre stato comandato presso varie segreterie di alcuni ministeri». Uno dei tanti sullo sfondo. Quindi Rocco Buttiglione ma anche Maurizio Martina, Nunzia Di Girolamo e Salvini ma anche il sottosegretario grillino Carlo Sibilia, ultimo incarico al Viminale. Il cotè pentastellato che non interessa a tv e giornali, però interessa a noi e ci introduce a un tema molto delicato: il neogarantismo del Movimento, che evidentemente passa dal silenzio.
Alla notizia che Paradiso - quello dei dossier, quello arrestato, quello che tramava su Wickr per non farsi intercettare, quello della rete interna alle Procure di mezza Italia - era una star dell'associazione Parole Guerriere, cenacolo pentastellato, è calata la notte artica. Eppure lì erano di casa Roberto Fico, Luigi Di Maio, Paola Taverna, Alessandro Di Battista, Nicola Morra, vale a dire la spremuta ideologica del vaffa. I front line del gruppo rock, coloro che per molto meno avrebbero chiesto le dimissioni dell'intero Parlamento. Questa volta nessun sussurro, nessun distinguo, nessun comunicato.
Poiché dal 29 maggio - lettera al Foglio, mea culpa sul caso del sindaco Simone Uggetti - il garantismo è entrato nel lessico grillino con più efficacia di una seconda dose di Astrazeneca, ecco che va tutto bene. «Alimentammo la gogna mediatica per motivi elettorali con modalità che furono grottesche e disdicevoli. Ho contribuito a esacerbare il clima, mi scuso». Così parlò Di Maio, scatenando la rissa a sinistra di San Vittore. Forte di quelle parole, oggi detta la linea. E nessun pentastellato sente il bisogno di spiegare come mai l'amico Paradiso era lì nella foto di famiglia. Non una presa di distanza, non una richiesta di chiarimenti.
Non pretendiamo le modalità napoleoniche di Paola Taverna ai tempi d'oro («Il Parlamento dev'essere commissariato»), ma almeno un Whatsapp di rimprovero a Sibilia. O una spiegazione del senso di quegli incontri al vertice, fra una tartina e un prosecchino, in compagnia del poliziotto fidato di Piero Amara, quello dei falsi dossier contro l'Eni e della loggia Ungheria. Tutti da Giggino e da Dibba il sabato sera, che tenerezza. Tutto normale. È in silenzio anche Barbara Lezzi, l'ultima pasionaria, che dieci giorni fa rispose a Di Maio: «Un tempo eravamo coraggiosi, se lui è pentito io non lo sono». Così per qualche ora ti aspetti il tuono di Lisistrata contro quel Paradiso dell'ortodossia perduta. E invece è finito un mondo. Parole guerriere zero.
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Secondo la Procura, l'uomo riceveva del denaro da Piero Amara. Giuseppe Calafiore: «Gli dava anche la sua carta di credito...».Luigi Di Maio sceglie il silenzio, mentre la stampa se la prende con Matteo Salvini.Lo speciale contiene due articoli.«Sono una persona umile, devo tutto a mia moglie». A chi lo incontrava negli ultimi mesi, Filippo Paradiso, il funzionario di polizia distaccato al Viminale arrestato martedì nell'inchiesta di Potenza, ricordava spesso le sue umili origini e raccontava anche che andava spesso a pregare «in monastero». Ora però poteva contare, stando a quanto hanno ricostruito gli investigatori, «su una polizza di gestione patrimoniale di oltre 2 milioni di euro». E non solo. Non è chiaro se già sapesse che l'inchiesta dello scorso anno sul procuratore di Taranto Carlo Maria Capristo lo avrebbe travolto. Di sicuro da almeno un anno Paradiso era indagato a Roma per traffico di influenze, ma né il sottosegretario Carlo Sibilia né i 5 stelle avevano deciso di rimuoverlo dal suo incarico. Come si legge nelle 306 pagine di custodia cautelare, il suo stile di vita era al di sopra delle aspettative. A permettergli arrotondamenti considerati dagli investigatori «incompatibili con il profilo reddituale» sarebbe stato l'avvocato dell'Eni Piero Amara, il legale di Augusta che non disdegnava di mantenere confidenti e anche magistrati. A rivelare i pagamenti di Amara è Giuseppe Calafiore, suo sodale in diversi interrogatori. Il 21 maggio del 2018 spiegava ai magistrati come sempre Amara gli avesse dato dei soldi da dare a al procuratore di Siracusa Giancarlo Longo in relazione a una vicenda di cui si è occupato integralmente lui, la vicenda «Milano»: «Io ho fatto da spallone. Amara mi ha dato dei soldi in busta, io non li ho contati. Siamo in aprile 2015 o nell'estate del 2015. Ricordo che le banconote erano do 50 euro. Saranno state quattro o cinque mazzette». Il riferimento a Milano altro non è che all'inchiesta di Longo sul complotto Eni, poi rivelatosi farlocco e inventato da Amara. Calafiore è un testimone di tutti i pagamenti dell'avvocato di Augusta. Amara avrebbe utilizzato Paradiso per fare il relation man, per tenere i rapporti con le istituzioni. «Paradiso andava a cena con diversi membri del Csm. Lo utilizzava e lo pagava. […] gli dava anche la carta di credito a questo Paradiso». Secondo Calafiore, «lavorava cioè come applicato politico al ministero degli Interni e quindi lei si immagini uno che guadagna... sono forse 1.500 euro, 2.000 euro al mese... che vive a Roma, tutte le sere a cena con chiunque cioè come fa, è tecnicamente impossibile». Una volta «l'ha foraggiato davanti a me in studio e gli ha dato 2.100 euro». La stessa moglie di Paradiso, Lucia Giuliano, era retribuita da un consorzio, proiezione della società Tecnomec che fatturava a Eni e Ilva e i cui affari erano seguiti da un'altra società di Amara. Dalle verifiche sugli estratti conto dell'avvocato sedicente confratello della loggia Ungheria sono saltati fuori i pagamenti di biglietti aereo per Paradiso. Le carte di credito erano di Amara, i biglietti erano intestati a Paradiso. L'ammontare dei biglietti? Oltre 1.200 euro. Ma è in un secondo procedimento che Amara e Paradiso sono indagati per traffico illecito di influenze. L'avviso di conclusione delle indagini era stato emesso dalla Procura di Roma, così come la richiesta di rinvio a giudizio, trasmessa in Procura a Potenza e inoltrata il 26 febbraio al gip. In quel fascicolo viene ricostruita la relazione Amara-Paradiso, «sostanziatesi», scrivono gli investigatori, «mediante il pagamento di somme di denaro come prezzo della mediazione di Paradiso con pubblici ufficiali in servizio presso ambienti istituzionali». In particolare ai magistrati potentini interessano i «membri del Csm e i politici». Amara e Paradiso, secondo il gip, avrebbero agito «attraverso illeciti scambi di favori, pilotando addirittura la nomina di un procuratore della Repubblica per interesse personale [...]». Paradiso sembrerebbe un socio di Amara. I due, spiega ancora il gip, «hanno dimostrato di agire, comunicare e dare disposizioni in molteplici direzioni istituzionali di altissimo livello, in modo tentacolare». D'altra parte, quando nel 2013 uscì il libro scritto da Paradiso su concussione e corruzione, con la prefazione dell'ex procuratore generale di Roma Luigi Ciampoli, alla presentazione erano presenti «alti ufficiali, magistrati, alti prelati, gente importante». A dimostrazione che di contatti negli ambienti che contano il poliziotto ne aveva da spendere. E Amara questo lo sapeva bene, come evidenzia il gip nell'ordinanza d'arresto. Un passaggio, quello della relazione con Paradiso, che Amara di certo tenterà di spiegare al gip oggi durante il suo interrogatorio di garanzia. Sarà presente anche il procuratore Francesco Curcio, considerato ormai un «Nosferatu» dalle toghe pugliesi che finiscono indagate a Potenza, e che di certo non abboccherà ai soliti tentativi messi in campo da Amara di riempire pagine e pagine di verbali. Paradiso, sentito dai magistrati milanesi il 22 febbraio dell'anno scorso nell'inchiesta sulla loggia Ungheria, la vicinanza con Amara non l'aveva negata: «È nato un rapporto di buona amicizia e di frequentazione privata, anche con le famiglie». Ora a Potenza dovrà spiegare perché l'avvocato pagava i suoi viaggi aerei e come è finita nelle sue mani quella polizza da 2 milioni di euro.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/affari-paradiso-umile-2milioni-polizza-2653296224.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-neo-garantista-di-maio-resta-muto-sul-poliziotto-vicino-al-movimento" data-post-id="2653296224" data-published-at="1623275926" data-use-pagination="False"> Il neo garantista Di Maio resta muto sul poliziotto vicino al Movimento C'è sempre uno più puro che ti epura. Niente da fare, la fotografia di Pietro Nenni con la vecchia Kodak è ancora nitida, potente e contrastata mezzo secolo dopo. Sembra un Sebastiao Salgado, gente nuda che si arrampica da una miniera di fango. Come quella di Filippo Paradiso, il poliziotto arrestato per il caso Amara, che secondo la stampa mainstream doveva essere un vago «consulente di Elisabetta Casellati e Matteo Salvini» e che si ritrova invece compagno di merende di un think tank (tremano i polsi solo al pensiero) del Movimento 5 stelle. La reazione mediatica è struggente: nessun approfondimento, nessun passo indietro. Per la famosa legge del «cosa detta, capo ha», nelle redazioni progressiste con l'eskimo che ancora penzola dagli attaccapanni come uno scalpo Apache, si spera che Paradiso rimanga per sempre appiccicato ai due nomi di centrodestra. E al loro fianco porti maleodoranti effluvi dentro i social, moltiplichi l'effetto indignazione, conduca il popolo di Facebook e Twitter a completare la solita operazione di informazione democratica: humus più ventilatore. Il debunker con la molletta sul naso confermerà. Ma la realtà bussa e la faccenda Paradiso è più infernale. Il poliziotto al centro dell'ultimo verminaio giudiziario da piramide di Indiana Jones ha ammesso: «Sono sempre stato comandato presso varie segreterie di alcuni ministeri». Uno dei tanti sullo sfondo. Quindi Rocco Buttiglione ma anche Maurizio Martina, Nunzia Di Girolamo e Salvini ma anche il sottosegretario grillino Carlo Sibilia, ultimo incarico al Viminale. Il cotè pentastellato che non interessa a tv e giornali, però interessa a noi e ci introduce a un tema molto delicato: il neogarantismo del Movimento, che evidentemente passa dal silenzio. Alla notizia che Paradiso - quello dei dossier, quello arrestato, quello che tramava su Wickr per non farsi intercettare, quello della rete interna alle Procure di mezza Italia - era una star dell'associazione Parole Guerriere, cenacolo pentastellato, è calata la notte artica. Eppure lì erano di casa Roberto Fico, Luigi Di Maio, Paola Taverna, Alessandro Di Battista, Nicola Morra, vale a dire la spremuta ideologica del vaffa. I front line del gruppo rock, coloro che per molto meno avrebbero chiesto le dimissioni dell'intero Parlamento. Questa volta nessun sussurro, nessun distinguo, nessun comunicato. Poiché dal 29 maggio - lettera al Foglio, mea culpa sul caso del sindaco Simone Uggetti - il garantismo è entrato nel lessico grillino con più efficacia di una seconda dose di Astrazeneca, ecco che va tutto bene. «Alimentammo la gogna mediatica per motivi elettorali con modalità che furono grottesche e disdicevoli. Ho contribuito a esacerbare il clima, mi scuso». Così parlò Di Maio, scatenando la rissa a sinistra di San Vittore. Forte di quelle parole, oggi detta la linea. E nessun pentastellato sente il bisogno di spiegare come mai l'amico Paradiso era lì nella foto di famiglia. Non una presa di distanza, non una richiesta di chiarimenti. Non pretendiamo le modalità napoleoniche di Paola Taverna ai tempi d'oro («Il Parlamento dev'essere commissariato»), ma almeno un Whatsapp di rimprovero a Sibilia. O una spiegazione del senso di quegli incontri al vertice, fra una tartina e un prosecchino, in compagnia del poliziotto fidato di Piero Amara, quello dei falsi dossier contro l'Eni e della loggia Ungheria. Tutti da Giggino e da Dibba il sabato sera, che tenerezza. Tutto normale. È in silenzio anche Barbara Lezzi, l'ultima pasionaria, che dieci giorni fa rispose a Di Maio: «Un tempo eravamo coraggiosi, se lui è pentito io non lo sono». Così per qualche ora ti aspetti il tuono di Lisistrata contro quel Paradiso dell'ortodossia perduta. E invece è finito un mondo. Parole guerriere zero.
Luciano Darderi (Ansa)
Nella giornata del «round of 16» è stato infatti l’azzurro numero 17 Atp a prendersi la scena, superando in rimonta nientemeno che Alexander Zverev, che nella classifica mondiale è dietro soltanto ai due mostri sacri Sinner e Carlos Alcaraz. Sulla terra rossa della Grand Stand Arena Darderi è riuscito nell’impresa di riscrivere una partita che sembrava ormai perduta. Specialmente dopo aver incassato un primo set senza storia, perso 6-1 in appena mezz’ora, dando per lunghi tratti l’impressione di non riuscire a reggere il ritmo imposto dal tedesco. Andamento che si stava confermando anche nel secondo parziale, facendo pensare a chiunque che la sfida fosse ormai indirizzata. A chiunque tranne che al ventiquattrenne italo-argentino, che non ha mai smesso di crederci. Dopo che Zverev è salito fino al 4-2 e ha avuto in mano il controllo dell’incontro, qualcosa è cambiato. Darderi ha iniziato a trovare continuità da fondo campo, sostenuto da un pubblico sempre più coinvolto, mentre dall’altra parte il tedesco ha progressivamente perso lucidità. Il momento decisivo è arrivato nel tie-break del secondo set, un’autentica battaglia nella quale Zverev si è fatto annullare quattro match point. Luciano è rimasto aggrappato alla partita con pazienza e coraggio, fino a chiudere 12-10 grazie anche a un doppio fallo finale del suo avversario. Lì, di fatto, il match è finito. Zverev è uscito mentalmente dalla partita e nel terzo set non ha reagito. Darderi ha cavalcato l’inerzia e l’entusiasmo del Foro Italico, dominando 6-0 il parziale decisivo e conquistando così la prima vittoria in carriera contro un top ten. Una serata che difficilmente dimenticherà e che gli vale anche i primi quarti di finale in un Masters 1000, dove affronterà il baby fenomeno spagnolo Rafael Jódar. «È stata una partita molto dura, non mi sentivo bene nel primo set», ha spiegato a caldo Darderi. «Poi sono riuscito a girarla anche perché Zverev mi ha regalato qualcosa. La gente mi ha aiutato tanto, sono molto felice».
Più lineare, invece, il pomeriggio di Sinner sul centrale. Contro l’altra rivelazione di questa edizione, Andrea Pellegrino, il numero uno del mondo ha controllato il «derby» senza particolari difficoltà, imponendosi (6-2, 6-3) e centrando la qualificazione ai quarti. Per il pugliese resta comunque un torneo oltre ogni aspettativa, mentre Sinner continua a macinare record: con quella contro Pellegrino sono diventate 31 le vittorie consecutive nei Masters 1000, eguagliando un primato che apparteneva a Novak Djokovic. «Il derby qui in Italia è sempre speciale», ha detto Jannik dopo la vittoria. «Sono molto felice per Andrea, ha fatto un torneo straordinario». Poi uno sguardo al prosieguo del torneo, dove se la vedrà con il russo Andrej Rublev: «I quarti sono già un turno importante. Il giorno di riposo mi aiuterà».
L’unica nota stonata della giornata azzurra è arrivata dalla sconfitta di Lorenzo Musetti contro Casper Ruud. Il toscano, già apparso in difficoltà fisica nei giorni scorsi, ha ceduto nettamente (6-3 6-1) in una partita condizionata dai problemi alla coscia sinistra: «Chiedo scusa al pubblico, ma la mia condizione fisica non mi ha permesso di giocare come avrei voluto», ha ammesso il carrarino nel post partita.
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@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
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