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2021-06-10
Gli affari di Paradiso. Si definiva «umile» ma gestiva 2 milioni grazie a una polizza
Luigi Di Maio (Ansa)
«Sono una persona umile, devo tutto a mia moglie». A chi lo incontrava negli ultimi mesi, Filippo Paradiso, il funzionario di polizia distaccato al Viminale arrestato martedì nell'inchiesta di Potenza, ricordava spesso le sue umili origini e raccontava anche che andava spesso a pregare «in monastero». Ora però poteva contare, stando a quanto hanno ricostruito gli investigatori, «su una polizza di gestione patrimoniale di oltre 2 milioni di euro». E non solo.
Non è chiaro se già sapesse che l'inchiesta dello scorso anno sul procuratore di Taranto Carlo Maria Capristo lo avrebbe travolto. Di sicuro da almeno un anno Paradiso era indagato a Roma per traffico di influenze, ma né il sottosegretario Carlo Sibilia né i 5 stelle avevano deciso di rimuoverlo dal suo incarico. Come si legge nelle 306 pagine di custodia cautelare, il suo stile di vita era al di sopra delle aspettative. A permettergli arrotondamenti considerati dagli investigatori «incompatibili con il profilo reddituale» sarebbe stato l'avvocato dell'Eni Piero Amara, il legale di Augusta che non disdegnava di mantenere confidenti e anche magistrati.
A rivelare i pagamenti di Amara è Giuseppe Calafiore, suo sodale in diversi interrogatori. Il 21 maggio del 2018 spiegava ai magistrati come sempre Amara gli avesse dato dei soldi da dare a al procuratore di Siracusa Giancarlo Longo in relazione a una vicenda di cui si è occupato integralmente lui, la vicenda «Milano»: «Io ho fatto da spallone. Amara mi ha dato dei soldi in busta, io non li ho contati. Siamo in aprile 2015 o nell'estate del 2015. Ricordo che le banconote erano do 50 euro. Saranno state quattro o cinque mazzette». Il riferimento a Milano altro non è che all'inchiesta di Longo sul complotto Eni, poi rivelatosi farlocco e inventato da Amara. Calafiore è un testimone di tutti i pagamenti dell'avvocato di Augusta. Amara avrebbe utilizzato Paradiso per fare il relation man, per tenere i rapporti con le istituzioni. «Paradiso andava a cena con diversi membri del Csm. Lo utilizzava e lo pagava. […] gli dava anche la carta di credito a questo Paradiso».
Secondo Calafiore, «lavorava cioè come applicato politico al ministero degli Interni e quindi lei si immagini uno che guadagna... sono forse 1.500 euro, 2.000 euro al mese... che vive a Roma, tutte le sere a cena con chiunque cioè come fa, è tecnicamente impossibile». Una volta «l'ha foraggiato davanti a me in studio e gli ha dato 2.100 euro». La stessa moglie di Paradiso, Lucia Giuliano, era retribuita da un consorzio, proiezione della società Tecnomec che fatturava a Eni e Ilva e i cui affari erano seguiti da un'altra società di Amara. Dalle verifiche sugli estratti conto dell'avvocato sedicente confratello della loggia Ungheria sono saltati fuori i pagamenti di biglietti aereo per Paradiso. Le carte di credito erano di Amara, i biglietti erano intestati a Paradiso. L'ammontare dei biglietti? Oltre 1.200 euro.
Ma è in un secondo procedimento che Amara e Paradiso sono indagati per traffico illecito di influenze. L'avviso di conclusione delle indagini era stato emesso dalla Procura di Roma, così come la richiesta di rinvio a giudizio, trasmessa in Procura a Potenza e inoltrata il 26 febbraio al gip. In quel fascicolo viene ricostruita la relazione Amara-Paradiso, «sostanziatesi», scrivono gli investigatori, «mediante il pagamento di somme di denaro come prezzo della mediazione di Paradiso con pubblici ufficiali in servizio presso ambienti istituzionali». In particolare ai magistrati potentini interessano i «membri del Csm e i politici». Amara e Paradiso, secondo il gip, avrebbero agito «attraverso illeciti scambi di favori, pilotando addirittura la nomina di un procuratore della Repubblica per interesse personale [...]». Paradiso sembrerebbe un socio di Amara. I due, spiega ancora il gip, «hanno dimostrato di agire, comunicare e dare disposizioni in molteplici direzioni istituzionali di altissimo livello, in modo tentacolare».
D'altra parte, quando nel 2013 uscì il libro scritto da Paradiso su concussione e corruzione, con la prefazione dell'ex procuratore generale di Roma Luigi Ciampoli, alla presentazione erano presenti «alti ufficiali, magistrati, alti prelati, gente importante». A dimostrazione che di contatti negli ambienti che contano il poliziotto ne aveva da spendere. E Amara questo lo sapeva bene, come evidenzia il gip nell'ordinanza d'arresto. Un passaggio, quello della relazione con Paradiso, che Amara di certo tenterà di spiegare al gip oggi durante il suo interrogatorio di garanzia. Sarà presente anche il procuratore Francesco Curcio, considerato ormai un «Nosferatu» dalle toghe pugliesi che finiscono indagate a Potenza, e che di certo non abboccherà ai soliti tentativi messi in campo da Amara di riempire pagine e pagine di verbali. Paradiso, sentito dai magistrati milanesi il 22 febbraio dell'anno scorso nell'inchiesta sulla loggia Ungheria, la vicinanza con Amara non l'aveva negata: «È nato un rapporto di buona amicizia e di frequentazione privata, anche con le famiglie». Ora a Potenza dovrà spiegare perché l'avvocato pagava i suoi viaggi aerei e come è finita nelle sue mani quella polizza da 2 milioni di euro.
Il neo garantista Di Maio resta muto sul poliziotto vicino al Movimento
C'è sempre uno più puro che ti epura. Niente da fare, la fotografia di Pietro Nenni con la vecchia Kodak è ancora nitida, potente e contrastata mezzo secolo dopo. Sembra un Sebastiao Salgado, gente nuda che si arrampica da una miniera di fango. Come quella di Filippo Paradiso, il poliziotto arrestato per il caso Amara, che secondo la stampa mainstream doveva essere un vago «consulente di Elisabetta Casellati e Matteo Salvini» e che si ritrova invece compagno di merende di un think tank (tremano i polsi solo al pensiero) del Movimento 5 stelle.
La reazione mediatica è struggente: nessun approfondimento, nessun passo indietro. Per la famosa legge del «cosa detta, capo ha», nelle redazioni progressiste con l'eskimo che ancora penzola dagli attaccapanni come uno scalpo Apache, si spera che Paradiso rimanga per sempre appiccicato ai due nomi di centrodestra. E al loro fianco porti maleodoranti effluvi dentro i social, moltiplichi l'effetto indignazione, conduca il popolo di Facebook e Twitter a completare la solita operazione di informazione democratica: humus più ventilatore. Il debunker con la molletta sul naso confermerà.
Ma la realtà bussa e la faccenda Paradiso è più infernale. Il poliziotto al centro dell'ultimo verminaio giudiziario da piramide di Indiana Jones ha ammesso: «Sono sempre stato comandato presso varie segreterie di alcuni ministeri». Uno dei tanti sullo sfondo. Quindi Rocco Buttiglione ma anche Maurizio Martina, Nunzia Di Girolamo e Salvini ma anche il sottosegretario grillino Carlo Sibilia, ultimo incarico al Viminale. Il cotè pentastellato che non interessa a tv e giornali, però interessa a noi e ci introduce a un tema molto delicato: il neogarantismo del Movimento, che evidentemente passa dal silenzio.
Alla notizia che Paradiso - quello dei dossier, quello arrestato, quello che tramava su Wickr per non farsi intercettare, quello della rete interna alle Procure di mezza Italia - era una star dell'associazione Parole Guerriere, cenacolo pentastellato, è calata la notte artica. Eppure lì erano di casa Roberto Fico, Luigi Di Maio, Paola Taverna, Alessandro Di Battista, Nicola Morra, vale a dire la spremuta ideologica del vaffa. I front line del gruppo rock, coloro che per molto meno avrebbero chiesto le dimissioni dell'intero Parlamento. Questa volta nessun sussurro, nessun distinguo, nessun comunicato.
Poiché dal 29 maggio - lettera al Foglio, mea culpa sul caso del sindaco Simone Uggetti - il garantismo è entrato nel lessico grillino con più efficacia di una seconda dose di Astrazeneca, ecco che va tutto bene. «Alimentammo la gogna mediatica per motivi elettorali con modalità che furono grottesche e disdicevoli. Ho contribuito a esacerbare il clima, mi scuso». Così parlò Di Maio, scatenando la rissa a sinistra di San Vittore. Forte di quelle parole, oggi detta la linea. E nessun pentastellato sente il bisogno di spiegare come mai l'amico Paradiso era lì nella foto di famiglia. Non una presa di distanza, non una richiesta di chiarimenti.
Non pretendiamo le modalità napoleoniche di Paola Taverna ai tempi d'oro («Il Parlamento dev'essere commissariato»), ma almeno un Whatsapp di rimprovero a Sibilia. O una spiegazione del senso di quegli incontri al vertice, fra una tartina e un prosecchino, in compagnia del poliziotto fidato di Piero Amara, quello dei falsi dossier contro l'Eni e della loggia Ungheria. Tutti da Giggino e da Dibba il sabato sera, che tenerezza. Tutto normale. È in silenzio anche Barbara Lezzi, l'ultima pasionaria, che dieci giorni fa rispose a Di Maio: «Un tempo eravamo coraggiosi, se lui è pentito io non lo sono». Così per qualche ora ti aspetti il tuono di Lisistrata contro quel Paradiso dell'ortodossia perduta. E invece è finito un mondo. Parole guerriere zero.
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Secondo la Procura, l'uomo riceveva del denaro da Piero Amara. Giuseppe Calafiore: «Gli dava anche la sua carta di credito...».Luigi Di Maio sceglie il silenzio, mentre la stampa se la prende con Matteo Salvini.Lo speciale contiene due articoli.«Sono una persona umile, devo tutto a mia moglie». A chi lo incontrava negli ultimi mesi, Filippo Paradiso, il funzionario di polizia distaccato al Viminale arrestato martedì nell'inchiesta di Potenza, ricordava spesso le sue umili origini e raccontava anche che andava spesso a pregare «in monastero». Ora però poteva contare, stando a quanto hanno ricostruito gli investigatori, «su una polizza di gestione patrimoniale di oltre 2 milioni di euro». E non solo. Non è chiaro se già sapesse che l'inchiesta dello scorso anno sul procuratore di Taranto Carlo Maria Capristo lo avrebbe travolto. Di sicuro da almeno un anno Paradiso era indagato a Roma per traffico di influenze, ma né il sottosegretario Carlo Sibilia né i 5 stelle avevano deciso di rimuoverlo dal suo incarico. Come si legge nelle 306 pagine di custodia cautelare, il suo stile di vita era al di sopra delle aspettative. A permettergli arrotondamenti considerati dagli investigatori «incompatibili con il profilo reddituale» sarebbe stato l'avvocato dell'Eni Piero Amara, il legale di Augusta che non disdegnava di mantenere confidenti e anche magistrati. A rivelare i pagamenti di Amara è Giuseppe Calafiore, suo sodale in diversi interrogatori. Il 21 maggio del 2018 spiegava ai magistrati come sempre Amara gli avesse dato dei soldi da dare a al procuratore di Siracusa Giancarlo Longo in relazione a una vicenda di cui si è occupato integralmente lui, la vicenda «Milano»: «Io ho fatto da spallone. Amara mi ha dato dei soldi in busta, io non li ho contati. Siamo in aprile 2015 o nell'estate del 2015. Ricordo che le banconote erano do 50 euro. Saranno state quattro o cinque mazzette». Il riferimento a Milano altro non è che all'inchiesta di Longo sul complotto Eni, poi rivelatosi farlocco e inventato da Amara. Calafiore è un testimone di tutti i pagamenti dell'avvocato di Augusta. Amara avrebbe utilizzato Paradiso per fare il relation man, per tenere i rapporti con le istituzioni. «Paradiso andava a cena con diversi membri del Csm. Lo utilizzava e lo pagava. […] gli dava anche la carta di credito a questo Paradiso». Secondo Calafiore, «lavorava cioè come applicato politico al ministero degli Interni e quindi lei si immagini uno che guadagna... sono forse 1.500 euro, 2.000 euro al mese... che vive a Roma, tutte le sere a cena con chiunque cioè come fa, è tecnicamente impossibile». Una volta «l'ha foraggiato davanti a me in studio e gli ha dato 2.100 euro». La stessa moglie di Paradiso, Lucia Giuliano, era retribuita da un consorzio, proiezione della società Tecnomec che fatturava a Eni e Ilva e i cui affari erano seguiti da un'altra società di Amara. Dalle verifiche sugli estratti conto dell'avvocato sedicente confratello della loggia Ungheria sono saltati fuori i pagamenti di biglietti aereo per Paradiso. Le carte di credito erano di Amara, i biglietti erano intestati a Paradiso. L'ammontare dei biglietti? Oltre 1.200 euro. Ma è in un secondo procedimento che Amara e Paradiso sono indagati per traffico illecito di influenze. L'avviso di conclusione delle indagini era stato emesso dalla Procura di Roma, così come la richiesta di rinvio a giudizio, trasmessa in Procura a Potenza e inoltrata il 26 febbraio al gip. In quel fascicolo viene ricostruita la relazione Amara-Paradiso, «sostanziatesi», scrivono gli investigatori, «mediante il pagamento di somme di denaro come prezzo della mediazione di Paradiso con pubblici ufficiali in servizio presso ambienti istituzionali». In particolare ai magistrati potentini interessano i «membri del Csm e i politici». Amara e Paradiso, secondo il gip, avrebbero agito «attraverso illeciti scambi di favori, pilotando addirittura la nomina di un procuratore della Repubblica per interesse personale [...]». Paradiso sembrerebbe un socio di Amara. I due, spiega ancora il gip, «hanno dimostrato di agire, comunicare e dare disposizioni in molteplici direzioni istituzionali di altissimo livello, in modo tentacolare». D'altra parte, quando nel 2013 uscì il libro scritto da Paradiso su concussione e corruzione, con la prefazione dell'ex procuratore generale di Roma Luigi Ciampoli, alla presentazione erano presenti «alti ufficiali, magistrati, alti prelati, gente importante». A dimostrazione che di contatti negli ambienti che contano il poliziotto ne aveva da spendere. E Amara questo lo sapeva bene, come evidenzia il gip nell'ordinanza d'arresto. Un passaggio, quello della relazione con Paradiso, che Amara di certo tenterà di spiegare al gip oggi durante il suo interrogatorio di garanzia. Sarà presente anche il procuratore Francesco Curcio, considerato ormai un «Nosferatu» dalle toghe pugliesi che finiscono indagate a Potenza, e che di certo non abboccherà ai soliti tentativi messi in campo da Amara di riempire pagine e pagine di verbali. Paradiso, sentito dai magistrati milanesi il 22 febbraio dell'anno scorso nell'inchiesta sulla loggia Ungheria, la vicinanza con Amara non l'aveva negata: «È nato un rapporto di buona amicizia e di frequentazione privata, anche con le famiglie». Ora a Potenza dovrà spiegare perché l'avvocato pagava i suoi viaggi aerei e come è finita nelle sue mani quella polizza da 2 milioni di euro.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/affari-paradiso-umile-2milioni-polizza-2653296224.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-neo-garantista-di-maio-resta-muto-sul-poliziotto-vicino-al-movimento" data-post-id="2653296224" data-published-at="1623275926" data-use-pagination="False"> Il neo garantista Di Maio resta muto sul poliziotto vicino al Movimento C'è sempre uno più puro che ti epura. Niente da fare, la fotografia di Pietro Nenni con la vecchia Kodak è ancora nitida, potente e contrastata mezzo secolo dopo. Sembra un Sebastiao Salgado, gente nuda che si arrampica da una miniera di fango. Come quella di Filippo Paradiso, il poliziotto arrestato per il caso Amara, che secondo la stampa mainstream doveva essere un vago «consulente di Elisabetta Casellati e Matteo Salvini» e che si ritrova invece compagno di merende di un think tank (tremano i polsi solo al pensiero) del Movimento 5 stelle. La reazione mediatica è struggente: nessun approfondimento, nessun passo indietro. Per la famosa legge del «cosa detta, capo ha», nelle redazioni progressiste con l'eskimo che ancora penzola dagli attaccapanni come uno scalpo Apache, si spera che Paradiso rimanga per sempre appiccicato ai due nomi di centrodestra. E al loro fianco porti maleodoranti effluvi dentro i social, moltiplichi l'effetto indignazione, conduca il popolo di Facebook e Twitter a completare la solita operazione di informazione democratica: humus più ventilatore. Il debunker con la molletta sul naso confermerà. Ma la realtà bussa e la faccenda Paradiso è più infernale. Il poliziotto al centro dell'ultimo verminaio giudiziario da piramide di Indiana Jones ha ammesso: «Sono sempre stato comandato presso varie segreterie di alcuni ministeri». Uno dei tanti sullo sfondo. Quindi Rocco Buttiglione ma anche Maurizio Martina, Nunzia Di Girolamo e Salvini ma anche il sottosegretario grillino Carlo Sibilia, ultimo incarico al Viminale. Il cotè pentastellato che non interessa a tv e giornali, però interessa a noi e ci introduce a un tema molto delicato: il neogarantismo del Movimento, che evidentemente passa dal silenzio. Alla notizia che Paradiso - quello dei dossier, quello arrestato, quello che tramava su Wickr per non farsi intercettare, quello della rete interna alle Procure di mezza Italia - era una star dell'associazione Parole Guerriere, cenacolo pentastellato, è calata la notte artica. Eppure lì erano di casa Roberto Fico, Luigi Di Maio, Paola Taverna, Alessandro Di Battista, Nicola Morra, vale a dire la spremuta ideologica del vaffa. I front line del gruppo rock, coloro che per molto meno avrebbero chiesto le dimissioni dell'intero Parlamento. Questa volta nessun sussurro, nessun distinguo, nessun comunicato. Poiché dal 29 maggio - lettera al Foglio, mea culpa sul caso del sindaco Simone Uggetti - il garantismo è entrato nel lessico grillino con più efficacia di una seconda dose di Astrazeneca, ecco che va tutto bene. «Alimentammo la gogna mediatica per motivi elettorali con modalità che furono grottesche e disdicevoli. Ho contribuito a esacerbare il clima, mi scuso». Così parlò Di Maio, scatenando la rissa a sinistra di San Vittore. Forte di quelle parole, oggi detta la linea. E nessun pentastellato sente il bisogno di spiegare come mai l'amico Paradiso era lì nella foto di famiglia. Non una presa di distanza, non una richiesta di chiarimenti. Non pretendiamo le modalità napoleoniche di Paola Taverna ai tempi d'oro («Il Parlamento dev'essere commissariato»), ma almeno un Whatsapp di rimprovero a Sibilia. O una spiegazione del senso di quegli incontri al vertice, fra una tartina e un prosecchino, in compagnia del poliziotto fidato di Piero Amara, quello dei falsi dossier contro l'Eni e della loggia Ungheria. Tutti da Giggino e da Dibba il sabato sera, che tenerezza. Tutto normale. È in silenzio anche Barbara Lezzi, l'ultima pasionaria, che dieci giorni fa rispose a Di Maio: «Un tempo eravamo coraggiosi, se lui è pentito io non lo sono». Così per qualche ora ti aspetti il tuono di Lisistrata contro quel Paradiso dell'ortodossia perduta. E invece è finito un mondo. Parole guerriere zero.
Silvia Salis (Ansa)
La sua personalissima ricetta per prevenire casi come quello dell’omicidio di Youssef Abanoub nella scuola della Spezia, ucciso con una coltellata da un compagno di classe, la sindaca di Genova Silvia Salis l’ha comunicata attraverso le pagine della Repubblica: «Potenziare l’educazione sessuo-affettiva». In modo da fornire ai maranza «strumenti per la gestione delle proprie emozioni». Poi ha tentato di scaricare su «ministri, consiglieri e deputati di destra» che, dal suo punto di vista, «con post grotteschi», accuserebbero «le grandi città di essere insicure perché sono amministrate al centrosinistra» la colpa dell’emergenza. Infatti, a suo giudizio, la sicurezza è materia di competenza esclusivamente governativa. Ma mentre la prima cittadina tenta il classico scaricabarile, Genova fa i conti con una situazione che assomiglia a un’emergenza e non solo nelle periferie già trasformate da anni in barrios sudamericani o slum africani.
Il bollettino è quotidiano: aggressioni, rapine, coltelli, bande di maranza che imperversano anche in pieno centro cittadino. Intanto la Polizia locale è tornata a occuparsi quasi solo di fare le multe, mentre la precedente amministrazione di centrodestra la impiegava anche nel presidio dell’ordine pubblico, soprattutto nel centro storico. Proprio dove, nei giorni delle festività natalizie, anche la presenza di carabinieri e polizia era molto ridotta. E così i maranza hanno potuto imperversare. Turisti e residenti, soprattutto giovanissimi, sono stati avvicinati e molestati. A dicembre le rapine violente, tentate o consumate, solo nel centro sono state (almeno) 17. Quasi la metà nei caruggi, in piazza Caricamento, via Prè, via Balbi, via Bixio. Alcuni episodi si sono registrati anche nelle vie di massimo richiamo turistico: piazza De Ferrari, Salita Pollaiuoli (davanti a Palazzo Ducale), via XX Settembre (la via dello struscio con i suoi portici), l’adiacente via Vernazza, via di Brera, a due passi dalla stazione Brignole. Le modalità sempre le stesse: aggressioni improvvise, spesso messe a segno da gruppetti. Le prede sono persone sole o vulnerabili (giovani o anziani). Bottino minimo: qualche banconota, telefoni cellulari, monili. Le vittime vengono seguite, avvicinate con un pretesto e colpite rapidamente. Eppure, dicono gli investigatori, non c’è un reale controllo del territorio da parte di bande strutturate. Le risse esplodono da un sabato all’altro nello stesso luogo, nella stessa via, ma hanno come protagoniste etnie diverse. La capacità di risposta, secondo la Questura, è comunque considerata elevata. Quasi la totalità dei casi avrebbe portato all’individuazione degli autori, che spesso provengono dai centri d’accoglienza per minori stranieri non accompagnati.
Non sono, però, i soli a colpire. Ci sono anche gli immigrati di seconda generazione. Il caso più recente è del 10 gennaio 2026. Due tunisini di 19 anni vengono rintracciati e fermati dai Carabinieri per una rapina con aggressione e per una tentata rapina al Winter Park di Ponte Parodi, avvenute il 6 dicembre, ovvero il giorno dell’inaugurazione del luna park. Avrebbero colpito un giovane al volto per rubargli 50 euro, procurandogli lesioni, e poco dopo avrebbero tentato un secondo colpo. Decisive le telecamere. I due, già noti alle forze dell’ordine, vengono bloccati nel centro storico e portati nel carcere di Marassi. Pochi giorni prima, il 7 gennaio, la Polizia denuncia un ventenne e un sedicenne, entrambi stranieri, per rapina aggravata in concorso. In via Gramsci, a pochi passi dall’Acquario e dal Porto antico, agiscono in quattro a volto coperto, coltello e pistola, verosimilmente un’arma giocattolo senza tappo rosso. L’obiettivo sono denaro e cellulare. Il telefono viene ritrovato nella vicina via Prè dagli agenti della Polizia locale. I sospetti scappano, due vengono bloccati in piazza della Commenda. Il maggiorenne è risultato irregolare sul territorio nazionale, il sedicenne viene collocato in una comunità. Gli altri due restano dei ricercati. Lo stesso giorno uno studente diciottenne viene rapinato, preso a bottigliate e sfregiato nel salotto cittadino, la centralissima piazza De Ferrari. È una gang di almeno sei persone. «Mi hanno bloccato per strada», ha raccontato la vittima. Il 4 gennaio è segnato da un doppio colpo. Alle 3.15, in via dei Giustiniani, un diciottenne genovese viene spinto a terra da due stranieri che gli rubano smartphone e portafoglio. Taglio profondo al labbro. Un’ora dopo, all’incrocio con via San Lorenzo, un trentatreenne di origini marocchine viene aggredito da due nordafricani che cercano di rubargli il cellulare. Nel tentativo di difendersi riporta una ferita alla mano. All’alba del 3 gennaio una coppia di turisti italiani viene rapinata mentre rientra in hotel dopo una serata in discoteca. L’aggressione avviene in via XXV Aprile, la via dello shopping esclusivo. I due malcapitati erano stati seguiti dal Porto antico. Spintoni, borsa scippata alla ragazza. Escoriazioni. La sera del 2 gennaio, linea 1 dell’autobus, quartiere di Sestri Ponente. Tre giovani si avvicinano a una passeggera per frugare nello zaino. Ma la donna se ne accorge. Scoppia il caos. Una ragazza colpisce la vittima al volto con uno smartphone. I tre fuggono. Vengono rintracciati vicino alla stazione di Cornigliano: due algerini di 19 e 25 anni e una tunisina di 24. La ragazza ha un coltellino di dieci centimetri, quattro di lama. Il diciannovenne ha l’obbligo di presentazione quotidiana alla Polizia per precedenti contro il patrimonio e denunce per tentato furto aggravato, lesioni aggravate e possesso di oggetti atti a offendere. L’1 dicembre un giovane marocchino ha aggredito un’anziana nell’androne di casa nel quartiere Di Negro. Le ha strappato la borsa ed è scappato. Pochi giorni dopo, grazie alle telecamere, l’hanno individuato e arrestato.
E a provare che i maranza ormai abbiano messo le radici in città c’è un passaggio dell’ultima relazione del procuratore generale Roberto Aniello all’inaugurazione dell’anno giudiziario: «Il lavoro della Procura per minorenni di Genova ha subito in tutti i settori di sua competenza un notevole aumento motivato, nel penale, da un incremento di fenomeni di devianza minorile anche gravi». E aggiunge un numero che fa rumore: «Sono anche aumentate le richieste di misure cautelari del 55% rispetto al precedente anno giudiziario». E in molti casi si tratta di stranieri. Ma per la sindaca Salis la colpa è sempre degli altri.
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«Le nostre nazioni condividono molti valori, una vocazione verso la creatività e l’innovazione pur rimanendo ancorate alla loro tradizione, e dal mio punto di vista condividono un potenziale – nonostante i nostri rapporti bilaterali siano estremamente solidi – inespresso straordinario che siamo ovviamente qui per esplorare e portare avanti». Così Giorgia Meloni in apertura dell’incontro bilaterale con il presidente coreano Lee Jae-Myung. Nelle dichiarazioni congiunte nella Blue House di Seul al termine del bilaterale, il premier ha spiegato che «Rafforzare il nostro partenariato economico è una delle tre priorità» di cui si è discusso, insieme a quella di puntare su «catene del valore più forti e sicure» e a dare «maggiore sistematicità al coordinamento politico».
Un euro che non chiude la vicenda, ma lascia aperta una domanda: perché, nonostante una relazione tecnica depositata da anni a firma del commercialista Stefano Martinazzo, nessuno ha mai chiarito se quei 40 milioni siano stati considerati un danno erariale.
La Procura di Civitavecchia avrebbe archiviato il procedimento penale sull’Airbus perché non ha ravvisato gli estremi della truffa ai danni dello Stato. Ma quell’archiviazione non è mai stata comunicata ufficialmente, e soprattutto non ha chiuso il fronte contabile. Anzi. Proprio il procuratore di Civitavecchia, Mirko Piloni, aveva trasmesso alla Corte dei Conti la consulenza di Martinazzo, 117 pagine più quasi 1.900 di allegati, che ricostruisce nel dettaglio l’operazione, come aveva anticipato La Verità negli anni scorsi. La Corte dei Conti quei numeri li conosce. Conosce la sequenza dei fatti, le email, le stime di mercato ignorate, le anomalie contrattuali.
L’operazione nasce tra il 2015 e il 2016, quando il governo Renzi decide di dotarsi di un aereo di Stato per le tratte intercontinentali. Alitalia Sai è già tecnicamente fallita, ma dal gennaio 2015 è partecipata al 49% da Etihad, che investe 387,5 milioni nel capitale e 172,5 milioni in asset. Per aggirare il divieto di contratti diretti con società extra-Ue, prende forma una triangolazione: Etihad noleggia l’A340-500 ad Alitalia, che lo sub-noleggia allo Stato, in una trattativa che, come emerge dalla relazione di Martinazzo, appare di fatto diretta tra Italia ed Emirati.
Il cuore dello spreco sta nei numeri: l’aereo è valorizzato 58 milioni di dollari, contro stime di mercato tra 22 e 35 milioni; a ridosso della firma compare un anticipo di 25 milioni, assente nelle bozze iniziali, che consente a Etihad di rientrare in possesso del velivolo e riaffittarlo allo Stato. Il paradosso è che nel 2018 l’aereo vale poco più di 3 milioni di euro e nel 2023 viene ceduto per un euro simbolico, dopo che lo Stato ne ha anticipato i fondi per permetterne il noleggio. In sostanza, come osserva Martinazzo, lo Stato anticipa i fondi per permettere al locatore di entrare nel pieno possesso dell’aereo che successivamente noleggerà, pagando canoni calcolati su un valore iniziale gonfiato.
Il confronto tra i canoni rende la distorsione ancora più evidente. Etihad propone ad Alitalia un leasing a condizioni di mercato, ma nel sub-leasing allo Stato il costo mensile raddoppia. Nel frattempo, dalle email agli atti emerge una pressione costante della presidenza del Consiglio per chiudere l’operazione «con assoluta celerità», in vista di missioni internazionali imminenti. Una fretta che, secondo il consulente, contribuisce a spiegare perché valutazioni più realistiche - pure circolanti tra tecnici e manager - non vengano recepite. Prima della rescissione del 2018, lo Stato versa circa 54 milioni di euro ad Alitalia, una quota significativa dei quali finisce a Etihad. Se l’aereo fosse stato acquistato o noleggiato a valori di mercato, o se il contratto non fosse stato appesantito dall’anticipo e da una valorizzazione fuori scala, la spesa sarebbe stata nettamente inferiore. Da qui la stima prudenziale di almeno 40 milioni di euro di danno, che non tiene conto del costo-opportunità e del fatto che l’aereo, una volta fermato, non genera alcuna utilità residua.
L’utilizzo effettivo dell’A340 completa il quadro. In tutto i voli di Stato sono 29 (su 88 voli complessivi, inclusi quelli tecnici e di posizionamento): tre missioni con il presidente della Repubblica, dieci con il presidente del Consiglio Gentiloni, undici con ministri degli Esteri, tre con il ministro della Difesa e due con un sottosegretario allo Sviluppo economico. Matteo Renzi non lo utilizza mai. Per un impegno economico di quella portata, l’impiego è marginale. E mentre l’aereo vola poco, il contratto prevede spese accessorie che raccontano un’impostazione più simbolica che funzionale: 2,9 milioni di dollari l’anno per film internazionali, oltre mezzo milione per produzioni italiane, 360.000 dollari per videogiochi ed e-learning e 1,1 milioni per la connessione di rete. Ci sarebbero anche 5 milioni di euro spesi per schermare l’aereo da possibili intrusioni di intelligence straniere, ma sono coperti da segreto e su cui la relazione non ha potuto approfondire.
Il finale aggiunge un ulteriore elemento di opacità: l’accordo transattivo tra Etihad e i commissari di Alitalia è del 2023, ma diventa di dominio pubblico solo ora. Nel frattempo, Matteo Renzi resta un protagonista del dibattito politico, rilancia progetti e rifondazioni come la «Margherita 4.0». L’Air Force Renzi, invece, si chiude così: da simbolo di grandeur a rottame venduto per un euro, con un conto rimasto interamente a carico dei contribuenti italiani.
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Imagoeconomica
Nelle scorse settimane l’Authority ha inviato una lettera alle organizzazioni sindacali, alle associazioni di imprese, alla presidenza del Consiglio e ai prefetti locali, chiedendo una «tregua sociale», ovvero uno stop delle astensioni dal lavoro nel periodo compreso tra il 4 e il 24 febbraio e tra il 4 e il 17 marzo. Cioè nei giorni in cui si svolgeranno rispettivamente le Olimpiadi e i Giochi paralimpici. A quanto pare la lettera è stata ignorata, i sindacati non hanno risposto. Come riportato dal Fatto, il Garante ha detto che «non sono pervenute manifestazioni di disponibilità o iniziative volte alla sottoscrizione del protocollo».
È evidente che vogliono tenersi le mani libere. L’evento è un’occasione troppo ghiotta per avere i riflettori accesi su qualsiasi tema in nome del quale creare caos. Ma a quanto risulta a La Verità, non sarebbero arrivate risposte nemmeno dalla presidenza del Consiglio e dal ministero dei Trasporti. Un cenno dalle autorità di governo, sulla ragionevolezza di una tregua sociale, potrebbe fare da moral suasion generale e richiamare l’attenzione alla scala delle priorità. In cima c’è il tranquillo svolgimento di un evento che sarà all’attenzione internazionale e convoglierà un flusso importante di turisti nel nostro Paese. Un’operazione di questo genere non è nemmeno nuova. Già nel 2006, in occasione delle Olimpiadi di Torino, il governo Berlusconi raggiunse un accordo con i sindacati per evitare scioperi tra il 31 gennaio e il 23 marzo. Come pure, nell’ambito del Giubileo, c’è stata un’intesa per evitare mobilitazioni sindacali nelle date più importanti dell’evento religioso.
Ora il presidente della Commissione, Paola Bellocci, vorrebbe fare lo stesso per i Giochi Olimpici. In più situazioni il ministro dei Trasporti Matteo Salvini ha rimarcato i disagi causati dalla frequenza ravvicinata degli scioperi e i disagi che creano ai cittadini e ai lavoratori. Una impostazione condivisa dai componenti del Garante, tant’è che la Commissione ha anche sanzionato le sigle che avevano organizzato la mobilitazione del 3 ottobre per Gaza e la Flotilla. La lettera inviata per sollecitare una tregua sociale in occasione delle Olimpiadi invernali si colloca in questo percorso, cioè valutare le priorità e l’impatto che lo stop ai trasporti potrebbe creare allo svolgimento dell’evento sportivo.
L’Authority potrebbe intervenire anche con un suo provvedimento, a prescindere da un’intesa con i sindacati ma al momento questo passo è stato escluso. La Commissione ha sottolineato che continuerà «la propria consueta attività di vigilanza sul rispetto delle norme vigenti in materia di sciopero nei servizi pubblici essenziali durante il periodo interessato».
Intanto, però, l’iniziativa della lettera è stata criticata dal sindacato di base Cub, una delle sigle più attive nella proclamazione degli scioperi che è stata protagonista di diverse mobilitazioni a cavallo tra il 2025 e il 2026 come lo sciopero nazionale di 24 ore, il 9-10 gennaio scorsi, nel settore ferroviario che ha creato notevoli disagi con la cancellazione di oltre il 50% dei treni e il 9 gennaio nel comparto aereo. Inevitabile quindi che si risentisse dell’iniziativa del Garante. «Per la Commissione, ogni occasione è buia per subordinare il diritto dei diritti alle logiche del profitto», ha replicato. Una risposta che la dice lunga sulle sue prossime iniziative.
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