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2020-08-21
Sui banchi con le mascherine? La linea del governo: «Sì, no, forse»
Lucia Azzolina (Ansa)
Anche un orologio rotto segna l'ora giusta due volte al giorno. Lo stesso, purtroppo, non vale né per lo sbiadito governo giallorosso né tanto meno per i suoi verbosi consulenti. Mettetevi dunque negli scomodi panni del solito genitore, che continua a lambiccarsi sull'agognato ritorno a scuola della figliolanza. Di buon mattino, apre il Corrierone speranzoso. C'è una sterminata intervista ad Agostino Miozzo, presidente del Comitato tecnico scientifico. Sintesi: «I contagi aumenteranno, ma no a nuove chiusure». Sospirone. Che gran sollievo. Ma poi, allo stesso genitore, capita di dare una sbirciatina alla tv. Su Rai3 c'è Agorà. Riconosce il volto ormai noto di Gualtiero Ricciardi, detto Walter, superesperto del ministero della Sanità. Ed ecco, a un certo punto, che l'epidemiologo ammette stentoreo: «Le prossime elezioni, e anche la riapertura delle scuole, possono essere a rischio se la circolazione del virus torna ad aumentare». Salvo poi rettificare maldestramente: «Intendevo negli altri Paesi». Tocca quindi alla ministra dell'Istruzione, Lucia Azzolina, intervenire: «Nessun rischio per l'apertura degli istituti». Peccato sia stata appena sconfessata, dallo stesso Cts, sull'uso delle mascherine in classe. Così la parola definitiva tocca al campione della lotta al coronavirus: Domenico Arcuri. Il commissario straordinario per l'emergenza rassicura: «La ripartenza il 14 settembre è necessaria, non solo per il fine altissimo dell'istruzione, ma anche perché è il primo ritorno collettivo alla normalità».
Dopo sei mesi di forzata lontananza, manca meno di un mese alla ripresa delle lezioni. E il caos è diventato farsa. Banchi con le rotelle: perfino le aziende tardivamente selezionate iniziano a mettere le mani avanti. Le consegne, bene che vada, slitteranno a ottobre. Mascherine: altra pratica in mano all'infallibile Arcuri, celebre per le già introvabili chi-rurgiche a cinquanta centesimi. Un uomo, una garanzia. Didattica a distanza: dopo il fallimento della sperimentazione, restano pestifere incognite. Padri e madri temono di essere nuovamente costretti dal ministero a far da precettori ai figli. Quarantene in caso di un positivo: per la classe in cui s'è verificato il contagio o per tutta la scuola? Responsabilità penale dei presidi: già alle prese con la regnante confusione, i dirigenti si rivoltano. Non possiamo essere noi, ruggiscono, i capri espiatori. Test rapidi: saranno facoltativi oppure obbligatori? Le regioni, nel frattempo, cominciano a procedere in ordine sparso.
Siamo, insomma, allo psicodramma collettivo. Così, la profezia di Ricciardi finisce per seminare altro panico tra famiglie, insegnanti e alunni. Persino tra i giallorossi è corsa al distinguo. Il capogruppo di Italia viva al Senato, Davide Faraone, scrive: «Ieri il Cts ci spiegava che potevano decidere di non riaprire le scuole. Oggi un consulente del governo rilancia, oltre a rinviare l'avvio dell'anno scolastico vuole rinviare le elezioni. Ogni giorno, uno si alza e spara. Decide il parlamento, basta improvvisazione». Mentre, dall'opposto versante di centrodestra, si fa sotto il leader della Lega: «Se impongono mascherine e plexiglass mia figlia a scuola non ce la mando, perchè non è un lager» promette Matteo Salvini. «Si può andare a scuola in sicurezza, ma senza essere chiusi come pacchi postali».
Le esternazioni mattutine del consulente sono state però onnicomprensive. Per estendersi anche all'uso delle mascherine fra gli alunni: «È compatibile e necessario» avverte Ricciardi. Quindi? Miozzo, gran capo del Cts, conferma: i dispositivi in classe saranno obbligatori a partire dai sei anni. Un'imposizione che ha già fatto sollevare il Veneto. L'assessore all'Istruzione, Elena Donazzan, attacca: «È una tortura, durante la lezione. In caso, servirà nei luoghi di assembramento». Il governatore, Luca Zaia, la spalleggia: «Sono contrario a chiedere di indossare la mascherina ai bambini. Dovrebbero portarla sei o otto ore». Azzolina, dunque, concede: «Al banco si può togliere». Nemmeno per sogno, rettifica ancora il Comitato tecnico scientifico. Va indossata sempre e comunque. Al massimo, lo scolaro in museruola potrà rifiatare durante l'interrogazione. Bontà loro.
Ma è solo l'ennesima, e sempre più imperdonabile, divergenza. Perché su ogni indicazione continua ad aleggiare il quesito dei quesiti: ma, alla fine, decidono gli espertoni o i politici? La risposta, purtroppo, è la stessa degli ultimi mesi. Dipende. Se la situazione rimarrà sotto controllo, avranno scelto il premier Giuseppe Conte e i suoi, pronti a reclamar medaglia come il Muttley dei cartoni animati. Se invece la pandemia dovesse nuovamente divampare, travolgendo anche la scuola, beh varrebbe il contrario. Colpa dei superconsulenti. I giallorossi sono pronti a mormorare: noi, ignari politicanti, ci siamo affidati a loro, illustri luminari. In scienza e coscienza. Uno scaricabarile già stigmatizzato dal solito Miozzo lo scorso 10 giugno: «Siamo degli spettatori e non siamo l'oracolo di Delfi» ha spiegato, durante l'audizione in commissione Cultura alla Camera, proprio a chi gli chiedeva del prossimo anno scolastico. «Siamo rimasti sorpresi dal vedere le nostre indicazioni trasformate in decreti. A noi sono stati richiesti pareri, se poi sono tradotti in provvedimenti è una responsabilità del governo e non nostra». Sacrosanto. Ma perché, allora, non cominciare a consigliar tacendo?
In Svizzera si riapre senza patemi
«Un'epidemia vissuta con coscienza». È con questo spirito, oltre che con la solita civiltà, che la Svizzera ha vissuto l'epidemia da coronavirus, mentre era stata messa in campo un'ampia campagna informativa per sensibilizzare tutti i cittadini e chiamarli alla responsabilità individuale e alla solidarietà per proteggere se stessi e la salute pubblica. Nel frattempo secondo uno studio del consorzio Deep knowledge group, proprio la Svizzera era in testa a una classifica internazionale che paragonava le risposte di 200 Paesi alla pandemia di coronavirus, un primo posto dovuto alla sua buona situazione epidemiologica e all'elevata resilienza della sua economia. L'Italia invece era collocata al 53° posto. E i numeri di come è stata affrontato il Covid parlano chiaro. Con 8,5 milioni di abitanti la Svizzera ha avuto in totale, da marzo, 38.760 casi, 33.800 guariti e 1.719 morti . In Italia, in proporzione, i numeri sono più «piccoli», fatto salvo purtroppo che per le vittime calcolate. Infatti con 60,36 milioni abitanti ci sono stati 255.278 casi, 204.506 guariti e 35.412 decessi con Covid. Eppure il Paese del cioccolato non ha chiuso tutte le sue attività.
Già a maggio scorso le scuole elementari e secondarie erano riaperte e gli alunni fino a 15 anni avevano ripreso a seguire le lezioni in presenza, mentre nei negozi era obbligatorio l'uso di mascherine e guanti per gli esercenti ma non per i clienti. Nei parchi i bambini potevano giocare regolarmente mentre venivano consigliati agli anziani orari stabiliti, al mattino, per fare la spesa. Con l'ondata delle ferie sono aumentati anche in Svizzera i nuovi casi quotidiani di infezione: lo scorso mercoledì ne sono stati segnalati 311 e secondo l'Ufficio federale della sanità pubblica erano riconducibili a turisti rientrati da Paesi con focolai, soprattutto Francia e Spagna. I cantoni più colpiti rimangono Ginevra, Vaud e Zurigo e già lunedì il governo cantonale di Ginevra ha deciso ulteriori misure restrittive per cercare di frenare la diffusione del patogeno. Infatti dai tracciamenti effettuati, eventi privati come matrimoni, feste e funerali si sono rivelati luoghi privilegiati di diffusione del virus. Il governo ha dunque deciso che riunioni di più di 100 persone sono vietate, a meno che non sia garantito il rigoroso rispetto del mantenimento della distanza o l'uso di maschere protettive. La chiusura delle discoteche è stata prorogata fino al 10 settembre, quando si procederà a una nuova valutazione. Nei ristoranti, la raccolta dei dati di clienti è diventata obbligatoria e quindi i proprietari dei luoghi pubblici sono tenuti a richiedere un contatto per tavolo o per gruppo. Deciso inoltre l'obbligo della mascherina sui mezzi pubblici di trasporto e su tutti gli aerei in partenza o in arrivo in Svizzera di tutte le compagnie aeree. Prevista la quarantena per chi rientra da alcuni Paesi. È stato annunciato il divieto per manifestazioni con più di 1.000 persone.
Le scuole, invece, che erano state riaperte lo scorso maggio, dopo la pausa estiva, da lunedì hanno regolarmente ripreso le lezioni. Inoltre, dal 22 giugno 2020 sono abrogate la raccomandazione di ricorrere al telelavoro e le prescrizioni specifiche per la protezione delle persone particolarmente a rischio. I datori di lavoro decidono autonomamente come proteggere i loro lavoratori e se farli lavorare da casa o in ufficio. Insomma in un paese confinante, nessun lockdown, né scuola né elezioni a rischio. Tantomeno la democrazia.
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Mentre Walter Ricciardi paventa pure la possibilità di tenere chiuse le scuole, si accende il dibattito sulle protezioni: per il Cts vanno portate sempre, le Regioni si ribellano, Lucia Azzolina dice che al proprio posto vanno tolte.In proporzione, la Svizzera ha avuto un impatto più drammatico di noi con il virus. Eppure nessuno ha pensato di bloccare il Paese. Per gli esperti «è il modello giusto».Lo speciale contiene due articoli.Anche un orologio rotto segna l'ora giusta due volte al giorno. Lo stesso, purtroppo, non vale né per lo sbiadito governo giallorosso né tanto meno per i suoi verbosi consulenti. Mettetevi dunque negli scomodi panni del solito genitore, che continua a lambiccarsi sull'agognato ritorno a scuola della figliolanza. Di buon mattino, apre il Corrierone speranzoso. C'è una sterminata intervista ad Agostino Miozzo, presidente del Comitato tecnico scientifico. Sintesi: «I contagi aumenteranno, ma no a nuove chiusure». Sospirone. Che gran sollievo. Ma poi, allo stesso genitore, capita di dare una sbirciatina alla tv. Su Rai3 c'è Agorà. Riconosce il volto ormai noto di Gualtiero Ricciardi, detto Walter, superesperto del ministero della Sanità. Ed ecco, a un certo punto, che l'epidemiologo ammette stentoreo: «Le prossime elezioni, e anche la riapertura delle scuole, possono essere a rischio se la circolazione del virus torna ad aumentare». Salvo poi rettificare maldestramente: «Intendevo negli altri Paesi». Tocca quindi alla ministra dell'Istruzione, Lucia Azzolina, intervenire: «Nessun rischio per l'apertura degli istituti». Peccato sia stata appena sconfessata, dallo stesso Cts, sull'uso delle mascherine in classe. Così la parola definitiva tocca al campione della lotta al coronavirus: Domenico Arcuri. Il commissario straordinario per l'emergenza rassicura: «La ripartenza il 14 settembre è necessaria, non solo per il fine altissimo dell'istruzione, ma anche perché è il primo ritorno collettivo alla normalità».Dopo sei mesi di forzata lontananza, manca meno di un mese alla ripresa delle lezioni. E il caos è diventato farsa. Banchi con le rotelle: perfino le aziende tardivamente selezionate iniziano a mettere le mani avanti. Le consegne, bene che vada, slitteranno a ottobre. Mascherine: altra pratica in mano all'infallibile Arcuri, celebre per le già introvabili chi-rurgiche a cinquanta centesimi. Un uomo, una garanzia. Didattica a distanza: dopo il fallimento della sperimentazione, restano pestifere incognite. Padri e madri temono di essere nuovamente costretti dal ministero a far da precettori ai figli. Quarantene in caso di un positivo: per la classe in cui s'è verificato il contagio o per tutta la scuola? Responsabilità penale dei presidi: già alle prese con la regnante confusione, i dirigenti si rivoltano. Non possiamo essere noi, ruggiscono, i capri espiatori. Test rapidi: saranno facoltativi oppure obbligatori? Le regioni, nel frattempo, cominciano a procedere in ordine sparso. Siamo, insomma, allo psicodramma collettivo. Così, la profezia di Ricciardi finisce per seminare altro panico tra famiglie, insegnanti e alunni. Persino tra i giallorossi è corsa al distinguo. Il capogruppo di Italia viva al Senato, Davide Faraone, scrive: «Ieri il Cts ci spiegava che potevano decidere di non riaprire le scuole. Oggi un consulente del governo rilancia, oltre a rinviare l'avvio dell'anno scolastico vuole rinviare le elezioni. Ogni giorno, uno si alza e spara. Decide il parlamento, basta improvvisazione». Mentre, dall'opposto versante di centrodestra, si fa sotto il leader della Lega: «Se impongono mascherine e plexiglass mia figlia a scuola non ce la mando, perchè non è un lager» promette Matteo Salvini. «Si può andare a scuola in sicurezza, ma senza essere chiusi come pacchi postali».Le esternazioni mattutine del consulente sono state però onnicomprensive. Per estendersi anche all'uso delle mascherine fra gli alunni: «È compatibile e necessario» avverte Ricciardi. Quindi? Miozzo, gran capo del Cts, conferma: i dispositivi in classe saranno obbligatori a partire dai sei anni. Un'imposizione che ha già fatto sollevare il Veneto. L'assessore all'Istruzione, Elena Donazzan, attacca: «È una tortura, durante la lezione. In caso, servirà nei luoghi di assembramento». Il governatore, Luca Zaia, la spalleggia: «Sono contrario a chiedere di indossare la mascherina ai bambini. Dovrebbero portarla sei o otto ore». Azzolina, dunque, concede: «Al banco si può togliere». Nemmeno per sogno, rettifica ancora il Comitato tecnico scientifico. Va indossata sempre e comunque. Al massimo, lo scolaro in museruola potrà rifiatare durante l'interrogazione. Bontà loro. Ma è solo l'ennesima, e sempre più imperdonabile, divergenza. Perché su ogni indicazione continua ad aleggiare il quesito dei quesiti: ma, alla fine, decidono gli espertoni o i politici? La risposta, purtroppo, è la stessa degli ultimi mesi. Dipende. Se la situazione rimarrà sotto controllo, avranno scelto il premier Giuseppe Conte e i suoi, pronti a reclamar medaglia come il Muttley dei cartoni animati. Se invece la pandemia dovesse nuovamente divampare, travolgendo anche la scuola, beh varrebbe il contrario. Colpa dei superconsulenti. I giallorossi sono pronti a mormorare: noi, ignari politicanti, ci siamo affidati a loro, illustri luminari. In scienza e coscienza. Uno scaricabarile già stigmatizzato dal solito Miozzo lo scorso 10 giugno: «Siamo degli spettatori e non siamo l'oracolo di Delfi» ha spiegato, durante l'audizione in commissione Cultura alla Camera, proprio a chi gli chiedeva del prossimo anno scolastico. «Siamo rimasti sorpresi dal vedere le nostre indicazioni trasformate in decreti. A noi sono stati richiesti pareri, se poi sono tradotti in provvedimenti è una responsabilità del governo e non nostra». Sacrosanto. Ma perché, allora, non cominciare a consigliar tacendo? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sui-banchi-con-le-mascherine-la-linea-del-governo-si-no-forse-2647043672.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-svizzera-si-riapre-senza-patemi" data-post-id="2647043672" data-published-at="1597959866" data-use-pagination="False"> In Svizzera si riapre senza patemi «Un'epidemia vissuta con coscienza». È con questo spirito, oltre che con la solita civiltà, che la Svizzera ha vissuto l'epidemia da coronavirus, mentre era stata messa in campo un'ampia campagna informativa per sensibilizzare tutti i cittadini e chiamarli alla responsabilità individuale e alla solidarietà per proteggere se stessi e la salute pubblica. Nel frattempo secondo uno studio del consorzio Deep knowledge group, proprio la Svizzera era in testa a una classifica internazionale che paragonava le risposte di 200 Paesi alla pandemia di coronavirus, un primo posto dovuto alla sua buona situazione epidemiologica e all'elevata resilienza della sua economia. L'Italia invece era collocata al 53° posto. E i numeri di come è stata affrontato il Covid parlano chiaro. Con 8,5 milioni di abitanti la Svizzera ha avuto in totale, da marzo, 38.760 casi, 33.800 guariti e 1.719 morti . In Italia, in proporzione, i numeri sono più «piccoli», fatto salvo purtroppo che per le vittime calcolate. Infatti con 60,36 milioni abitanti ci sono stati 255.278 casi, 204.506 guariti e 35.412 decessi con Covid. Eppure il Paese del cioccolato non ha chiuso tutte le sue attività. Già a maggio scorso le scuole elementari e secondarie erano riaperte e gli alunni fino a 15 anni avevano ripreso a seguire le lezioni in presenza, mentre nei negozi era obbligatorio l'uso di mascherine e guanti per gli esercenti ma non per i clienti. Nei parchi i bambini potevano giocare regolarmente mentre venivano consigliati agli anziani orari stabiliti, al mattino, per fare la spesa. Con l'ondata delle ferie sono aumentati anche in Svizzera i nuovi casi quotidiani di infezione: lo scorso mercoledì ne sono stati segnalati 311 e secondo l'Ufficio federale della sanità pubblica erano riconducibili a turisti rientrati da Paesi con focolai, soprattutto Francia e Spagna. I cantoni più colpiti rimangono Ginevra, Vaud e Zurigo e già lunedì il governo cantonale di Ginevra ha deciso ulteriori misure restrittive per cercare di frenare la diffusione del patogeno. Infatti dai tracciamenti effettuati, eventi privati come matrimoni, feste e funerali si sono rivelati luoghi privilegiati di diffusione del virus. Il governo ha dunque deciso che riunioni di più di 100 persone sono vietate, a meno che non sia garantito il rigoroso rispetto del mantenimento della distanza o l'uso di maschere protettive. La chiusura delle discoteche è stata prorogata fino al 10 settembre, quando si procederà a una nuova valutazione. Nei ristoranti, la raccolta dei dati di clienti è diventata obbligatoria e quindi i proprietari dei luoghi pubblici sono tenuti a richiedere un contatto per tavolo o per gruppo. Deciso inoltre l'obbligo della mascherina sui mezzi pubblici di trasporto e su tutti gli aerei in partenza o in arrivo in Svizzera di tutte le compagnie aeree. Prevista la quarantena per chi rientra da alcuni Paesi. È stato annunciato il divieto per manifestazioni con più di 1.000 persone. Le scuole, invece, che erano state riaperte lo scorso maggio, dopo la pausa estiva, da lunedì hanno regolarmente ripreso le lezioni. Inoltre, dal 22 giugno 2020 sono abrogate la raccomandazione di ricorrere al telelavoro e le prescrizioni specifiche per la protezione delle persone particolarmente a rischio. I datori di lavoro decidono autonomamente come proteggere i loro lavoratori e se farli lavorare da casa o in ufficio. Insomma in un paese confinante, nessun lockdown, né scuola né elezioni a rischio. Tantomeno la democrazia.
Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
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Il cambio di passo politico è evidente. Con il governo Merz, Berlino ha avviato una revisione profonda del proprio paradigma, approvando un piano straordinario su difesa e infrastrutture che rompe con decenni di rigore fiscale. Tuttavia, la traiettoria macro resta fragile: crescita del Pil ridimensionata allo 0,5% e margini fiscali a rischio dispersione, come segnalato dalla Bundesbank. Anche sul fronte corporate, le aspettative si sono raffreddate: la crescita degli utili attesa per il 2026 è scesa dal 20% al 12%. Il mercato azionario riflette una frattura interna: l’indice Dax, trainato da multinazionali globali, ha sovraperformato nettamente l’Mdax, espressione dell’economia domestica. Secondo Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «il divario tra Dax e Mdax è la prova della crisi profonda. Mentre alcuni giganti si salvano grazie all’export extra-Ue, molte medie imprese sono schiacciate da burocrazia, tassi di interesse elevati e un euro troppo forte per un’economia in stagnazione».
Il nodo più critico resta l’automotive. Colossi come Volkswagen e Bmw stanno perdendo terreno rispetto ai competitor cinesi nell’elettrico, dove il vantaggio tecnologico e di scala è ormai evidente. In parallelo, settori legati alla nuova politica industriale mostrano dinamiche opposte: Rheinmetall e Hochtief hanno registrato performance straordinarie, così come Siemens Energy, spinta dal ciclo globale dell’elettrificazione. Sul piano strutturale, la riforma più sottovalutata riguarda il risparmio previdenziale. Il superamento del modello Riester introduce una svolta: maggiore esposizione ad asset rischiosi e apertura a Etf e azioni. La «Frühstart-Rente» segna un tentativo di finanziarizzazione diffusa del risparmio. «Perché gli analisti guardano con interesse a questa mossa? Perché si passa da un risparmio “morto”», spiega Gaziano, «a un afflusso di capitali potenzialmente fresco e ricorrente verso il mercato azionario. È un cambiamento anche culturale: lo Stato tedesco spinge i cittadini a diventare azionisti e, come accade in Francia o Gran Bretagna, consente di usare gli Etf per farsi la pensione. Roba che in Italia sembra fantascienza, visti gli interessi in campo di banche e reti e governi di tutti i colori che si preoccupano più di compiacere le lobby del settore piuttosto che favorire gli interessi dei risparmiatori».
Le implicazioni per l’asset management sono rilevanti. Player come Dws Group e Amundi, insieme a gruppi assicurativi come Allianz, sono posizionati per intercettare nuovi flussi. E così è anche Deutsche Borse, con un modello di business anti-fragile.
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Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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Smontato il giallo internazionale dietro la clemenza concessa a Nicole Minetti: la procedura è partita dal Colle, non da Mosca o chissà dove. Senza prove di corruzione in Uruguay o di festini fantasma, siamo davanti a una campagna di fango basata su presunte fonti anonime e illazioni, come nel caso di Ranucci che accusa Nordio di essere stato nel ranch di Cipriani. In più viene chiarito un fatto: dopo la sentenza della Consulta del 2006, il potere di concedere la grazia è esclusivamente nelle mani del presidente della Repubblica. Il Ministero della Giustizia ha solo un ruolo istruttorio e di verifica formale.