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2020-08-21
Sui banchi con le mascherine? La linea del governo: «Sì, no, forse»
Lucia Azzolina (Ansa)
Anche un orologio rotto segna l'ora giusta due volte al giorno. Lo stesso, purtroppo, non vale né per lo sbiadito governo giallorosso né tanto meno per i suoi verbosi consulenti. Mettetevi dunque negli scomodi panni del solito genitore, che continua a lambiccarsi sull'agognato ritorno a scuola della figliolanza. Di buon mattino, apre il Corrierone speranzoso. C'è una sterminata intervista ad Agostino Miozzo, presidente del Comitato tecnico scientifico. Sintesi: «I contagi aumenteranno, ma no a nuove chiusure». Sospirone. Che gran sollievo. Ma poi, allo stesso genitore, capita di dare una sbirciatina alla tv. Su Rai3 c'è Agorà. Riconosce il volto ormai noto di Gualtiero Ricciardi, detto Walter, superesperto del ministero della Sanità. Ed ecco, a un certo punto, che l'epidemiologo ammette stentoreo: «Le prossime elezioni, e anche la riapertura delle scuole, possono essere a rischio se la circolazione del virus torna ad aumentare». Salvo poi rettificare maldestramente: «Intendevo negli altri Paesi». Tocca quindi alla ministra dell'Istruzione, Lucia Azzolina, intervenire: «Nessun rischio per l'apertura degli istituti». Peccato sia stata appena sconfessata, dallo stesso Cts, sull'uso delle mascherine in classe. Così la parola definitiva tocca al campione della lotta al coronavirus: Domenico Arcuri. Il commissario straordinario per l'emergenza rassicura: «La ripartenza il 14 settembre è necessaria, non solo per il fine altissimo dell'istruzione, ma anche perché è il primo ritorno collettivo alla normalità».
Dopo sei mesi di forzata lontananza, manca meno di un mese alla ripresa delle lezioni. E il caos è diventato farsa. Banchi con le rotelle: perfino le aziende tardivamente selezionate iniziano a mettere le mani avanti. Le consegne, bene che vada, slitteranno a ottobre. Mascherine: altra pratica in mano all'infallibile Arcuri, celebre per le già introvabili chi-rurgiche a cinquanta centesimi. Un uomo, una garanzia. Didattica a distanza: dopo il fallimento della sperimentazione, restano pestifere incognite. Padri e madri temono di essere nuovamente costretti dal ministero a far da precettori ai figli. Quarantene in caso di un positivo: per la classe in cui s'è verificato il contagio o per tutta la scuola? Responsabilità penale dei presidi: già alle prese con la regnante confusione, i dirigenti si rivoltano. Non possiamo essere noi, ruggiscono, i capri espiatori. Test rapidi: saranno facoltativi oppure obbligatori? Le regioni, nel frattempo, cominciano a procedere in ordine sparso.
Siamo, insomma, allo psicodramma collettivo. Così, la profezia di Ricciardi finisce per seminare altro panico tra famiglie, insegnanti e alunni. Persino tra i giallorossi è corsa al distinguo. Il capogruppo di Italia viva al Senato, Davide Faraone, scrive: «Ieri il Cts ci spiegava che potevano decidere di non riaprire le scuole. Oggi un consulente del governo rilancia, oltre a rinviare l'avvio dell'anno scolastico vuole rinviare le elezioni. Ogni giorno, uno si alza e spara. Decide il parlamento, basta improvvisazione». Mentre, dall'opposto versante di centrodestra, si fa sotto il leader della Lega: «Se impongono mascherine e plexiglass mia figlia a scuola non ce la mando, perchè non è un lager» promette Matteo Salvini. «Si può andare a scuola in sicurezza, ma senza essere chiusi come pacchi postali».
Le esternazioni mattutine del consulente sono state però onnicomprensive. Per estendersi anche all'uso delle mascherine fra gli alunni: «È compatibile e necessario» avverte Ricciardi. Quindi? Miozzo, gran capo del Cts, conferma: i dispositivi in classe saranno obbligatori a partire dai sei anni. Un'imposizione che ha già fatto sollevare il Veneto. L'assessore all'Istruzione, Elena Donazzan, attacca: «È una tortura, durante la lezione. In caso, servirà nei luoghi di assembramento». Il governatore, Luca Zaia, la spalleggia: «Sono contrario a chiedere di indossare la mascherina ai bambini. Dovrebbero portarla sei o otto ore». Azzolina, dunque, concede: «Al banco si può togliere». Nemmeno per sogno, rettifica ancora il Comitato tecnico scientifico. Va indossata sempre e comunque. Al massimo, lo scolaro in museruola potrà rifiatare durante l'interrogazione. Bontà loro.
Ma è solo l'ennesima, e sempre più imperdonabile, divergenza. Perché su ogni indicazione continua ad aleggiare il quesito dei quesiti: ma, alla fine, decidono gli espertoni o i politici? La risposta, purtroppo, è la stessa degli ultimi mesi. Dipende. Se la situazione rimarrà sotto controllo, avranno scelto il premier Giuseppe Conte e i suoi, pronti a reclamar medaglia come il Muttley dei cartoni animati. Se invece la pandemia dovesse nuovamente divampare, travolgendo anche la scuola, beh varrebbe il contrario. Colpa dei superconsulenti. I giallorossi sono pronti a mormorare: noi, ignari politicanti, ci siamo affidati a loro, illustri luminari. In scienza e coscienza. Uno scaricabarile già stigmatizzato dal solito Miozzo lo scorso 10 giugno: «Siamo degli spettatori e non siamo l'oracolo di Delfi» ha spiegato, durante l'audizione in commissione Cultura alla Camera, proprio a chi gli chiedeva del prossimo anno scolastico. «Siamo rimasti sorpresi dal vedere le nostre indicazioni trasformate in decreti. A noi sono stati richiesti pareri, se poi sono tradotti in provvedimenti è una responsabilità del governo e non nostra». Sacrosanto. Ma perché, allora, non cominciare a consigliar tacendo?
In Svizzera si riapre senza patemi
«Un'epidemia vissuta con coscienza». È con questo spirito, oltre che con la solita civiltà, che la Svizzera ha vissuto l'epidemia da coronavirus, mentre era stata messa in campo un'ampia campagna informativa per sensibilizzare tutti i cittadini e chiamarli alla responsabilità individuale e alla solidarietà per proteggere se stessi e la salute pubblica. Nel frattempo secondo uno studio del consorzio Deep knowledge group, proprio la Svizzera era in testa a una classifica internazionale che paragonava le risposte di 200 Paesi alla pandemia di coronavirus, un primo posto dovuto alla sua buona situazione epidemiologica e all'elevata resilienza della sua economia. L'Italia invece era collocata al 53° posto. E i numeri di come è stata affrontato il Covid parlano chiaro. Con 8,5 milioni di abitanti la Svizzera ha avuto in totale, da marzo, 38.760 casi, 33.800 guariti e 1.719 morti . In Italia, in proporzione, i numeri sono più «piccoli», fatto salvo purtroppo che per le vittime calcolate. Infatti con 60,36 milioni abitanti ci sono stati 255.278 casi, 204.506 guariti e 35.412 decessi con Covid. Eppure il Paese del cioccolato non ha chiuso tutte le sue attività.
Già a maggio scorso le scuole elementari e secondarie erano riaperte e gli alunni fino a 15 anni avevano ripreso a seguire le lezioni in presenza, mentre nei negozi era obbligatorio l'uso di mascherine e guanti per gli esercenti ma non per i clienti. Nei parchi i bambini potevano giocare regolarmente mentre venivano consigliati agli anziani orari stabiliti, al mattino, per fare la spesa. Con l'ondata delle ferie sono aumentati anche in Svizzera i nuovi casi quotidiani di infezione: lo scorso mercoledì ne sono stati segnalati 311 e secondo l'Ufficio federale della sanità pubblica erano riconducibili a turisti rientrati da Paesi con focolai, soprattutto Francia e Spagna. I cantoni più colpiti rimangono Ginevra, Vaud e Zurigo e già lunedì il governo cantonale di Ginevra ha deciso ulteriori misure restrittive per cercare di frenare la diffusione del patogeno. Infatti dai tracciamenti effettuati, eventi privati come matrimoni, feste e funerali si sono rivelati luoghi privilegiati di diffusione del virus. Il governo ha dunque deciso che riunioni di più di 100 persone sono vietate, a meno che non sia garantito il rigoroso rispetto del mantenimento della distanza o l'uso di maschere protettive. La chiusura delle discoteche è stata prorogata fino al 10 settembre, quando si procederà a una nuova valutazione. Nei ristoranti, la raccolta dei dati di clienti è diventata obbligatoria e quindi i proprietari dei luoghi pubblici sono tenuti a richiedere un contatto per tavolo o per gruppo. Deciso inoltre l'obbligo della mascherina sui mezzi pubblici di trasporto e su tutti gli aerei in partenza o in arrivo in Svizzera di tutte le compagnie aeree. Prevista la quarantena per chi rientra da alcuni Paesi. È stato annunciato il divieto per manifestazioni con più di 1.000 persone.
Le scuole, invece, che erano state riaperte lo scorso maggio, dopo la pausa estiva, da lunedì hanno regolarmente ripreso le lezioni. Inoltre, dal 22 giugno 2020 sono abrogate la raccomandazione di ricorrere al telelavoro e le prescrizioni specifiche per la protezione delle persone particolarmente a rischio. I datori di lavoro decidono autonomamente come proteggere i loro lavoratori e se farli lavorare da casa o in ufficio. Insomma in un paese confinante, nessun lockdown, né scuola né elezioni a rischio. Tantomeno la democrazia.
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Mentre Walter Ricciardi paventa pure la possibilità di tenere chiuse le scuole, si accende il dibattito sulle protezioni: per il Cts vanno portate sempre, le Regioni si ribellano, Lucia Azzolina dice che al proprio posto vanno tolte.In proporzione, la Svizzera ha avuto un impatto più drammatico di noi con il virus. Eppure nessuno ha pensato di bloccare il Paese. Per gli esperti «è il modello giusto».Lo speciale contiene due articoli.Anche un orologio rotto segna l'ora giusta due volte al giorno. Lo stesso, purtroppo, non vale né per lo sbiadito governo giallorosso né tanto meno per i suoi verbosi consulenti. Mettetevi dunque negli scomodi panni del solito genitore, che continua a lambiccarsi sull'agognato ritorno a scuola della figliolanza. Di buon mattino, apre il Corrierone speranzoso. C'è una sterminata intervista ad Agostino Miozzo, presidente del Comitato tecnico scientifico. Sintesi: «I contagi aumenteranno, ma no a nuove chiusure». Sospirone. Che gran sollievo. Ma poi, allo stesso genitore, capita di dare una sbirciatina alla tv. Su Rai3 c'è Agorà. Riconosce il volto ormai noto di Gualtiero Ricciardi, detto Walter, superesperto del ministero della Sanità. Ed ecco, a un certo punto, che l'epidemiologo ammette stentoreo: «Le prossime elezioni, e anche la riapertura delle scuole, possono essere a rischio se la circolazione del virus torna ad aumentare». Salvo poi rettificare maldestramente: «Intendevo negli altri Paesi». Tocca quindi alla ministra dell'Istruzione, Lucia Azzolina, intervenire: «Nessun rischio per l'apertura degli istituti». Peccato sia stata appena sconfessata, dallo stesso Cts, sull'uso delle mascherine in classe. Così la parola definitiva tocca al campione della lotta al coronavirus: Domenico Arcuri. Il commissario straordinario per l'emergenza rassicura: «La ripartenza il 14 settembre è necessaria, non solo per il fine altissimo dell'istruzione, ma anche perché è il primo ritorno collettivo alla normalità».Dopo sei mesi di forzata lontananza, manca meno di un mese alla ripresa delle lezioni. E il caos è diventato farsa. Banchi con le rotelle: perfino le aziende tardivamente selezionate iniziano a mettere le mani avanti. Le consegne, bene che vada, slitteranno a ottobre. Mascherine: altra pratica in mano all'infallibile Arcuri, celebre per le già introvabili chi-rurgiche a cinquanta centesimi. Un uomo, una garanzia. Didattica a distanza: dopo il fallimento della sperimentazione, restano pestifere incognite. Padri e madri temono di essere nuovamente costretti dal ministero a far da precettori ai figli. Quarantene in caso di un positivo: per la classe in cui s'è verificato il contagio o per tutta la scuola? Responsabilità penale dei presidi: già alle prese con la regnante confusione, i dirigenti si rivoltano. Non possiamo essere noi, ruggiscono, i capri espiatori. Test rapidi: saranno facoltativi oppure obbligatori? Le regioni, nel frattempo, cominciano a procedere in ordine sparso. Siamo, insomma, allo psicodramma collettivo. Così, la profezia di Ricciardi finisce per seminare altro panico tra famiglie, insegnanti e alunni. Persino tra i giallorossi è corsa al distinguo. Il capogruppo di Italia viva al Senato, Davide Faraone, scrive: «Ieri il Cts ci spiegava che potevano decidere di non riaprire le scuole. Oggi un consulente del governo rilancia, oltre a rinviare l'avvio dell'anno scolastico vuole rinviare le elezioni. Ogni giorno, uno si alza e spara. Decide il parlamento, basta improvvisazione». Mentre, dall'opposto versante di centrodestra, si fa sotto il leader della Lega: «Se impongono mascherine e plexiglass mia figlia a scuola non ce la mando, perchè non è un lager» promette Matteo Salvini. «Si può andare a scuola in sicurezza, ma senza essere chiusi come pacchi postali».Le esternazioni mattutine del consulente sono state però onnicomprensive. Per estendersi anche all'uso delle mascherine fra gli alunni: «È compatibile e necessario» avverte Ricciardi. Quindi? Miozzo, gran capo del Cts, conferma: i dispositivi in classe saranno obbligatori a partire dai sei anni. Un'imposizione che ha già fatto sollevare il Veneto. L'assessore all'Istruzione, Elena Donazzan, attacca: «È una tortura, durante la lezione. In caso, servirà nei luoghi di assembramento». Il governatore, Luca Zaia, la spalleggia: «Sono contrario a chiedere di indossare la mascherina ai bambini. Dovrebbero portarla sei o otto ore». Azzolina, dunque, concede: «Al banco si può togliere». Nemmeno per sogno, rettifica ancora il Comitato tecnico scientifico. Va indossata sempre e comunque. Al massimo, lo scolaro in museruola potrà rifiatare durante l'interrogazione. Bontà loro. Ma è solo l'ennesima, e sempre più imperdonabile, divergenza. Perché su ogni indicazione continua ad aleggiare il quesito dei quesiti: ma, alla fine, decidono gli espertoni o i politici? La risposta, purtroppo, è la stessa degli ultimi mesi. Dipende. Se la situazione rimarrà sotto controllo, avranno scelto il premier Giuseppe Conte e i suoi, pronti a reclamar medaglia come il Muttley dei cartoni animati. Se invece la pandemia dovesse nuovamente divampare, travolgendo anche la scuola, beh varrebbe il contrario. Colpa dei superconsulenti. I giallorossi sono pronti a mormorare: noi, ignari politicanti, ci siamo affidati a loro, illustri luminari. In scienza e coscienza. Uno scaricabarile già stigmatizzato dal solito Miozzo lo scorso 10 giugno: «Siamo degli spettatori e non siamo l'oracolo di Delfi» ha spiegato, durante l'audizione in commissione Cultura alla Camera, proprio a chi gli chiedeva del prossimo anno scolastico. «Siamo rimasti sorpresi dal vedere le nostre indicazioni trasformate in decreti. A noi sono stati richiesti pareri, se poi sono tradotti in provvedimenti è una responsabilità del governo e non nostra». Sacrosanto. Ma perché, allora, non cominciare a consigliar tacendo? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sui-banchi-con-le-mascherine-la-linea-del-governo-si-no-forse-2647043672.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-svizzera-si-riapre-senza-patemi" data-post-id="2647043672" data-published-at="1597959866" data-use-pagination="False"> In Svizzera si riapre senza patemi «Un'epidemia vissuta con coscienza». È con questo spirito, oltre che con la solita civiltà, che la Svizzera ha vissuto l'epidemia da coronavirus, mentre era stata messa in campo un'ampia campagna informativa per sensibilizzare tutti i cittadini e chiamarli alla responsabilità individuale e alla solidarietà per proteggere se stessi e la salute pubblica. Nel frattempo secondo uno studio del consorzio Deep knowledge group, proprio la Svizzera era in testa a una classifica internazionale che paragonava le risposte di 200 Paesi alla pandemia di coronavirus, un primo posto dovuto alla sua buona situazione epidemiologica e all'elevata resilienza della sua economia. L'Italia invece era collocata al 53° posto. E i numeri di come è stata affrontato il Covid parlano chiaro. Con 8,5 milioni di abitanti la Svizzera ha avuto in totale, da marzo, 38.760 casi, 33.800 guariti e 1.719 morti . In Italia, in proporzione, i numeri sono più «piccoli», fatto salvo purtroppo che per le vittime calcolate. Infatti con 60,36 milioni abitanti ci sono stati 255.278 casi, 204.506 guariti e 35.412 decessi con Covid. Eppure il Paese del cioccolato non ha chiuso tutte le sue attività. Già a maggio scorso le scuole elementari e secondarie erano riaperte e gli alunni fino a 15 anni avevano ripreso a seguire le lezioni in presenza, mentre nei negozi era obbligatorio l'uso di mascherine e guanti per gli esercenti ma non per i clienti. Nei parchi i bambini potevano giocare regolarmente mentre venivano consigliati agli anziani orari stabiliti, al mattino, per fare la spesa. Con l'ondata delle ferie sono aumentati anche in Svizzera i nuovi casi quotidiani di infezione: lo scorso mercoledì ne sono stati segnalati 311 e secondo l'Ufficio federale della sanità pubblica erano riconducibili a turisti rientrati da Paesi con focolai, soprattutto Francia e Spagna. I cantoni più colpiti rimangono Ginevra, Vaud e Zurigo e già lunedì il governo cantonale di Ginevra ha deciso ulteriori misure restrittive per cercare di frenare la diffusione del patogeno. Infatti dai tracciamenti effettuati, eventi privati come matrimoni, feste e funerali si sono rivelati luoghi privilegiati di diffusione del virus. Il governo ha dunque deciso che riunioni di più di 100 persone sono vietate, a meno che non sia garantito il rigoroso rispetto del mantenimento della distanza o l'uso di maschere protettive. La chiusura delle discoteche è stata prorogata fino al 10 settembre, quando si procederà a una nuova valutazione. Nei ristoranti, la raccolta dei dati di clienti è diventata obbligatoria e quindi i proprietari dei luoghi pubblici sono tenuti a richiedere un contatto per tavolo o per gruppo. Deciso inoltre l'obbligo della mascherina sui mezzi pubblici di trasporto e su tutti gli aerei in partenza o in arrivo in Svizzera di tutte le compagnie aeree. Prevista la quarantena per chi rientra da alcuni Paesi. È stato annunciato il divieto per manifestazioni con più di 1.000 persone. Le scuole, invece, che erano state riaperte lo scorso maggio, dopo la pausa estiva, da lunedì hanno regolarmente ripreso le lezioni. Inoltre, dal 22 giugno 2020 sono abrogate la raccomandazione di ricorrere al telelavoro e le prescrizioni specifiche per la protezione delle persone particolarmente a rischio. I datori di lavoro decidono autonomamente come proteggere i loro lavoratori e se farli lavorare da casa o in ufficio. Insomma in un paese confinante, nessun lockdown, né scuola né elezioni a rischio. Tantomeno la democrazia.
Papa Leone XIV (Ansa)
«Matematico» anche nel gestire le citazioni di Benedetto XVI e Francesco, il Papa squaderna una visione del diritto naturale che tocca aborto, eutanasia, migrazioni, concezione della libertà e origine dei diritti. Un discorso accolto da una standing ovation promossa con particolare convinzione soprattutto dal Partito popolare.
Prevost tesse una lode storico-culturale della Spagna, poggiando su citazioni di Cervantes (1547-1616, da cui pesca l’inno alla libertà del Don Chisciotte), Santa Teresa d’Avila (1515-1582, prima donna proclamata Dottore della Chiesa) e Miguel de Unamuno (1864-1936, autore del Sentimento tragico della vita). Ma è sulla «scuola di Salamanca» che il Papa si dilunga per entrare nel vivo dell’intervento. La grande ondata di studiosi salita sotto il regno di Isabella e Fernando circa mezzo secolo fa è ritenuta una delle vette filosofiche nella riflessione pre-moderna sul diritto internazionale. «Alcuni maestri», spiega Leone riferendosi a frate Francisco de Vitoria (1483?-1546) e ai suoi allievi e colleghi, «compresero che la ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così [...] la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti del potere».
Da questa premessa, il pontefice desume i giudizi sull’attualità: «Tale dignità precede ogni concessione dello Stato e non può essere subordinata a consensi sociali mutevoli o alle fluttuazioni delle maggioranze»: e qui incastra un riferimento diretto a un discorso analogo per peso, quello di Ratzinger al Bundestag del 22 settembre 2011. Non è da meno la successiva puntualizzazione: «La fede cristiana la proclama (la dignità, ndr) a partire dalla Rivelazione; la ragione umana può riconoscerla come esigenza inscritta nella verità dell’uomo». Arriva il colpo più deciso su aborto ed eutanasia: «Se la vita cessa di essere riconosciuta come un valore fondamentale, quale futuro possono avere le nostre società? Può dirsi pienamente giusta una comunità che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri?».
Non scontata la definizione di bene comune (che non è «mera somma di interessi particolari»), così come il vallo invocato a tutela della famiglia, che passa dal «diritto primario e inalienabile dei genitori di scegliere il tipo di istruzione e formazione da impartire ai figli, coerentemente alle proprie convinzioni morali, culturali e religiose». Sul «dramma migratorio», Leone XIV al dovere dell’accoglienza fa precedere un approccio che «affronti le cause che costringono a partire», promuovendo «il diritto di rimanere nella propria terra»: e lo ha detto a un Paese che ha appena regolarizzato centinaia di migliaia di migranti. «Nessuna nazione», aggiunge, «può affrontare da sola una sfida di questa portata». L’invocazione della pace in un mondo che «sta attraversando una profonda crisi spirituale e culturale» ha toccato anche una nota cara a questo Papa: il linguaggio, capace di «instaurare e tutelare» la pace stessa dando forma e forza alla diplomazia e al dialogo.
Dopo l’affondo sull’aborto, altre parole saranno suonate aspre per un premier socialista, ma anche a diverse latitudini politiche: Prevost indica come «questione decisiva per ogni società veramente democratica la libertà di pensiero, di coscienza e di religione. La libertà su cui si fonda lo Stato contemporaneo, se è autentica, riconosce la dimensione religiosa dell’essere umano, la rispetta e la tutela giuridicamente». Questa libertà non è né creata né concessa dallo Stato: «Essere liberi non significa solo disporre di possibilità di scelta ma poter riconoscere il bene e aderirvi: ogni società libera richiede anche una giusta delimitazione del potere pubblico. [...] La fede non può essere relegata al silenzio come fosse irrilevante per la vita pubblica». Altro affondo diretto a Macron e Sànchez, che a diverso titolo hanno messo in discussione il vincolo del segreto confessionale: «Il sigillo sacramentale della confessione si inserisce nel contesto più ampio della libertà religiosa».
La giornata è proseguita con l’incontro coi vescovi iberici, l’omaggio alla Vergine dell’Almudena, una drammatica visita ad alcune vittime di abusi commessi da preti e un incontro con la comunità diocesana. Ma l’eco più forte risuona sulla libertà: «Quella moderna è stata preparata anche da una luna educazione alla coscienza profondamente segnata dalla tradizione cristiana».
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Francesca Michielin (Getty Images)
Ne hanno tutto il diritto, intendiamoci: ciascuno si impegna per le battaglie in cui crede e, se è davvero motivato, fa bene a sostenerle perché la democrazia funziona bene proprio grazie all’impegno dei singoli e appassisce nell’indifferenza. Il problema, però, è nella gran parte delle «lotte per i diritti» della sinistra odierna c’è ben poco di alato ideale e molto di concreto tornaconto. Più che l’onor, insomma, può il digiuno o il timore del digiuno, cioè la paura di restare senza soldi.
Assistiamo in queste ore alla mobilitazione del consueto gruppo di artisti, Vip e presunti intellettuali contro il ddl Valditara sul consenso informato, una norma sacrosanta che introduce per i genitori la possibilità di difendersi da intrusioni ideologiche di varia natura nelle classi dei loro figli. L’esercito degli impegnati non ha perso un momento, è subito sceso in campo con furore.
La fondazione «Una nessuna centomila» ha inviato al ministro una lettera di protesta firmata da Fiorella Mannoia, Anna Foglietta, Vittoria Puccini, Pierfrancesco Favino, Noemi, Tosca, Lino Guanciale, Gigi D’Alessio, Ermal Meta, l’immancabile Piero Pelù, Caterina Caselli, Ferzan Özpetek, Carolina Crescentini, Francesca Michielin (quella che voleva lasciare l’Italia per colpa dei fascisti), Giuliano Sangiorgi, Paola Turci, Sonia Bergamasco, Fabrizio Gifuni, Claudia Pandolfi, Edoardo Leo, Brunori Sas, Cristina Comencini, Serena Dandini e ci fermiamo qui per evitare svenimenti. Sono sempre i soliti, quelli che militano per tutte le buone cause, i travet della firma e della mobilitazione politica.
«Nei giorni scorsi abbiamo assistito all’ennesimo passo indietro del nostro Paese su uno strumento fondamentale per la prevenzione della violenza di genere, l’eduzione sessuoaffettiva», dicono gli eroici combattenti. E spiegano che «ostacolare il cambiamento culturale significa rallentare un processo di trasformazione che ha l’obiettivo di contrastare la violenza prima che si manifesti».
Inutile stare a spiegare che nella scuola italiana esistono già miriadi di progetti di educazione sessuale, affettiva, ai diritti... Inutile pure ribadire che è un diritto consentire alle famiglie di esprimersi sull’educazione dei figli. La verità è che ai nostri Vip della firma pronta non interessano realmente né i cambiamenti culturali né la libertà di espressione né tantomeno il benessere di questo o quell’altro. La ragione della protesta è una sola: i soldi.
Il ddl Valditara di certo non danneggia i ragazzi e nemmeno impedisce che siano trattati a scuola argomenti delicati. Rischia, però, di fare perdere a qualche associazione e cooperativa incarichi remunerativi. Ecco perché suscita tanta rabbia: perché qualche attivista finora abituato a entrare nelle classi col generoso finanziamento degli istituti pubblici potrebbe vedersi tagliato il budget. Per questo ogni volta, attorno ai temi dell’educazione, si sviluppa tanta accorata attenzione: perché c’è in ballo il grano che foraggia gli amichetti del quartierino.
Tra coloro che in queste ore si scagliano contro Valditara c’è Silvia Salis, sindaco di Genova. Dura e un po’ destrorsa in materia di sicurezza (come ha notato ieri Giacomo Amadori), ma sempre bene attenta a garantirsi l’appoggio arcobaleno. La giunta genovese, infatti, ha annunciato lotta dura senza paura: «Non cancelliamo nulla: se il ddl Valditara vieta l’educazione sessuo-affettiva negli asili, le cambieremo nome, ma porteremo avanti questa battaglia di educazione ai diritti: ce lo chiedono le famiglie, gli insegnanti, è un nostro impegno», dichiara Rita Bruzzone, assessore al Diritto all’istruzione, alle pari opportunità e alle politiche di genere. «Ora interpelleremo il Garante dei diritti dell’infanzia, sia comunale che regionale, e ovviamente l’ufficio scolastico regionale, ma non abbandoneremo il nostro percorso».
L’iniziativa che il Comune intende difendere a ogni costo è una sperimentazione partita all’inizio dell’anno scolastico in quattro scuole dell’infanzia che coinvolge 300 bambini tra i 3 e i 6 anni. Non ci sarebbe nemmeno da perdere tempo a commentarla: parlare di educazione sessuo-affettiva a bambini di 3 o 4 anni è una totale assurdità, una idiozia dolosa che va fermata. E se nel progetto non c’è «niente di sessuale», come ribadisce l’assessore Bruzzone, una ragione in più per non farlo. A insegnare ai bambini le «competenze relazionali» basta quel che già si fa normalmente nelle scuole italiane, senza stravaganti integrazioni utili a compiacere questa o quella associazione di pedagogisti.
In fondo, è sempre la solita vecchia storia, già ampiamente vista ai tempi del ddl Zan. Anche allora il vero tema non era tanto la difesa delle minoranze quanto, piuttosto, la possibilità per attivisti e sedicenti formatori di ottenere preziose prebende dagli istituti. Non c’entrano la libertà e i diritti, ma il potere e il denaro. L’egemonia culturale tanto discussa, dopo tutto, è solo il corollario di una più profonda e pervasiva egemonia senza cultura basata sull’occupazione degli spazi e l’utilizzo dei fondi.
A questo punto, tanto varrebbe che i progressisti lasciassero perdere l’educazione affettiva per concentrarsi sull’educazione finanziaria: mostrerebbero maggiore onestà intellettuale.
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