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2020-08-21
Sui banchi con le mascherine? La linea del governo: «Sì, no, forse»
Lucia Azzolina (Ansa)
Anche un orologio rotto segna l'ora giusta due volte al giorno. Lo stesso, purtroppo, non vale né per lo sbiadito governo giallorosso né tanto meno per i suoi verbosi consulenti. Mettetevi dunque negli scomodi panni del solito genitore, che continua a lambiccarsi sull'agognato ritorno a scuola della figliolanza. Di buon mattino, apre il Corrierone speranzoso. C'è una sterminata intervista ad Agostino Miozzo, presidente del Comitato tecnico scientifico. Sintesi: «I contagi aumenteranno, ma no a nuove chiusure». Sospirone. Che gran sollievo. Ma poi, allo stesso genitore, capita di dare una sbirciatina alla tv. Su Rai3 c'è Agorà. Riconosce il volto ormai noto di Gualtiero Ricciardi, detto Walter, superesperto del ministero della Sanità. Ed ecco, a un certo punto, che l'epidemiologo ammette stentoreo: «Le prossime elezioni, e anche la riapertura delle scuole, possono essere a rischio se la circolazione del virus torna ad aumentare». Salvo poi rettificare maldestramente: «Intendevo negli altri Paesi». Tocca quindi alla ministra dell'Istruzione, Lucia Azzolina, intervenire: «Nessun rischio per l'apertura degli istituti». Peccato sia stata appena sconfessata, dallo stesso Cts, sull'uso delle mascherine in classe. Così la parola definitiva tocca al campione della lotta al coronavirus: Domenico Arcuri. Il commissario straordinario per l'emergenza rassicura: «La ripartenza il 14 settembre è necessaria, non solo per il fine altissimo dell'istruzione, ma anche perché è il primo ritorno collettivo alla normalità».
Dopo sei mesi di forzata lontananza, manca meno di un mese alla ripresa delle lezioni. E il caos è diventato farsa. Banchi con le rotelle: perfino le aziende tardivamente selezionate iniziano a mettere le mani avanti. Le consegne, bene che vada, slitteranno a ottobre. Mascherine: altra pratica in mano all'infallibile Arcuri, celebre per le già introvabili chi-rurgiche a cinquanta centesimi. Un uomo, una garanzia. Didattica a distanza: dopo il fallimento della sperimentazione, restano pestifere incognite. Padri e madri temono di essere nuovamente costretti dal ministero a far da precettori ai figli. Quarantene in caso di un positivo: per la classe in cui s'è verificato il contagio o per tutta la scuola? Responsabilità penale dei presidi: già alle prese con la regnante confusione, i dirigenti si rivoltano. Non possiamo essere noi, ruggiscono, i capri espiatori. Test rapidi: saranno facoltativi oppure obbligatori? Le regioni, nel frattempo, cominciano a procedere in ordine sparso.
Siamo, insomma, allo psicodramma collettivo. Così, la profezia di Ricciardi finisce per seminare altro panico tra famiglie, insegnanti e alunni. Persino tra i giallorossi è corsa al distinguo. Il capogruppo di Italia viva al Senato, Davide Faraone, scrive: «Ieri il Cts ci spiegava che potevano decidere di non riaprire le scuole. Oggi un consulente del governo rilancia, oltre a rinviare l'avvio dell'anno scolastico vuole rinviare le elezioni. Ogni giorno, uno si alza e spara. Decide il parlamento, basta improvvisazione». Mentre, dall'opposto versante di centrodestra, si fa sotto il leader della Lega: «Se impongono mascherine e plexiglass mia figlia a scuola non ce la mando, perchè non è un lager» promette Matteo Salvini. «Si può andare a scuola in sicurezza, ma senza essere chiusi come pacchi postali».
Le esternazioni mattutine del consulente sono state però onnicomprensive. Per estendersi anche all'uso delle mascherine fra gli alunni: «È compatibile e necessario» avverte Ricciardi. Quindi? Miozzo, gran capo del Cts, conferma: i dispositivi in classe saranno obbligatori a partire dai sei anni. Un'imposizione che ha già fatto sollevare il Veneto. L'assessore all'Istruzione, Elena Donazzan, attacca: «È una tortura, durante la lezione. In caso, servirà nei luoghi di assembramento». Il governatore, Luca Zaia, la spalleggia: «Sono contrario a chiedere di indossare la mascherina ai bambini. Dovrebbero portarla sei o otto ore». Azzolina, dunque, concede: «Al banco si può togliere». Nemmeno per sogno, rettifica ancora il Comitato tecnico scientifico. Va indossata sempre e comunque. Al massimo, lo scolaro in museruola potrà rifiatare durante l'interrogazione. Bontà loro.
Ma è solo l'ennesima, e sempre più imperdonabile, divergenza. Perché su ogni indicazione continua ad aleggiare il quesito dei quesiti: ma, alla fine, decidono gli espertoni o i politici? La risposta, purtroppo, è la stessa degli ultimi mesi. Dipende. Se la situazione rimarrà sotto controllo, avranno scelto il premier Giuseppe Conte e i suoi, pronti a reclamar medaglia come il Muttley dei cartoni animati. Se invece la pandemia dovesse nuovamente divampare, travolgendo anche la scuola, beh varrebbe il contrario. Colpa dei superconsulenti. I giallorossi sono pronti a mormorare: noi, ignari politicanti, ci siamo affidati a loro, illustri luminari. In scienza e coscienza. Uno scaricabarile già stigmatizzato dal solito Miozzo lo scorso 10 giugno: «Siamo degli spettatori e non siamo l'oracolo di Delfi» ha spiegato, durante l'audizione in commissione Cultura alla Camera, proprio a chi gli chiedeva del prossimo anno scolastico. «Siamo rimasti sorpresi dal vedere le nostre indicazioni trasformate in decreti. A noi sono stati richiesti pareri, se poi sono tradotti in provvedimenti è una responsabilità del governo e non nostra». Sacrosanto. Ma perché, allora, non cominciare a consigliar tacendo?
In Svizzera si riapre senza patemi
«Un'epidemia vissuta con coscienza». È con questo spirito, oltre che con la solita civiltà, che la Svizzera ha vissuto l'epidemia da coronavirus, mentre era stata messa in campo un'ampia campagna informativa per sensibilizzare tutti i cittadini e chiamarli alla responsabilità individuale e alla solidarietà per proteggere se stessi e la salute pubblica. Nel frattempo secondo uno studio del consorzio Deep knowledge group, proprio la Svizzera era in testa a una classifica internazionale che paragonava le risposte di 200 Paesi alla pandemia di coronavirus, un primo posto dovuto alla sua buona situazione epidemiologica e all'elevata resilienza della sua economia. L'Italia invece era collocata al 53° posto. E i numeri di come è stata affrontato il Covid parlano chiaro. Con 8,5 milioni di abitanti la Svizzera ha avuto in totale, da marzo, 38.760 casi, 33.800 guariti e 1.719 morti . In Italia, in proporzione, i numeri sono più «piccoli», fatto salvo purtroppo che per le vittime calcolate. Infatti con 60,36 milioni abitanti ci sono stati 255.278 casi, 204.506 guariti e 35.412 decessi con Covid. Eppure il Paese del cioccolato non ha chiuso tutte le sue attività.
Già a maggio scorso le scuole elementari e secondarie erano riaperte e gli alunni fino a 15 anni avevano ripreso a seguire le lezioni in presenza, mentre nei negozi era obbligatorio l'uso di mascherine e guanti per gli esercenti ma non per i clienti. Nei parchi i bambini potevano giocare regolarmente mentre venivano consigliati agli anziani orari stabiliti, al mattino, per fare la spesa. Con l'ondata delle ferie sono aumentati anche in Svizzera i nuovi casi quotidiani di infezione: lo scorso mercoledì ne sono stati segnalati 311 e secondo l'Ufficio federale della sanità pubblica erano riconducibili a turisti rientrati da Paesi con focolai, soprattutto Francia e Spagna. I cantoni più colpiti rimangono Ginevra, Vaud e Zurigo e già lunedì il governo cantonale di Ginevra ha deciso ulteriori misure restrittive per cercare di frenare la diffusione del patogeno. Infatti dai tracciamenti effettuati, eventi privati come matrimoni, feste e funerali si sono rivelati luoghi privilegiati di diffusione del virus. Il governo ha dunque deciso che riunioni di più di 100 persone sono vietate, a meno che non sia garantito il rigoroso rispetto del mantenimento della distanza o l'uso di maschere protettive. La chiusura delle discoteche è stata prorogata fino al 10 settembre, quando si procederà a una nuova valutazione. Nei ristoranti, la raccolta dei dati di clienti è diventata obbligatoria e quindi i proprietari dei luoghi pubblici sono tenuti a richiedere un contatto per tavolo o per gruppo. Deciso inoltre l'obbligo della mascherina sui mezzi pubblici di trasporto e su tutti gli aerei in partenza o in arrivo in Svizzera di tutte le compagnie aeree. Prevista la quarantena per chi rientra da alcuni Paesi. È stato annunciato il divieto per manifestazioni con più di 1.000 persone.
Le scuole, invece, che erano state riaperte lo scorso maggio, dopo la pausa estiva, da lunedì hanno regolarmente ripreso le lezioni. Inoltre, dal 22 giugno 2020 sono abrogate la raccomandazione di ricorrere al telelavoro e le prescrizioni specifiche per la protezione delle persone particolarmente a rischio. I datori di lavoro decidono autonomamente come proteggere i loro lavoratori e se farli lavorare da casa o in ufficio. Insomma in un paese confinante, nessun lockdown, né scuola né elezioni a rischio. Tantomeno la democrazia.
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Mentre Walter Ricciardi paventa pure la possibilità di tenere chiuse le scuole, si accende il dibattito sulle protezioni: per il Cts vanno portate sempre, le Regioni si ribellano, Lucia Azzolina dice che al proprio posto vanno tolte.In proporzione, la Svizzera ha avuto un impatto più drammatico di noi con il virus. Eppure nessuno ha pensato di bloccare il Paese. Per gli esperti «è il modello giusto».Lo speciale contiene due articoli.Anche un orologio rotto segna l'ora giusta due volte al giorno. Lo stesso, purtroppo, non vale né per lo sbiadito governo giallorosso né tanto meno per i suoi verbosi consulenti. Mettetevi dunque negli scomodi panni del solito genitore, che continua a lambiccarsi sull'agognato ritorno a scuola della figliolanza. Di buon mattino, apre il Corrierone speranzoso. C'è una sterminata intervista ad Agostino Miozzo, presidente del Comitato tecnico scientifico. Sintesi: «I contagi aumenteranno, ma no a nuove chiusure». Sospirone. Che gran sollievo. Ma poi, allo stesso genitore, capita di dare una sbirciatina alla tv. Su Rai3 c'è Agorà. Riconosce il volto ormai noto di Gualtiero Ricciardi, detto Walter, superesperto del ministero della Sanità. Ed ecco, a un certo punto, che l'epidemiologo ammette stentoreo: «Le prossime elezioni, e anche la riapertura delle scuole, possono essere a rischio se la circolazione del virus torna ad aumentare». Salvo poi rettificare maldestramente: «Intendevo negli altri Paesi». Tocca quindi alla ministra dell'Istruzione, Lucia Azzolina, intervenire: «Nessun rischio per l'apertura degli istituti». Peccato sia stata appena sconfessata, dallo stesso Cts, sull'uso delle mascherine in classe. Così la parola definitiva tocca al campione della lotta al coronavirus: Domenico Arcuri. Il commissario straordinario per l'emergenza rassicura: «La ripartenza il 14 settembre è necessaria, non solo per il fine altissimo dell'istruzione, ma anche perché è il primo ritorno collettivo alla normalità».Dopo sei mesi di forzata lontananza, manca meno di un mese alla ripresa delle lezioni. E il caos è diventato farsa. Banchi con le rotelle: perfino le aziende tardivamente selezionate iniziano a mettere le mani avanti. Le consegne, bene che vada, slitteranno a ottobre. Mascherine: altra pratica in mano all'infallibile Arcuri, celebre per le già introvabili chi-rurgiche a cinquanta centesimi. Un uomo, una garanzia. Didattica a distanza: dopo il fallimento della sperimentazione, restano pestifere incognite. Padri e madri temono di essere nuovamente costretti dal ministero a far da precettori ai figli. Quarantene in caso di un positivo: per la classe in cui s'è verificato il contagio o per tutta la scuola? Responsabilità penale dei presidi: già alle prese con la regnante confusione, i dirigenti si rivoltano. Non possiamo essere noi, ruggiscono, i capri espiatori. Test rapidi: saranno facoltativi oppure obbligatori? Le regioni, nel frattempo, cominciano a procedere in ordine sparso. Siamo, insomma, allo psicodramma collettivo. Così, la profezia di Ricciardi finisce per seminare altro panico tra famiglie, insegnanti e alunni. Persino tra i giallorossi è corsa al distinguo. Il capogruppo di Italia viva al Senato, Davide Faraone, scrive: «Ieri il Cts ci spiegava che potevano decidere di non riaprire le scuole. Oggi un consulente del governo rilancia, oltre a rinviare l'avvio dell'anno scolastico vuole rinviare le elezioni. Ogni giorno, uno si alza e spara. Decide il parlamento, basta improvvisazione». Mentre, dall'opposto versante di centrodestra, si fa sotto il leader della Lega: «Se impongono mascherine e plexiglass mia figlia a scuola non ce la mando, perchè non è un lager» promette Matteo Salvini. «Si può andare a scuola in sicurezza, ma senza essere chiusi come pacchi postali».Le esternazioni mattutine del consulente sono state però onnicomprensive. Per estendersi anche all'uso delle mascherine fra gli alunni: «È compatibile e necessario» avverte Ricciardi. Quindi? Miozzo, gran capo del Cts, conferma: i dispositivi in classe saranno obbligatori a partire dai sei anni. Un'imposizione che ha già fatto sollevare il Veneto. L'assessore all'Istruzione, Elena Donazzan, attacca: «È una tortura, durante la lezione. In caso, servirà nei luoghi di assembramento». Il governatore, Luca Zaia, la spalleggia: «Sono contrario a chiedere di indossare la mascherina ai bambini. Dovrebbero portarla sei o otto ore». Azzolina, dunque, concede: «Al banco si può togliere». Nemmeno per sogno, rettifica ancora il Comitato tecnico scientifico. Va indossata sempre e comunque. Al massimo, lo scolaro in museruola potrà rifiatare durante l'interrogazione. Bontà loro. Ma è solo l'ennesima, e sempre più imperdonabile, divergenza. Perché su ogni indicazione continua ad aleggiare il quesito dei quesiti: ma, alla fine, decidono gli espertoni o i politici? La risposta, purtroppo, è la stessa degli ultimi mesi. Dipende. Se la situazione rimarrà sotto controllo, avranno scelto il premier Giuseppe Conte e i suoi, pronti a reclamar medaglia come il Muttley dei cartoni animati. Se invece la pandemia dovesse nuovamente divampare, travolgendo anche la scuola, beh varrebbe il contrario. Colpa dei superconsulenti. I giallorossi sono pronti a mormorare: noi, ignari politicanti, ci siamo affidati a loro, illustri luminari. In scienza e coscienza. Uno scaricabarile già stigmatizzato dal solito Miozzo lo scorso 10 giugno: «Siamo degli spettatori e non siamo l'oracolo di Delfi» ha spiegato, durante l'audizione in commissione Cultura alla Camera, proprio a chi gli chiedeva del prossimo anno scolastico. «Siamo rimasti sorpresi dal vedere le nostre indicazioni trasformate in decreti. A noi sono stati richiesti pareri, se poi sono tradotti in provvedimenti è una responsabilità del governo e non nostra». Sacrosanto. Ma perché, allora, non cominciare a consigliar tacendo? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sui-banchi-con-le-mascherine-la-linea-del-governo-si-no-forse-2647043672.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-svizzera-si-riapre-senza-patemi" data-post-id="2647043672" data-published-at="1597959866" data-use-pagination="False"> In Svizzera si riapre senza patemi «Un'epidemia vissuta con coscienza». È con questo spirito, oltre che con la solita civiltà, che la Svizzera ha vissuto l'epidemia da coronavirus, mentre era stata messa in campo un'ampia campagna informativa per sensibilizzare tutti i cittadini e chiamarli alla responsabilità individuale e alla solidarietà per proteggere se stessi e la salute pubblica. Nel frattempo secondo uno studio del consorzio Deep knowledge group, proprio la Svizzera era in testa a una classifica internazionale che paragonava le risposte di 200 Paesi alla pandemia di coronavirus, un primo posto dovuto alla sua buona situazione epidemiologica e all'elevata resilienza della sua economia. L'Italia invece era collocata al 53° posto. E i numeri di come è stata affrontato il Covid parlano chiaro. Con 8,5 milioni di abitanti la Svizzera ha avuto in totale, da marzo, 38.760 casi, 33.800 guariti e 1.719 morti . In Italia, in proporzione, i numeri sono più «piccoli», fatto salvo purtroppo che per le vittime calcolate. Infatti con 60,36 milioni abitanti ci sono stati 255.278 casi, 204.506 guariti e 35.412 decessi con Covid. Eppure il Paese del cioccolato non ha chiuso tutte le sue attività. Già a maggio scorso le scuole elementari e secondarie erano riaperte e gli alunni fino a 15 anni avevano ripreso a seguire le lezioni in presenza, mentre nei negozi era obbligatorio l'uso di mascherine e guanti per gli esercenti ma non per i clienti. Nei parchi i bambini potevano giocare regolarmente mentre venivano consigliati agli anziani orari stabiliti, al mattino, per fare la spesa. Con l'ondata delle ferie sono aumentati anche in Svizzera i nuovi casi quotidiani di infezione: lo scorso mercoledì ne sono stati segnalati 311 e secondo l'Ufficio federale della sanità pubblica erano riconducibili a turisti rientrati da Paesi con focolai, soprattutto Francia e Spagna. I cantoni più colpiti rimangono Ginevra, Vaud e Zurigo e già lunedì il governo cantonale di Ginevra ha deciso ulteriori misure restrittive per cercare di frenare la diffusione del patogeno. Infatti dai tracciamenti effettuati, eventi privati come matrimoni, feste e funerali si sono rivelati luoghi privilegiati di diffusione del virus. Il governo ha dunque deciso che riunioni di più di 100 persone sono vietate, a meno che non sia garantito il rigoroso rispetto del mantenimento della distanza o l'uso di maschere protettive. La chiusura delle discoteche è stata prorogata fino al 10 settembre, quando si procederà a una nuova valutazione. Nei ristoranti, la raccolta dei dati di clienti è diventata obbligatoria e quindi i proprietari dei luoghi pubblici sono tenuti a richiedere un contatto per tavolo o per gruppo. Deciso inoltre l'obbligo della mascherina sui mezzi pubblici di trasporto e su tutti gli aerei in partenza o in arrivo in Svizzera di tutte le compagnie aeree. Prevista la quarantena per chi rientra da alcuni Paesi. È stato annunciato il divieto per manifestazioni con più di 1.000 persone. Le scuole, invece, che erano state riaperte lo scorso maggio, dopo la pausa estiva, da lunedì hanno regolarmente ripreso le lezioni. Inoltre, dal 22 giugno 2020 sono abrogate la raccomandazione di ricorrere al telelavoro e le prescrizioni specifiche per la protezione delle persone particolarmente a rischio. I datori di lavoro decidono autonomamente come proteggere i loro lavoratori e se farli lavorare da casa o in ufficio. Insomma in un paese confinante, nessun lockdown, né scuola né elezioni a rischio. Tantomeno la democrazia.
Sabato 28 febbraio la Casa di reclusione di Milano Bollate ospita la terza edizione dei Giochi della Speranza. Detenuti, polizia penitenziaria, magistrati e società civile in campo insieme per una «piccola olimpiade» che usa lo sport come strumento di inclusione e speranza.
Le Olimpiadi arrivano anche dietro le sbarre. A Milano lo sport entra in carcere con la terza edizione dei Giochi della Speranza, una «piccola olimpiade» che sabato 28 febbraio porterà gare e tornei dentro la Casa di reclusione di Milano Bollate. L’iniziativa si inserisce nel clima dei Giochi olimpici e paralimpici di Milano Cortina 2026 e prova a tradurne i valori in un contesto dove il confine tra dentro e fuori è, per definizione, più netto.
Il carcere, per un giorno, diventerà un campo di gara. Non per dimenticare dove ci si trova, ma per usare lo sport come linguaggio comune, capace di accorciare le distanze e rompere schemi e abitudini. È questo lo spirito con cui i Giochi della Speranza arrivano per la prima volta a Bollate, dopo le edizioni precedenti e l’esperienza avviata a Rebibbia, a Roma.
Il progetto è promosso dalla Fondazione Giovanni Paolo II per lo Sport, insieme al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, al Gruppo sportivo Fiamme Azzurre e alla rete dei magistrati Sport e Legalità, con il patrocinio del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale. La presentazione si è svolta alla Triennale di Milano, nella sede di Casa Italia. Negli anni, i Giochi della Speranza si sono costruiti un’identità precisa: non un evento simbolico, ma un progetto educativo che mette al centro dignità della persona, giustizia e percorsi di recupero. L’idea è semplice e ambiziosa allo stesso tempo: creare spazi reali di incontro e responsabilità condivisa dentro gli istituti di pena, usando lo sport come terreno neutro su cui riconoscersi parte della stessa comunità.
A spiegare il senso dell’iniziativa è Daniele Pasquini, presidente della Fondazione promotrice: «Portare la speranza in carcere», dice, «significa offrire alle persone detenute un’aria di normalità, spezzare una quotidianità spesso monotona e ridare valore al tempo». Non solo una giornata di gare, quindi, ma un percorso che crea attesa, preparazione e coinvolgimento. Questa edizione milanese è organizzata in collaborazione con il Csi Milano e avrà una formula particolare: in campo scenderanno quattro delegazioni – detenuti, polizia penitenziaria, magistrati e rappresentanti della società civile – chiamate a competere fianco a fianco, senza gerarchie. «In una città attraversata dal vento olimpico» – ha spiegato il presidente del Csi Milano Massimo Achini – «è emozionante pensare che quell’atmosfera possa scavalcare muri che di solito sono invalicabili». Una giornata che, nelle sue parole, è il punto di arrivo di un lavoro quotidiano svolto durante l’anno negli istituti di pena del territorio. Il senso più profondo dell’iniziativa lo ha riassunto Fabrizio Basei, giudice e coordinatore della rete Magistrati Sport e Legalità: «Il carcere può restare un luogo dimenticato, oppure diventare uno spazio in cui si sconta la pena ma si inizia anche un percorso nuovo, di reinserimento e di speranza. I Giochi nascono per stare da questa seconda parte».
Il programma di sabato 28 febbraio prevede una mattinata di gare, dalle 9.30 alle 13.00, dopo la cerimonia di apertura. In calendario tornei e prove sportive che vanno dal calcio alla pallavolo, dal tennis tavolo all’atletica (velocità e staffetta), fino a biliardino e scacchi. Discipline diverse, un messaggio unico: lo sport come strumento di educazione alle regole, cura della persona e responsabilizzazione.
Sul valore umano dell’iniziativa si è soffermato anche Michele Robibaro, rappresentante del Dicastero per il Servizio allo sviluppo umano integrale della Santa Sede, ricordando come «l’accompagnamento delle persone detenute sia un gesto di umanizzazione» e come «lo sport, in carcere, possa diventare un’esperienza concreta di libertà possibile». Il direttore del carcere, Giorgio Leggieri, ha parlato dell’importanza dell’attesa e di iniziative radicate nel territorio, soprattutto in un periodo segnato dalle Olimpiadi: il carcere, spesso percepito solo come luogo di separazione, può trasformarsi in uno scenario di inclusione sociale per una comunità che conta oltre 1.600 persone. Infine Irene Marotta, direttore Div. IV Gruppi Sportivi del Corpo di Polizia penitenziaria - Fiamme Azzurre, ha sottolineato come il progetto sia pensato per essere replicabile negli istituti dotati di strutture adeguate: le quattro rappresentative in campo insieme sono il simbolo di una possibile ricomposizione del conflitto attraverso lo sport.
Alle 13 sono previste le premiazioni. Ma, al di là dei risultati, l’obiettivo resta uno solo: dimostrare che anche dietro le sbarre lo sport può aprire uno spazio di incontro, responsabilità e futuro.
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(IStock)
Chiunque sia dotato di un livello minimo di buon senso sa che un bambino dai quattro anni in poi, fino alla preadolescenza e all’adolescenza, ma soprattutto nei primi anni, vive un processo molto complesso, e soprattutto molto personale, che cambia da bambino a bambino, da bambina a bambina. Un bambino può arrivare a camminare prima di un altro ma può sviluppare più tardi una certa proprietà di linguaggio e questo dimostra che non è possibile determinare, anzi predeterminare, uno sviluppo che segua rigidamente delle tappe prestabilite. Figuriamoci se è possibile, in questa fase così delicata, inserire per legge e nella scuola, neanche in famiglia, la possibilità per un bambino o una bambina di aggiungere a tutto il «peso» psicologico, ma anche diremmo alla magia di questo percorso, un ulteriore elemento e cioè quello dell’orientamento sessuale, o del gender, che andrebbe in ogni caso ad appesantire quel patrimonio di base che comunque andrà nel futuro e che è quello che costituirà le fondamenta della personalità individuale. Ci ha insegnato il grande filosofo e pedagogista Jean Piaget che esistono, nello sviluppo cognitivo, due elementi base ma fondanti che sono un insieme di funzioni dette «invarianti» che consentono, sia al bambino sia all’adulto, di avere un rapporto di scambio con l’ambiente esterno che gli consente di ottenere informazioni, comprenderle, elaborarle, memorizzarle e utilizzarle grazie proprio all’elasticità che va sviluppandosi nel processo psicologico evolutivo e che consente al bambino di adattarsi all’ambiente circostante, non solo recependo le informazioni che gli giungono, ma anche elaborandole, ognuno secondo un percorso personale, e interagire così col mondo che lo circonda. C’è poi un secondo elemento che ci indica Jean Piaget ed è costituito dalle «strutture cognitive» che si costruiscono proprio all’incrocio tra i processi mentali della persona e l’ambiente fisico e sociale esistente e nel quale è introdotta e si modificano durante la crescita per far fronte ai nuovi bisogni che sorgono con il passare dei primi anni di vita. I bambini non sono soggetti passivi, come del resto chiunque ha avuto a che fare con loro ha potuto sperimentare, ma sono soggetti che raccolgono dati attraverso l’esperienza, li classificano in schemi mentali preesistenti, ma spesso li modificano a seconda di nuove informazioni o nuove esigenze. Pensate un bambino al quale viene proposto un gioco, magari di costruzioni possibili, passerà più o meno velocemente dalle costruzioni più semplici che rappresentano figure presenti già nella sua mente a figure magari stravaganti e che non si reggono in piedi, ma che manifestano la sua possibilità di sviluppo e di adattamento, ma anche di creatività nei confronti di quel materiale da gioco che gli è stato fornito.
Cosa vuol dire tutto questo? Vuol dire che il bambino ha bisogno di costruire delle strutture di base che rafforzino le sue strutture cognitive secondo un ciclo che è certamente personalizzato a seconda dei diversi bambini ma che comporta alcuni passaggi essenziali a loro comuni.
Abbiamo scritto questa lunga premessa per rendere presente a quegli scellerati, colpevoli scellerati, che vogliono inserire la questione gender fin dall’età di quattro anni, che dovrebbero avere la consapevolezza che prima di far funzionare un’auto e decidere se farla svoltare a destra o a sinistra bisogna che quell’auto - ci rendiamo conto del paragone rozzo, ma vi ricorriamo consapevolmente data la rozzezza della proposta di questi folli inglesi -, ebbene, prima di decidere l’indirizzo bisogna costruire bene l’auto, bisogna che essa abbia tutto ciò che necessita per poter viaggiare tranquilla e decidere la direzione.
Vogliamo lasciare a questi bambini e bambine un tempo tranquillo nel quale sviluppare le strutture di base psicologiche che possano, un domani, momento di raggiunta maturità, portare anche a delle scelte di orientamento sessuale diverse dalla realtà biologica? Oppure riteniamo che a quattro anni si possa individuare una fenomenologia di comportamenti tale da poter decretare noi, non loro, i bambini e le bambine, che appaiono evidenti i segni di un orientamento sessuale diverso dal dato biologico? Ma siamo veramente tutti impazziti? Vogliamo arrivare al punto di dare delle pasticche per la transizione sessuale alla scuola elementare? Arriveremo forse al punto in cui i genitori, non contenti del sesso della creatura che stanno concependo, vorranno iniziare da subito una transizione voluta da loro e inflitta a queste povere creature innocenti e inconsapevoli? Vogliano arrivare al punto che partiremo da delle iniezioni intraplacentari? Dove vogliamo arrivare? Non basta quello a cui siamo arrivati che è, a mio modestissimo avviso, ampiamente oltre le offese sopportabili dal dato naturale biologico? La situazione non è disarmante, è molto peggiore, qui si scherza con la natura umana. Forse invasati dall’intelligenza artificiale si pensa che si possa a nostro piacimento manipolare l’intelligenza naturale. Non si rendono conto, questi folli, che una cosa è la scelta personale e consapevole riguardo al proprio orientamento sessuale e altra cosa è una scelta fatta da altri per bambini e bambine sul loro orientamento sessuale che, nelle prime fasi evolutive, non può che corrispondere esclusivamente al dato biologico che si restringe a due categorie: maschio e femmina.
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Kathy Ruemmler con Barack Obama nel 2014 (White House Flickr photo by Pete Souza)
«Buon compleanno! Spero che ti stia godendo la giornata con il tuo vero amore», scrive la Ruemmler a Epstein il 20 gennaio 2015. «Dicono che gli uomini di solito diano un nome al loro pene, altrimenti sarebbe inappropriato fare l’amore con un totale sconosciuto», risponde sarcastico Epstein. «Difficile credere che ci sia ancora un dibattito aperto su se gli uomini siano il genere inferiore», replica divertita la donna. In un’altra mail, questa del 12 febbraio 2016, Ruemmler scrive: «Il miglior massaggio di sempre, ma non il tuo tipo di massaggi», lasciando così intendere di sapere a che cosa alludesse Epstein con quel termine (le sue complici ufficialmente adescavano «massaggiatrici», e molte vittime riferiscono di una «stanza dei massaggi» dove venivano perpetrati gli abusi). In altre mail si riferisce al pedofilo come lo «zio Jeffrey», organizza incontri tra il finanziere e il direttore della Cia, lo ringrazia per regali di lusso e gli chiede consigli su quale tv comprare (marzo 2017), affermando di preferirne una priva dell’«opzione Cia/Nsa» (in quel periodo anche Wikileaks aveva rivelato la possibilità per i servizi di intelligence di accedere alle telecamere e ai microfoni dei dispositivi).
In quelli che sembrano appunti investigativi scritti a mano, emerge che proprio alla Ruemmler il pedofilo avrebbe rivolto una delle prime telefonate dopo l’arresto. In un altro scambio di email, i due discutono del Crime Victims’ Rights Act (Cvra), una causa federale avviata da alcune vittime per far dichiarare illegale l’accordo di non-prosecuzione del 2008 in Florida, accordo che aveva concesso l’immunità a Epstein e ai suoi co-cospiratori. La donna suggerisce o discute strategie su come gestire la vicenda, descritta come «una questione di soldi», e stigmatizza alcune delle persone attive: «Diritti delle vittime, ma fammi il piacere». Rivelati questi messaggi, la consigliera di Obama dal 2011 al 2014, oggi responsabile legale di Goldman Sachs, ha rassegnato le dimissioni.
E non solo lei: anche il miliardario emiratino Sultan Ahmed bin Sulayem ha rinunciato alla carica di ad di Dp World, uno dei maggiori operatori portuali al mondo. Grazie alle pressioni di alcuni parlamentari statunitensi, si è scoperto che fu lui a inviare il «video delle torture» che tanta gioia destò in Epstein. Ripercussioni anche per un’altra figura chiave degli Epstein files, Leon Black, miliardario cofondatore dell’Apollo Global Management su cui grava l’ombra di pesanti accuse di violenze sessuali (anche su ragazze minorenni) e che è stato inserito, nei documenti dell’Fbi, tra i co-cospiratori. Attraverso la sua società di private equity è proprietario di Lifetouch, la più grande azienda di fotografia scolastica degli Usa. Dopo le notizie uscite sul suo conto, molte scuole stanno cancellando i «picture day» (la giornata delle fotografie) perché preoccupate dell’utilizzo che verrebbe fatto di queste foto.
La vicenda di Epstein sta continuando a scuotere anche il Regno Unito, dove ieri si è scoperto che il Lolita Express, l’aereo privato con cui il faccendiere andava in giro e trasportava le sue schiave sessuali, avrebbe fatto scalo anche a Buckingham Palace. Secondo il Sun, l’ex principe Andrea invitò diverse ragazze portate dal finanziere, fatte entrare spesso senza le adeguate autorizzazioni di sicurezza. L’ex premier laburista Gordon Brown ha parlato di 90 voli del Lolita Express atterrati in Uk con a bordo giovani donne provenienti da tutto il mondo. La corona britannica, inoltre, avrebbe prestato 12 milioni di sterline all’ex principe per risarcire la vittima Virgina Giuffrè, morta - ufficialmente per suicidio - l’anno scorso, ma mai un penny è stato restituito dal fratello di re Carlo. Sempre tra i file, inoltre, emerge una mail del 2002 su una gita in Perù organizzata per Andrea dalla socia di Epstein, Ghislaine Maxwell. «Qualche vista turistica, qualche vista a due gambe (leggi: intelligenti, carine, divertenti e da buone famiglie) e sarà molto felice», scrive la donna nel corpo del messaggio, specificando poi i doveri di riservatezza.
Anche il primo ministro Keir Starmer è ben lontano dall’aver risolto i suoi problemi. In una lettera che l’ambasciata del Regno Unito ha recapitato, per conto dell’Nca, all’Fbi americano, emerge che l’intelligence inglese stava indagando su Epstein già nel 2020. Poteva dunque Starmer non sapere dei suoi legami con Peter Mandelson (che, dopo aver perso il titolo di Lord a causa di questa vicenda, è stato convocato ieri a testimoniare dal Congresso americano), da lui nominato ambasciatore negli Usa? Intanto, l'ex primo ministro israeliano Ehud Barak ha chiesto scusa per la sua pluriennale amicizia con il faccendiere.
Ma la saga degli orrori non è finita. Ieri, due deputate repubblicane sono andate al Dipartimento della Giustizia Usa per visionare i file e sono uscite «scioccate»: all’interno «ci sono persone famose, ricchi, persone di potere, premier, ex premier, ex presidenti e celebrità». Di questa storia sentiremo ancora parlare a lungo.
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