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2021-01-11
Tra stretta sul «rosso» e costi extra i depositi diventano campi minati
I correntisti italiani nel 2021 faranno bene a tenere le antenne alzate. La pandemia e il costo del denaro da tempo con il segno meno hanno spinto le banche a rimescolare le carte del settore. Innanzitutto, dal primo gennaio è entrato in vigore il regolamento Eba (autorità bancaria europea) relativo alle regole sui requisiti di capitale. Servirà più attenzione, dunque. Con l'inizio di quest'anno, gli intermediari dovranno classificare la solvibilità dei correntisti. Secondo le nuove regole, il cliente privato che per tre mesi andrà in rosso per almeno 100 euro (500 per le imprese) e che, allo stesso tempo, avrà pagamenti arretrati - sempre per più di 90 giorni - in misura pari all'1% del suo debito, sarà considerato cattivo pagatore e gli verrà di fatto congelato il conto, bloccando automaticamente tutti gli addebiti diretti come bollette, rate del mutuo o di finanziamenti.
Come ha precisato Bankitalia, però, il fatto che un debitore sia classificato in default secondo la nuova definizione, non significa che verrà automaticamente ritenuto «in sofferenza» e quindi segnalato alla Centrale rischi: la segnalazione in questi casi avviene solo quando si ritiene che il correntista abbia gravi difficoltà, non di certo solo temporanee ma di lunga durata. Sebbene, dunque, le nuove norme non dovrebbero rappresentare un vero problema per la maggior parte dei risparmiatori, è pur sempre vero che si tratta di una stretta grazie a cui ora i correntisti possono «sgarrare» molto meno di prima.
Con il costo del denaro caratterizzato da tempo dal segno meno, poi, i depositi sono diventati sempre meno redditizi per gli istituti bancari. Così molti correntisti si sono visti, più o meno consapevolmente, aumentare i costi del servizio. Così, negli ultimi anni, le spese fisse per i conti sono aumentate senza sosta. Secondo uno studio di Truenumbers.it partito da una indagine condotta dalla Banca d'Italia su 12.705 conti e 900 conti postali, non ci sono dubbi: i costi del conto corrente bancario sono in crescita senza sosta dal 2017. In particolare, sono aumentate le spese fisse, che nel caso dei conti correnti bancari erano in media di 52,3 euro nel 2017, per poi salire a quota 55 nel 2018 e 57 nel 2019. Lo stesso è avvenuto con i conti correnti postali, anche se qui gli incrementi sono stati meno netti: si è passati da un costo fisso medio di 36,4 euro nel 2017 a uno di 38,1 nel 2018 fino ai 38,6 euro del 2019. Il conto a zero spese, insomma, è solo uno specchietto per le allodole. Le banche, per fare ricavi, si affidano sempre di più al canone annuo da far pagare ai correntisti. Nel 2018 il suo costo medio era di 47,8 euro, valore aumentato l'anno successivo a 48,9 euro. Nel 2017 il valore medio era di 42,7 euro, il che significa che il balzo in avanti dei costi quell'anno è stato particolarmente sostanzioso. Che la tendenza sia quella di far pagare i correntisti lo si intuisce dalla percentuale di persone obbligate a sobbarcarsi un canone base per avere un conto: dal 2017 la quota è salita dal 66 al 69%.
Non va poi dimenticato il problema delle commissioni interbancarie. Se oggi sono le banche presso cui abbiamo il conto a far pagare le spese a chi preleva contanti da un bancomat fuori circuito, in futuro potrebbero essere gli istituti terzi a decidere le commissioni da addebitare. Gli istituti bancari stanno infatti pensando di applicare un costo diretto sul conto al momento del prelievo, dando vita a un vero e proprio mercato delle commissioni. Oggi, invece, in molti casi il prelievo da un istituto diverso da quello su cui abbiamo il conto è gratuito per il risparmiatore o, per lo meno, è previsto un numero limitato di operazioni a costo zero. Nel nuovo scenario, prima di effettuare il prelievo il correntista riceverebbe un avviso con i costi totali da sostenere, e solo dopo aver confermato potrebbe procedere all'operazione. Lo scopo sarebbe invogliare le persone a utilizzare metodi di pagamento elettronico, disincentivando l'uso del contante.
Altra questione cruciale è la trasparenza nelle comunicazioni. Secondo la legge, le variazioni contrattuali (come, ad esempio, l'aumento delle commissioni o anche nuovi costi) devono essere solo comunicate al cliente e non firmate da quest'ultimo. Diversamente, il risparmiatore ha facoltà di cambiare conto e abbandonare l'istituto bancario. Per evitare che ciò accada, le comunicazioni di questo genere possono avvenire anche in modi poco trasparenti, come la spedizione delle comunicazioni per posta ordinaria, l'invio di notifiche tramite app o di messaggini sul telefono. Le banche meno trasparenti sperano così di far passare sottotraccia alcune notizie spiacevoli per i clienti, nella speranza che questi non se ne accorgano. Il consiglio in questo caso è prestare la massima attenzione alle comunicazioni, spesso compilate in un complicato e incomprensibile «banchese», chiedendo sin da subito dove queste vengano inviate.
Da ultimo, è bene controllare sempre l'estratto conto minuziosamente: i costi nascosti, purtroppo, sono sempre dietro l'angolo.
Sbancati. I nostri soldi sotto assedio
Un elefante dentro una cristalleria farebbe minori danni di quelli che l'Unione europea fa ogniqualvolta si occupa di banche. La galleria degli orrori è inesauribile. L'idea - anzi il peccato - originale è sempre la stessa. Nel 2016, prima del referendum sulla Brexit, al parlamento inglese giacevano in attesa di approvazione 1.016 atti da ratificare contenenti direttive europee fra cui la direttiva «Flushing toilet» ovvero centoventi pagine con annessi disegni di impianti igienici da mettere a norma nelle nostre case per avere il cesso unico europeo. Riporta
Giulio Tremonti. Se questo è lo scenario volete forse immaginare che a Bruxelles non si partorisse l'idea dell'Unione bancaria?
Il sistema si basa su tre pilastri: 1) un'unica autorità di vigilanza, 2) un sistema di risoluzione delle crisi, 3) una garanzia europea sui depositi. Ma mentre in Germania, secondo
Vladimiro Giacché, delle 417 Sparkasse che erogano oltre il 20% degli impieghi per un totale di oltre 1.000 miliardi di euro soltanto una è stata assoggettata alla vigilanza della Bce, in Italia nel 2016 Matteo Renzi ha ben pensato di rendere obbligatoria l'adesione delle quasi 250 banche di credito cooperativo in uno o più gruppi. Risultato: tutte le uova in due soli panieri e la vigilanza passa a Francoforte. Di quelle che una volta erano le banche locali per eccellenza non rimane che l'insegna. Forse.
Ma è sul secondo pilastro - la risoluzione delle crisi di una banca pagata da chi ha depositato i soldi nella stessa qualora il patrimonio non fosse sufficiente - che l'Ue ha dato il meglio, anzi il peggio, di sé. In inglese «bail in», che in italiano suona beilin. Molto simile al genovese belin. Del cui significato penso siate tutti edotti. «La mera possibilità del “bail in" renderà più onerosa la raccolta bancaria, rischiando di essere, se non ben gestito, controproducente. Se un supermercato fallisce, magari se ne apre uno vicino in grado di vendere al pubblico le stesse merci di quello fallito. Se fallisce una banca, non ne riapre un'altra uguale vicina. Il rischio è che ne fallisca un'altra. Lentamente l'Europa sta cominciando a capire quali possono essere le reali conseguenze delle nuove norme», diceva in una intervista a
Repubblica del 20 dicembre 2015 il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco. Parole sante. Anzi sacrosante. Un mese prima le banche italiane quotate a piazza Affari valevano nel complesso 130 miliardi. Di lì a giugno 2016 avrebbero perso il 55% del loro valore arrivando a meno di 60 miliardi. Trascinando al ribasso il nostro mercato azionario del 17%. Quindi una crisi tutta bancaria innescata dall'anticipato dall'azzeramento delle obbligazioni subordinate in Banca Etruria, Banca Marche, Carichieti e Cariferrara.
Lo stesso
Visco che a maggio del 2015 nelle sue considerazioni finali diceva che «il termine per il recepimento della direttiva sul risanamento e sulla risoluzione delle banche è scaduto alla fine dell'anno scorso; dal 1° gennaio del 2016 dovranno essere introdotte nel nostro ordinamento anche le previsioni sul bail in. È urgente provvedere: non solo per evitare di essere messi in mora dalle istituzioni europee, ma anche perché il recepimento è necessario per garantire la certezza del diritto e consentire alle autorità di esercitare i nuovi compiti con gli strumenti che il legislatore europeo ha loro attribuito».
Non da meno l'Associazione bancaria italiana al momento della consultazione pubblica sull'adozione della nuova normativa nel 2012. Tutto riportato in un
position paper. Alla domanda «ritenete necessario escludere dal bail in certi tipi di passività (depositi obbligazioni etc) emesse prima di una certa data?», la risposta fu: «No, dovrebbe essere applicato a tutte le passività esistenti, senza distinzioni». La risposta perentoria non è affatto male interpretata, dal momento che subito dopo viene posto il quesito: «Ritenete opportuno un periodo transitorio prima di applicare la normativa?», e l'associazione risponde quasi scocciata: «L'Abi ritiene che non ce ne sia bisogno…». Ora il livello di consapevolezza sulla nocività delle normative europee in materia bancaria è enormemente cambiato anche ai vertici delle più importanti banche.
Un altro frutto avvelenato di questo diluvio normativo è il cosiddetto
calendar provisioning. In altre parole, la valutazione delle prospettive di recupero del credito deteriorato in una banca potrebbe farlo pure una scimmia. Entro quattro anni il credito non assistito da garanzie deve essere azzerato. In caso di ipoteca si va da sette a nove anni. E nel frattempo i bilanci delle banche sono falcidiati da insostenibili accantonamenti. È «una norma sbagliata» e andrebbe rivista: «Applicata nel post Covid è come una bomba atomica» e determinerebbe «un disastro nel bilancio delle banche, non solo nostre», affermava l'amministratore delegato di Mediobanca, Alberto Nagel, lo scorso 9 settembre.
Ma se pensate che il peggio sia passato, beh, vi sbagliate di grosso. Mentre il piddino in servizio effettivo e permanente agogna il terzo pilastro dell'Unione bancaria (la garanzia comune sui depositi) per lenire il dolore di queste ferite, ci pensa l'Eurogruppo a portare tutti sul pianeta terra. Nelle sue conclusioni il presidente irlandese
Paschal Donohoe invoca che si adottino di comune accordo misure atte a recidere il legame fra rischio sovrano e rischio bancario. Che vuol dire? Che se oggi le banche possono acquistare titoli di Stato senza limiti (rischio a «ponderazione zero», si dice in gergo), da domani non sarà più così. Altrimenti nessuna garanzia comune. Quindi per le banche acquistare Btp sarà molto più complicato. Quegli stessi Btp più facilmente ristrutturabili grazie alla riforma del Mes appena approvata. Cosa potrebbe andare peggio?
«Diffidate delle promesse smodate»
Il conto corrente può essere un vero e proprio ginepraio per il risparmiatore meno esperto. Il costo del denaro in picchiata ha reso infatti i depositi sempre meno redditizi per gli istituti, così le banche, tra scarsa trasparenza e inconsapevolezza dei clienti, le provano tutte per raccogliere qualche euro in più. Per capire come scovare le trappole più comuni, La Verità ne ha parlato con l'avvocato Antonella Nanna, responsabile della Consulta giuridica nazionale di Federconsumatori.
Il mercato dei conti correnti sta diventando sempre più una giungla che presenta diverse difficoltà. A cosa bisogna prestare attenzione?
«Intanto bisognerebbe leggere tutti i documenti che le banche ci sottopongono. Chiunque di noi abbia aperto una posizione presso un istituto può essere testimone della quantità di moduli da firmare. Indipendentemente dal livello di scolarizzazione, si tratta di documenti spesso poco comprensibili. Di solito il cliente si fida del bancario, legge le carte in maniera sommaria, e poi sottoscrive tutto su indicazione dell'impiegato che gli indica dove firmare. Questo è un grande errore. Spesso non ci si rende conto, ma poi le banche fanno leva su quanto firmato quando ci sono problemi. Per questo è sempre bene leggere tutte le condizioni e tenersi a mente i costi del canone, dei plafond e delle commissioni sui vari tipi di operazione. Le banche più attente alla trasparenza spesso forniscono schemi riassuntivi del contratto che possono rappresentare un grande aiuto per il consumatore inesperto».
Perché le banche possono cambiare le condizioni di un conto senza il consenso del cliente?
«Gli istituti hanno l'obbligo di mandare una comunicazione con le modifiche al cliente, purtroppo spesso anche solo per posta ordinaria e non tracciata, senza dover firmare un nuovo contratto. La legge prevede che, in caso le modifiche delle condizioni non vengano accettate, il cliente possa recedere dall'accordo e cambiare banca. Il fatto che i metodi di comunicazione possano essere non tracciati o di non immediata reperibilità potrebbe fare pensare che alcune banche giochino sull'inconsapevolezza delle persone per mandare comunicazioni che spesso non vengono aperte. Con la digitalizzazione dei servizi, poi, spesso le comunicazioni vengono mandate attraverso le app e in molti casi questo può rappresentare un limite per i clienti meno avvezzi con le tecnologie. Comunque, la verità è che, nella maggior parte dei casi, il cliente non recede e non cambia conto».
Dal primo gennaio di quest'anno, inoltre, sono cambiate le soglie per chi va in rosso con il conto. A cosa bisogna stare attenti con la nuova norma?
«Si tratta di una regola che di certo non arriva in un momento felice per le famiglie italiane. L'obiettivo è quello di non agevolare le crisi bancarie e di invitare sempre più le banche a non premettere operazioni rischiose prestando soldi che non rivedranno mai. L'idea alla base è dunque corretta. Il problema sono i limiti molto bassi imposti dalla legge. Sarà difficile che un consumatore, oggi, con questa pandemia, non vada in rosso per più di 100 euro, o che le imprese non vadano in negativo per più di 500. Insieme a questa condizione, il correntista non deve andare in rosso per una cifra superiore superiore all'1% della sua posizione debitoria. Ciò significa che, per fare un esempio, se io ho 100.000 euro di debito suddiviso in 80.000 di mutuo, 10.000 di spese con le carte di credito e 10.000 di finanziamento, io non possa far registrare ritardi sulle varie rate per più di mille euro. Questa condizione deve protrarsi per oltre tre mesi. Ricordiamo, però, che, anche nel caso in cui l'istituto ritenga il cliente “in default", questo non per forza è un motivo sufficiente per iscriverlo nel registro dei cattivi pagatori».
C'è poi da controllare bene la Civ, la commissione di istruttoria veloce. Di che si tratta in dettaglio?
«Si tratta della commissione che le banche chiedono quando il conto va in rosso. È il pegno che i consumatori pagano per avere la possibilità di andare in negativo. Noi crediamo che si tratti di una vera e propria penale per i correntisti. Vorrei sottolineare che, con i tempi che corrono, per una famiglia con un solo stipendio andare in rosso è purtroppo piuttosto frequente».
I conti correnti a zero spese sono quindi solo una chimera?
«Bisogna sempre diffidare dalle pubblicità che promettono troppo. Questo vale per i conti correnti così come per i finanziamenti. Molte volte le banche annunciano che il loro tasso di interesse è pari a zero, ma poi si scopre che il Taeg, il tasso annuo effettivo globale, è ben più elevato. Nel caso dei conti correnti, i prodotti a zero spese non esistono. C'è sempre qualche voce che determina dei costi. Basti pensare anche solo al bollo sul conto, tasse che vanno versate allo Stato».
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Dal 1° gennaio è diventato più rischioso sgarrare su debiti e saldi negativi. Mentre i tassi sottozero spingono le banche a giocare (a volte con furbizia) con canoni e spese. Sono allo studio nuove commissioni sui prelievi.La vigilanza unica, i salvataggi a spese dei clienti, ora pure la tagliola per i crediti non garantiti: dall'Ue una raffica di «bombe atomiche» sugli istituti italiani.L'avvocato di Federconsumatori, Antonella Nanna: «Occhio, i prodotti gratis non esistono. Mai firmare moduli senza leggerli tutti. E pretendere comunque trasparenza nelle informazioni».Lo speciale contiene tre articoli.I correntisti italiani nel 2021 faranno bene a tenere le antenne alzate. La pandemia e il costo del denaro da tempo con il segno meno hanno spinto le banche a rimescolare le carte del settore. Innanzitutto, dal primo gennaio è entrato in vigore il regolamento Eba (autorità bancaria europea) relativo alle regole sui requisiti di capitale. Servirà più attenzione, dunque. Con l'inizio di quest'anno, gli intermediari dovranno classificare la solvibilità dei correntisti. Secondo le nuove regole, il cliente privato che per tre mesi andrà in rosso per almeno 100 euro (500 per le imprese) e che, allo stesso tempo, avrà pagamenti arretrati - sempre per più di 90 giorni - in misura pari all'1% del suo debito, sarà considerato cattivo pagatore e gli verrà di fatto congelato il conto, bloccando automaticamente tutti gli addebiti diretti come bollette, rate del mutuo o di finanziamenti. Come ha precisato Bankitalia, però, il fatto che un debitore sia classificato in default secondo la nuova definizione, non significa che verrà automaticamente ritenuto «in sofferenza» e quindi segnalato alla Centrale rischi: la segnalazione in questi casi avviene solo quando si ritiene che il correntista abbia gravi difficoltà, non di certo solo temporanee ma di lunga durata. Sebbene, dunque, le nuove norme non dovrebbero rappresentare un vero problema per la maggior parte dei risparmiatori, è pur sempre vero che si tratta di una stretta grazie a cui ora i correntisti possono «sgarrare» molto meno di prima.Con il costo del denaro caratterizzato da tempo dal segno meno, poi, i depositi sono diventati sempre meno redditizi per gli istituti bancari. Così molti correntisti si sono visti, più o meno consapevolmente, aumentare i costi del servizio. Così, negli ultimi anni, le spese fisse per i conti sono aumentate senza sosta. Secondo uno studio di Truenumbers.it partito da una indagine condotta dalla Banca d'Italia su 12.705 conti e 900 conti postali, non ci sono dubbi: i costi del conto corrente bancario sono in crescita senza sosta dal 2017. In particolare, sono aumentate le spese fisse, che nel caso dei conti correnti bancari erano in media di 52,3 euro nel 2017, per poi salire a quota 55 nel 2018 e 57 nel 2019. Lo stesso è avvenuto con i conti correnti postali, anche se qui gli incrementi sono stati meno netti: si è passati da un costo fisso medio di 36,4 euro nel 2017 a uno di 38,1 nel 2018 fino ai 38,6 euro del 2019. Il conto a zero spese, insomma, è solo uno specchietto per le allodole. Le banche, per fare ricavi, si affidano sempre di più al canone annuo da far pagare ai correntisti. Nel 2018 il suo costo medio era di 47,8 euro, valore aumentato l'anno successivo a 48,9 euro. Nel 2017 il valore medio era di 42,7 euro, il che significa che il balzo in avanti dei costi quell'anno è stato particolarmente sostanzioso. Che la tendenza sia quella di far pagare i correntisti lo si intuisce dalla percentuale di persone obbligate a sobbarcarsi un canone base per avere un conto: dal 2017 la quota è salita dal 66 al 69%.Non va poi dimenticato il problema delle commissioni interbancarie. Se oggi sono le banche presso cui abbiamo il conto a far pagare le spese a chi preleva contanti da un bancomat fuori circuito, in futuro potrebbero essere gli istituti terzi a decidere le commissioni da addebitare. Gli istituti bancari stanno infatti pensando di applicare un costo diretto sul conto al momento del prelievo, dando vita a un vero e proprio mercato delle commissioni. Oggi, invece, in molti casi il prelievo da un istituto diverso da quello su cui abbiamo il conto è gratuito per il risparmiatore o, per lo meno, è previsto un numero limitato di operazioni a costo zero. Nel nuovo scenario, prima di effettuare il prelievo il correntista riceverebbe un avviso con i costi totali da sostenere, e solo dopo aver confermato potrebbe procedere all'operazione. Lo scopo sarebbe invogliare le persone a utilizzare metodi di pagamento elettronico, disincentivando l'uso del contante.Altra questione cruciale è la trasparenza nelle comunicazioni. Secondo la legge, le variazioni contrattuali (come, ad esempio, l'aumento delle commissioni o anche nuovi costi) devono essere solo comunicate al cliente e non firmate da quest'ultimo. Diversamente, il risparmiatore ha facoltà di cambiare conto e abbandonare l'istituto bancario. Per evitare che ciò accada, le comunicazioni di questo genere possono avvenire anche in modi poco trasparenti, come la spedizione delle comunicazioni per posta ordinaria, l'invio di notifiche tramite app o di messaggini sul telefono. Le banche meno trasparenti sperano così di far passare sottotraccia alcune notizie spiacevoli per i clienti, nella speranza che questi non se ne accorgano. Il consiglio in questo caso è prestare la massima attenzione alle comunicazioni, spesso compilate in un complicato e incomprensibile «banchese», chiedendo sin da subito dove queste vengano inviate.Da ultimo, è bene controllare sempre l'estratto conto minuziosamente: i costi nascosti, purtroppo, sono sempre dietro l'angolo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/stretta-rosso-costi-extra-depositi-2649859084.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sbancati-i-nostri-soldi-sotto-assedio" data-post-id="2649859084" data-published-at="1610302662" data-use-pagination="False"> Sbancati. I nostri soldi sotto assedio Un elefante dentro una cristalleria farebbe minori danni di quelli che l'Unione europea fa ogniqualvolta si occupa di banche. La galleria degli orrori è inesauribile. L'idea - anzi il peccato - originale è sempre la stessa. Nel 2016, prima del referendum sulla Brexit, al parlamento inglese giacevano in attesa di approvazione 1.016 atti da ratificare contenenti direttive europee fra cui la direttiva «Flushing toilet» ovvero centoventi pagine con annessi disegni di impianti igienici da mettere a norma nelle nostre case per avere il cesso unico europeo. Riporta Giulio Tremonti. Se questo è lo scenario volete forse immaginare che a Bruxelles non si partorisse l'idea dell'Unione bancaria? Il sistema si basa su tre pilastri: 1) un'unica autorità di vigilanza, 2) un sistema di risoluzione delle crisi, 3) una garanzia europea sui depositi. Ma mentre in Germania, secondo Vladimiro Giacché, delle 417 Sparkasse che erogano oltre il 20% degli impieghi per un totale di oltre 1.000 miliardi di euro soltanto una è stata assoggettata alla vigilanza della Bce, in Italia nel 2016 Matteo Renzi ha ben pensato di rendere obbligatoria l'adesione delle quasi 250 banche di credito cooperativo in uno o più gruppi. Risultato: tutte le uova in due soli panieri e la vigilanza passa a Francoforte. Di quelle che una volta erano le banche locali per eccellenza non rimane che l'insegna. Forse. Ma è sul secondo pilastro - la risoluzione delle crisi di una banca pagata da chi ha depositato i soldi nella stessa qualora il patrimonio non fosse sufficiente - che l'Ue ha dato il meglio, anzi il peggio, di sé. In inglese «bail in», che in italiano suona beilin. Molto simile al genovese belin. Del cui significato penso siate tutti edotti. «La mera possibilità del “bail in" renderà più onerosa la raccolta bancaria, rischiando di essere, se non ben gestito, controproducente. Se un supermercato fallisce, magari se ne apre uno vicino in grado di vendere al pubblico le stesse merci di quello fallito. Se fallisce una banca, non ne riapre un'altra uguale vicina. Il rischio è che ne fallisca un'altra. Lentamente l'Europa sta cominciando a capire quali possono essere le reali conseguenze delle nuove norme», diceva in una intervista a Repubblica del 20 dicembre 2015 il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco. Parole sante. Anzi sacrosante. Un mese prima le banche italiane quotate a piazza Affari valevano nel complesso 130 miliardi. Di lì a giugno 2016 avrebbero perso il 55% del loro valore arrivando a meno di 60 miliardi. Trascinando al ribasso il nostro mercato azionario del 17%. Quindi una crisi tutta bancaria innescata dall'anticipato dall'azzeramento delle obbligazioni subordinate in Banca Etruria, Banca Marche, Carichieti e Cariferrara. Lo stesso Visco che a maggio del 2015 nelle sue considerazioni finali diceva che «il termine per il recepimento della direttiva sul risanamento e sulla risoluzione delle banche è scaduto alla fine dell'anno scorso; dal 1° gennaio del 2016 dovranno essere introdotte nel nostro ordinamento anche le previsioni sul bail in. È urgente provvedere: non solo per evitare di essere messi in mora dalle istituzioni europee, ma anche perché il recepimento è necessario per garantire la certezza del diritto e consentire alle autorità di esercitare i nuovi compiti con gli strumenti che il legislatore europeo ha loro attribuito». Non da meno l'Associazione bancaria italiana al momento della consultazione pubblica sull'adozione della nuova normativa nel 2012. Tutto riportato in un position paper. Alla domanda «ritenete necessario escludere dal bail in certi tipi di passività (depositi obbligazioni etc) emesse prima di una certa data?», la risposta fu: «No, dovrebbe essere applicato a tutte le passività esistenti, senza distinzioni». La risposta perentoria non è affatto male interpretata, dal momento che subito dopo viene posto il quesito: «Ritenete opportuno un periodo transitorio prima di applicare la normativa?», e l'associazione risponde quasi scocciata: «L'Abi ritiene che non ce ne sia bisogno…». Ora il livello di consapevolezza sulla nocività delle normative europee in materia bancaria è enormemente cambiato anche ai vertici delle più importanti banche. Un altro frutto avvelenato di questo diluvio normativo è il cosiddetto calendar provisioning. In altre parole, la valutazione delle prospettive di recupero del credito deteriorato in una banca potrebbe farlo pure una scimmia. Entro quattro anni il credito non assistito da garanzie deve essere azzerato. In caso di ipoteca si va da sette a nove anni. E nel frattempo i bilanci delle banche sono falcidiati da insostenibili accantonamenti. È «una norma sbagliata» e andrebbe rivista: «Applicata nel post Covid è come una bomba atomica» e determinerebbe «un disastro nel bilancio delle banche, non solo nostre», affermava l'amministratore delegato di Mediobanca, Alberto Nagel, lo scorso 9 settembre. Ma se pensate che il peggio sia passato, beh, vi sbagliate di grosso. Mentre il piddino in servizio effettivo e permanente agogna il terzo pilastro dell'Unione bancaria (la garanzia comune sui depositi) per lenire il dolore di queste ferite, ci pensa l'Eurogruppo a portare tutti sul pianeta terra. Nelle sue conclusioni il presidente irlandese Paschal Donohoe invoca che si adottino di comune accordo misure atte a recidere il legame fra rischio sovrano e rischio bancario. Che vuol dire? Che se oggi le banche possono acquistare titoli di Stato senza limiti (rischio a «ponderazione zero», si dice in gergo), da domani non sarà più così. Altrimenti nessuna garanzia comune. Quindi per le banche acquistare Btp sarà molto più complicato. Quegli stessi Btp più facilmente ristrutturabili grazie alla riforma del Mes appena approvata. Cosa potrebbe andare peggio? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/stretta-rosso-costi-extra-depositi-2649859084.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="diffidate-delle-promesse-smodate" data-post-id="2649859084" data-published-at="1610302662" data-use-pagination="False"> «Diffidate delle promesse smodate» Il conto corrente può essere un vero e proprio ginepraio per il risparmiatore meno esperto. Il costo del denaro in picchiata ha reso infatti i depositi sempre meno redditizi per gli istituti, così le banche, tra scarsa trasparenza e inconsapevolezza dei clienti, le provano tutte per raccogliere qualche euro in più. Per capire come scovare le trappole più comuni, La Verità ne ha parlato con l'avvocato Antonella Nanna, responsabile della Consulta giuridica nazionale di Federconsumatori. Il mercato dei conti correnti sta diventando sempre più una giungla che presenta diverse difficoltà. A cosa bisogna prestare attenzione? «Intanto bisognerebbe leggere tutti i documenti che le banche ci sottopongono. Chiunque di noi abbia aperto una posizione presso un istituto può essere testimone della quantità di moduli da firmare. Indipendentemente dal livello di scolarizzazione, si tratta di documenti spesso poco comprensibili. Di solito il cliente si fida del bancario, legge le carte in maniera sommaria, e poi sottoscrive tutto su indicazione dell'impiegato che gli indica dove firmare. Questo è un grande errore. Spesso non ci si rende conto, ma poi le banche fanno leva su quanto firmato quando ci sono problemi. Per questo è sempre bene leggere tutte le condizioni e tenersi a mente i costi del canone, dei plafond e delle commissioni sui vari tipi di operazione. Le banche più attente alla trasparenza spesso forniscono schemi riassuntivi del contratto che possono rappresentare un grande aiuto per il consumatore inesperto». Perché le banche possono cambiare le condizioni di un conto senza il consenso del cliente? «Gli istituti hanno l'obbligo di mandare una comunicazione con le modifiche al cliente, purtroppo spesso anche solo per posta ordinaria e non tracciata, senza dover firmare un nuovo contratto. La legge prevede che, in caso le modifiche delle condizioni non vengano accettate, il cliente possa recedere dall'accordo e cambiare banca. Il fatto che i metodi di comunicazione possano essere non tracciati o di non immediata reperibilità potrebbe fare pensare che alcune banche giochino sull'inconsapevolezza delle persone per mandare comunicazioni che spesso non vengono aperte. Con la digitalizzazione dei servizi, poi, spesso le comunicazioni vengono mandate attraverso le app e in molti casi questo può rappresentare un limite per i clienti meno avvezzi con le tecnologie. Comunque, la verità è che, nella maggior parte dei casi, il cliente non recede e non cambia conto». Dal primo gennaio di quest'anno, inoltre, sono cambiate le soglie per chi va in rosso con il conto. A cosa bisogna stare attenti con la nuova norma? «Si tratta di una regola che di certo non arriva in un momento felice per le famiglie italiane. L'obiettivo è quello di non agevolare le crisi bancarie e di invitare sempre più le banche a non premettere operazioni rischiose prestando soldi che non rivedranno mai. L'idea alla base è dunque corretta. Il problema sono i limiti molto bassi imposti dalla legge. Sarà difficile che un consumatore, oggi, con questa pandemia, non vada in rosso per più di 100 euro, o che le imprese non vadano in negativo per più di 500. Insieme a questa condizione, il correntista non deve andare in rosso per una cifra superiore superiore all'1% della sua posizione debitoria. Ciò significa che, per fare un esempio, se io ho 100.000 euro di debito suddiviso in 80.000 di mutuo, 10.000 di spese con le carte di credito e 10.000 di finanziamento, io non possa far registrare ritardi sulle varie rate per più di mille euro. Questa condizione deve protrarsi per oltre tre mesi. Ricordiamo, però, che, anche nel caso in cui l'istituto ritenga il cliente “in default", questo non per forza è un motivo sufficiente per iscriverlo nel registro dei cattivi pagatori». C'è poi da controllare bene la Civ, la commissione di istruttoria veloce. Di che si tratta in dettaglio? «Si tratta della commissione che le banche chiedono quando il conto va in rosso. È il pegno che i consumatori pagano per avere la possibilità di andare in negativo. Noi crediamo che si tratti di una vera e propria penale per i correntisti. Vorrei sottolineare che, con i tempi che corrono, per una famiglia con un solo stipendio andare in rosso è purtroppo piuttosto frequente». I conti correnti a zero spese sono quindi solo una chimera? «Bisogna sempre diffidare dalle pubblicità che promettono troppo. Questo vale per i conti correnti così come per i finanziamenti. Molte volte le banche annunciano che il loro tasso di interesse è pari a zero, ma poi si scopre che il Taeg, il tasso annuo effettivo globale, è ben più elevato. Nel caso dei conti correnti, i prodotti a zero spese non esistono. C'è sempre qualche voce che determina dei costi. Basti pensare anche solo al bollo sul conto, tasse che vanno versate allo Stato».
Matteo Salvini (Ansa)
Per due giorni, a giugno, la Lega proverà a fare quello che le squadre di calcio in crisi fanno quando la classifica comincia a far paura: chiudersi in ritiro. Matteo Salvini ha convocato per il 19 e 20 giugno il consiglio federale, i ministri, i governatori, i capigruppo, gli amministratori e i segretari regionali. Una «due giorni di incontri, proposte e programmi». La sede non è stata decisa (Luca Zaia ha già annunciato che non ci sarà), ma dovrebbe essere in Veneto, a pochi giorni di distanza dall’assemblea costituente di Futuro nazionale di Roberto Vannacci (che poi proseguirà con i congressi regionali). Magari a Verona, dove il 25 maggio il generale inaugurerà una nuova sede del suo partito. Il messaggio politico è chiaro: il Carroccio deve serrare le fila prima che la stagione entri nella fase più delicata. Il 2027 si preannuncia denso di appuntamenti elettorali decisivi per il futuro di via Bellerio.
Salvini è milanista e conosce bene la grammatica dei ritiri. Con Massimiliano Allegri, al Milan, si può giocare male ma restare in partita è imperativo. Il punto è che il Carroccio continua a osservare la crescita, sulla destra, di un avversario che conosce bene lo spogliatoio leghista. Il nome è quello di Vannacci. L’ex generale è diventato un problema elettorale. Swg per il tg di La7 colloca la Lega al 6% e Futuro nazionale al 4,1%. Ipsos/Pagnoncelli, sul Corriere, è ancora più severo: Lega al 5,8%, Vannacci al 4,1%. Meno di due punti di distanza.
Dopo le chiusure a possibili alleanze da parte di Massimiliano Romeo, Roberto Occhiuto e Letizia Moratti, Vannacci ha risposto sui social con una frase che suona come un avvertimento: «Poi non si venga a dare la colpa» a me «se questo centrodestra sbiadito, timido, tentennante e moderato finirà per perdere consensi ed elezioni». È una minaccia preventiva: se il centrodestra perde, la colpa non sarà di chi rompe, ma di chi non ha avuto il coraggio di inseguirlo.
Il caso di Laura Ravetto ha reso il problema visibile. La deputata ha lasciato la Lega per aderire a Futuro nazionale. Per un partito abituato a perdere amministratori verso Fdi, vedere una parlamentare passare direttamente al nuovo concorrente di destra è un segnale diverso. Non c’è più solo Meloni a drenare consensi.
La linea ufficiale resta la compattezza. Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro, respinge l’idea di nuovi «campi larghi» a destra costruiti inseguendo i sondaggi. «Il centrodestra è rodato da anni», dice. «Non si fanno campi larghi soltanto perché può essere indicato favorevole o no in un determinato momento dai vari sondaggi». In fin dei conti la Lega si ritrova con tre grossi problemi da risolvere. Il primo è nazionale: dimostrare di essere ancora indispensabile nel centrodestra. L’altro identitario: impedire che l’elettore più arrabbiato trovi in Vannacci un’offerta più chiara. L’ultimo territoriale: difendere il Nord dall’avanzata di Fdi.
Le elezioni comunali di Milano sono il primo banco di prova. Il centrodestra non ha ancora un candidato per il dopo Beppe Sala. Il nome di Maurizio Lupi circola, ma non decolla. Salvini preferisce un profilo civico. Samuele Piscina, segretario milanese del Carroccio, è stato più esplicito: Lupi «non ha il consenso di tutti».
Il secondo fronte è la Regione Lombardia. Da mesi nel centrodestra si ragiona sull’ipotesi di legare politiche, comunali milanesi e regionali lombarde in un election day nel 2027. L’operazione concentrerebbe la mobilitazione nel territorio più forte della coalizione. Ma aprirebbe subito la guerra per il dopo Attilio Fontana. Fratelli d’Italia considera la Lombardia un obiettivo naturale.
Roberto Calderoli prova a raffreddare il dossier. La legislatura, ricordava ieri, scade naturalmente il 13 ottobre 2027. Di voto anticipato, dice, non se ne parla (lo stesso Salvini aveva rettificato la battuta sulla crisi economica che era stata male interpretata). Il messaggio vale per Palazzo Chigi, ma anche per via Bellerio: la Lega non vuole arrivare logorata alla partita finale.
Il ritiro di giugno serve a questo. Allegri direbbe che conta il risultato. Ma qui il punto non è vincere di corto muso. È evitare che la Lega perda, insieme, pezzi a destra e peso al Nord.
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Il segretario di Stato americano Marco Rubio (Ansa)
«La diplomazia rimane la nostra preferenza nei confronti di Cuba. A essere sincero, la probabilità che ciò accada, considerando con chi abbiamo a che fare in questo momento, non è elevata», ha anche detto. Parole, quelle di Rubio, che hanno innescato la reazione piccata del ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez, il quale ha tacciato gli Stati Uniti di «istigare un’aggressione militare».
Del resto, che le fibrillazioni tra Washington e L’Avana stessero aumentando, non è una novità. Negli scorsi giorni, il Pentagono ha schierato la portaerei Nimitz nei Caraibi, mentre il Dipartimento di Giustizia americano ha formalmente incriminato l’ex presidente cubano, Raúl Castro, con l’accusa di aver ordinato l’abbattimento di due aerei civili nel 1996. L’intelligence statunitense ritiene inoltre che dal 2023 il regime castrista abbia acquistato 300 droni da Russia e Iran: materiale bellico che, secondo Washington, Cuba starebbe valutando di usare per colpire obiettivi statunitensi. Sempre negli scorsi giorni, i servizi segreti americani avrebbero anche studiato le possibili reazioni dell’Avana a un eventuale attacco militare da parte di Washington. Tutto questo, senza trascurare che giovedì l’Ice ha arrestato a Miami Adys Lastres Morera. Si tratta della sorella di Ania Guillermina Lastres Morera, che, in qualità di presidente esecutivo, è a capo di Gaesa: conglomerato di imprese in mano ai militari cubani, che è sotto sanzioni statunitensi.
La tensione è significativamente aumentata dopo che i negoziati tra Usa e Cuba sono finiti in stallo. Washington ha offerto aiuti umanitari e sostegno infrastrutturale a patto che il regime castrista allenti la repressione, liberi i prigionieri politici ed entri de facto nell’orbita geopolitica statunitense. Per convincere L’Avana ad accettare, la scorsa settimana si era recato sull’isola anche il direttore della Cia, John Ratcliffe, incontrando vari alti funzionari cubani. Ciononostante il processo diplomatico non si è realmente sbloccato: un fattore che ha irritato notevolmente la Casa Bianca. Mosca e Pechino, dal canto loro, hanno espresso solidarietà nei confronti del regime castrista. Tuttavia, al di là delle dichiarazioni, non sembra che stiano offrendo chissà quale sostegno concreto all’Avana contro Washington, replicando un po’ un copione già visto ai tempi della cattura di Nicolás Maduro lo scorso gennaio.
Del resto, la strategia cubana di Trump si inserisce nella sua riedizione della Dottrina Monroe, volta a estromettere il più possibile Cina, Russia e Iran dall’Emisfero occidentale. Il presidente americano è, in un certo senso, invogliato ad agire proprio in considerazione del mancato sostegno concreto arrivato al regime di Maduro da Mosca e Pechino l’anno scorso. Ma attenzione: non c’è solo il tema geopolitico. La pressione su Cuba è finalizzata anche a mantenere il sostegno dell’elettorato anticastrista, di cui è ricco uno Stato cruciale come la Florida. Quella Florida di cui Rubio è stato senatore dal 2011 al 2025. Del resto, la questione non riguarda solo le Midterm di novembre. Non è infatti un mistero che Rubio sia considerato, insieme a JD Vance, uno dei possibili candidati alla nomination presidenziale repubblicana del 2028.
D’altronde, se il vicepresidente americano sta cercando di rafforzarsi nella gestione del processo diplomatico iraniano, il segretario di Stato si mantiene proattivo su due fronti: la promozione della Dottrina Monroe e la cura del dossier europeo. «Le opinioni del presidente, la delusione nei confronti di alcuni dei nostri alleati della Nato e della loro reazione alle nostre operazioni in Medio Oriente sono ben documentate», ha detto ieri, durante il vertice dei ministri degli Esteri della Nato a Helsingborg. Ha poi specificato che tali questioni dovranno essere «affrontate» nel corso del summit dell’Alleanza atlantica che si terrà a luglio ad Ankara. «È ovvio che gli Stati Uniti continuano ad avere impegni globali che devono onorare in termini di dispiegamento delle forze armate. E questo ci impone costantemente di riesaminare dove schieriamo le truppe», ha anche detto. Non dimentichiamo che, dopo aver annunciato il ritiro di 5.000 soldati dalla Germania, Trump ha comunicato l’invio di altrettanti militari in Polonia, legando esplicitamente la decisione al suo stretto rapporto con il presidente polacco, Karol Nawrocki. Questo testimonia la relazione articolata che vige tra il presidente americano e gli alleati della Nato. In tal senso, Trump si appoggia a Rubio perché si tratta della figura più focalizzata, all’interno della sua amministrazione, a mantenere in piedi le relazioni transatlantiche.
Insomma, il segretario di Stato (che in quanto consigliere per la sicurezza nazionale ad interim della Casa Bianca lavora a stretto contatto col presidente) sta gestendo due dossier - quello caraibico e quello europeo - di primo piano, tenendosi invece meno esposto rispetto alla spinosa questione iraniana, su cui lavora maggiormente Vance. È quindi chiaro come le principali partite geopolitiche che Washington si sta trovando ad affrontare vadano a intersecarsi con la campagna elettorale (ancora embrionale) del 2028.
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