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2021-01-11
Tra stretta sul «rosso» e costi extra i depositi diventano campi minati
I correntisti italiani nel 2021 faranno bene a tenere le antenne alzate. La pandemia e il costo del denaro da tempo con il segno meno hanno spinto le banche a rimescolare le carte del settore. Innanzitutto, dal primo gennaio è entrato in vigore il regolamento Eba (autorità bancaria europea) relativo alle regole sui requisiti di capitale. Servirà più attenzione, dunque. Con l'inizio di quest'anno, gli intermediari dovranno classificare la solvibilità dei correntisti. Secondo le nuove regole, il cliente privato che per tre mesi andrà in rosso per almeno 100 euro (500 per le imprese) e che, allo stesso tempo, avrà pagamenti arretrati - sempre per più di 90 giorni - in misura pari all'1% del suo debito, sarà considerato cattivo pagatore e gli verrà di fatto congelato il conto, bloccando automaticamente tutti gli addebiti diretti come bollette, rate del mutuo o di finanziamenti.
Come ha precisato Bankitalia, però, il fatto che un debitore sia classificato in default secondo la nuova definizione, non significa che verrà automaticamente ritenuto «in sofferenza» e quindi segnalato alla Centrale rischi: la segnalazione in questi casi avviene solo quando si ritiene che il correntista abbia gravi difficoltà, non di certo solo temporanee ma di lunga durata. Sebbene, dunque, le nuove norme non dovrebbero rappresentare un vero problema per la maggior parte dei risparmiatori, è pur sempre vero che si tratta di una stretta grazie a cui ora i correntisti possono «sgarrare» molto meno di prima.
Con il costo del denaro caratterizzato da tempo dal segno meno, poi, i depositi sono diventati sempre meno redditizi per gli istituti bancari. Così molti correntisti si sono visti, più o meno consapevolmente, aumentare i costi del servizio. Così, negli ultimi anni, le spese fisse per i conti sono aumentate senza sosta. Secondo uno studio di Truenumbers.it partito da una indagine condotta dalla Banca d'Italia su 12.705 conti e 900 conti postali, non ci sono dubbi: i costi del conto corrente bancario sono in crescita senza sosta dal 2017. In particolare, sono aumentate le spese fisse, che nel caso dei conti correnti bancari erano in media di 52,3 euro nel 2017, per poi salire a quota 55 nel 2018 e 57 nel 2019. Lo stesso è avvenuto con i conti correnti postali, anche se qui gli incrementi sono stati meno netti: si è passati da un costo fisso medio di 36,4 euro nel 2017 a uno di 38,1 nel 2018 fino ai 38,6 euro del 2019. Il conto a zero spese, insomma, è solo uno specchietto per le allodole. Le banche, per fare ricavi, si affidano sempre di più al canone annuo da far pagare ai correntisti. Nel 2018 il suo costo medio era di 47,8 euro, valore aumentato l'anno successivo a 48,9 euro. Nel 2017 il valore medio era di 42,7 euro, il che significa che il balzo in avanti dei costi quell'anno è stato particolarmente sostanzioso. Che la tendenza sia quella di far pagare i correntisti lo si intuisce dalla percentuale di persone obbligate a sobbarcarsi un canone base per avere un conto: dal 2017 la quota è salita dal 66 al 69%.
Non va poi dimenticato il problema delle commissioni interbancarie. Se oggi sono le banche presso cui abbiamo il conto a far pagare le spese a chi preleva contanti da un bancomat fuori circuito, in futuro potrebbero essere gli istituti terzi a decidere le commissioni da addebitare. Gli istituti bancari stanno infatti pensando di applicare un costo diretto sul conto al momento del prelievo, dando vita a un vero e proprio mercato delle commissioni. Oggi, invece, in molti casi il prelievo da un istituto diverso da quello su cui abbiamo il conto è gratuito per il risparmiatore o, per lo meno, è previsto un numero limitato di operazioni a costo zero. Nel nuovo scenario, prima di effettuare il prelievo il correntista riceverebbe un avviso con i costi totali da sostenere, e solo dopo aver confermato potrebbe procedere all'operazione. Lo scopo sarebbe invogliare le persone a utilizzare metodi di pagamento elettronico, disincentivando l'uso del contante.
Altra questione cruciale è la trasparenza nelle comunicazioni. Secondo la legge, le variazioni contrattuali (come, ad esempio, l'aumento delle commissioni o anche nuovi costi) devono essere solo comunicate al cliente e non firmate da quest'ultimo. Diversamente, il risparmiatore ha facoltà di cambiare conto e abbandonare l'istituto bancario. Per evitare che ciò accada, le comunicazioni di questo genere possono avvenire anche in modi poco trasparenti, come la spedizione delle comunicazioni per posta ordinaria, l'invio di notifiche tramite app o di messaggini sul telefono. Le banche meno trasparenti sperano così di far passare sottotraccia alcune notizie spiacevoli per i clienti, nella speranza che questi non se ne accorgano. Il consiglio in questo caso è prestare la massima attenzione alle comunicazioni, spesso compilate in un complicato e incomprensibile «banchese», chiedendo sin da subito dove queste vengano inviate.
Da ultimo, è bene controllare sempre l'estratto conto minuziosamente: i costi nascosti, purtroppo, sono sempre dietro l'angolo.
Sbancati. I nostri soldi sotto assedio
Un elefante dentro una cristalleria farebbe minori danni di quelli che l'Unione europea fa ogniqualvolta si occupa di banche. La galleria degli orrori è inesauribile. L'idea - anzi il peccato - originale è sempre la stessa. Nel 2016, prima del referendum sulla Brexit, al parlamento inglese giacevano in attesa di approvazione 1.016 atti da ratificare contenenti direttive europee fra cui la direttiva «Flushing toilet» ovvero centoventi pagine con annessi disegni di impianti igienici da mettere a norma nelle nostre case per avere il cesso unico europeo. Riporta
Giulio Tremonti. Se questo è lo scenario volete forse immaginare che a Bruxelles non si partorisse l'idea dell'Unione bancaria?
Il sistema si basa su tre pilastri: 1) un'unica autorità di vigilanza, 2) un sistema di risoluzione delle crisi, 3) una garanzia europea sui depositi. Ma mentre in Germania, secondo
Vladimiro Giacché, delle 417 Sparkasse che erogano oltre il 20% degli impieghi per un totale di oltre 1.000 miliardi di euro soltanto una è stata assoggettata alla vigilanza della Bce, in Italia nel 2016 Matteo Renzi ha ben pensato di rendere obbligatoria l'adesione delle quasi 250 banche di credito cooperativo in uno o più gruppi. Risultato: tutte le uova in due soli panieri e la vigilanza passa a Francoforte. Di quelle che una volta erano le banche locali per eccellenza non rimane che l'insegna. Forse.
Ma è sul secondo pilastro - la risoluzione delle crisi di una banca pagata da chi ha depositato i soldi nella stessa qualora il patrimonio non fosse sufficiente - che l'Ue ha dato il meglio, anzi il peggio, di sé. In inglese «bail in», che in italiano suona beilin. Molto simile al genovese belin. Del cui significato penso siate tutti edotti. «La mera possibilità del “bail in" renderà più onerosa la raccolta bancaria, rischiando di essere, se non ben gestito, controproducente. Se un supermercato fallisce, magari se ne apre uno vicino in grado di vendere al pubblico le stesse merci di quello fallito. Se fallisce una banca, non ne riapre un'altra uguale vicina. Il rischio è che ne fallisca un'altra. Lentamente l'Europa sta cominciando a capire quali possono essere le reali conseguenze delle nuove norme», diceva in una intervista a
Repubblica del 20 dicembre 2015 il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco. Parole sante. Anzi sacrosante. Un mese prima le banche italiane quotate a piazza Affari valevano nel complesso 130 miliardi. Di lì a giugno 2016 avrebbero perso il 55% del loro valore arrivando a meno di 60 miliardi. Trascinando al ribasso il nostro mercato azionario del 17%. Quindi una crisi tutta bancaria innescata dall'anticipato dall'azzeramento delle obbligazioni subordinate in Banca Etruria, Banca Marche, Carichieti e Cariferrara.
Lo stesso
Visco che a maggio del 2015 nelle sue considerazioni finali diceva che «il termine per il recepimento della direttiva sul risanamento e sulla risoluzione delle banche è scaduto alla fine dell'anno scorso; dal 1° gennaio del 2016 dovranno essere introdotte nel nostro ordinamento anche le previsioni sul bail in. È urgente provvedere: non solo per evitare di essere messi in mora dalle istituzioni europee, ma anche perché il recepimento è necessario per garantire la certezza del diritto e consentire alle autorità di esercitare i nuovi compiti con gli strumenti che il legislatore europeo ha loro attribuito».
Non da meno l'Associazione bancaria italiana al momento della consultazione pubblica sull'adozione della nuova normativa nel 2012. Tutto riportato in un
position paper. Alla domanda «ritenete necessario escludere dal bail in certi tipi di passività (depositi obbligazioni etc) emesse prima di una certa data?», la risposta fu: «No, dovrebbe essere applicato a tutte le passività esistenti, senza distinzioni». La risposta perentoria non è affatto male interpretata, dal momento che subito dopo viene posto il quesito: «Ritenete opportuno un periodo transitorio prima di applicare la normativa?», e l'associazione risponde quasi scocciata: «L'Abi ritiene che non ce ne sia bisogno…». Ora il livello di consapevolezza sulla nocività delle normative europee in materia bancaria è enormemente cambiato anche ai vertici delle più importanti banche.
Un altro frutto avvelenato di questo diluvio normativo è il cosiddetto
calendar provisioning. In altre parole, la valutazione delle prospettive di recupero del credito deteriorato in una banca potrebbe farlo pure una scimmia. Entro quattro anni il credito non assistito da garanzie deve essere azzerato. In caso di ipoteca si va da sette a nove anni. E nel frattempo i bilanci delle banche sono falcidiati da insostenibili accantonamenti. È «una norma sbagliata» e andrebbe rivista: «Applicata nel post Covid è come una bomba atomica» e determinerebbe «un disastro nel bilancio delle banche, non solo nostre», affermava l'amministratore delegato di Mediobanca, Alberto Nagel, lo scorso 9 settembre.
Ma se pensate che il peggio sia passato, beh, vi sbagliate di grosso. Mentre il piddino in servizio effettivo e permanente agogna il terzo pilastro dell'Unione bancaria (la garanzia comune sui depositi) per lenire il dolore di queste ferite, ci pensa l'Eurogruppo a portare tutti sul pianeta terra. Nelle sue conclusioni il presidente irlandese
Paschal Donohoe invoca che si adottino di comune accordo misure atte a recidere il legame fra rischio sovrano e rischio bancario. Che vuol dire? Che se oggi le banche possono acquistare titoli di Stato senza limiti (rischio a «ponderazione zero», si dice in gergo), da domani non sarà più così. Altrimenti nessuna garanzia comune. Quindi per le banche acquistare Btp sarà molto più complicato. Quegli stessi Btp più facilmente ristrutturabili grazie alla riforma del Mes appena approvata. Cosa potrebbe andare peggio?
«Diffidate delle promesse smodate»
Il conto corrente può essere un vero e proprio ginepraio per il risparmiatore meno esperto. Il costo del denaro in picchiata ha reso infatti i depositi sempre meno redditizi per gli istituti, così le banche, tra scarsa trasparenza e inconsapevolezza dei clienti, le provano tutte per raccogliere qualche euro in più. Per capire come scovare le trappole più comuni, La Verità ne ha parlato con l'avvocato Antonella Nanna, responsabile della Consulta giuridica nazionale di Federconsumatori.
Il mercato dei conti correnti sta diventando sempre più una giungla che presenta diverse difficoltà. A cosa bisogna prestare attenzione?
«Intanto bisognerebbe leggere tutti i documenti che le banche ci sottopongono. Chiunque di noi abbia aperto una posizione presso un istituto può essere testimone della quantità di moduli da firmare. Indipendentemente dal livello di scolarizzazione, si tratta di documenti spesso poco comprensibili. Di solito il cliente si fida del bancario, legge le carte in maniera sommaria, e poi sottoscrive tutto su indicazione dell'impiegato che gli indica dove firmare. Questo è un grande errore. Spesso non ci si rende conto, ma poi le banche fanno leva su quanto firmato quando ci sono problemi. Per questo è sempre bene leggere tutte le condizioni e tenersi a mente i costi del canone, dei plafond e delle commissioni sui vari tipi di operazione. Le banche più attente alla trasparenza spesso forniscono schemi riassuntivi del contratto che possono rappresentare un grande aiuto per il consumatore inesperto».
Perché le banche possono cambiare le condizioni di un conto senza il consenso del cliente?
«Gli istituti hanno l'obbligo di mandare una comunicazione con le modifiche al cliente, purtroppo spesso anche solo per posta ordinaria e non tracciata, senza dover firmare un nuovo contratto. La legge prevede che, in caso le modifiche delle condizioni non vengano accettate, il cliente possa recedere dall'accordo e cambiare banca. Il fatto che i metodi di comunicazione possano essere non tracciati o di non immediata reperibilità potrebbe fare pensare che alcune banche giochino sull'inconsapevolezza delle persone per mandare comunicazioni che spesso non vengono aperte. Con la digitalizzazione dei servizi, poi, spesso le comunicazioni vengono mandate attraverso le app e in molti casi questo può rappresentare un limite per i clienti meno avvezzi con le tecnologie. Comunque, la verità è che, nella maggior parte dei casi, il cliente non recede e non cambia conto».
Dal primo gennaio di quest'anno, inoltre, sono cambiate le soglie per chi va in rosso con il conto. A cosa bisogna stare attenti con la nuova norma?
«Si tratta di una regola che di certo non arriva in un momento felice per le famiglie italiane. L'obiettivo è quello di non agevolare le crisi bancarie e di invitare sempre più le banche a non premettere operazioni rischiose prestando soldi che non rivedranno mai. L'idea alla base è dunque corretta. Il problema sono i limiti molto bassi imposti dalla legge. Sarà difficile che un consumatore, oggi, con questa pandemia, non vada in rosso per più di 100 euro, o che le imprese non vadano in negativo per più di 500. Insieme a questa condizione, il correntista non deve andare in rosso per una cifra superiore superiore all'1% della sua posizione debitoria. Ciò significa che, per fare un esempio, se io ho 100.000 euro di debito suddiviso in 80.000 di mutuo, 10.000 di spese con le carte di credito e 10.000 di finanziamento, io non possa far registrare ritardi sulle varie rate per più di mille euro. Questa condizione deve protrarsi per oltre tre mesi. Ricordiamo, però, che, anche nel caso in cui l'istituto ritenga il cliente “in default", questo non per forza è un motivo sufficiente per iscriverlo nel registro dei cattivi pagatori».
C'è poi da controllare bene la Civ, la commissione di istruttoria veloce. Di che si tratta in dettaglio?
«Si tratta della commissione che le banche chiedono quando il conto va in rosso. È il pegno che i consumatori pagano per avere la possibilità di andare in negativo. Noi crediamo che si tratti di una vera e propria penale per i correntisti. Vorrei sottolineare che, con i tempi che corrono, per una famiglia con un solo stipendio andare in rosso è purtroppo piuttosto frequente».
I conti correnti a zero spese sono quindi solo una chimera?
«Bisogna sempre diffidare dalle pubblicità che promettono troppo. Questo vale per i conti correnti così come per i finanziamenti. Molte volte le banche annunciano che il loro tasso di interesse è pari a zero, ma poi si scopre che il Taeg, il tasso annuo effettivo globale, è ben più elevato. Nel caso dei conti correnti, i prodotti a zero spese non esistono. C'è sempre qualche voce che determina dei costi. Basti pensare anche solo al bollo sul conto, tasse che vanno versate allo Stato».
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Dal 1° gennaio è diventato più rischioso sgarrare su debiti e saldi negativi. Mentre i tassi sottozero spingono le banche a giocare (a volte con furbizia) con canoni e spese. Sono allo studio nuove commissioni sui prelievi.La vigilanza unica, i salvataggi a spese dei clienti, ora pure la tagliola per i crediti non garantiti: dall'Ue una raffica di «bombe atomiche» sugli istituti italiani.L'avvocato di Federconsumatori, Antonella Nanna: «Occhio, i prodotti gratis non esistono. Mai firmare moduli senza leggerli tutti. E pretendere comunque trasparenza nelle informazioni».Lo speciale contiene tre articoli.I correntisti italiani nel 2021 faranno bene a tenere le antenne alzate. La pandemia e il costo del denaro da tempo con il segno meno hanno spinto le banche a rimescolare le carte del settore. Innanzitutto, dal primo gennaio è entrato in vigore il regolamento Eba (autorità bancaria europea) relativo alle regole sui requisiti di capitale. Servirà più attenzione, dunque. Con l'inizio di quest'anno, gli intermediari dovranno classificare la solvibilità dei correntisti. Secondo le nuove regole, il cliente privato che per tre mesi andrà in rosso per almeno 100 euro (500 per le imprese) e che, allo stesso tempo, avrà pagamenti arretrati - sempre per più di 90 giorni - in misura pari all'1% del suo debito, sarà considerato cattivo pagatore e gli verrà di fatto congelato il conto, bloccando automaticamente tutti gli addebiti diretti come bollette, rate del mutuo o di finanziamenti. Come ha precisato Bankitalia, però, il fatto che un debitore sia classificato in default secondo la nuova definizione, non significa che verrà automaticamente ritenuto «in sofferenza» e quindi segnalato alla Centrale rischi: la segnalazione in questi casi avviene solo quando si ritiene che il correntista abbia gravi difficoltà, non di certo solo temporanee ma di lunga durata. Sebbene, dunque, le nuove norme non dovrebbero rappresentare un vero problema per la maggior parte dei risparmiatori, è pur sempre vero che si tratta di una stretta grazie a cui ora i correntisti possono «sgarrare» molto meno di prima.Con il costo del denaro caratterizzato da tempo dal segno meno, poi, i depositi sono diventati sempre meno redditizi per gli istituti bancari. Così molti correntisti si sono visti, più o meno consapevolmente, aumentare i costi del servizio. Così, negli ultimi anni, le spese fisse per i conti sono aumentate senza sosta. Secondo uno studio di Truenumbers.it partito da una indagine condotta dalla Banca d'Italia su 12.705 conti e 900 conti postali, non ci sono dubbi: i costi del conto corrente bancario sono in crescita senza sosta dal 2017. In particolare, sono aumentate le spese fisse, che nel caso dei conti correnti bancari erano in media di 52,3 euro nel 2017, per poi salire a quota 55 nel 2018 e 57 nel 2019. Lo stesso è avvenuto con i conti correnti postali, anche se qui gli incrementi sono stati meno netti: si è passati da un costo fisso medio di 36,4 euro nel 2017 a uno di 38,1 nel 2018 fino ai 38,6 euro del 2019. Il conto a zero spese, insomma, è solo uno specchietto per le allodole. Le banche, per fare ricavi, si affidano sempre di più al canone annuo da far pagare ai correntisti. Nel 2018 il suo costo medio era di 47,8 euro, valore aumentato l'anno successivo a 48,9 euro. Nel 2017 il valore medio era di 42,7 euro, il che significa che il balzo in avanti dei costi quell'anno è stato particolarmente sostanzioso. Che la tendenza sia quella di far pagare i correntisti lo si intuisce dalla percentuale di persone obbligate a sobbarcarsi un canone base per avere un conto: dal 2017 la quota è salita dal 66 al 69%.Non va poi dimenticato il problema delle commissioni interbancarie. Se oggi sono le banche presso cui abbiamo il conto a far pagare le spese a chi preleva contanti da un bancomat fuori circuito, in futuro potrebbero essere gli istituti terzi a decidere le commissioni da addebitare. Gli istituti bancari stanno infatti pensando di applicare un costo diretto sul conto al momento del prelievo, dando vita a un vero e proprio mercato delle commissioni. Oggi, invece, in molti casi il prelievo da un istituto diverso da quello su cui abbiamo il conto è gratuito per il risparmiatore o, per lo meno, è previsto un numero limitato di operazioni a costo zero. Nel nuovo scenario, prima di effettuare il prelievo il correntista riceverebbe un avviso con i costi totali da sostenere, e solo dopo aver confermato potrebbe procedere all'operazione. Lo scopo sarebbe invogliare le persone a utilizzare metodi di pagamento elettronico, disincentivando l'uso del contante.Altra questione cruciale è la trasparenza nelle comunicazioni. Secondo la legge, le variazioni contrattuali (come, ad esempio, l'aumento delle commissioni o anche nuovi costi) devono essere solo comunicate al cliente e non firmate da quest'ultimo. Diversamente, il risparmiatore ha facoltà di cambiare conto e abbandonare l'istituto bancario. Per evitare che ciò accada, le comunicazioni di questo genere possono avvenire anche in modi poco trasparenti, come la spedizione delle comunicazioni per posta ordinaria, l'invio di notifiche tramite app o di messaggini sul telefono. Le banche meno trasparenti sperano così di far passare sottotraccia alcune notizie spiacevoli per i clienti, nella speranza che questi non se ne accorgano. Il consiglio in questo caso è prestare la massima attenzione alle comunicazioni, spesso compilate in un complicato e incomprensibile «banchese», chiedendo sin da subito dove queste vengano inviate.Da ultimo, è bene controllare sempre l'estratto conto minuziosamente: i costi nascosti, purtroppo, sono sempre dietro l'angolo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/stretta-rosso-costi-extra-depositi-2649859084.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sbancati-i-nostri-soldi-sotto-assedio" data-post-id="2649859084" data-published-at="1610302662" data-use-pagination="False"> Sbancati. I nostri soldi sotto assedio Un elefante dentro una cristalleria farebbe minori danni di quelli che l'Unione europea fa ogniqualvolta si occupa di banche. La galleria degli orrori è inesauribile. L'idea - anzi il peccato - originale è sempre la stessa. Nel 2016, prima del referendum sulla Brexit, al parlamento inglese giacevano in attesa di approvazione 1.016 atti da ratificare contenenti direttive europee fra cui la direttiva «Flushing toilet» ovvero centoventi pagine con annessi disegni di impianti igienici da mettere a norma nelle nostre case per avere il cesso unico europeo. Riporta Giulio Tremonti. Se questo è lo scenario volete forse immaginare che a Bruxelles non si partorisse l'idea dell'Unione bancaria? Il sistema si basa su tre pilastri: 1) un'unica autorità di vigilanza, 2) un sistema di risoluzione delle crisi, 3) una garanzia europea sui depositi. Ma mentre in Germania, secondo Vladimiro Giacché, delle 417 Sparkasse che erogano oltre il 20% degli impieghi per un totale di oltre 1.000 miliardi di euro soltanto una è stata assoggettata alla vigilanza della Bce, in Italia nel 2016 Matteo Renzi ha ben pensato di rendere obbligatoria l'adesione delle quasi 250 banche di credito cooperativo in uno o più gruppi. Risultato: tutte le uova in due soli panieri e la vigilanza passa a Francoforte. Di quelle che una volta erano le banche locali per eccellenza non rimane che l'insegna. Forse. Ma è sul secondo pilastro - la risoluzione delle crisi di una banca pagata da chi ha depositato i soldi nella stessa qualora il patrimonio non fosse sufficiente - che l'Ue ha dato il meglio, anzi il peggio, di sé. In inglese «bail in», che in italiano suona beilin. Molto simile al genovese belin. Del cui significato penso siate tutti edotti. «La mera possibilità del “bail in" renderà più onerosa la raccolta bancaria, rischiando di essere, se non ben gestito, controproducente. Se un supermercato fallisce, magari se ne apre uno vicino in grado di vendere al pubblico le stesse merci di quello fallito. Se fallisce una banca, non ne riapre un'altra uguale vicina. Il rischio è che ne fallisca un'altra. Lentamente l'Europa sta cominciando a capire quali possono essere le reali conseguenze delle nuove norme», diceva in una intervista a Repubblica del 20 dicembre 2015 il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco. Parole sante. Anzi sacrosante. Un mese prima le banche italiane quotate a piazza Affari valevano nel complesso 130 miliardi. Di lì a giugno 2016 avrebbero perso il 55% del loro valore arrivando a meno di 60 miliardi. Trascinando al ribasso il nostro mercato azionario del 17%. Quindi una crisi tutta bancaria innescata dall'anticipato dall'azzeramento delle obbligazioni subordinate in Banca Etruria, Banca Marche, Carichieti e Cariferrara. Lo stesso Visco che a maggio del 2015 nelle sue considerazioni finali diceva che «il termine per il recepimento della direttiva sul risanamento e sulla risoluzione delle banche è scaduto alla fine dell'anno scorso; dal 1° gennaio del 2016 dovranno essere introdotte nel nostro ordinamento anche le previsioni sul bail in. È urgente provvedere: non solo per evitare di essere messi in mora dalle istituzioni europee, ma anche perché il recepimento è necessario per garantire la certezza del diritto e consentire alle autorità di esercitare i nuovi compiti con gli strumenti che il legislatore europeo ha loro attribuito». Non da meno l'Associazione bancaria italiana al momento della consultazione pubblica sull'adozione della nuova normativa nel 2012. Tutto riportato in un position paper. Alla domanda «ritenete necessario escludere dal bail in certi tipi di passività (depositi obbligazioni etc) emesse prima di una certa data?», la risposta fu: «No, dovrebbe essere applicato a tutte le passività esistenti, senza distinzioni». La risposta perentoria non è affatto male interpretata, dal momento che subito dopo viene posto il quesito: «Ritenete opportuno un periodo transitorio prima di applicare la normativa?», e l'associazione risponde quasi scocciata: «L'Abi ritiene che non ce ne sia bisogno…». Ora il livello di consapevolezza sulla nocività delle normative europee in materia bancaria è enormemente cambiato anche ai vertici delle più importanti banche. Un altro frutto avvelenato di questo diluvio normativo è il cosiddetto calendar provisioning. In altre parole, la valutazione delle prospettive di recupero del credito deteriorato in una banca potrebbe farlo pure una scimmia. Entro quattro anni il credito non assistito da garanzie deve essere azzerato. In caso di ipoteca si va da sette a nove anni. E nel frattempo i bilanci delle banche sono falcidiati da insostenibili accantonamenti. È «una norma sbagliata» e andrebbe rivista: «Applicata nel post Covid è come una bomba atomica» e determinerebbe «un disastro nel bilancio delle banche, non solo nostre», affermava l'amministratore delegato di Mediobanca, Alberto Nagel, lo scorso 9 settembre. Ma se pensate che il peggio sia passato, beh, vi sbagliate di grosso. Mentre il piddino in servizio effettivo e permanente agogna il terzo pilastro dell'Unione bancaria (la garanzia comune sui depositi) per lenire il dolore di queste ferite, ci pensa l'Eurogruppo a portare tutti sul pianeta terra. Nelle sue conclusioni il presidente irlandese Paschal Donohoe invoca che si adottino di comune accordo misure atte a recidere il legame fra rischio sovrano e rischio bancario. Che vuol dire? Che se oggi le banche possono acquistare titoli di Stato senza limiti (rischio a «ponderazione zero», si dice in gergo), da domani non sarà più così. Altrimenti nessuna garanzia comune. Quindi per le banche acquistare Btp sarà molto più complicato. Quegli stessi Btp più facilmente ristrutturabili grazie alla riforma del Mes appena approvata. Cosa potrebbe andare peggio? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/stretta-rosso-costi-extra-depositi-2649859084.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="diffidate-delle-promesse-smodate" data-post-id="2649859084" data-published-at="1610302662" data-use-pagination="False"> «Diffidate delle promesse smodate» Il conto corrente può essere un vero e proprio ginepraio per il risparmiatore meno esperto. Il costo del denaro in picchiata ha reso infatti i depositi sempre meno redditizi per gli istituti, così le banche, tra scarsa trasparenza e inconsapevolezza dei clienti, le provano tutte per raccogliere qualche euro in più. Per capire come scovare le trappole più comuni, La Verità ne ha parlato con l'avvocato Antonella Nanna, responsabile della Consulta giuridica nazionale di Federconsumatori. Il mercato dei conti correnti sta diventando sempre più una giungla che presenta diverse difficoltà. A cosa bisogna prestare attenzione? «Intanto bisognerebbe leggere tutti i documenti che le banche ci sottopongono. Chiunque di noi abbia aperto una posizione presso un istituto può essere testimone della quantità di moduli da firmare. Indipendentemente dal livello di scolarizzazione, si tratta di documenti spesso poco comprensibili. Di solito il cliente si fida del bancario, legge le carte in maniera sommaria, e poi sottoscrive tutto su indicazione dell'impiegato che gli indica dove firmare. Questo è un grande errore. Spesso non ci si rende conto, ma poi le banche fanno leva su quanto firmato quando ci sono problemi. Per questo è sempre bene leggere tutte le condizioni e tenersi a mente i costi del canone, dei plafond e delle commissioni sui vari tipi di operazione. Le banche più attente alla trasparenza spesso forniscono schemi riassuntivi del contratto che possono rappresentare un grande aiuto per il consumatore inesperto». Perché le banche possono cambiare le condizioni di un conto senza il consenso del cliente? «Gli istituti hanno l'obbligo di mandare una comunicazione con le modifiche al cliente, purtroppo spesso anche solo per posta ordinaria e non tracciata, senza dover firmare un nuovo contratto. La legge prevede che, in caso le modifiche delle condizioni non vengano accettate, il cliente possa recedere dall'accordo e cambiare banca. Il fatto che i metodi di comunicazione possano essere non tracciati o di non immediata reperibilità potrebbe fare pensare che alcune banche giochino sull'inconsapevolezza delle persone per mandare comunicazioni che spesso non vengono aperte. Con la digitalizzazione dei servizi, poi, spesso le comunicazioni vengono mandate attraverso le app e in molti casi questo può rappresentare un limite per i clienti meno avvezzi con le tecnologie. Comunque, la verità è che, nella maggior parte dei casi, il cliente non recede e non cambia conto». Dal primo gennaio di quest'anno, inoltre, sono cambiate le soglie per chi va in rosso con il conto. A cosa bisogna stare attenti con la nuova norma? «Si tratta di una regola che di certo non arriva in un momento felice per le famiglie italiane. L'obiettivo è quello di non agevolare le crisi bancarie e di invitare sempre più le banche a non premettere operazioni rischiose prestando soldi che non rivedranno mai. L'idea alla base è dunque corretta. Il problema sono i limiti molto bassi imposti dalla legge. Sarà difficile che un consumatore, oggi, con questa pandemia, non vada in rosso per più di 100 euro, o che le imprese non vadano in negativo per più di 500. Insieme a questa condizione, il correntista non deve andare in rosso per una cifra superiore superiore all'1% della sua posizione debitoria. Ciò significa che, per fare un esempio, se io ho 100.000 euro di debito suddiviso in 80.000 di mutuo, 10.000 di spese con le carte di credito e 10.000 di finanziamento, io non possa far registrare ritardi sulle varie rate per più di mille euro. Questa condizione deve protrarsi per oltre tre mesi. Ricordiamo, però, che, anche nel caso in cui l'istituto ritenga il cliente “in default", questo non per forza è un motivo sufficiente per iscriverlo nel registro dei cattivi pagatori». C'è poi da controllare bene la Civ, la commissione di istruttoria veloce. Di che si tratta in dettaglio? «Si tratta della commissione che le banche chiedono quando il conto va in rosso. È il pegno che i consumatori pagano per avere la possibilità di andare in negativo. Noi crediamo che si tratti di una vera e propria penale per i correntisti. Vorrei sottolineare che, con i tempi che corrono, per una famiglia con un solo stipendio andare in rosso è purtroppo piuttosto frequente». I conti correnti a zero spese sono quindi solo una chimera? «Bisogna sempre diffidare dalle pubblicità che promettono troppo. Questo vale per i conti correnti così come per i finanziamenti. Molte volte le banche annunciano che il loro tasso di interesse è pari a zero, ma poi si scopre che il Taeg, il tasso annuo effettivo globale, è ben più elevato. Nel caso dei conti correnti, i prodotti a zero spese non esistono. C'è sempre qualche voce che determina dei costi. Basti pensare anche solo al bollo sul conto, tasse che vanno versate allo Stato».
Anthony Fauci (Ansa)
A seguito della pubblicazione di 400 pagine di documenti declassificati «che rivelano», ha spiegato Gabbard, «come il dottor Fauci abbia usato milioni di dollari dei contribuenti americani per finanziare pericolose ricerche nel laboratorio di Wuhan, collaborato con elementi politicizzati nell’Intelligence Usa per nascondere la verità sulle sue azioni e sulle origini del Coronavirus» e «danneggiato un presidente eletto (Trump, ndr) limitando l’accesso alle informazioni: è ora che il popolo americano sappia la vera storia», ha chiosato Gabbard, sottolineando che l’ex consulente scientifico presidenziale ha «mentito al Congresso». «Grazie Tulsi per aver documentato il ruolo di Fauci nel più grave crimine della storia dell’umanità», ha commentato il ministro della Salute Robert F. Kennedy.
Un epilogo inglorioso per l’ormai pensionato Fauci, la cui fama aveva raggiunto l’apice in pandemia, varcando anche i confini: l’allora ministro della Zalute, Roberto Speranza (Pd), figura chiave della gestione Covid nel governo Pd-M5S, aveva sostenuto la sua nomina come consulente del BioTecnopolo di Siena a fianco del gran visir dei vaccini, il professor Rino Rappuoli. Il legame con il nostro Paese, sua terra d’origine, era stato suggellato a maggio 2021 quando, su iniziativa del presidente Sergio Mattarella, lo scienziato italo-americano aveva ricevuto la massima onorificenza nazionale, quella di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana. Ma il timbro dell’Intelligence Usa sui Fauci files ha spazzato via tutto.
I lettori della Verità conoscono bene la vicenda, raccontata sul nostro giornale sin dal 2021 dopo la pubblicazione di alcune mail delle istituzioni pubbliche (il suo Niaid, il Nih di Francis Collins, l’Fda, il Dipartimento di Stato, l’Hhs-Dipartimento della Salute Usa, i Cdc e altre agenzie federali) acquisite grazie ai Foia (richieste di accesso agli atti, ndr) presentati dal Partito repubblicano di Donald Trump al Congresso assieme ad altre associazioni civiche americane.
Il quadro accusatorio è fitto e ricco di dettagli: è ormai dimostrato che lo scienziato ha autorizzato il finanziamento, insieme con le autorità cinesi, del laboratorio di Wuhan per milioni di dollari dei contribuenti americani. A Wuhan è stata sperimentata la ricerca gain-of-function («GoF»), controverso metodo di ricerca scientifica che prevede la manipolazione dei virus per renderli più trasmissibili o pericolosi per l’uomo. In America era stata vietata e poi definanziata da Trump, Fauci avrebbe aggirato la moratoria sovvenzionando proprio chi, con ogni probabilità, ha causato la fuoriuscita del virus dal laboratorio scatenando il Covid, scrive l’Odni. A Wuhan, in effetti, alcuni ricercatori Usa e cinesi, ben prima dello scoppio della pandemia, stavano lavorando su un progetto nominato «Defuse», che prevedeva la creazione artificiale di un nuovo Coronavirus dalle caratteristiche identiche al Sars Cov-2. Una volta uscito dal laboratorio di Wuhan, Fauci ha fatto il possibile per nascondere la verità: un clamoroso esempio è l’articolo «The proximal origin of Sars Cov-2», pubblicato su Nature, su suo input, il 17 marzo 2020, in cui gli scienziati a lui vicini hanno sconfessato l’ipotesi della fuga da laboratorio (ricevendo, subito dopo la pubblicazione del paper, lauti finanziamenti dal Niaid). Eppure a gennaio 2020, come emerge dalle email, avevano sostenuto che l’origine naturale era «praticamente impossibile».
L’elemento più grave che emerge dai documenti declassificati, anche questo anticipato anni fa sulla Verità, è la collaborazione con i servizi segreti americani: Fauci ha lavorato con alti funzionari «politicizzati» dell’intelligence Usa, è l’accusa di Gabbard, che ha evidenziato che la ricerca da lui promossa ha «causato danni incommensurabili e innumerevoli vite perse». I documenti, si legge sul sito dell’Odni, «evidenziano il ruolo diretto di Fauci nell’influenzare e manipolare le valutazioni dell’Intelligence Usa sul Covid». «Chiederemo aiuto alla Cia», si legge in una mail di luglio 2021. L’obiettivo era «non causare problemi con la Cina», scrivevano allora gli scienziati e soprattutto, ha dichiarato Gabbard, foraggiare le ricerche collegando strettamente questi esperimenti agli interessi finanziari delle «grandi aziende farmaceutiche nello sviluppo di vaccini universali del valore di miliardi di dollari». Follow the money, come sempre.
I funzionari dell’Odni hanno anche registrato un’«atmosfera di intimidazione» contro chi avesse osato smentire la narrazione ufficiale sulle origini del Covid.
Fauci era stato ascoltato dalla commissione Covid per due giorni e un totale di 14 ore di testimonianza e, riferì all’epoca il presidente Brad Wenstrup, aveva pronunciato la frase «non ricordo almeno 100 volte». L’Odni lo accusa oggi di aver «mentito sotto giuramento nel 2024»: «La corrispondenza pubblicata oggi», si legge, «contraddice direttamente la sua testimonianza. In quell’udienza è stato ripetutamente chiesto a Fauci se avesse mai parlato di ricerca con Fbi, Cia, Dia o qualsiasi altra agenzia (…) Lui ha ripetutamente schivato le domande, per poi affermare, mentendo, “che io sappia, non sul Covid”».
Ora, se il suo braccio destro David Morens è stato arrestato lo scorso 28 aprile con l’accusa di aver «fatto sparire» i messaggi per sfuggire ai controlli (rischia decenni di carcere), a Fauci non toccherà la stessa sorte: nelle sue ultime ore in carica come presidente degli Stati Uniti, Joe Biden gli ha concesso un provvedimento di grazia onnicomprensivo per proteggerlo da possibili future incriminazioni relative ai 10 anni precedenti. I repubblicani hanno contestato la validità dell’atto. Gabbard ha rilasciato altri documenti declassificati, ma nessuno, a quanto pare, pagherà.
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Vincenzo Montella, allenatore della Turchia, durante la partita contro il Paraguay al San Francisco Bay Area Stadium a Santa Clara (Getty Images)
La nazionale allenata da Montella saluta il Mondiale dopo le sconfitte contro Australia e Paraguay e senza aver mai segnato nonostante 62 tiri complessivi nelle prime due partite. La terza partita contro gli Stati Uniti non cambierà il destino del girone, già compromesso anche in ottica migliori terze.
Il Mondiale che vede assente l'Italia ma non gli allenatori italiani, perde il primo pezzo azzurro. Nella notte in cui il Brasile di Carlo Ancelotti ha trovato il riscatto battendo 3-0 Haiti, dopo il deludente pareggio dell’esordio contro il Marocco, la Turchia di Vincenzo Montella è costretta a salutare il torneo dopo appena due partite. La sconfitta per 1-0 subita contro il Paraguay, seguita a quella per 2-0 contro l’Australia, vale l’eliminazione matematica della nazionale ottomana, nonostante manchi ancora una partita per completare il girone. Un girone che vede gli Stati Uniti, prossimi avversari della Turchia, primi a punteggio pieno con 6 punti. Appaiate al secondo posto Australia e Paraguay a quota 3. Ciò significa che la Turchia, pur vincendo la terza partita, potrebbe al massimo agganciare una tra le due, restando comunque in svantaggio negli scontri diretti e senza possibilità di rientrare tra le migliori terze.
Un flop imprevisto alla vigilia per una Nazionale che tornava a disputare la fase finale di un Mondiale dopo 24 anni e che Montella aveva portato al torneo con un percorso di qualificazione solido culminato con il palyoff vinto contro il Kosovo. Poi, in pochi giorni, il crollo. Due sconfitte, tre gol subiti e, soprattutto, zero segnati, tradotti in una sensazione costante di sterilità offensiva che neppure il volume di gioco riesce a nascondere. Il dato più volte sottolineato dal tecnico italiano dei 62 tiri in due partite (30 contro l'Australia e 32 contro il Paraguay), da solo non può bastare per giustificare l'eliminazione precoce della Turchia dallla rassegna iridata. In tanti si aspettavano che le stelle, da Calahanoglu a Guler passando per Yildiz, potessero trascinare la Nazionale guidata da Montella, ma così non è stato. Lo juventino, più di tutti, si è presentato in condizioni fieiche non ideali.
Contro il Paraguay, la partita si è complicata subito: vantaggio sudamericano con Galarza dopo appena due minuti e poi una gara rimasta in equilibrio numerico solo a metà, visto il rosso ad Almiron per il nuovo intervento disciplinare legato alla mano sulla bocca, introdotto in questo Mondiale per contrastare episodi di comportamento antisportivo. Anche in superiorità numerica, però, la Turchia non è riuscita a trovare il gol. Il tema che accompagna l’eliminazione è proprio quello della produzione offensiva senza finalizzazione. Montella lo ha ribadito anche nel post partita, insistendo sul volume di gioco e sulle occasioni create. Dall’altra parte, però, resta il dato più semplice: nessuna rete segnata in 180 minuti. Per Montella il futuro sulla panchina della Turchia appare ormai segnato. Il Mondiale si chiuderà comunque con la partita contro gli Stati Uniti, ma il ciclo sembra destinato a interrompersi subito dopo. In Turchia si parla già di un possibile cambio in panchina, con l’ipotesi di un profilo esperto per ripartire, mentre per il tecnico italiano si aprono scenari diversi, anche legati al campionato turco, con il Fenerbache che pare intenzionato a puntare sull'Aeroplanino.
Se per Montella il Mondiale si chiude in anticipo, per Carlo Ancelotti il percorso con il Brasile prosegue invece con segnali più incoraggianti. Dopo il pareggio all’esordio contro il Marocco, il 3-0 contro Haiti ha riportato i verdeoro in testa al girone e soprattutto ha dato una risposta sul piano del gioco. La partita si è indirizzata già nel primo tempo. Il Brasile ha mantenuto il controllo del possesso e ha costretto Haiti a una fase difensiva molto bassa e fisica. Il primo gol arriva su una situazione sporca in area, con Vinicius protagonista e Matheus Cunha l’ultimo a deviare in rete. Poco dopo arriva anche il raddoppio dello stesso Cunha, con una conclusione di sinistro che chiude di fatto la gara già prima dell’intervallo. Il terzo gol, firmato da Vinicius su assist di Paquetà, conferma un Brasile più fluido rispetto all’esordio, anche se non mancano le note negative - come l'infortunio muscolare a Raphinha - e va sottolineato come la caratura dell'avversario che aveva di fronte non era minimamente paragonabile.
Ancelotti ha espresso soddisfazione per la prestazione complessiva, sottolineando soprattutto il miglioramento rispetto alla gara d’esordio e la necessità di continuare su questa linea. Il Brasile, ora primo nel girone, guarda già alla sfida con la Scozia, decisiva per il primo posto.
Nel quadro generale del Mondiale, resta ancora in gioco Fabio Cannavaro con l’Uzbekistan. Dopo la sconfitta all’esordio contro la Colombia, la seconda partita del girone K contro il Portogallo diventa un passaggio obbligato. Una gara complicata, per non dire proibitiva, in programma martedì alle 19 italiane, che dirà se la squadra potrà restare agganciata alla competizione o se seguirà la Turchia fuori già nella fase a gironi. Per gli allenatori italiani, questo Mondiale sta già tracciando due traiettorie diverse: quella interrotta di Montella e quella ancora aperta, ma già più solida, di Ancelotti. E in mezzo, in attesa, quella di Cannavaro.
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Fontana di Trevi (iStock). Nel riquadro, la locandina dell'evento Lgbt
«Rimango sconcertato, a caratteri cubitali», dichiara Angelo Mellone componente, designato dal ministro della Cultura, del cda dell’Istituto centrale per la grafica. Assieme ad altri due consiglieri, Gianfranco Ferroni e Paolo Corsini, si era subito dissociato dall’iniziativa promossa dal direttore dell’istituto, Fabio De Chirico, inventore del Grafica Pride.
«Una speciale apertura serale dedicata all’inclusione, al dialogo culturale e alle voci del mondo queer», così da giorni veniva pubblicizzato sui social l’evento, con biglietti a prezzo intero da 10 euro e da 5 euro (per gli under 30) andati, ovviamente, esauriti. Sì, perché oltre a momenti culturali queer, era possibile l’affaccio sulla Fontana di Trevi sorseggiando un cocktail. Vuoi mettere il brivido. Anche se molti Millennials che masticano di gender nemmeno sanno che cosa sia la Dolce vita di Federico Fellini.
Forse l’evento Lgbt serviva a rimpinguare le casse dell’istituto, che nel bilancio 2026 prevede solo 2.000 euro di entrate dalla biglietteria? «Grafica Pride è un evento pensato anche per avvicinare un pubblico giovane e per rafforzare la missione dell’Istituto: rendere il patrimonio culturale sempre più accessibile, partecipato e inclusivo», si annunciava sul sito dell’ente.
«Non ne sapevamo nulla», chiarisce Mellone. «Noi del consiglio di amministrazione non facciamo attività di vigilanza, però nemmeno era stata ventilata una simile iniziativa. Almeno c’era il dovere di comunicarla». Aggiunge: «Mi lascia molto perplesso ritrovare un istituto nazionale, che non gode di una visibilità estrema, al centro di un interesse mediatico per un evento del genere che non c’entra nulla con la missione istituzionale, e che impegna ideologicamente un organismo che fa tutt’altro. Mi chiedo il perché di tanta protervia, di tanta ostentazione ideologica. E non si venga a dire che sono intollerante, il rispetto è altra cosa».
Custode del patrimonio grafico italiano nelle sue differenti tipologie, stiamo parlando di un centro museale di rilevanza internazionale che, nel complesso architettonico costituito da Palazzo Poli e Palazzo della Calcografia, ospita tra le più importanti collezioni di disegni, stampe, matrici e fotografie, dalla pratica artistica dal Rinascimento all’epoca contemporanea. «Noi del cda chiederemo spiegazioni, ma ormai l’evento, una cosa senza senso, ha avuto luogo. E chi cercava visibilità l’ha ottenuta. Povera Fontana di Trevi», conclude Mellone.
In programma ieri sera c’erano «sound performance, DJ set live» e la presentazione del libro Musei, genere e queerness, volume che «indaga le modalità attraverso cui le istituzioni culturali, e i musei in particolare, possono assumere un ruolo attivo nell’interpretazione dei cambiamenti sociali relativi alle dimensioni del genere, della sessualità e delle relazioni, in un’ottica queer. Pensato come uno strumento di avvicinamento di tali argomenti per un pubblico di professionist*, student*, ma anche per chiunque insegni, scriva o faccia ricerca sociale, si tratta del primo saggio in italiano interamente dedicato all’approfondimento del rapporto tra queerness e museologia».
La kermesse di ieri sarà costata diverse migliaia di euro e come ha sottolineato il portavoce di Pro Vita & Famiglia Jacopo Coghe, nel bilancio di previsione 2026 dell’istituto ci sono 88.623 euro destinati a manifestazioni culturali come mostre, convegni ed eventi. Abbiamo pagato anche noi contribuenti, il Grafica Pride.
«Bene ha fatto il ministro Alessandro Giuli ad avviare una procedura di accertamento per capire responsabilità, dettagli e uso di fondi pubblici sull’ideologico evento Lgbt», ha commentato l’associazione. Alla Verità, il ministro aveva detto di ritenere l’iniziativa «incoerente con le mie aspettative rispetto al lavoro dell’Istituto centrale di grafica [...] Non si tratta di essere pro gender o no gender, si tratta di avere una maggiore consapevolezza istituzionale».
Il contributo diretto per quest’anno, da parte del ministero della Cultura, ammonta a 800.000 euro destinati al funzionamento ordinario dell’istituto (più altri 52.000 euro tra buoni pasti e «servizi di sicurezza»). Ovviamente la pensa diversamente Mario Colamarino, portavoce del Roma Pride che oggi porterà il consueto carrozzone per le vie della Capitale con partenza alle 15 da piazza della Repubblica. «Apprezzo il gesto dell’istituto, perché in un mondo dove la destra per ogni cosa che qualcuno fa poi va lì a puntare il dito e punire, ci vuole coraggio», ha commentato, invitando il ministro Giuli ad «occuparsi di altre battaglie, questa mi sembra la minore di tutte».
Dopo la mediazione del Comune di Roma, sfilerà anche l’associazione ebraica Lgbtq+ Keshet, però solo a piedi e senza carro (che ha per bandiera i colori dell’arcobaleno con al centro la stella di David) e in uno «spezzone» del percorso, «nell’ottica di garantire la sicurezza di tutte le persone presenti», ha precisato Colamarino.
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Dario Franceschini
Fortuna che Repubblica ci è venuta incontro con una corposa intervista realizzata nella «officina meccanica adibita a studio» del fine pensatore. Il quale ci ha reso edotti di un grave pericolo di cui non sospettavamo l’esistenza: il ritorno del fascismo.
Franceschini, parlando al suo invero sterminato pubblico, ha fornito informazioni rilevantissime anche e soprattutto per la destra italiana. «Stiamo tutti dicendo che il vero pericolo è Vannacci», ha ragionato il senatore dem. «Ma così normalizziamo Meloni, la facciamo sembrare una moderata, che è ben lontano da quel che lei è davvero». Ah, perbacco: stai a vedere che la Meloni è un pericolo per la democrazia, chi lo avrebbe mai detto.
«Se passa la nuova legge elettorale, anche con la limitata riduzione del premio, il centrodestra potrà eleggersi il presidente della Repubblica da solo», spiega Franceschini. «Poiché oltre ai parlamentari votano anche i delegati delle Regioni, avrebbero un margine di 44 grandi elettori sopra la soglia stabilita dal quarto scrutinio».
Colpita da tanta arguzia, la collega di Repubblica Giovanna Vitale ha posto una domanda cristallina: non vale lo stesso se vincesse il centrosinistra? Ed ecco la risposta memorabile: «C’è una bella differenza. Meloni in questi quattro anni, con il premierato e la riforma della giustizia, ha dimostrato di avere un disegno: non governare ma comandare senza l’ingombro delle garanzie democratiche. E siccome dopo la batosta referendaria si è resa conto che scardinare la Costituzione non è facile, utilizza la legge elettorale per raggiungere lo stesso scopo. Perciò dico che il rischio è stato sottovalutato. Se Meloni si fa eleggere al Quirinale, controllerebbe come capo politico una maggioranza di parlamentari tutti nominati da lei, con il potere di scioglimento delle Camere. Alla guida del governo piazzerebbe un uomo di sua fiducia e l’Italia diventerebbe una Repubblica presidenziale di fatto, senza modifiche costituzionali».
Insomma, in queste condizioni Giorgia prenderebbe i «pieni poteri» e, aggiunge Franceschini, «non mi pare un rischio teorico dal momento che la legge elettorale sta andando avanti. Aggiungiamoci che i prossimi cinque anni saranno decisivi per il futuro dell’Europa e che il ruolo dell’Italia sarà determinante per questo processo...».
La riflessione è fulminante, e svela con inaudita chiarezza quale sia il pensiero prevalente nella sinistra italiana. In pratica, Franceschini dice: se vinceremo noi andrà tutto bene, perché potremo eleggere il capo dello Stato e comandare in ogni caso. Se vince la destra ci sarà la dittatura. Perché? Perché la destra è totalitaria e la sinistra invece è buona e democratica. Quindi non va bene una legge che consenta a entrambi gli schieramenti di governare sul serio in caso di vittoria: quel che conta è che la destra non elegga il presidente, perché è brutta è cattiva. Davvero fenomenale: superiorità antropologia e vocazione autoritaria in purezza.
C’è però un altro elemento da valutare con attenzione oltre al consueto disprezzo per l’avversario e la democrazia. Queste parole di Franceschini segnano un cambio di atteggiamento. Finora la linea fra i liberal-progressisti prevedeva di spingere sulla mostrificazione di Vannacci, e di chiedere contestualmente alla Meloni di prendere le distanze facendosi più moderata. Vecchio gioco: gli illustri soloni dicono alla destra di farsi meno destra, nella speranza che si snaturi, si sbricioli e perda. Ma Franceschini apre a uno sguardo diverso. Sotto sotto, suggerisce che la vittoria della sinistra non è affatto scontata. E spiega agli alleati che occorre fare fronte comune: «Niente gelosie, veti, rancori, astio; bisogna guardare avanti, non indietro, e mettersi tutti in un’alleanza costituzionale che difenda i valori e la democrazia. Come gli italiani hanno fatto al referendum». In sostanza propone di costituire una sorta di fronte antifascista come quello creato in Francia contro Marine Le Pen: tutti dentro, compresi i centristi, perché l’unica cosa che conta è che la destra non vinca. Per la serie: contano i programmi e le idee...
Emerge, da questa visione, la netta preoccupazione dei progressisti, la cui sicumera dal referendum in avanti è andata spegnendosi. Ed emerge, volendo, un segnale per il centrodestra: annacquarsi e dividersi significa fare ciò che desiderano gli avversari. I quali sono atterriti al pensiero che una futura coalizione possa includere anche Futuro nazionale. Occorre allora chiedersi: se la prospettiva di una destra-destra compatta spaventa i progressisti al punto che un volpone come Franceschini si mette a teorizzare la grande ammucchiata contro i nemici, perché non insistere proprio su questo terreno? Meglio inseguire Calenda come suggeriscono i falsi amici o meglio regalare qualche notte insonne ai maggiorenti del Pd? Chi ha ancora dei dubbi forse gioca nella squadra sbagliata.
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