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2021-01-11
Tra stretta sul «rosso» e costi extra i depositi diventano campi minati
I correntisti italiani nel 2021 faranno bene a tenere le antenne alzate. La pandemia e il costo del denaro da tempo con il segno meno hanno spinto le banche a rimescolare le carte del settore. Innanzitutto, dal primo gennaio è entrato in vigore il regolamento Eba (autorità bancaria europea) relativo alle regole sui requisiti di capitale. Servirà più attenzione, dunque. Con l'inizio di quest'anno, gli intermediari dovranno classificare la solvibilità dei correntisti. Secondo le nuove regole, il cliente privato che per tre mesi andrà in rosso per almeno 100 euro (500 per le imprese) e che, allo stesso tempo, avrà pagamenti arretrati - sempre per più di 90 giorni - in misura pari all'1% del suo debito, sarà considerato cattivo pagatore e gli verrà di fatto congelato il conto, bloccando automaticamente tutti gli addebiti diretti come bollette, rate del mutuo o di finanziamenti.
Come ha precisato Bankitalia, però, il fatto che un debitore sia classificato in default secondo la nuova definizione, non significa che verrà automaticamente ritenuto «in sofferenza» e quindi segnalato alla Centrale rischi: la segnalazione in questi casi avviene solo quando si ritiene che il correntista abbia gravi difficoltà, non di certo solo temporanee ma di lunga durata. Sebbene, dunque, le nuove norme non dovrebbero rappresentare un vero problema per la maggior parte dei risparmiatori, è pur sempre vero che si tratta di una stretta grazie a cui ora i correntisti possono «sgarrare» molto meno di prima.
Con il costo del denaro caratterizzato da tempo dal segno meno, poi, i depositi sono diventati sempre meno redditizi per gli istituti bancari. Così molti correntisti si sono visti, più o meno consapevolmente, aumentare i costi del servizio. Così, negli ultimi anni, le spese fisse per i conti sono aumentate senza sosta. Secondo uno studio di Truenumbers.it partito da una indagine condotta dalla Banca d'Italia su 12.705 conti e 900 conti postali, non ci sono dubbi: i costi del conto corrente bancario sono in crescita senza sosta dal 2017. In particolare, sono aumentate le spese fisse, che nel caso dei conti correnti bancari erano in media di 52,3 euro nel 2017, per poi salire a quota 55 nel 2018 e 57 nel 2019. Lo stesso è avvenuto con i conti correnti postali, anche se qui gli incrementi sono stati meno netti: si è passati da un costo fisso medio di 36,4 euro nel 2017 a uno di 38,1 nel 2018 fino ai 38,6 euro del 2019. Il conto a zero spese, insomma, è solo uno specchietto per le allodole. Le banche, per fare ricavi, si affidano sempre di più al canone annuo da far pagare ai correntisti. Nel 2018 il suo costo medio era di 47,8 euro, valore aumentato l'anno successivo a 48,9 euro. Nel 2017 il valore medio era di 42,7 euro, il che significa che il balzo in avanti dei costi quell'anno è stato particolarmente sostanzioso. Che la tendenza sia quella di far pagare i correntisti lo si intuisce dalla percentuale di persone obbligate a sobbarcarsi un canone base per avere un conto: dal 2017 la quota è salita dal 66 al 69%.
Non va poi dimenticato il problema delle commissioni interbancarie. Se oggi sono le banche presso cui abbiamo il conto a far pagare le spese a chi preleva contanti da un bancomat fuori circuito, in futuro potrebbero essere gli istituti terzi a decidere le commissioni da addebitare. Gli istituti bancari stanno infatti pensando di applicare un costo diretto sul conto al momento del prelievo, dando vita a un vero e proprio mercato delle commissioni. Oggi, invece, in molti casi il prelievo da un istituto diverso da quello su cui abbiamo il conto è gratuito per il risparmiatore o, per lo meno, è previsto un numero limitato di operazioni a costo zero. Nel nuovo scenario, prima di effettuare il prelievo il correntista riceverebbe un avviso con i costi totali da sostenere, e solo dopo aver confermato potrebbe procedere all'operazione. Lo scopo sarebbe invogliare le persone a utilizzare metodi di pagamento elettronico, disincentivando l'uso del contante.
Altra questione cruciale è la trasparenza nelle comunicazioni. Secondo la legge, le variazioni contrattuali (come, ad esempio, l'aumento delle commissioni o anche nuovi costi) devono essere solo comunicate al cliente e non firmate da quest'ultimo. Diversamente, il risparmiatore ha facoltà di cambiare conto e abbandonare l'istituto bancario. Per evitare che ciò accada, le comunicazioni di questo genere possono avvenire anche in modi poco trasparenti, come la spedizione delle comunicazioni per posta ordinaria, l'invio di notifiche tramite app o di messaggini sul telefono. Le banche meno trasparenti sperano così di far passare sottotraccia alcune notizie spiacevoli per i clienti, nella speranza che questi non se ne accorgano. Il consiglio in questo caso è prestare la massima attenzione alle comunicazioni, spesso compilate in un complicato e incomprensibile «banchese», chiedendo sin da subito dove queste vengano inviate.
Da ultimo, è bene controllare sempre l'estratto conto minuziosamente: i costi nascosti, purtroppo, sono sempre dietro l'angolo.
Sbancati. I nostri soldi sotto assedio
Un elefante dentro una cristalleria farebbe minori danni di quelli che l'Unione europea fa ogniqualvolta si occupa di banche. La galleria degli orrori è inesauribile. L'idea - anzi il peccato - originale è sempre la stessa. Nel 2016, prima del referendum sulla Brexit, al parlamento inglese giacevano in attesa di approvazione 1.016 atti da ratificare contenenti direttive europee fra cui la direttiva «Flushing toilet» ovvero centoventi pagine con annessi disegni di impianti igienici da mettere a norma nelle nostre case per avere il cesso unico europeo. Riporta
Giulio Tremonti. Se questo è lo scenario volete forse immaginare che a Bruxelles non si partorisse l'idea dell'Unione bancaria?
Il sistema si basa su tre pilastri: 1) un'unica autorità di vigilanza, 2) un sistema di risoluzione delle crisi, 3) una garanzia europea sui depositi. Ma mentre in Germania, secondo
Vladimiro Giacché, delle 417 Sparkasse che erogano oltre il 20% degli impieghi per un totale di oltre 1.000 miliardi di euro soltanto una è stata assoggettata alla vigilanza della Bce, in Italia nel 2016 Matteo Renzi ha ben pensato di rendere obbligatoria l'adesione delle quasi 250 banche di credito cooperativo in uno o più gruppi. Risultato: tutte le uova in due soli panieri e la vigilanza passa a Francoforte. Di quelle che una volta erano le banche locali per eccellenza non rimane che l'insegna. Forse.
Ma è sul secondo pilastro - la risoluzione delle crisi di una banca pagata da chi ha depositato i soldi nella stessa qualora il patrimonio non fosse sufficiente - che l'Ue ha dato il meglio, anzi il peggio, di sé. In inglese «bail in», che in italiano suona beilin. Molto simile al genovese belin. Del cui significato penso siate tutti edotti. «La mera possibilità del “bail in" renderà più onerosa la raccolta bancaria, rischiando di essere, se non ben gestito, controproducente. Se un supermercato fallisce, magari se ne apre uno vicino in grado di vendere al pubblico le stesse merci di quello fallito. Se fallisce una banca, non ne riapre un'altra uguale vicina. Il rischio è che ne fallisca un'altra. Lentamente l'Europa sta cominciando a capire quali possono essere le reali conseguenze delle nuove norme», diceva in una intervista a
Repubblica del 20 dicembre 2015 il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco. Parole sante. Anzi sacrosante. Un mese prima le banche italiane quotate a piazza Affari valevano nel complesso 130 miliardi. Di lì a giugno 2016 avrebbero perso il 55% del loro valore arrivando a meno di 60 miliardi. Trascinando al ribasso il nostro mercato azionario del 17%. Quindi una crisi tutta bancaria innescata dall'anticipato dall'azzeramento delle obbligazioni subordinate in Banca Etruria, Banca Marche, Carichieti e Cariferrara.
Lo stesso
Visco che a maggio del 2015 nelle sue considerazioni finali diceva che «il termine per il recepimento della direttiva sul risanamento e sulla risoluzione delle banche è scaduto alla fine dell'anno scorso; dal 1° gennaio del 2016 dovranno essere introdotte nel nostro ordinamento anche le previsioni sul bail in. È urgente provvedere: non solo per evitare di essere messi in mora dalle istituzioni europee, ma anche perché il recepimento è necessario per garantire la certezza del diritto e consentire alle autorità di esercitare i nuovi compiti con gli strumenti che il legislatore europeo ha loro attribuito».
Non da meno l'Associazione bancaria italiana al momento della consultazione pubblica sull'adozione della nuova normativa nel 2012. Tutto riportato in un
position paper. Alla domanda «ritenete necessario escludere dal bail in certi tipi di passività (depositi obbligazioni etc) emesse prima di una certa data?», la risposta fu: «No, dovrebbe essere applicato a tutte le passività esistenti, senza distinzioni». La risposta perentoria non è affatto male interpretata, dal momento che subito dopo viene posto il quesito: «Ritenete opportuno un periodo transitorio prima di applicare la normativa?», e l'associazione risponde quasi scocciata: «L'Abi ritiene che non ce ne sia bisogno…». Ora il livello di consapevolezza sulla nocività delle normative europee in materia bancaria è enormemente cambiato anche ai vertici delle più importanti banche.
Un altro frutto avvelenato di questo diluvio normativo è il cosiddetto
calendar provisioning. In altre parole, la valutazione delle prospettive di recupero del credito deteriorato in una banca potrebbe farlo pure una scimmia. Entro quattro anni il credito non assistito da garanzie deve essere azzerato. In caso di ipoteca si va da sette a nove anni. E nel frattempo i bilanci delle banche sono falcidiati da insostenibili accantonamenti. È «una norma sbagliata» e andrebbe rivista: «Applicata nel post Covid è come una bomba atomica» e determinerebbe «un disastro nel bilancio delle banche, non solo nostre», affermava l'amministratore delegato di Mediobanca, Alberto Nagel, lo scorso 9 settembre.
Ma se pensate che il peggio sia passato, beh, vi sbagliate di grosso. Mentre il piddino in servizio effettivo e permanente agogna il terzo pilastro dell'Unione bancaria (la garanzia comune sui depositi) per lenire il dolore di queste ferite, ci pensa l'Eurogruppo a portare tutti sul pianeta terra. Nelle sue conclusioni il presidente irlandese
Paschal Donohoe invoca che si adottino di comune accordo misure atte a recidere il legame fra rischio sovrano e rischio bancario. Che vuol dire? Che se oggi le banche possono acquistare titoli di Stato senza limiti (rischio a «ponderazione zero», si dice in gergo), da domani non sarà più così. Altrimenti nessuna garanzia comune. Quindi per le banche acquistare Btp sarà molto più complicato. Quegli stessi Btp più facilmente ristrutturabili grazie alla riforma del Mes appena approvata. Cosa potrebbe andare peggio?
«Diffidate delle promesse smodate»
Il conto corrente può essere un vero e proprio ginepraio per il risparmiatore meno esperto. Il costo del denaro in picchiata ha reso infatti i depositi sempre meno redditizi per gli istituti, così le banche, tra scarsa trasparenza e inconsapevolezza dei clienti, le provano tutte per raccogliere qualche euro in più. Per capire come scovare le trappole più comuni, La Verità ne ha parlato con l'avvocato Antonella Nanna, responsabile della Consulta giuridica nazionale di Federconsumatori.
Il mercato dei conti correnti sta diventando sempre più una giungla che presenta diverse difficoltà. A cosa bisogna prestare attenzione?
«Intanto bisognerebbe leggere tutti i documenti che le banche ci sottopongono. Chiunque di noi abbia aperto una posizione presso un istituto può essere testimone della quantità di moduli da firmare. Indipendentemente dal livello di scolarizzazione, si tratta di documenti spesso poco comprensibili. Di solito il cliente si fida del bancario, legge le carte in maniera sommaria, e poi sottoscrive tutto su indicazione dell'impiegato che gli indica dove firmare. Questo è un grande errore. Spesso non ci si rende conto, ma poi le banche fanno leva su quanto firmato quando ci sono problemi. Per questo è sempre bene leggere tutte le condizioni e tenersi a mente i costi del canone, dei plafond e delle commissioni sui vari tipi di operazione. Le banche più attente alla trasparenza spesso forniscono schemi riassuntivi del contratto che possono rappresentare un grande aiuto per il consumatore inesperto».
Perché le banche possono cambiare le condizioni di un conto senza il consenso del cliente?
«Gli istituti hanno l'obbligo di mandare una comunicazione con le modifiche al cliente, purtroppo spesso anche solo per posta ordinaria e non tracciata, senza dover firmare un nuovo contratto. La legge prevede che, in caso le modifiche delle condizioni non vengano accettate, il cliente possa recedere dall'accordo e cambiare banca. Il fatto che i metodi di comunicazione possano essere non tracciati o di non immediata reperibilità potrebbe fare pensare che alcune banche giochino sull'inconsapevolezza delle persone per mandare comunicazioni che spesso non vengono aperte. Con la digitalizzazione dei servizi, poi, spesso le comunicazioni vengono mandate attraverso le app e in molti casi questo può rappresentare un limite per i clienti meno avvezzi con le tecnologie. Comunque, la verità è che, nella maggior parte dei casi, il cliente non recede e non cambia conto».
Dal primo gennaio di quest'anno, inoltre, sono cambiate le soglie per chi va in rosso con il conto. A cosa bisogna stare attenti con la nuova norma?
«Si tratta di una regola che di certo non arriva in un momento felice per le famiglie italiane. L'obiettivo è quello di non agevolare le crisi bancarie e di invitare sempre più le banche a non premettere operazioni rischiose prestando soldi che non rivedranno mai. L'idea alla base è dunque corretta. Il problema sono i limiti molto bassi imposti dalla legge. Sarà difficile che un consumatore, oggi, con questa pandemia, non vada in rosso per più di 100 euro, o che le imprese non vadano in negativo per più di 500. Insieme a questa condizione, il correntista non deve andare in rosso per una cifra superiore superiore all'1% della sua posizione debitoria. Ciò significa che, per fare un esempio, se io ho 100.000 euro di debito suddiviso in 80.000 di mutuo, 10.000 di spese con le carte di credito e 10.000 di finanziamento, io non possa far registrare ritardi sulle varie rate per più di mille euro. Questa condizione deve protrarsi per oltre tre mesi. Ricordiamo, però, che, anche nel caso in cui l'istituto ritenga il cliente “in default", questo non per forza è un motivo sufficiente per iscriverlo nel registro dei cattivi pagatori».
C'è poi da controllare bene la Civ, la commissione di istruttoria veloce. Di che si tratta in dettaglio?
«Si tratta della commissione che le banche chiedono quando il conto va in rosso. È il pegno che i consumatori pagano per avere la possibilità di andare in negativo. Noi crediamo che si tratti di una vera e propria penale per i correntisti. Vorrei sottolineare che, con i tempi che corrono, per una famiglia con un solo stipendio andare in rosso è purtroppo piuttosto frequente».
I conti correnti a zero spese sono quindi solo una chimera?
«Bisogna sempre diffidare dalle pubblicità che promettono troppo. Questo vale per i conti correnti così come per i finanziamenti. Molte volte le banche annunciano che il loro tasso di interesse è pari a zero, ma poi si scopre che il Taeg, il tasso annuo effettivo globale, è ben più elevato. Nel caso dei conti correnti, i prodotti a zero spese non esistono. C'è sempre qualche voce che determina dei costi. Basti pensare anche solo al bollo sul conto, tasse che vanno versate allo Stato».
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Dal 1° gennaio è diventato più rischioso sgarrare su debiti e saldi negativi. Mentre i tassi sottozero spingono le banche a giocare (a volte con furbizia) con canoni e spese. Sono allo studio nuove commissioni sui prelievi.La vigilanza unica, i salvataggi a spese dei clienti, ora pure la tagliola per i crediti non garantiti: dall'Ue una raffica di «bombe atomiche» sugli istituti italiani.L'avvocato di Federconsumatori, Antonella Nanna: «Occhio, i prodotti gratis non esistono. Mai firmare moduli senza leggerli tutti. E pretendere comunque trasparenza nelle informazioni».Lo speciale contiene tre articoli.I correntisti italiani nel 2021 faranno bene a tenere le antenne alzate. La pandemia e il costo del denaro da tempo con il segno meno hanno spinto le banche a rimescolare le carte del settore. Innanzitutto, dal primo gennaio è entrato in vigore il regolamento Eba (autorità bancaria europea) relativo alle regole sui requisiti di capitale. Servirà più attenzione, dunque. Con l'inizio di quest'anno, gli intermediari dovranno classificare la solvibilità dei correntisti. Secondo le nuove regole, il cliente privato che per tre mesi andrà in rosso per almeno 100 euro (500 per le imprese) e che, allo stesso tempo, avrà pagamenti arretrati - sempre per più di 90 giorni - in misura pari all'1% del suo debito, sarà considerato cattivo pagatore e gli verrà di fatto congelato il conto, bloccando automaticamente tutti gli addebiti diretti come bollette, rate del mutuo o di finanziamenti. Come ha precisato Bankitalia, però, il fatto che un debitore sia classificato in default secondo la nuova definizione, non significa che verrà automaticamente ritenuto «in sofferenza» e quindi segnalato alla Centrale rischi: la segnalazione in questi casi avviene solo quando si ritiene che il correntista abbia gravi difficoltà, non di certo solo temporanee ma di lunga durata. Sebbene, dunque, le nuove norme non dovrebbero rappresentare un vero problema per la maggior parte dei risparmiatori, è pur sempre vero che si tratta di una stretta grazie a cui ora i correntisti possono «sgarrare» molto meno di prima.Con il costo del denaro caratterizzato da tempo dal segno meno, poi, i depositi sono diventati sempre meno redditizi per gli istituti bancari. Così molti correntisti si sono visti, più o meno consapevolmente, aumentare i costi del servizio. Così, negli ultimi anni, le spese fisse per i conti sono aumentate senza sosta. Secondo uno studio di Truenumbers.it partito da una indagine condotta dalla Banca d'Italia su 12.705 conti e 900 conti postali, non ci sono dubbi: i costi del conto corrente bancario sono in crescita senza sosta dal 2017. In particolare, sono aumentate le spese fisse, che nel caso dei conti correnti bancari erano in media di 52,3 euro nel 2017, per poi salire a quota 55 nel 2018 e 57 nel 2019. Lo stesso è avvenuto con i conti correnti postali, anche se qui gli incrementi sono stati meno netti: si è passati da un costo fisso medio di 36,4 euro nel 2017 a uno di 38,1 nel 2018 fino ai 38,6 euro del 2019. Il conto a zero spese, insomma, è solo uno specchietto per le allodole. Le banche, per fare ricavi, si affidano sempre di più al canone annuo da far pagare ai correntisti. Nel 2018 il suo costo medio era di 47,8 euro, valore aumentato l'anno successivo a 48,9 euro. Nel 2017 il valore medio era di 42,7 euro, il che significa che il balzo in avanti dei costi quell'anno è stato particolarmente sostanzioso. Che la tendenza sia quella di far pagare i correntisti lo si intuisce dalla percentuale di persone obbligate a sobbarcarsi un canone base per avere un conto: dal 2017 la quota è salita dal 66 al 69%.Non va poi dimenticato il problema delle commissioni interbancarie. Se oggi sono le banche presso cui abbiamo il conto a far pagare le spese a chi preleva contanti da un bancomat fuori circuito, in futuro potrebbero essere gli istituti terzi a decidere le commissioni da addebitare. Gli istituti bancari stanno infatti pensando di applicare un costo diretto sul conto al momento del prelievo, dando vita a un vero e proprio mercato delle commissioni. Oggi, invece, in molti casi il prelievo da un istituto diverso da quello su cui abbiamo il conto è gratuito per il risparmiatore o, per lo meno, è previsto un numero limitato di operazioni a costo zero. Nel nuovo scenario, prima di effettuare il prelievo il correntista riceverebbe un avviso con i costi totali da sostenere, e solo dopo aver confermato potrebbe procedere all'operazione. Lo scopo sarebbe invogliare le persone a utilizzare metodi di pagamento elettronico, disincentivando l'uso del contante.Altra questione cruciale è la trasparenza nelle comunicazioni. Secondo la legge, le variazioni contrattuali (come, ad esempio, l'aumento delle commissioni o anche nuovi costi) devono essere solo comunicate al cliente e non firmate da quest'ultimo. Diversamente, il risparmiatore ha facoltà di cambiare conto e abbandonare l'istituto bancario. Per evitare che ciò accada, le comunicazioni di questo genere possono avvenire anche in modi poco trasparenti, come la spedizione delle comunicazioni per posta ordinaria, l'invio di notifiche tramite app o di messaggini sul telefono. Le banche meno trasparenti sperano così di far passare sottotraccia alcune notizie spiacevoli per i clienti, nella speranza che questi non se ne accorgano. Il consiglio in questo caso è prestare la massima attenzione alle comunicazioni, spesso compilate in un complicato e incomprensibile «banchese», chiedendo sin da subito dove queste vengano inviate.Da ultimo, è bene controllare sempre l'estratto conto minuziosamente: i costi nascosti, purtroppo, sono sempre dietro l'angolo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/stretta-rosso-costi-extra-depositi-2649859084.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sbancati-i-nostri-soldi-sotto-assedio" data-post-id="2649859084" data-published-at="1610302662" data-use-pagination="False"> Sbancati. I nostri soldi sotto assedio Un elefante dentro una cristalleria farebbe minori danni di quelli che l'Unione europea fa ogniqualvolta si occupa di banche. La galleria degli orrori è inesauribile. L'idea - anzi il peccato - originale è sempre la stessa. Nel 2016, prima del referendum sulla Brexit, al parlamento inglese giacevano in attesa di approvazione 1.016 atti da ratificare contenenti direttive europee fra cui la direttiva «Flushing toilet» ovvero centoventi pagine con annessi disegni di impianti igienici da mettere a norma nelle nostre case per avere il cesso unico europeo. Riporta Giulio Tremonti. Se questo è lo scenario volete forse immaginare che a Bruxelles non si partorisse l'idea dell'Unione bancaria? Il sistema si basa su tre pilastri: 1) un'unica autorità di vigilanza, 2) un sistema di risoluzione delle crisi, 3) una garanzia europea sui depositi. Ma mentre in Germania, secondo Vladimiro Giacché, delle 417 Sparkasse che erogano oltre il 20% degli impieghi per un totale di oltre 1.000 miliardi di euro soltanto una è stata assoggettata alla vigilanza della Bce, in Italia nel 2016 Matteo Renzi ha ben pensato di rendere obbligatoria l'adesione delle quasi 250 banche di credito cooperativo in uno o più gruppi. Risultato: tutte le uova in due soli panieri e la vigilanza passa a Francoforte. Di quelle che una volta erano le banche locali per eccellenza non rimane che l'insegna. Forse. Ma è sul secondo pilastro - la risoluzione delle crisi di una banca pagata da chi ha depositato i soldi nella stessa qualora il patrimonio non fosse sufficiente - che l'Ue ha dato il meglio, anzi il peggio, di sé. In inglese «bail in», che in italiano suona beilin. Molto simile al genovese belin. Del cui significato penso siate tutti edotti. «La mera possibilità del “bail in" renderà più onerosa la raccolta bancaria, rischiando di essere, se non ben gestito, controproducente. Se un supermercato fallisce, magari se ne apre uno vicino in grado di vendere al pubblico le stesse merci di quello fallito. Se fallisce una banca, non ne riapre un'altra uguale vicina. Il rischio è che ne fallisca un'altra. Lentamente l'Europa sta cominciando a capire quali possono essere le reali conseguenze delle nuove norme», diceva in una intervista a Repubblica del 20 dicembre 2015 il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco. Parole sante. Anzi sacrosante. Un mese prima le banche italiane quotate a piazza Affari valevano nel complesso 130 miliardi. Di lì a giugno 2016 avrebbero perso il 55% del loro valore arrivando a meno di 60 miliardi. Trascinando al ribasso il nostro mercato azionario del 17%. Quindi una crisi tutta bancaria innescata dall'anticipato dall'azzeramento delle obbligazioni subordinate in Banca Etruria, Banca Marche, Carichieti e Cariferrara. Lo stesso Visco che a maggio del 2015 nelle sue considerazioni finali diceva che «il termine per il recepimento della direttiva sul risanamento e sulla risoluzione delle banche è scaduto alla fine dell'anno scorso; dal 1° gennaio del 2016 dovranno essere introdotte nel nostro ordinamento anche le previsioni sul bail in. È urgente provvedere: non solo per evitare di essere messi in mora dalle istituzioni europee, ma anche perché il recepimento è necessario per garantire la certezza del diritto e consentire alle autorità di esercitare i nuovi compiti con gli strumenti che il legislatore europeo ha loro attribuito». Non da meno l'Associazione bancaria italiana al momento della consultazione pubblica sull'adozione della nuova normativa nel 2012. Tutto riportato in un position paper. Alla domanda «ritenete necessario escludere dal bail in certi tipi di passività (depositi obbligazioni etc) emesse prima di una certa data?», la risposta fu: «No, dovrebbe essere applicato a tutte le passività esistenti, senza distinzioni». La risposta perentoria non è affatto male interpretata, dal momento che subito dopo viene posto il quesito: «Ritenete opportuno un periodo transitorio prima di applicare la normativa?», e l'associazione risponde quasi scocciata: «L'Abi ritiene che non ce ne sia bisogno…». Ora il livello di consapevolezza sulla nocività delle normative europee in materia bancaria è enormemente cambiato anche ai vertici delle più importanti banche. Un altro frutto avvelenato di questo diluvio normativo è il cosiddetto calendar provisioning. In altre parole, la valutazione delle prospettive di recupero del credito deteriorato in una banca potrebbe farlo pure una scimmia. Entro quattro anni il credito non assistito da garanzie deve essere azzerato. In caso di ipoteca si va da sette a nove anni. E nel frattempo i bilanci delle banche sono falcidiati da insostenibili accantonamenti. È «una norma sbagliata» e andrebbe rivista: «Applicata nel post Covid è come una bomba atomica» e determinerebbe «un disastro nel bilancio delle banche, non solo nostre», affermava l'amministratore delegato di Mediobanca, Alberto Nagel, lo scorso 9 settembre. Ma se pensate che il peggio sia passato, beh, vi sbagliate di grosso. Mentre il piddino in servizio effettivo e permanente agogna il terzo pilastro dell'Unione bancaria (la garanzia comune sui depositi) per lenire il dolore di queste ferite, ci pensa l'Eurogruppo a portare tutti sul pianeta terra. Nelle sue conclusioni il presidente irlandese Paschal Donohoe invoca che si adottino di comune accordo misure atte a recidere il legame fra rischio sovrano e rischio bancario. Che vuol dire? Che se oggi le banche possono acquistare titoli di Stato senza limiti (rischio a «ponderazione zero», si dice in gergo), da domani non sarà più così. Altrimenti nessuna garanzia comune. Quindi per le banche acquistare Btp sarà molto più complicato. Quegli stessi Btp più facilmente ristrutturabili grazie alla riforma del Mes appena approvata. Cosa potrebbe andare peggio? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/stretta-rosso-costi-extra-depositi-2649859084.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="diffidate-delle-promesse-smodate" data-post-id="2649859084" data-published-at="1610302662" data-use-pagination="False"> «Diffidate delle promesse smodate» Il conto corrente può essere un vero e proprio ginepraio per il risparmiatore meno esperto. Il costo del denaro in picchiata ha reso infatti i depositi sempre meno redditizi per gli istituti, così le banche, tra scarsa trasparenza e inconsapevolezza dei clienti, le provano tutte per raccogliere qualche euro in più. Per capire come scovare le trappole più comuni, La Verità ne ha parlato con l'avvocato Antonella Nanna, responsabile della Consulta giuridica nazionale di Federconsumatori. Il mercato dei conti correnti sta diventando sempre più una giungla che presenta diverse difficoltà. A cosa bisogna prestare attenzione? «Intanto bisognerebbe leggere tutti i documenti che le banche ci sottopongono. Chiunque di noi abbia aperto una posizione presso un istituto può essere testimone della quantità di moduli da firmare. Indipendentemente dal livello di scolarizzazione, si tratta di documenti spesso poco comprensibili. Di solito il cliente si fida del bancario, legge le carte in maniera sommaria, e poi sottoscrive tutto su indicazione dell'impiegato che gli indica dove firmare. Questo è un grande errore. Spesso non ci si rende conto, ma poi le banche fanno leva su quanto firmato quando ci sono problemi. Per questo è sempre bene leggere tutte le condizioni e tenersi a mente i costi del canone, dei plafond e delle commissioni sui vari tipi di operazione. Le banche più attente alla trasparenza spesso forniscono schemi riassuntivi del contratto che possono rappresentare un grande aiuto per il consumatore inesperto». Perché le banche possono cambiare le condizioni di un conto senza il consenso del cliente? «Gli istituti hanno l'obbligo di mandare una comunicazione con le modifiche al cliente, purtroppo spesso anche solo per posta ordinaria e non tracciata, senza dover firmare un nuovo contratto. La legge prevede che, in caso le modifiche delle condizioni non vengano accettate, il cliente possa recedere dall'accordo e cambiare banca. Il fatto che i metodi di comunicazione possano essere non tracciati o di non immediata reperibilità potrebbe fare pensare che alcune banche giochino sull'inconsapevolezza delle persone per mandare comunicazioni che spesso non vengono aperte. Con la digitalizzazione dei servizi, poi, spesso le comunicazioni vengono mandate attraverso le app e in molti casi questo può rappresentare un limite per i clienti meno avvezzi con le tecnologie. Comunque, la verità è che, nella maggior parte dei casi, il cliente non recede e non cambia conto». Dal primo gennaio di quest'anno, inoltre, sono cambiate le soglie per chi va in rosso con il conto. A cosa bisogna stare attenti con la nuova norma? «Si tratta di una regola che di certo non arriva in un momento felice per le famiglie italiane. L'obiettivo è quello di non agevolare le crisi bancarie e di invitare sempre più le banche a non premettere operazioni rischiose prestando soldi che non rivedranno mai. L'idea alla base è dunque corretta. Il problema sono i limiti molto bassi imposti dalla legge. Sarà difficile che un consumatore, oggi, con questa pandemia, non vada in rosso per più di 100 euro, o che le imprese non vadano in negativo per più di 500. Insieme a questa condizione, il correntista non deve andare in rosso per una cifra superiore superiore all'1% della sua posizione debitoria. Ciò significa che, per fare un esempio, se io ho 100.000 euro di debito suddiviso in 80.000 di mutuo, 10.000 di spese con le carte di credito e 10.000 di finanziamento, io non possa far registrare ritardi sulle varie rate per più di mille euro. Questa condizione deve protrarsi per oltre tre mesi. Ricordiamo, però, che, anche nel caso in cui l'istituto ritenga il cliente “in default", questo non per forza è un motivo sufficiente per iscriverlo nel registro dei cattivi pagatori». C'è poi da controllare bene la Civ, la commissione di istruttoria veloce. Di che si tratta in dettaglio? «Si tratta della commissione che le banche chiedono quando il conto va in rosso. È il pegno che i consumatori pagano per avere la possibilità di andare in negativo. Noi crediamo che si tratti di una vera e propria penale per i correntisti. Vorrei sottolineare che, con i tempi che corrono, per una famiglia con un solo stipendio andare in rosso è purtroppo piuttosto frequente». I conti correnti a zero spese sono quindi solo una chimera? «Bisogna sempre diffidare dalle pubblicità che promettono troppo. Questo vale per i conti correnti così come per i finanziamenti. Molte volte le banche annunciano che il loro tasso di interesse è pari a zero, ma poi si scopre che il Taeg, il tasso annuo effettivo globale, è ben più elevato. Nel caso dei conti correnti, i prodotti a zero spese non esistono. C'è sempre qualche voce che determina dei costi. Basti pensare anche solo al bollo sul conto, tasse che vanno versate allo Stato».
Giorgia Meloni (Ansa)
A margine dell’incontro, il capo di Stato maggiore delle forze armate ucraine, Andriy Gnatov, ha reso noto che Kiev e Washington hanno raggiunto un accordo bilaterale sul futuro sostegno all’esercito ucraino. Nel documento vengono descritte «le modalità di supporto all’Ucraina, alle forze armate, al loro approvvigionamento, alla loro modernizzazione». Nel frattempo, il presidente americano, Donald Trump, ha espresso tutta la sua frustrazione nei confronti dello zar russo: «Non mi entusiasma Putin. Non sono contento. Sta uccidendo troppe persone».
In ogni caso, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, dopo la riunione a Kiev, ha scritto su X: «Il lavoro con i consiglieri continua. Stiamo preparando gli incontri in Europa la prossima settimana» e anche quelli «con gli Stati Uniti». Il prossimo appuntamento, a livello di leader, sarà infatti il 6 gennaio quando è previsto a Parigi il vertice della Coalizione dei Volenterosi. A prendere parte all’incontro sarà anche il presidente del consiglio, Giorgia Meloni.
E in vista del summit di Parigi, Zelensky si è anche sentito telefonicamente con il premier britannico, Keir Starmer, per «discutere i dettagli». Ma non solo: i due hanno anche parlato «della necessità di una giusta decisione riguardo ai proventi congelati derivanti dalla vendita del Chelsea». Si tratta di «2,5 miliardi di sterline che possono e devono contribuire in modo significativo a proteggere le vite umane e sostenere la ripresa dell’Ucraina dopo tutti gli attacchi russi» ha scritto Zelensky su X. Solamente un paio di settimane fa, Starmer ha minacciato l’ex proprietario della squadra di calcio, Roman Abramovich, di ricorrere ad azioni legali qualora l’oligarca russo si rifiuti di donare i proventi della vendita a Kiev. Tornando alla telefonata, una nota di Downing Street ha aggiunto che Zelensky «ha discusso del lavoro in corso per garantire il dispiegamento di una forza multinazionale in Ucraina nei giorni successivi al cessate il fuoco».
Oltre alle trattative di pace, il presidente ucraino prosegue con il rimpasto dopo lo scandalo sulla corruzione: ha proposto l’ex primo ministro Denys Shmyhal, che è stato alla guida del ministero della Difesa per meno di sei mesi, come nuovo ministro dell’Energia e primo viceministro. A prendere il posto di Shmyhal al dicastero della Difesa sarà l’ormai ex ministro alla Transizione digitale, Mykhailo Fedorov. Nel motivare quest’ultima decisione, il leader di Kiev ha dichiarato che Fedorov sarà «in grado di attuare cambiamenti nel settore della difesa» visto che è stato già «profondamente impegnato nel lavoro sui droni». Inoltre, Zelensky ha annunciato su X che cambierà i vertici in cinque regioni, ovvero a «Vinnytsia, Dnipro, Poltava, Ternopil e Chernivtsi».
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Ansa
Arrivano le prime certezze dalla Svizzera. «Tre delle vittime sono italiane. Le famiglie sono state avvertite»: ad annunciarlo, in tarda serata, è stato l’ambasciatore Gian Domenico Cornado. I dispersi sono, dunque, tre. Sempre ieri, infatti, in serata, è stata diffusa la notizia dell’identificazione ufficiale, da parte delle autorità elvetiche, del primo morto italiano nella strage di Crans-Montana: si tratta di Giovanni Tamburi , 16 anni di Bologna, che si aggiunge alla probabile morte del golfista genovese, Emanuele Galeppini, e quella di Chiara Costanzo, 15 anni. È il padre di quest’ultima a spegnere ogni speranza una volta saputo che i feriti non identificati sono tutti maschi.
Una giornata, quella di ieri, scandita dalla rabbia delle famiglie. Una risposta al dolore, la loro, spiegano gli psicologi che li assistono. «È una rabbia legata all’attesa e permette di non sentire il dolore e la tristezza. Una risposta fisiologica» che va compresa «senza controreagire», spiegano gli esperti. E chi li cura aggiunge: «Hanno bisogno di sapere e lo stato di attesa è peggiore di una certezza anche terribile».
Chiunque abbia figli ha provato a immaginare quel dolore, è impossibile, eppure la rabbia non monta solo tra i diretti coinvolti perché iniziano a farsi largo le domande che tutte puntualmente, restano senza risposte. Come è potuto succedere? Di chi sono le responsabilità? Possibile che non si riesca a capire chi è morto e chi è vivo? E nelle stesse ore un’altra penosa polemica ha preso piede nei dibattiti televisivi e sui social. Alcuni, senza che ancora si sia messo un punto all’emergenza e alle identificazioni, ha pensato di giudicare quei ragazzi che, presi dall’ingenuità, nei primi momenti dell’emergenza riprendevano le fiamme. Quasi fosse loro la colpa della loro disgrazia. Mancano le risposte ma manca anche il rispetto.
«L’operazione non è affatto conclusa fino a quando l’ultimo dei nostri ragazzi sarà tornato a casa», ha detto l’assessore al Welfare lombardo, Guido Bertolaso, che sta gestendo l’emergenza. «In questi giorni abbiamo fatto oltre venti voli verso la Svizzera per andare a prendere i ragazzi, 40 ore di volo in condizioni meteorologiche non ottimali e attraversando le Alpi. È un gioco di squadra italiano di cui siamo orgogliosi, e non ci fermiamo qui».
Non solo Milano, anche il Villa Scassi di Genova accoglierà una paziente ferita a Crans-Montana. Si tratterebbe di una persona adulta, non è certo se italiana o straniera. L’arrivo in elicottero è previsto intorno alle 15 di oggi, l’ospedale ha messo a disposizione ulteriori quattro posti letto. I pazienti trasferiti dalla Svizzera al Niguarda di Milano, intanto, sono diventati nove e sono tutti in «buone condizioni cliniche», come riferito nell’ultimo bollettino. Nella tarda mattinata di ieri è arrivata un’altra quindicenne, Sofia. Era ricoverata all’ospedale di Losanna «sicuramente la paziente in questo momento più grave», ha detto Bertolaso. Almeno fino a quando non c’è stato un altro arrivo precedentemente non previsto. Contrariamente a quanto comunicato al mattino, infatti, nel pomeriggio è arrivata nell’ospedale del capoluogo lombardo una nuova paziente. Ha 16 anni, era proveniente da Zurigo ed era stata definita in precedenza «non trasportabile». Si tratta di Francesca, anche lei milanese, considerata la paziente più grave e già operata due volte in Svizzera.
Francesca e Sofia frequentano il liceo Virgilio, con loro ci sono altri due ragazzi coinvolti nella tragedia del locale svizzero, tutti e quattro frequentavano la terza D del liceo di Milano che in questi giorni vive momenti di angoscia. Gli altri due, Leonardo, promessa del calcio e Kean, sono ricoverati in Svizzera e, per il momento, non possono essere trasportati. Erano tutti ospiti nella casa a Crans dei genitori di Francesca. Insieme a loro dovevano partire per la vacanza altri due studenti del Virgilio, due amici anche loro invitati dalla famiglia di Francesca, ma all’ultimo hanno rinunciato al viaggio, uno perché malato. Lo ha confermato all’Ansa il preside dell’istituto, Roberto Garrone: inizialmente, infatti, «dovevano partire in sei».
«Poi ci sono due ragazzi nostri, sembrano essere nostri perché non sono ancora stati identificati con certezza», ha detto Bertolaso in uno degli ultimi punti stampa, «sono i due casi più gravi e si trovano al centro grandi ustioni in Zurigo. Abbiamo la ragionevole speranza che si tratti di due ragazzi italiani ma dobbiamo ancora fare le prove del Dna. Hanno il volto completamente coperto da tutte le medicazioni perché, avendo avuto ustioni sul volto, il primo intervento che hanno fatto i sanitari elvetici è stato quello di curare la parte della faccia e, quindi, non possiamo sciogliere quelle che sono le medicazioni per andare a vedere se si tratta di uno piuttosto che di un altro. Ovviamente sono intubati, quindi non sono in grado di parlare e per cui bisogna attendere la possibilità di una identificazione certa».
Una tragedia per le famiglie, ma per un’intera comunità. Il 7 gennaio riaprirà il Virgilio, così come le altre scuole italiane, ma quegli studenti dovranno affrontare questo terribile trauma. Per questo è stato già predisposto l’arrivo di una squadra di psicologi ha spiegato il preside: «la sera dello stesso giorno probabilmente ci sarà un incontro di supporto dedicato ai docenti e ai genitori con degli specialisti». Storie di vite spezzate, tra chi è morto, chi è sopravvissuto e chi per affetto è vicino a queste vittime, nulla sarà più lo stesso.
Indagati i titolari del locale-trappola. Erano senza licenza per la discoteca
Sono indagati per «omicidio, lesioni personali e incendio a titolo colposo per negligenza» Jessica e Jacques Moretti, i titolari di Le Constellation, il locale nella via centrale di Crans-Montana che, la notte di Capodanno, si è trasformato in una trappola senza scampo per 40 giovani bruciati vivi e altri 121 gravemente feriti.
A dare, finalmente, la notizia - che a dire il vero per le logiche della giustizia italiana risultava scontata, se non addirittura in ritardo rispetto all’enormità della tragedia - è stata la Procura cantonale del Vallese che, due giorni fa, aveva annunciato con una conferenza stampa l’avvio di un inchiesta sulle cause del rogo, causato - ormai con pochi dubbi - dalle candele scintillanti accese sulle bottiglie di champagne e finite troppo vicine al soffitto, ricoperto con materiale fonoassorbente evidentemente non ignifugo. In ossequio alla prudenza svizzera, tuttavia, le stesse autorità, ci hanno tenuto a puntualizzare che «la presunzione di innocenza si applica fino alla pronuncia della condanna definitiva» e che, per il momento, a carico della coppia non sono previste misure cautelari in carcere, né ai domiciliari.
Mentre le ore trascorrono - lentissime per le tante famiglie colpite dalla tragedia - le domande senza risposta, su come e con quali logiche, quel locale, aperto ai più giovani, fosse realmente gestito dalla coppia di corsi, sono sempre più numerose e inquietanti. Le misure di sicurezza evidentemente non adeguate, una porta di uscita sul retro che alcuni soccorritori sostengono di aver trovato chiusa a chiave, l’abitudine consolidata di utilizzare giochi pirotecnici in un seminterrato e quella schiuma insonorizzante a tappezzare il soffitto che ha preso fuoco in un attimo e che lascia, legittimamente, aperti tutti i dubbi possibili sull’adeguatezza degli spazi alle norme antincendio.
Eppure, la chiave per capire come sia possibile che, nella precisa Svizzera, un locale così pericoloso fosse accessibile e frequentato, potrebbe nascondersi proprio nella destinazione d’uso degli spazi, ricavati nei sotterranei del palazzo di Rue Central 35 a Crans-Montana. Le Constellation, infatti, era stato autorizzato con la funzione di bar e non di discoteca e non sarebbe mai dovuto essere adibito a sala da ballo. E, forse, proprio qui, si nasconde l’inghippo.
A rendere nota l’incongruenza è l’agenzia di stampa Agi che è entrata in possesso della visura camerale del locale, nella quale è riportato chiaramente che la licenza riguarda attività di «ristorazione, vendita di bevande e commercio dei vini in generale», senza alcuna menzione ad attività di discoteca. Effettivamente, anche guardando semplicemente ai claim promozionali di Le Constellation, arriva la conferma: la scritta all’esterno del locale indica «longue bar» e «cocktail bar» e anche le recensioni su Tripadvisor, sospese dopo la tragedia, non nominano mai locali da ballo: «Pranzo, cena, aperto fino a tardi, bevande da asporto e al tavolo» sono i servizi promossi sul sito per turisti, e niente altro. Ed è chiaro che le norme di sicurezza per servire un cocktail ad avventori seduti a tavolino non sono le stesse che si applicano ad una serata scatenata in pista con centinaia di adolescenti.
Sotto accusa - soprattutto per chi conosceva la storia del locale - ci sono i lavori di ristrutturazione realizzati nel 2015, a quanto pare, direttamente da Jacques Moretti nel tempo record di 100 giorni, ovvero tre mesi, nei quali l’uomo - lavorando instancabilmente - aveva trasformato il seminterrato abbandonato in uno spazio con il permesso di ospitare fino a 300 persone. «Sono stati fatti tre controlli in dieci anni ed era sempre tutto a posto», ha dichiarato più volte lo stesso Moretti e mentre si spera che i risultati di quei controlli siano già al vaglio degli inquirenti elvetici, resta da capire per quale finalità d’uso degli spazi quei controlli erano stati predisposti.
Per esempio quella schiuma insonorizzante in materiale plastico nero, che rivestiva il soffitto - ben visibile in diverse immagini diffuse sui social e nei video drammatici delle prime fiamme - era stato validato come rivestimento per un tranquillo cocktail bar o era stato ritenuto idoneo anche a ricoprire le pareti di una discoteca? Molte ricostruzioni dell’accaduto riportate sui social dagli avventori abituali di Le Constellation sottolineano la vetustà dello stabile e alcune ipotizzano addirittura che durante la ristrutturazione, avvenuta nel 2015, il vano scale che collega i due piani - il terra e il seminterrato - sia stato ridotto per il posizionamento degli arredi.
Comunque sia, la piantina degli ambienti sembra evidenziare una carenza di uscite soprattutto in relazione al numero di persone ammesse, almeno secondo gli standard del nostro Paese. In Italia, infatti, è obbligatorio. per ottenere il via libera a qualsiasi inaugurazione di attività aperta al pubblico. presentare il «piano di sicurezza» formulato e sottoscritto da esperti che basano le autorizzazioni proprio sul rapporto tra il numero e l’ampiezza delle vie di fuga, la capienza delle persone e il tipo di attività previste.
«Non sono in grado di fare paragoni con l’Italia ma quello che posso dire è che in Italia esistono servizi di vigilanza interna, c’è del personale e non oso immaginare un locale notturno gestito in questo modo nel nostro Paese dove abbiamo procedure molto severe», ha dichiarato l’ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, interpellato sulla questione.
Truffa e squillo nella vita di Jacques
Lui ex carcerato, finito dentro per sfruttamento della prostituzione, lei imprenditrice rampante, figlia - per beffa del destino - di un vigile del fuoco. Sembrano i protagonisti di un brutto film Jaques Moretti e Jessica Maric, i proprietari del locale Le Constellation, nel centro di Crans-Monatana, all’interno del quale hanno perso la vita, arsi vivi, 40 giovanissimi che festeggiavano lì la notte di Capodanno e che non sono riusciti a fuggire dalle fiamme mentre Jessica Maric, presente, è uscita praticamente illesa dal rogo.
A rivelare il passato dell’uomo è il quotidiano Le Parisien che spiega come Moretti, soprannominato «il corso» e originario di Ghisonaccia, un piccolo paese dell’isola francese, oggi 49 anni, non sarebbe affatto uno sconosciuto per il sistema giudiziario francese. L’uomo, tra la metà degli anni Novanta e il 2005, sarebbe stato processato e poi condannato a un periodo di carcere, scontato nelle galere della Savoia, per reati non banali: truffa, sfruttamento della prostituzione e sequestro di persona. Moretti, tuttavia, dopo aver pagato il suo debito con la giustizia, era uscito dal giro tanto che la polizia francese - sempre secondo Le Parisien - lo ritiene un soggetto ormai «lontano dallo spettro della criminalità organizzata».
Pochi anni dopo, l’incontro con Jessica, allora giovane intraprendente con un curriculum di studi di tutto rispetto. Il profilo di Jessica Maric, oggi 40 anni, è quello di una donna benestante a cui la famiglia ha dato la possibilità di formarsi una solida base culturale. Originaria della Corsica, la donna ha vissuto in Costa Azzurra per molti anni e precisamente a Cannes dove il padre, Jean-Paul Maric, è stato vigile del fuoco nel comparto cittadino e lo zio, Jean-Pierre Maric, presidente del comitato municipale degli incendi forestali ad Auribeau-sur-Siagne.
Dopo gli studi superiori in un istituto di Antibes, Jessica ha frequentato l’Università di Glamorgan, nel Galles meridionale, per poi completare la sua formazione all’Università internazionale di Monaco e alla Montpelier Business School in Francia. Tutte esperienze che dovevano prepararla a un futuro nel commercio e nell’impresa. Oltre che sulla formazione di Jessica, tuttavia, la coppia ha, con ogni probabilità, potuto contare anche su solide basi economiche per arrivare a diventare proprietaria di ben tre locali di livello medio alto, in una delle località sciistiche più rinomate dell’arco alpino. L’idea di investire a Crans Montana sarebbe arrivata proprio dopo una vacanza sulla neve e - detto fatto - da quel momento i due avrebbero intrapreso attività a tal punto efficaci da renderli titolari e gestori in pochi anni, oltre che di Le Constellation, aperto nel 2015, anche del bar ristorante Le Senso e del locale Le vieux Chalet, nel Comune di Lens, specializzato nel servire piatti tipici della Corsica.
La coppia che, a quanto risulta, ha un figlio, la residenza in Corsica e una proprietà immobiliare in Costa Azzurra, a Crans-Montana è molto conosciuta ma non sempre di buona fama. Mentre alcuni ricordano la «cattiva reputazione» di Jaques, altri lo definiscono «un gran lavoratore». Su di lui Le Parisien riporta, tra gli altri, un racconto inquietante. Un anziano del posto, che sostiene di conoscere da tempo Moretti, intervistato dal quotidiano francese ha riferito che l’uomo, in una occasione, gli avrebbe chiesto «di portare dei contanti in Corsica nelle sue valigie quando stava programmando una vacanza lì» e che la stessa proposta sarebbe stata avanzata da parte di Moretti anche ad altri del posto.
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Ogni volta che un’area del mondo si infiamma, Bitcoin si ripresenta come l’oro dei tempi moderni, ma senza miniere, senza cave e soprattutto senza bandiere. Non è una valuta, non è un asset rifugio tradizionale, non è nemmeno più una ribellione: è un riflesso del mercato quando la politica decide di alzare la voce. Subito dietro, con passo più lento ma con la solennità di chi sa di essere eterno, arriva l’oro. Che in realtà non arriva: c’era già. L’oro viaggia sui massimi, attorno ai 4.500 dollari l’oncia, e guarda il mondo con l’aria di chi ha già visto imperi cadere, presidenti rovesciati e guerre annunciate come «interventi chirurgici». Gli acquisti sono previsti, attesi, quasi scontati. Perché quando la geopolitica tossisce, l’oro non si ammala: ingrassa. E poi c’è il petrolio, che in queste storie gioca sempre una doppia partita. Nel breve periodo, il copione è noto: tensioni, rischio geopolitico, qualche spunto rialzista. Basta evocare il Venezuela, basta ricordare che lì sotto la terra ci sono le maggiori riserve di greggio del pianeta, per far tremare le quotazioni. Ma attenzione, perché sul lungo periodo il film potrebbe ribaltarsi. Se davvero il petrolio venezuelano dovesse tornare sul mercato in modo strutturale, con volumi significativi, l’effetto potrebbe essere l’opposto: più offerta, più concorrenza, prezzi sotto pressione. Insomma, oggi il petrolio sale per paura, domani potrebbe scendere per abbondanza. È la schizofrenia tipica delle materie prime quando la politica internazionale decide di rimettere mano alla mappa.
Nel frattempo, mentre Bitcoin corre, l’oro brilla e il petrolio tentenna, c’è un settore che ringrazia in silenzio e incassa. È quello della difesa. Perché ogni volta che il mondo si complica, qualcuno deve pur vendere ordine, sicurezza, deterrenza. E possibilmente fatturare. Titoli come Leonardo, Rheinmetall o Fincantieri sono i veri beneficiari di questa confusione globale. Non perché amino la guerra - almeno ufficialmente - ma perché prosperano nella sua possibilità permanente. Non serve il conflitto aperto: basta l’idea, l’ipotesi, il rischio. È il paradosso dei mercati moderni: più cresce l’instabilità, più aumenta il valore di chi promette stabilità armata. Le borse lo sanno, gli investitori anche. E così, mentre i comunicati ufficiali parlano di «preoccupazione» e «monitoraggio della situazione», i listini fanno esattamente l’opposto: scelgono, puntano, scommettono. Alla fine, il blitz Usa su Maduro è l’ennesimo promemoria di una verità scomoda: la geopolitica non è solo diplomazia e carri armati, è anche un gigantesco market mover. E i mercati, come sempre, non giudicano. Reagiscono. Con cinismo, con rapidità, con memoria corta. Oggi Bitcoin, oro e difesa. Domani chissà. Ma una cosa è certa: quando la storia accelera, la finanza non resta mai ferma a guardare. Anzi, corre. E spesso arriva prima.
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