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2025-11-27
Gli stranieri stuprano bambine. La politica litiga sul consenso
(Istock)
Le contraddizioni sono tutte nella voce dell’imputato, un profugo di 29 anni proveniente dal Bangladesh che, poco più di un anno fa, nel centro d’accoglienza di San Colombano di Collio (Brescia), un ex hotel che ospitava una ventina di richiedenti asilo poi definitivamente dismesso, ha violentato una minorenne (di soli dieci anni) mettendola incinta. Ora, davanti al giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Brescia, Valeria Rey, che gli ha concesso il rito abbreviato (procedura che dà diritto allo sconto di un terzo della pena), ammette: «Sono pentito per ciò che ho fatto e ne ho capito la gravità». Ma subito dopo ha tentato di mettere un argine: «Non si è trattato di violenza». La pm, Federica Ceschi, ha chiesto per il profugo, che è in carcere a Cremona dall’ottobre dello scorso anno, accusato di violenza sessuale su minorenne, una condanna a 6 anni e 8 mesi di reclusione, con la concessione delle attenuanti generiche. Una richiesta che è frutto di una combinazione prevista dal codice: la pena base per il reato contestato, la presenza dell’aggravante relativa all’età della vittima, il riconoscimento delle attenuanti generiche e la riduzione di un terzo per l’abbreviato. Il suo difensore, l’avvocato Davide Scaroni, nel corso dell’ultima udienza ha fatto mettere a verbale che l’imputato aveva anche cercato di risarcire la vittima (costituita parte civile e rappresentata dalla mamma) «privandosi di tutto ciò che aveva». I passaggi tecnici la difesa li ha messi in campo tutti: la confessione, prima ancora che le indagini scientifiche certificassero la presenza del Dna dello straniero, il pentimento con dichiarazione in udienza, il risarcimento della parte offesa e la richiesta del rito abbreviato, ma condizionato all’ascolto di due testimoni. E, così, sono stati convocati in aula la direttrice del centro di accoglienza (chiamata a illustrare la disposizione dei locali della struttura nei quali sarebbe stato consumato l’abuso) e l’agente della Questura che si era occupato della copia forense dello smartphone dell’imputato. L’avvocato Scaroni ha chiesto (e ottenuto) anche l’acquisizione dei filmati dalle telecamere di videosorveglianza del circuito interno, che in fase di indagini erano stati acquisiti ma che non erano mai stati depositati. Ora verranno consegnati alla cancelleria del Gup e le parti potranno prenderne visione. Nel fascicolo del pubblico ministero, invece, è contenuta la ricostruzione dei fatti. A fine settembre 2024, nel centro in cui entrambi erano ospiti (la bimba e la mamma sono poi stati trasferiti in un’altra struttura in località protetta), gestito dagli operatori della cooperativa Pianeta Terra (che dopo la vicenda annunciò che avrebbe ospitato solo minorenni e famiglie), dopo che la piccola era stata in ospedale, arriva la polizia. Gli altri migranti hanno subito pensato che si trattasse di indagini su una lite che solo qualche mese prima era scoppiata nei vicoli limitrofi al centro e durante la quale erano volati dei fendenti. Si trattava, invece, di qualcosa di molto più grave. Gli investigatori avevano cominciato a fare domande su quella bimba che era arrivata dall’Africa subsahariana con la madre e che viveva lì da circa un anno. E hanno ricostruito che il suo atteggiamento a un certo punto era cambiato: la mamma l’aveva notata particolarmente «taciturna, triste e apatica». E aveva chiesto aiuto a un’educatrice. Nessuno immaginava cosa stesse succedendo. Perché la piccola si era tenuta tutto dentro. La verità è emersa solo quando i medici degli Spedali Civili l’hanno visitata. È stato allora che hanno trovato i segni inequivocabili dell’abuso e deciso di procedere con un aborto terapeutico. Dal posto di polizia dell’ospedale è partita la segnalazione. Le indagini della Squadra mobile si sono concentrate subito su un unico sospettato, il profugo proveniente dal Bangladesh. Una dozzina di giorni dopo è scattato il fermo disposto dalla Procura. Davanti al gip, però, al momento della convalida, il ventinovenne scelse di fare scena muta, avvalendosi della facoltà di non rispondere. Nel frattempo la testimonianza della bambina veniva raccolta in un’aula protetta del Palazzo di giustizia, con la formula dell’incidente probatorio. Ovvero lo strumento previsto per tutelare i minori durante la raccolta della testimonianza, che assicura l’utilizzabilità della deposizione anche in caso di rito alternativo. È una procedura che ha un peso notevole, perché il giudice ascolta direttamente le parole della persona offesa. E quelle parole entrano nel fascicolo come prova anticipata. Il pentimento e le ammissioni dell’imputato sono arrivati dopo e convivono senza logica con la negazione in aula: «Non c’è stata violenza». L’imputato ha forse voluto sostenere che una bambina di dieci anni fosse consenziente? Una contraddizione difficile da ignorare. La frattura resta aperta, proprio ora che il processo si avvia alle battute finali. «Pene sotto i sette anni sono un messaggio sbagliato per il Paese», ha commentato ieri Christian Garavaglia, capogruppo di Fratelli d’Italia in Consiglio regionale della Lombardia, aggiungendo: «Chi distrugge l’innocenza di una minorenne deve affrontare tutto il peso della legge, senza attenuanti di alcun tipo. È un episodio che scuote nel profondo e che impone una reazione ferma dello Stato». E, anche a nome del suo partito, chiede «che venga applicata la massima severità possibile». Il 13 gennaio è prevista l’udienza durante la quale il giudice si ritirerà in camera di consiglio. Sarà quello il momento in cui la ricostruzione giudiziaria troverà la sua traduzione in una sentenza.
Straniero violenta bimba di sei anni. È il padre di un suo amico di scuola
Follia, devianza, orrore. Ai danni di una bambina di 6 anni. È la notizia che ieri ha sconvolto Pisa dopo il ritrovamento del Dna di un uomo di 23 anni sui vestiti della piccola. L’uomo, straniero, oggi indagato per violenza sessuale su minore, è il padre di un amichetto che la bimba frequentava nei pomeriggi di gioco. Uno scenario di abuso scoperto a partire dai racconti della bambina, dai quali sarebbe emerso che il padre di uno dei suoi amici avrebbe avuto dei comportamenti strani con lei. Parole confuse, frammentate, quasi inconsapevoli, dalle quali è emerso che la piccola non riusciva a comprendere il significato di determinati gesti e comportamenti. Insospettita dai racconti della figlia, inizialmente la madre cerca di approfondire parlando direttamente con l’uomo. Non ottenendo chiarimenti si rivolge a dei sanitari che la indirizzano all’ospedale pediatrico Meyer di Firenze. Qui scatta il «protocollo rosa», percorso previsto nei casi di sospetto abuso su minori. Per chiarire il quadro indiziario, gli approfondimenti investigativi vengono condotti sia dalla squadra mobile di Pisa sia da quella di Firenze, allertata proprio dall’ospedale Meyer che attiva le prime indagini. Nell’ambito degli accertamenti viene svolta anche un’audizione protetta della bambina con l’ausilio di esperti di psicologia infantile, modalità che ha consentito di acquisire la sua testimonianza in un contesto tutelato.
Dagli accertamenti clinici e genetici preliminari necessari a cristallizzare eventuali prove scientifiche, come previsto dalle procedure dedicate ai minori vittime di presunti reati, emergono elementi che la Procura della Repubblica di Pisa ritiene «rilevanti». E così viene subito richiesta una misura cautelare per l’uomo che è stato raggiunto ieri dalla squadra mobile della Questura e portato in carcere. Una misura decisa per garantire il corretto proseguimento delle indagini e tutelare la minore che insieme alla madre è stata affiancata da personale specializzato per un’assistenza psicologica.
Proprio per la delicatezza del caso, fino a ieri le indagini sono state mantenute nel massimo riserbo. Non appena l’esito degli accertamenti di genetica forense hanno permesso di rinvenire tracce del Dna dell’uomo sui vestiti della bimba, il quadro è diventato «grave» e il provvedimento di custodia cautelare è stato subito eseguito.
Inutile dire il contesto di shock della famiglia che a quanto pare, nei confronti del presunto colpevole aveva un rapporto di totale fiducia. La piccola frequentava spesso la sua casa perché giocava con i figli ed era proprio lui a vestire il ruolo dell’ «adulto responsabile» che badava ai bambini nelle ore pomeridiane. Un contesto di familiarità che l’uomo avrebbe invece sfruttato per restare spesso da solo con la piccola e a quanto pare abusare di lei. Inutile dire che la notizia ha scatenato la rabbia dei cittadini e i commenti di chi chiede l’ergastolo o la castrazione chimica rimbalzano sui social.
La denuncia del fatto arriva in un momento particolarmente caldo per le violenze sessuali che da ultimi dati Istat sono in pesante aumento. Se undici anni fa una ragazza tra i 16 e i 24 anni aveva 18 probabilità su 100 di aver subito una violenza sessuale negli ultimi 5 anni, oggi questo rischio sale al 31%, in pratica è quasi raddoppiato. Come ha sintetizzato ieri Luca Ricolfi, questo significa che oggi una ragazza su tre subisce una violenza sessuale nel giro di 5 anni. E le percentuali salgono se dal rischio a breve termine si passa al rischio nell’intera vita. Come se non bastasse, questo caso però pone di fronte ad uno scenario ancora più grave e che va oltre le statistiche e sfocia nella devianza nonché nelle dimensioni della pedofilia. L’altro elemento che si inserisce in un triste e ormai noto trend, è l’origine straniera dell’uomo che va ricordato, al momento è solo indagato. Nonostante gli stranieri rappresentino meno del 10% della popolazione in Italia, gli ultimi dati sui reati evidenziano come siano al centro di 6 arresti su 10. Peraltro, proprio la violenza sessuale è uno dei reati dove la proporzione tra reati commessi da italiani e stranieri, vede un’incidenza a carico di quest’ultimi tra le più pesanti. Il 41% delle denunce li vedono protagonisti.
Proprio ieri, peraltro a ridosso della giornata contro la violenza sulle donne, termine che quasi stride se si pensa che qui la vittima sarebbe addirittura una bambina di 6 anni, il comando provinciale di Pisa ha annunciato di aver intensificato le azioni di contrasto ai reati riconducibili al codice rosso registrando nell’ultimo anno 12 arresti per reati connessi alla violenza domestica, 125 denunce a piede libero, 50 allontanamenti dalla casa familiare. Se il codice rosso riguarda però il percorso giudiziario e normativo, quello «rosa» è in primis una corsia sanitaria di emergenza, non solo per minori ma anche per vittime di violenza in età adulta. Al momento non sono disponibili dati scorporati per fasce d’età ma solo nel 2024 le attivazioni in tutta Italia sono state 250 mila. Dati e cifre che di fronte alla violenza nei confronti di una bimba di 6 anni impallidiscono.
Roma, caccia al quarto aggressore
È caccia al quarto uomo del «branco» che ha violentato una diciottenne a Roma nel parco di Tor Tre Teste, stuprata davanti agli occhi del fidanzato. Dopo l’arresto dei tre stranieri, adesso le forze dell’ordine sono sulle tracce di altri complici e, in particolare, di un quarto uomo. Si tratterebbe di un tunisino che, da quanto si è appreso, potrebbe anche essere scappato all’estero. Sono stati, infatti, potenziati i controlli alla frontiera e all’estero. Potrebbe essere coinvolto pure un quinto straniero. Infatti, dalle testimonianze rese agli inquirenti e da ulteriori riscontri investigativi è emerso che ad aggredire la coppia e a violentare la ragazza lo scorso 25 ottobre sarebbe stato un «branco» formato da «almeno cinque stranieri». I due giovani erano nella loro auto quando il branco si è avvicinato e ha sfondato il finestrino della vettura. La loro intenzione, hanno raccontato i tre arrestati agli inquirenti dopo il fermo, era «solo quella di rubare il cellulare». Ma la vittima della violenza sessuale e il suo fidanzato hanno ricostruito una scena ancora più raccapricciante: la giovane è stata afferrata dal braccio e portata fuori dal veicolo: «Devi venire con noi», le avrebbero urlato gli stranieri. Uno di loro ha poi abusato di lei. Mentre il suo fidanzato, un giovane di 24 anni, guardava tutto. «Mi hanno immobilizzato», ha riferito il fidanzato agli investigatori. Le due vittime hanno raccontato di essere stati brutalmente aggredite e minacciate di morte. Le indagini hanno consentito di accertare che la coppia è stata salvata grazie all’intervento fondamentale di un vigilante in servizio in quella zona che si è accorto subito dell’accaduto. La «guardia» si è precipitata a difendere le vittime, mettendo in fuga il branco. Intanto, restano in carcere i tre fermati martedì: sono già noti alle forze dell’ordine per spaccio di droga nella zona del Quarticciolo.
Le forze dell’ordine sono riuscite a individuare i primi tre componenti del branco pure grazie al riconoscimento fotografico fatto dalle vittime. Due dei tre sono stati rintracciati al Quarticciolo e uno di loro si era tinto i capelli di biondo per non essere riconosciuto e sfuggire alla cattura. Il terzo componente della gang stava scappando a Verona, ma è stato fermato. Si tratta di un tunisino che è stato riconosciuto dalla vittima e ritenuto il responsabile della violenza sessuale. Ma, gli esiti degli esami del dna non hanno confermato che lo stupratore fosse proprio lui. I risultati del dna hanno, però, confermato che i tre arrestati si trovassero in quel luogo avendo trovato tracce compatibili nell’auto dei fidanzati. I tre restano, comunque, in carcere con l’accusa di stupro di gruppo e rapina aggravata. La ragazza, nell’immediatezza dei fatti, era stata soccorsa e portata in ospedale dove le sono state trovate lesioni da rapporto sessuale non consenziente. Non si esclude che se non fosse intervenuto il vigilante e poi la Polizia il branco avrebbe portato a termine uno «stupro di gruppo».
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Nel bresciano un bengalese stupra una bambina di 10 anni. L’episodio avvenuto in un centro per rifugiati. L’uomo ha confessato. Tra rito abbreviato e circostanze a discarico, la pena rischia di essere irrisoria.A Pisa uno straniero violenta bimba di 6 anni. Il «protocollo rosa» è scattato dopo che la piccola ha denunciato strani comportamenti da parte dell’adulto, ritenuto persona di fiducia dalla famiglia. Sugli indumenti della vittima trovate tracce genetiche dell’indagato.Per i fatti di Tor Tre Teste si cerca un tunisino, forse riparato all’estero. I tre fermati hanno precedenti per spaccio. Possibile anche la presenza di un quinto uomo.Lo speciale contiene tre articoli.Le contraddizioni sono tutte nella voce dell’imputato, un profugo di 29 anni proveniente dal Bangladesh che, poco più di un anno fa, nel centro d’accoglienza di San Colombano di Collio (Brescia), un ex hotel che ospitava una ventina di richiedenti asilo poi definitivamente dismesso, ha violentato una minorenne (di soli dieci anni) mettendola incinta. Ora, davanti al giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Brescia, Valeria Rey, che gli ha concesso il rito abbreviato (procedura che dà diritto allo sconto di un terzo della pena), ammette: «Sono pentito per ciò che ho fatto e ne ho capito la gravità». Ma subito dopo ha tentato di mettere un argine: «Non si è trattato di violenza». La pm, Federica Ceschi, ha chiesto per il profugo, che è in carcere a Cremona dall’ottobre dello scorso anno, accusato di violenza sessuale su minorenne, una condanna a 6 anni e 8 mesi di reclusione, con la concessione delle attenuanti generiche. Una richiesta che è frutto di una combinazione prevista dal codice: la pena base per il reato contestato, la presenza dell’aggravante relativa all’età della vittima, il riconoscimento delle attenuanti generiche e la riduzione di un terzo per l’abbreviato. Il suo difensore, l’avvocato Davide Scaroni, nel corso dell’ultima udienza ha fatto mettere a verbale che l’imputato aveva anche cercato di risarcire la vittima (costituita parte civile e rappresentata dalla mamma) «privandosi di tutto ciò che aveva». I passaggi tecnici la difesa li ha messi in campo tutti: la confessione, prima ancora che le indagini scientifiche certificassero la presenza del Dna dello straniero, il pentimento con dichiarazione in udienza, il risarcimento della parte offesa e la richiesta del rito abbreviato, ma condizionato all’ascolto di due testimoni. E, così, sono stati convocati in aula la direttrice del centro di accoglienza (chiamata a illustrare la disposizione dei locali della struttura nei quali sarebbe stato consumato l’abuso) e l’agente della Questura che si era occupato della copia forense dello smartphone dell’imputato. L’avvocato Scaroni ha chiesto (e ottenuto) anche l’acquisizione dei filmati dalle telecamere di videosorveglianza del circuito interno, che in fase di indagini erano stati acquisiti ma che non erano mai stati depositati. Ora verranno consegnati alla cancelleria del Gup e le parti potranno prenderne visione. Nel fascicolo del pubblico ministero, invece, è contenuta la ricostruzione dei fatti. A fine settembre 2024, nel centro in cui entrambi erano ospiti (la bimba e la mamma sono poi stati trasferiti in un’altra struttura in località protetta), gestito dagli operatori della cooperativa Pianeta Terra (che dopo la vicenda annunciò che avrebbe ospitato solo minorenni e famiglie), dopo che la piccola era stata in ospedale, arriva la polizia. Gli altri migranti hanno subito pensato che si trattasse di indagini su una lite che solo qualche mese prima era scoppiata nei vicoli limitrofi al centro e durante la quale erano volati dei fendenti. Si trattava, invece, di qualcosa di molto più grave. Gli investigatori avevano cominciato a fare domande su quella bimba che era arrivata dall’Africa subsahariana con la madre e che viveva lì da circa un anno. E hanno ricostruito che il suo atteggiamento a un certo punto era cambiato: la mamma l’aveva notata particolarmente «taciturna, triste e apatica». E aveva chiesto aiuto a un’educatrice. Nessuno immaginava cosa stesse succedendo. Perché la piccola si era tenuta tutto dentro. La verità è emersa solo quando i medici degli Spedali Civili l’hanno visitata. È stato allora che hanno trovato i segni inequivocabili dell’abuso e deciso di procedere con un aborto terapeutico. Dal posto di polizia dell’ospedale è partita la segnalazione. Le indagini della Squadra mobile si sono concentrate subito su un unico sospettato, il profugo proveniente dal Bangladesh. Una dozzina di giorni dopo è scattato il fermo disposto dalla Procura. Davanti al gip, però, al momento della convalida, il ventinovenne scelse di fare scena muta, avvalendosi della facoltà di non rispondere. Nel frattempo la testimonianza della bambina veniva raccolta in un’aula protetta del Palazzo di giustizia, con la formula dell’incidente probatorio. Ovvero lo strumento previsto per tutelare i minori durante la raccolta della testimonianza, che assicura l’utilizzabilità della deposizione anche in caso di rito alternativo. È una procedura che ha un peso notevole, perché il giudice ascolta direttamente le parole della persona offesa. E quelle parole entrano nel fascicolo come prova anticipata. Il pentimento e le ammissioni dell’imputato sono arrivati dopo e convivono senza logica con la negazione in aula: «Non c’è stata violenza». L’imputato ha forse voluto sostenere che una bambina di dieci anni fosse consenziente? Una contraddizione difficile da ignorare. La frattura resta aperta, proprio ora che il processo si avvia alle battute finali. «Pene sotto i sette anni sono un messaggio sbagliato per il Paese», ha commentato ieri Christian Garavaglia, capogruppo di Fratelli d’Italia in Consiglio regionale della Lombardia, aggiungendo: «Chi distrugge l’innocenza di una minorenne deve affrontare tutto il peso della legge, senza attenuanti di alcun tipo. È un episodio che scuote nel profondo e che impone una reazione ferma dello Stato». E, anche a nome del suo partito, chiede «che venga applicata la massima severità possibile». Il 13 gennaio è prevista l’udienza durante la quale il giudice si ritirerà in camera di consiglio. 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Uno scenario di abuso scoperto a partire dai racconti della bambina, dai quali sarebbe emerso che il padre di uno dei suoi amici avrebbe avuto dei comportamenti strani con lei. Parole confuse, frammentate, quasi inconsapevoli, dalle quali è emerso che la piccola non riusciva a comprendere il significato di determinati gesti e comportamenti. Insospettita dai racconti della figlia, inizialmente la madre cerca di approfondire parlando direttamente con l’uomo. Non ottenendo chiarimenti si rivolge a dei sanitari che la indirizzano all’ospedale pediatrico Meyer di Firenze. Qui scatta il «protocollo rosa», percorso previsto nei casi di sospetto abuso su minori. Per chiarire il quadro indiziario, gli approfondimenti investigativi vengono condotti sia dalla squadra mobile di Pisa sia da quella di Firenze, allertata proprio dall’ospedale Meyer che attiva le prime indagini. Nell’ambito degli accertamenti viene svolta anche un’audizione protetta della bambina con l’ausilio di esperti di psicologia infantile, modalità che ha consentito di acquisire la sua testimonianza in un contesto tutelato.Dagli accertamenti clinici e genetici preliminari necessari a cristallizzare eventuali prove scientifiche, come previsto dalle procedure dedicate ai minori vittime di presunti reati, emergono elementi che la Procura della Repubblica di Pisa ritiene «rilevanti». E così viene subito richiesta una misura cautelare per l’uomo che è stato raggiunto ieri dalla squadra mobile della Questura e portato in carcere. Una misura decisa per garantire il corretto proseguimento delle indagini e tutelare la minore che insieme alla madre è stata affiancata da personale specializzato per un’assistenza psicologica.Proprio per la delicatezza del caso, fino a ieri le indagini sono state mantenute nel massimo riserbo. Non appena l’esito degli accertamenti di genetica forense hanno permesso di rinvenire tracce del Dna dell’uomo sui vestiti della bimba, il quadro è diventato «grave» e il provvedimento di custodia cautelare è stato subito eseguito.Inutile dire il contesto di shock della famiglia che a quanto pare, nei confronti del presunto colpevole aveva un rapporto di totale fiducia. La piccola frequentava spesso la sua casa perché giocava con i figli ed era proprio lui a vestire il ruolo dell’ «adulto responsabile» che badava ai bambini nelle ore pomeridiane. Un contesto di familiarità che l’uomo avrebbe invece sfruttato per restare spesso da solo con la piccola e a quanto pare abusare di lei. Inutile dire che la notizia ha scatenato la rabbia dei cittadini e i commenti di chi chiede l’ergastolo o la castrazione chimica rimbalzano sui social.La denuncia del fatto arriva in un momento particolarmente caldo per le violenze sessuali che da ultimi dati Istat sono in pesante aumento. Se undici anni fa una ragazza tra i 16 e i 24 anni aveva 18 probabilità su 100 di aver subito una violenza sessuale negli ultimi 5 anni, oggi questo rischio sale al 31%, in pratica è quasi raddoppiato. Come ha sintetizzato ieri Luca Ricolfi, questo significa che oggi una ragazza su tre subisce una violenza sessuale nel giro di 5 anni. E le percentuali salgono se dal rischio a breve termine si passa al rischio nell’intera vita. Come se non bastasse, questo caso però pone di fronte ad uno scenario ancora più grave e che va oltre le statistiche e sfocia nella devianza nonché nelle dimensioni della pedofilia. L’altro elemento che si inserisce in un triste e ormai noto trend, è l’origine straniera dell’uomo che va ricordato, al momento è solo indagato. Nonostante gli stranieri rappresentino meno del 10% della popolazione in Italia, gli ultimi dati sui reati evidenziano come siano al centro di 6 arresti su 10. Peraltro, proprio la violenza sessuale è uno dei reati dove la proporzione tra reati commessi da italiani e stranieri, vede un’incidenza a carico di quest’ultimi tra le più pesanti. Il 41% delle denunce li vedono protagonisti. Proprio ieri, peraltro a ridosso della giornata contro la violenza sulle donne, termine che quasi stride se si pensa che qui la vittima sarebbe addirittura una bambina di 6 anni, il comando provinciale di Pisa ha annunciato di aver intensificato le azioni di contrasto ai reati riconducibili al codice rosso registrando nell’ultimo anno 12 arresti per reati connessi alla violenza domestica, 125 denunce a piede libero, 50 allontanamenti dalla casa familiare. Se il codice rosso riguarda però il percorso giudiziario e normativo, quello «rosa» è in primis una corsia sanitaria di emergenza, non solo per minori ma anche per vittime di violenza in età adulta. Al momento non sono disponibili dati scorporati per fasce d’età ma solo nel 2024 le attivazioni in tutta Italia sono state 250 mila. Dati e cifre che di fronte alla violenza nei confronti di una bimba di 6 anni impallidiscono. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/stranieri-stupro-bambine-2674346805.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="roma-caccia-al-quarto-aggressore" data-post-id="2674346805" data-published-at="1764190862" data-use-pagination="False"> Roma, caccia al quarto aggressore È caccia al quarto uomo del «branco» che ha violentato una diciottenne a Roma nel parco di Tor Tre Teste, stuprata davanti agli occhi del fidanzato. Dopo l’arresto dei tre stranieri, adesso le forze dell’ordine sono sulle tracce di altri complici e, in particolare, di un quarto uomo. Si tratterebbe di un tunisino che, da quanto si è appreso, potrebbe anche essere scappato all’estero. Sono stati, infatti, potenziati i controlli alla frontiera e all’estero. Potrebbe essere coinvolto pure un quinto straniero. Infatti, dalle testimonianze rese agli inquirenti e da ulteriori riscontri investigativi è emerso che ad aggredire la coppia e a violentare la ragazza lo scorso 25 ottobre sarebbe stato un «branco» formato da «almeno cinque stranieri». I due giovani erano nella loro auto quando il branco si è avvicinato e ha sfondato il finestrino della vettura. La loro intenzione, hanno raccontato i tre arrestati agli inquirenti dopo il fermo, era «solo quella di rubare il cellulare». Ma la vittima della violenza sessuale e il suo fidanzato hanno ricostruito una scena ancora più raccapricciante: la giovane è stata afferrata dal braccio e portata fuori dal veicolo: «Devi venire con noi», le avrebbero urlato gli stranieri. Uno di loro ha poi abusato di lei. Mentre il suo fidanzato, un giovane di 24 anni, guardava tutto. «Mi hanno immobilizzato», ha riferito il fidanzato agli investigatori. Le due vittime hanno raccontato di essere stati brutalmente aggredite e minacciate di morte. Le indagini hanno consentito di accertare che la coppia è stata salvata grazie all’intervento fondamentale di un vigilante in servizio in quella zona che si è accorto subito dell’accaduto. La «guardia» si è precipitata a difendere le vittime, mettendo in fuga il branco. Intanto, restano in carcere i tre fermati martedì: sono già noti alle forze dell’ordine per spaccio di droga nella zona del Quarticciolo. Le forze dell’ordine sono riuscite a individuare i primi tre componenti del branco pure grazie al riconoscimento fotografico fatto dalle vittime. Due dei tre sono stati rintracciati al Quarticciolo e uno di loro si era tinto i capelli di biondo per non essere riconosciuto e sfuggire alla cattura. Il terzo componente della gang stava scappando a Verona, ma è stato fermato. Si tratta di un tunisino che è stato riconosciuto dalla vittima e ritenuto il responsabile della violenza sessuale. Ma, gli esiti degli esami del dna non hanno confermato che lo stupratore fosse proprio lui. I risultati del dna hanno, però, confermato che i tre arrestati si trovassero in quel luogo avendo trovato tracce compatibili nell’auto dei fidanzati. I tre restano, comunque, in carcere con l’accusa di stupro di gruppo e rapina aggravata. La ragazza, nell’immediatezza dei fatti, era stata soccorsa e portata in ospedale dove le sono state trovate lesioni da rapporto sessuale non consenziente. Non si esclude che se non fosse intervenuto il vigilante e poi la Polizia il branco avrebbe portato a termine uno «stupro di gruppo».
Idris Elba (Ansa)
Il naso lungo e dritto scendeva fino a un labbro superiore corto, sotto il quale c’era una bocca larga e finemente disegnata ma crudele. La linea della mascella era dritta e ferma». Così Ian Fleming descrive James Bond in Dalla Russia con amore. È la prima volta che appare, così nel dettaglio, il viso di 007. Un uomo qualunque, tanto che lo scrittore britannico aveva deciso di battezzarlo con il nome di un ornitologo. Non appariscente, quindi. Un uomo con un volto e un fisico normali. Che passa inosservato, o quasi, come si conviene a un agente segreto. Più simile al primo attore che lo ha impersonificato, Sean Connery, che all’ultimo, Daniel Craig.
Ma adesso che anche Craig è uscito di scena, chi lo sostituirà? Qualcuno ha proposto una donna, del resto già intravista in No time to die. «È solo un numero», risponde Lashana Lynch a un esterrefatto Craig dopo che quest’ultimo è venuto a sapere che non è più lui 007, ma lei. Qualcun altro, invece, ha fatto il nome di un attore afro, Idris Elba, il quale però ha messo le cose in chiaro in un’intervista concessa a Gq: «Bond è talmente irreale che un pizzico di realismo ci sta bene, ma non cerchiamo di renderlo politicamente corretto. Credo che si debba rimanere fedeli alla propria essenza. Non bisogna cercare di assecondare i gusti del pubblico. Bisogna essere semplicemente Bond».
Non ci sarà quindi, almeno secondo Elba, alcun 007 afro. E neppure politicamente corretto. Anche perché non avrebbe senso. Il personaggio inventato da Fleming, infatti, è un bianco squisitamente britannico. Un uomo disposto a rischiare la pelle per la regina e per quel che resta dell’impero britannico. E il cui profilo, già nei primi film, è stato parecchio ammorbidito. Su Bond, infatti, Fleming ha riversato tutto sé stesso. Le proprie paure, le proprie passioni. E pure le proprie perversioni. Nei libri è addirittura un sadico, proprio come il suo inventore. Indossa vestiti su misura, realizzati dai migliori sarti di Londra. Beve il Vesper Martini in onore della donna che ha amato, Vesper Lynd appunto, e che gli è stata strappata («la puttana è morta», dirà alla fine di Casinò royale, mentre invece stava morendo dentro lui). Nei romanzi si parla di cocktail e di buon vino, ma non si fa mai riferimento alla birra, che pure appare in uno degli ultimi film, il già citato No time to die, ma solo per una questione di pubblicità (povero James, costretto a sorseggiare con la bottiglia verde in bella vista pur di campare). C’è tanto caviale su pane tostato e ideali ormai vecchi e sepolti. C’è un uomo che è ben lontano dalla figura del super eroe che emerge dai film. Soffre di accidia, si abbatte ed è ferito più volte. Viene addirittura spedito in un centro per disintossicarsi di tutto il cibo e i drink che ha nel corpo ed è costretto a bere strani intrugli dietetici. E infine, dopo essersi innamorato, pensa addirittura di smettere di fare l’agente segreto. Bond è tutto questo. Un personaggio della letteratura inglese del Dopoguerra. E ne conserva i dolori e le speranze. È figlio dei bombardamenti su Londra e della noia di Fleming, l’uomo che voleva essere James Bond.
Sbagliava il personaggio della Lynch a dire, in No time to die, che 007 è solo un numero. È un pezzo di storia britannica. Un brandello di Union Jack che si ostina a resistere, anche se rovinato dal tempo.
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Franco Prodi (Imagoeconomica)
Oppure quando, per fronteggiare alcune crisi degli anni Settanta, nonché l’abbandono del nucleare, si costruirono alcune centrali a policombustibile che, con semplici modifiche ai bruciatori, avrebbero potuto generare elettricità da questo o quel combustibile (gas naturale, petrolio, carbone), a seconda della convenienza, e poi, arrivò la sinistra e dispose ogni impedimento per l’uso del carbone? Scelte scriteriate che ogni tanto si fanno a casa nostra, direte. D’accordo sullo «scriteriate», un po’ meno su «ogni tanto», ché l’elenco è ben lungo. Ecco un altro esempio fresco di questi giorni: per misteriosi motivi la Regione Puglia sta smantellando un modernissimo sistema di radar che avrebbe giovato al monitoraggio degli eventi meteorologici. Il che è tanto più misterioso, posto che quelli che stanno commettendo il delitto sono gli stessi che piangono perché non si fa abbastanza per contrastare quegli eventi. Quei radar li aveva predisposti il professor Franco Prodi.
Professor Prodi, alla Regione Puglia stanno rottamando alcuni radar di avanzato livello tecnologico che lei stesso aveva voluto. È così?
«Sì, è così. La fisica dell’Atmosfera è centrale nel sistema clima, ma studia anche il meteo e i sistemi di precipitazione. Lo strumento principale della ricerca sperimentale è il radar meteorologico. Era il 2010 quando preparavo un progetto in risposta ad un bando della Regione Puglia su fondi europei. Il progetto si chiamava “Rivona. Rischi per il volo e nowcasting aeroportuale”, e risultò vincitore del bando. Tra il 2012 e il 2014, realizzammo quanto il progetto prometteva: installazione di due radar meteorologici di avanzate caratteristiche, collocati a distanza ottimale dall’aeroporto di Brindisi (a Torchiarolo e a Mesagne), su direzioni a 90 gradi fra loro, multiparametrici, Doppler e sincronizzabili».
Cosa ci facevate con quei radar?
«Per esempio, col radar basato in Torchiarolo studiammo i temporali e i sistemi precipitanti, e presentammo interessanti risultati alle conferenze di radarmeteorologia a Breckenridge (Colorado) e a Norman (Oklahoma)».
Per quanto tempo sono stati utilizzati?
«Non per molto. Per ragioni misteriose, sebbene fino al 2010 io avessi diretto l’Isac (Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima) del Cnr, decisero di assegnare quelle apparecchiature radar ai ricercatori della sezione di Roma dell’Isac, fino ad allora totalmente estranei al progetto stesso. Purtroppo, questi si rivelarono presto incapaci di gestire quelle strumentazioni - e non posso dargliene una colpa, visto che non l’avevano progettato loro - tanto che dalla data del loro coinvolgimento dal radar di Torchiarolo non uscì più alcuna immagine».
E l’altro radar, quello di Mesagne?
«Sebbene noi lo avessimo consegnato completato, esso non fu mai neanche attivato, per la stessa ragione per la quale l’altro fu messo da parte».
Le conseguenze?
«Anche se il mio gruppo aveva disegnato specificatamente il progetto per la sicurezza dei voli, quei radar e i metodi della radarmeteorologia avrebbero avuto ricadute benefiche importanti in tutti gli altri settori, nella gestione dei rischi meteorologici (alluvioni, temporali distruttivi e grandine), in agricoltura per l’irrigazione, nella gestione dei bacini idroelettrici, nel traffico terrestre, marittimo e ferroviario».
E oggi cosa sta succedendo?
«Un fatto gravissimo. Utilizzando fondi del Pnrr, la Regione Puglia, attraverso la cessione in comodato dell’area di Torchiarolo, sta consentendo l’installazione, da parte della Protezione civile regionale, di un radar di caratteristiche inferiori al radar esistente. Sembrerebbe per restare nei tempi di scadenza (fine giugno) previsti per l’utilizzo di quei fondi Pnrr. In pratica, pur di spendere denaro pubblico disponibile, si sta ignorando che attrezzatura migliore di quella che si vorrebbe installare nuova esiste già».
Ma non avrebbero potuto installare il nuovo radar in altra zona e continuare a beneficiare di quelli più avanzati che esistono già?
«Esatto. Il radar della Protezione civile potrebbe tuttora essere installato in altra località. Una adatta potrebbe essere Grottaglie: la Regione avrebbe tre radar e non commetterebbe il delitto di rottamarne due che sono di grande valore tecnico-scientifico».
Da quel che capisco, chi li ha avuti in carico non sembra sappia usarli. Ma i proprietari dei radar avanzati non hanno battuto ciglio?
«Il proprietario è il Cnr, ma a quanto pare la direzione Isac-Cnr ha preferito subire l’umiliazione. Ed è un’umiliazione alla scienza in generale, cosa cui ormai siamo abituati da quando i decisori politici, soprattutto quelli locali brillano di insipienza. Pensi che hanno venduto la cosa all’opinione pubblica come un miglioramento del progetto che stanno smantellando».
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