True
2022-06-27
Il Judo arriva in Italia con la spedizione contro i «Boxer». Oggi lo praticano in 120.000
True
Il fondatore del Judo Jigoro Kano durante una dimostrazione nel 1933 (Getty Images)
I primi contatti tra gli italiani e quella che veniva allora chiamata la «lotta giapponese» avvennero all’alba del ventesimo secolo. Il luogo dell’incontro fu la Cina degli anni successivi alla rivolta dei «Boxer», alla cui repressione partecipò un contingente militare internazionale. L’Italia di Luigi Pelloux, primo ministro di estrazione militare già eroe di Porta Pia, inviò un corpo di spedizione della Regia Marina. Al termine delle ostilità all’Italia fu assegnato il controllo sulla Concessione di Tientsin dove i marinai italiani vennero a contatto con i colleghi giapponesi che praticavano una lotta particolare chiamata ju-jitsu. La curiosità per quell’arte marziale ignota agli uomini di marina italiani spinse l’allora ministro Carlo Mirabello ad approfondire la conoscenza di quella lotta dura e al contempo armoniosa attraverso i suoi uomini a Tientsin. Le prime lezioni ai militari italiani avvennero a bordo dell' incrociatore della Regia Marina «Marco Polo» nel 1906. Non sapevano, quei giovani uomini di mare, che le mosse che stavano imparando da un maestro giapponese trovato a Shanghai di quella disciplina venuta da lontano risalivano al 230 a.C. Le cronache imperiali giapponesi riportano storie di mitici incontri tra campioni dell’«arte della cedevolezza» (traduzione delle parole ju-jitsu). Nascosta tra storia e leggenda, l’origine del ju-jitsu si farebbe risalire alle osservazioni di un medico giapponese il quale, durante un viaggio in Cina per studiare i punti vitali del corpo allo scopo di migliorare le tecniche di rianimazione, notò che a differenza degli alberi più robusti i cui rami si spezzavano per il peso della neve caduta su di essi, quelli dei salici flessuosi assecondavano il peso e, flettendosi sinuosamente, se ne liberavano rimanendo intatti. Da qui sarebbe nato il principio basilare del Ju-jitsu (e in seguito del Judo), vale a dire lo sfruttamento della forza e della massa dell’avversario a scopo di difesa. La data ufficiale della nascita del Judo è l’anno 1882. In quell’anno Jigoro Kano, uno studente universitario appassionato di arti marziali antiche e ormai in declino nel giappone aperto alla cultura occidentale, elaborò i segreti del Ju-jitsu trasformandoli in quello che diventerà l’arte marziale ancora oggi praticata in tutto il mondo, il Ju-do o la «via dell’adattabilità». La nuova disciplina insegnata nella sua palestra Kodokan, seppur osteggiata dai seguaci della antica tradizione Ju-jitsu, si fece largo nelle scuole di tutto il Giappone e tra gli uomini della Marina imperiale. A partire dagli anni Venti Jigoro Kano, ormai famoso in Patria, iniziò una lunga tournée in Europa per divulgare la conoscenza del nuovo «Kodokan (metodo) Ju-do».
Mentre il maestro Kano perfezionava le tecniche (kata e go-kyo) nella sua scuola di Tokyo, sulla nave «Vesuvio» ancorata nel porto di Shanghai il marinaio Carlo Oletti si innamorava della nuova disciplina conosciuta grazie ai marinai giapponesi e iniziava lo studio del Judo . Trasferitosi in Giappone, Oletti fu il primo italiano a raggiungere il traguardo del 1°dan, grado superiore dopo il conseguimento della cintura nera. Rientrato in Italia dopo la Grande Guerra, fu trasferito alla scuola militare di educazione fisica di Roma, dove il Judo approdò come insegnamento.
Soltanto sette anni più tardi, nel luglio 1928, Jigoro Kano fece visita a Roma. E lo fece quasi di sorpresa, proveniente da Parigi, informato di un’interessante iniziativa sportiva da Harukichi Shimoi, un intellettuale giapponese amico di Gabriele d’Annunzio da anni residente in Italia. Alla Associazione Sportiva Trastevere il giornale futurista «L’Impero» aveva organizzato per la prima volta una competizione di Judo aperta al pubblico e Jigoro Kano volle essere presente alla «prima» italiana di quella disciplina di cui era maestro universale. Il maestro di cerimonia naturalmente fu Carlo Oletti, che illustrò i princìpi del Judo agli spettatori. Sul tatami, il tappetino di gara, anche un maestro giapponese, Mata Katsumori. Prima della kermesse, i cronisti raggiunsero il maestro Kano all’Hotel Royal e lo intervistarono, riuscendo a mettere nero su bianco per bocca di chi lo aveva inventato i fondamenti sportivi, intellettuali e spirituali del Judo. Un’arte - a detta di Kano - «che non ha solamente lo scopo di educare il corpo, ma vuole plasmare moralmente ed intellettualmente l’individuo per formarne un ottimo cittadino». (L’Impero n.160-1928).
Jigoro Kano tornerà in Italia nel 1934 quando il Judo, pur non essendo diventato uno sport popolare, sarà sempre più diffuso nelle scuole militari italiane, tra le quali si distinse quella dell’Arma dei Carabinieri. Tra i militari della Legione Allievi primeggiò nella pratica del Judo il maresciallo Pierino Zerella, campione assoluto negli anni Venti. Jigoro Kano fece in quell'occasione visita alle società sportive che praticavano l’arte marziale da lui fondata nel 1882. Allo scoppio della guerra, il Judo ebbe una decisa battuta d’arresto, per riprendersi soltanto agli inizi degli anni Sessanta, quando in Italia apriranno numerose palestre dedicate all’arte marziale che nel 1964 in via sperimentale fu ammessa ai giochi olimpici, per poi essere confermata definitivamente ai tragici giochi olimpici di Monaco 1972, terminati con l’assalto dei terroristi palestinesi al villaggio olimpico. All’olimpiade successiva, quella che si svolse a Montreal nel 1976, la nazionale italiana di Judo centrò terzo posto grazie a Felice Mariani. Ezio Gamba, bresciano del gruppo sportivo dei Carabinieri troverà l'oro nelle tormentate olimpiadi di Mosca del 1980, per partecipare alle quali lo sportivo dovette congedarsi dall'Arma a causa del boicottaggio contro gli organizzatori sovietici dopo l'invasione dell'Afghanistan. Gamba vinse ai punti in una finale emozionante contro il britannico Neil Adams, un trionfo che portò il primo oro olimpico nella storia del Judo Italiano. Nel 1984 a Los Angeles Ezio Gamba si ripeterà: la medaglia d'argento arriverà dopo la sconfitta in finale contro il coreano Byeong Keun Ahn. La carriera di Gamba proseguirà fino alle Olimpiadi di Seoul 1988, terminate le quali annunciò il ritiro per iniziare una lunga e proficua carriera da allenatore. Proprio nel paese che lo vide indossare la medaglia d'oro, la Russia, il judoka italiano divenne un mito. Già allenatore della nazionale italiana fino al 2004 e per un periodo coach della delegazione africana, Gamba dal 2009 è stato allenatore della nazionale della Federazione russa. Per i successi collezionati fu insignito della nazionalità russa per mano di Vladimir Putin, presidente cintura nera di Judo, il quale più volte si allenò con il judoka bresciano. Con l'invasione dell'Ucraina Ezio Gamba ha rassegnato le proprie dimissioni.
Tra i campioni che hanno reso grande l'Italia del Judo, uomini e donne. Nel palmarès della Federazione Italiana Judo, Lotta Karate e Arti Marziali (Fijlkam) troviamo Alessandra Giungi (bronzo a Seoul 1988), Emanuela Pierantozzi (argento a Barcellona 1992), Girolamo Giovinazzo (argento ad Atlanta 1996 e bronzo a Sydney 2000), Ylenia Scapin (due bronzi a Atlanta 1996 e Sydney 2000). E poi Giuseppe Maddaloni (oro a Sydney 2000), Lucia Morico (oro ad Atene 2004).
L'arte marziale fondata da Jigoro kano ebbe seguito anche tra le celebrità dello spettacolo. Tra i vip che si sono dedicati al Judo anche ad alti livelli ricordiamo l'attore Peter Sellers (che fu presidente della Judo Society di Londra), Chuck Norris (cintura nera conseguita in Corea durante il servizio militare). Tra i musicisti Simon Le Bon e la moglie Yasmin. Tar i politici, oltre al già citato Vladimir Putin, anche il presidente Usa Theodore Roosevelt, il primo politico a cimentarsi nell'arte marziale giapponese. Alberto II di Monaco è cintura nera 1°Dan. Pierre Trudeau, già premier canadese e padre di Justin addirittura cintura nera 2°Dan.
I numeri del judo in Italia: 120.000 atleti e 3.000 insegnanti tecnici

iStock
Si chiama Fijlkam e da ben 120 anni, quando fu fondata il 18 gennaio 1902 a Milano dal marchese Luigi Monticelli Obizzi, gestisce e si occupa dell'organizzazione in Italia di judo, lotta, karate e arti marziali. Si tratta di una delle federazioni sportive più antiche del nostro Paese che per i primi anni si occupava per lo più di lotta greco-romana e sollevamento pesi, per poi estendere la propria competenza anche alle numerose arti marziali, tra cui appunto il judo. Altre discipline che fanno parte della Fijkam, sono l'aikidō, un'arte marziale giapponese praticata sia a mani nude che con le tipiche armi bianche del budō, la via marziale giapponese, come ken, jō e tantō, rispettivamente spada, bastone e pugnale; il jujutsu, o jujitsu per dirla alla occidentale, il sumo e anche le tanto discusse arti marziali miste (Mma).
Queste discipline sono sempre state protagoniste nelle varie edizioni dei Giochi olimpici: 44 medaglie complessive, suddivise in 13 ori, 11 argenti e 20 bronzi. Un medagliere comunque di tutto rispetto che va a superare quota 1.000 se si contano mondiali, europei e Giochi del Mediterraneo. Per quanto riguarda il judo, l'Italia ha vinto quattro volte la medaglia d'oro alle Olimpiadi: a Mosca 1980 con Ezio Gamba nei 65-71 chilogrammi pesi leggeri; a Sydney 2000 con Giuseppe Maddaloni nei 66-73 chilogrammi pesi leggeri; a Pechino 2008 con Giulia Quintavalle nella categoria 57 chilogrammi; e a Rio de Janeiro 2016 con Fabio Basile nei 60-66 chilogrammi pesi medio leggeri. Agli ultimi Giochi di Tokyo 2020, andati in scena nel 2021 per il rinvio causato dalla pandemia, i nostri colori hanno portato a casa due medaglie di bronzo, con Odette Giuffrida nei 52 chilogrammi pesi medio leggeri e Maria Centracchio nei 63 chilogrammi medio leggeri.
Anche grazie a questi risultati conseguiti dagli atleti italiani nelle varie manifestazioni internazionali, il judo può contare su una base e un bacino di utenza sempre più consistente: in Italia a oggi si contano, infatti, circa 120.000 atleti che praticano questa disciplina, oltre 3.000 insegnanti tecnici e altrettante società affiliate alla federazione.
Continua a leggereRiduci
Il Judo in Italia: un’arte marziale venuta dal mare. Le prime lezioni ai militari italiani avvennero a bordo dell' incrociatore della Regia Marina «Marco Polo» nel 1906.Lungo la Penisola si contano circa 120.000 atleti, oltre 3.000 insegnanti tecnici e altrettante società affiliate alla federazione.Lo speciale contiene due articoli.I primi contatti tra gli italiani e quella che veniva allora chiamata la «lotta giapponese» avvennero all’alba del ventesimo secolo. Il luogo dell’incontro fu la Cina degli anni successivi alla rivolta dei «Boxer», alla cui repressione partecipò un contingente militare internazionale. L’Italia di Luigi Pelloux, primo ministro di estrazione militare già eroe di Porta Pia, inviò un corpo di spedizione della Regia Marina. Al termine delle ostilità all’Italia fu assegnato il controllo sulla Concessione di Tientsin dove i marinai italiani vennero a contatto con i colleghi giapponesi che praticavano una lotta particolare chiamata ju-jitsu. La curiosità per quell’arte marziale ignota agli uomini di marina italiani spinse l’allora ministro Carlo Mirabello ad approfondire la conoscenza di quella lotta dura e al contempo armoniosa attraverso i suoi uomini a Tientsin. Le prime lezioni ai militari italiani avvennero a bordo dell' incrociatore della Regia Marina «Marco Polo» nel 1906. Non sapevano, quei giovani uomini di mare, che le mosse che stavano imparando da un maestro giapponese trovato a Shanghai di quella disciplina venuta da lontano risalivano al 230 a.C. Le cronache imperiali giapponesi riportano storie di mitici incontri tra campioni dell’«arte della cedevolezza» (traduzione delle parole ju-jitsu). Nascosta tra storia e leggenda, l’origine del ju-jitsu si farebbe risalire alle osservazioni di un medico giapponese il quale, durante un viaggio in Cina per studiare i punti vitali del corpo allo scopo di migliorare le tecniche di rianimazione, notò che a differenza degli alberi più robusti i cui rami si spezzavano per il peso della neve caduta su di essi, quelli dei salici flessuosi assecondavano il peso e, flettendosi sinuosamente, se ne liberavano rimanendo intatti. Da qui sarebbe nato il principio basilare del Ju-jitsu (e in seguito del Judo), vale a dire lo sfruttamento della forza e della massa dell’avversario a scopo di difesa. La data ufficiale della nascita del Judo è l’anno 1882. In quell’anno Jigoro Kano, uno studente universitario appassionato di arti marziali antiche e ormai in declino nel giappone aperto alla cultura occidentale, elaborò i segreti del Ju-jitsu trasformandoli in quello che diventerà l’arte marziale ancora oggi praticata in tutto il mondo, il Ju-do o la «via dell’adattabilità». La nuova disciplina insegnata nella sua palestra Kodokan, seppur osteggiata dai seguaci della antica tradizione Ju-jitsu, si fece largo nelle scuole di tutto il Giappone e tra gli uomini della Marina imperiale. A partire dagli anni Venti Jigoro Kano, ormai famoso in Patria, iniziò una lunga tournée in Europa per divulgare la conoscenza del nuovo «Kodokan (metodo) Ju-do». Mentre il maestro Kano perfezionava le tecniche (kata e go-kyo) nella sua scuola di Tokyo, sulla nave «Vesuvio» ancorata nel porto di Shanghai il marinaio Carlo Oletti si innamorava della nuova disciplina conosciuta grazie ai marinai giapponesi e iniziava lo studio del Judo . Trasferitosi in Giappone, Oletti fu il primo italiano a raggiungere il traguardo del 1°dan, grado superiore dopo il conseguimento della cintura nera. Rientrato in Italia dopo la Grande Guerra, fu trasferito alla scuola militare di educazione fisica di Roma, dove il Judo approdò come insegnamento. Soltanto sette anni più tardi, nel luglio 1928, Jigoro Kano fece visita a Roma. E lo fece quasi di sorpresa, proveniente da Parigi, informato di un’interessante iniziativa sportiva da Harukichi Shimoi, un intellettuale giapponese amico di Gabriele d’Annunzio da anni residente in Italia. Alla Associazione Sportiva Trastevere il giornale futurista «L’Impero» aveva organizzato per la prima volta una competizione di Judo aperta al pubblico e Jigoro Kano volle essere presente alla «prima» italiana di quella disciplina di cui era maestro universale. Il maestro di cerimonia naturalmente fu Carlo Oletti, che illustrò i princìpi del Judo agli spettatori. Sul tatami, il tappetino di gara, anche un maestro giapponese, Mata Katsumori. Prima della kermesse, i cronisti raggiunsero il maestro Kano all’Hotel Royal e lo intervistarono, riuscendo a mettere nero su bianco per bocca di chi lo aveva inventato i fondamenti sportivi, intellettuali e spirituali del Judo. Un’arte - a detta di Kano - «che non ha solamente lo scopo di educare il corpo, ma vuole plasmare moralmente ed intellettualmente l’individuo per formarne un ottimo cittadino». (L’Impero n.160-1928). Jigoro Kano tornerà in Italia nel 1934 quando il Judo, pur non essendo diventato uno sport popolare, sarà sempre più diffuso nelle scuole militari italiane, tra le quali si distinse quella dell’Arma dei Carabinieri. Tra i militari della Legione Allievi primeggiò nella pratica del Judo il maresciallo Pierino Zerella, campione assoluto negli anni Venti. Jigoro Kano fece in quell'occasione visita alle società sportive che praticavano l’arte marziale da lui fondata nel 1882. Allo scoppio della guerra, il Judo ebbe una decisa battuta d’arresto, per riprendersi soltanto agli inizi degli anni Sessanta, quando in Italia apriranno numerose palestre dedicate all’arte marziale che nel 1964 in via sperimentale fu ammessa ai giochi olimpici, per poi essere confermata definitivamente ai tragici giochi olimpici di Monaco 1972, terminati con l’assalto dei terroristi palestinesi al villaggio olimpico. All’olimpiade successiva, quella che si svolse a Montreal nel 1976, la nazionale italiana di Judo centrò terzo posto grazie a Felice Mariani. Ezio Gamba, bresciano del gruppo sportivo dei Carabinieri troverà l'oro nelle tormentate olimpiadi di Mosca del 1980, per partecipare alle quali lo sportivo dovette congedarsi dall'Arma a causa del boicottaggio contro gli organizzatori sovietici dopo l'invasione dell'Afghanistan. Gamba vinse ai punti in una finale emozionante contro il britannico Neil Adams, un trionfo che portò il primo oro olimpico nella storia del Judo Italiano. Nel 1984 a Los Angeles Ezio Gamba si ripeterà: la medaglia d'argento arriverà dopo la sconfitta in finale contro il coreano Byeong Keun Ahn. La carriera di Gamba proseguirà fino alle Olimpiadi di Seoul 1988, terminate le quali annunciò il ritiro per iniziare una lunga e proficua carriera da allenatore. Proprio nel paese che lo vide indossare la medaglia d'oro, la Russia, il judoka italiano divenne un mito. Già allenatore della nazionale italiana fino al 2004 e per un periodo coach della delegazione africana, Gamba dal 2009 è stato allenatore della nazionale della Federazione russa. Per i successi collezionati fu insignito della nazionalità russa per mano di Vladimir Putin, presidente cintura nera di Judo, il quale più volte si allenò con il judoka bresciano. Con l'invasione dell'Ucraina Ezio Gamba ha rassegnato le proprie dimissioni. Tra i campioni che hanno reso grande l'Italia del Judo, uomini e donne. Nel palmarès della Federazione Italiana Judo, Lotta Karate e Arti Marziali (Fijlkam) troviamo Alessandra Giungi (bronzo a Seoul 1988), Emanuela Pierantozzi (argento a Barcellona 1992), Girolamo Giovinazzo (argento ad Atlanta 1996 e bronzo a Sydney 2000), Ylenia Scapin (due bronzi a Atlanta 1996 e Sydney 2000). E poi Giuseppe Maddaloni (oro a Sydney 2000), Lucia Morico (oro ad Atene 2004). L'arte marziale fondata da Jigoro kano ebbe seguito anche tra le celebrità dello spettacolo. Tra i vip che si sono dedicati al Judo anche ad alti livelli ricordiamo l'attore Peter Sellers (che fu presidente della Judo Society di Londra), Chuck Norris (cintura nera conseguita in Corea durante il servizio militare). Tra i musicisti Simon Le Bon e la moglie Yasmin. Tar i politici, oltre al già citato Vladimir Putin, anche il presidente Usa Theodore Roosevelt, il primo politico a cimentarsi nell'arte marziale giapponese. Alberto II di Monaco è cintura nera 1°Dan. Pierre Trudeau, già premier canadese e padre di Justin addirittura cintura nera 2°Dan. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/storia-del-judo-2657559260.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-numeri-del-judo-in-italia-120-000-atleti-e-3-000-insegnanti-tecnici" data-post-id="2657559260" data-published-at="1656152061" data-use-pagination="False"> I numeri del judo in Italia: 120.000 atleti e 3.000 insegnanti tecnici iStock Si chiama Fijlkam e da ben 120 anni, quando fu fondata il 18 gennaio 1902 a Milano dal marchese Luigi Monticelli Obizzi, gestisce e si occupa dell'organizzazione in Italia di judo, lotta, karate e arti marziali. Si tratta di una delle federazioni sportive più antiche del nostro Paese che per i primi anni si occupava per lo più di lotta greco-romana e sollevamento pesi, per poi estendere la propria competenza anche alle numerose arti marziali, tra cui appunto il judo. Altre discipline che fanno parte della Fijkam, sono l'aikidō, un'arte marziale giapponese praticata sia a mani nude che con le tipiche armi bianche del budō, la via marziale giapponese, come ken, jō e tantō, rispettivamente spada, bastone e pugnale; il jujutsu, o jujitsu per dirla alla occidentale, il sumo e anche le tanto discusse arti marziali miste (Mma).Queste discipline sono sempre state protagoniste nelle varie edizioni dei Giochi olimpici: 44 medaglie complessive, suddivise in 13 ori, 11 argenti e 20 bronzi. Un medagliere comunque di tutto rispetto che va a superare quota 1.000 se si contano mondiali, europei e Giochi del Mediterraneo. Per quanto riguarda il judo, l'Italia ha vinto quattro volte la medaglia d'oro alle Olimpiadi: a Mosca 1980 con Ezio Gamba nei 65-71 chilogrammi pesi leggeri; a Sydney 2000 con Giuseppe Maddaloni nei 66-73 chilogrammi pesi leggeri; a Pechino 2008 con Giulia Quintavalle nella categoria 57 chilogrammi; e a Rio de Janeiro 2016 con Fabio Basile nei 60-66 chilogrammi pesi medio leggeri. Agli ultimi Giochi di Tokyo 2020, andati in scena nel 2021 per il rinvio causato dalla pandemia, i nostri colori hanno portato a casa due medaglie di bronzo, con Odette Giuffrida nei 52 chilogrammi pesi medio leggeri e Maria Centracchio nei 63 chilogrammi medio leggeri.Anche grazie a questi risultati conseguiti dagli atleti italiani nelle varie manifestazioni internazionali, il judo può contare su una base e un bacino di utenza sempre più consistente: in Italia a oggi si contano, infatti, circa 120.000 atleti che praticano questa disciplina, oltre 3.000 insegnanti tecnici e altrettante società affiliate alla federazione.
Loperazione chiamata «Luxury Sky» trae origine da mirate analisi di rischio e da un’approfondita valorizzazione del patrimonio informativo disponibile al Corpo, sviluppata attraverso l’incrocio dei dati del traffico aereo con le risultanze delle banche dati istituzionali e con la documentazione fiscale acquisita nel corso degli accertamenti.
Grazie a un accurato lavoro di ricostruzione e analisi, i finanzieri del Comando Provinciale di Firenze hanno esaminato oltre 20.700 movimenti aerei potenzialmente rilevanti sotto il profilo tributario, individuando diffuse irregolarità nel versamento dell’imposta dovuta per i voli privati operati tra il 2020 e il 2023 da oltre 1.000 compagnie aeree estere.
L’attività ispettiva ha consentito di ricostruire nel dettaglio gli spostamenti di oltre 12.900 voli privati transitati sullo scalo fiorentino e di oltre 42.100 passeggeri trasportati, facendo emergere il mancato assolvimento degli obblighi fiscali da parte di numerosi operatori internazionali.
Le verifiche eseguite hanno portato all’individuazione di un’evasione complessiva pari a 4.388.657 euro, riconducibile a 1.052 società risultate irregolari, corrispondenti al 62,32% dei vettori sottoposti a controllo.
Particolarmente significativo il risultato conseguito in termini di recupero delle risorse pubbliche: a seguito degli interventi della Guardia di Finanza, numerose compagnie hanno già provveduto a regolarizzare la propria posizione, consentendo l’effettivo versamento nelle casse dello Stato di oltre 2,6 milioni di euro. Per la quota residua sono in corso le attività di monitoraggio e riscossione previste dalla normativa vigente.
Gli approfondimenti investigativi hanno inoltre evidenziato il frequente ricorso a strutture societarie localizzate in giurisdizioni caratterizzate da elevata opacità fiscale. In numerosi casi, aerei di grande valore economico risultavano formalmente intestati a società domiciliate in territori a fiscalità privilegiata, rendendo particolarmente complessa l’individuazione dei soggetti effettivamente responsabili degli adempimenti tributari.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Il Pontefice ha ricordato ai membri della Fondazione Jérôme Lejeune che la scienza «non può decidere sul destino delle persone». Un intervento frontale nel dibattito in corso sulla legge per il suicidio assistito.
In un’epoca in cui l’efficienza tecnica sembra voler dettare le coordinate dell’esistenza umana, le parole pronunciate ieri da papa Leone XIV sono un chiaro antidoto contro la tentazione di trasformare l’arte medica in uno strumento di selezione: «nessun medico dovrebbe mai presumere, basandosi su algoritmi di laboratorio, di decidere il destino di un embrione o di una persona anziana!
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?
Il ministro del Lavoro Marina Calderone
Intervistata dal direttore Maurizio Belpietro, il ministro del Lavoro Marina Calderone ha fatto il punto su salari, formazione e occupazione sul palco de Il giorno della Verità.
Salari, formazione e occupazione. Questi i temi fondamentali toccati dal ministro del Lavoro Marina Calderone, intervistata dal direttore Maurizio Belpietro in occasione de Il giorno della Verità.
Belpietro menziona innanzitutto i dati estremamente positivi sulla disoccupazione al 5,1% (ai minimi dal 2004). Questi risultati, secondo Calderone, derivano da tutto un insieme di fattori che funzionano, ma soprattutto dalla fiducia che le imprese hanno riacquisito grazie alla stabilità del governo Meloni. «Questo fattore è davvero importante quando un imprenditore vuole costruire qualcosa». Inoltre, afferma il ministro con orgoglio «sono in crescita i contratti a tempo indeterminato. Non è vero, come dicono le opposizioni, che il lavoro è precario. Quest'ultimo rappresenta una percentuale normale, che deriva dai periodi dell'anno in cui le aziende hanno bisogno di una certa flessibilità».
I quattro anni di governo, dunque «sono stati anni di dati positivi, costruiti gradualmente, numero su numero. Il governo, ora, deve continuare a dare fiducia e stabilità, a costruire norme che irrobustiscano il lavoro e diano prospettive ai giovani. Le condizioni del nostro mercato del lavoro ci permettono di tenere cinque generazioni diverse a lavorare. Il problema, invece, è trovare lavoratori per le aziende che li richiedono. Ma non bisogna alimentare la competizione fra giovani e anziani. Occorre far entrare prima i giovani nel mondo del lavoro».
Sul fronte dell’occupazione giovanile, Calderone si ritiene soddisfatta del fatto che negli ultimi anni la percentuale dei giovani che non lavorano si sia ridotta sensibilmente, mentre è aumentata quella delle giovani donne che lavorano. Un altro elemento positivo è il cambiamento della mentalità delle famiglie italiane: un tempo si insegnava che bisognava privilegiare i licei, mentre l’istituto professionale era considerato di Serie C. Ora, al contrario, i dati dimostrano che chi fa studi professionali ha possibilità molto elevate di trovare lavoro. Bisogna dunque spiegare ai giovani queste opportunità, al fine di valorizzare talenti diversi».
Stimolata sul tema dell'impresa privata dal direttore Belpietro, il ministro spiega che «esiste un percorso di adattamento a crisi profonde come è stato il Covid. Era già successo nel 2008 e 2010, quando c’era stata la bolla economica e il mondo del lavoro si era fermato. Per farlo ripartire ci vogliono anni. A ogni modo, negli ultimi due anni, l'Italia, anche a livello di salari, è cresciuta molto più di altri Paesi europei».
L'ultimo tema affrontato è quello delIa denatalità e dell'intelligenza artificiale, che potrebbero mettere a rischio l'occupazione e l'Inps. Su questo tema, tuttavia, Calderone ha rassicurato, citando il Rapporto fine mandato consiglio vigilanza dell’Inps: «I conti sono in equilibrio, ma bisogna accompagnare la dinamica demografica che purtroppo non gioca a nostro favore. Bisogna far crescere i montanti contributivi, riducendo gli interventi a sostegno del reddito e trasformando le ore di cassa integrazione in ore di lavoro. Così facendo avremo la possibilità di sostenere il sistema delle pensioni».
Continua a leggereRiduci