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2022-06-27
Il Judo arriva in Italia con la spedizione contro i «Boxer». Oggi lo praticano in 120.000
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Il fondatore del Judo Jigoro Kano durante una dimostrazione nel 1933 (Getty Images)
I primi contatti tra gli italiani e quella che veniva allora chiamata la «lotta giapponese» avvennero all’alba del ventesimo secolo. Il luogo dell’incontro fu la Cina degli anni successivi alla rivolta dei «Boxer», alla cui repressione partecipò un contingente militare internazionale. L’Italia di Luigi Pelloux, primo ministro di estrazione militare già eroe di Porta Pia, inviò un corpo di spedizione della Regia Marina. Al termine delle ostilità all’Italia fu assegnato il controllo sulla Concessione di Tientsin dove i marinai italiani vennero a contatto con i colleghi giapponesi che praticavano una lotta particolare chiamata ju-jitsu. La curiosità per quell’arte marziale ignota agli uomini di marina italiani spinse l’allora ministro Carlo Mirabello ad approfondire la conoscenza di quella lotta dura e al contempo armoniosa attraverso i suoi uomini a Tientsin. Le prime lezioni ai militari italiani avvennero a bordo dell' incrociatore della Regia Marina «Marco Polo» nel 1906. Non sapevano, quei giovani uomini di mare, che le mosse che stavano imparando da un maestro giapponese trovato a Shanghai di quella disciplina venuta da lontano risalivano al 230 a.C. Le cronache imperiali giapponesi riportano storie di mitici incontri tra campioni dell’«arte della cedevolezza» (traduzione delle parole ju-jitsu). Nascosta tra storia e leggenda, l’origine del ju-jitsu si farebbe risalire alle osservazioni di un medico giapponese il quale, durante un viaggio in Cina per studiare i punti vitali del corpo allo scopo di migliorare le tecniche di rianimazione, notò che a differenza degli alberi più robusti i cui rami si spezzavano per il peso della neve caduta su di essi, quelli dei salici flessuosi assecondavano il peso e, flettendosi sinuosamente, se ne liberavano rimanendo intatti. Da qui sarebbe nato il principio basilare del Ju-jitsu (e in seguito del Judo), vale a dire lo sfruttamento della forza e della massa dell’avversario a scopo di difesa. La data ufficiale della nascita del Judo è l’anno 1882. In quell’anno Jigoro Kano, uno studente universitario appassionato di arti marziali antiche e ormai in declino nel giappone aperto alla cultura occidentale, elaborò i segreti del Ju-jitsu trasformandoli in quello che diventerà l’arte marziale ancora oggi praticata in tutto il mondo, il Ju-do o la «via dell’adattabilità». La nuova disciplina insegnata nella sua palestra Kodokan, seppur osteggiata dai seguaci della antica tradizione Ju-jitsu, si fece largo nelle scuole di tutto il Giappone e tra gli uomini della Marina imperiale. A partire dagli anni Venti Jigoro Kano, ormai famoso in Patria, iniziò una lunga tournée in Europa per divulgare la conoscenza del nuovo «Kodokan (metodo) Ju-do».
Mentre il maestro Kano perfezionava le tecniche (kata e go-kyo) nella sua scuola di Tokyo, sulla nave «Vesuvio» ancorata nel porto di Shanghai il marinaio Carlo Oletti si innamorava della nuova disciplina conosciuta grazie ai marinai giapponesi e iniziava lo studio del Judo . Trasferitosi in Giappone, Oletti fu il primo italiano a raggiungere il traguardo del 1°dan, grado superiore dopo il conseguimento della cintura nera. Rientrato in Italia dopo la Grande Guerra, fu trasferito alla scuola militare di educazione fisica di Roma, dove il Judo approdò come insegnamento.
Soltanto sette anni più tardi, nel luglio 1928, Jigoro Kano fece visita a Roma. E lo fece quasi di sorpresa, proveniente da Parigi, informato di un’interessante iniziativa sportiva da Harukichi Shimoi, un intellettuale giapponese amico di Gabriele d’Annunzio da anni residente in Italia. Alla Associazione Sportiva Trastevere il giornale futurista «L’Impero» aveva organizzato per la prima volta una competizione di Judo aperta al pubblico e Jigoro Kano volle essere presente alla «prima» italiana di quella disciplina di cui era maestro universale. Il maestro di cerimonia naturalmente fu Carlo Oletti, che illustrò i princìpi del Judo agli spettatori. Sul tatami, il tappetino di gara, anche un maestro giapponese, Mata Katsumori. Prima della kermesse, i cronisti raggiunsero il maestro Kano all’Hotel Royal e lo intervistarono, riuscendo a mettere nero su bianco per bocca di chi lo aveva inventato i fondamenti sportivi, intellettuali e spirituali del Judo. Un’arte - a detta di Kano - «che non ha solamente lo scopo di educare il corpo, ma vuole plasmare moralmente ed intellettualmente l’individuo per formarne un ottimo cittadino». (L’Impero n.160-1928).
Jigoro Kano tornerà in Italia nel 1934 quando il Judo, pur non essendo diventato uno sport popolare, sarà sempre più diffuso nelle scuole militari italiane, tra le quali si distinse quella dell’Arma dei Carabinieri. Tra i militari della Legione Allievi primeggiò nella pratica del Judo il maresciallo Pierino Zerella, campione assoluto negli anni Venti. Jigoro Kano fece in quell'occasione visita alle società sportive che praticavano l’arte marziale da lui fondata nel 1882. Allo scoppio della guerra, il Judo ebbe una decisa battuta d’arresto, per riprendersi soltanto agli inizi degli anni Sessanta, quando in Italia apriranno numerose palestre dedicate all’arte marziale che nel 1964 in via sperimentale fu ammessa ai giochi olimpici, per poi essere confermata definitivamente ai tragici giochi olimpici di Monaco 1972, terminati con l’assalto dei terroristi palestinesi al villaggio olimpico. All’olimpiade successiva, quella che si svolse a Montreal nel 1976, la nazionale italiana di Judo centrò terzo posto grazie a Felice Mariani. Ezio Gamba, bresciano del gruppo sportivo dei Carabinieri troverà l'oro nelle tormentate olimpiadi di Mosca del 1980, per partecipare alle quali lo sportivo dovette congedarsi dall'Arma a causa del boicottaggio contro gli organizzatori sovietici dopo l'invasione dell'Afghanistan. Gamba vinse ai punti in una finale emozionante contro il britannico Neil Adams, un trionfo che portò il primo oro olimpico nella storia del Judo Italiano. Nel 1984 a Los Angeles Ezio Gamba si ripeterà: la medaglia d'argento arriverà dopo la sconfitta in finale contro il coreano Byeong Keun Ahn. La carriera di Gamba proseguirà fino alle Olimpiadi di Seoul 1988, terminate le quali annunciò il ritiro per iniziare una lunga e proficua carriera da allenatore. Proprio nel paese che lo vide indossare la medaglia d'oro, la Russia, il judoka italiano divenne un mito. Già allenatore della nazionale italiana fino al 2004 e per un periodo coach della delegazione africana, Gamba dal 2009 è stato allenatore della nazionale della Federazione russa. Per i successi collezionati fu insignito della nazionalità russa per mano di Vladimir Putin, presidente cintura nera di Judo, il quale più volte si allenò con il judoka bresciano. Con l'invasione dell'Ucraina Ezio Gamba ha rassegnato le proprie dimissioni.
Tra i campioni che hanno reso grande l'Italia del Judo, uomini e donne. Nel palmarès della Federazione Italiana Judo, Lotta Karate e Arti Marziali (Fijlkam) troviamo Alessandra Giungi (bronzo a Seoul 1988), Emanuela Pierantozzi (argento a Barcellona 1992), Girolamo Giovinazzo (argento ad Atlanta 1996 e bronzo a Sydney 2000), Ylenia Scapin (due bronzi a Atlanta 1996 e Sydney 2000). E poi Giuseppe Maddaloni (oro a Sydney 2000), Lucia Morico (oro ad Atene 2004).
L'arte marziale fondata da Jigoro kano ebbe seguito anche tra le celebrità dello spettacolo. Tra i vip che si sono dedicati al Judo anche ad alti livelli ricordiamo l'attore Peter Sellers (che fu presidente della Judo Society di Londra), Chuck Norris (cintura nera conseguita in Corea durante il servizio militare). Tra i musicisti Simon Le Bon e la moglie Yasmin. Tar i politici, oltre al già citato Vladimir Putin, anche il presidente Usa Theodore Roosevelt, il primo politico a cimentarsi nell'arte marziale giapponese. Alberto II di Monaco è cintura nera 1°Dan. Pierre Trudeau, già premier canadese e padre di Justin addirittura cintura nera 2°Dan.
I numeri del judo in Italia: 120.000 atleti e 3.000 insegnanti tecnici

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Si chiama Fijlkam e da ben 120 anni, quando fu fondata il 18 gennaio 1902 a Milano dal marchese Luigi Monticelli Obizzi, gestisce e si occupa dell'organizzazione in Italia di judo, lotta, karate e arti marziali. Si tratta di una delle federazioni sportive più antiche del nostro Paese che per i primi anni si occupava per lo più di lotta greco-romana e sollevamento pesi, per poi estendere la propria competenza anche alle numerose arti marziali, tra cui appunto il judo. Altre discipline che fanno parte della Fijkam, sono l'aikidō, un'arte marziale giapponese praticata sia a mani nude che con le tipiche armi bianche del budō, la via marziale giapponese, come ken, jō e tantō, rispettivamente spada, bastone e pugnale; il jujutsu, o jujitsu per dirla alla occidentale, il sumo e anche le tanto discusse arti marziali miste (Mma).
Queste discipline sono sempre state protagoniste nelle varie edizioni dei Giochi olimpici: 44 medaglie complessive, suddivise in 13 ori, 11 argenti e 20 bronzi. Un medagliere comunque di tutto rispetto che va a superare quota 1.000 se si contano mondiali, europei e Giochi del Mediterraneo. Per quanto riguarda il judo, l'Italia ha vinto quattro volte la medaglia d'oro alle Olimpiadi: a Mosca 1980 con Ezio Gamba nei 65-71 chilogrammi pesi leggeri; a Sydney 2000 con Giuseppe Maddaloni nei 66-73 chilogrammi pesi leggeri; a Pechino 2008 con Giulia Quintavalle nella categoria 57 chilogrammi; e a Rio de Janeiro 2016 con Fabio Basile nei 60-66 chilogrammi pesi medio leggeri. Agli ultimi Giochi di Tokyo 2020, andati in scena nel 2021 per il rinvio causato dalla pandemia, i nostri colori hanno portato a casa due medaglie di bronzo, con Odette Giuffrida nei 52 chilogrammi pesi medio leggeri e Maria Centracchio nei 63 chilogrammi medio leggeri.
Anche grazie a questi risultati conseguiti dagli atleti italiani nelle varie manifestazioni internazionali, il judo può contare su una base e un bacino di utenza sempre più consistente: in Italia a oggi si contano, infatti, circa 120.000 atleti che praticano questa disciplina, oltre 3.000 insegnanti tecnici e altrettante società affiliate alla federazione.
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Il Judo in Italia: un’arte marziale venuta dal mare. Le prime lezioni ai militari italiani avvennero a bordo dell' incrociatore della Regia Marina «Marco Polo» nel 1906.Lungo la Penisola si contano circa 120.000 atleti, oltre 3.000 insegnanti tecnici e altrettante società affiliate alla federazione.Lo speciale contiene due articoli.I primi contatti tra gli italiani e quella che veniva allora chiamata la «lotta giapponese» avvennero all’alba del ventesimo secolo. Il luogo dell’incontro fu la Cina degli anni successivi alla rivolta dei «Boxer», alla cui repressione partecipò un contingente militare internazionale. L’Italia di Luigi Pelloux, primo ministro di estrazione militare già eroe di Porta Pia, inviò un corpo di spedizione della Regia Marina. Al termine delle ostilità all’Italia fu assegnato il controllo sulla Concessione di Tientsin dove i marinai italiani vennero a contatto con i colleghi giapponesi che praticavano una lotta particolare chiamata ju-jitsu. La curiosità per quell’arte marziale ignota agli uomini di marina italiani spinse l’allora ministro Carlo Mirabello ad approfondire la conoscenza di quella lotta dura e al contempo armoniosa attraverso i suoi uomini a Tientsin. Le prime lezioni ai militari italiani avvennero a bordo dell' incrociatore della Regia Marina «Marco Polo» nel 1906. Non sapevano, quei giovani uomini di mare, che le mosse che stavano imparando da un maestro giapponese trovato a Shanghai di quella disciplina venuta da lontano risalivano al 230 a.C. Le cronache imperiali giapponesi riportano storie di mitici incontri tra campioni dell’«arte della cedevolezza» (traduzione delle parole ju-jitsu). Nascosta tra storia e leggenda, l’origine del ju-jitsu si farebbe risalire alle osservazioni di un medico giapponese il quale, durante un viaggio in Cina per studiare i punti vitali del corpo allo scopo di migliorare le tecniche di rianimazione, notò che a differenza degli alberi più robusti i cui rami si spezzavano per il peso della neve caduta su di essi, quelli dei salici flessuosi assecondavano il peso e, flettendosi sinuosamente, se ne liberavano rimanendo intatti. Da qui sarebbe nato il principio basilare del Ju-jitsu (e in seguito del Judo), vale a dire lo sfruttamento della forza e della massa dell’avversario a scopo di difesa. La data ufficiale della nascita del Judo è l’anno 1882. In quell’anno Jigoro Kano, uno studente universitario appassionato di arti marziali antiche e ormai in declino nel giappone aperto alla cultura occidentale, elaborò i segreti del Ju-jitsu trasformandoli in quello che diventerà l’arte marziale ancora oggi praticata in tutto il mondo, il Ju-do o la «via dell’adattabilità». La nuova disciplina insegnata nella sua palestra Kodokan, seppur osteggiata dai seguaci della antica tradizione Ju-jitsu, si fece largo nelle scuole di tutto il Giappone e tra gli uomini della Marina imperiale. A partire dagli anni Venti Jigoro Kano, ormai famoso in Patria, iniziò una lunga tournée in Europa per divulgare la conoscenza del nuovo «Kodokan (metodo) Ju-do». Mentre il maestro Kano perfezionava le tecniche (kata e go-kyo) nella sua scuola di Tokyo, sulla nave «Vesuvio» ancorata nel porto di Shanghai il marinaio Carlo Oletti si innamorava della nuova disciplina conosciuta grazie ai marinai giapponesi e iniziava lo studio del Judo . Trasferitosi in Giappone, Oletti fu il primo italiano a raggiungere il traguardo del 1°dan, grado superiore dopo il conseguimento della cintura nera. Rientrato in Italia dopo la Grande Guerra, fu trasferito alla scuola militare di educazione fisica di Roma, dove il Judo approdò come insegnamento. Soltanto sette anni più tardi, nel luglio 1928, Jigoro Kano fece visita a Roma. E lo fece quasi di sorpresa, proveniente da Parigi, informato di un’interessante iniziativa sportiva da Harukichi Shimoi, un intellettuale giapponese amico di Gabriele d’Annunzio da anni residente in Italia. Alla Associazione Sportiva Trastevere il giornale futurista «L’Impero» aveva organizzato per la prima volta una competizione di Judo aperta al pubblico e Jigoro Kano volle essere presente alla «prima» italiana di quella disciplina di cui era maestro universale. Il maestro di cerimonia naturalmente fu Carlo Oletti, che illustrò i princìpi del Judo agli spettatori. Sul tatami, il tappetino di gara, anche un maestro giapponese, Mata Katsumori. Prima della kermesse, i cronisti raggiunsero il maestro Kano all’Hotel Royal e lo intervistarono, riuscendo a mettere nero su bianco per bocca di chi lo aveva inventato i fondamenti sportivi, intellettuali e spirituali del Judo. Un’arte - a detta di Kano - «che non ha solamente lo scopo di educare il corpo, ma vuole plasmare moralmente ed intellettualmente l’individuo per formarne un ottimo cittadino». (L’Impero n.160-1928). Jigoro Kano tornerà in Italia nel 1934 quando il Judo, pur non essendo diventato uno sport popolare, sarà sempre più diffuso nelle scuole militari italiane, tra le quali si distinse quella dell’Arma dei Carabinieri. Tra i militari della Legione Allievi primeggiò nella pratica del Judo il maresciallo Pierino Zerella, campione assoluto negli anni Venti. Jigoro Kano fece in quell'occasione visita alle società sportive che praticavano l’arte marziale da lui fondata nel 1882. Allo scoppio della guerra, il Judo ebbe una decisa battuta d’arresto, per riprendersi soltanto agli inizi degli anni Sessanta, quando in Italia apriranno numerose palestre dedicate all’arte marziale che nel 1964 in via sperimentale fu ammessa ai giochi olimpici, per poi essere confermata definitivamente ai tragici giochi olimpici di Monaco 1972, terminati con l’assalto dei terroristi palestinesi al villaggio olimpico. All’olimpiade successiva, quella che si svolse a Montreal nel 1976, la nazionale italiana di Judo centrò terzo posto grazie a Felice Mariani. Ezio Gamba, bresciano del gruppo sportivo dei Carabinieri troverà l'oro nelle tormentate olimpiadi di Mosca del 1980, per partecipare alle quali lo sportivo dovette congedarsi dall'Arma a causa del boicottaggio contro gli organizzatori sovietici dopo l'invasione dell'Afghanistan. Gamba vinse ai punti in una finale emozionante contro il britannico Neil Adams, un trionfo che portò il primo oro olimpico nella storia del Judo Italiano. Nel 1984 a Los Angeles Ezio Gamba si ripeterà: la medaglia d'argento arriverà dopo la sconfitta in finale contro il coreano Byeong Keun Ahn. La carriera di Gamba proseguirà fino alle Olimpiadi di Seoul 1988, terminate le quali annunciò il ritiro per iniziare una lunga e proficua carriera da allenatore. Proprio nel paese che lo vide indossare la medaglia d'oro, la Russia, il judoka italiano divenne un mito. Già allenatore della nazionale italiana fino al 2004 e per un periodo coach della delegazione africana, Gamba dal 2009 è stato allenatore della nazionale della Federazione russa. Per i successi collezionati fu insignito della nazionalità russa per mano di Vladimir Putin, presidente cintura nera di Judo, il quale più volte si allenò con il judoka bresciano. Con l'invasione dell'Ucraina Ezio Gamba ha rassegnato le proprie dimissioni. Tra i campioni che hanno reso grande l'Italia del Judo, uomini e donne. Nel palmarès della Federazione Italiana Judo, Lotta Karate e Arti Marziali (Fijlkam) troviamo Alessandra Giungi (bronzo a Seoul 1988), Emanuela Pierantozzi (argento a Barcellona 1992), Girolamo Giovinazzo (argento ad Atlanta 1996 e bronzo a Sydney 2000), Ylenia Scapin (due bronzi a Atlanta 1996 e Sydney 2000). E poi Giuseppe Maddaloni (oro a Sydney 2000), Lucia Morico (oro ad Atene 2004). L'arte marziale fondata da Jigoro kano ebbe seguito anche tra le celebrità dello spettacolo. Tra i vip che si sono dedicati al Judo anche ad alti livelli ricordiamo l'attore Peter Sellers (che fu presidente della Judo Society di Londra), Chuck Norris (cintura nera conseguita in Corea durante il servizio militare). Tra i musicisti Simon Le Bon e la moglie Yasmin. Tar i politici, oltre al già citato Vladimir Putin, anche il presidente Usa Theodore Roosevelt, il primo politico a cimentarsi nell'arte marziale giapponese. Alberto II di Monaco è cintura nera 1°Dan. 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Si tratta di una delle federazioni sportive più antiche del nostro Paese che per i primi anni si occupava per lo più di lotta greco-romana e sollevamento pesi, per poi estendere la propria competenza anche alle numerose arti marziali, tra cui appunto il judo. Altre discipline che fanno parte della Fijkam, sono l'aikidō, un'arte marziale giapponese praticata sia a mani nude che con le tipiche armi bianche del budō, la via marziale giapponese, come ken, jō e tantō, rispettivamente spada, bastone e pugnale; il jujutsu, o jujitsu per dirla alla occidentale, il sumo e anche le tanto discusse arti marziali miste (Mma).Queste discipline sono sempre state protagoniste nelle varie edizioni dei Giochi olimpici: 44 medaglie complessive, suddivise in 13 ori, 11 argenti e 20 bronzi. Un medagliere comunque di tutto rispetto che va a superare quota 1.000 se si contano mondiali, europei e Giochi del Mediterraneo. Per quanto riguarda il judo, l'Italia ha vinto quattro volte la medaglia d'oro alle Olimpiadi: a Mosca 1980 con Ezio Gamba nei 65-71 chilogrammi pesi leggeri; a Sydney 2000 con Giuseppe Maddaloni nei 66-73 chilogrammi pesi leggeri; a Pechino 2008 con Giulia Quintavalle nella categoria 57 chilogrammi; e a Rio de Janeiro 2016 con Fabio Basile nei 60-66 chilogrammi pesi medio leggeri. Agli ultimi Giochi di Tokyo 2020, andati in scena nel 2021 per il rinvio causato dalla pandemia, i nostri colori hanno portato a casa due medaglie di bronzo, con Odette Giuffrida nei 52 chilogrammi pesi medio leggeri e Maria Centracchio nei 63 chilogrammi medio leggeri.Anche grazie a questi risultati conseguiti dagli atleti italiani nelle varie manifestazioni internazionali, il judo può contare su una base e un bacino di utenza sempre più consistente: in Italia a oggi si contano, infatti, circa 120.000 atleti che praticano questa disciplina, oltre 3.000 insegnanti tecnici e altrettante società affiliate alla federazione.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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