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2024-08-13
Jaki «dopa» la sua Exor e molla Stellantis
Prima la famiglia, poi se avanzano tempo e soprattutto soldi si pensa al resto. Ieri, Exor, la holding attraverso la quale Agnelli ed eredi controllano gran parte del loro patrimonio, ha avviato la seconda parte del programma di acquisto di azioni proprie: altri 125 milioni. L’operazione sarà completata entro novembre e porta a 250 milioni l’importo complessivo di quello che in gergo tecnico viene definito buy back. Era tutto già deciso e deliberato. Nessun blitz. Ma fa specie mettere a confronto le strategie che in questo particolare periodo storico sta portando avanti John Elkann, l’amministratore delegato di Exor, vero dominus degli affari della famiglia.
Da una parte prosegue nella più classica operazione finalizzata a valorizzare i titoli in possesso. Con l’acquisto di azioni proprie ci si blinda, certo, da possibili incursioni «nemiche», ma soprattutto si crea valore garantendo una bella spinta alla quotazione dei titoli della famiglia. Exor è infatti a sua volta controllata dalla Giovanni Agnelli Bv, la cassaforte della dinastia torinese (possono essere soci solo i vari rami della casa) che ne detiene poco più del 53%.
Dall’altra sembra infischiarsene di Stellantis e del crollo della produzione di auto in Italia (la produzione è diminuita del 35,9%, a quota 186.510) e del lavoro (continuo ricorso alla cassa e chiusure a singhiozzo degli stabilimenti). Insomma, del destino dei 40.000 lavoratori diretti e dei circa 70.000-80.000 addetti che storicamente gravitano intorno all’indotto dell’ex Fiat. La multinazionale dell’auto che dalla fusione con Peugeot è diventata sempre più francese si trova ad affrontare la complicatissima transizione verso l’elettrico. Avendo purtroppo completamente cannato strategia. È in buona compagnia, ma la rincorsa folle e ideologica verso il full electric si è rivelata ben presto un grave errore e ora che sta provando a fare dietrofront i conti non tornano. I numeri dell’ultima semestrale dicono che ha chiuso la prima parte del 2024 con un calo degli utili del 48% rispetto allo stesso periodo del 2023 e una contrazione dei ricavi del 14%. Mentre il titolo in Borsa degli ultimi sei mesi ha perso circa il 40% e il 25% se si considerano le ultime quattro settimane. Eppure da Jaky nemmeno un plissé. Anzi. Quasi solo un moto di soddisfazione per aver di recente ceduto il gioiellino della robotica Comau al fondo One Equity Partners.
Anche per questo rapporti con il governo sono tesi. E, come anticipato da Lettera 43, sembra che pure la sponsorizzazione di Ita, la compagnia di bandiera controllata dal Mef e che ha di recente ceduto il 41% ai tedeschi di Lufthansa) sulle maglie e lo stadio della Juventus sia alla fine saltata in buona parte per veti della politica. Un’operazione simpatia che in molti nelle scorse settimane davano per fatta e che, a meno di clamorose sorprese, resterà solo nei desiderata dei manager della Vecchia Signora.
E del resto andando analizzare gli ultimi investimenti di Exor, appare chiaro come il focus di John Elkann si sia da tempo spostato sulla salute. Gli interessa la sanità che viene considerata di gran lunga un business più profittevole soprattutto nel lungo periodo.
Giusto per fare il punto:
nel 2022 la holding ha messo sul piatto 800 milioni per acquistare l’80% di Institut Mérieux, gruppo francese di ricerca e diagnostica in vitro. Nel 2023 ha piazzato il colpo grosso, circa tre miliardi nel segmento healthcare, una dote che in buona parte è servita per acquisire il 15% di Philips, il colosso olandese delle tecnologie.
E infine, siamo al 2024, la puntata sugli ospedali e sulle strutture ambulatoriali con 150 milioni (investimento che era iniziato già nel 2022) in Lifenet, la creatura fondata nel 2018 da Nicola Bedin che negli ultimi mesi ha realizzato una serie di nuove acquisizioni.
Exor garantisce liquidità e Bedin capacità imprenditoriale, in un settore molto particolare e concorrenziale come quello delle strutture sanitarie private. Dopo mesi di negoziati, per esempio, pochi giorni fa Lifenet ha «portato a casa» il più importante istituto di analisi e ricerche cliniche di Firenze, l’istituto Fanfani, mentre circa un mese fa era stata la volta dell’ospedale Sacra Famiglia di Erba. E si continuerà di questo passo. Perché l’Italia a crescita demografica quasi zero è il Paese del Bengodi. Pochi figli e tanti anziani da curare e accudire. Un flusso di clienti assicurato e anche dotato di una tesoretto di risparmi mica da ridere, che di certo in pochi altri Stati possono vantare. Vuoi mettere con l’utopia dell’auto elettrica?
La pressione del mercato sulla Bce: «L’anno prossimo tassi al 2,25%»
La Bce guidata da Christine Lagarde dovrebbe tagliare i tassi una volta ogni trimestre fino alla fine del 2025. A dirlo è un sondaggio di Bloomberg, secondo cui alla fine del ciclo composto da sei tagli il parametro di riferimento dovrebbe toccare quota 2,25% nel dicembre del prossimo anno. A spingere la Bce verso una serie di tagli dovrebbe esserci innanzitutto la crisi dell’economia tedesca, il recente crollo delle Borse europee e l’idea che la Fed inizierà a tagliare i tassi a partire da settembre. Come fa sapere l’agenzia americana, in precedenza chi aveva partecipato al sondaggio aveva previsto che il livello del 2,25% sarebbe stato raggiunto solo nel secondo trimestre del 2026.
Va ricordato, però, che la Bce ha iniziato ad abbassare il costo del denaro già a giugno, sulla base di una maggiore fiducia secondo cui l’inflazione sarebbe tornata presto al 2%, valore ritenuto ottimale dagli esperti di Francoforte. Ad ogni modo, le pressioni salariali che alimentano l’inflazione interna hanno portato alcuni componenti del direttorio durante l’ultima riunione, a chiedersi se ci sia spazio per un altro taglio già quest’anno. Quello che è certo è che, con le prospettive in peggioramenti, sono sempre di più coloro che ritengono che vi sia una certa necessità di tagli più rapidi.
D’altronde, la crescita del settore privato dell’area euro si è fermata a luglio di quest’anno e la Germania rimane un peso morto per il resto del Vecchio Continente. Non a caso, gli economisti che hanno partecipato al sondaggio hanno abbassato le loro previsioni per la più grande economia europea e vedono oggi un’espansione di appena lo 0,1% quest’anno.
Va detto che il governatore della Banca centrale finlandese e membro del consiglio direttivo della Bce, Olli Rehn, ha dichiarato in un discorso che «la Banca centrale europea può continuare a tagliare i tassi di interesse se la fiducia nel rallentamento dell’inflazione si rafforzerà nel prossimo futuro». Del resto, ha continuato, «l’inflazione continua a rallentare, ma il percorso verso l’obiettivo del 2% rimane accidentato quest’anno», ha dichiarato Rehn aggiungendo che il taglio dei tassi aiuterà l’economia dell’eurozona a riprendersi, in particolare sarà di supporto alla «fragile» crescita industriale e alla «fragile» crescita industriale oltre che al calo degli investimenti nei mercati del Vecchio Continente.
Quello che è chiaro a tutti è che la principale economica europea, quella tedesca, non se la passa benissimo e un taglio dei tassi da parte della Bce potrebbe essere di grande aiuto. Di recente il mercato automobilistico ha continuato a mostrare le sue difficoltà. A luglio, l’indicatore che misura la fiducia degli imprenditori nel settore auto è calato a -18,3 punti da -9,5 di giugno. In più, l’associazione di categoria Vda ha mostrato che il mercato delle auto elettriche tedesche è crollato luglio rispetto allo stesso mese del 2023, mentre lo scorso mese sono state immatricolate in totale 238.300 nuove autovetture, il 2% in meno rispetto al luglio dell’anno scorso. Come se non bastasse, la situazione non dovrebbe migliorare a breve. «L’industria automobilistica sta scivolando ancora di più in una crisi e non ci possiamo aspettare un miglioramento significativo nei prossimi mesi», ha affermato Anita Wölfl, economista dell’Ifo.
Si capisce, insomma, perché dal sondaggio di Bloomberg emerge forte l’esigenza di un continuo e duraturo taglio dei tassi. Senza una mossa del genere da parte della Bce, l’economia tedesca e così quella europea rischierebbero il collasso. Senza considerare l’irrequietezza dei mercati azionari degli ultimi tempi, altro segno che mostra che gli investitori europei ne hanno le tasche piene e che bisogna correre ai ripari in tempi brevi.
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John Elkann lancia un altro piano per sostenere le azioni della cassaforte di famiglia mentre i titoli della casa automobilistica crollano. Trova conferma la notizia anticipata da Lettera 43: fallisce l’«operazione simpatia» verso il governo che doveva portare la nuova Ita fra i grandi sponsor della Juve.Tassi Bce: un sondaggio di Bloomberg fra banche e operatori ipotizza sei tagli entro il 2025.Lo speciale contiene due articoli.Prima la famiglia, poi se avanzano tempo e soprattutto soldi si pensa al resto. Ieri, Exor, la holding attraverso la quale Agnelli ed eredi controllano gran parte del loro patrimonio, ha avviato la seconda parte del programma di acquisto di azioni proprie: altri 125 milioni. L’operazione sarà completata entro novembre e porta a 250 milioni l’importo complessivo di quello che in gergo tecnico viene definito buy back. Era tutto già deciso e deliberato. Nessun blitz. Ma fa specie mettere a confronto le strategie che in questo particolare periodo storico sta portando avanti John Elkann, l’amministratore delegato di Exor, vero dominus degli affari della famiglia. Da una parte prosegue nella più classica operazione finalizzata a valorizzare i titoli in possesso. Con l’acquisto di azioni proprie ci si blinda, certo, da possibili incursioni «nemiche», ma soprattutto si crea valore garantendo una bella spinta alla quotazione dei titoli della famiglia. Exor è infatti a sua volta controllata dalla Giovanni Agnelli Bv, la cassaforte della dinastia torinese (possono essere soci solo i vari rami della casa) che ne detiene poco più del 53%. Dall’altra sembra infischiarsene di Stellantis e del crollo della produzione di auto in Italia (la produzione è diminuita del 35,9%, a quota 186.510) e del lavoro (continuo ricorso alla cassa e chiusure a singhiozzo degli stabilimenti). Insomma, del destino dei 40.000 lavoratori diretti e dei circa 70.000-80.000 addetti che storicamente gravitano intorno all’indotto dell’ex Fiat. La multinazionale dell’auto che dalla fusione con Peugeot è diventata sempre più francese si trova ad affrontare la complicatissima transizione verso l’elettrico. Avendo purtroppo completamente cannato strategia. È in buona compagnia, ma la rincorsa folle e ideologica verso il full electric si è rivelata ben presto un grave errore e ora che sta provando a fare dietrofront i conti non tornano. I numeri dell’ultima semestrale dicono che ha chiuso la prima parte del 2024 con un calo degli utili del 48% rispetto allo stesso periodo del 2023 e una contrazione dei ricavi del 14%. Mentre il titolo in Borsa degli ultimi sei mesi ha perso circa il 40% e il 25% se si considerano le ultime quattro settimane. Eppure da Jaky nemmeno un plissé. Anzi. Quasi solo un moto di soddisfazione per aver di recente ceduto il gioiellino della robotica Comau al fondo One Equity Partners.Anche per questo rapporti con il governo sono tesi. E, come anticipato da Lettera 43, sembra che pure la sponsorizzazione di Ita, la compagnia di bandiera controllata dal Mef e che ha di recente ceduto il 41% ai tedeschi di Lufthansa) sulle maglie e lo stadio della Juventus sia alla fine saltata in buona parte per veti della politica. Un’operazione simpatia che in molti nelle scorse settimane davano per fatta e che, a meno di clamorose sorprese, resterà solo nei desiderata dei manager della Vecchia Signora. E del resto andando analizzare gli ultimi investimenti di Exor, appare chiaro come il focus di John Elkann si sia da tempo spostato sulla salute. Gli interessa la sanità che viene considerata di gran lunga un business più profittevole soprattutto nel lungo periodo. Giusto per fare il punto: nel 2022 la holding ha messo sul piatto 800 milioni per acquistare l’80% di Institut Mérieux, gruppo francese di ricerca e diagnostica in vitro. Nel 2023 ha piazzato il colpo grosso, circa tre miliardi nel segmento healthcare, una dote che in buona parte è servita per acquisire il 15% di Philips, il colosso olandese delle tecnologie. E infine, siamo al 2024, la puntata sugli ospedali e sulle strutture ambulatoriali con 150 milioni (investimento che era iniziato già nel 2022) in Lifenet, la creatura fondata nel 2018 da Nicola Bedin che negli ultimi mesi ha realizzato una serie di nuove acquisizioni.Exor garantisce liquidità e Bedin capacità imprenditoriale, in un settore molto particolare e concorrenziale come quello delle strutture sanitarie private. Dopo mesi di negoziati, per esempio, pochi giorni fa Lifenet ha «portato a casa» il più importante istituto di analisi e ricerche cliniche di Firenze, l’istituto Fanfani, mentre circa un mese fa era stata la volta dell’ospedale Sacra Famiglia di Erba. E si continuerà di questo passo. Perché l’Italia a crescita demografica quasi zero è il Paese del Bengodi. Pochi figli e tanti anziani da curare e accudire. Un flusso di clienti assicurato e anche dotato di una tesoretto di risparmi mica da ridere, che di certo in pochi altri Stati possono vantare. Vuoi mettere con l’utopia dell’auto elettrica?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/stellantis-crisi-borsa-2668954885.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-pressione-del-mercato-sulla-bce-lanno-prossimo-tassi-al-225" data-post-id="2668954885" data-published-at="1723545248" data-use-pagination="False"> La pressione del mercato sulla Bce: «L’anno prossimo tassi al 2,25%» La Bce guidata da Christine Lagarde dovrebbe tagliare i tassi una volta ogni trimestre fino alla fine del 2025. A dirlo è un sondaggio di Bloomberg, secondo cui alla fine del ciclo composto da sei tagli il parametro di riferimento dovrebbe toccare quota 2,25% nel dicembre del prossimo anno. A spingere la Bce verso una serie di tagli dovrebbe esserci innanzitutto la crisi dell’economia tedesca, il recente crollo delle Borse europee e l’idea che la Fed inizierà a tagliare i tassi a partire da settembre. Come fa sapere l’agenzia americana, in precedenza chi aveva partecipato al sondaggio aveva previsto che il livello del 2,25% sarebbe stato raggiunto solo nel secondo trimestre del 2026. Va ricordato, però, che la Bce ha iniziato ad abbassare il costo del denaro già a giugno, sulla base di una maggiore fiducia secondo cui l’inflazione sarebbe tornata presto al 2%, valore ritenuto ottimale dagli esperti di Francoforte. Ad ogni modo, le pressioni salariali che alimentano l’inflazione interna hanno portato alcuni componenti del direttorio durante l’ultima riunione, a chiedersi se ci sia spazio per un altro taglio già quest’anno. Quello che è certo è che, con le prospettive in peggioramenti, sono sempre di più coloro che ritengono che vi sia una certa necessità di tagli più rapidi. D’altronde, la crescita del settore privato dell’area euro si è fermata a luglio di quest’anno e la Germania rimane un peso morto per il resto del Vecchio Continente. Non a caso, gli economisti che hanno partecipato al sondaggio hanno abbassato le loro previsioni per la più grande economia europea e vedono oggi un’espansione di appena lo 0,1% quest’anno. Va detto che il governatore della Banca centrale finlandese e membro del consiglio direttivo della Bce, Olli Rehn, ha dichiarato in un discorso che «la Banca centrale europea può continuare a tagliare i tassi di interesse se la fiducia nel rallentamento dell’inflazione si rafforzerà nel prossimo futuro». Del resto, ha continuato, «l’inflazione continua a rallentare, ma il percorso verso l’obiettivo del 2% rimane accidentato quest’anno», ha dichiarato Rehn aggiungendo che il taglio dei tassi aiuterà l’economia dell’eurozona a riprendersi, in particolare sarà di supporto alla «fragile» crescita industriale e alla «fragile» crescita industriale oltre che al calo degli investimenti nei mercati del Vecchio Continente. Quello che è chiaro a tutti è che la principale economica europea, quella tedesca, non se la passa benissimo e un taglio dei tassi da parte della Bce potrebbe essere di grande aiuto. Di recente il mercato automobilistico ha continuato a mostrare le sue difficoltà. A luglio, l’indicatore che misura la fiducia degli imprenditori nel settore auto è calato a -18,3 punti da -9,5 di giugno. In più, l’associazione di categoria Vda ha mostrato che il mercato delle auto elettriche tedesche è crollato luglio rispetto allo stesso mese del 2023, mentre lo scorso mese sono state immatricolate in totale 238.300 nuove autovetture, il 2% in meno rispetto al luglio dell’anno scorso. Come se non bastasse, la situazione non dovrebbe migliorare a breve. «L’industria automobilistica sta scivolando ancora di più in una crisi e non ci possiamo aspettare un miglioramento significativo nei prossimi mesi», ha affermato Anita Wölfl, economista dell’Ifo. Si capisce, insomma, perché dal sondaggio di Bloomberg emerge forte l’esigenza di un continuo e duraturo taglio dei tassi. Senza una mossa del genere da parte della Bce, l’economia tedesca e così quella europea rischierebbero il collasso. Senza considerare l’irrequietezza dei mercati azionari degli ultimi tempi, altro segno che mostra che gli investitori europei ne hanno le tasche piene e che bisogna correre ai ripari in tempi brevi.
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
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Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.