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2025-11-15
«Basta soldi facili all'Ucraina»
Volodymyr Zelensky
Non è certo da oggi che serpeggiano sospetti e timori sulla destinazione di una parte delle forniture belliche. Erano passati meno di quattro mesi dall’inizio del conflitto quando, a giugno 2022, l’allora segretario generale dell’Interpol, Jürgen Stock, illustrò al Guardian le sue inquietudini: «I criminali», ammoniva, «stanno già concentrandosi» sui materiali spediti a Kiev. «Cercano di sfruttare queste situazioni caotiche», aggiungeva, per puntare alle armi «utilizzate dai militari», comprese «quelle pesanti». Secondo il dirigente di polizia, avremmo dovuto attenderci addirittura «un arrivo di armi in Europa»: esse sarebbero diventate «oggetto di traffici non solo nei Paesi vicini ma anche in altri continenti». «Dobbiamo essere preoccupati», concludeva il capo dell’Interpol.
A luglio 2023, fu il Pentagono a confermare che la situazione non era proprio sotto controllo. Un report del Dipartimento della Difesa Usa rivelava che delinquenti, trafficanti e combattenti volontari avevano sottratto armamenti occidentali che avrebbero dovuto essere consegnati all’esercito ucraino. Il ministero americano ammetteva che la sua capacità di monitorare il percorso degli equipaggiamenti stava fronteggiando delle «sfide» - la relazione usava un termine eufemistico - a causa della scarsità di personale statunitense sul campo.
Un anno dopo, a settembre 2024, l’Ong ginevrina Global initiative against transnational organized crime citò «prove recenti» secondo cui, «in Ucraina, stava emergendo un traffico organizzato di armi». Il mercato nero offriva sia pezzi russi o sovietici, frutto di bottini e sequestri al nemico, sia artiglieria di fabbricazione Usa. Ad esempio, c’era il cannone antiaereo Zu-23-2, con doppia canna da 23 millimetri, che si poteva acquistare alla modica cifra di 7.500 dollari; avrebbe potuto far gola a guerriglieri e terroristi ed essere montato su veicoli semoventi. Ma era in catalogo pure la mitragliatrice americana M240. Prezzo: 8.000 dollari. L’organizzazione denunciava il pericolo che il contrabbando penetrasse nell’Ue: ad agosto 2024, in effetti, era stato sgominato un sistema di compravendita di 72 pistole, 20 fucili d’assalto, 29 granate e quasi 49.000 proiettili nella città di Leopoli, situata a pochi chilometri dal confine con la Polonia.
A gennaio 2025, la stessa Global initiative formulava alcune ipotesi sul destino delle armi, a seconda di quello che sarà l’esito della guerra. Uno stallo, ad esempio, riducendo il numero degli scontri, potrebbe indurre entrambi i contendenti ad approfittare dei momenti di tregua per vendere illegalmente la «merce» inutilizzata. Un accordo negoziato, probabilmente, aumenterebbe il flusso di armi dirette in Ucraina; ma all’elemento deterrente potrebbero sovrapporsi le brame di sciacalli, pronti a lucrare su una quota dei carichi militari. Per assurdo, sarebbe il trionfo di Zelensky lo scenario più insidioso: l’ingresso nell’Unione europea spalancherebbe le porte ai trafficanti, mettendoli in condizione, si leggeva nel documento, «di spostare gli armamenti più facilmente all’interno dell’Europa». Immaginate il circolo vizioso: noi ci sveniamo per soccorrere l’esercito di Kiev; alcune delle nostre armi vanno nelle mani sbagliate; poi rientrano nel Vecchio continente mediante il contrabbando; e magari, alla fine, vengono usate per compiere rapine o, peggio, attentati.
Anche le Nazioni Unite hanno presente il problema. Giusto cinque giorni fa, alcuni «senior leader» dell’Onu e della società civile hanno ribadito al Consiglio di Sicurezza che il traffico di armi in Ucraina «rimane una minaccia enorme».
Ieri, l’Ue ha provato a fare la voce grossa, invocando «tolleranza zero» nei confronti della corruzione, ma lodando le contromisure di Zelensky. Un funzionario sentito da Politico ha anticipato che «la Commissione dovrà sicuramente rivalutare come spende» i fondi per il settore energetico ucraino, quello investito dallo scandalo delle mazzette. «L’Ucraina», ha insistito la fonte, «dovrà garantire trasparenza», mentre il presidente dovrà «rassicurare tutti» con un piano anticorruzione. Il comandante in capo ha lanciato una serie di audit nelle aziende statali, da condurre, ha giurato su X, «tempestivamente». Sentendo la mala parata, prova a correre ai ripari.
Fino ad oggi, l’Europa gli ha elargito più di 187 miliardi di euro di sovvenzioni, di cui 15 sono arrivati dagli Stati membri: 100,6 per il sostegno finanziario e umanitario; 17 per i rifugiati; 3,7 presi dai profitti degli asset russi immobilizzati; 66 sotto forma di assistenza militare, tramite l’European peace facility. Se il nome del fondo vi sembra bizzarro, ricordate l’adagio orwelliano: la guerra è pace. L’Italia, che ieri, con il vicepremier Antonio Tajani, ha annunciato un nuovo pacchetto di aiuti, ha erogato tra 3 e 3,5 miliardi, che comprendono le forniture belliche, il supporto umanitario e alla ricostruzione, oltre ai soldi riservati alla ristrutturazione del dissestato bilancio ucraino. E - perché no - magari ai bagni d’oro di qualche burocrate senza scrupoli. Vogliamo continuare a far finta di niente? Vogliamo andare avanti così? Hasta la victoria, anche se la vittoria non ci sarà?
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Pronto un altro pacchetto di aiuti, ma la Lega frena: «Prima bisogna fare assoluta chiarezza sugli scandali di corruzione». E persino la Commissione europea adesso ha dubbi: «Rivalutare i fondi a Kiev, Volodymy Zelensky ci deve garantire trasparenza».I nostri soldi all’Ucraina sono serviti anche per costruire i bagni d’oro dei corrotti nel cerchio magico di Volodymyr Zelensky. E mentre sia l’Ue sia l’Italia, non paghe di aver erogato oltre 187 miliardi la prima e tra i 3 e i 3 miliardi e mezzo la seconda, si ostinano a foraggiare gli alleati con aiuti economici e militari, sorge un interrogativo inquietante: se il denaro occidentale ha contribuito ad arricchire i profittatori di guerra, che fine potrebbero fare le armi che mandiamo alla resistenza?Non è certo da oggi che serpeggiano sospetti e timori sulla destinazione di una parte delle forniture belliche. Erano passati meno di quattro mesi dall’inizio del conflitto quando, a giugno 2022, l’allora segretario generale dell’Interpol, Jürgen Stock, illustrò al Guardian le sue inquietudini: «I criminali», ammoniva, «stanno già concentrandosi» sui materiali spediti a Kiev. «Cercano di sfruttare queste situazioni caotiche», aggiungeva, per puntare alle armi «utilizzate dai militari», comprese «quelle pesanti». Secondo il dirigente di polizia, avremmo dovuto attenderci addirittura «un arrivo di armi in Europa»: esse sarebbero diventate «oggetto di traffici non solo nei Paesi vicini ma anche in altri continenti». «Dobbiamo essere preoccupati», concludeva il capo dell’Interpol.A luglio 2023, fu il Pentagono a confermare che la situazione non era proprio sotto controllo. Un report del Dipartimento della Difesa Usa rivelava che delinquenti, trafficanti e combattenti volontari avevano sottratto armamenti occidentali che avrebbero dovuto essere consegnati all’esercito ucraino. Il ministero americano ammetteva che la sua capacità di monitorare il percorso degli equipaggiamenti stava fronteggiando delle «sfide» - la relazione usava un termine eufemistico - a causa della scarsità di personale statunitense sul campo.Un anno dopo, a settembre 2024, l’Ong ginevrina Global initiative against transnational organized crime citò «prove recenti» secondo cui, «in Ucraina, stava emergendo un traffico organizzato di armi». Il mercato nero offriva sia pezzi russi o sovietici, frutto di bottini e sequestri al nemico, sia artiglieria di fabbricazione Usa. Ad esempio, c’era il cannone antiaereo Zu-23-2, con doppia canna da 23 millimetri, che si poteva acquistare alla modica cifra di 7.500 dollari; avrebbe potuto far gola a guerriglieri e terroristi ed essere montato su veicoli semoventi. Ma era in catalogo pure la mitragliatrice americana M240. Prezzo: 8.000 dollari. L’organizzazione denunciava il pericolo che il contrabbando penetrasse nell’Ue: ad agosto 2024, in effetti, era stato sgominato un sistema di compravendita di 72 pistole, 20 fucili d’assalto, 29 granate e quasi 49.000 proiettili nella città di Leopoli, situata a pochi chilometri dal confine con la Polonia.A gennaio 2025, la stessa Global initiative formulava alcune ipotesi sul destino delle armi, a seconda di quello che sarà l’esito della guerra. Uno stallo, ad esempio, riducendo il numero degli scontri, potrebbe indurre entrambi i contendenti ad approfittare dei momenti di tregua per vendere illegalmente la «merce» inutilizzata. Un accordo negoziato, probabilmente, aumenterebbe il flusso di armi dirette in Ucraina; ma all’elemento deterrente potrebbero sovrapporsi le brame di sciacalli, pronti a lucrare su una quota dei carichi militari. Per assurdo, sarebbe il trionfo di Zelensky lo scenario più insidioso: l’ingresso nell’Unione europea spalancherebbe le porte ai trafficanti, mettendoli in condizione, si leggeva nel documento, «di spostare gli armamenti più facilmente all’interno dell’Europa». Immaginate il circolo vizioso: noi ci sveniamo per soccorrere l’esercito di Kiev; alcune delle nostre armi vanno nelle mani sbagliate; poi rientrano nel Vecchio continente mediante il contrabbando; e magari, alla fine, vengono usate per compiere rapine o, peggio, attentati.Anche le Nazioni Unite hanno presente il problema. Giusto cinque giorni fa, alcuni «senior leader» dell’Onu e della società civile hanno ribadito al Consiglio di Sicurezza che il traffico di armi in Ucraina «rimane una minaccia enorme».Ieri, l’Ue ha provato a fare la voce grossa, invocando «tolleranza zero» nei confronti della corruzione, ma lodando le contromisure di Zelensky. Un funzionario sentito da Politico ha anticipato che «la Commissione dovrà sicuramente rivalutare come spende» i fondi per il settore energetico ucraino, quello investito dallo scandalo delle mazzette. «L’Ucraina», ha insistito la fonte, «dovrà garantire trasparenza», mentre il presidente dovrà «rassicurare tutti» con un piano anticorruzione. Il comandante in capo ha lanciato una serie di audit nelle aziende statali, da condurre, ha giurato su X, «tempestivamente». Sentendo la mala parata, prova a correre ai ripari.Fino ad oggi, l’Europa gli ha elargito più di 187 miliardi di euro di sovvenzioni, di cui 15 sono arrivati dagli Stati membri: 100,6 per il sostegno finanziario e umanitario; 17 per i rifugiati; 3,7 presi dai profitti degli asset russi immobilizzati; 66 sotto forma di assistenza militare, tramite l’European peace facility. Se il nome del fondo vi sembra bizzarro, ricordate l’adagio orwelliano: la guerra è pace. L’Italia, che ieri, con il vicepremier Antonio Tajani, ha annunciato un nuovo pacchetto di aiuti, ha erogato tra 3 e 3,5 miliardi, che comprendono le forniture belliche, il supporto umanitario e alla ricostruzione, oltre ai soldi riservati alla ristrutturazione del dissestato bilancio ucraino. E - perché no - magari ai bagni d’oro di qualche burocrate senza scrupoli. Vogliamo continuare a far finta di niente? Vogliamo andare avanti così? Hasta la victoria, anche se la vittoria non ci sarà?
Lo ha detto il capo delegazione della Lega al Parlamento europeo Paolo Borchia in un'intervista a margine della plenaria di Strasburgo.
I successivi approfondimenti compiuti dai militari del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria di Udine, con la collaborazione dei colleghi veronesi, hanno permesso di accertare come alcuni di questi, in particolare due, fossero accompagnati da documentazione che, genericamente, evidenziava il trasporto di olio lubrificante proveniente dall’est Europa e destinato presso un non meglio specificato cliente bulgaro ma con luogo di consegna nella penisola.
Attese le varie anomalie riscontrate, i finanziari hanno deciso di verificare il contenuto dei «tank container» accertando come il prodotto contenuto presentasse le medesime caratteristiche del gasolio per autotrazione, noto come «Designer Fuel», commercializzato illecitamente in evasione d’imposta.
L’attività ha permesso quindi di sequestrare 64.000 litri di prodotto – di fatto gasolio idoneo all’autotrazione - fraudolentemente sottratto al pagamento delle imposte.
Le attività d’indagine adesso proseguono al fine di ricostruire l’intera filiera illecita ed individuare quello che doveva essere il reale destinatario del carico illecito.
Il risultato conseguito, dimostra l’impegno del Corpo della Guardia di Finanza profuso nel contrasto alle frodi nel settore delle accise, che arrecano gravi danni alle entrate dello Stato e comportano effetti distorsivi alle regole della libera concorrenza a tutela dei cittadini onesti, considerando, inoltre, che i prodotti energetici chimicamente alterati possono determinare rischi sia per l’ambiente che per la sicurezza della circolazione stradale.
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Mario Giordano presenta il libro “I re di denari”, nel quale denuncia l’enorme potere delle banche in Italia: un potere aumentato in seguito alla crisi finanziaria del 2011-2013, basato più sulla gestione del risparmio che sull’economia reale e alimentato da lotte di potere nello stesso sistema bancario. Giordano riflette anche sulla divisione politica non più tra destra e sinistra, ma tra élite e popolo e sul ruolo della famiglia oggi.