- O la fede è sale, ovvero lotta contro la corruzione e ha sapore, o è destinata a svanire. Serve il coraggio della passione della verità, che è luce. Non il conformismo di chi si arrangia identificandosi con il mondo.
- Dio conosce le miserie umane, però ci ha creati a sua immagine. La strada è l’imitazione di Cristo, seguendo l’esempio dei santi.
Lo speciale contiene due articoli.
Cari amici, nella Chiesa antica il catecumenato, il cammino verso il Battesimo, verso l’essere cristiani, cominciava con una piccola cerimonia: il sacerdote metteva un po’ di sale sulla bocca del catecumeno, che così entrava nel cammino verso Cristo, con Cristo. Perché? Il sale nell’antichità aveva una duplice funzione. Anzitutto, era un conservante, anzi nel tempo senza frigorifero, senza mezzi chimici, era il conservante, l’unico mezzo contro la corruzione, per difendere la vita contro le forze della decomposizione, della distruzione, della morte.
Così il sale significa la presenza della Parola di Cristo come forza contro la morte, contro la corruzione, anzi la presenza del Risorto, che è la vita, l’unica forza che impedisce il dominio della morte. Fare il catecumenato, il cammino verso Cristo, vuol dire portare in sé e sempre di più la Parola di Cristo, lasciarsi formare, difendere, anche col dolore che questa Parola porta. L’esigenza di opporsi alla decomposizione spirituale umana, alla corruzione della nostra vita, implica che noi entriamo in contatto con il Risorto e così con la forza della vita. Vivere in contatto con il Risorto è così vivere contro la morte, è cammino verso Cristo, è farsi cristiano.
Ma c’era anche una seconda funzione. Il sale è un condimento, dava sapore alla realtà. Nel Libro del Levitico è prescritto che ogni sacrificio per Dio dev’essere salato, così avrebbe sapore per Dio (cfr. Lv 2,13). Noi come possiamo avere sapore per Dio, davanti a Dio? È ovvio che questi sacrifici di tori, agnelli, eccetera, non potevano essere il vero dono per Dio, sono solo simboli. Ricordiamo la parola del Salmo: «Sacrifici e olocausti non hai voluto, un corpo mi hai preparato, vengo per fare la tua volontà» (Sal 40,7-9). Questi sacrifici possono essere solo simboli della realtà; il vero sacrificio, la vera glorificazione di Dio, il dono della Creazione a Dio è l’uomo che vive col sapore di Cristo, che porta in sé la sua luce.
Mi viene in mente la bella parola di Sant’Ireneo: «La gloria di Dio è l’uomo vivente». Ma la vita dell’uomo è di Dio, l’uomo vivente è il vero sacrificio, la gloria di Dio, e vivere implica sempre anche la lotta contro la morte, implica il sapore di Cristo che dobbiamo portare in noi, perché è necessario non essere una realtà insipida per il mondo e per Dio. Preghiamo il Signore che ci aiuti a portare sempre più in noi il sapore del Vangelo, il sapore di Cristo, così che la nostra vita sia saporita, sia forza del bene nel mondo, e che diventi sempre più presente la forza vivificante di Cristo contro le forze di distruzione. Così, se Cristo nel Vangelo di San Luca dice: «Avete sale?» (Lc 14,24-25), vuol dire: «Voi siete il sacrificio, la gloria di Dio vivente, vivente dalla Parola del Signore che dà luce e trasforma la nostra vita».
Oggi nel Vangelo il Signore non dice: «Avete sale in voi?», ma aggiunge una nuova sfumatura. Non chiede solo: «Avete?», ma afferma: «Siete sale!»; cioè i discepoli di Cristo, la Chiesa, devono essere sale per il mondo, per l’umanità, per la storia e avere proprio la funzione del sale nella storia umana, che come vediamo oggi è sempre minacciata dalle forze della corruzione, della distruzione, dalle forze della morte. Noi cristiani dobbiamo essere il sale per questo mondo, per questa storia, portare in noi la forza della croce di Cristo, la forza di difesa della vita contro le forze della distruzione.
Il Signore dice anche: «Se non lo fate, che cosa vale ancora il vostro cristianesimo?». Un cristianesimo conformista, che si arrangia con il mondo, che si identifica sempre più con il mondo, che non ha più il coraggio della passione della verità, del dolore della verità, che non è più sale che difende e lotta contro la morte, è sale senza sapore, che non vale niente, che sparisce da sé. Un cristianesimo conformista, che sembra moderno, all’altezza dei tempi, in realtà non ha valore, non è necessario. Può sopravvivere e vivere solo una fede che è sale, che ha forza di novità, che ha il sapore di Cristo Risorto.
Preghiamo il Signore perché a ognuno di noi, alla Chiesa, ai vescovi, dia il coraggio di essere realmente il sale, di portare la novità, la forza vitale del Vangelo nel mondo, anche dove è doloroso, e così salvare il mondo.
Il cammino verso il Battesimo comincia con il dono del sale e finisce con il dono della luce. Dopo il Battesimo, alla fine il sacerdote consegna al battezzato la candela accesa e dice: «Adesso sei luce in Cristo, porta la sua luce!». Così la seconda immagine per la nostra esistenza e missione cristiana è proprio la luce. Dobbiamo portare in questo mondo la luce della Parola di Dio, che mostra la strada, ci fa vedere.
La luce, infine, non è nient’altro che la Verità. Solo la Verità ci mostra che cosa vale, chi siamo noi, dove dobbiamo andare, e Cristo è il Logos, la Ragione eterna, e così le Chiese sono la luce del mondo. Grazie a Cristo conosciamo il volto di Dio, sappiamo chi è Dio, chi siamo noi e dove dobbiamo andare, come dobbiamo vivere e morire realmente bene per andare nella direzione giusta. Cristo è la luce del mondo.
Preghiamo di nuovo il Signore perché ci aiuti a difendere questa luce. Essa è sempre minacciata dai venti del tempo e così anche nel nostro tempo la luce può spegnersi facilmente. Ma non dobbiamo solo difendere la luce, dobbiamo anche darla agli altri. Nell’epoca moderna, con lo sviluppo delle scienze naturali, si è formata sempre più l’idea che la verità ultima non è accessibile all’uomo. Con l’esperimento, con il metodo di verifica e di falsificazione, noi possiamo mostrare quali sono gli elementi della materia, e così possiamo usare il mondo, metterlo in nostro possesso; ma quanto non è verificabile con questo metodo sperimentale non è sicuro, e quindi rimane nel campo della soggettività: la verità stessa non è accessibile.
Così l’epoca moderna ha saputo sempre più usare, strumentalizzare le cose e, fino alle ultime novità tecnologiche, vediamo che possiamo sempre più prendere in mano il mondo, usarlo per noi, con metodi sempre più raffinati. Possiamo usare il mondo, ma non sappiamo perché e a che scopo, poiché la verità non è accessibile, rimane dipendente dal soggetto, come un sentimento. Se è così, l’uomo è realmente in una situazione tragica e minacciato dall’autodistruzione, perché la verità è la luce necessaria per vivere, e perciò crediamo in dio, crediamo in Cristo, che è Verità.
Ma c’è un modo diverso da quello sperimentale delle scienze naturali, anche per la falsificazione e la verifica di questa nostra verità, la vera verità dell’essere. I santi sono la verifica della verità di Cristo, i santi ci dimostrano: così è l’uomo, perché così è Dio! Come dice San Pietro, sono le luci nel cielo oscuro della storia, ci mostrano la luce, risplendono della vera luce, quella di Cristo (cfr. 2Pt 1,19).
E c’è la falsificazione del sistema di Hitler, o Stalin, fino a Pol Pot; quei sistemi atei hanno dimostrato che i mondi senza Dio sono falsificati. E non solo i sistemi violenti, atei, ma anche questo nostro mondo positivista, con la sua negazione della certezza dei valori, dove valgono solo le leggi del mercato, dove si può calcolare tutto, anche questo mondo si distrugge, si autodistrugge, si falsifica in un modo più sottile, ma non meno reale e pericoloso. La luce di Cristo è la vera luce, Cristo è il Logos, la Ragione eterna e così la Verità che ci dà la vita.
Nel Vangelo, il Signore ci ammonisce anche con una minaccia. Dice: «Sì, la luce è la luce, ma la luce può essere coperta sotto il moggio e non splendere più». Questo è un pericolo personale e collettivo. Personale se la nostra vita, il nostro comportamento, non lascia più che appaia la luce di Cristo; se viviamo Cristo solo per noi, ma ciò non tocca gli altri e la luce di Cristo è coperta dalla nostra luce, se non traspare più dal nostro essere e non siamo più stelle nel firmamento di questo mondo. Ma il pericolo concerne anche il livello della Chiesa come tale, è il pericolo di ritirarsi in sé stessa, ma soprattutto di essere coperta dalla mole dei nostri peccati. Vediamo oggi come l’assurdità degli scandali diventa molto forte, tanto che copre la luce e non lascia più apparire la città sul monte, non dà più la luce per vedere: «Questa è la città di Dio!».
Preghiamo il Signore: «Aiutaci a vivere così che siamo trasparenti per la tua luce, aiuta la tua Chiesa. Non lasciare la forza al diavolo, al potere del male. Aiuta la tua Chiesa perché risplenda la luce dei santi, perché sia visibile come città sul monte, e così ci illumini la Verità senza la quale non c’è vita». Amen!
Siamo chiamati tutti alla perfezione del Padre nostro, fino al martirio
Cari amici, l’ultima parola di questo Vangelo è quasi un riassunto di tutto il Discorso della montagna, è una parola che ci spaventa, perché dice: «Siate perfetti come il Padre vostro celeste è perfetto». Vorremmo dire subito: «Signore, Tu non sai come noi siamo deboli? Siamo solo polvere, carne! Inoltre siamo feriti dal peccato originale; come puoi dire che dobbiamo essere perfetti come il Padre nostro?». Ma il Signore - se accadesse come per don Camillo -, possiamo immaginare che ci risponda dalla Croce; penso che direbbe: «Sì, naturalmente conosco le vostre debolezze. Io stesso che vi ho salvato conosco la realtà della vita umana con tutti i suoi limiti, con tutti i suoi problemi. Ho visto tutte le debolezze di San Pietro, quando per le chiacchiere di una serva ha perso tutto il suo coraggio. Tutto questo lo conosco bene e tuttavia non dimenticate la vostra dignità, altrimenti io non mi sarei fatto uomo, se questa non fosse una cosa grande; rispettate la vostra dignità, rispettate il fatto che siete immagine di Dio. L’essenza dell’immagine è che è simile alla realtà presentata, quindi dovrete essere quasi sempre vera immagine di Dio». A questo punto, potremmo continuare noi e dire: «Sì. Non dobbiamo ritirarci nella pigrizia o nella pusillanimità come ha fatto quel servo pigro, che ha nascosto i suoi talenti e così ha perso sé stesso, la sua vita; non dobbiamo fuggire nella mediocrità, ma essere magnanimi, coraggiosi e far fruttare il dono datoci da Dio».
Possiamo ricordarci che i Padri della Chiesa hanno detto che, quando Dio ha creato l’uomo, la sua prima idea originaria era Gesù Cristo, il Dio fattosi uomo. Questo, dice San Paolo, è il primogenito di tutti gli uomini (cfr. Col 1,15.18), è l’immagine originaria di Dio alla quale noi siamo conformati, vuol dire che in Gesù Cristo Dio ha già tradotto la sua immagine e ci dà già la possibilità di imitare Dio. Possiamo ricordarci che San Paolo nella Lettera agli Efesini dice: «Imitate Dio» (Ef 5,1), ma nella prima Lettera ai Corinzi dice: «Imitate Cristo, imitate me» (cfr. 1Cor 11,1). Sono tre traduzioni: possiamo imitare l’Apostolo, ma imitando l’Apostolo dobbiamo imitare Cristo, e imitando Cristo dobbiamo imitare Dio.
Così appare una cosa nuova importante, cioè che il Discorso della montagna dev’essere interpretato dopo la Risurrezione. Quando il Signore lo ha pronunciato non era ancora risorto, era ancora qui sulla terra; solo dopo la Risurrezione, nella luce della Croce e della Risurrezione, possiamo capire bene il Discorso della montagna, interpretandolo in chiave cristologica, e così troviamo l’accesso alla possibilità di realizzarlo.
In realtà, Gesù ha realizzato tutto quanto ha detto qui: non è andato solo un miglio con noi, ma ha percorso come noi tutta la strada della nostra vita fino alla morte; non ha dato soltanto una camicia e non solo il mantello, ha dato sé stesso nella sua totalità, lasciandosi schiaffeggiare ogni giorno dall’umanità e rimanendo buono. È morto anche per i suoi avversari, per i nemici; dalla Croce ha pregato per i nemici. Adesso possiamo capire tutto questo, interpretando la redenzione in chiave cristologica, rileggendo la sua vita nella Risurrezione.
Quindi, adesso, cercare di assimilarci a Dio - poiché Egli ha messo in noi questa similitudine - non solo è possibile, ma è un appello alla nostra magnanimità per lasciarci affascinare da Cristo e corrispondere a questo fascino per essere veri uomini.
Ma come facciamo? Per imitare Dio in Cristo, secondo il modello dei santi, dobbiamo soprattutto conoscerlo - questa è la prima confessione - e, come Abramo, farci amici di Dio; nell’amicizia di Dio, conoscerlo, e così assimilarci a Lui. Poi, per poterlo imitare, possiamo vedere chi è Dio, e come è Dio. «Dio è amore», ci dice San Giovanni (1Gv 4,8.16): allora imitare Dio vuol dire essere uomini di amore, come Cristo è amore. Quindi, escludere le cose contrarie all’amore: l’avarizia, le chiacchiere, i pettegolezzi, i sospetti, l’odio, l’antipatia, tutto questo; poi, fare quanto è bene, cominciando dai nostri pensieri sull’altro, pensare bene dell’altro, cercare in lui la fiamma della luce di Dio anche se è molto nascosta, aiutarlo materialmente; spesso, una piccola parola è un dono grande, bello, un aiuto per sopportare le situazioni; essere attenti, sensibili per dare segni di amore all’altro.
Infine, dobbiamo tenere presente che Dio è amore e Dio è verità. E questo è proprio il senso di Dio: amore e verità vanno insieme, amore nella verità e verità nell’amore. Perciò l’amore non è sempre una cosa comoda, che ci lascia d’accordo con tutti. Dio non è sempre d’accordo, ci ingombra, ci interroga per formarci alla nostra verità e per salvarci dalla perdita di noi stessi; amore vuol dire anche essere severi con l’altro per aiutarlo a ritrovare la giusta strada, accettare anche noi le durezze, che ci aiutano a essere veri con noi stessi, più vicini a Dio. E, soprattutto, è importante il fatto che nell’amore di Dio e dell’altro è compreso che per l’altro è un bene conoscere qual è la verità, dobbiamo aiutarlo perché conosca Dio e conosca lui stesso la verità, il suo modello originario, l’idea originaria secondo la quale è creato. Questo è servizio di carità, servizio di amore e di verità; il servizio di verità è servizio di carità; in questo senso l’annuncio del Vangelo, la missionarietà, in tutte le sue forme è un modo di imitare Dio.
Infine, una cosa sorprendente: Dio non solo è verità, è amore, ma anche umiltà. Pare strano che Dio sia umile, ma in Cristo ci ha mostrato proprio questo; si è umiliato fino alla schiavitù, fino a essere nostro schiavo, e questa è la vera grandezza di Dio, in cui Dio si manifesta in tutto il suo amore infinito. Dio è umile, si fa nostro servo, e questa umiltà di Dio è da imitare per essere perfetti, per essere veramente ciò che noi siamo, sua immagine, sua similitudine. Dobbiamo accettare anche cose da servi, servire, non cercare il nostro prestigio, ma cercare il posto del Signore, che è il posto dell’umiltà. E anche cominciare a credere è un atto di umiltà.
Alla fine, non dimentichiamo che ieri abbiamo avuto 19 nuovi cardinali, che oggi concelebrano con il Papa nella nuova veste di cardinali e il Papa stesso ha ricordato ai cardinali che il cardinalato non è tanto un onore, ma un servizio, e sappiamo che il cardinalato è caratterizzato dalla porpora, dal colore del sangue come disponibilità a servire fino all’effusione del sangue, al martirio. È importante tener presente che il martirio non comincia solo nel momento in cui si realizza l’effusione del sangue, ma martirio in greco vuol dire «testimonianza».
La testimonianza veramente vissuta è martirio, perché si espone sempre alle beffe del mondo, a tutti gli attacchi del mondo, è sempre un esporsi alle torture, ai flagelli di questo mondo. Così testimonianza è martyría, è disponibilità a donare realmente la propria vita, perché Cristo sia presente nel mondo e trasformi il mondo.
In questo senso, preghiamo il Signore che ci aiuti ad andare con coraggio, con umiltà, sulla strada della ricerca della perfezione vera, e preghiamo per i nuovi cardinali, perché siano veramente testimoni suoi fino all’effusione del sangue. Amen!
Cari amici,
nella storia della guarigione del cieco nato, l’evangelista San Giovanni fa trasparire tutto il mistero di Dio e dell’uomo, ci mostra che i miracoli del Signore non sono semplici fatti momentanei, ma sono segni, trasparenza del mistero di Dio, apparizione della verità.
Anzitutto osserviamo che quest’uomo, il quale non può vedere, rappresenta l’umanità segnata dal peccato originale. Questa umanità è incapace di vedere Dio, di vedere, di conoscere la verità, di vedere l’essenziale. Certo, non può mai ignorare totalmente Dio, perché Dio è inscritto profondamente nel nostro essere, nel nostro cuore. Qualche visione, qualche idea di Dio c’è sempre; talvolta si avvicina molto alla vera visione di Dio, ma non vi arriva mai realmente, neppure nei più grandi tentativi di spiriti elevati o di grandi religioni; talvolta invece diventa una vera caricatura.
Tuttavia, mai l’uomo segnato dal peccato originale riesce a vedere bene, in realtà, chi è Dio, il volto di Dio. Per guarire l’uomo decaduto, Dio stesso deve intervenire, deve farsi suo medico, deve entrare nella storia umana. I Padri della Chiesa dicono che il canto degli angeli a Natale sarebbe nato dalla loro gioiosa sorpresa per il fatto che quel Dio, che fino ad allora conoscevano nella grande saggezza delle strutture del cosmo, quel Dio creatore è entrato nella storia, si è reso una figura nella storia. Questa gioiosa sorpresa si realizza qui in modo molto concreto.
San Giovanni racconta questa storia in tre tappe. La prima è rappresentata dal fango, che il Signore mette sugli occhi del cieco nato. È difficile da interpretare che cosa ciò voglia dire, che cosa significhi. Sant’Agostino ha dato un’interpretazione, allegorica e un po’ forzata, che però mi sembra guidarci sulla strada giusta. Sant’Agostino chiama questo fango «collirio» e il collirio è composto, come vediamo nel Vangelo, da due elementi: terra e saliva.
La saliva nel mondo antico era considerata come il respiro materializzato, come comunicazione dell’anima; così sant’Agostino vede in questa composizione tra terra e respiro di Gesù un simbolo dell’umanità di Gesù. Perciò, conoscere l’umanità di Gesù, incontrare l’uomo Gesù sarebbe il primo passo verso la guarigione. Forse è forzato, ma in ogni caso mi sembra che sia un simbolo del catecumenato, dell’avvicinarsi a Gesù, del cominciare a vedere la sua figura, del cominciare a conoscere dapprima l’uomo Gesù per poi arrivare al Figlio dell’uomo, al Figlio di Dio.
Un movimento simile a quello che pure San Giovanni ci racconta, quando i primi discepoli seguono con un po’ di ansia Gesù e alla fine osano dire: «Dove abiti?» (Gv 1,38).
Questo primo momento di guarigione è sempre nuovamente necessario anche per noi: conoscere l’uomo Gesù, avvicinarsi a Lui, sapere dove abita, seguirlo.
La seconda tappa è il bagno nella piscina di Siloe. San Giovanni sottolinea che Siloe vuol dire «l’inviato». Ciò indica il mistero di Gesù, che è l’inviato da Dio, colui nel quale Dio stesso entra nella storia, esce dalla grandezza della sua gloria e diventa uomo in questa storia umana.
Il bagno nella piscina di Siloe significa immergersi, essere immerso nel mistero di Gesù, essere penetrato dal mistero di Gesù, che ci lava dall’interno, entra nell’intimo del nostro essere.
È facile riconoscere che questo bagno nella piscina di Siloe, cioè nell’inviato, è simbolo del Battesimo stesso, della nostra immersione nel mistero di Gesù che avviene in questo sacramento. Ciò vuol dire che non basta conoscere Gesù, avere le idee di Gesù, leggere la Scrittura, ma che abbiamo bisogno di una sua azione, abbiamo bisogno della sua Chiesa, abbiamo bisogno di essere immersi nel suo mistero, nei sacramenti.
Così, da una parte, appare l’unicità del sacramento del Battesimo, questo atto in cui Gesù stesso agisce, con cui ci immerge nella sua stessa umanità e divinità e, dall’altra, si vede che è anche simbolo di una realtà che deve continuare nella nostra vita, che occorre lavarci sempre di nuovo nell’inviato, nel mistero di Gesù, che è necessario lasciar «lavare» i nostri pensieri, i nostri affetti, la nostra volontà, ed entrare nella comunione con la Santa Chiesa, nella vita dei sacramenti, nella vita di preghiera, nella meditazione, nell’incontro con Gesù nella Chiesa. Che abbiamo bisogno di lasciarci immergere, penetrare sempre più dal mistero di Dio, di essere sempre più battezzati, sempre più uniti al suo essere e rinnovati, non solo essere «bagnati» ma rinati.
Infine, la terza tappa. Il cieco nato, il quale sapeva solo che l’uomo che l’aveva guarito si chiama Gesù, lo riconosce come Figlio di Dio, Figlio dell’uomo; crede e adora.
Questa parola: «Si prostrò», nel testo greco del Vangelo prosekinesen (Gv 9,38), che vuol dire non solo il gesto esterno del prostrarsi, ma il gesto totale dell’essere di un uomo, l’adorazione del corpo e del cuore.
Alla fine il cieco nato crede, e credere è adorare, e solo così finalmente egli vede, vede non solo con gli occhi corporali ma vede anche col cuore, vede con la sua mente, è realmente illuminato, diviene uno che è guarito, e vede quanto dobbiamo vedere per vivere realmente, per arrivare alla vera vita.
Solo l’atto della fede in Gesù che diventa adorazione è l’illuminazione completa e perfetta. Solo chi adora Dio in Cristo Gesù, solo chi crede in Cristo e lo adora, vede bene, è realmente arrivato alla luce, è figlio della luce. Questo duplice atto - credere e adorare - non è solo una realtà intellettuale o esteriore, ma penetra la vita; significa riconoscere l’autorità di Gesù e sottometterci in tutta la nostra vita alla sua autorità, e così vedere bene, essere figli della luce.
Come dice la seconda lettura, il mistero di questa guarigione è che non riceviamo solamente in modo passivo la luce, ma noi stessi diventiamo luce, figli della luce, o, come dice San Paolo ai Filippesi, diveniamo stelle nella notte del mondo (cfr. Fil 2,15). Anche noi, con Cristo, diveniamo luce. Per questo preghiamo che Gesù ci guarisca completamente, così che non solo lo possiamo vedere, come oggetto del nostro vedere, ma diventiamo noi stessi attivamente, con Lui, luce in questo mondo.
Tutto ciò la Chiesa ci annuncia in questa Domenica Laetare, nella domenica della gioia; così vuol dirci che tutto quanto abbiamo appena ascoltato è il motivo della vera gioia che il Vangelo ci porta. La gioia: Dio mi conosce, Dio mi ama, Dio si occupa di me. La grande sorpresa degli angeli nella notte di Natale, perché questo Dio che conoscevano nella bellezza del mondo si era fatto uomo nella storia, questa sorpresa gioiosa dovrebbe essere anche la nostra sorpresa sempre nuova: che il grande Dio mi conosce, si occupa di me, mi ama, e io posso conoscerlo, anzi, posso essere in contatto con Lui, camminare con Lui, sperimentare che Lui è mio amico.
Nelle correnti teologiche post-conciliari, è stato detto che in questa gioia - dell’essere conosciuti da Dio e del conoscerlo - vi sarebbe un trionfalismo incompatibile con l’umiltà cristiana. Questo è un grande errore. Non è un vanto il fatto che noi conosciamo, è un dono, è un dono sorprendente! Come Israele riconosceva nei Salmi e si rallegrava, dicendo: «A nessun altro popolo Dio si è rivelato, a noi ha mostrato la sua parola» (cfr. Sal 147,19s).
Che gioia conoscere la tua volontà, Signore, che gioia nell’oscurità della vita conoscere Te e conoscere la vita, essere in contatto con Te! Tanto più questa gioia vale per noi, perché Dio non si è più mostrato solo come legge, come parola, ma si è mostrato come uomo, come figlio dell’uomo, come uno di noi, come uno che mi ama e, nei sacramenti, si dà nelle mie mani, si offre al mio cuore. Questa gioiosa sorpresa dovrebbe essere il motivo del Laetare di questa domenica, del riconoscere realmente che la fede è Vangelo ed è luce.
Preghiamo il Signore perché ci guarisca sempre di nuovo, ci aiuti a vedere e ci doni questa grande gioia: «Egli è con me, è luce, e con Lui posso essere anch’io nella luce. La sua grazia è sempre più grande della mia debolezza, il Signore è luce della mia vita». Amen!
(a cura di Matteo Lorenzi)
Potremmo ben dire che la Chiesa vive per lodare e ringraziare Dio. È essa stessa «azione di grazie», lungo i secoli, testimone fedele di un amore che non muore, di un amore che abbraccia gli uomini di ogni razza e cultura, disseminando in modo fecondo principi di vera vita. […] Sostenuta dallo Spirito Santo, essa «prosegue il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio» (Sant’Agostino, De Civitate Dei, XVIII, 51,2), traendo forza dall’aiuto del Signore. [...] La Chiesa vive di Cristo e con Cristo. Egli le offre il suo amore sponsale guidandola lungo i secoli; ed essa, con l’abbondanza dei suoi doni, accompagna il cammino dell’uomo, affinché coloro che accolgono Cristo abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza.
(Dall’Omelia tenuta per la celebrazione dei Vespri e del Te Deum di fine anno del 2005)
Nelle ultime ore di ogni anno solare assistiamo al ripetersi di taluni «riti» mondani che, nell’attuale contesto, sono prevalentemente improntati al divertimento, vissuto spesso come evasione dalla realtà, quasi ad esorcizzarne gli aspetti negativi e a propiziare improbabili fortune. Quanto diverso deve essere l’atteggiamento della comunità cristiana! La Chiesa è chiamata a vivere queste ore facendo propri i sentimenti della Vergine Maria. Insieme a Lei è invitata a tenere lo sguardo fisso sul Bambino Gesù, nuovo Sole apparso all’orizzonte dell’umanità e, confortata dalla sua luce, a premurarsi di presentargli «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono» (Gaudium et spes, 1).
Si confrontano dunque due diverse valutazioni della dimensione «tempo», una quantitativa e l’altra qualitativa. Da una parte, il ciclo solare con i suoi ritmi; dall’altra, quella che San Paolo chiama la «pienezza del tempo» (Gal 4,4), cioè il momento culminante della storia dell’universo e del genere umano, quando il Figlio di Dio nacque nel mondo. Il tempo delle promesse si è compiuto e, quando la gravidanza di Maria è giunta al suo termine, «la terra», come dice un Salmo, «ha dato il suo frutto» (Sal 66,7). La venuta del Messia, preannunziata dai profeti, è l’avvenimento qualitativamente più importante di tutta la storia, alla quale conferisce il suo senso ultimo e pieno. Non sono le coordinate storico-politiche a condizionare le scelte di Dio, ma, al contrario, è l’avvenimento dell’Incarnazione a «riempire» di valore e di significato la storia. Questo, noi che veniamo dopo duemila anni da quell’evento, possiamo affermarlo, per così dire, anche a posteriori, dopo aver conosciuto tutta la vicenda di Gesù, fino alla sua morte e risurrezione. Noi siamo testimoni, contemporaneamente, della sua gloria e della sua umiltà, del valore immenso della sua venuta e dell’infinito rispetto di Dio per noi uomini e per la nostra storia. Egli non ha riempito il tempo riversandosi in esso dall’alto, ma «dall’interno», facendosi piccolo seme per condurre l’umanità fino alla sua piena maturazione.
(Dall’Omelia tenuta per la celebrazione dei Vespri e del Te Deum di fine anno del 2006)
Che si deve dire come cristiani in quest’ora di passaggio? Compiere, almeno adesso, qualcosa di veramente umano, a cui ci spinge appunto quest’ora: sfruttare questo momento di riflessione per prendere le distanze, per farsi un’idea generale, per acquistare libertà interiore e paziente disponibilità a proseguire. Un antico filosofo ha fatto notare un giorno che l’uomo si differenzia essenzialmente dall’animale perché egli, per così dire, sporge con la sua testa fuori dall’acqua del tempo. Le bestie sono in essa come pesci natanti trasportati dal tempo; soltanto l’uomo può uscirne col suo sguardo e dominare così il tempo. Ma facciamo realmente così? Non siamo forse anche noi dei semplici pesci, immersi nel mare del tempo, che vengono trasportati dalle sue correnti, senza poter scorgere i termini di questo andare? Non siamo forse sempre presi dagli impegni particolari di ogni giorno, dai suoi costanti bisogni e necessità? Non passiamo forse da appuntamento ad appuntamento, da dovere a dovere, al punto che non riusciamo più ad accorgerci di noi stessi? Ma, allora, dovrebbe essere questo il momento di venire a galla e cercare di guardare, per un istante, il cielo che sta sopra il mare e le stelle che stanno sopra di noi, per cogliere contemporaneamente noi stessi. Dovremmo cercare di esaminare il cammino che abbiamo percorso e trovare delle valutazioni. Dovremmo cercare di conoscere ciò che c’è stato di errato, quello che ha impedito l’accesso a noi stessi e agli altri. Dovremmo conoscerlo, per tenercene interiormente lontani, affinché il cammino dell’anno nuovo sia realmente per noi un progresso, un andare avanti.
(da Dogma e predicazione, Queriniana, Brescia 1974)
Un altro anno si avvia a conclusione mentre ne attendiamo uno nuovo: con la trepidazione, i desideri e le attese di sempre. Se si pensa all’esperienza della vita, si rimane stupiti di quanto in fondo essa sia breve e fugace. Per questo, non poche volte si è raggiunti dall’interrogativo: quale senso possiamo dare ai nostri giorni? Quale senso, in particolare, possiamo dare ai giorni di fatica e di dolore? [...] A questa domanda c’è una risposta: è scritta nel volto di un Bambino che 2.000 anni fa è nato a Betlemme e che oggi è il Vivente, per sempre risorto da morte. Nel tessuto dell’umanità lacerato da tante ingiustizie, cattiverie e violenze, irrompe in maniera sorprendente la novità gioiosa e liberatrice di Cristo Salvatore, che nel mistero della sua incarnazione e della sua nascita ci fa contemplare la bontà e la tenerezza di Dio. Dio eterno è entrato nella nostra storia e rimane presente in modo unico nella persona di Gesù, il suo Figlio fatto uomo, il nostro Salvatore, venuto sulla terra per rinnovare radicalmente l’umanità e liberarla dal peccato e dalla morte, per elevare l’uomo alla dignità di figlio di Dio.
(Dall’Omelia tenuta per la celebrazione dei Vespri e del Te Deum di fine anno del 2011)
Il Te Deum che innalziamo al Signore questa sera, al termine di un anno solare, è un inno di ringraziamento che si apre con la lode - «Noi ti lodiamo, Dio, ti proclamiamo Signore» - e termina con una professione di fiducia - «Tu sei la nostra speranza, non saremo confusi in eterno». Quale che sia stato l’andamento dell’anno, facile o difficile, sterile o ricco di frutti, noi rendiamo grazie a Dio. Nel Te Deum, infatti, è contenuta una saggezza profonda, quella saggezza che ci fa dire che, nonostante tutto, c’è del bene nel mondo, e questo bene è destinato a vincere grazie a Dio, il Dio di Gesù Cristo, incarnato, morto e risorto. Certo, a volte è difficile cogliere questa profonda realtà, poiché il male fa più rumore del bene; un omicidio efferato, delle violenze diffuse, delle gravi ingiustizie fanno notizia; al contrario i gesti di amore e di servizio, la fatica quotidiana sopportata con fedeltà e pazienza rimangono spesso in ombra, non emergono. Anche per questo motivo non possiamo fermarci solo alle notizie se vogliamo capire il mondo e la vita; dobbiamo essere capaci di sostare nel silenzio, nella meditazione, nella riflessione calma e prolungata; dobbiamo saperci fermare per pensare. In questo modo il nostro animo può trovare guarigione dalle inevitabili ferite del quotidiano, può scendere in profondità nei fatti che accadono nella nostra vita e nel mondo, e giungere a quella sapienza che permette di valutare le cose con occhi nuovi. Soprattutto nel raccoglimento della coscienza, dove ci parla Dio, si impara a guardare con verità le proprie azioni, anche il male presente in noi e intorno a noi, per iniziare un cammino di conversione che renda più saggi e più buoni, più capaci di generare solidarietà e comunione, di vincere il male con il bene. Il cristiano è un uomo di speranza, anche e soprattutto di fronte al buio che spesso c’è nel mondo e che non dipende dal progetto di Dio ma dalle scelte sbagliate dell’uomo, perché sa che la forza della fede può spostare le montagne (cfr Mt 17,20): il Signore può illuminare anche la tenebra più profonda.
(Dall’Omelia tenuta per la celebrazione dei Vespri e del Te Deum di fine anno del 2012)
In questi nostri tempi, segnati da incertezza e preoccupazione per l’avvenire, è necessario sperimentare la viva presenza di Cristo. È Maria, Stella della speranza, che a Lui ci conduce. È Lei, con il suo materno amore, che può guidare a Gesù specialmente i giovani, i quali portano insopprimibile nel loro cuore la domanda sul senso dell’umana esistenza. […]
Cari giovani, responsabili del futuro di questa nostra città, non abbiate paura del compito apostolico che il Signore vi affida, non esitate a scegliere uno stile di vita che non segua la mentalità edonistica corrente. Lo Spirito Santo vi assicura la forza necessaria per testimoniare la gioia della fede e la bellezza di essere cristiani. Le crescenti necessità dell’evangelizzazione richiedono numerosi operai nella vigna del Signore: non esitate a rispondergli prontamente se Egli vi chiama. La società ha bisogno di cittadini che non si preoccupino solo dei propri interessi perché, come ho ricordato il giorno di Natale, «il mondo va in rovina se ciascuno pensa solo a sé».
(Dall’Omelia tenuta per la celebrazione dei Vespri e del Te Deum di fine anno del 2008)
La quaestio fidei è la sfida pastorale prioritaria anche per la diocesi di Roma. I discepoli di Cristo sono chiamati a far rinascere in sé stessi e negli altri la nostalgia di Dio e la gioia di viverlo e di testimoniarlo, a partire dalla domanda sempre molto personale: perché credo? Occorre dare il primato alla verità, accreditare l’alleanza tra fede e ragione come due ali con cui lo spirito umano si innalza alla contemplazione della Verità (cfr Giovanni Paolo II, Fides et ratio, Prologo); rendere fecondo il dialogo tra cristianesimo e cultura moderna; far riscoprire la bellezza e l’attualità della fede non come atto a sé, isolato, che interessa qualche momento della vita, ma come orientamento costante, anche delle scelte più semplici, che conduce all’unità profonda della persona rendendola giusta, operosa, benefica, buona. Si tratta di ravvivare una fede che fondi un nuovo umanesimo capace di generare cultura e impegno sociale.
(Dall’Omelia tenuta per la celebrazione dei Vespri e del Te Deum di fine anno del 2011)
Per quanto riguarda la Chiesa cattolica, l’interesse principale dei suoi interventi nell’arena pubblica è la tutela e la promozione della dignità della persona e quindi essa richiama consapevolmente una particolare attenzione su principi che non sono negoziabili. Fra questi ultimi, oggi emergono particolarmente i seguenti:
- tutela della vita in tutte le sue fasi, dal primo momento del concepimento fino alla morte naturale;
- riconoscimento e promozione della struttura naturale della famiglia, quale unione fra un uomo e una donna basata sul matrimonio, e sua difesa dai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione, oscurando il suo carattere particolare e il suo insostituibile ruolo sociale;
- tutela del diritto dei genitori di educare i propri figli.
Questi principi non sono verità di fede anche se ricevono ulteriore luce e conferma dalla fede. Essi sono iscritti nella natura umana stessa e quindi sono comuni a tutta l’umanità. L’azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dalla loro affiliazione religiosa. Al contrario, tale azione è tanto più necessaria quanto più questi principi vengono negati o mal compresi perché ciò costituisce un’offesa contro la verità della persona umana, una ferita grave inflitta alla giustizia stessa.
(Discorso ai partecipanti al Convegno promosso dal Partito popolare europeo, Palazzo Apostolico, Aula della Benedizione, 30 marzo 2006)





