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2026-01-01
Un cristianesimo al passo con i tempi perde valore e non è più necessario
Joseph Ratzinger (Ansa)
Cari amici, nella Chiesa antica il catecumenato, il cammino verso il Battesimo, verso l’essere cristiani, cominciava con una piccola cerimonia: il sacerdote metteva un po’ di sale sulla bocca del catecumeno, che così entrava nel cammino verso Cristo, con Cristo. Perché? Il sale nell’antichità aveva una duplice funzione. Anzitutto, era un conservante, anzi nel tempo senza frigorifero, senza mezzi chimici, era il conservante, l’unico mezzo contro la corruzione, per difendere la vita contro le forze della decomposizione, della distruzione, della morte.
Così il sale significa la presenza della Parola di Cristo come forza contro la morte, contro la corruzione, anzi la presenza del Risorto, che è la vita, l’unica forza che impedisce il dominio della morte. Fare il catecumenato, il cammino verso Cristo, vuol dire portare in sé e sempre di più la Parola di Cristo, lasciarsi formare, difendere, anche col dolore che questa Parola porta. L’esigenza di opporsi alla decomposizione spirituale umana, alla corruzione della nostra vita, implica che noi entriamo in contatto con il Risorto e così con la forza della vita. Vivere in contatto con il Risorto è così vivere contro la morte, è cammino verso Cristo, è farsi cristiano.
Ma c’era anche una seconda funzione. Il sale è un condimento, dava sapore alla realtà. Nel Libro del Levitico è prescritto che ogni sacrificio per Dio dev’essere salato, così avrebbe sapore per Dio (cfr. Lv 2,13). Noi come possiamo avere sapore per Dio, davanti a Dio? È ovvio che questi sacrifici di tori, agnelli, eccetera, non potevano essere il vero dono per Dio, sono solo simboli. Ricordiamo la parola del Salmo: «Sacrifici e olocausti non hai voluto, un corpo mi hai preparato, vengo per fare la tua volontà» (Sal 40,7-9). Questi sacrifici possono essere solo simboli della realtà; il vero sacrificio, la vera glorificazione di Dio, il dono della Creazione a Dio è l’uomo che vive col sapore di Cristo, che porta in sé la sua luce.
Mi viene in mente la bella parola di Sant’Ireneo: «La gloria di Dio è l’uomo vivente». Ma la vita dell’uomo è di Dio, l’uomo vivente è il vero sacrificio, la gloria di Dio, e vivere implica sempre anche la lotta contro la morte, implica il sapore di Cristo che dobbiamo portare in noi, perché è necessario non essere una realtà insipida per il mondo e per Dio. Preghiamo il Signore che ci aiuti a portare sempre più in noi il sapore del Vangelo, il sapore di Cristo, così che la nostra vita sia saporita, sia forza del bene nel mondo, e che diventi sempre più presente la forza vivificante di Cristo contro le forze di distruzione. Così, se Cristo nel Vangelo di San Luca dice: «Avete sale?» (Lc 14,24-25), vuol dire: «Voi siete il sacrificio, la gloria di Dio vivente, vivente dalla Parola del Signore che dà luce e trasforma la nostra vita».
Oggi nel Vangelo il Signore non dice: «Avete sale in voi?», ma aggiunge una nuova sfumatura. Non chiede solo: «Avete?», ma afferma: «Siete sale!»; cioè i discepoli di Cristo, la Chiesa, devono essere sale per il mondo, per l’umanità, per la storia e avere proprio la funzione del sale nella storia umana, che come vediamo oggi è sempre minacciata dalle forze della corruzione, della distruzione, dalle forze della morte. Noi cristiani dobbiamo essere il sale per questo mondo, per questa storia, portare in noi la forza della croce di Cristo, la forza di difesa della vita contro le forze della distruzione.
Il Signore dice anche: «Se non lo fate, che cosa vale ancora il vostro cristianesimo?». Un cristianesimo conformista, che si arrangia con il mondo, che si identifica sempre più con il mondo, che non ha più il coraggio della passione della verità, del dolore della verità, che non è più sale che difende e lotta contro la morte, è sale senza sapore, che non vale niente, che sparisce da sé. Un cristianesimo conformista, che sembra moderno, all’altezza dei tempi, in realtà non ha valore, non è necessario. Può sopravvivere e vivere solo una fede che è sale, che ha forza di novità, che ha il sapore di Cristo Risorto.
Preghiamo il Signore perché a ognuno di noi, alla Chiesa, ai vescovi, dia il coraggio di essere realmente il sale, di portare la novità, la forza vitale del Vangelo nel mondo, anche dove è doloroso, e così salvare il mondo.
Il cammino verso il Battesimo comincia con il dono del sale e finisce con il dono della luce. Dopo il Battesimo, alla fine il sacerdote consegna al battezzato la candela accesa e dice: «Adesso sei luce in Cristo, porta la sua luce!». Così la seconda immagine per la nostra esistenza e missione cristiana è proprio la luce. Dobbiamo portare in questo mondo la luce della Parola di Dio, che mostra la strada, ci fa vedere.
La luce, infine, non è nient’altro che la Verità. Solo la Verità ci mostra che cosa vale, chi siamo noi, dove dobbiamo andare, e Cristo è il Logos, la Ragione eterna, e così le Chiese sono la luce del mondo. Grazie a Cristo conosciamo il volto di Dio, sappiamo chi è Dio, chi siamo noi e dove dobbiamo andare, come dobbiamo vivere e morire realmente bene per andare nella direzione giusta. Cristo è la luce del mondo.
Preghiamo di nuovo il Signore perché ci aiuti a difendere questa luce. Essa è sempre minacciata dai venti del tempo e così anche nel nostro tempo la luce può spegnersi facilmente. Ma non dobbiamo solo difendere la luce, dobbiamo anche darla agli altri. Nell’epoca moderna, con lo sviluppo delle scienze naturali, si è formata sempre più l’idea che la verità ultima non è accessibile all’uomo. Con l’esperimento, con il metodo di verifica e di falsificazione, noi possiamo mostrare quali sono gli elementi della materia, e così possiamo usare il mondo, metterlo in nostro possesso; ma quanto non è verificabile con questo metodo sperimentale non è sicuro, e quindi rimane nel campo della soggettività: la verità stessa non è accessibile.
Così l’epoca moderna ha saputo sempre più usare, strumentalizzare le cose e, fino alle ultime novità tecnologiche, vediamo che possiamo sempre più prendere in mano il mondo, usarlo per noi, con metodi sempre più raffinati. Possiamo usare il mondo, ma non sappiamo perché e a che scopo, poiché la verità non è accessibile, rimane dipendente dal soggetto, come un sentimento. Se è così, l’uomo è realmente in una situazione tragica e minacciato dall’autodistruzione, perché la verità è la luce necessaria per vivere, e perciò crediamo in dio, crediamo in Cristo, che è Verità.
Ma c’è un modo diverso da quello sperimentale delle scienze naturali, anche per la falsificazione e la verifica di questa nostra verità, la vera verità dell’essere. I santi sono la verifica della verità di Cristo, i santi ci dimostrano: così è l’uomo, perché così è Dio! Come dice San Pietro, sono le luci nel cielo oscuro della storia, ci mostrano la luce, risplendono della vera luce, quella di Cristo (cfr. 2Pt 1,19).
E c’è la falsificazione del sistema di Hitler, o Stalin, fino a Pol Pot; quei sistemi atei hanno dimostrato che i mondi senza Dio sono falsificati. E non solo i sistemi violenti, atei, ma anche questo nostro mondo positivista, con la sua negazione della certezza dei valori, dove valgono solo le leggi del mercato, dove si può calcolare tutto, anche questo mondo si distrugge, si autodistrugge, si falsifica in un modo più sottile, ma non meno reale e pericoloso. La luce di Cristo è la vera luce, Cristo è il Logos, la Ragione eterna e così la Verità che ci dà la vita.
Nel Vangelo, il Signore ci ammonisce anche con una minaccia. Dice: «Sì, la luce è la luce, ma la luce può essere coperta sotto il moggio e non splendere più». Questo è un pericolo personale e collettivo. Personale se la nostra vita, il nostro comportamento, non lascia più che appaia la luce di Cristo; se viviamo Cristo solo per noi, ma ciò non tocca gli altri e la luce di Cristo è coperta dalla nostra luce, se non traspare più dal nostro essere e non siamo più stelle nel firmamento di questo mondo. Ma il pericolo concerne anche il livello della Chiesa come tale, è il pericolo di ritirarsi in sé stessa, ma soprattutto di essere coperta dalla mole dei nostri peccati. Vediamo oggi come l’assurdità degli scandali diventa molto forte, tanto che copre la luce e non lascia più apparire la città sul monte, non dà più la luce per vedere: «Questa è la città di Dio!».
Preghiamo il Signore: «Aiutaci a vivere così che siamo trasparenti per la tua luce, aiuta la tua Chiesa. Non lasciare la forza al diavolo, al potere del male. Aiuta la tua Chiesa perché risplenda la luce dei santi, perché sia visibile come città sul monte, e così ci illumini la Verità senza la quale non c’è vita». Amen!
Siamo chiamati tutti alla perfezione del Padre nostro, fino al martirio
Cari amici, l’ultima parola di questo Vangelo è quasi un riassunto di tutto il Discorso della montagna, è una parola che ci spaventa, perché dice: «Siate perfetti come il Padre vostro celeste è perfetto». Vorremmo dire subito: «Signore, Tu non sai come noi siamo deboli? Siamo solo polvere, carne! Inoltre siamo feriti dal peccato originale; come puoi dire che dobbiamo essere perfetti come il Padre nostro?». Ma il Signore - se accadesse come per don Camillo -, possiamo immaginare che ci risponda dalla Croce; penso che direbbe: «Sì, naturalmente conosco le vostre debolezze. Io stesso che vi ho salvato conosco la realtà della vita umana con tutti i suoi limiti, con tutti i suoi problemi. Ho visto tutte le debolezze di San Pietro, quando per le chiacchiere di una serva ha perso tutto il suo coraggio. Tutto questo lo conosco bene e tuttavia non dimenticate la vostra dignità, altrimenti io non mi sarei fatto uomo, se questa non fosse una cosa grande; rispettate la vostra dignità, rispettate il fatto che siete immagine di Dio. L’essenza dell’immagine è che è simile alla realtà presentata, quindi dovrete essere quasi sempre vera immagine di Dio». A questo punto, potremmo continuare noi e dire: «Sì. Non dobbiamo ritirarci nella pigrizia o nella pusillanimità come ha fatto quel servo pigro, che ha nascosto i suoi talenti e così ha perso sé stesso, la sua vita; non dobbiamo fuggire nella mediocrità, ma essere magnanimi, coraggiosi e far fruttare il dono datoci da Dio».
Possiamo ricordarci che i Padri della Chiesa hanno detto che, quando Dio ha creato l’uomo, la sua prima idea originaria era Gesù Cristo, il Dio fattosi uomo. Questo, dice San Paolo, è il primogenito di tutti gli uomini (cfr. Col 1,15.18), è l’immagine originaria di Dio alla quale noi siamo conformati, vuol dire che in Gesù Cristo Dio ha già tradotto la sua immagine e ci dà già la possibilità di imitare Dio. Possiamo ricordarci che San Paolo nella Lettera agli Efesini dice: «Imitate Dio» (Ef 5,1), ma nella prima Lettera ai Corinzi dice: «Imitate Cristo, imitate me» (cfr. 1Cor 11,1). Sono tre traduzioni: possiamo imitare l’Apostolo, ma imitando l’Apostolo dobbiamo imitare Cristo, e imitando Cristo dobbiamo imitare Dio.
Così appare una cosa nuova importante, cioè che il Discorso della montagna dev’essere interpretato dopo la Risurrezione. Quando il Signore lo ha pronunciato non era ancora risorto, era ancora qui sulla terra; solo dopo la Risurrezione, nella luce della Croce e della Risurrezione, possiamo capire bene il Discorso della montagna, interpretandolo in chiave cristologica, e così troviamo l’accesso alla possibilità di realizzarlo.
In realtà, Gesù ha realizzato tutto quanto ha detto qui: non è andato solo un miglio con noi, ma ha percorso come noi tutta la strada della nostra vita fino alla morte; non ha dato soltanto una camicia e non solo il mantello, ha dato sé stesso nella sua totalità, lasciandosi schiaffeggiare ogni giorno dall’umanità e rimanendo buono. È morto anche per i suoi avversari, per i nemici; dalla Croce ha pregato per i nemici. Adesso possiamo capire tutto questo, interpretando la redenzione in chiave cristologica, rileggendo la sua vita nella Risurrezione.
Quindi, adesso, cercare di assimilarci a Dio - poiché Egli ha messo in noi questa similitudine - non solo è possibile, ma è un appello alla nostra magnanimità per lasciarci affascinare da Cristo e corrispondere a questo fascino per essere veri uomini.
Ma come facciamo? Per imitare Dio in Cristo, secondo il modello dei santi, dobbiamo soprattutto conoscerlo - questa è la prima confessione - e, come Abramo, farci amici di Dio; nell’amicizia di Dio, conoscerlo, e così assimilarci a Lui. Poi, per poterlo imitare, possiamo vedere chi è Dio, e come è Dio. «Dio è amore», ci dice San Giovanni (1Gv 4,8.16): allora imitare Dio vuol dire essere uomini di amore, come Cristo è amore. Quindi, escludere le cose contrarie all’amore: l’avarizia, le chiacchiere, i pettegolezzi, i sospetti, l’odio, l’antipatia, tutto questo; poi, fare quanto è bene, cominciando dai nostri pensieri sull’altro, pensare bene dell’altro, cercare in lui la fiamma della luce di Dio anche se è molto nascosta, aiutarlo materialmente; spesso, una piccola parola è un dono grande, bello, un aiuto per sopportare le situazioni; essere attenti, sensibili per dare segni di amore all’altro.
Infine, dobbiamo tenere presente che Dio è amore e Dio è verità. E questo è proprio il senso di Dio: amore e verità vanno insieme, amore nella verità e verità nell’amore. Perciò l’amore non è sempre una cosa comoda, che ci lascia d’accordo con tutti. Dio non è sempre d’accordo, ci ingombra, ci interroga per formarci alla nostra verità e per salvarci dalla perdita di noi stessi; amore vuol dire anche essere severi con l’altro per aiutarlo a ritrovare la giusta strada, accettare anche noi le durezze, che ci aiutano a essere veri con noi stessi, più vicini a Dio. E, soprattutto, è importante il fatto che nell’amore di Dio e dell’altro è compreso che per l’altro è un bene conoscere qual è la verità, dobbiamo aiutarlo perché conosca Dio e conosca lui stesso la verità, il suo modello originario, l’idea originaria secondo la quale è creato. Questo è servizio di carità, servizio di amore e di verità; il servizio di verità è servizio di carità; in questo senso l’annuncio del Vangelo, la missionarietà, in tutte le sue forme è un modo di imitare Dio.
Infine, una cosa sorprendente: Dio non solo è verità, è amore, ma anche umiltà. Pare strano che Dio sia umile, ma in Cristo ci ha mostrato proprio questo; si è umiliato fino alla schiavitù, fino a essere nostro schiavo, e questa è la vera grandezza di Dio, in cui Dio si manifesta in tutto il suo amore infinito. Dio è umile, si fa nostro servo, e questa umiltà di Dio è da imitare per essere perfetti, per essere veramente ciò che noi siamo, sua immagine, sua similitudine. Dobbiamo accettare anche cose da servi, servire, non cercare il nostro prestigio, ma cercare il posto del Signore, che è il posto dell’umiltà. E anche cominciare a credere è un atto di umiltà.
Alla fine, non dimentichiamo che ieri abbiamo avuto 19 nuovi cardinali, che oggi concelebrano con il Papa nella nuova veste di cardinali e il Papa stesso ha ricordato ai cardinali che il cardinalato non è tanto un onore, ma un servizio, e sappiamo che il cardinalato è caratterizzato dalla porpora, dal colore del sangue come disponibilità a servire fino all’effusione del sangue, al martirio. È importante tener presente che il martirio non comincia solo nel momento in cui si realizza l’effusione del sangue, ma martirio in greco vuol dire «testimonianza».
La testimonianza veramente vissuta è martirio, perché si espone sempre alle beffe del mondo, a tutti gli attacchi del mondo, è sempre un esporsi alle torture, ai flagelli di questo mondo. Così testimonianza è martyría, è disponibilità a donare realmente la propria vita, perché Cristo sia presente nel mondo e trasformi il mondo.
In questo senso, preghiamo il Signore che ci aiuti ad andare con coraggio, con umiltà, sulla strada della ricerca della perfezione vera, e preghiamo per i nuovi cardinali, perché siano veramente testimoni suoi fino all’effusione del sangue. Amen!
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O la fede è sale, ovvero lotta contro la corruzione e ha sapore, o è destinata a svanire. Serve il coraggio della passione della verità, che è luce. Non il conformismo di chi si arrangia identificandosi con il mondo.Dio conosce le miserie umane, però ci ha creati a sua immagine. La strada è l’imitazione di Cristo, seguendo l’esempio dei santi.Lo speciale contiene due articoli.Cari amici, nella Chiesa antica il catecumenato, il cammino verso il Battesimo, verso l’essere cristiani, cominciava con una piccola cerimonia: il sacerdote metteva un po’ di sale sulla bocca del catecumeno, che così entrava nel cammino verso Cristo, con Cristo. Perché? Il sale nell’antichità aveva una duplice funzione. Anzitutto, era un conservante, anzi nel tempo senza frigorifero, senza mezzi chimici, era il conservante, l’unico mezzo contro la corruzione, per difendere la vita contro le forze della decomposizione, della distruzione, della morte.Così il sale significa la presenza della Parola di Cristo come forza contro la morte, contro la corruzione, anzi la presenza del Risorto, che è la vita, l’unica forza che impedisce il dominio della morte. Fare il catecumenato, il cammino verso Cristo, vuol dire portare in sé e sempre di più la Parola di Cristo, lasciarsi formare, difendere, anche col dolore che questa Parola porta. L’esigenza di opporsi alla decomposizione spirituale umana, alla corruzione della nostra vita, implica che noi entriamo in contatto con il Risorto e così con la forza della vita. Vivere in contatto con il Risorto è così vivere contro la morte, è cammino verso Cristo, è farsi cristiano. Ma c’era anche una seconda funzione. Il sale è un condimento, dava sapore alla realtà. Nel Libro del Levitico è prescritto che ogni sacrificio per Dio dev’essere salato, così avrebbe sapore per Dio (cfr. Lv 2,13). Noi come possiamo avere sapore per Dio, davanti a Dio? È ovvio che questi sacrifici di tori, agnelli, eccetera, non potevano essere il vero dono per Dio, sono solo simboli. Ricordiamo la parola del Salmo: «Sacrifici e olocausti non hai voluto, un corpo mi hai preparato, vengo per fare la tua volontà» (Sal 40,7-9). Questi sacrifici possono essere solo simboli della realtà; il vero sacrificio, la vera glorificazione di Dio, il dono della Creazione a Dio è l’uomo che vive col sapore di Cristo, che porta in sé la sua luce.Mi viene in mente la bella parola di Sant’Ireneo: «La gloria di Dio è l’uomo vivente». Ma la vita dell’uomo è di Dio, l’uomo vivente è il vero sacrificio, la gloria di Dio, e vivere implica sempre anche la lotta contro la morte, implica il sapore di Cristo che dobbiamo portare in noi, perché è necessario non essere una realtà insipida per il mondo e per Dio. Preghiamo il Signore che ci aiuti a portare sempre più in noi il sapore del Vangelo, il sapore di Cristo, così che la nostra vita sia saporita, sia forza del bene nel mondo, e che diventi sempre più presente la forza vivificante di Cristo contro le forze di distruzione. Così, se Cristo nel Vangelo di San Luca dice: «Avete sale?» (Lc 14,24-25), vuol dire: «Voi siete il sacrificio, la gloria di Dio vivente, vivente dalla Parola del Signore che dà luce e trasforma la nostra vita».Oggi nel Vangelo il Signore non dice: «Avete sale in voi?», ma aggiunge una nuova sfumatura. Non chiede solo: «Avete?», ma afferma: «Siete sale!»; cioè i discepoli di Cristo, la Chiesa, devono essere sale per il mondo, per l’umanità, per la storia e avere proprio la funzione del sale nella storia umana, che come vediamo oggi è sempre minacciata dalle forze della corruzione, della distruzione, dalle forze della morte. Noi cristiani dobbiamo essere il sale per questo mondo, per questa storia, portare in noi la forza della croce di Cristo, la forza di difesa della vita contro le forze della distruzione.Il Signore dice anche: «Se non lo fate, che cosa vale ancora il vostro cristianesimo?». Un cristianesimo conformista, che si arrangia con il mondo, che si identifica sempre più con il mondo, che non ha più il coraggio della passione della verità, del dolore della verità, che non è più sale che difende e lotta contro la morte, è sale senza sapore, che non vale niente, che sparisce da sé. Un cristianesimo conformista, che sembra moderno, all’altezza dei tempi, in realtà non ha valore, non è necessario. Può sopravvivere e vivere solo una fede che è sale, che ha forza di novità, che ha il sapore di Cristo Risorto.Preghiamo il Signore perché a ognuno di noi, alla Chiesa, ai vescovi, dia il coraggio di essere realmente il sale, di portare la novità, la forza vitale del Vangelo nel mondo, anche dove è doloroso, e così salvare il mondo.Il cammino verso il Battesimo comincia con il dono del sale e finisce con il dono della luce. Dopo il Battesimo, alla fine il sacerdote consegna al battezzato la candela accesa e dice: «Adesso sei luce in Cristo, porta la sua luce!». Così la seconda immagine per la nostra esistenza e missione cristiana è proprio la luce. Dobbiamo portare in questo mondo la luce della Parola di Dio, che mostra la strada, ci fa vedere. La luce, infine, non è nient’altro che la Verità. Solo la Verità ci mostra che cosa vale, chi siamo noi, dove dobbiamo andare, e Cristo è il Logos, la Ragione eterna, e così le Chiese sono la luce del mondo. Grazie a Cristo conosciamo il volto di Dio, sappiamo chi è Dio, chi siamo noi e dove dobbiamo andare, come dobbiamo vivere e morire realmente bene per andare nella direzione giusta. Cristo è la luce del mondo.Preghiamo di nuovo il Signore perché ci aiuti a difendere questa luce. Essa è sempre minacciata dai venti del tempo e così anche nel nostro tempo la luce può spegnersi facilmente. Ma non dobbiamo solo difendere la luce, dobbiamo anche darla agli altri. Nell’epoca moderna, con lo sviluppo delle scienze naturali, si è formata sempre più l’idea che la verità ultima non è accessibile all’uomo. Con l’esperimento, con il metodo di verifica e di falsificazione, noi possiamo mostrare quali sono gli elementi della materia, e così possiamo usare il mondo, metterlo in nostro possesso; ma quanto non è verificabile con questo metodo sperimentale non è sicuro, e quindi rimane nel campo della soggettività: la verità stessa non è accessibile.Così l’epoca moderna ha saputo sempre più usare, strumentalizzare le cose e, fino alle ultime novità tecnologiche, vediamo che possiamo sempre più prendere in mano il mondo, usarlo per noi, con metodi sempre più raffinati. Possiamo usare il mondo, ma non sappiamo perché e a che scopo, poiché la verità non è accessibile, rimane dipendente dal soggetto, come un sentimento. Se è così, l’uomo è realmente in una situazione tragica e minacciato dall’autodistruzione, perché la verità è la luce necessaria per vivere, e perciò crediamo in dio, crediamo in Cristo, che è Verità.Ma c’è un modo diverso da quello sperimentale delle scienze naturali, anche per la falsificazione e la verifica di questa nostra verità, la vera verità dell’essere. I santi sono la verifica della verità di Cristo, i santi ci dimostrano: così è l’uomo, perché così è Dio! Come dice San Pietro, sono le luci nel cielo oscuro della storia, ci mostrano la luce, risplendono della vera luce, quella di Cristo (cfr. 2Pt 1,19).E c’è la falsificazione del sistema di Hitler, o Stalin, fino a Pol Pot; quei sistemi atei hanno dimostrato che i mondi senza Dio sono falsificati. E non solo i sistemi violenti, atei, ma anche questo nostro mondo positivista, con la sua negazione della certezza dei valori, dove valgono solo le leggi del mercato, dove si può calcolare tutto, anche questo mondo si distrugge, si autodistrugge, si falsifica in un modo più sottile, ma non meno reale e pericoloso. La luce di Cristo è la vera luce, Cristo è il Logos, la Ragione eterna e così la Verità che ci dà la vita.Nel Vangelo, il Signore ci ammonisce anche con una minaccia. Dice: «Sì, la luce è la luce, ma la luce può essere coperta sotto il moggio e non splendere più». Questo è un pericolo personale e collettivo. Personale se la nostra vita, il nostro comportamento, non lascia più che appaia la luce di Cristo; se viviamo Cristo solo per noi, ma ciò non tocca gli altri e la luce di Cristo è coperta dalla nostra luce, se non traspare più dal nostro essere e non siamo più stelle nel firmamento di questo mondo. Ma il pericolo concerne anche il livello della Chiesa come tale, è il pericolo di ritirarsi in sé stessa, ma soprattutto di essere coperta dalla mole dei nostri peccati. Vediamo oggi come l’assurdità degli scandali diventa molto forte, tanto che copre la luce e non lascia più apparire la città sul monte, non dà più la luce per vedere: «Questa è la città di Dio!».Preghiamo il Signore: «Aiutaci a vivere così che siamo trasparenti per la tua luce, aiuta la tua Chiesa. Non lasciare la forza al diavolo, al potere del male. Aiuta la tua Chiesa perché risplenda la luce dei santi, perché sia visibile come città sul monte, e così ci illumini la Verità senza la quale non c’è vita». 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Ma il Signore - se accadesse come per don Camillo -, possiamo immaginare che ci risponda dalla Croce; penso che direbbe: «Sì, naturalmente conosco le vostre debolezze. Io stesso che vi ho salvato conosco la realtà della vita umana con tutti i suoi limiti, con tutti i suoi problemi. Ho visto tutte le debolezze di San Pietro, quando per le chiacchiere di una serva ha perso tutto il suo coraggio. Tutto questo lo conosco bene e tuttavia non dimenticate la vostra dignità, altrimenti io non mi sarei fatto uomo, se questa non fosse una cosa grande; rispettate la vostra dignità, rispettate il fatto che siete immagine di Dio. L’essenza dell’immagine è che è simile alla realtà presentata, quindi dovrete essere quasi sempre vera immagine di Dio». A questo punto, potremmo continuare noi e dire: «Sì. Non dobbiamo ritirarci nella pigrizia o nella pusillanimità come ha fatto quel servo pigro, che ha nascosto i suoi talenti e così ha perso sé stesso, la sua vita; non dobbiamo fuggire nella mediocrità, ma essere magnanimi, coraggiosi e far fruttare il dono datoci da Dio».Possiamo ricordarci che i Padri della Chiesa hanno detto che, quando Dio ha creato l’uomo, la sua prima idea originaria era Gesù Cristo, il Dio fattosi uomo. Questo, dice San Paolo, è il primogenito di tutti gli uomini (cfr. Col 1,15.18), è l’immagine originaria di Dio alla quale noi siamo conformati, vuol dire che in Gesù Cristo Dio ha già tradotto la sua immagine e ci dà già la possibilità di imitare Dio. Possiamo ricordarci che San Paolo nella Lettera agli Efesini dice: «Imitate Dio» (Ef 5,1), ma nella prima Lettera ai Corinzi dice: «Imitate Cristo, imitate me» (cfr. 1Cor 11,1). Sono tre traduzioni: possiamo imitare l’Apostolo, ma imitando l’Apostolo dobbiamo imitare Cristo, e imitando Cristo dobbiamo imitare Dio.Così appare una cosa nuova importante, cioè che il Discorso della montagna dev’essere interpretato dopo la Risurrezione. Quando il Signore lo ha pronunciato non era ancora risorto, era ancora qui sulla terra; solo dopo la Risurrezione, nella luce della Croce e della Risurrezione, possiamo capire bene il Discorso della montagna, interpretandolo in chiave cristologica, e così troviamo l’accesso alla possibilità di realizzarlo.In realtà, Gesù ha realizzato tutto quanto ha detto qui: non è andato solo un miglio con noi, ma ha percorso come noi tutta la strada della nostra vita fino alla morte; non ha dato soltanto una camicia e non solo il mantello, ha dato sé stesso nella sua totalità, lasciandosi schiaffeggiare ogni giorno dall’umanità e rimanendo buono. È morto anche per i suoi avversari, per i nemici; dalla Croce ha pregato per i nemici. Adesso possiamo capire tutto questo, interpretando la redenzione in chiave cristologica, rileggendo la sua vita nella Risurrezione.Quindi, adesso, cercare di assimilarci a Dio - poiché Egli ha messo in noi questa similitudine - non solo è possibile, ma è un appello alla nostra magnanimità per lasciarci affascinare da Cristo e corrispondere a questo fascino per essere veri uomini.Ma come facciamo? Per imitare Dio in Cristo, secondo il modello dei santi, dobbiamo soprattutto conoscerlo - questa è la prima confessione - e, come Abramo, farci amici di Dio; nell’amicizia di Dio, conoscerlo, e così assimilarci a Lui. Poi, per poterlo imitare, possiamo vedere chi è Dio, e come è Dio. «Dio è amore», ci dice San Giovanni (1Gv 4,8.16): allora imitare Dio vuol dire essere uomini di amore, come Cristo è amore. Quindi, escludere le cose contrarie all’amore: l’avarizia, le chiacchiere, i pettegolezzi, i sospetti, l’odio, l’antipatia, tutto questo; poi, fare quanto è bene, cominciando dai nostri pensieri sull’altro, pensare bene dell’altro, cercare in lui la fiamma della luce di Dio anche se è molto nascosta, aiutarlo materialmente; spesso, una piccola parola è un dono grande, bello, un aiuto per sopportare le situazioni; essere attenti, sensibili per dare segni di amore all’altro.Infine, dobbiamo tenere presente che Dio è amore e Dio è verità. E questo è proprio il senso di Dio: amore e verità vanno insieme, amore nella verità e verità nell’amore. Perciò l’amore non è sempre una cosa comoda, che ci lascia d’accordo con tutti. Dio non è sempre d’accordo, ci ingombra, ci interroga per formarci alla nostra verità e per salvarci dalla perdita di noi stessi; amore vuol dire anche essere severi con l’altro per aiutarlo a ritrovare la giusta strada, accettare anche noi le durezze, che ci aiutano a essere veri con noi stessi, più vicini a Dio. E, soprattutto, è importante il fatto che nell’amore di Dio e dell’altro è compreso che per l’altro è un bene conoscere qual è la verità, dobbiamo aiutarlo perché conosca Dio e conosca lui stesso la verità, il suo modello originario, l’idea originaria secondo la quale è creato. Questo è servizio di carità, servizio di amore e di verità; il servizio di verità è servizio di carità; in questo senso l’annuncio del Vangelo, la missionarietà, in tutte le sue forme è un modo di imitare Dio.Infine, una cosa sorprendente: Dio non solo è verità, è amore, ma anche umiltà. Pare strano che Dio sia umile, ma in Cristo ci ha mostrato proprio questo; si è umiliato fino alla schiavitù, fino a essere nostro schiavo, e questa è la vera grandezza di Dio, in cui Dio si manifesta in tutto il suo amore infinito. Dio è umile, si fa nostro servo, e questa umiltà di Dio è da imitare per essere perfetti, per essere veramente ciò che noi siamo, sua immagine, sua similitudine. Dobbiamo accettare anche cose da servi, servire, non cercare il nostro prestigio, ma cercare il posto del Signore, che è il posto dell’umiltà. E anche cominciare a credere è un atto di umiltà.Alla fine, non dimentichiamo che ieri abbiamo avuto 19 nuovi cardinali, che oggi concelebrano con il Papa nella nuova veste di cardinali e il Papa stesso ha ricordato ai cardinali che il cardinalato non è tanto un onore, ma un servizio, e sappiamo che il cardinalato è caratterizzato dalla porpora, dal colore del sangue come disponibilità a servire fino all’effusione del sangue, al martirio. È importante tener presente che il martirio non comincia solo nel momento in cui si realizza l’effusione del sangue, ma martirio in greco vuol dire «testimonianza».La testimonianza veramente vissuta è martirio, perché si espone sempre alle beffe del mondo, a tutti gli attacchi del mondo, è sempre un esporsi alle torture, ai flagelli di questo mondo. Così testimonianza è martyría, è disponibilità a donare realmente la propria vita, perché Cristo sia presente nel mondo e trasformi il mondo.In questo senso, preghiamo il Signore che ci aiuti ad andare con coraggio, con umiltà, sulla strada della ricerca della perfezione vera, e preghiamo per i nuovi cardinali, perché siano veramente testimoni suoi fino all’effusione del sangue. Amen!
Adolfo Urso (Imagoeconomica)
Il ministro Adolfo Urso, ha convocato per martedì i rappresentanti delle principali compagnie petrolifere attive in Italia: la riunione, secondo quanto diffuso dal suo ministero, «avrà la finalità di fare il punto sull’andamento dei prezzi dei prodotti petroliferi e dei carburanti a seguito del Memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran e del conseguente riavvio dei flussi commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz».
Ministro, secondo lei i prezzi dei carburanti sono scesi poco rispetto al forte calo delle quotazioni petrolifere?
«Il prezzo dei carburanti in Italia è in linea con quello degli altri Paesi europei, anche grazie al monitoraggio e alle misure messe in campo dal governo fin dall’inizio del conflitto. L’andamento delle quotazioni internazionali lascia tuttavia intravedere possibili margini di riduzione del prezzo alla pompa nelle prossime settimane. Per questo ho convocato le compagnie affinché accelerino il trasferimento di questi ribassi sui prezzi, che comunque calano progressivamente da quasi venti giorni, ancor prima della conclusione del negoziato. L’Aie, Agenzia internazionale dell’energia, ha indicato che il ritorno alla normalità sarà graduale: valuterò con le compagnie come garantire, anche in questo contesto, piena tempestività e trasparenza, a beneficio di cittadini e imprese.
C’è stata però una ripresa degli attacchi reciproci nel Golfo di queste ultime ore... Teheran punta a far risalire i prezzi per recuperare potere negoziale?
«La soluzione negoziale è ancora troppo fragile per abbassare la guardia e, comunque, non è l’unico fronte di guerra. Vale per il prezzo dei carburanti come per l’approvvigionamento di materie prime. Per questo, nelle ultime riunioni del Consiglio Competitività a Bruxelles e anche in occasione del recente vertice bilaterale con la Francia, ho ribadito la necessità di agire subito. Dobbiamo farlo nella consapevolezza che dovremo ridurre la nostra dipendenza dall’estero sia per quanto riguarda la produzione energetica - da qui l’accordo tra Roma e Parigi sulla cooperazione sugli SMR e sul nucleare di nuova generazione, per produrre anche energia nucleare - sia sul deposito strategico europeo per le materie prime critiche, per il quale l’Italia ha candidato Porto Marghera come sito pilota. Più in generale, è quindi necessario garantire la nostra sicurezza economica. Dobbiamo agire insieme, consapevoli che il conflitto perdura intorno ai nostri confini e minaccia la nostra sicurezza, la nostra indipendenza, la nostra libertà».
Che idea si è fatto di questo accordo Usa-Iran? Regge o sul nucleare rischia di saltare?
«Rischia di saltare in ogni momento e per questo tutti dobbiamo agire con la massima responsabilità. Il paradigma del mondo in cui viviamo è il conflitto: guerre armate e guerre commerciali che, in un mondo interconnesso, hanno immediate ripercussioni sulle catene del valore e quindi sull’economia, anche in Paesi lontani dal fronte. Ancor più in Europa, quindi, dove il fronte è vicino».
Trump ci ha insultato perché non gli diamo una mano: quanto incidono le sue uscite sui rapporti commerciali Usa-Italia?
«Lo scorso anno, malgrado i dazi americani, il nostro export verso gli Stati Uniti è aumentato del 7,2%, la migliore performance tra tutti i Paesi europei, e a maggio abbiamo toccato nuovi record che ci hanno consentito di diventare il quarto esportatore mondiale. Sono aumentati anche gli investimenti americani in Italia e, più in generale, gli investimenti esteri sono cresciuti del 12% negli ultimi 3 anni. I consumatori americani non intendono rinunciare ai prodotti italiani e le loro imprese sanno bene che conviene produrre in Italia, anche per la stabilità che finalmente il nostro Paese può garantire».
Lei andrà alle celebrazioni del 4 luglio?
«Sì, come sempre. Peraltro, sono stato pochi giorni fa a Villa Taverna per la presentazione di un grande investimento sul quantum, che una delle principali aziende americane del settore intende realizzare proprio a Roma per sviluppare la sua piattaforma europea».
Mentre noi pensiamo a Trump, in Europa c’è Volkswagen che licenzia 100.000 persone e chiude 4 fabbriche: perché la Ue non fa retromarcia sulle regole green?
«Perché anche in Germania la sinistra fa fatica ad ammettere i propri errori. Il cancelliere Merz e la ministra Reiche stanno però compiendo un grande sforzo per voltare pagina. Anche grazie a loro siamo riusciti ad aprire il cantiere delle riforme nell’Ue: dalla revisione del regolamento CO2 alla revisione del Cbam e del meccanismo perverso degli Ets, fino all’Industrial Accelerator Act, con il principio del Made in Europe. Ma occorre fare subito le riforme, in modo organico e strutturale, senza infingimenti, entro il 2026. È questo il tempo, non abbiamo altro tempo. Annoto comunque che in Italia non si prevedono chiusure di stabilimenti e che la produzione di auto è in ripresa da cinque mesi».
Non solo auto appunto... Ets e regolamento metano rischiano di lasciarci senza gas e petrolio fra qualche mese. Perché la Commissione non capisce la realtà? C’è qualcosa dietro?
«Il “Grande Freno” è frapposto dalla burocrazia di Bruxelles, ancora impregnata di un’ideologia superata dalla storia, vivono ancora nel Paese dei balocchi, quando la realtà incombe nella sua drammaticità».
La cosiddetta maggioranza Giorgia ha portato in Europa cambiamenti sui migranti. E sull’economia? Ce la farà?
«Penso proprio di sì, perché la linea italiana è quella del buon senso e, ogni volta che si vota in Europa, trova maggiore riscontro. Oggi l’Italia è passata dall’essere un’anomalia a diventare un modello europeo, sul piano politico come su quello economico. L’Italia cresce nel mondo, malgrado le guerre che destrutturano i mercati, perché ha un sistema produttivo più resiliente e dinamico, pronto a cogliere anche le opportunità. E il mondo crede sempre più nell’Italia, per la sua stabilità politica e per la lungimiranza della sua leadership, che prima di altri ha spinto l’Europa sulla strada delle riforme. Anche per questo appariamo sempre più affidabili e attrattivi, scalando le classifiche globali».
A proposito di maggioranza Giorgia: in Italia come sta? Teme più Vannacci o il campo largo?
«Potrei risponderle con una battuta, richiamando quella foto dei quattro leader a tavola. Qualcuno ha detto che forse Renzi fosse sotto al tavolo: penso ci fosse anche Vannacci con lui. In realtà, sono assolutamente fiducioso sul futuro dell’Italia e sul giudizio degli elettori. La svolta impressa da Giorgia è di tale ampiezza storica che nulla e nessuno potrà far tornare indietro l’Italia».
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Finalmente si comincia a fare sul serio. Dopo la fase a gironi, che diciamocelo, salvo rare eccezioni non ha regalato grande spettacolo, il Mondiale 2026 entra nel vivo con la fase a eliminazione diretta. La formula allargata a 48 squadre fortemente voluta da Gianni Infantino ha fatto sì che ci sarà un turno in più, quello dei sedicesimi di finale, al via questa sera in California a Inglewood, ore 21 italiane, tra Sudafrica e Canada.
Dalla fase a gruppi sono uscite indenni praticamente tutte le favorite e le altre big. Tuttavia non sono mancate le delusioni e le sorprese, come le storiche qualificazioni di Capo Verde e Repubblica Democratica del Congo, alla loro prima partecipazione al torneo iridato, o l'Africa che piazza ai sedicesimi ben 9 Nazionali su 10. Tra i flop è impossibile non citare la Turchia di Vincenzo Montella, arrivata negli States con grandi ambizioni ma andata a sbattere in un girone che l'ha vista perdere con Australia e Paraguay. Stesso discorso per l'Uruguay di Marcelo Bielsa, fuori a discapito proprio della rivelazione Capo Verde.
Ma veniamo al tabellone. Almeno sulla carta, gli incroci prodotti dalla fase a gruppi sembrano aver disegnato due percorsi molto diversi. Nella parte alta si concentra buona parte delle corazzate europee. La Francia, che continua a essere una delle principali candidate al titolo, potrebbe incrociare già agli ottavi la vincente tra Germania e Paraguay, dando vita a una sfida che avrebbe tranquillamente il sapore di una finale anticipata. Non meno complicato il cammino della Spagna, attesa dall'Austria al debutto nella fase a eliminazione diretta ma con il possibile incrocio ai quarti contro il Portogallo. Ed è proprio la nazionale di Roberto Martínez a rappresentare una delle grandi incognite del torneo. Il secondo posto nel girone, arrivato dopo il pareggio con la Colombia, ha spostato Cristiano Ronaldo e compagni nel lato più affollato del tabellone. Ai sedicesimi ci sarà subito la Croazia dell'eterno Luka Modric, poi, in caso di qualificazione, la probabile sfida con la Spagna e, più avanti, eventualmente Francia o Germania. Un percorso decisamente in salita per una squadra che continua ad affidarsi al suo capitano quarantunenne, ancora decisivo ma inevitabilmente chiamato a gestire energie e continuità. Anche Olanda-Marocco promette equilibrio. Gli africani hanno confermato quanto di buono mostrato negli ultimi anni e rappresentano un ostacolo tutt'altro che semplice per gli Oranje. Dalla stessa parte del tabellone attenzione anche agli Stati Uniti di Mauricio Pochettino: l'accoppiamento con la Bosnia è tra i più abbordabili del turno e potrebbe spalancare agli americani la porta degli ottavi contro una tra Belgio e Senegal.
La metà inferiore del tabellone, invece, sembra sorridere soprattutto all'Argentina. I campioni del mondo inizieranno contro la sorprendente Capo Verde, autentica rivelazione della competizione, e almeno fino alle semifinali eviterebbero gli incroci con le altre grandi favorite europee. Prima, però, servirà non sottovalutare avversarie che hanno già dimostrato di poter mettere in difficoltà chiunque. L'eventuale percorso albiceleste passerebbe infatti dalla vincente di Australia-Egitto e poi, con ogni probabilità, da una tra Svizzera, Algeria, Colombia e Ghana. Anche Brasile e Inghilterra sembrano destinate a contendersi un posto in semifinale. La Seleção di Carlo Ancelotti dovrà subito superare un Giappone organizzato e in crescita, mentre gli inglesi partono favoriti contro la Repubblica Democratica del Congo, una delle sorprese più belle di questa prima fase. Prima, però, entrambe dovranno evitare passi falsi in un Mondiale che ha già dimostrato come il divario tra le nazionali si stia progressivamente riducendo.
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Il vicegarante per la Privacy Ginevra Cerrina Feroni (Imagoeconomica)
Leggendolo, non si può non pensare alle polemiche deliranti ma feroci che attraversano da qualche tempo i circoli ristretti della cultura italica.
Professoressa, non possiamo non cominciare dall’attualità. Da settimane assistiamo a dibattiti surreali, a censure. E il caso più delirante è forse quello che riguarda il famigerato patentino antifascista richiesto agli editori per partecipare alla manifestazione Più libri più liberi.
«Sono continue manifestazioni di ciò che ho studiato e affrontato nel mio libro. Il politicamente corretto è una forma di limitazione, di conformazione dell’agire di un individuo a dei parametri, dei paradigmi che si assumono meritevoli, accettabili per la cultura dominante. Il tema del patentino - che a me ricorda per la verità il Green pass di pandemica memoria - è esattamente questo: è una valutazione ex ante sulla accettabilità della presenza di alcuni editori a un consesso nel quale si dovrebbe rappresentare nella sua massima estensione il pluralismo delle idee, la libertà del dibattito, il confronto anche duro. Questa è la cultura».
Questo confronto pare però che non sia possibile.
«Non ammesso, non è consentito. Si chiede una dichiarazione preventiva di appartenenza al salotto buono delle idee che sono ritenute accettabili e da un punto di vista costituzionale lo trovo abbastanza criticabile. Esiste già un articolo della Costituzione, il 54, che obbliga tutti i cittadini a rispettare la Costituzione e i valori su cui la Costituzione è fondata. E sicuramente la nostra Carta non è fascista. C’è già una disposizione transitoria che vieta la riorganizzazione sotto qualsiasi forma del disciolto partito fascista. Dunque un patentino, un Green pass di questo tipo è pleonastico. È evidente ci sia dietro un’altra ratio, una finalità diversa».
C’è un altro punto. La definizione di fascismo utilizzata da certi ambienti progressisti è del tutto arbitraria. I cui confini di questa definizione vengono stabiliti da coloro che ordinano il dibattito: sono loro che possono allargare o restringere questa definizione a seconda del loro gusto.
«Ha ragione. Aggiungo qualche particolare. Esistono già normative, che per altro sono antiche, penso alla legge Scelba, che puniscono l’apologia del fascismo. Poi c’è la legge Mancino che invece innesta l’elemento della propaganda ad esempio volta a evidenziare la superiorità di una razza rispetto ad un’altra. La Corte di Cassazione a sezioni unite nel 2024, a proposito del saluto romano, ha correttamente perimetrato il tema dell’apologia del fascismo. E ha detto chiaramente che ogni azione volta propagandare l’ideologia fascista deve essere accompagnata da atti concreti, cioè ci deve essere il pericolo reale che quell’attività possa dare vita a una forma di riorganizzazione che possa portare a delle azioni concrete. Gli americani direbbero che ci deve essere il “clear and present danger”, cioè ci deve essere un chiaro e presente pericolo perché altrimenti si puniscono astrattamente le idee e si va a toccare la libertà del pensiero».
È un pilastro liberale: si puniscono eventualmente le azioni e non i pensieri. Invece queste forme di Green pass culturale puntano proprio a sanzionare i pensieri: il potere stabilisce arbitrariamente chi sia il sano e chi invece il malato da curare. Potremmo dire che il politicamente corretto è una forma di medicalizzazione del pensiero.
«Penso di sì. A proposito del Green pass, uno strumento che io personalmente ho criticato da cultrice del diritto costituzionale, vorrei ricordare che era un abilitatore di diritti. Noi abbiamo dei diritti, ce li riconosce la Costituzione, quello strumento in realtà abilitava chi poteva fare determinate cose e chi no, chi era un cittadino a tutti gli effetti e chi non lo era. E qui si sta facendo la stessa cosa, c’è una sorta di polarizzazione della società, ci sono i buoni, i corretti e ci sono coloro che non hanno più diritto di stare dentro il consorzio civile. Durante il Covid si trattava di essere espulsi dal consorzio umano, perché alcune persone sono state completamente escluse financo dal lavoro, che è tra l’altro l’asse portante su cui si regge l’intera architettura costituzionale. Il politicamente corretto fa così, divide. Divide le persone che possono avere diritto di parola da quelle che devono essere escluse, ghettizzate, isolate o addirittura boicottate, offese e denigrate».
Questo è però un meccanismo totalmente e tipicamente totalitario.
«Certo. Totalitario nella misura in cui, come in tutti i regimi totalitari, si è escluso il dissenso. Ciò che dovrebbe fare un regime democratico è tutelare il pensiero dissenziente rispetto all’opinione della maggioranza. Nella tutela del dissenso, di qualunque dissenso si tratti, rispetto alla politica e alla cultura dominante, lì si vede l’indice di democrazia di un sistema. Tutti i regimi autoritari totalitari hanno operato in nello stesso modo, attivando ad esempio operazioni di pulizia del linguaggio».
Che guarda caso è ciò che fa il politicamente corretto.
«È la nuova semantica, l’igiene verbale. Alcune parole vengono escluse dal vocabolario, non si possono più pronunciare. In questa attività tipica di manipolazione del linguaggio c’è tutto Orwell. C’è la neolingua, si individuano nuove parole, si cassano le parole della vecchia lingua perché quando non ci sono più le parole non si riescono più a esprimere nemmeno i pensieri. Questo l’ha fatto qualsiasi regime totalitario, è indice del fatto che un sistema non è più democratico».
Come siamo arrivati a questo punto? Qual è la storia di questa malattia del pensiero?
«Il politicamente corretto prevedeva inizialmente misure dirette a evitare offese o svantaggi per membri di particolari gruppi sociali. Potremmo anche dire che nasce con ottime intenzioni ma poi si è trasformato in uno strumento volto a imbrigliare nell’accusa odiosa di intolleranza e di odio qualsiasi parere contrario a ciò che viene imposto come cultura. L’origine storica non è univoca. Per come lo intendiamo noi oggi, dobbiamo farne risalire le origini agli Stati Uniti degli anni Sessanta. Ma nel contesto del marxismo-leninismo essere politicamente corretti significava essere conformi ideologicamente alla linea del partito. Qualsiasi deviazione, diciamo così, dalla ortodossia del partito era intesa come un tradimento della causa proletaria, era una vera e propria eresia».
Beh, non è che oggi sia il quadro sia tanto diverso...
«In effetti non è cambiato molto».
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Secondo l’Agenzia nazionale di stampa libanese (Nna) e i giornalisti dell’Afp presenti sul posto, centinaia di sostenitori di Hezbollah hanno attraversato Beirut in corteo, soprattutto nei pressi del Parlamento e lungo la strada che conduce all’aeroporto internazionale. In diversi punti sono stati incendiati pneumatici per bloccare il traffico, mentre sui social sono circolati video che mostrerebbero momenti di tensione tra manifestanti e forze armate libanesi.
La ragione della protesta è evidente. L’accordo, con i 14 punti, stabilisce che il ritiro israeliano dal Libano meridionale non sarà automatico, ma dipenderà dalla capacità dell’esercito libanese di assumere il controllo dell’area e dal progressivo disarmo di Hezbollah. Un meccanismo che colpisce direttamente uno dei principali strumenti attraverso cui Teheran ha esercitato la propria influenza nel Levante. Il segretario generale di Hezbollah, Naim Qassem, ha respinto duramente l’intesa, definendola «nulla» e sostenendo che debbano invece essere applicate le disposizioni del memorandum d’intesa tra Iran e Stati Uniti. Secondo Qassem, l’accordo firmato a Washington rappresenta «un’umiliazione, una vergogna e una rinuncia alla sovranità». Il leader sciita ha inoltre accusato le autorità libanesi di condurre il Paese verso un grave errore politico. «Non abbiamo abbandonato il campo nelle circostanze più difficili e non lo abbandoneremo», ha dichiarato.
Sulla stessa linea il deputato Ihab Hamadeh, che ha definito pericoloso subordinare il ritiro delle Idf al disarmo della milizia sciita. Secondo il parlamentare, Hezbollah continuerà a combattere «fino alla completa liberazione del territorio» e l’accordo resterà «solo inchiostro su carta». Alle critiche di Hezbollah si sono uniti anche gli Houthi yemeniti, altro alleato strategico dell’Iran. Il dirigente Mohammed al-Farah ha definito l’intesa «una cospirazione contro la resistenza», evocando il rischio di una guerra civile in Libano. Critico anche il leader druso Walid Jumblatt, secondo cui l’accordo è «tripartito nella forma, ma unilaterale nella sostanza, perché privo di un vero cessate il fuoco». Nel frattempo Israele ha dimostrato di non voler modificare il proprio approccio militare. L’aviazione israeliana ha colpito alcuni miliziani di Hezbollah nella zona di Nabatieh, nel Libano meridionale, ritenuti una minaccia per le truppe schierate nell’area. È stato il primo attacco dopo la firma dell’accordo.
L’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Yechiel Leiter, ha chiarito che Israele manterrà la propria presenza nella fascia di sicurezza finché le Forze armate libanesi non dimostreranno concretamente di poter disarmare Hezbollah e garantire la sicurezza del confine. Non esisteranno scadenze automatiche: ogni fase sarà subordinata a risultati verificabili. Anche l’eventuale ricostruzione del Libano con il sostegno della comunità internazionale potrà iniziare soltanto dopo il disarmo della milizia. È questo il punto decisivo dell’intesa. Per la prima volta la stabilizzazione del Libano viene collegata esplicitamente allo smantellamento dell’apparato militare di Hezbollah. Se il processo verrà portato a termine, l’Iran perderà il suo principale strumento di pressione contro Israele e vedrà ridursi drasticamente la propria influenza nel Paese dei Cedri. Per Teheran si tratta di una delle più gravi sconfitte strategiche subite negli ultimi decenni.
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