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2026-01-01
Un cristianesimo al passo con i tempi perde valore e non è più necessario
Joseph Ratzinger (Ansa)
Cari amici, nella Chiesa antica il catecumenato, il cammino verso il Battesimo, verso l’essere cristiani, cominciava con una piccola cerimonia: il sacerdote metteva un po’ di sale sulla bocca del catecumeno, che così entrava nel cammino verso Cristo, con Cristo. Perché? Il sale nell’antichità aveva una duplice funzione. Anzitutto, era un conservante, anzi nel tempo senza frigorifero, senza mezzi chimici, era il conservante, l’unico mezzo contro la corruzione, per difendere la vita contro le forze della decomposizione, della distruzione, della morte.
Così il sale significa la presenza della Parola di Cristo come forza contro la morte, contro la corruzione, anzi la presenza del Risorto, che è la vita, l’unica forza che impedisce il dominio della morte. Fare il catecumenato, il cammino verso Cristo, vuol dire portare in sé e sempre di più la Parola di Cristo, lasciarsi formare, difendere, anche col dolore che questa Parola porta. L’esigenza di opporsi alla decomposizione spirituale umana, alla corruzione della nostra vita, implica che noi entriamo in contatto con il Risorto e così con la forza della vita. Vivere in contatto con il Risorto è così vivere contro la morte, è cammino verso Cristo, è farsi cristiano.
Ma c’era anche una seconda funzione. Il sale è un condimento, dava sapore alla realtà. Nel Libro del Levitico è prescritto che ogni sacrificio per Dio dev’essere salato, così avrebbe sapore per Dio (cfr. Lv 2,13). Noi come possiamo avere sapore per Dio, davanti a Dio? È ovvio che questi sacrifici di tori, agnelli, eccetera, non potevano essere il vero dono per Dio, sono solo simboli. Ricordiamo la parola del Salmo: «Sacrifici e olocausti non hai voluto, un corpo mi hai preparato, vengo per fare la tua volontà» (Sal 40,7-9). Questi sacrifici possono essere solo simboli della realtà; il vero sacrificio, la vera glorificazione di Dio, il dono della Creazione a Dio è l’uomo che vive col sapore di Cristo, che porta in sé la sua luce.
Mi viene in mente la bella parola di Sant’Ireneo: «La gloria di Dio è l’uomo vivente». Ma la vita dell’uomo è di Dio, l’uomo vivente è il vero sacrificio, la gloria di Dio, e vivere implica sempre anche la lotta contro la morte, implica il sapore di Cristo che dobbiamo portare in noi, perché è necessario non essere una realtà insipida per il mondo e per Dio. Preghiamo il Signore che ci aiuti a portare sempre più in noi il sapore del Vangelo, il sapore di Cristo, così che la nostra vita sia saporita, sia forza del bene nel mondo, e che diventi sempre più presente la forza vivificante di Cristo contro le forze di distruzione. Così, se Cristo nel Vangelo di San Luca dice: «Avete sale?» (Lc 14,24-25), vuol dire: «Voi siete il sacrificio, la gloria di Dio vivente, vivente dalla Parola del Signore che dà luce e trasforma la nostra vita».
Oggi nel Vangelo il Signore non dice: «Avete sale in voi?», ma aggiunge una nuova sfumatura. Non chiede solo: «Avete?», ma afferma: «Siete sale!»; cioè i discepoli di Cristo, la Chiesa, devono essere sale per il mondo, per l’umanità, per la storia e avere proprio la funzione del sale nella storia umana, che come vediamo oggi è sempre minacciata dalle forze della corruzione, della distruzione, dalle forze della morte. Noi cristiani dobbiamo essere il sale per questo mondo, per questa storia, portare in noi la forza della croce di Cristo, la forza di difesa della vita contro le forze della distruzione.
Il Signore dice anche: «Se non lo fate, che cosa vale ancora il vostro cristianesimo?». Un cristianesimo conformista, che si arrangia con il mondo, che si identifica sempre più con il mondo, che non ha più il coraggio della passione della verità, del dolore della verità, che non è più sale che difende e lotta contro la morte, è sale senza sapore, che non vale niente, che sparisce da sé. Un cristianesimo conformista, che sembra moderno, all’altezza dei tempi, in realtà non ha valore, non è necessario. Può sopravvivere e vivere solo una fede che è sale, che ha forza di novità, che ha il sapore di Cristo Risorto.
Preghiamo il Signore perché a ognuno di noi, alla Chiesa, ai vescovi, dia il coraggio di essere realmente il sale, di portare la novità, la forza vitale del Vangelo nel mondo, anche dove è doloroso, e così salvare il mondo.
Il cammino verso il Battesimo comincia con il dono del sale e finisce con il dono della luce. Dopo il Battesimo, alla fine il sacerdote consegna al battezzato la candela accesa e dice: «Adesso sei luce in Cristo, porta la sua luce!». Così la seconda immagine per la nostra esistenza e missione cristiana è proprio la luce. Dobbiamo portare in questo mondo la luce della Parola di Dio, che mostra la strada, ci fa vedere.
La luce, infine, non è nient’altro che la Verità. Solo la Verità ci mostra che cosa vale, chi siamo noi, dove dobbiamo andare, e Cristo è il Logos, la Ragione eterna, e così le Chiese sono la luce del mondo. Grazie a Cristo conosciamo il volto di Dio, sappiamo chi è Dio, chi siamo noi e dove dobbiamo andare, come dobbiamo vivere e morire realmente bene per andare nella direzione giusta. Cristo è la luce del mondo.
Preghiamo di nuovo il Signore perché ci aiuti a difendere questa luce. Essa è sempre minacciata dai venti del tempo e così anche nel nostro tempo la luce può spegnersi facilmente. Ma non dobbiamo solo difendere la luce, dobbiamo anche darla agli altri. Nell’epoca moderna, con lo sviluppo delle scienze naturali, si è formata sempre più l’idea che la verità ultima non è accessibile all’uomo. Con l’esperimento, con il metodo di verifica e di falsificazione, noi possiamo mostrare quali sono gli elementi della materia, e così possiamo usare il mondo, metterlo in nostro possesso; ma quanto non è verificabile con questo metodo sperimentale non è sicuro, e quindi rimane nel campo della soggettività: la verità stessa non è accessibile.
Così l’epoca moderna ha saputo sempre più usare, strumentalizzare le cose e, fino alle ultime novità tecnologiche, vediamo che possiamo sempre più prendere in mano il mondo, usarlo per noi, con metodi sempre più raffinati. Possiamo usare il mondo, ma non sappiamo perché e a che scopo, poiché la verità non è accessibile, rimane dipendente dal soggetto, come un sentimento. Se è così, l’uomo è realmente in una situazione tragica e minacciato dall’autodistruzione, perché la verità è la luce necessaria per vivere, e perciò crediamo in dio, crediamo in Cristo, che è Verità.
Ma c’è un modo diverso da quello sperimentale delle scienze naturali, anche per la falsificazione e la verifica di questa nostra verità, la vera verità dell’essere. I santi sono la verifica della verità di Cristo, i santi ci dimostrano: così è l’uomo, perché così è Dio! Come dice San Pietro, sono le luci nel cielo oscuro della storia, ci mostrano la luce, risplendono della vera luce, quella di Cristo (cfr. 2Pt 1,19).
E c’è la falsificazione del sistema di Hitler, o Stalin, fino a Pol Pot; quei sistemi atei hanno dimostrato che i mondi senza Dio sono falsificati. E non solo i sistemi violenti, atei, ma anche questo nostro mondo positivista, con la sua negazione della certezza dei valori, dove valgono solo le leggi del mercato, dove si può calcolare tutto, anche questo mondo si distrugge, si autodistrugge, si falsifica in un modo più sottile, ma non meno reale e pericoloso. La luce di Cristo è la vera luce, Cristo è il Logos, la Ragione eterna e così la Verità che ci dà la vita.
Nel Vangelo, il Signore ci ammonisce anche con una minaccia. Dice: «Sì, la luce è la luce, ma la luce può essere coperta sotto il moggio e non splendere più». Questo è un pericolo personale e collettivo. Personale se la nostra vita, il nostro comportamento, non lascia più che appaia la luce di Cristo; se viviamo Cristo solo per noi, ma ciò non tocca gli altri e la luce di Cristo è coperta dalla nostra luce, se non traspare più dal nostro essere e non siamo più stelle nel firmamento di questo mondo. Ma il pericolo concerne anche il livello della Chiesa come tale, è il pericolo di ritirarsi in sé stessa, ma soprattutto di essere coperta dalla mole dei nostri peccati. Vediamo oggi come l’assurdità degli scandali diventa molto forte, tanto che copre la luce e non lascia più apparire la città sul monte, non dà più la luce per vedere: «Questa è la città di Dio!».
Preghiamo il Signore: «Aiutaci a vivere così che siamo trasparenti per la tua luce, aiuta la tua Chiesa. Non lasciare la forza al diavolo, al potere del male. Aiuta la tua Chiesa perché risplenda la luce dei santi, perché sia visibile come città sul monte, e così ci illumini la Verità senza la quale non c’è vita». Amen!
Siamo chiamati tutti alla perfezione del Padre nostro, fino al martirio
Cari amici, l’ultima parola di questo Vangelo è quasi un riassunto di tutto il Discorso della montagna, è una parola che ci spaventa, perché dice: «Siate perfetti come il Padre vostro celeste è perfetto». Vorremmo dire subito: «Signore, Tu non sai come noi siamo deboli? Siamo solo polvere, carne! Inoltre siamo feriti dal peccato originale; come puoi dire che dobbiamo essere perfetti come il Padre nostro?». Ma il Signore - se accadesse come per don Camillo -, possiamo immaginare che ci risponda dalla Croce; penso che direbbe: «Sì, naturalmente conosco le vostre debolezze. Io stesso che vi ho salvato conosco la realtà della vita umana con tutti i suoi limiti, con tutti i suoi problemi. Ho visto tutte le debolezze di San Pietro, quando per le chiacchiere di una serva ha perso tutto il suo coraggio. Tutto questo lo conosco bene e tuttavia non dimenticate la vostra dignità, altrimenti io non mi sarei fatto uomo, se questa non fosse una cosa grande; rispettate la vostra dignità, rispettate il fatto che siete immagine di Dio. L’essenza dell’immagine è che è simile alla realtà presentata, quindi dovrete essere quasi sempre vera immagine di Dio». A questo punto, potremmo continuare noi e dire: «Sì. Non dobbiamo ritirarci nella pigrizia o nella pusillanimità come ha fatto quel servo pigro, che ha nascosto i suoi talenti e così ha perso sé stesso, la sua vita; non dobbiamo fuggire nella mediocrità, ma essere magnanimi, coraggiosi e far fruttare il dono datoci da Dio».
Possiamo ricordarci che i Padri della Chiesa hanno detto che, quando Dio ha creato l’uomo, la sua prima idea originaria era Gesù Cristo, il Dio fattosi uomo. Questo, dice San Paolo, è il primogenito di tutti gli uomini (cfr. Col 1,15.18), è l’immagine originaria di Dio alla quale noi siamo conformati, vuol dire che in Gesù Cristo Dio ha già tradotto la sua immagine e ci dà già la possibilità di imitare Dio. Possiamo ricordarci che San Paolo nella Lettera agli Efesini dice: «Imitate Dio» (Ef 5,1), ma nella prima Lettera ai Corinzi dice: «Imitate Cristo, imitate me» (cfr. 1Cor 11,1). Sono tre traduzioni: possiamo imitare l’Apostolo, ma imitando l’Apostolo dobbiamo imitare Cristo, e imitando Cristo dobbiamo imitare Dio.
Così appare una cosa nuova importante, cioè che il Discorso della montagna dev’essere interpretato dopo la Risurrezione. Quando il Signore lo ha pronunciato non era ancora risorto, era ancora qui sulla terra; solo dopo la Risurrezione, nella luce della Croce e della Risurrezione, possiamo capire bene il Discorso della montagna, interpretandolo in chiave cristologica, e così troviamo l’accesso alla possibilità di realizzarlo.
In realtà, Gesù ha realizzato tutto quanto ha detto qui: non è andato solo un miglio con noi, ma ha percorso come noi tutta la strada della nostra vita fino alla morte; non ha dato soltanto una camicia e non solo il mantello, ha dato sé stesso nella sua totalità, lasciandosi schiaffeggiare ogni giorno dall’umanità e rimanendo buono. È morto anche per i suoi avversari, per i nemici; dalla Croce ha pregato per i nemici. Adesso possiamo capire tutto questo, interpretando la redenzione in chiave cristologica, rileggendo la sua vita nella Risurrezione.
Quindi, adesso, cercare di assimilarci a Dio - poiché Egli ha messo in noi questa similitudine - non solo è possibile, ma è un appello alla nostra magnanimità per lasciarci affascinare da Cristo e corrispondere a questo fascino per essere veri uomini.
Ma come facciamo? Per imitare Dio in Cristo, secondo il modello dei santi, dobbiamo soprattutto conoscerlo - questa è la prima confessione - e, come Abramo, farci amici di Dio; nell’amicizia di Dio, conoscerlo, e così assimilarci a Lui. Poi, per poterlo imitare, possiamo vedere chi è Dio, e come è Dio. «Dio è amore», ci dice San Giovanni (1Gv 4,8.16): allora imitare Dio vuol dire essere uomini di amore, come Cristo è amore. Quindi, escludere le cose contrarie all’amore: l’avarizia, le chiacchiere, i pettegolezzi, i sospetti, l’odio, l’antipatia, tutto questo; poi, fare quanto è bene, cominciando dai nostri pensieri sull’altro, pensare bene dell’altro, cercare in lui la fiamma della luce di Dio anche se è molto nascosta, aiutarlo materialmente; spesso, una piccola parola è un dono grande, bello, un aiuto per sopportare le situazioni; essere attenti, sensibili per dare segni di amore all’altro.
Infine, dobbiamo tenere presente che Dio è amore e Dio è verità. E questo è proprio il senso di Dio: amore e verità vanno insieme, amore nella verità e verità nell’amore. Perciò l’amore non è sempre una cosa comoda, che ci lascia d’accordo con tutti. Dio non è sempre d’accordo, ci ingombra, ci interroga per formarci alla nostra verità e per salvarci dalla perdita di noi stessi; amore vuol dire anche essere severi con l’altro per aiutarlo a ritrovare la giusta strada, accettare anche noi le durezze, che ci aiutano a essere veri con noi stessi, più vicini a Dio. E, soprattutto, è importante il fatto che nell’amore di Dio e dell’altro è compreso che per l’altro è un bene conoscere qual è la verità, dobbiamo aiutarlo perché conosca Dio e conosca lui stesso la verità, il suo modello originario, l’idea originaria secondo la quale è creato. Questo è servizio di carità, servizio di amore e di verità; il servizio di verità è servizio di carità; in questo senso l’annuncio del Vangelo, la missionarietà, in tutte le sue forme è un modo di imitare Dio.
Infine, una cosa sorprendente: Dio non solo è verità, è amore, ma anche umiltà. Pare strano che Dio sia umile, ma in Cristo ci ha mostrato proprio questo; si è umiliato fino alla schiavitù, fino a essere nostro schiavo, e questa è la vera grandezza di Dio, in cui Dio si manifesta in tutto il suo amore infinito. Dio è umile, si fa nostro servo, e questa umiltà di Dio è da imitare per essere perfetti, per essere veramente ciò che noi siamo, sua immagine, sua similitudine. Dobbiamo accettare anche cose da servi, servire, non cercare il nostro prestigio, ma cercare il posto del Signore, che è il posto dell’umiltà. E anche cominciare a credere è un atto di umiltà.
Alla fine, non dimentichiamo che ieri abbiamo avuto 19 nuovi cardinali, che oggi concelebrano con il Papa nella nuova veste di cardinali e il Papa stesso ha ricordato ai cardinali che il cardinalato non è tanto un onore, ma un servizio, e sappiamo che il cardinalato è caratterizzato dalla porpora, dal colore del sangue come disponibilità a servire fino all’effusione del sangue, al martirio. È importante tener presente che il martirio non comincia solo nel momento in cui si realizza l’effusione del sangue, ma martirio in greco vuol dire «testimonianza».
La testimonianza veramente vissuta è martirio, perché si espone sempre alle beffe del mondo, a tutti gli attacchi del mondo, è sempre un esporsi alle torture, ai flagelli di questo mondo. Così testimonianza è martyría, è disponibilità a donare realmente la propria vita, perché Cristo sia presente nel mondo e trasformi il mondo.
In questo senso, preghiamo il Signore che ci aiuti ad andare con coraggio, con umiltà, sulla strada della ricerca della perfezione vera, e preghiamo per i nuovi cardinali, perché siano veramente testimoni suoi fino all’effusione del sangue. Amen!
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O la fede è sale, ovvero lotta contro la corruzione e ha sapore, o è destinata a svanire. Serve il coraggio della passione della verità, che è luce. Non il conformismo di chi si arrangia identificandosi con il mondo.Dio conosce le miserie umane, però ci ha creati a sua immagine. La strada è l’imitazione di Cristo, seguendo l’esempio dei santi.Lo speciale contiene due articoli.Cari amici, nella Chiesa antica il catecumenato, il cammino verso il Battesimo, verso l’essere cristiani, cominciava con una piccola cerimonia: il sacerdote metteva un po’ di sale sulla bocca del catecumeno, che così entrava nel cammino verso Cristo, con Cristo. Perché? Il sale nell’antichità aveva una duplice funzione. Anzitutto, era un conservante, anzi nel tempo senza frigorifero, senza mezzi chimici, era il conservante, l’unico mezzo contro la corruzione, per difendere la vita contro le forze della decomposizione, della distruzione, della morte.Così il sale significa la presenza della Parola di Cristo come forza contro la morte, contro la corruzione, anzi la presenza del Risorto, che è la vita, l’unica forza che impedisce il dominio della morte. Fare il catecumenato, il cammino verso Cristo, vuol dire portare in sé e sempre di più la Parola di Cristo, lasciarsi formare, difendere, anche col dolore che questa Parola porta. L’esigenza di opporsi alla decomposizione spirituale umana, alla corruzione della nostra vita, implica che noi entriamo in contatto con il Risorto e così con la forza della vita. Vivere in contatto con il Risorto è così vivere contro la morte, è cammino verso Cristo, è farsi cristiano. Ma c’era anche una seconda funzione. Il sale è un condimento, dava sapore alla realtà. Nel Libro del Levitico è prescritto che ogni sacrificio per Dio dev’essere salato, così avrebbe sapore per Dio (cfr. Lv 2,13). Noi come possiamo avere sapore per Dio, davanti a Dio? È ovvio che questi sacrifici di tori, agnelli, eccetera, non potevano essere il vero dono per Dio, sono solo simboli. Ricordiamo la parola del Salmo: «Sacrifici e olocausti non hai voluto, un corpo mi hai preparato, vengo per fare la tua volontà» (Sal 40,7-9). Questi sacrifici possono essere solo simboli della realtà; il vero sacrificio, la vera glorificazione di Dio, il dono della Creazione a Dio è l’uomo che vive col sapore di Cristo, che porta in sé la sua luce.Mi viene in mente la bella parola di Sant’Ireneo: «La gloria di Dio è l’uomo vivente». Ma la vita dell’uomo è di Dio, l’uomo vivente è il vero sacrificio, la gloria di Dio, e vivere implica sempre anche la lotta contro la morte, implica il sapore di Cristo che dobbiamo portare in noi, perché è necessario non essere una realtà insipida per il mondo e per Dio. Preghiamo il Signore che ci aiuti a portare sempre più in noi il sapore del Vangelo, il sapore di Cristo, così che la nostra vita sia saporita, sia forza del bene nel mondo, e che diventi sempre più presente la forza vivificante di Cristo contro le forze di distruzione. Così, se Cristo nel Vangelo di San Luca dice: «Avete sale?» (Lc 14,24-25), vuol dire: «Voi siete il sacrificio, la gloria di Dio vivente, vivente dalla Parola del Signore che dà luce e trasforma la nostra vita».Oggi nel Vangelo il Signore non dice: «Avete sale in voi?», ma aggiunge una nuova sfumatura. Non chiede solo: «Avete?», ma afferma: «Siete sale!»; cioè i discepoli di Cristo, la Chiesa, devono essere sale per il mondo, per l’umanità, per la storia e avere proprio la funzione del sale nella storia umana, che come vediamo oggi è sempre minacciata dalle forze della corruzione, della distruzione, dalle forze della morte. Noi cristiani dobbiamo essere il sale per questo mondo, per questa storia, portare in noi la forza della croce di Cristo, la forza di difesa della vita contro le forze della distruzione.Il Signore dice anche: «Se non lo fate, che cosa vale ancora il vostro cristianesimo?». Un cristianesimo conformista, che si arrangia con il mondo, che si identifica sempre più con il mondo, che non ha più il coraggio della passione della verità, del dolore della verità, che non è più sale che difende e lotta contro la morte, è sale senza sapore, che non vale niente, che sparisce da sé. Un cristianesimo conformista, che sembra moderno, all’altezza dei tempi, in realtà non ha valore, non è necessario. Può sopravvivere e vivere solo una fede che è sale, che ha forza di novità, che ha il sapore di Cristo Risorto.Preghiamo il Signore perché a ognuno di noi, alla Chiesa, ai vescovi, dia il coraggio di essere realmente il sale, di portare la novità, la forza vitale del Vangelo nel mondo, anche dove è doloroso, e così salvare il mondo.Il cammino verso il Battesimo comincia con il dono del sale e finisce con il dono della luce. Dopo il Battesimo, alla fine il sacerdote consegna al battezzato la candela accesa e dice: «Adesso sei luce in Cristo, porta la sua luce!». Così la seconda immagine per la nostra esistenza e missione cristiana è proprio la luce. Dobbiamo portare in questo mondo la luce della Parola di Dio, che mostra la strada, ci fa vedere. La luce, infine, non è nient’altro che la Verità. Solo la Verità ci mostra che cosa vale, chi siamo noi, dove dobbiamo andare, e Cristo è il Logos, la Ragione eterna, e così le Chiese sono la luce del mondo. Grazie a Cristo conosciamo il volto di Dio, sappiamo chi è Dio, chi siamo noi e dove dobbiamo andare, come dobbiamo vivere e morire realmente bene per andare nella direzione giusta. Cristo è la luce del mondo.Preghiamo di nuovo il Signore perché ci aiuti a difendere questa luce. Essa è sempre minacciata dai venti del tempo e così anche nel nostro tempo la luce può spegnersi facilmente. Ma non dobbiamo solo difendere la luce, dobbiamo anche darla agli altri. Nell’epoca moderna, con lo sviluppo delle scienze naturali, si è formata sempre più l’idea che la verità ultima non è accessibile all’uomo. Con l’esperimento, con il metodo di verifica e di falsificazione, noi possiamo mostrare quali sono gli elementi della materia, e così possiamo usare il mondo, metterlo in nostro possesso; ma quanto non è verificabile con questo metodo sperimentale non è sicuro, e quindi rimane nel campo della soggettività: la verità stessa non è accessibile.Così l’epoca moderna ha saputo sempre più usare, strumentalizzare le cose e, fino alle ultime novità tecnologiche, vediamo che possiamo sempre più prendere in mano il mondo, usarlo per noi, con metodi sempre più raffinati. Possiamo usare il mondo, ma non sappiamo perché e a che scopo, poiché la verità non è accessibile, rimane dipendente dal soggetto, come un sentimento. Se è così, l’uomo è realmente in una situazione tragica e minacciato dall’autodistruzione, perché la verità è la luce necessaria per vivere, e perciò crediamo in dio, crediamo in Cristo, che è Verità.Ma c’è un modo diverso da quello sperimentale delle scienze naturali, anche per la falsificazione e la verifica di questa nostra verità, la vera verità dell’essere. I santi sono la verifica della verità di Cristo, i santi ci dimostrano: così è l’uomo, perché così è Dio! Come dice San Pietro, sono le luci nel cielo oscuro della storia, ci mostrano la luce, risplendono della vera luce, quella di Cristo (cfr. 2Pt 1,19).E c’è la falsificazione del sistema di Hitler, o Stalin, fino a Pol Pot; quei sistemi atei hanno dimostrato che i mondi senza Dio sono falsificati. E non solo i sistemi violenti, atei, ma anche questo nostro mondo positivista, con la sua negazione della certezza dei valori, dove valgono solo le leggi del mercato, dove si può calcolare tutto, anche questo mondo si distrugge, si autodistrugge, si falsifica in un modo più sottile, ma non meno reale e pericoloso. La luce di Cristo è la vera luce, Cristo è il Logos, la Ragione eterna e così la Verità che ci dà la vita.Nel Vangelo, il Signore ci ammonisce anche con una minaccia. Dice: «Sì, la luce è la luce, ma la luce può essere coperta sotto il moggio e non splendere più». Questo è un pericolo personale e collettivo. Personale se la nostra vita, il nostro comportamento, non lascia più che appaia la luce di Cristo; se viviamo Cristo solo per noi, ma ciò non tocca gli altri e la luce di Cristo è coperta dalla nostra luce, se non traspare più dal nostro essere e non siamo più stelle nel firmamento di questo mondo. Ma il pericolo concerne anche il livello della Chiesa come tale, è il pericolo di ritirarsi in sé stessa, ma soprattutto di essere coperta dalla mole dei nostri peccati. Vediamo oggi come l’assurdità degli scandali diventa molto forte, tanto che copre la luce e non lascia più apparire la città sul monte, non dà più la luce per vedere: «Questa è la città di Dio!».Preghiamo il Signore: «Aiutaci a vivere così che siamo trasparenti per la tua luce, aiuta la tua Chiesa. Non lasciare la forza al diavolo, al potere del male. Aiuta la tua Chiesa perché risplenda la luce dei santi, perché sia visibile come città sul monte, e così ci illumini la Verità senza la quale non c’è vita». 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Ma il Signore - se accadesse come per don Camillo -, possiamo immaginare che ci risponda dalla Croce; penso che direbbe: «Sì, naturalmente conosco le vostre debolezze. Io stesso che vi ho salvato conosco la realtà della vita umana con tutti i suoi limiti, con tutti i suoi problemi. Ho visto tutte le debolezze di San Pietro, quando per le chiacchiere di una serva ha perso tutto il suo coraggio. Tutto questo lo conosco bene e tuttavia non dimenticate la vostra dignità, altrimenti io non mi sarei fatto uomo, se questa non fosse una cosa grande; rispettate la vostra dignità, rispettate il fatto che siete immagine di Dio. L’essenza dell’immagine è che è simile alla realtà presentata, quindi dovrete essere quasi sempre vera immagine di Dio». A questo punto, potremmo continuare noi e dire: «Sì. Non dobbiamo ritirarci nella pigrizia o nella pusillanimità come ha fatto quel servo pigro, che ha nascosto i suoi talenti e così ha perso sé stesso, la sua vita; non dobbiamo fuggire nella mediocrità, ma essere magnanimi, coraggiosi e far fruttare il dono datoci da Dio».Possiamo ricordarci che i Padri della Chiesa hanno detto che, quando Dio ha creato l’uomo, la sua prima idea originaria era Gesù Cristo, il Dio fattosi uomo. Questo, dice San Paolo, è il primogenito di tutti gli uomini (cfr. Col 1,15.18), è l’immagine originaria di Dio alla quale noi siamo conformati, vuol dire che in Gesù Cristo Dio ha già tradotto la sua immagine e ci dà già la possibilità di imitare Dio. Possiamo ricordarci che San Paolo nella Lettera agli Efesini dice: «Imitate Dio» (Ef 5,1), ma nella prima Lettera ai Corinzi dice: «Imitate Cristo, imitate me» (cfr. 1Cor 11,1). Sono tre traduzioni: possiamo imitare l’Apostolo, ma imitando l’Apostolo dobbiamo imitare Cristo, e imitando Cristo dobbiamo imitare Dio.Così appare una cosa nuova importante, cioè che il Discorso della montagna dev’essere interpretato dopo la Risurrezione. Quando il Signore lo ha pronunciato non era ancora risorto, era ancora qui sulla terra; solo dopo la Risurrezione, nella luce della Croce e della Risurrezione, possiamo capire bene il Discorso della montagna, interpretandolo in chiave cristologica, e così troviamo l’accesso alla possibilità di realizzarlo.In realtà, Gesù ha realizzato tutto quanto ha detto qui: non è andato solo un miglio con noi, ma ha percorso come noi tutta la strada della nostra vita fino alla morte; non ha dato soltanto una camicia e non solo il mantello, ha dato sé stesso nella sua totalità, lasciandosi schiaffeggiare ogni giorno dall’umanità e rimanendo buono. È morto anche per i suoi avversari, per i nemici; dalla Croce ha pregato per i nemici. Adesso possiamo capire tutto questo, interpretando la redenzione in chiave cristologica, rileggendo la sua vita nella Risurrezione.Quindi, adesso, cercare di assimilarci a Dio - poiché Egli ha messo in noi questa similitudine - non solo è possibile, ma è un appello alla nostra magnanimità per lasciarci affascinare da Cristo e corrispondere a questo fascino per essere veri uomini.Ma come facciamo? Per imitare Dio in Cristo, secondo il modello dei santi, dobbiamo soprattutto conoscerlo - questa è la prima confessione - e, come Abramo, farci amici di Dio; nell’amicizia di Dio, conoscerlo, e così assimilarci a Lui. Poi, per poterlo imitare, possiamo vedere chi è Dio, e come è Dio. «Dio è amore», ci dice San Giovanni (1Gv 4,8.16): allora imitare Dio vuol dire essere uomini di amore, come Cristo è amore. Quindi, escludere le cose contrarie all’amore: l’avarizia, le chiacchiere, i pettegolezzi, i sospetti, l’odio, l’antipatia, tutto questo; poi, fare quanto è bene, cominciando dai nostri pensieri sull’altro, pensare bene dell’altro, cercare in lui la fiamma della luce di Dio anche se è molto nascosta, aiutarlo materialmente; spesso, una piccola parola è un dono grande, bello, un aiuto per sopportare le situazioni; essere attenti, sensibili per dare segni di amore all’altro.Infine, dobbiamo tenere presente che Dio è amore e Dio è verità. E questo è proprio il senso di Dio: amore e verità vanno insieme, amore nella verità e verità nell’amore. Perciò l’amore non è sempre una cosa comoda, che ci lascia d’accordo con tutti. Dio non è sempre d’accordo, ci ingombra, ci interroga per formarci alla nostra verità e per salvarci dalla perdita di noi stessi; amore vuol dire anche essere severi con l’altro per aiutarlo a ritrovare la giusta strada, accettare anche noi le durezze, che ci aiutano a essere veri con noi stessi, più vicini a Dio. E, soprattutto, è importante il fatto che nell’amore di Dio e dell’altro è compreso che per l’altro è un bene conoscere qual è la verità, dobbiamo aiutarlo perché conosca Dio e conosca lui stesso la verità, il suo modello originario, l’idea originaria secondo la quale è creato. Questo è servizio di carità, servizio di amore e di verità; il servizio di verità è servizio di carità; in questo senso l’annuncio del Vangelo, la missionarietà, in tutte le sue forme è un modo di imitare Dio.Infine, una cosa sorprendente: Dio non solo è verità, è amore, ma anche umiltà. Pare strano che Dio sia umile, ma in Cristo ci ha mostrato proprio questo; si è umiliato fino alla schiavitù, fino a essere nostro schiavo, e questa è la vera grandezza di Dio, in cui Dio si manifesta in tutto il suo amore infinito. Dio è umile, si fa nostro servo, e questa umiltà di Dio è da imitare per essere perfetti, per essere veramente ciò che noi siamo, sua immagine, sua similitudine. Dobbiamo accettare anche cose da servi, servire, non cercare il nostro prestigio, ma cercare il posto del Signore, che è il posto dell’umiltà. E anche cominciare a credere è un atto di umiltà.Alla fine, non dimentichiamo che ieri abbiamo avuto 19 nuovi cardinali, che oggi concelebrano con il Papa nella nuova veste di cardinali e il Papa stesso ha ricordato ai cardinali che il cardinalato non è tanto un onore, ma un servizio, e sappiamo che il cardinalato è caratterizzato dalla porpora, dal colore del sangue come disponibilità a servire fino all’effusione del sangue, al martirio. È importante tener presente che il martirio non comincia solo nel momento in cui si realizza l’effusione del sangue, ma martirio in greco vuol dire «testimonianza».La testimonianza veramente vissuta è martirio, perché si espone sempre alle beffe del mondo, a tutti gli attacchi del mondo, è sempre un esporsi alle torture, ai flagelli di questo mondo. Così testimonianza è martyría, è disponibilità a donare realmente la propria vita, perché Cristo sia presente nel mondo e trasformi il mondo.In questo senso, preghiamo il Signore che ci aiuti ad andare con coraggio, con umiltà, sulla strada della ricerca della perfezione vera, e preghiamo per i nuovi cardinali, perché siano veramente testimoni suoi fino all’effusione del sangue. Amen!
Mario Fresa (Imagoeconomica)
Gli avvocati del consigliere di Cassazione contestano la pubblicazione degli audio e parlano di ricostruzione «incompleta e lesiva». La redazione ribatte: file integrali o omissati solo per il minore, fatti riportati correttamente e già citati i provvedimenti giudiziari.
La replica dei legali
Con riferimento agli articoli pubblicati online dal quotidiano La Verità, in data 21 e 22 marzo 2026, con allegati file audio privi di alcuna rilevanza probatoria, relativi al consigliere di Cassazione dottor Mario Fresa, si evidenzia come il contenuto degli stessi sia stato pubblicato in maniera volutamente incompleta, al fine di dare una visione distorta e strumentale degli eventi richiamati. In particolare, non viene dato atto che sui fatti richiamati sono intervenute due diverse ordinanze di archiviazione, l’ultima il 29 settembre 2025, che hanno esaminato tutti i file audio agli atti, rilevando solamente dei diverbi tra i due coniugi, frutto di un rapporto conflittuale, in assenza di circostanze penalmente rilevanti e «non una sistematica sopraffazione come richiesto dalla norma incriminatrice». Del pari, nei suddetti articoli, pubblicati con singolare coincidenza il giorno prima della votazione sul referendum, viene omessa la decisiva circostanza che il giudizio di separazione personale tra il Fresa e la moglie si è concluso con un accordo consensuale nel gennaio 2025 che prevedeva, all’esito dell’espletata Ctu, un affidamento condiviso del figlio minore, in quanto rispondente agli interessi del bambino. Accordo la cui validità è stata confermata anche con successivo provvedimento del tribunale civile di Roma in data 5 dicembre 2025, che ha evidenziato l’assenza di criticità tali da dover assumere un provvedimento di modifica delle statuizioni vigenti.In considerazione di quanto sopra, l’omissione di tali elementi essenziali della vicenda ha determinato la diffusione di una rappresentazione dei fatti gravemente lesiva dell’onore, della reputazione e dell’identità personale del dott. Fresa, in violazione dei principi di verità, completezza e continenza che devono presiedere all’esercizio del diritto di cronaca giornalistica.
Avv. Ilenia Guerrieri e Marco Meliti Roma
La risposta della redazione
Con riferimento alla richiesta di rettifica si evidenzia che sul sito della «Verità» sono stati pubblicati due file audio. Uno in formato integrale, trattandosi di conversazioni intrattenute in luogo pubblico alla presenza delle forze dell’ordine, l’altro omissato, però, soltanto nella parte in cui riproduce la voce del minore coinvolto e in cui il dottor Fresa spiega al figlio che la madre sarebbe «la classica straniera morta di fame che viene in Italia, si sposa un ricco e famoso e dopodiché gli rovina la vita e si vuole fottere pure il patrimonio». I lettori hanno quindi potuto acquisire esatta conoscenza di quanto descritto nell’articolo che ha, ovviamente, riportato soltanto i fatti ritenuti rilevanti dal cronista considerata la ben nota funzione pubblica esercitata dal dottor Fresa, il quale, peraltro, secondo quanto riferito dallo stesso magistrato, nel corso di un’ulteriore conversazione non pubblicata sul sito, ha sostenuto di essere titolare di un procedimento penale avente a oggetto violenze su numerosi minori consumate da ecclesiastici e di cui non abbiamo trovato traccia su fonti aperte. Infine, si osserva che nell’articolo, contrariamente a quanto sostenuto nella rettifica, si riportano diffusamente i provvedimenti giudiziari favorevoli al dottor Fresa adottati sia nella sede penale che nella sede civile così come la condanna riportata dal dottor Fresa in sede disciplinare per condotte violente consumate ai danni dell’ex coniuge e ammesse dallo stesso dottor Fresa davanti al Consiglio Superiore della Magistratura.
LV
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L’appuntamento era in calendario da tempo, sollecitato dalla Lega e agevolato dal senatore Claudio Borghi. Prima di diventare direttore del Nih (National Institute of Health, il più grande finanziatore pubblico di ricerca biomedica al mondo con un budget annuale di circa 48 miliardi di dollari all’anno), Bhattacharya era un autorevolissimo epidemiologo, docente di medicina e di politiche di sanità pubblica all’università di Stanford e, insieme con i professori Martin Kulldorff dell’università di Harvard e Sunetra Gupta dell’università di Oxford, cofirmatario della Great Barrington Declaration (Gbd), documento che ha segnato la controstoria della pandemia. È lui che ha dimostrato, evidenze scientifiche alla mano, che le decisioni draconiane indicate dagli Stati Uniti a tutto l’Occidente, a cominciare dall’Italia, non erano «l’unica soluzione». Ed è esattamente su queste evidenze che lo hanno audito i membri della commissione Covid, chiedendogli di smentire una volta per tutte la vastità di leggende pandemiche antiscientifiche che hanno reso l’Italia uno dei Paesi con più restrizioni e, al tempo stesso, con la più alta mortalità durante la pandemia.
Molte le domande sui lockdown, il green pass e i vaccini poste da Claudio Borghi e Alberto Bagnai della Lega, oltre che da Lucio Malan di Fratelli d’Italia. Ma il botta e risposta con l’onorevole Alfonso Colucci è stato quasi onirico: non tanto per le puntuali risposte fornite da Bhattacharya, quanto per le domande che gli sono state rivolte dall’avvocato di Giuseppe Conte, con il malcelato obiettivo di difendere le sciagurate decisioni adottate dal leader M5s quando era premier, durante la prima e la seconda ondata. Avventurandosi sul terreno impervio dei parametri epidemiologici, Colucci ha obiettato al direttore del Nih che «a suo parere» il lockdown è stata una misura efficace. «I Paesi con i lockdown più restrittivi non hanno avuto un tasso di mortalità più basso e non hanno protetto di più le vite umane», ha spiegato Bhattacharya ai membri della commissione Covid. L’avvocato di Conte ha poi tentato la carta del Nobel per impressionarlo: «Quindi lei non è d’accordo con quanto dichiarato in questa commissione dal premio Nobel Giorgio Parisi, secondo il quale senza lockdown in Italia avremmo avuto dieci volte morti in più nella prima ondata?». «No», è stata la risposta secca di Bhattacharya, per nulla impressionato. La sua replica è stata un’interessante lezione di salute pubblica da mandare a memoria: premettendo che, quando si ha un indice di trasmissibilità inferiore a uno, questo non significa che la malattia sia sparita, «la soluzione doveva essere quella di avere un lockdown permanente per tenere l’indice sotto l’uno?», ha chiesto retoricamente il direttore del Nih. «Era quello l’obiettivo, mantenere l’indice sotto l’uno? Oppure si trattava di difendere la vita al meglio possibile? Sono due obiettivi molto diversi. Se si guardano i dati reali, i lockdown non hanno protetto la vita umana. Anche se l’indice in alcuni modelli è sceso al di sotto dell’uno, non è un’evidenza sufficiente per dire che il lockdown sia stato un modo efficace per proteggere la vita umana». L’ossessione di Roberto Speranza, il «rischio zero», era insomma una bufala antiscientifica.
Rispondendo alle domande di Borghi, Bagnai e Malan, il direttore del Nih ha poi detto la sua anche sul mantra di Draghi «se non ti vaccini, ti ammali e muori»: «Già a marzo 2021 era chiaro che il vaccino non impedisse l’infezione e anzi che l’efficacia del vaccino diminuisse pochi mesi dopo averlo ricevuto». A dispetto di tutte le sentenze italiane che, condannando i non vaccinati, hanno stabilito che all’epoca le evidenze dicessero altro: non era vero. L’introduzione del green pass «ha avuto come conseguenza una riduzione della fiducia nella salute pubblica». Sui no vax, «il fatto che fossero più pericolosi e potessero diffondere la malattia più facilmente rispetto alle persone vaccinate non è corretta dal punto di vista scientifico. Sia le persone vaccinate che quelle non vaccinate potevano diffondere la malattia allo stesso modo». E il green pass? «Si è basato su un falso scientifico». Riabilitati anche i guariti: «Negli Stati Uniti si è deciso di ignorarli per poter rendere obbligatori i vaccini. Non tenere conto dell’immunità da guarigione non è stata una decisione scientificamente corretta». Stoccata anche all’Oms: «Ha fatto più male che bene durante la pandemia. Ha ignorato la situazione andando contro le evidenze scientifiche, ha elevato in modo eccessivo l’esperienza dei lockdown cinesi, quindi ha causato più danni che altro».
«Ancora oggi stiamo subendo i danni di certe misure prive di fondamento scientifico», ha dichiarato Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid, «ed è paradossale che in quel periodo la Costituzione italiana fu calpestata da chi oggi, in nome della sua difesa, ha impedito una riforma della giustizia necessaria per modernizzare l’Italia».
«Dopo molti sforzi alla fine siamo riusciti ad avere in audizione il simbolo della scienza negata, quella scienza che era alla base della posizione della Lega su lockdown e green pass, presentata su Repubblica nel luglio del 2021, che venne distrutta da Draghi con l’infame inganno del “non ti vaccini, ti ammali, muori o fai morire”, è il commento del senatore leghista Claudio Borghi. «Oggi Bhattacharya conferma tutto. Noi avevamo ragione e Draghi e Conte non avevano capito nulla. Ma chi ci ridà quegli anni?»
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