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2025-11-15
Starmer sta con i ricchi: niente patrimoniale
Keir Starmer (Ansa)
Le incertezze su un possibile taglio dei tassi da parte della Fed a dicembre, dopo due riduzioni nel 2025, hanno raffreddato l’entusiasmo degli investitori. Alcuni membri del Fomc, tra cui Neel Kashkari, hanno mostrato scetticismo sul proseguimento della fase accomodante, rimarcando un’inflazione ancora lontana dal target. La probabilità implicita di un taglio si è ridotta sotto il 50%. Allo stesso tempo, prende corpo l’idea che la corsa dei titoli legati all’Intelligenza artificiale stia gonfiando una nuova bolla. Anche i dati macro cinesi hanno deluso: a ottobre, produzione industriale (+4,9%) e vendite al dettaglio (+2,9%) sono cresciute meno del previsto, mentre gli investimenti fissi sono scesi dell’1,7%.
Piazza Affari ha chiuso la seduta del 14 novembre in calo dell’1,7%, a 43.994 punti, segnando la peggiore performance in Europa. A pesare sono stati soprattutto i bancari: Unicredit ha perso il 4,45%, Bper il 3,81%, Banco Bpm il 3,27%, Intesa il 3,09%. Unica eccezione Mediobanca (+0,56%). Le prese di profitto hanno colpito un settore reduce da un lungo rally, penalizzato anche dalle incertezze sui tassi. Tra gli industriali, Stellantis ha ceduto circa il 3%, Leonardo l’1,9%, Saipem l’1,8%, Prysmian l’1,2%, Ferrari l’1%, Stm il 2%. Brembo ha perso oltre il 2%. Male anche i consumer: Diasorin -2%, Campari -1,7%, Moncler -1,9%, Hera -1,2%, Poste -0,2%. Italgas ha ceduto lo 0,2%. Si sono difese meglio le utility. Enel, dopo una trimestrale solida, ha chiuso poco mossa. Snam ha guadagnato lo 0,67%, Terna è salita dell’1,03% spinta da risultati e obiettivi per il futuro migliorati. In rialzo anche Azimut (+3,5%) dopo le recenti tensioni regolamentari. Bene Recordati (+1,34%) e Telecom Italia (+0,65%).
Fuori dal Ftse Mib, spiccano i rialzi di PharmaNutra (+3,1%), Cembre (+2,9%) e GVS (+2,6%), grazie a trimestrali solide. Sul versante opposto, cadute pesanti per Rai Way (-7,8%), WIIT (-5,7%) e Reply (-5,6%), penalizzate da risultati sotto le attese. Erg ha perso il 3,5%. Le altre Borse europee hanno seguito Milano, seppure con ribassi meno ampi. Il Dax ha chiuso a -0,7% (23.877 punti), il Cac 40 a -0,76%, il Ftse 100 britannico a -1,11% (9.698 punti). A Londra, pesa la retromarcia fiscale del governo di Keir Starmer (insieme alla ministra delle Finanze, Rachel Reeves), che ha rinunciato all’aumento dell’imposizione sul reddito, alimentando dubbi sulla tenuta dei conti. Fitch ha avvertito che il rispetto delle regole fiscali sarà cruciale per mantenere il rating.
Negli Stati Uniti, dopo un’apertura debole, i listini hanno recuperato: nella serata europea di ieri il Nasdaq era in salita a +0,8%, l’S&P 500 invariato e il Dow Jones -0,2%. Il mercato resta diviso tra chi sconta un rallentamento dell’economia e chi teme tassi troppo alti per troppo tempo. In Asia, giornata ugualmente molto negativa: Tokyo -1,76%, Kospi -3,8%, Hang Seng -1,8%, Shanghai -1%, Shenzhen -1,3%. Il sentiment resta fragile e reattivo ai dati macro e alle dichiarazioni delle banche centrali. Sul mercato delle materie prime, l’oro ha perso l’1,5% a 4.108 dollari/oncia. Il petrolio è salito di oltre il 2% grazie a tensioni geopolitiche. Sul fronte obbligazionario, lo spread Btp-Bund è sceso a 82 punti base, con il rendimento del decennale italiano al 3,45%, segno di fiducia sui conti pubblici.
La volatilità resta insomma elevata. Gli operatori attendono segnali più chiari da parte della Fed e nuovi dati su inflazione e lavoro per ricalibrare le attese. Piazza Affari paga la sua esposizione ai titoli più sensibili al ciclo, mentre gli investitori si rifugiano in settori difensivi. In assenza di svolte macro, l’ultimo trimestre dell’anno si preannuncia all’insegna della cautela, con volumi più selettivi e una maggiore attenzione alla qualità dei bilanci. In questo contesto gli strategist ricordano che le prossime settimane saranno decisive per capire se la correzione resterà un fisiologico aggiustamento delle valutazioni o l’avvio di una fase più strutturale di risk-off. Molto farà la traiettoria dei rendimenti governativi e la capacità di Cina ed Eurozona di evitare un ulteriore rallentamento: solo segnali convincenti su crescita e prezzi potranno riportare fiducia stabile sui listini.
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Il governo laburista britannico, molto ammirato dai progressisti nostrani, fa retromarcia sulla supertassa ai milionari per paura di una fuga di capitali. Sale così il debito che fa innervosire i mercati: Borse ko anche per i dubbi su un taglio di tassi della Fed.Settimana negativa per i mercati globali, colpiti da un mix di tensioni macro, dubbi sulle mosse delle banche centrali e segnali di rallentamento dalla Cina. I listini europei hanno chiuso in rosso, mentre Piazza Affari si è distinta in negativo. A pesare: vendite diffuse su bancari e titoli ciclici, con pochi nomi capaci di resistere.Le incertezze su un possibile taglio dei tassi da parte della Fed a dicembre, dopo due riduzioni nel 2025, hanno raffreddato l’entusiasmo degli investitori. Alcuni membri del Fomc, tra cui Neel Kashkari, hanno mostrato scetticismo sul proseguimento della fase accomodante, rimarcando un’inflazione ancora lontana dal target. La probabilità implicita di un taglio si è ridotta sotto il 50%. Allo stesso tempo, prende corpo l’idea che la corsa dei titoli legati all’Intelligenza artificiale stia gonfiando una nuova bolla. Anche i dati macro cinesi hanno deluso: a ottobre, produzione industriale (+4,9%) e vendite al dettaglio (+2,9%) sono cresciute meno del previsto, mentre gli investimenti fissi sono scesi dell’1,7%.Piazza Affari ha chiuso la seduta del 14 novembre in calo dell’1,7%, a 43.994 punti, segnando la peggiore performance in Europa. A pesare sono stati soprattutto i bancari: Unicredit ha perso il 4,45%, Bper il 3,81%, Banco Bpm il 3,27%, Intesa il 3,09%. Unica eccezione Mediobanca (+0,56%). Le prese di profitto hanno colpito un settore reduce da un lungo rally, penalizzato anche dalle incertezze sui tassi. Tra gli industriali, Stellantis ha ceduto circa il 3%, Leonardo l’1,9%, Saipem l’1,8%, Prysmian l’1,2%, Ferrari l’1%, Stm il 2%. Brembo ha perso oltre il 2%. Male anche i consumer: Diasorin -2%, Campari -1,7%, Moncler -1,9%, Hera -1,2%, Poste -0,2%. Italgas ha ceduto lo 0,2%. Si sono difese meglio le utility. Enel, dopo una trimestrale solida, ha chiuso poco mossa. Snam ha guadagnato lo 0,67%, Terna è salita dell’1,03% spinta da risultati e obiettivi per il futuro migliorati. In rialzo anche Azimut (+3,5%) dopo le recenti tensioni regolamentari. Bene Recordati (+1,34%) e Telecom Italia (+0,65%).Fuori dal Ftse Mib, spiccano i rialzi di PharmaNutra (+3,1%), Cembre (+2,9%) e GVS (+2,6%), grazie a trimestrali solide. Sul versante opposto, cadute pesanti per Rai Way (-7,8%), WIIT (-5,7%) e Reply (-5,6%), penalizzate da risultati sotto le attese. Erg ha perso il 3,5%. Le altre Borse europee hanno seguito Milano, seppure con ribassi meno ampi. Il Dax ha chiuso a -0,7% (23.877 punti), il Cac 40 a -0,76%, il Ftse 100 britannico a -1,11% (9.698 punti). A Londra, pesa la retromarcia fiscale del governo di Keir Starmer (insieme alla ministra delle Finanze, Rachel Reeves), che ha rinunciato all’aumento dell’imposizione sul reddito, alimentando dubbi sulla tenuta dei conti. Fitch ha avvertito che il rispetto delle regole fiscali sarà cruciale per mantenere il rating.Negli Stati Uniti, dopo un’apertura debole, i listini hanno recuperato: nella serata europea di ieri il Nasdaq era in salita a +0,8%, l’S&P 500 invariato e il Dow Jones -0,2%. Il mercato resta diviso tra chi sconta un rallentamento dell’economia e chi teme tassi troppo alti per troppo tempo. In Asia, giornata ugualmente molto negativa: Tokyo -1,76%, Kospi -3,8%, Hang Seng -1,8%, Shanghai -1%, Shenzhen -1,3%. Il sentiment resta fragile e reattivo ai dati macro e alle dichiarazioni delle banche centrali. Sul mercato delle materie prime, l’oro ha perso l’1,5% a 4.108 dollari/oncia. Il petrolio è salito di oltre il 2% grazie a tensioni geopolitiche. Sul fronte obbligazionario, lo spread Btp-Bund è sceso a 82 punti base, con il rendimento del decennale italiano al 3,45%, segno di fiducia sui conti pubblici.La volatilità resta insomma elevata. Gli operatori attendono segnali più chiari da parte della Fed e nuovi dati su inflazione e lavoro per ricalibrare le attese. Piazza Affari paga la sua esposizione ai titoli più sensibili al ciclo, mentre gli investitori si rifugiano in settori difensivi. In assenza di svolte macro, l’ultimo trimestre dell’anno si preannuncia all’insegna della cautela, con volumi più selettivi e una maggiore attenzione alla qualità dei bilanci. In questo contesto gli strategist ricordano che le prossime settimane saranno decisive per capire se la correzione resterà un fisiologico aggiustamento delle valutazioni o l’avvio di una fase più strutturale di risk-off. Molto farà la traiettoria dei rendimenti governativi e la capacità di Cina ed Eurozona di evitare un ulteriore rallentamento: solo segnali convincenti su crescita e prezzi potranno riportare fiducia stabile sui listini.
Ermanno Scervino (Getty Images)
Da dove parte una sua collezione: da un’immagine, da un tessuto, da una donna reale?
«L’ispirazione non ha orari né confini. Vivo in Toscana, nella bellezza, affascinante quanto il paesaggio è il lavoro delle première: un’idea può scaturire dalla loro manualità come dagli imprevisti. Le capitali del mondo, comunque, rimangono grandi fonti di ispirazione: la gente per strada, nei locali, la vita di tutti i giorni, i giovani».
Il suo stile è spesso definito «romanticismo sexy»: cosa significa questa espressione e come si traduce in silhouette, materiali e lavorazioni?
«Una sottoveste di pizzo, una gonna di organza, un vestito di chiffon acquistano grazia e carattere soprattutto quando indossate con qualcosa di insolito, magari di maschile o sportivo. Questo accostamento è forse il mio modo più significativo di vedere un romanticismo contemporaneo, una sensualità vissuta con personalità».
Cosa le chiedono oggi le sue clienti?
«Sicuramente la portabilità, la funzionalità e il dialogo col corpo rimangono caratteristiche sempre richieste. Negli anni tutto cambia ma non il gusto per il bello. La donna contemporanea rischia di più, la strada offre e cerca stimoli sempre maggiori; vestirsi bene, oggi, non significa essere convenzionali. Io mi rivolgo a una donna libera, che non ama gli stereotipi, ma moderna e attuale».
Ha vestito molte personalità del cinema, della musica e della società internazionale. Per un abito da red carpet quanto conta il dialogo con la persona che lo indossa?
«Ogni donna è un universo da scoprire, e sono tante quelle con cui abbiamo condiviso momenti di bellezza e di arte. Il dialogo conta: gli abiti nascono non per imporre un’identità ma per accompagnare e valorizzare chi li indossa. La vera eleganza è essere sé stesse e il mio lavoro è facilitare questo processo».
La produzione made in Italy è un valore centrale per il suo brand. Cosa significa oggi difendere e promuovere l’artigianalità italiana in un mercato globale?
«È una missione. Il made in Italy è frutto di una tradizione secolare, intere generazioni hanno primeggiato nella maestria sartoriale lasciando al Paese un’eredità diventata patrimonio mondiale».
Quali sono oggi i mercati più importanti? Nota differenze di gusto tra Europa, America e Asia?
«I mercati più importanti sono Europa e America. Non ci sono differenze di gusto nei mercati, ma nelle donne sì, nella loro individualità. Immagino le mie creazioni al di là del Paese di provenienza di chi le indosserà».
Come riesce a coniugare tecniche sartoriali tradizionali con la sperimentazione su tessuti e lavorazioni innovative?
«La ricerca è fondamentale: creare nuovi tessuti, provare lavaggi e trattamenti. Tradizione e innovazione devono camminare assieme per realizzare un prodotto contemporaneo, ma il gesto artigianale resterà sempre al centro».
Quanto influisce Firenze sul Dna del marchio? È solo sede produttiva o anche fonte di ispirazione estetica?
«Firenze è sinonimo di casa. Territorio di tradizione e sapere, custodisce e tramanda competenze uniche. È questo patrimonio umano e culturale che alimenta il nostro lavoro e predispone alla creatività e da cui il brand continua ad attingere».
Le sue lavorazioni knit e i tessuti ricercati sono diventati un segno distintivo. Quanto conta la ricerca sui materiali nello sviluppo di ogni collezione?
«Prima ancora di disegnare penso ai materiali, li provo sul manichino, osservo il loro movimento e la luce, e mentre li studio penso a come trasformarli e a quello che possono diventare».
In che modo la maison affronta il tema della sostenibilità senza rinunciare al lusso e alla qualità?
«La sostenibilità è una responsabilità, non una scelta. Oltre a selezionare materiali e lavorazioni nel rispetto dell’ambiente, un capo ben realizzato nasce per durare a lungo ed è per definizione sostenibile: le mie collezioni sono concepite per vivere attraverso gli anni».
Dopo tanti anni di successi, quali sono oggi le sue nuove sfide e quali sogni desidera ancora realizzare?
«I successi non li considero un punto di arrivo ma una direzione. C’è la volontà di sviluppare senza tradire il nostro percorso, e di tramandare una visione ambiziosa che nasce dalla sapienza del nostro territorio. Abbiamo in programma molte aperture in alcune delle città più importanti e prestigiose del mondo».
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Matteo Zuppi (Imagoeconomica)
L’allarme arriva dal cardinal Matteo Zuppi, arcivescovo della città e presidente della Cei: «È un segnale molto preoccupante, specchio di una trasformazione sociale rapidissima. Non si tratta di una crisi di fede ma di un radicale mutamento del territorio. Gli alti affitti hanno spinto fuori le famiglie, gli studenti hanno preso il loro posto per poi essere a loro volta sostituiti dalla proliferazione di Bed&breakfast e uffici. Il centro rischia di diventare una vetrina vuota. Questi processi vanno governati e non subìti». Lo dice con struggente preoccupazione. Lo dice come se fosse arrivato da Marte con l’ultima navicella spaziale; invece da dieci anni è il più importante pastore di anime del territorio.
L’analisi sociologica (parziale e un minimo interessata) per quello zero in religione è completata da don Giovanni Bonfiglioli, parroco delle centralissime chiese di San Giuliano e della Santissima Trinità: «Quando andiamo nelle case per le benedizioni di rito ci accorgiamo che non c’è nulla da benedire, solo Bed&breakfast e uffici. Un vero e proprio spopolamento nel cuore della città». Ed ecco che torna ad aleggiare l’anatema del cardinale Giacomo Biffi, quel «Bologna sazia e disperata» con il quale, 40 anni fa, l’alto prelato intendeva svegliare la società dal sonno consumistico e nichilista.
Sarà anche colpa dei B&b, delle sedi di società e banche, dei locali da apericena ma la sindrome da catechismo deserto non coincide con quella da vetrina vuota. Ed è anche conseguenza delle politiche sociali dell’amministrazione turbo-progressista degli ultimi 15 anni (prima Virginio Merola, poi Matteo Lepore), in prima linea nell’incentivare l’immigrazione con l’imprinting cofferatiano «senza se e senza ma». Con il risultato che, nelle case popolari del centro, buona parte degli abitanti è di origine straniera, spesso di altre religioni. Nel 2021 ne erano stati censiti 7.500. Una società multietnica che non ha alcuna intenzione di integrarsi e va ad aggiungersi a una quota fisiologica di abitanti radical, atei e per nulla interessati al messaggio cristiano. Il resto è turismo mordi e fuggi.
Molte famiglie sono spinte ad abbandonare il centro storico con pochi spazi per l’infanzia (se non al chiuso) dalla mancanza di sicurezza, dalla microcriminalità dilagante, dal degrado determinato dai clandestini, dai raid dei maranza stranieri. E dalle scelte urbanistiche che tendono a escludere - con le Ztl sulle porte - l’osmosi sociale. Un dentro e un fuori sempre più rigido. Una realtà sotto gli occhi di tutti, che ha preso forma con la benedizione del cardinal Zuppi medesimo, fautore principe dell’accoglienza diffusa, nume tutelare di ogni accelerazione woke voluta dal Comune.
L’Osservatorio della Curia aggiunge che «lo spopolamento del cuore della città è dovuto anche alle difficoltà di ingresso nella zona, al degrado (soprattutto nelle zone calde come Montagnola e la parte finale di via Indipendenza) e ai costi dell’affitto e della vita in generale, non compatibile con gli stipendi attuali». Ma al di là delle problematiche urbanistiche c’è qualcosa di più profondo: l’abdicazione della diocesi stessa nel farsi garante dei valori cristiani e della dottrina. E nel difendere i simboli cattolici da chi tenta di annientare don Camillo 70 anni dopo con spirito di rivalsa.
Il silenzio davanti a provocazioni come «il crocifisso è un simbolo medioevale» (Merola), ai tentativi di abolizione del presepe (Lepore), alla laicizzazione strutturale in nome del globalismo sociale, alla demonizzazione dell’identità e della tradizione per non urtare la (molto presunta) suscettibilità islamica hanno provocato ferite profonde nel tessuto religioso. Così, quando Zuppi afferma che «non si tratta di crisi di fede» incrocia le dita. E quando aggiunge che «questi processi vanno governati e non subìti», chiama in causa anche le proprie amnesie.
Ribaltare il paradigma? Forse è tardi. E quei bambini assenti, lasciati più felicemente dai genitori alla dottrina dello smartphone, sono il segnale politico di una sconfitta. Il «catechismo zero» è anche l’effetto più triste del disincanto davanti a sacerdoti che non credono più. Senza contare una piccola dose di ipocrisia, come fa notare con spirito caustico un cittadino bolognese su Facebook. «Strada Maggiore, incrocio Piazzetta dei Servi, palazzo storico di proprietà della Curia: due Bed&breakfast. Da che pulpito. Forse è il caso di cominciare a guardarsi dentro».
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Jeffrey Epstein (Getty Images)
E infatti, negli Stati Uniti al suicidio di Jeffrey Epstein si crede sempre meno. Un tema che qui sarebbe un tabù, benché il racconto ufficiale sulla morte del faccendiere lasci dubbi a molti, lì è oggetto di discussione sulle tv nazionali. Ad alimentare il dibattito, oltre alle varie anomalie già raccontate su queste pagine - telecamere non funzionanti, finte salme mostrate ai media, comunicati sul decesso datati prima della morte ufficiale, testimonianze agghiaccianti girate sul Web, compagni di cella spostati due giorni prima - si è aggiunto un altro documento piuttosto bizzarro. Si tratta di una email riservata dal contenuto piuttosto chiaro: «Sono un Ausa (Assistant United States Attorney, assistente procuratore federale Usa, ndr) presso l’Edny (Eastern District of New York, ndr) e sto lavorando a un’indagine sulla morte di un detenuto presso il Brooklyn Mdc (Metropolitan Detention Center di Brooklyn, ndr). L’Ocme (Office of Chief Medical Examiner, cioè l’Ufficio del medico legale capo di New York, ndr) mi ha detto di aver firmato un accordo di riservatezza in relazione all’indagine sull’omicidio di Jeffrey Epstein. Speravamo di estendere un accordo simile e volevo vedere se potessi condividerlo con me». L’email è di giugno 2020, quasi un anno dopo la morte del faccendiere, e si conclude con un numero di cellulare (oscurato) e l’invito a parlarne per telefono.
Proprio così: indagini segrete sull’omicidio di Jeffrey Epstein. Il procuratore federale che a giugno del 2020 stava lavorando su un caso di morte in carcere a Brooklyn voleva «copiare» il modello di accordo di riservatezza usato per Epstein. Eppure, la sua morte è stata subito venduta come un suicidio, fatto confermato dall’autopsia pochi giorni dopo.
E a proposito di indagini, mentre la Procura del New Mexico ne ha avviate di nuove sullo Zorro Ranch, la tenuta di Epstein nel New Mexico, si è scoperto che nel 2019 il lavoro degli inquirenti fu bloccato dall’alto. Una villa di 2.800 metri quadri e perfettamente isolata. Meta di tanti personaggi famosi, luogo in cui tante vittime raccontano di essere state abusate, nonché sede di possibili esperimenti eugenetici. Un’inchiesta statale sulle azioni di Epstein è stata rilevata dai procuratori federali, nel 2019, per poi arenarsi. «Non solo è stata messa in ombra, è stata completamente ignorata», ha detto Eddy Aragon, un noto conduttore radiofonico del New Mexico che da anni fa ricerca sulle attività di Epstein. Proprio a lui era indirizzata la soffiata - presente negli Epstein files - dell’ex dipendente dello Zorro sulle due presunte ragazze morte durante gli abusi e seppellite nel ranch.
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«Marshals: A Yellowstone story» (Paramount+)
Un universo inedito, in grado di espandere il nucleo originale fino a dargli una forma imprevista. Improvvisa. Non più un ranch, ma il Montana.
Marshals: A Yellowstone story, disponibile su Paramount+ da lunedì 2 marzo, non ritrova l'interezza di Yellowstone. Solo, quella di Kayce Dutton, deciso a rompere con il proprio passato. Kayce, che nel corso della serie originale è stato detto avere con il padre un rapporto complesso e altalenante, ha scelto, in questo nuovo spin-off, di lasciarsi alle spalle il ranch familiare. Gliel'aveva dato il padre, una volta diventato Governatore del Montana. Doveva servirgli ad assicurare un futuro solido, brillante, al figlio. Sarebbe stato uno fra i più grandi centri di allevamento bestiame degli Stati Uniti. Ma Dutton ha voluto fare altrimenti. Di qui, dunque, la decisione di dedicargli un'intera serie televisiva.
Marshals: A Yellowstone story, con Luke Grimes a riprendere il ruolo svolto in Yellowstone, racconta un presente diverso. Un Kayce Dutton diverso, non più allevatore, ma parte di un'unità d’élite degli U.S. Marshals. Cambia la forma, non, però, la sostanza. Lo show, ad oggi articolato in tredici episodi, continua - come l'originale - a saltare dal western al drama, mescolando i patemi personali di Dutton con la fatica oggettiva del territorio nel quale vive. Le gang locali sono ben organizzate, la gente è dedita al malaffare. La giustizia federale sembra potere nulla contro l'interesse privato dei potenti locali, contro le loro smanie e ambizioni. Dutton, con sé, ha una squadra nuova. Non abbastanza, però, per far sì che possa dormire sonni tranquilli.
Marshals: A Yellowstone story riesce a raccontare (anche) il costo psicologico di certi mestieri, di chi voti la propria vita a un'ideale di giustizia che, spesso, non ha alcun contrappunto nella realtà. Dutton è sotto minaccia costante, il passato che ha provato a lasciarsi alle spalle sembra rincorrerlo e il figlio, Tate, è l'unico punto che vorrebbe tenere fermo.
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