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2025-12-29
L’ateismo crea una società di depressi
Ansa
Da quando la fede in Dio si è spampanata, cioè negli ultimi decenni, la depressione è aumentata del 1.200%. E il suicidio? Contrariamente a statistiche false che sostengono il contrario, come testimonia l’Oms i suicidi sono in costante aumento. In un comunicato del 10 ottobre 2024, l’Oms riporta dati in base a quali si calcola che il tasso globale di mortalità per suicidio sia di 16 per 100.000 persone, con una morte ogni circa 40 secondi. Negli ultimi 45 anni il tasso di suicidio è cresciuto del 65% nel mondo. Oggi il suicidio è una delle tre principali cause di morte fra individui di età compresa tra 15 e 44 anni, in entrambi i sessi. Senza contare i tentati suicidi, fino a 20 volte più frequenti. Aver cacciato Dio dalle nostre vite, dal nostro normale quotidiano, dal normale correre dei nostri pensieri, ha lasciato un vuoto che abbiamo cercato di sostituire con la psicologia, ed è stata una catastrofe.
La psicologia ha una reale utilità in pochissimi campi estremamente specifici. Per il resto cura molto poco per non dire nulla, e inchioda la persona a un continuo parlare di sé, a un continuo focalizzarsi su sé stessi, a un micidiale esercizio di deresponsabilizzazione, a un inevitabile scontento. Ovunque ci siano un eccesso di opzioni e una scarsezza di fede in Dio, arriva lo scontento. La fede in Dio ci permette di dare sempre un senso forte alla nostra vita, amare Dio ed esserne riamati. Se questo non c’è si crea un vuoto. Il vuoto si riempie solo dando un senso forte alla nostra vita, ma se sono disponibili opzioni in eccesso, non cerchiamo il senso della vita, ma un’altra opzione, e un’altra e un’altra ancora. Con un altro lavoro potrei essere felice, con un altro coniuge potrei essere felice. In passato la felicità si cercava e si trovava nel solo posto dove può essere: nella realtà cui apparteniamo. Ora, con la possibilità di scelta, non c’è fine allo scontento: come vorrei essere altro, come vorrei fare altro. Il divorzio, la possibilità di cambiare coniuge o convivente, moltiplica lo scontento. La gravidanza poteva essere attesa o inattesa, accolta da benedizioni o maledizioni, ma c’era, non esisteva l’opzione di terminarla con l’uccisione del bimbetto. Ora questa opzione esiste. Un potere malefico non concede la libertà di scegliere su nulla, se vivi in un bosco ti levano i figli, se non li vaccini o sei povero anche, ma se vuoi ammazzare il tuo bimbetto ti mettiamo a disposizione cliniche e medici. Il senso del dichiarare l’aborto un diritto è questo. Se l’aborto è un diritto, non farlo sarà un reato. Innumerevoli gravidanze all’inizio maledette terminavano con la felicità della nuova vita. L’istinto materno è potente, a un certo punto salta fuori e travolge tutto. Salterebbe fuori, se non fosse stato soffocato dallo scontento.
Molti bambini sono scontenti del loro sesso, soprattutto in questa epoca stupida dove padre e madre non sanno che uno dei compiti del loro amore reciproco è creare nei figli la fierezza del proprio sesso. Prima della pubertà il cervello ha una prevalenza dell’emisfero destro, i bambini hanno più emozione che ragione, non riconoscono la differenza tra vero e falso, credono a Babbo Natale. Alcuni credono che vorrebbero essere dell’altro sesso. È sufficiente arrivare alla pubertà e all’adolescenza perché questi pensieri siano cacciati. Ma un potere malefico offre il frutto avvelenato. Al bambino e alla bambina che si sentono inadeguati, un sentimento frequente per non dire normale in persone giovani, si offre l’illusione del cambio di sesso, vezzoso termine con cui si indica la castrazione.
È importante insegnare ai nostri figli a combattere lo scontento. Lo scontento porta al suicidio: il suicidio diretto, ammazzo me, il suicidio differito, ammazzo la mia progenie nell’aborto, il suicidio parziale, ammazzo il mio essere maschio o femmina. In tutti i tre casi, un potere avaro e gretto concede aiuti munifici. Per evitare lo scontento l’assetto emozionale che funziona meglio è la gratitudine. Se siete credenti, siate grati a Dio, altrimenti alla natura o all’universo. La gratitudine, che otteniamo concentrando l’attenzione su ciò che abbiamo, è l’assetto di neurotrasmettitori che aumenta la nostra potenza. Io sto scrivendo: ho dita, mani, occhi, un computer. Voi state leggendo: avete gli occhi per leggere. La gratitudine è ringraziare per ogni cosa ci aiuti a mantenere ciò che c’è di positivo nella nostra vita, e questo ci aiuta ad aumentarlo. Teniamo l’attenzione concentrata su quello che abbiamo, sulla bellezza di respirare, di avere un tetto sopra la testa; sulla bellezza, al mattino, di svegliarci nei nostri letti e andare a lavarci i denti con l’acqua pulita, il dentifricio e lo spazzolino. La gratitudine diventa più difficile quando siamo confrontati con il dolore. La forza di una vita fragile. Storia di una bambina che non doveva nascere, Lindau 2008, di Sophie Chevillard Lutz, narra la felicità e la gratitudine con cui una famiglia ha accolto i sette anni di vita di una bimba gravemente disabile. Con la maglietta a rovescio è il libro con cui Anna Mazzitelli e Stefano Bataloni raccontano la storia di Filippo, morto di leucemia a 9 anni dopo tre trapianti di midollo. Questi libri non sono la storia di un’umanità dolente, ma di un’umanità trionfante. Hanno trionfato sul dolore. Hanno capito il dono terribile del dolore innocente, la prova che Dio manda per avvicinarci a Lui.
Volevo fare un video a favore della vita, contro quella sciagura nazista che è l’aborto eugenetico, vezzosamente chiamato aborto terapeutico. Con l’aborto terapeutico sono sterminati un gran numero di bambini sani, per diagnosi errate, o con patologie curabili. Poi ci sono anche i bambini oggettivamente malati. E ci sono video dove si vedono genitori e fisioterapisti che aiutano questi bimbi a fare cose che per altri sono normali come camminare e prendere un giocattolo grazie alla coordinazione neuromuscolare. Sui social funziona l’algoritmo. Non appena il social si è reso conto di cosa stavo guardando, mi ha offerto decine di video di bambini nati malati, o che hanno subito amputazioni o sono rimasti sfigurati da malattie settiche o da ustioni. Tutti quanti con vicino qualcuno che li ama e li aiuta, tutti quanti determinati a vivere una vita piena. Quello che l’algoritmo mi ha mostrato non è un’umanità dolente, ma un’umanità trionfante, che trionfa ogni giorno contro il dolore e l’impotenza, fratellini che aiutano i fratellini, fisioterapisti che si abbracciano quando la coordinazione finalmente permette un passo. Esistono magnifici video di una giovane donna che affronta la vita con una sola gamba, con un coraggio da leonessa. Nick Vujucic, nato senza gambe e braccia è un leader motivazionale. Il tasso di suicidio è molto più basso in questo esercito di combattenti. Hanno imparato da piccolissimi a tenere l’attenzione concentrata su quello che funziona, a fare il meglio che possono con quello che hanno. Come raccontato nei versi della poesia Invictus, per quanto possa essere enorme la notte che li circonda, sono e restano gli unici capitani della loro anima.
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Pensieri negativi e suicidi sono in costante aumento, come dice pure l’Oms. Aver allontanato Dio ha creato un esercito di scontenti. I quali credono di colmare il loro vuoto negando la realtà: perfino interrompendo una gravidanza o cambiando il proprio sesso.Sono due i proverbi che hanno a che fare con la contentezza, «chi si contenta, gode» e «cuor contento Dio l’aiuta». Potremmo fonderli in una nuova massima: «Chi si contenta gode, quindi è contento, quindi il ciel lo aiuta». Il contentarsi è il primo fondamentale gradino alla contentezza, il non contentarsi il primo dello scontento, e lo scontento è il primo disequilibrio che con micidiale effetto domino squilibra tutta la costruzione mentale, portando alla depressione e al suicidio. Il cuore per essere contento dovrebbe credere in Dio. È possibile la felicità per un ateo, ma come evento saltuario e fragile, legato a una serie di fortunati eventi. Chi crede in Dio Gli è grato, di ogni cosa, dall’acqua all’aria, dalle scarpe ai piedi su cui metterle. La nostra fede può diventare talmente enorme, da ringraziare anche per il dolore, come il mezzo che Dio ha scelto per avvicinarci a lui.Da quando la fede in Dio si è spampanata, cioè negli ultimi decenni, la depressione è aumentata del 1.200%. E il suicidio? Contrariamente a statistiche false che sostengono il contrario, come testimonia l’Oms i suicidi sono in costante aumento. In un comunicato del 10 ottobre 2024, l’Oms riporta dati in base a quali si calcola che il tasso globale di mortalità per suicidio sia di 16 per 100.000 persone, con una morte ogni circa 40 secondi. Negli ultimi 45 anni il tasso di suicidio è cresciuto del 65% nel mondo. Oggi il suicidio è una delle tre principali cause di morte fra individui di età compresa tra 15 e 44 anni, in entrambi i sessi. Senza contare i tentati suicidi, fino a 20 volte più frequenti. Aver cacciato Dio dalle nostre vite, dal nostro normale quotidiano, dal normale correre dei nostri pensieri, ha lasciato un vuoto che abbiamo cercato di sostituire con la psicologia, ed è stata una catastrofe. La psicologia ha una reale utilità in pochissimi campi estremamente specifici. Per il resto cura molto poco per non dire nulla, e inchioda la persona a un continuo parlare di sé, a un continuo focalizzarsi su sé stessi, a un micidiale esercizio di deresponsabilizzazione, a un inevitabile scontento. Ovunque ci siano un eccesso di opzioni e una scarsezza di fede in Dio, arriva lo scontento. La fede in Dio ci permette di dare sempre un senso forte alla nostra vita, amare Dio ed esserne riamati. Se questo non c’è si crea un vuoto. Il vuoto si riempie solo dando un senso forte alla nostra vita, ma se sono disponibili opzioni in eccesso, non cerchiamo il senso della vita, ma un’altra opzione, e un’altra e un’altra ancora. Con un altro lavoro potrei essere felice, con un altro coniuge potrei essere felice. In passato la felicità si cercava e si trovava nel solo posto dove può essere: nella realtà cui apparteniamo. Ora, con la possibilità di scelta, non c’è fine allo scontento: come vorrei essere altro, come vorrei fare altro. Il divorzio, la possibilità di cambiare coniuge o convivente, moltiplica lo scontento. La gravidanza poteva essere attesa o inattesa, accolta da benedizioni o maledizioni, ma c’era, non esisteva l’opzione di terminarla con l’uccisione del bimbetto. Ora questa opzione esiste. Un potere malefico non concede la libertà di scegliere su nulla, se vivi in un bosco ti levano i figli, se non li vaccini o sei povero anche, ma se vuoi ammazzare il tuo bimbetto ti mettiamo a disposizione cliniche e medici. Il senso del dichiarare l’aborto un diritto è questo. Se l’aborto è un diritto, non farlo sarà un reato. Innumerevoli gravidanze all’inizio maledette terminavano con la felicità della nuova vita. L’istinto materno è potente, a un certo punto salta fuori e travolge tutto. Salterebbe fuori, se non fosse stato soffocato dallo scontento. Molti bambini sono scontenti del loro sesso, soprattutto in questa epoca stupida dove padre e madre non sanno che uno dei compiti del loro amore reciproco è creare nei figli la fierezza del proprio sesso. Prima della pubertà il cervello ha una prevalenza dell’emisfero destro, i bambini hanno più emozione che ragione, non riconoscono la differenza tra vero e falso, credono a Babbo Natale. Alcuni credono che vorrebbero essere dell’altro sesso. È sufficiente arrivare alla pubertà e all’adolescenza perché questi pensieri siano cacciati. Ma un potere malefico offre il frutto avvelenato. Al bambino e alla bambina che si sentono inadeguati, un sentimento frequente per non dire normale in persone giovani, si offre l’illusione del cambio di sesso, vezzoso termine con cui si indica la castrazione. È importante insegnare ai nostri figli a combattere lo scontento. Lo scontento porta al suicidio: il suicidio diretto, ammazzo me, il suicidio differito, ammazzo la mia progenie nell’aborto, il suicidio parziale, ammazzo il mio essere maschio o femmina. In tutti i tre casi, un potere avaro e gretto concede aiuti munifici. Per evitare lo scontento l’assetto emozionale che funziona meglio è la gratitudine. Se siete credenti, siate grati a Dio, altrimenti alla natura o all’universo. La gratitudine, che otteniamo concentrando l’attenzione su ciò che abbiamo, è l’assetto di neurotrasmettitori che aumenta la nostra potenza. Io sto scrivendo: ho dita, mani, occhi, un computer. Voi state leggendo: avete gli occhi per leggere. La gratitudine è ringraziare per ogni cosa ci aiuti a mantenere ciò che c’è di positivo nella nostra vita, e questo ci aiuta ad aumentarlo. Teniamo l’attenzione concentrata su quello che abbiamo, sulla bellezza di respirare, di avere un tetto sopra la testa; sulla bellezza, al mattino, di svegliarci nei nostri letti e andare a lavarci i denti con l’acqua pulita, il dentifricio e lo spazzolino. La gratitudine diventa più difficile quando siamo confrontati con il dolore. La forza di una vita fragile. Storia di una bambina che non doveva nascere, Lindau 2008, di Sophie Chevillard Lutz, narra la felicità e la gratitudine con cui una famiglia ha accolto i sette anni di vita di una bimba gravemente disabile. Con la maglietta a rovescio è il libro con cui Anna Mazzitelli e Stefano Bataloni raccontano la storia di Filippo, morto di leucemia a 9 anni dopo tre trapianti di midollo. Questi libri non sono la storia di un’umanità dolente, ma di un’umanità trionfante. Hanno trionfato sul dolore. Hanno capito il dono terribile del dolore innocente, la prova che Dio manda per avvicinarci a Lui. Volevo fare un video a favore della vita, contro quella sciagura nazista che è l’aborto eugenetico, vezzosamente chiamato aborto terapeutico. Con l’aborto terapeutico sono sterminati un gran numero di bambini sani, per diagnosi errate, o con patologie curabili. Poi ci sono anche i bambini oggettivamente malati. E ci sono video dove si vedono genitori e fisioterapisti che aiutano questi bimbi a fare cose che per altri sono normali come camminare e prendere un giocattolo grazie alla coordinazione neuromuscolare. Sui social funziona l’algoritmo. Non appena il social si è reso conto di cosa stavo guardando, mi ha offerto decine di video di bambini nati malati, o che hanno subito amputazioni o sono rimasti sfigurati da malattie settiche o da ustioni. Tutti quanti con vicino qualcuno che li ama e li aiuta, tutti quanti determinati a vivere una vita piena. Quello che l’algoritmo mi ha mostrato non è un’umanità dolente, ma un’umanità trionfante, che trionfa ogni giorno contro il dolore e l’impotenza, fratellini che aiutano i fratellini, fisioterapisti che si abbracciano quando la coordinazione finalmente permette un passo. Esistono magnifici video di una giovane donna che affronta la vita con una sola gamba, con un coraggio da leonessa. Nick Vujucic, nato senza gambe e braccia è un leader motivazionale. Il tasso di suicidio è molto più basso in questo esercito di combattenti. Hanno imparato da piccolissimi a tenere l’attenzione concentrata su quello che funziona, a fare il meglio che possono con quello che hanno. Come raccontato nei versi della poesia Invictus, per quanto possa essere enorme la notte che li circonda, sono e restano gli unici capitani della loro anima.
Mario Monti, Giuseppe Conte e Romano Prodi (Ansa)
Tre ex premier che all’improvviso, dopo la sconfitta del centrodestra al referendum, riemergono dal passato. Inutile dire che, nonostante le differenti età, nessuno dei tre è rassegnato al passo indietro. Prodi ha 86 anni, Monti 83, Conte 61, ma tutti muoiono dalla voglia di tornare protagonisti, magari anche con un incarico da padri della patria, ovvero da presidente della Repubblica. Fare il capo dello Stato è piacevole, non si deve fare campagna elettorale, non si hanno responsabilità, si stringono tante mani e si fanno discorsi ovvi, con il risultato che si gode sempre, anche quando si fanno prediche inutili, di buona stampa.
Che il trio Lescano di cui sopra coltivi ambizioni per il prossimo futuro, ovvero per le elezioni del 2027, è evidente. E ognuno ha infatti la propria ricetta per il rilancio e tutti e tre la offrono gratis, sperando poi che al momento opportuno i vincitori si ricordino e siano riconoscenti. L’ex rettore della Bocconi, con un profondo editoriale sul quotidiano di via Solferino, ha spiegato che Giorgia Meloni, dopo la brutta botta del litigio con Trump (brutta poi, perché? Il presidente americano le ha fatto un favore, dato che nessuno ora la potrà accusare di essere una cheerleader del tycoon), deve fare uno scatto. Verso che cosa? Verso l’America o l’Europa, oppure investire su ricerca e sviluppo? No, lo scatto consiste nel cooperare con l’opposizione. In pratica, l’ex premier suggerisce una bella ammucchiata, come ai tempi in cui, senza alcun mandato elettorale, lui fu scelto da Giorgio Napolitano per fare i compiti a casa, vale a dire per stangare gli italiani. Naturalmente, patrocinare un governo di unità nazionale ha i suoi vantaggi, perché significa tenersi buoni tutti e al momento dell’elezione del nuovo inquilino del Quirinale non avere nemici può essere d’aiuto.
Giuseppe Conte invece è Giuseppe Conte, ovvero lo sconosciuto professore che un bel giorno dell’estate 2018 vinse alla lotteria e senza esperienza politica alcuna fu proiettato a Palazzo Chigi. Nell’intervista ad Aldo Cazzullo, l’ex premier si presenta come un miracolato di padre Pio, studente squattrinato che per tirare a campare è stato costretto a piccoli lavoretti (in pratica dava ripetizioni, mica scaricava cassette di frutta al mercato). Conte si sente un predestinato, ma anche un dispensatore di miracoli: infatti sul Corriere racconta della mamma che grazie al reddito di cittadinanza ha potuto comprare una bistecca ai figli e del pensionato che finalmente ha acquistato gli occhiali. Nell’intervista si presenta come un moderato, che politicamente ha oscillato fra Ciriaco De Mita e i radicali (non proprio la stessa cosa), ma a colpire è la riprova che, nonostante abbia trascorso tre anni a Palazzo Chigi, di economia non capisce nulla. Infatti insiste a dire che un euro investito in edilizia ne restituisce uno e mezzo allo Stato. Conte evidentemente si crede Gesù e pensa di essere capace di moltiplicare pani, pesci ed euro come Nostro Signore.
Quanto a Prodi, il professore esorta a mettere insieme un’armata Brancaleone come la sua, quella con cui nel 1996 vinse le elezioni. Ovviamente dimentica di dire che trent’anni fa al centrosinistra riuscì l’impresa perché la Lega corse da sola dopo le manovre di Oscar Luigi Scalfaro, mentre nel 2006 sconfisse il centrodestra per soli 24.000 voti e con lo straordinario contributo dei consensi che all’improvviso spuntarono in Campania e all’estero. Quanto fosse fragile comunque il successo dell’Ulivo è testimoniato dalla durata dei governi del Professore, cioè quanto un gatto in autostrada.
Comunque, vedere insieme sulle pagine dei principali giornali sia Monti che Prodi e Conte, credo sia uno spot per convincere gli elettori a tenerci stretto quel che abbiamo. Del Professore non si possono dimenticare l’eurotassa, né le privatizzazioni o il disastro dell’introduzione dell’euro. Di Monti restano a futura memoria sia gli esodati sia la super stangata dell’Imu. E per quanto riguarda Conte, c’è solo l’imbarazzo della scelta: dal reddito di cittadinanza al Superbonus, dai lockdown alle mascherine, senza dimenticare i banchi a rotelle. Insomma, se si vogliono vincere le prossime elezioni basta mostrare i loro volti, con la scritta «a volte ritornano».
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Giorgia Meloni (Ansa)
Non è infatti vero, come sostiene la storiografia ufficiale, che l’Italia fu liberata dalle forze partigiane, tanto meno dai partigiani garibaldini, braccio armato del Partito comunista, che costituivano solo una parte, a lungo minoritaria, di quella resistenza organizzata e armata che certamente ebbe un ruolo importante di sostegno all’esercito angloamericano nell’ultima fase del conflitto. Giorgio Bocca, che partigiano fu, nel 1966 con la sua Storia dell’Italia partigiana, si era messo a contare i numeri veri: nel settembre 1943 - come ha ben riassunto tempo fa il collega Maurizio Stefanini sul Foglio - i partigiani erano in tutto 1.500, a novembre salgono a 3.800; al 30 aprile 1944 sono 12.600, a fine anno - la stima ufficiale è di Ferruccio Parri per conto del Comitato di liberazione nazionale Alta Italia (Clnai) - raggiungono i 50.000 combattenti. Lo stesso Bocca poi conta 80.000 uomini ai primi del marzo 1945. Il dato interessante - ricorda Stefanini, «è che stando a questa stima appena un partigiano su 23 ha combattuto per almeno un anno; 5 su 6 hanno preso le armi negli ultimi quattro mesi; quasi 4 su 5 negli ultimi due mesi; e addirittura uno su due negli ultimi 10 giorni. Insomma, la tesi secondo cui in Italia nel 1945 ci fu una gran massa di eroi della “sesta giornata”, come si diceva a Milano dopo le Cinque giornate del 1848, non è calunnia, ma verità storica acclarata».
È evidente che una simile forza non sarebbe stata mai in grado di piegare l’esercito occupante tedesco né di avere la meglio su quello, certo malmesso, della Repubblica sociale. No, l’Italia fu liberata dalle forze alleate angloamericane, che riversarono sul fronte italiano, dal giugno 1943 al maggio 1945, centinaia di migliaia di soldati e migliaia di mezzi (solo in Sicilia sbarcarono 180.000 uomini in un colpo solo, altri 60.000 ad Anzio) pagando un contributo enorme in termini di vite umane: i morti solo americani furono oltre 90.000, ancora oggi sepolti in 42 cimiteri sul suolo italiano, da Udine a Siracusa (per fare un raffronto, i nostri partigiani morti in combattimento furono circa 6.000).
Onore alla resistenza e ai suoi morti: non c’è dubbio. Ma scommetto che anche quest’anno assisteremo a un 25 aprile che tradirà la storia e i suoi eroi venuti a liberarci e lo farà in nome di un anti-americanismo cronico e di un pacifismo sterile che rinnega il senso vero e profondo della ricorrenza: l’uso della forza legittima per cacciare i tiranni, l’Occidente a trazione americana come baluardo di libertà.
Senza dimenticare che se oggi abbiamo la Costituzione che abbiamo e che sventoliamo a ogni pie’ sospinto - spesso purtroppo a vanvera -, è perché gli americani liberatori ci permisero da subito di deciderla autonomamente, a differenza di quanto fecero con gli altri sconfitti della guerra, ovvero la Germania e il Giappone. Al netto della pazzie di Trump sono passati oltre ottant’anni e siamo ancora lì: il mondo libero - sempre guidato dall’America - da una parte, le tirannie dall’altra.
Non riconoscere questo significa disconoscere i presupposti su cui è nata la Repubblica, o peggio passare dalla parte sbagliata della storia. Quando la propaganda di sinistra punta il dito contro questo governo «succube dell’America» dice una bestemmia. Questo governo conosce e riconosce la storia per come è andata ed è grato a chi ha permesso che così andasse; questo governo sa che l’Occidente non è il paradiso terrestre ma che fuori dall’Occidente c’è soltanto di peggio, altro che Trump.
I nostri politici, gli intellettuali e i commentatori liberali e conservatori farebbero bene, invece che cincischiare timorosi, a trovare il coraggio di dirlo con forza. Nella situazione attuale il 25 aprile andrebbe rivendicato senza esitazione invece di essere lasciato in appalto alla falsa, ipocrita e pericolosa macchina della propaganda anti occidentale e quindi, in ultima istanza, anti italiana. Partigiani sì, ma a modo nostro. Che è poi quello autentico.
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Rumen Radev, leader della coalizione Bulgaria Progressista, vota durante le elezioni parlamentari a Sofia (Ansa)
Si profila un Parlamento composto da 6 partiti. Radev ha dichiarato di auspicare che la sua forza politica e la coalizione Continuiamo il cambiamento-Bulgaria democratica (Pp-Bd), guardino «nella stessa direzione» sulla sostituzione del Consiglio giudiziario supremo. «Siamo pronti a valutare diverse opzioni affinché la Bulgaria abbia un governo regolare e stabile. Faremo tutto il possibile per evitare che si tengano nuove elezioni. Sarebbe disastroso per il Paese, significherebbe passare da una crisi all’altra, e dobbiamo impegnarci seriamente per uscirne» ha detto a caldo, durante i primi exit poll, Radev che lo davano nettamente in testa col 38% dei consensi, con i conservatori di Gerb al 16%.
Tra promesse di lotta alla corruzione e posizioni considerate vicine a Mosca, l’ex presidente Radev, leader del partito Bulgaria progressista, è stato il favorito sin dalla prima ora. Una elezione cruciale per l’Europa dopo il cambio di passo dell’Ungheria che ha visto la fine dell’era di Victor Orbán. Con Radev, Mosca ha un nuovo «gancio» in Europa e questo preoccupa non poco Bruxelles. Due volte presidente, capo dell’aeronautica ed esperto pilota (in uno dei video più di successo della sua campagna elettorale si filma mentre decolla con un caccia MiG-29), Rumen Radev ha incentrato la campagna elettorale sulla lotta senza sosta all’onnipresente «Stato mafioso» che mina il Paese più povero dell’Ue. A inizio anno l’ex capo dello Stato ha deciso di chiudere anticipatamente il suo secondo mandato presidenziale, di creare il suo progetto politico Bulgaria progressista e di presentarsi all’elettorato promettendo di mettere fine al lungo periodo di instabilità politica. Il Paese non solo è il più povero dell’Unione europea ma di fatto dal 2021 nessuno riesce a governare tra manifestazioni anticorruzione e governi di minoranza. In cinque anni si sono alternati sette primi ministri, nessuno dei quali è riuscito a termine un mandato completo.
Il suo profilo politico è chiaro. Euroscettico, critico sull’ingresso della Bulgaria nell’Eurozona, arrivando a definire l’Europa «culturalmente depersonalizzata», Radev ha spesso adottato toni in linea con il Cremlino sulla guerra in Ucraina e ha lasciato intendere di voler importare petrolio russo. Pochi giorni prima del voto ha dichiarato che «non si deve prestare aiuto militare all’Ucraina» anche se non si definisce filorusso ma filobulgaro, ovvero «realistico». Hanno fatto discutere le sue posizioni sull’invasione russa: pur condannando ufficialmente l’aggressione del Cremlino, Radev ha sostenuto la necessità di una via d’uscita dal conflitto attraverso la riapertura del dialogo con Mosca. Una posizione che, nell’estate 2023, lo ha portato a uno scontro con Zelensky durante una visita ufficiale di quest’ultimo a Sofia.
Non sarà facile per Radev riusce a sbloccare l’impasse in cui si trova la Bulgaria, creando un governo stabile.
«È poco probabile che si possa formare un governo regolare. Non faremo parte di nessuna coalizione, il governo dipenderà dai negoziati», ha detto nel primo commento post voto, Boyko Borissov, leader del partito conservatore Gerb. In passato Borissov ha governato per circa 10 anni ed è stato l’ultimo primo ministro.
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E pensare che in origine il rione «al di là del Tevere», questo il significo del termine, era visto con diffidenza: era considerato «senza infamia e senza lode», quasi bistrattato, ed era abitato e frequentato perlopiù da commercianti e bottegai, di certo non da figure altolocate e benestanti che oggi fanno a gara per conquistarsi un bilocale.
Contro ogni aspettativa, il cambio di passo, la svolta vera, complice quel pittoresco dedalo di vie e piazzette che, diventato simbolo della romanità, riesce a conservare fascino autentico e irresistibile.
Trastevere è da vivere più che da visitare, immergendosi nella sua atmosfera, respirando la sua vitalità, girando un po’ a caso, guidati più dal piacere del momento che dalla meta a tutti i costi. A dare l’idea, Piazza Santa Maria in Trastevere. Non solo è il centro del rione, ma ne tratteggia anche il carattere. Sanpietrini a terra, case del Seicento e del Settecento con facciate in tonalità calde, persiane in legno e balconi in ferro battuto, due antiche fontane decorative in marmo al centro, la Basilica sullo sfondo, con mosaici dorati del XIII secolo, portale sormontato da archi e colonne, campanile romanico con mattoni a vista e bifore, osterie e persone da tutte le parti. In coda nei ristoranti, sedute ai tavolini di bar e locali o sui gradini delle fontane, in piedi che passano, si fermano, fanno foto, si incontrano, telefonano, parlano. Sono turisti e romani di tutte le età e le nazionalità che, per un motivo o per l’altro, si incrociano in questa piazza, viva dalla mattina alla sera, quattro stagioni su quattro. Trastevere funziona così. Non lontano, la scena si ripropone in Piazza Trilussa, altro crocevia e ritrovo di romani e visitatori, tra musica improvvisata da studenti o musicisti con chitarra alla mano e aperitivi per strada. Tra le due piazze e tutto attorno, vie strette e vicoli, piazze e piazzette, costellati di botteghe artigiane, gallerie d’arte contemporanea, negozi vintage, osterie e locali. Da provare a colazione Checco er Carrettiere (www.idolcidichecco.it), garanzia per brioche, che a Roma chiamano cornetti, dolci e torte artigianali. A pranzo o a cena, invece, ci sono Tonnarello e Rugantino. Trattorie romane dove la tradizione è servita nel piatto in dosi e a costi che a Milano si sognano. Mentre per un aperitivo con vista, la Terrazza Parrasio è un indirizzo che non delude chi apprezza atmosfera rilassata e vista sui tetti di Trastevere. Trastevere che non finisce di incuriosire e conquistare con una serie di tappe ancora poco note. Come San Francesco a Ripa Grande, che custodisce e dà accesso alla stanza dove dormiva il Santo, tra la straordinaria e ultima scultura del Bernini, l’Estasi della Beata Ludovica Albertoni (1674), e la tomba di De Chirico. O come la Chiesa di Santa Cecilia che, alla sinistra del portone, vede un’insospettabile e malandata porticina in legno e un citofono. Suonando, si entra in un luogo surreale, un incrocio tra una sagrestia e un pianerottolo. Con tre euro, si sale in ascensore ad ammirare «Il Giudizio» del Cavallini, affresco capolavoro. Capolavoro di altro genere, l’Orto Botanico, ai piedi del Gianicolo. Vi si accede da una delle mille viette di Trastevere e apre a un’oasi di verde e tranquillità di 12 ettari, con serre in stile Liberty, piante giganti e sentieri silenziosi.
Proprio l’immersione all’Orto Botanico rientra nel ventaglio «Rome by Romans» di itinerari e attività proposto dal quattro stelle Trastevere Roma | UNA Esperienze (www.unaitalianhospitality.com) per rendere il soggiorno dei propri ospiti diverso. Fresco di restyling, l’albergo, oltre a comfort e servizio, punta su esperienze tipiche, mai scontate, come, appunto, il giro per l’Orto Botanico con laboratorio di acquerello, degustazioni in indirizzi speciali, incontri in atelier con artisti e artigiani locali. Si trova in posizione strategica, a dieci minuti scarsi a piedi da Santa Maria in Trastevere, in un palazzo d’angolo del XIX secolo che si sviluppa su sette piani, conta 94 tra camere e suite, e vanta un rooftop per aperitivi, cene e dopocena con vista su «la grande bellezza» di Trastevere.
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