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Cinema in ostaggio del copione antifascista
Vincent Bolloré (Ansa)
Con la solita scusa della destra che soffoca l’arte, le produzioni «rosse» fanno incetta di fondi pubblici per imporre una narrazione ideologica «superiore». Ma il revival del Sessantotto rallenta l’adattamento all’ambiente mediale basato sulla pluralità delle voci.

Mentre in Italia la categoria che negli anni in cui hanno governato «i fascisti» ha percepito due miliardi e mezzo di sostegni sogna di poter vivere in un mondo simile a quello che sognava il compositore di corte del Re Sole, Jean-Baptiste Lully, in Francia è successo qualcosa di molto interessante.

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La cerimonia del David di Donatello tempestata dai comizietti delle star contro il fascismo, il berlusconismo e l’impoverimento intellettuale. La verità è che vogliono continuare a essere finanziati dallo Stato per produrre film che guardano solamente loro.

Un paio di anni fa avrebbero parlato di riscaldamento globale. Ancora prima, con Matteo Salvini ministro, si sarebbero spesi con gli occhi lucidi a favore dell’immigrazione di massa. Adesso va di moda la Palestina, e dunque registi, scenografi, attori e Vip assortiti premiati ai David di Donatello si sono scatenati sul tema: chi deprecava il genocidio, chi plaudiva alla Flotilla...

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Dai cinema storici alle «case igloo» di Milano: il genio creativo di Mario Cavallè
Le «case igloo» di Milano del 1946. Nel riquadro, Mario Cavallè (Getty Images)

Nato povero, riuscì a studiare durante la Grande Guerra prendendo due lauree. Applicò i principi ingegneristici all'estro artistico specializzandosi nella costruzione di sale cinematografiche. Sue le famose «case igloo» di Milano.

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Jerry Calà: «Soltanto qui in Italia la parola “comico” è un po’ dispregiativa»
Jerry Calà (Getty Images)
L’attore: «I ragazzi che scoprono i miei film mi chiedono se non avevo paura a dire battute che adesso non si possono più fare».

Marco Ferreri, il più enigmatico regista italiano, soffriva d’insonnia. Trascorreva varie notti a vedere i film con Jerry Calà. In un’intervista tv antecedente al 1993 osservò: «Calà mi piace». Infatti, colui che consacrò Ugo Tognazzi, Ornella Muti, Gérard Depardieu, volle proprio il Gatto emerso nel 1977 a Non stop, come protagonista di Diario di un vizio. Tuttavia, l’apice della «libidine» per l’attore siciliano, classe 1951, trasferitosi prima a Milano e poi, dopo la prima media, definitivamente a Verona, si verificò al Festival del cinema di Berlino.

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«Il cinema mi ha reso “un volto”. Però la mia casa rimane il teatro»
Alfonso Santagata (Getty)
L’attore tornato nella sale con «Buen Camino»: «Sui set ero spaesato, non ero abituato alla macchina da presa. Adesso mi piace espormi. Il palcoscenico ha una lingua diversa, altri tempi, ritmi e suoni».
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