Roberto Vannacci e Matteo Salvini (Ansa)
- L’ex militare se ne va: «Basta moderatismi». I Patrioti: «È fuori». Il segretario: «Escludo alleanze future». Con lui Lubamba e Borghezio, ma non Casapound.
- I dirigenti: «Si dimetta da europarlamentare». Per «Youtrend» Fn può superare il 3%.
Lo speciale contiene due articolo
L’addio arriva prima del previsto. Roberto Vannacci lascia la Lega e dice basta «ai linguaggi moderati». Lo spirito da funerale era nell’aria, ma si pensava fosse presto per la dipartita. E, invece, a meno di una settimana dal lancio di Futuro nazionale, l’ex generale se ne va. «Ti voglio bene, ma la mia strada è un’altra», il messaggio laconico a Matteo Salvini. «Chi mi ama, mi segua. Il mio impegno, da sempre, è quello di cambiare l’Italia», scrive su X, pubblicando il manifesto politico. «Farla tornare un Paese sovrano, sicuro, libero, sviluppato, prospero ed esclusivo», prosegue.
Un messaggio pubblicato proprio nel giorno del consiglio federale della Lega, indetto da Salvini nella storica sede milanese di via Bellerio. In quanto vicesegretario, ovviamente era stato invitato anche Vannacci, che però ha disertato l’incontro, rimanendo chiuso nel suo ufficio a Bruxelles, lanciando così un messaggio a Salvini, che risponde amareggiato. Lunedì sera, Salvini e Vannacci si erano incontrati a Roma e avevano discusso a lungo. Salvini avrebbe imposto a Vannacci un aut aut. O dentro o fuori. «Niente urla o scenate. Tutto è avvenuto con grande calma e serenità», giurano.
«Non sono arrabbiato, sono deluso. La Lega lo aveva accolto quando aveva tutti contro ed era rimasto solo», commenta su X. «Gli abbiamo offerto l’opportunità di essere candidato con noi in ogni collegio alle Europee, io come tanti altri leghisti l’ho votato e fatto votare, lo abbiamo proposto come vicepresidente dei Patrioti in Europa, lo abbiamo nominato vicesegretario del nostro partito. Volevamo fare un lungo cammino insieme, condividere battaglie, costruire. In questi mesi, invece, abbiamo vissuto polemiche, problemi, tensioni, simboli di possibili nuovi partiti e associazioni, attacchi a chi la Lega la vive e la ama da anni. Peccato». Salvini prosegue: «Siamo abituati a pensare che parole come onore, disciplina e lealtà abbiano un significato preciso, specie per chi ha indossato una divisa. Dispiace umanamente prima ancora che politicamente, ma andiamo avanti tranquilli per la nostra strada. Gli uomini passano, le idee restano». In serata, a Cinque minuti, ospite di Bruno Vespa su Rai 1 sgombra il campo da possibili alleanze in futuro e ribadisce: «Sono abituato a dare valore alla parola data, non mi abituo al fatto che la poltrona valga più della fiducia, della lealtà e dell’onore. C’è il dispiacere perché tanti italiani, compreso io, lo abbiano votato. E poi ci si domanda perché la gente non vada a votare, ma l’Italia andrà avanti lo stesso. Renzi dice che è felicissimo per cui lascio giudicare voi».
Ad ogni modo, nessuna espulsione. Ma una separazione «consensuale». «Dovrà però essere lui a formalizzare l’addio», aggiungono dalla Lega, postando su X «La storia si ripete», facendo riferimento a Futuro e libertà di Gianfranco Fini. Adesso i salviniani si aspettano che si dimetta anche da europarlamentare, dato che ci è diventato con i voti della Lega. Intanto, a Bruxelles, il gruppo dei Patrioti ha votato all’unanimità l’espulsione di Vannacci, rassicurando che «la Lega resta un partito partner a pieno titolo».
Anche Casapound ha preso le distanze dal nuovo soggetto politico, scrivendo in una nota che non farà parte di Futuro nazionale dove, invece, Vannacci imbarca Sylvie Lubamba, fondatrice del team Vannacci di Milano: «Decolleremo o affonderemo insieme, sono il suo fedelissimo araldo». E come lei il «barone nero» Roberto Jonghi Lavarini: «Ora la battaglia più importante è quella sacrosanta della remigrazione. La maggioranza del popolo italiano lo seguirà». Ad aiutare l’ex generale c’è un altro leghista, da tempo fuori dal Carroccio, Mario Borghezio, uno che a modo suo ha anticipato i tempi: rappresentava l’estrema destra dentro la Lega Nord, che formalmente si definiva «né di destra né di sinistra». Poi ci sono i fedelissimi, piazzati nei consigli regionali: Massimiliano Simoni in Toscana e Stefano Valdegamberi in Veneto, oltre a Cristiano Romani, a capo dell’associazione Mondo al contrario. In Parlamento lo appoggeranno Edoardo Ziello (Lega), probabilmente l’ex fratello d’Italia Emanuele Pozzolo (espulso perché nella notte di Capodanno del 2024 impugnava un revolver da cui partì un colpo che ferì una persona) e anche Domenico Furgiuele, il leghista che voleva fare la conferenza stampa alla Camera sulla remigrazione. E poi Rossano Sasso, altro leghista che il 15 gennaio votò, insieme a Ziello e Furgiuele, contro le armi a Kiev, bocciando la risoluzione unitaria di maggioranza.
Nei giorni scorsi i malumori nei confronti di Vannacci erano aumentati. Il lancio del suo nuovo movimento aveva aperto spaccature ancor più profonde, specie nell’ala moderata del partito capeggiata da Luca Zaia che, insieme ad Attilio Fontana e a Massimiliano Fedriga, rispettivamente presidenti di Lombardia e Friuli-Venezia Giulia, chiedeva da tempo l’espulsione, insofferenti.
Vannacci, candidato dalla Lega come indipendente alle Europee 2024, aveva poi ottenuto la tessera dalle mani di Salvini nell’aprile 2025 e nominato vicesegretario un mese dopo. Un matrimonio d’interessi che ha retto appena un anno e mezzo. Sulla possibile fuoriuscita dell’ex generale, Salvini diceva appena quattro giorni fa: «Non esiste problema. Ci vediamo con calma, chiariamo tutto». Concludendo che nel Carroccio «c’è spazio per sensibilità diverse». Evidentemente, però, queste sensibilità si sono rivelate un po’ troppo diverse.
Il partito: «Traditore uguale a Fini». Zaia: «Corpo estraneo da sempre»
Un po’ di sano risentimento ma, tutto sommato, nulla di trascendentale. Alla «questione Vannacci», durante il consiglio federale della Lega che si è tenuto ieri pomeriggio a Milano, non sono stati dedicati che pochi minuti. L’incipit lapidario del segretario Matteo Salvini, che ha paragonato l’addio del generale a quello di Gianfranco Fini del 2010, ha spento sul nascere qualsiasi impulso a soffermarsi su una questione già nell’aria da tempo e, quasi, quasi digerita se non fosse per l’intolleranza conclamata ai tradimenti che affligge molti leghisti doc.
«Su chi tradisce e fugge non vale la pena perdere troppo tempo, come accadde con Fini in passato», ha esordito Salvini nell’aprire la seduta, per poi passare subito all’ordine del giorno: pacchetto sicurezza, referendum, manifestazione sull’immigrazione prevista per il prossimo 18 aprile a Milano.
Sul tema sicurezza, in attesa del passaggio in Consiglio dei ministri, Salvini ha confermato l’intenzione di stringere ancora un po’ i bulloni a un testo che tratta un «tema fondamentale in questo momento storico», anche integrando le posizioni già espresse con nuove richieste, in lavorazione proprio in queste ore.
Passaggi puramente organizzativi, invece, sono stati quelli dedicati al referendum sulla giustizia, per il quale il Carroccio ha ingaggiato le sue sedi territoriali per una «gazebata federale» prevista per il 14 e il 15 di marzo e alla manifestazione del 18 aprile, oggetto di aggiornamenti tecnici. In vista dell’appuntamento nelle piazze, l’intenzione è quella di coinvolgere oltre al gruppo parlamentare dei Patrioti europei anche figure di spicco internazionale e lo spunto, interno, è quello di trattare il tema «remigrazione», tanto caro al generale, «con serietà», soprattutto per rispetto a una base che, di questa materia, rivendica la paternità: «In fondo si tratta di rispedire a casa i clandestini, che è uno dei principi fondanti del nostro partito, da sempre».
Serenità, dunque, e pochi rimpianti sul generale perché, la storia insegna: «Chi ha lasciato, come Fini, si è visto, poi, che fine ha fatto». Unico tema ancora sul tavolo lo scranno da europarlamentare ottenuto da Vannacci nel 2024 con circa mezzo milione di voti portati dalla candidatura del Carroccio. «Se Vannacci è quello di oggi può ringraziare solo il mio partito, che ha investito su di lui alle Europee l’anno scorso e gli ha permesso di avere un seggio», ha commentato secco l’ex presidente del Veneto, Luca Zaia: «Ha capito di essere un corpo estraneo nella Lega. Probabilmente aveva un altro progetto, non ha trovato il giusto substrato per farlo crescere, e oggi decide di camminare sulle sue gambe. Vedremo quale sarà il potenziale di questa sua marcia solitaria». A fargli eco l’attuale presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, che ha commentato: «A chi mi chiede se dovrebbe dimettersi rispondo che credo che chi ricopre una carica grazie a un partito dovrebbe ricordarsi di quel movimento». Per Claudio Borghi, infine, il gesto di Vannacci è «irrispettoso verso il nostro partito che gli ha aperto la strada» e «in questo modo si fa il gioco di Renzi e di chi divide le forze sovraniste, della Schlein e compagnia bella e che in questo momento si sta fregando le mani».
Anche sui social la decisione di Vannacci di lasciare la Lega non ha riscosso particolare gradimento: la parola chiave «Roberto Vannacci», negli ultimi due giorni, ha ottenuto nelle conversazioni digitali «37.420 menzioni» con un picco registrato, ieri pomeriggio alle 16.45, poco dopo l’inizio del consiglio leghista a Milano, ma con un sentiment complessivo che nelle ultime 24 ore è risultato «negativo all’85%». A dirlo è un report realizzato da Spin Factor in esclusiva per Adnkronos, con dati raccolti attraverso Human, la piattaforma digitale che registra le tendenze social in interazione con i sistemi di Intelligenza artificiale. Secondo i dati, solo il 21,4% degli utenti ha espresso «opinioni positive rispetto alla decisione» perché, a oggi, il generale non viene percepito dalla Rete «come leader». Meglio la performance social di Salvini che registra un trend positivo pari al 30,2%, in crescita di 1,3 punti percentuali rispetto al periodo precedente.
A livello di peso elettorale, una prima rilevazione di Youtrend per Sky Tg24, la lista si collocherebbe poco al di sopra della soglia di sbarramento del 3%.
«Ora dovrebbe essere chiaro a tutti perché misi in guardia il mio ex segretario su Vannacci. Lo criticai, forse alla mia maniera diretta, ma i fatti dimostrano che avevo visto giusto. Mi fu subito evidente che i miei valori non potevano essere accostati ai suoi, né a quelli di una Lega che non riconoscevo più, nonostante oltre 40 anni di militanza. Era chiaro a tutti che l’obiettivo fosse usare la Lega per altri fini politici», ha concluso con una nota amara Toni Da Re, già europarlamentare della Lega ed ex segretario regionale veneto della Liga veneta, espulso dalla Lega per forti contrasti con Salvini dovuti proprio alla salita del generale a bordo del Carroccio.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
Finisce tra gli insulti l’avventura dell’ex incursore nel Carroccio. Il segretario lo accusa di slealtà, lui rinfaccia eccessi di prudenza. Legittimo, ma così rischia di far perdere il centrodestra. E aprire le porte a un altro di quei governi tecnici che giustamente detesta.
Caro generale Vannacci, che lei sia un uomo audace si sa. Per lei parla il suo curriculum. Dopo aver frequentato l’accademia militare di Modena e aver superato la selezione per accedere al corpo degli incursori dell’esercito italiano, il famoso 9° Col Moschin, ha praticamente partecipato a tutte le missioni estere più rischiose delle nostre forze armate: Somalia, Ruanda, Yemen, Afghanistan, Iraq. Già che c’era ha pure prestato servizio in Libia, durante le cosiddette Primavere arabe. Insomma, in 30 anni di carriera in divisa non si è fatto mancare niente. Se proprio devo trovare un appunto in un cursus honorum come il suo, diciamo che lei difetta un po’ nella diplomazia. Infatti, quando ha dovuto svolgere il ruolo di addetto militare presso l’ambasciata italiana a Mosca è durato poco. Del resto, che lei sia un tipo abituato a parlar chiaro e non a infiocchettare i discorsi per renderli più gradevoli lo ha dimostrato in diverse occasioni.
Da militare quando ha denunciato il pericolo di esporre i nostri soldati alla contaminazione dei proiettili in cui erano presenti particelle di uranio impoverito: siccome gli alti vertici non la seguirono nell’esposto, lei non ha avuto timore di scontrarsi con i superiori. E sempre indossando una divisa non ha tenuto la lingua a freno neppure quando le è venuto l’estro di scrivere un pamphlet che già nel titolo - Il mondo al contrario - prometteva di rovesciare la prospettiva con cui si guardano la politica e la società. Pochi avrebbero avuto il coraggio di scrivere un libro parlando in maniera schietta di immigrazione, di cancel culture, woke e lobby Lgbt. Per di più, da generale lei si è preso la libertà di mettere nero su bianco quel che pensava senza interpellare le alte sfere dell’esercito. Il che, considerando la sua formazione militare, è piuttosto sorprendente.
Io non so se lei avesse pianificato tutto, se cioè avesse progettato fin dall’inizio di scrivere un saggio per trasformarlo in un trampolino di lancio in politica. Né sono informato di un possibile aiuto esterno, come ogni tanto qualcuno lascia intendere.
Di certo c’è che quando uscì Il mondo al contrario nessuno ha pensato che fosse un manifesto e che preludesse a una sua discesa in campo. Ma lei, nonostante i tentativi di fermarla, ha tirato diritto, candidandosi al Parlamento europeo con la Lega.
Dopo le elezioni, ovviamente nessuno ha immaginato che lei potesse fare un partito. Molti hanno pensato che si sarebbe accontentato di quel che aveva conquistato, facendo man bassa di voti e strappando l’incarico di vicesegretario del partito di Matteo Salvini. Adesso però lei vuol fondare una sua formazione, anzi l’ha fatto e ieri è sceso da quello che ai tempi di Umberto Bossi era definito il Carroccio. D’ora in poi ballerà da solo. Anche questo si capisce: chi è abituato al comando non è certo intenzionato a dividerlo né a stare nelle retrovie. In fondo, lei è uscito dai ranghi quando la sistemarono in un bell’ufficio a Firenze a occuparsi di mappe geografiche e scartoffie. Dunque si figuri se io non comprendo che lei abbia voglia di combattere e di conquistare il potere come un tempo provava a espugnare certi avamposti. Però la politica non è un reggimento. E un partito non è un corpo di incursori che deve penetrare in territorio nemico. Probabilmente lei si sentiva isolato dentro la Lega, anche perché alcuni colonnelli avevano marcato il territorio, segnando la distanza che la separava dalla nomenclatura del partito. Si è sentito un corpo estraneo, un innesto rigettato, e dunque ha deciso di andare per la sua strada. Ribadisco: i motivi sono comprensibilissimi.
Tuttavia, mi preme dirle una cosa. Uscendo dalla Lega lei rischia di fare il gioco di quella sinistra che tanto detesta. Lo so che lei pensa di far crescere la sua nuova formazione ben oltre il 3 per cento che oggi i giornali le attribuiscono. Ho letto che mira addirittura al 20 per cento, cosa che io le auguro. Però, a prescindere da quanti voti lei potrebbe conquistare, il pericolo è che non vadano a unirsi a quelli raccolti dal centrodestra, ma si sottraggano all’attuale coalizione. Al che lei sarebbe libero di dire e fare ciò che vuole, senza più dover rendere conto a nessuno, ma a finire male sarebbe l’Italia se alle prossime elezioni si ritrovasse guidata da una maggioranza di sinistra o, peggio, da un governo tecnico. Nel passato, quando il risultato delle urne non è stato chiaro, il Quirinale ha affidato il mandato a un premier non eletto dal popolo e i risultati si sono visti. È per questo che a sinistra, pur non dichiarandolo, molti fanno il tifo per lei. Perché pensano che lei sarà un ottimo guastatore del campo avverso e immaginano che più spuntano formazioni diverse da mettere insieme e più sarà difficile tener unito il fronte. Insomma, sognano che lei faccia il Bertinotti di destra, che strappi e mandi a casa l’odiata Meloni.
Non so cosa ne pensi lei dell’attuale presidente del Consiglio. Può darsi che come altri elettori di centrodestra si aspettasse di più e che guardi ai risultati, sulla sicurezza, sull’immigrazione e pure sui rapporti con l’Europa con un po’ di delusione. Tuttavia, caro generale, non vorrei che per attaccare il fronte nemico lei aprisse un varco che consentisse alle forze avversarie di rompere l’accerchiamento. Di sicuro lei, in fatto di tattiche militari, è più bravo del sottoscritto, però se si parla di tattiche politiche, ovvero di voltafaccia e alleanze improbabili, credo di saperne più di lei. Basta pensare a Renzi, ovvero a colui che prima di pugnalare Letta alle spalle lanciò l’hastag #enricostaisereno. Prima ancora, il Bullo soffiò la poltrona di sindaco al suo mentore Lapo Pistelli, di cui era stato collaboratore, e poi, dopo aver dichiarato che avrebbe vigilato affinché il Pd non si alleasse con i 5 stelle, propugnò il patto che ci regalò un governo giallorosso, lo stesso che un anno e mezzo dopo liquidò per sostituire Conte con Draghi. Insomma, la politica è fatta di giochi di prestigio e, soprattutto, di giochi di potere, che hanno distrutto credibilità e fiducia. Ricorda quando sulla scena si affacciarono i 5 stelle, con il loro piano di aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno? Beh, adesso gli stessi che minacciavano di usare l’apriscatole, nella lattina ci si sono infilati e non hanno più intenzione di lasciarla. Erano membri di un movimento anti Casta e sono diventati la Casta. Ecco, io le auguro di avere successo, di conquistare molti elettori, ma mi auguro che lei non si presti alle manovre di chi sogna di rimandare a casa il centrodestra. Su queste pagine abbiamo svelato le mire di certi consiglieri del Quirinale, che per far vincere le prossime elezioni al centrosinistra sognavano una scossa. Io spero che lei non sia quella scossa. Soprattutto, spero che la sua avanzata, non significhi l’arretramento della coalizione e il ritorno di un altro democristiano di sinistra sul Colle. La presidenza della Repubblica è il fortino dei compagni. E la sinistra farebbe qualsiasi cosa per impedire che sia espugnato da un esponente del centrodestra. Anche allearsi con una parte di destra o magari usarla.
Detto ciò, auguri.
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Giorgia Meloni (Ansa)
Il premier: «Gente organizzata in modo criminale ha colpito due pilastri della democrazia: forze dell’ordine e giornalisti. Servono norme più efficaci, che stiamo preparando. Ma serve anche unità tra le forze politiche». Invece l’opposizione si sfila e attacca: «Sono solo strumentalizzazioni per adottare misure repressive».
In cima al fascicolo aperto dalla Procura di Torino dopo gli scontri durante la manifestazione pro Askatasuna c’è il reato di devastazione. Il fascicolo è contro ignoti. Ma è da qui che parte l’indagine che ha assorbito una prima informativa della Digos, nella quale compaiono i nomi di 24 attivisti individuati come protagonisti degli scontri. Un dato che è destinato a crescere. Le indagini viaggiano su due binari: uno mira a individuare chi ha incendiato una camionetta della polizia e dato fuoco ai cassonetti, divelto campane di raccolta per il vetro, staccato dalle sedi pali dei segnali stradali e imbrattato muri; l’altro è concentrato sulle aggressioni agli operatori delle forze dell’ordine.
I pubblici ministeri Emilio Gatti e Chiara Molinari procedono per resistenza e violenza a pubblico ufficiale, porto di armi improprie e travisamento. In alcuni zaini sono stati trovati sassi, chiavi inglesi e coltelli. Gli indagati hanno tra i 19 e i 48 anni e fra loro ci sono quattro ragazze. Molti italiani, diversi stranieri. Nessun nome riconducibile ai vertici o a volti noti del centro sociale Askatasuna. E poi ci sono i tre arrestati. La Procura ha chiesto la convalida. Il primo è Angelo Francesco Simionato, 22 anni, di Grosseto (difeso dall’avvocato Elisabetta Montanari). È accusato di concorso in lesioni personali a pubblico ufficiale in servizio di ordine pubblico. Per la Procura avrebbe fatto parte del gruppo che ha accerchiato l’agente Alessandro Calista, preso anche a martellate. A suo carico ci sono pure le accuse di rapina e violenza a pubblico ufficiale. Gli altri due arrestati sono originari di Frosinone, poi emigrati al Nord: Pietro Desideri, 31 anni, e Matteo Campaner, 35. Sono accusati di resistenza e violenza a pubblico ufficiale. Sono incensurati, senza segnalazioni pregresse legate a manifestazioni o ambienti antagonisti. Ed è emerso che non si conoscevano tra loro. Ieri si è svolta l’udienza di convalida davanti al gip Giovanna Giani. La decisione è attesa per oggi. Davanti al giudice la linea difensiva è stata identica: presenti al corteo, ma non protagonisti degli scontri. Campaner, secondo quanto riferito dal suo difensore, l’avvocato Stefano Coppo, ha detto di aver preso parte al corteo per «manifestare pacificamente», con «jeans chiari, nessun travisamento». È accusato di aver colpito gli agenti mentre veniva bloccato. «Quando mi sono accorto che la manifestazione è diventata pericolosa», si è difeso, «ho cercato di allontanarmi ma ho sbagliato la direzione e mi sono ritrovato davanti gli agenti». E ha preso le distanze: «Sono rimasto inorridito dalla violenta aggressione al poliziotto, al quale esprimo la mia solidarietà». Desideri, difeso dall’avvocato Gianluca Vitale, vive a Torino, e ha dichiarato di essere lontano dal mondo antagonista. La vicenda, però, non resta confinata nelle aule giudiziarie. La seduta del Consiglio regionale del Piemonte è stata temporaneamente sospesa dopo che Carlo Riva Vercellotti (Fdi) e altri consiglieri dello stesso gruppo hanno mostrato cartelli con la scritta: «Ripetetelo insieme a noi, Askatasuna è un centro sociale abusivo violento». Sulle locandine compaiono i volti dei parlamentari di Avs Angelo Bonelli, Nicola Fratoianni, Ilaria Cucchi e Marco Grimaldi. Dalle minoranze si levano proteste immediate. Mentre una consigliera comunale torinese, Flavia Gaudiano, ha ironizzato sulle dimissioni ospedaliere dei due agenti aggrediti: «Entri che ti hanno pestato a sangue e dopo qualche ora esci senza neanche un graffio». Una richiesta di scuse e di dimissioni è stata avanzata dal consigliere regionale leghista Andrea Cerutti. E non è l’unica uscita sopra le righe. «Come mai la presidente del Consiglio si è precipitata di corsa a richiamare l’attenzione anche mediatica su quest’episodio, sollecitando la magistratura, addirittura mettendola con le spalle al muro?», si è chiesto il leader pentastellato Giuseppe Conte. La premier Giorgia Meloni ieri è stata intervistata da Far West, la trasmissione Rai condotta da Salvo Sottile. «Presidente hanno colpito due pilastri della democrazia. Le forze dell’ordine e i giornalisti (una troupe di Far West è stata aggredita dai manifestanti durante gli scontri, ndr) che raccontano quello che succede. Come risponde l’esecutivo?», le è stato chiesto. «Io penso», ha spiegato la Meloni, «che non si possa arretrare, penso che dobbiamo, e stiamo lavorando anche su questo, garantire con norme più efficaci che queste cose non accadano. Ma penso che sia anche un problema di humus culturale. Penso che, per esempio, tutte le forze politiche non sono d’accordo con fermezza nel condannare questi episodi». La Meloni segna il perimetro della vicenda: «Qui non stiamo parlando del diritto di manifestare ma si tratta di gente organizzata in modo criminale. I violenti di quella manifestazione hanno utilizzato dei jammer per impedire alle forze dell’ordine di comunicare, avevano le bombe carta con dentro i chiodi e le bottiglie molotov. Erano strutturati come un’organizzazione. Penso che su questo serva chiarezza». Infine, la lettura politica: «Serve un impegno comune, che è quello che io ho proposto, anche nel dibattito in Parlamento con il ministro Matteo Piantedosi, a tutti i partiti anche dell’opposizione. Ho ascoltato la segretaria del Partito democratico che diceva che le istituzioni devono essere unite, speriamo». Per ora Conte sembra essersi già sfilato.
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Massimo Doris (Imagoeconomica)
Bilancio 2025 più che positivo per l’istituto: l’utile netto salito a 1,2 miliardi (+11%) ha permesso di distribuire cedole per 924 milioni. Masse amministrate da record (155,8 miliardi). L’ad Doris: «Il 2026 sarà ancora meglio». Premio di 2.000 euro a dipendenti e banker.
Massimo Doris presenta i conti di Banca Mediolanum. Il copione è quello di sempre: numeri positivi, dividendi generosi e un messaggio rassicurante che guarda al futuro.
La base è rappresentata dai conti 2025. L’utile netto sale a 1,24 miliardi di euro, in crescita dell’11%, e consente alla banca di distribuire 924 milioni di dividendi, pari a una cedola di 1,25 euro per azione, il 25% in più rispetto all’anno precedente. Una pioggia di cedole che nasce da una combinazione di risultati industriali e scelte strategiche. Dentro il dividendo ci sono infatti 20 centesimi che arrivano dalla vendita della quota in Mediobanca, realizzata nel pieno della battaglia che ha portato Piazzetta Cuccia sotto il controllo di Mps. Ma non c’è solo la plusvalenza straordinaria a sostenere la generosità verso gli azionisti. Altri 25 centesimi di dividendo speciale sono frutto dell’andamento favorevole dei mercati, che nel 2025 hanno continuato a premiare chi era ben posizionato. Mercati che Doris osserva con attenzione, senza entusiasmi eccessivi. «Potrebbe esserci una correzione», ammette, ma invita a non lasciarsi prendere dall’ansia: «Parliamo di uno storno del 15%, non del 50% che si avrebbe se fossimo davvero in una bolla». Prudenza, quindi, ma niente allarmismi. Sotto osservazione ci sono i titoli legati all’Intelligenza artificiale e alle tecnologie. Due categorie, che, nel bene o nel male, brillano per la loro assenza nel listino di Piazza Affari.
Del resto è anche su questa capacità di leggere i cicli che Mediolanum ha costruito negli anni la propria credibilità. La distribuzione dei dividendi farà particolarmente felici gli azionisti di riferimento. Circa 370 milioni finiranno alla famiglia Doris, che controlla il 40% del capitale, mentre oltre 277 milioni andranno a Fininvest, la holding degli eredi di Silvio Berlusconi, che detiene il 30%. E proprio da quell’area arriva una rassicurazione indiretta. Massimo Doris, pur dicendosi «lusingato», non ha alcuna intenzione di entrare in politica con Forza Italia. La sua agenda resta bancaria e il timone di Mediolanum non è in discussione: «Ho intenzione di restare alla guida del gruppo ancora per un po’ di anni».
A beneficiare dei buoni conti non sono, però, soltanto i soci. Anche dipendenti e 6.798 family banker vengono premiati con un bonus straordinario di 2.000 euro ciascuno, a conferma di una politica di condivisione dei risultati che, negli anni, è diventata parte integrante del modello Mediolanum. «Risultati di assoluto rilievo», li definisce il capo azienda rivendicando una crescita che poggia su basi industriali solide. Le masse amministrate hanno aggiornato il massimo storico a 155,8 miliardi di euro, in aumento del 12%, «grazie al favorevole andamento dei mercati e, soprattutto, agli eccellenti flussi di raccolta, con una dinamica particolarmente robusta nella componente gestita». La raccolta netta totale è stata positiva per 11,6 miliardi (+11%), mentre la raccolta gestita ha superato i 9 miliardi (+18%). Numeri che fanno del 2025 il miglior anno della storia della banca.
Lo sguardo si sposta ora sul 2026 che, secondo il management, è iniziato con il piede giusto già a gennaio. A mercati stabili, Mediolanum prevede una raccolta netta in risparmio gestito in linea con i 9 miliardi dell’anno scorso. Per il margine di interesse, dopo un 2025 sostanzialmente stabile a 812,1 milioni, è attesa una crescita di circa il 10%, segnale che anche la parte più tradizionale del business può tornare a dare soddisfazioni. Tanto più che le sofferenze ammontano appena allo 0,77% Positive, nel medio periodo, anche le prospettive per la Spagna, dove nel 2025 l’utile è sceso del 29% a 81,1 milioni a causa degli investimenti commerciali e dei costi sostenuti per il rinnovamento del sito e dell’app. Un calo messo in conto e letto come un investimento sul futuro più che come un arretramento strutturale.
E poi c’è il tema più caro agli investitori: il dividendo futuro. Massimo Doris non fa promesse, ma lascia intendere che la direzione è tracciata. L’anno prossimo Mediolanum punta a distribuire più degli 80 centesimi di dividendo base del 2025. Il resto, come sempre, dipenderà dai conti e dai mercati. Nessuna deviazione dalle linee di condotta sulla tesoreria: la banca non entrerà nel Fondo nazionale strategico italiano di Cdp. «Non perché non crediamo nell’operazione», chiarisce Doris, «ma perché il nostro mandato è investire in titoli di Stato». Conferma che non scenderà in politica e si dice piacevolmente sorpreso dalle dichiarazioni di Carlo Messina, ceo di Banca Intesa che, presentando il piano industriale, ha annunciato possibili acquisizioni di reti di promotori. «È la conferma che il settore del risparmio gestito è interessante», aggiunge il capo di Mediolanum, ricordando per altro che Intesa Sanpaolo già controlla Fideuram, la rete di promotori più grossa in Italia. Le dichiarazioni del capo della prima banca italiana, quindi, testimoniano che «il settore è destinato a espandersi», ha commentato ancora Doris, rammentando un’indagine di Prometeia che stima una crescita della raccolta da parte delle reti di promotori, a scapito delle banche tradizionali, di poste e assicurazioni.
Il messaggio è chiaro: finché i numeri lo consentiranno, la banca continuerà a fare quello che agli azionisti piace di più. Pagare bene oggi e, se possibile, promettere di pagare un po’ meglio domani.
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