Francesca Pascale e Simone Pillon si confrontano sui temi cari alla coalizione di governo prendendo le mosse dall'uscita del generale Vannacci dal partito di Matteo Salvini.
Roberto Vannacci e Matteo Salvini (Ansa)
- L’ex militare se ne va: «Basta moderatismi». I Patrioti: «È fuori». Il segretario: «Escludo alleanze future». Con lui Lubamba e Borghezio, ma non Casapound.
- I dirigenti: «Si dimetta da europarlamentare». Per «Youtrend» Fn può superare il 3%.
Lo speciale contiene due articolo
L’addio arriva prima del previsto. Roberto Vannacci lascia la Lega e dice basta «ai linguaggi moderati». Lo spirito da funerale era nell’aria, ma si pensava fosse presto per la dipartita. E, invece, a meno di una settimana dal lancio di Futuro nazionale, l’ex generale se ne va. «Ti voglio bene, ma la mia strada è un’altra», il messaggio laconico a Matteo Salvini. «Chi mi ama, mi segua. Il mio impegno, da sempre, è quello di cambiare l’Italia», scrive su X, pubblicando il manifesto politico. «Farla tornare un Paese sovrano, sicuro, libero, sviluppato, prospero ed esclusivo», prosegue.
Un messaggio pubblicato proprio nel giorno del consiglio federale della Lega, indetto da Salvini nella storica sede milanese di via Bellerio. In quanto vicesegretario, ovviamente era stato invitato anche Vannacci, che però ha disertato l’incontro, rimanendo chiuso nel suo ufficio a Bruxelles, lanciando così un messaggio a Salvini, che risponde amareggiato. Lunedì sera, Salvini e Vannacci si erano incontrati a Roma e avevano discusso a lungo. Salvini avrebbe imposto a Vannacci un aut aut. O dentro o fuori. «Niente urla o scenate. Tutto è avvenuto con grande calma e serenità», giurano.
«Non sono arrabbiato, sono deluso. La Lega lo aveva accolto quando aveva tutti contro ed era rimasto solo», commenta su X. «Gli abbiamo offerto l’opportunità di essere candidato con noi in ogni collegio alle Europee, io come tanti altri leghisti l’ho votato e fatto votare, lo abbiamo proposto come vicepresidente dei Patrioti in Europa, lo abbiamo nominato vicesegretario del nostro partito. Volevamo fare un lungo cammino insieme, condividere battaglie, costruire. In questi mesi, invece, abbiamo vissuto polemiche, problemi, tensioni, simboli di possibili nuovi partiti e associazioni, attacchi a chi la Lega la vive e la ama da anni. Peccato». Salvini prosegue: «Siamo abituati a pensare che parole come onore, disciplina e lealtà abbiano un significato preciso, specie per chi ha indossato una divisa. Dispiace umanamente prima ancora che politicamente, ma andiamo avanti tranquilli per la nostra strada. Gli uomini passano, le idee restano». In serata, a Cinque minuti, ospite di Bruno Vespa su Rai 1 sgombra il campo da possibili alleanze in futuro e ribadisce: «Sono abituato a dare valore alla parola data, non mi abituo al fatto che la poltrona valga più della fiducia, della lealtà e dell’onore. C’è il dispiacere perché tanti italiani, compreso io, lo abbiano votato. E poi ci si domanda perché la gente non vada a votare, ma l’Italia andrà avanti lo stesso. Renzi dice che è felicissimo per cui lascio giudicare voi».
Ad ogni modo, nessuna espulsione. Ma una separazione «consensuale». «Dovrà però essere lui a formalizzare l’addio», aggiungono dalla Lega, postando su X «La storia si ripete», facendo riferimento a Futuro e libertà di Gianfranco Fini. Adesso i salviniani si aspettano che si dimetta anche da europarlamentare, dato che ci è diventato con i voti della Lega. Intanto, a Bruxelles, il gruppo dei Patrioti ha votato all’unanimità l’espulsione di Vannacci, rassicurando che «la Lega resta un partito partner a pieno titolo».
Anche Casapound ha preso le distanze dal nuovo soggetto politico, scrivendo in una nota che non farà parte di Futuro nazionale dove, invece, Vannacci imbarca Sylvie Lubamba, fondatrice del team Vannacci di Milano: «Decolleremo o affonderemo insieme, sono il suo fedelissimo araldo». E come lei il «barone nero» Roberto Jonghi Lavarini: «Ora la battaglia più importante è quella sacrosanta della remigrazione. La maggioranza del popolo italiano lo seguirà». Ad aiutare l’ex generale c’è un altro leghista, da tempo fuori dal Carroccio, Mario Borghezio, uno che a modo suo ha anticipato i tempi: rappresentava l’estrema destra dentro la Lega Nord, che formalmente si definiva «né di destra né di sinistra». Poi ci sono i fedelissimi, piazzati nei consigli regionali: Massimiliano Simoni in Toscana e Stefano Valdegamberi in Veneto, oltre a Cristiano Romani, a capo dell’associazione Mondo al contrario. In Parlamento lo appoggeranno Edoardo Ziello (Lega), probabilmente l’ex fratello d’Italia Emanuele Pozzolo (espulso perché nella notte di Capodanno del 2024 impugnava un revolver da cui partì un colpo che ferì una persona) e anche Domenico Furgiuele, il leghista che voleva fare la conferenza stampa alla Camera sulla remigrazione. E poi Rossano Sasso, altro leghista che il 15 gennaio votò, insieme a Ziello e Furgiuele, contro le armi a Kiev, bocciando la risoluzione unitaria di maggioranza.
Nei giorni scorsi i malumori nei confronti di Vannacci erano aumentati. Il lancio del suo nuovo movimento aveva aperto spaccature ancor più profonde, specie nell’ala moderata del partito capeggiata da Luca Zaia che, insieme ad Attilio Fontana e a Massimiliano Fedriga, rispettivamente presidenti di Lombardia e Friuli-Venezia Giulia, chiedeva da tempo l’espulsione, insofferenti.
Vannacci, candidato dalla Lega come indipendente alle Europee 2024, aveva poi ottenuto la tessera dalle mani di Salvini nell’aprile 2025 e nominato vicesegretario un mese dopo. Un matrimonio d’interessi che ha retto appena un anno e mezzo. Sulla possibile fuoriuscita dell’ex generale, Salvini diceva appena quattro giorni fa: «Non esiste problema. Ci vediamo con calma, chiariamo tutto». Concludendo che nel Carroccio «c’è spazio per sensibilità diverse». Evidentemente, però, queste sensibilità si sono rivelate un po’ troppo diverse.
Il partito: «Traditore uguale a Fini». Zaia: «Corpo estraneo da sempre»
Un po’ di sano risentimento ma, tutto sommato, nulla di trascendentale. Alla «questione Vannacci», durante il consiglio federale della Lega che si è tenuto ieri pomeriggio a Milano, non sono stati dedicati che pochi minuti. L’incipit lapidario del segretario Matteo Salvini, che ha paragonato l’addio del generale a quello di Gianfranco Fini del 2010, ha spento sul nascere qualsiasi impulso a soffermarsi su una questione già nell’aria da tempo e, quasi, quasi digerita se non fosse per l’intolleranza conclamata ai tradimenti che affligge molti leghisti doc.
«Su chi tradisce e fugge non vale la pena perdere troppo tempo, come accadde con Fini in passato», ha esordito Salvini nell’aprire la seduta, per poi passare subito all’ordine del giorno: pacchetto sicurezza, referendum, manifestazione sull’immigrazione prevista per il prossimo 18 aprile a Milano.
Sul tema sicurezza, in attesa del passaggio in Consiglio dei ministri, Salvini ha confermato l’intenzione di stringere ancora un po’ i bulloni a un testo che tratta un «tema fondamentale in questo momento storico», anche integrando le posizioni già espresse con nuove richieste, in lavorazione proprio in queste ore.
Passaggi puramente organizzativi, invece, sono stati quelli dedicati al referendum sulla giustizia, per il quale il Carroccio ha ingaggiato le sue sedi territoriali per una «gazebata federale» prevista per il 14 e il 15 di marzo e alla manifestazione del 18 aprile, oggetto di aggiornamenti tecnici. In vista dell’appuntamento nelle piazze, l’intenzione è quella di coinvolgere oltre al gruppo parlamentare dei Patrioti europei anche figure di spicco internazionale e lo spunto, interno, è quello di trattare il tema «remigrazione», tanto caro al generale, «con serietà», soprattutto per rispetto a una base che, di questa materia, rivendica la paternità: «In fondo si tratta di rispedire a casa i clandestini, che è uno dei principi fondanti del nostro partito, da sempre».
Serenità, dunque, e pochi rimpianti sul generale perché, la storia insegna: «Chi ha lasciato, come Fini, si è visto, poi, che fine ha fatto». Unico tema ancora sul tavolo lo scranno da europarlamentare ottenuto da Vannacci nel 2024 con circa mezzo milione di voti portati dalla candidatura del Carroccio. «Se Vannacci è quello di oggi può ringraziare solo il mio partito, che ha investito su di lui alle Europee l’anno scorso e gli ha permesso di avere un seggio», ha commentato secco l’ex presidente del Veneto, Luca Zaia: «Ha capito di essere un corpo estraneo nella Lega. Probabilmente aveva un altro progetto, non ha trovato il giusto substrato per farlo crescere, e oggi decide di camminare sulle sue gambe. Vedremo quale sarà il potenziale di questa sua marcia solitaria». A fargli eco l’attuale presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, che ha commentato: «A chi mi chiede se dovrebbe dimettersi rispondo che credo che chi ricopre una carica grazie a un partito dovrebbe ricordarsi di quel movimento». Per Claudio Borghi, infine, il gesto di Vannacci è «irrispettoso verso il nostro partito che gli ha aperto la strada» e «in questo modo si fa il gioco di Renzi e di chi divide le forze sovraniste, della Schlein e compagnia bella e che in questo momento si sta fregando le mani».
Anche sui social la decisione di Vannacci di lasciare la Lega non ha riscosso particolare gradimento: la parola chiave «Roberto Vannacci», negli ultimi due giorni, ha ottenuto nelle conversazioni digitali «37.420 menzioni» con un picco registrato, ieri pomeriggio alle 16.45, poco dopo l’inizio del consiglio leghista a Milano, ma con un sentiment complessivo che nelle ultime 24 ore è risultato «negativo all’85%». A dirlo è un report realizzato da Spin Factor in esclusiva per Adnkronos, con dati raccolti attraverso Human, la piattaforma digitale che registra le tendenze social in interazione con i sistemi di Intelligenza artificiale. Secondo i dati, solo il 21,4% degli utenti ha espresso «opinioni positive rispetto alla decisione» perché, a oggi, il generale non viene percepito dalla Rete «come leader». Meglio la performance social di Salvini che registra un trend positivo pari al 30,2%, in crescita di 1,3 punti percentuali rispetto al periodo precedente.
A livello di peso elettorale, una prima rilevazione di Youtrend per Sky Tg24, la lista si collocherebbe poco al di sopra della soglia di sbarramento del 3%.
«Ora dovrebbe essere chiaro a tutti perché misi in guardia il mio ex segretario su Vannacci. Lo criticai, forse alla mia maniera diretta, ma i fatti dimostrano che avevo visto giusto. Mi fu subito evidente che i miei valori non potevano essere accostati ai suoi, né a quelli di una Lega che non riconoscevo più, nonostante oltre 40 anni di militanza. Era chiaro a tutti che l’obiettivo fosse usare la Lega per altri fini politici», ha concluso con una nota amara Toni Da Re, già europarlamentare della Lega ed ex segretario regionale veneto della Liga veneta, espulso dalla Lega per forti contrasti con Salvini dovuti proprio alla salita del generale a bordo del Carroccio.
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Roberto Vannacci (Ansa)
Roberto Vannacci: «Se utile al Carroccio, il mio movimento sarà lista civica. Non tradirò Salvini, sono un uomo di parola».
Riemerso dalle acque della Versilia, dopo il bagno di inizio anno ha annunciato: «Il 2025 sarà frizzante».
«Sono in programma grandi sfide: dalle elezioni regionali al congresso nazionale. Avremo la possibilità di sorprendere molti, che già ci considerano ininfluenti».
Un inatteso trionfo.
«Lo vedremo solo al traguardo, ma ci alleniamo per quello».
Il generale Roberto Vannacci, valoroso eurodeputato leghista, è più tonico che mai.
«Per fare quest’intervista ho rinunciato alla palestra serale».
A Bruxelles pare sia il primo ad arrivare, lunedì mattina, e l’ultimo ad andar via, venerdì pomeriggio.
«È un brutto vizio dal quale non riesco a sganciarmi. Alle 6.45 sono in ufficio. Passo dalla porta centrale, perché le altre sono chiuse. Mi alzano la saracinesca perplessi. Pensano sia un matto, probabilmente».
Non sono abituati al rigore.
«Sto cercando di capire al meglio come funziona il parlamento. Non è solo il mio primo mandato, ma anche la mia prima esperienza politica. Prendo molto seriamente il lavoro in Europa».
L’approccio resta militaresco.
«Rigoroso: l’ho ereditato dalla precedente vita».
Quando torna in patria, nel fine settimana, corre da un incontro all’altro.
«Ne faccio almeno tre a settimana».
Presenta i suoi libri?
«Ormai sono solamente spunti per parlare di politica: sicurezza, immigrazione, guerra, relazioni internazionali».
Una campagna elettorale permanente.
«In pratica, sì. Il mio rammarico è di non riuscire a onorare tutti gli inviti che ricevo. Ogni evento a cui partecipo è sempre sold out. Come quello di domenica, a Verona. Hanno esposto la locandina. Due giorni dopo, i 450 posti disponibili erano già esauriti. A Cagliari, lo scorso novembre, sono venute più di mille persone».
In Sardegna aveva protestato un gruppo di giovani antifascisti. A Chiesina Uzzanese, dov’è atteso il prossimo sabato, si rivoltano piddini e associazioni gay.
«Hanno chiesto di cancellare l’incontro. Questo rivela l’intolleranza e la tirannia, che invece imputano a me. Una parte della sinistra resta dittatoriale. Non conosce i principi della democrazia e della libera manifestazione del pensiero».
Il movimento che prende ispirazione dal suo bestseller, Il mondo al contrario, correrà alle prossime regionali?
«È un comitato culturale nato dopo la pubblicazione del libro, nell’agosto 2023. Intanto, sono diventato un politico. È normale, quindi, che quest’associazione si trasformi».
In che modo?
«Prenderà ispirazione dalla guerriglia: non è prevista nessuna gerarchia, i gruppi agiranno in base ad alcune direttive. Ci sarà un nuovo statuto, con un diverso scopo. Non diventerà un partito, però».
Una lista civica, piuttosto?
«Certamente. Se aumenta il numero dei miei sostenitori, cresce anche la Lega. Io sono sempre stato attento all’obiettivo. Il nostro è raddrizzare il mondo. Lo strumento per raggiungere questo scopo esiste. Si chiama Lega. Se domani dovessero crearsi presupposti diversi, la situazione potrebbe cambiare. Ma adesso non ci sono ragioni per creare un nuovo soggetto politico».
Avrete dei vostri candidati, comunque.
«Ovvio. Alle scorse regionali in Veneto ha corso la Lista Zaia, per dare maggior peso al candidato alla presidenza. Nessuno ha gridato allo scandalo, mi pare. Lo stesso potrebbe verificarsi ora in altre regioni, se venisse considerata una mossa tatticamente utile».
Quando vale l’ipotetica formazione «Noi con Vannacci»?
«Non ne ho idea. Mai fatto sondaggi. Con altrettanta franchezza le dico però che riscontro una grandissima simpatia ovunque vada, sia in Italia che all’estero. Immagino, quindi, che esista una solida base elettorale disposta a votare per me».
In Toscana, dove lei vive con la famiglia, si candida a governatore?
«Non sono stato io a propormi. Molto spesso si fanno i conti senza l’oste. Comunque, è una cosa che andrà discussa. L’ipotesi verrà presa in esame quando, assieme a Salvini, tracceremo la strategia per avere il massimo risultato in tutte le regioni che andranno al voto quest’anno».
Sembra accarezzare l’idea.
«Dobbiamo prenderla in considerazione. Da bravo generale, non scarto mai nessuna possibilità».
Zaia, intanto, vuole il terzo mandato.
«Sono per il rispetto delle regole. Se esiste una norma, è giusto che venga applicata. Era considerata sorpassata? Bisognava provvedere in tempi non sospetti. Farlo ora, a ridosso della tornata, fa pensare a un provvedimento di contingenza».
Un po’ vago.
«Non credo che motivazioni valide allora, non lo siano più adesso. Tra l’altro, non si possono applicare eccezioni solamente in Veneto o in Campania, perché c’è qualcuno che scapita. Sembrerebbe una cosa fatta ad personam, dunque molto antipatica».
Il governatore leghista ha eccepito su alcune sue dichiarazioni: le classi separate per i disabili e Mussolini «statista».
«Se avesse letto con attenzione le interviste, non avrebbe potuto dire nulla. Per bambini e ragazzi disabili, come ho spiegato, servirebbero strutture adeguate».
Quanto al Duce?
«È un’altra tecnica del politicamente corretto, che cambia il senso delle parole. Ho verificato a posteriori. Anche l’enciclopedia Larousse lo definisce così: “Uomo di stato”».
Vannacci, candidato da indipendente, ha trascinato il Carroccio alle europee con oltre mezzo milione di voti. Nemmeno un po’ di riconoscenza, invece.
«Sono un uomo paziente».
Ovvero?
«Sono sicuro che abbiamo imboccato la direzione giusta».
È la solitudine dei numeri primi, per citare il famoso romanzo?
«Non l’ho letto. Le posso però dire, con certezza, che la base elettorale del partito mi vuole un gran bene. Sono stato a Pontida e tutti mi hanno acclamato. Peraltro, continuo ad avere riscontri ottimi quando vado in giro per strada, così come agli incontri che organizzano. Vedo un grande consenso: sia nella Lega, che al di fuori di Lega».
Ecco.
«Probabilmente, con alcuni leader del partito, non c’è una grande conoscenza. Ed è normale. Io sono venuto fuori da un cilindro. Abbiamo avuto poche occasioni di confronto. È comprensibile che tra persone insieme da una vita e il sottoscritto appena arrivato ci sia una certa freddezza. Fa parte della dialettica interna. Così va il mondo. Però, non ho mai avuto conflitti con nessuno. Anzi, molto spesso ci sono state discussioni proficue e cordiali. Ho ottimi rapporti con Salvini, ma pure con altri esponenti storici del partito».
Ad esempio?
«Il ministro Calderoli. A Pontida ci siamo scambiati idee e abbiamo riscontrato convergenze. Mi ha anche invitato a pranzo».
Cosa avete mangiato?
«Specialità calabresi. A me piacciono moltissimo, tra l’altro».
Il patto della ‘nduja.
«Una cosa simile».
Lombardi e veneti spingono per un ritorno alle origini: meno Lega nazionale, più partito del Nord.
«Nessuno vuole trascurare una parte dell’Italia per dedicarsi a un’altra. Credo che la richiesta sia di una maggiore attenzione alle necessità dei territori, da ovunque esse provengano. Questo ridarebbe uno sprint a tutto il partito».
I colonnelli lamentano una crisi d’identità.
«Non è vero. La Lega oggi è l’unico partito italiano veramente sovranista, che ha dimostrato coerenza con le proprie idee».
Come?
«In Europa ci siamo opposti all’elezione di Von der Leyen, senza contraddirci né scendere a compromessi. Abbiamo votato contro la guerra a oltranza e l’impiego delle armi occidentali in Russia. Altre formazioni politiche hanno dimostrato più incoerenza».
Quali?
«Fratelli d’Italia ha votato contro la presidente della Commissione ma a favore della Commissione, assumendosi una grande responsabilità. Forza Italia vuole vietare il gas dall’Azerbaijan. È un’assurdità: le nostre industrie chiuderebbero e i cittadini non potrebbero più riscaldarsi».
Dunque?
«Sono sicuro che il tempo ci premierà».
Nell’attesa, si dibatte.
«La Lega è alla vigilia di un congresso federale. Da sempre, in prossimità di simili eventi, ci sono ampie discussioni e accesa dialettica. Ma la linea tracciata a Pontida è chiarissima. Inutile continuare a ragionarci su. Al raduno c’erano tutti i leader sovranisti d’Europa».
Il generale vuole fare le scarpe al capitano, teorizzano i malevoli.
«Non è vero, assolutamente. Se avessi voluto, me ne sarei già andato per conto mio. Prima delle elezioni, la sinistra diceva: “Vannacci prende il taxi”. Anche a destra qualcuno ne era convinto. Invece, sono ancora qua».
Le davano del furbacchione.
«Dicevano che avrei fatto il mio partito, abbandonando la Lega. Ma non è successo. Sono una persona che crede nella parola data. Questo mi contraddistingue da molti altri politici, che la considerano un orpello. Fino a quando non sarà tradita, andremo avanti insieme».
Nessuna defezione.
«Non mi discosto dalle premesse alla base della nostra collaborazione: sovranità, identità, sicurezza, interesse nazionale, stop all’immigrazione clandestina».
Però.
«Se poi la Lega dovesse decidere di andare per conto suo perché questi principi non vanno più bene, prendendo una deriva diversa, a quel punto non sarebbe più un tradimento da parte mia».
Ognuno per la sua strada.
«Al momento, mancano i presupposti».
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Roberto Vannacci e Matteo Salvini (Imagoeconomica)
Dopo i malumori dei governatori, il segretario rivendica la scelta del generale, che incassa da solo un quarto dei voti del partito. Bordata a Umberto Bossi: «Traditore». Massimiliano Romeo: «La questione settentrionale ritrovi enfasi».
«Siamo vivi e vivaci, ringrazio chi non ha mai tradito». Matteo Salvini guarda lo 0,10% in più rispetto alle politiche di due anni fa e trova nel risicato decimale lo spunto, anzi lo spuntone, per fissare i ramponi a metà della parete di roccia, montare la tenda e guardare il panorama. Non è spettacolare. Perché la Lega non ha ottenuto l’«effetto protesta» che voleva, non ha intercettato il forte vento euroscettico che ha soffiato sul continente, anzi ha subito il sorpasso di Forza Italia (9,6% contro 9,0%). Quanto allo tsunami Roberto Vannacci, che da solo ha conquistato 500.000 voti, se da una parte è stato il capolavoro tattico del segretario, dall’altra mette in risalto una fragilità: il generale ha portato a casa da solo il 25% dei voti del partito (2.095.000).
Salvini riparte da qui e sottolinea un aspetto che in un movimento dirigista come la Lega non si era mai manifestato con questa evidenza: la questione interna, quella del tradimento. «Il mio obiettivo era prendere lo “zero virgola” in più delle politiche e lo abbiamo raggiunto nonostante i problemi esterni e in alcuni casi interni. Perché se il fondatore di un partito (Umberto Bossi - ndr) a urne aperte annuncia che vota un altro partito... Non so come avrebbero reagito altre realtà. Noi non solo abbiamo tenuto, ma siamo andati avanti. Sono abituato a confrontarmi con gli avversari esterni; dover fare i conti con chi, da dentro, rema contro è complicato».
La pugnalata di Bossi gli ha fatto male. Secondo le ricostruzioni di via Bellerio, il Senatur molto vicino all’ex segretario della Lega lombarda Paolo Grimoldi (storico avversario di Salvini, ora in odore di espulsione), avrebbe votato per l’ex enfant prodige Marco Reguzzoni passato con gli azzurri e neppure eletto. L’operazione non ha spostato nulla ma ha avvelenato i pozzi, e conferma il mal di pancia soprattutto nelle regioni chiave Lombardia e Veneto. «È lì che abitano i traditori, è lì che bisognerà contare al più presto amici e nemici», rivela un colonnello di antico lignaggio. Il congresso previsto per l’autunno, nel quale Salvini si ricandiderà segretario, rischia di diventare una resa dei conti con la fronda.
Il leader non va oltre. L’uomo che raccolse il vessillo leghista da terra 11 anni fa nella «notte delle scope» per riportarlo in auge non intende dimenticare. «Penso ai militanti, ai sindaci e alle persone che hanno dedicato giorni e notti al movimento, all’affissione dei manifesti fuori da scuole e fabbriche. Non meritano che dentro qualcuno faccia i propri interessi senza un obiettivo comune. Sono abituato a vincere o perdere di squadra, non a tradire chi è a fianco. Io devo rendere conto a decine di migliaia di sostenitori e iscritti che non meritano questo. Valuteranno i militanti». È praticamente impossibile che Bossi venga espulso per una chiara questione d’immagine e perché, tecnicamente, non ha la tessera della Lega Salvini Premier, ma solo quella della scatola vuota Lega Nord.
Detto questo, la mai sopita «questione settentrionale» (vale a dire la mai digerita nazionalizzazione del partito), è destinata a rompere la crosta e a imporsi una volta per tutte. Lo fa capire il capogruppo al Senato, Massimiliano Romeo: «Il fatto che Forza Italia ci abbia superato, anche se di poco, induce a delle riflessioni. Sono convinto che occorra riguadagnare il territorio, rafforzare la nostra base, stare più vicino ai nostri amministratori. Lega nazionale sì, ma senza dimenticare le origini. La questione settentrionale è un tema che deve ritrovare la giusta enfasi». La Lega ricomincia dai voti dei testimonial d’eccezione (qualcuno ricorda che la candidatura di Vannacci era osteggiata da Luca Zaia e Massimiliano Fedriga) ma anche dalla consapevolezza che il cammino in montagna va ripreso e la rotta va ridefinita. Lo stesso Salvini si intesta la mossa vincente del generale: «Il caso Vannacci è strano. Prima era un problema perché non prendeva voti, adesso è un problema perché ha preso tanti voti».
«Lo dico sempre, e le mie dichiarazioni sono sempre quelle, e che cioè ogni elezione ha una storia a sé, che non si deve mai considerare un'elezione una regola», ha dichiarato invece il presidente del Veneto, Luca Zaia, «oggi il vincitore di questa tornata, è decisamente il presidente del Consiglio».
Le fibrillazioni interne creeranno terremoti esterni? Il segretario assicura di no. Ha telefonato a Giorgia Meloni per i complimenti, ha smentito l’ipotesi di Zaia ministro «perché l’alleanza di governo funziona bene così e non ci sono margini per i rimpasti». Domani sarà a Bruxelles per incontrare i due trionfatori Marine Le Pen e l’austriaco Herbert Kickl, più il leader olandese Gert Wilders: dovranno coordinare la strategia di Id. Sul tavolo la richiesta di riammissione dei tedeschi di Afd, espulsi due settimane fa. Ma soprattutto l’approccio al Ppe, quindi a Forza Italia. Salvini ribadisce il concetto chiave: «Spero in un centrodestra unito e compatto in Europa, possibilmente in maggioranza, senza accordi a ribasso con i socialisti. Conto che il centrodestra non si divida a Bruxelles. Altri cinque anni di Ursula Von der Leyen non porteranno a nulla di buono».
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Ansa
Il militare: «Punto su patria e confini». Il leader del Carroccio: «Il voto ci stupirà».
Roberto Vannacci è capolista della Lega per le Europee non solo al Centro, ma anche al Sud. Le liste sono state ufficializzate ieri sera al termine del Consiglio federale del Carroccio. Vannacci è candidato anche nelle altre tre circoscrizioni: nelle Isole è secondo in lista, dietro l’uscente Annalisa Tardino, mentre al Nordovest e al Nordest il generale, complice l’ordine alfabetico, è rispettivamente ultimo e penultimo. Una collocazione che vale più di mille retroscena: al Nord, tra l’elettorato e i dirigenti leghisti, la candidatura di Vannacci non ha entusiasmato (per usare un eufemismo), e quindi ben venga la fortuita circostanza che il suo cognome inizia con la V: solo il friulano Stefano Zannier si colloca dietro di lui.
Ieri a Roma, al Tempio di Adriano, Matteo Salvini ha presentato il suo libro, Controvento, proprio insieme a Vannacci. In platea, molti esponenti di primo piano della Lega: il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, il vicesegretario Andrea Crippa, il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon e una folta pattuglia di deputati e eurodeputati: Simonetta Matone, Antonio Angelucci, Andrea Barabotti, Laura Ravetto, Mara Bizzotto, Gianluca Cantalamessa, Giulio Centemero, Claudio Borghi, Maria Cristina Cantù, Giorgio Maria Bergesi. Presente anche la fidanzata di Salvini, Francesca Verdini.
«Per la sinistra», ha scherzato Salvini, «questa è un’accoppiata luciferina». Quella di ieri è stata la prima uscita pubblica dei due insieme. «Mi piace», ha argomentato Salvini, «avere un generale per parlare di pace: uno dei temi centrali del prossimo quinquennio. Qualche leader europeo parla sciaguratamente di mandare nostri soldati a combattere fuori dai nostri confini: mai nel nostro nome un solo soldato italiano, europeo, a combattere e morire fuori dai confini. E magari il generale dirà perché». Vannacci, da parte sua, ha ringraziato il leader della Lega «per l’opportunità di essere qui e di essere candidato come indipendente nell’ambito della Lega. Patria, confini, sicurezza, identità, sovranità nazionale sono i valori che intendo portare avanti. L’Europa ci sta offrendo un mondo al contrario, Non ci piace un’Europa in cui tutti siamo paccottiglia ci piace un’Europa forte», ha aggiunto, «che ci faccia sentire di essere fieri di essere europei e italiani, di farci sentire che vale la pena di morire per l’Italia e per l’Europa».
«Quanti immigrati», si è chiesto Vannacci, «potrà ancora accettare l’Europa? A un certo punto si raggiungerà il limite fisico e dovranno essere presi dei provvedimenti volti a limitare questo flusso incontrollato. Con Salvini abbiamo delle caratteristiche che sono comuni e nessuno ce le può togliere. Vorrei che un domani i nostri figli lo possano dire con grande libertà, senza avere la paura di essere accusati di aver violato chissà quale principio di farlocca inclusione, che nella realtà non esiste. Non dobbiamo vergognarci di quello che hanno fatto i nostri nonni», sottolinea. «Ho parlato di patria, di confini, di identità, di sicurezza e ritengo che questi valori siano sovrapponibili con quelli della Lega: per questo mi presento come candidato indipendente nell’ambito della Lega di Salvini».
«Con Vannacci», ha chiosato Salvini, «ho trovato sintonia umana e culturale e ora non vedo l’ora che arrivi domenica 9 giugno, perché gli italiani so che ci riserveranno una grande sorpresa».
Curiosità: solo al momento dell’ufficializzazione delle liste sapremo se Vannacci avrà accanto al suo nome e cognome la dicitura «detto generale», che permetterebbe di attribuirgli anche i voti di chi dovesse scrivere «generale» sulla scheda.
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