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2020-04-28
Spunta fuori un’altra azienda dei misteri a cui sono stati dati 4,7 milioni di Zinga
Nicola Zingaretti (Ansa)
Nel mascherine gate del Lazio spunta una Cazzaro. «Un altro?», direte voi pensando a un refuso. E invece l'articolo giusto è al femminile, perché stiamo parlando di Stefania Cazzaro, padovana, classe 1966. La signora è il direttore della Giosar limited di Londra, la ditta di spedizioni che avrebbe dovuto portare in Italia i 7,5 milioni di mascherine Ffp3 ed Ffp2 marchiate 3M per conto della Eco Tech Srl, affidataria di un contratto da 35,8 milioni di euro. Il 23 aprile l'aereo con il carico sarebbe dovuto partire da Shanghai, ma così non è stato. Ad assicurarlo al consolato italiano sarebbe stato lo stesso spedizioniere, che però non parlava né italiano, né inglese, né cinese. Era un rappresentante della Giosar l'interlocutore del nostro ufficio diplomatico? Non è chiaro. Quel che è certo è che Cesare Gai, l'avvocato di Sergio Mondin e Anna Perna, gli amministratori di fatto e di diritto della Eco Tech, ci ha riferito che dei 13,5 milioni di anticipo che i suoi assistiti devono ancora restituire alla Regione, quasi 10 non sono più nella loro disponibilità: 4.530.000 euro sono andati alla Exor Sa, società svizzera che avrebbe dovuto fornire le mascherine 3M, 168.000 euro sono stati pagati di premio alla compagnia di assicurazioni Seguros Dhi-Atlas (una società non abilitata a emettere garanzie in Italia) e 4.740.000 sono stati versati alla Giosar.
Il nome della Giosar spunta nel verbale di un briefing della portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, che risale allo scorso 2 aprile. Tra i vari punti del verbale c'è anche la risposta a un articolo apparso sul quotidiano italiano La Stampa sul «carico umanitario russo con mascherine per la Regione Abruzzo presumibilmente detenute in Russia». Facendo riferimento «a fonti dubbie (se presenti)», dice la Zakharova il 2 aprile, sono state riportate «informazioni completamente inesatte su una spedizione dalla Russia che sarebbe stata presumibilmente sequestrata. Naturalmente, abbiamo risposto a livello di ambasciata russa e continueremo a rispondere. Siamo riusciti a identificare l'intermediario - Giosar Ltd, registrato a Londra, il cui rappresentante ha rifiutato categoricamente di fornire qualsiasi informazione sulla transazione menzionata nell'articolo, o di rispondere a qualsiasi domanda sulla posizione, il costo e la natura del carico, o su il mittente o il destinatario specifici». Zakharova aggiunge che «si trattava di una transazione puramente commerciale che alcuni intermediari stranieri hanno cercato di realizzare attraverso un regime non trasparente. Allo stesso tempo, le autorità russe non sono state informate in anticipo di questa spedizione e non avevano nulla a che fare con essa».
Insomma tutto molto opaco. E adesso la Giosar, guidata dalla Cazzaro, ricompare sui giornali italiani. Ma che cosa fa questa Giosar Ltd? Facendo una rapida ricerca nelle banche dati inglesi si scopre che la persona di riferimento dall'1 novembre 2018 è Stefania Cazzaro, nata nel luglio del 1966, indicata come «director». La stessa compare collegata con la stessa qualifica anche alla Chrome fashion limited, sempre di Londra, ma con sede a un indirizzo diverso. La Giosar risulta, infatti, appoggiata presso la G. Teoli&Co. al 741 di High road a Londra. Società che a sua volta fa capo a un commercialista, Giulio Teoli.
Ieri l'avvocato Gai ha incontrato i pm di Roma Paolo Ielo ed Elena Neri per proporre l'interrogatorio dei suoi assistiti accusati di frode in pubbliche forniture. I magistrati hanno rimandato il faccia a faccia con gli indagati, spiegando di dover prima leggere tutte le carte che la Guardia di finanza sta acquisendo negli uffici della Regione Lazio. A Gai è stato chiesto di preparare un memoriale, mentre un noto amministrativista è stato incaricato di studiare il possibile ricorso al Tar. I Mondin riusciranno a restituire i 14,5 milioni di euro che la Regione rivuole indietro entro il 30 aprile? «A meno di miracoli, non credo, ma il breve lasso di tempo dato per la restituzione mal si concilia con i 30 giorni concessi per l'eventuale ricorso al Tar», conclude Gai.
Intanto, a una settimana di distanza, la Regione Lazio non ha ancora consegnato tutta la documentazione richiesta dalle opposizioni al vicepresidente della Regione, Daniele Leodori, durante l'audizione del 20 aprile. Sergio Pirozzi, presidente della XII commissione, competente su emergenze e Protezione civile ci conferma: «Vedremo se la Regione avrà indietro i soldi dell'anticipo, se incasserà le polizze, o se ci sarà un ricorso al Tar che dilaterà i tempi. Sono comunque già emersi fatti gravi. Il vicepresidente Leodori ha dichiarato alla commissione che le fideiussioni sulla fornitura Eco Tech erano già state fornite alla Regione. In realtà le polizze sono state protocollate solo il giorno dopo. Questo significa che Leodori, che rappresentava Zingaretti che ha mantenuto la delega alla Protezione civile, ha mentito a due commissioni congiunte. All'estero ci si dimette per molto meno. Inoltre, mancano ancora tutti i preventivi sulle forniture di Dpi arrivati o richiesti dalla Regione nel mese di marzo. Il vicepresidente si era impegnato a fornire la documentazione entro 48 ore, ma così non è stato». La consigliera di Fratelli d'Italia Chiara Colosimo, che con la sua prima interrogazione ha innescato il mascherine-gate, aggiunge: «La revoca degli affidamenti alla Eco Tech è un tentativo della giunta Zingaretti di salvarsi in calcio d'angolo, ma in verità la toppa è peggio del buco. Come dimostrato infatti dalla vostra inchiesta, anche gli atti di revoca sembrano dimostrare un atteggiamento quanto meno approssimativo dei dirigenti e contenere ricostruzioni di dubbia veridicità. Se a tutto ciò si aggiunge il silenzio assordante del presidente Zingaretti appare ancora più evidente che abbiamo portato alla luce una vicenda vergognosa. Per questo attendiamo le dimissioni dei protagonisti e le scuse da parte di chi ci ha definito, anche attraverso l'uso distorto dei mezzi istituzionali, creatori di bufale mediatiche».
Arcuri fissa il prezzo alle mascherine e mette fuorigioco le imprese italiane
Era difficile scontentare in un solo colpo Regioni, imprenditori della moda che hanno da poco convertito la loro produzione per l'emergenza coronavirus e persino i farmacisti. E invece il duo Giuseppe Conte e Domenico Arcuri ci è riuscito in poco meno di 24 ore. Domenica sera il presidente del Consiglio aveva annunciato il prezzo calmierato a 50 centesimi per le mascherine chirurgiche, misura poi inserita nel decreto. Ieri mattina il commissario straordinario ha illustrato nella consueta videoconferenza con le Regioni il provvedimento, tra i dubbi dei delegati regionali che si ritrovano in queste ore a dover rinviare al mittente partite di mascherine chirurgiche già pagate a prezzi superiori. Ma Arcuri - che alla fine del suo intervento spiegherà che si può «uscire anche con un foulard a triplo velo» - è inflessibile sulla questione.
«Vi daremo una mano noi a rinegoziare il prezzo», dice. «Vedrete, lo dico per esperienza, tra due giorni il prezzo si allineerà, succede da 2.000 anni», ha spiegato annunciando una guerra personale contro chi si sarebbe arricchito in questi due mesi grazie all'emergenza coronavirus. «Non è giusto che ci sia gente che guadagni dalla tragedia. Noi stiamo pagando mezzo euro un oggetto che costava prima della crisi appena 5 centesimi. Stiamo comprando a dieci volte il costo di produzione. Nelle guerre c'è chi viene sconfitto con le armi, e chi vince invece con la borsa valori».
Eppure c'è qualcosa che non torna nelle citazioni belliche di Arcuri, nominato commissario l'11 marzo, già oggetto di critiche per i ritardi sulla distribuzione dei dispositivi di protezione. Inoltre non è ancora chiaro se sono compresi i costi di spedizione e soprattutto l'Iva, che secondo Conte non deve esserci, mentre per Arcuri a quanto pare sì. Secondo il commissario al momento il prezzo di produzione si aggira intorno ai 39 centesimi. Ma non sono tutti d'accordo con le sue cifre. Anzi. I farmacisti hanno già annunciato che rischiano di lavorare in perdita, anche se poi l'intervento di Federfarma sembra aver fatto rientrare la polemica. Alcuni produttori nazionali di mascherine chirurgiche, infatti, hanno comunicato alle Regioni di avere un costo di produzione più alto, che varia dai 60 centesimi ai 75. In questo modo vengono fatti fuori dal mercato. E tra questi ci sono molti imprenditori che negli ultimi due mesi avevano fatto investimenti, modificando la loro produzione originaria. In particolare quelli del settore moda, che ieri si son fatti sentire in un comunicato di Federmoda. «Il made in Italy non è evidentemente al centro delle attenzioni della politica del governo, almeno gli atti non sono conseguenti alle dichiarazioni. Evidentemente si pensa a una massiccia importazione di prodotti dalla Cina o da altri Paesi dove diritti del lavoro, rispetto dell'ambiente, etica e responsabilità sociale sono considerati un disturbo allo sviluppo economico». Secondo Federmoda, «l'imposizione del prezzo fissata ieri sera rappresenta un ulteriore schiaffo alle imprese italiane che hanno cercato di dare un contributo all'Italia mettendo a disposizione conoscenze e competenze e facendo lavorare persone che non gravano sulla spesa per gli ammortizzatori sociali. Il prezzo delle mascherine fissato a 50 centesimi non rispecchia i costi di produzione italiani». Ora infatti molti di loro si ritrovano di nuovo a ricominciare da capo. Non solo. Tutt'ora il prezzo delle mascherine chirurgiche è più basso in Cina e India. In questo modo non si farà altro che favorire le importazioni dall'estero, non premiando la nostra produzione nazionale. Lo stesso governatore del Veneto, Luca Zaia, sin dall'inizio della pandemia in aperto contrasto con l'esecutivo, lo ha spiegato: «Bisogna dare un aiuto alle imprese che producono mascherine a livello nazionale per poter stare sul mercato, ma se si dice che il prezzo è 50 centesimi, tutta la produzione nazionale sparisce perché penso che 50 centesimi non sia nemmeno il costo di produzione in Italia». Per di più non è ancora chiaro se nei 50 centesimi previsti da Arcuri siano comprese le spese di spedizione o l'Iva. È questo un dettaglio non da poco, perché con l'Iva bisogna togliere il 22% da 50 centesimi e si arriva così a 0,41, ma allo stesso tempo il rivenditore per non perderci deve acquistarle a 37 o 38 centesimi. Il commissario ha spiegato che i prezzi calmierati riguardano solo le mascherine chirurgiche, non quelle Ffp2 e Ffp3, «perché sono quelle destinate a un pubblico più ampio di cittadini». Anche Confcommercio è critica con la vicepresidente, Donatella Prampolini («il prezzo massimo di 50 centesimi è una cifra che non sta né in cielo né in terra»). Ma Arcuri tira dritto. E a metà pomeriggio, dopo un bombardamento di critiche e polemiche, ha annunciato contratti per 660 milioni di mascherine con cinque aziende italiane. Sono la Fab, la Marobe, la Mediberg, la Parmon e la Veneta distribuzione. Il prezzo medio è di 38 centesimi di euro al pezzo. Ma tutte le altre aziende?
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La Giosar doveva spedire i dispositivi pagati dalla Regione Lazio. In passato aveva causato un incidente diplomatico Italia-Russia.Domenico Arcuri dichiara guerra «alla speculazione sulla tragedia». Ma non tiene conto dei costi di chi ha riconvertito la produzione. Federmoda: «Schiaffo che favorirà i cinesi». Luca Zaia: «0,50 è fuori mercato».Lo speciale contiene due articoli.Nel mascherine gate del Lazio spunta una Cazzaro. «Un altro?», direte voi pensando a un refuso. E invece l'articolo giusto è al femminile, perché stiamo parlando di Stefania Cazzaro, padovana, classe 1966. La signora è il direttore della Giosar limited di Londra, la ditta di spedizioni che avrebbe dovuto portare in Italia i 7,5 milioni di mascherine Ffp3 ed Ffp2 marchiate 3M per conto della Eco Tech Srl, affidataria di un contratto da 35,8 milioni di euro. Il 23 aprile l'aereo con il carico sarebbe dovuto partire da Shanghai, ma così non è stato. Ad assicurarlo al consolato italiano sarebbe stato lo stesso spedizioniere, che però non parlava né italiano, né inglese, né cinese. Era un rappresentante della Giosar l'interlocutore del nostro ufficio diplomatico? Non è chiaro. Quel che è certo è che Cesare Gai, l'avvocato di Sergio Mondin e Anna Perna, gli amministratori di fatto e di diritto della Eco Tech, ci ha riferito che dei 13,5 milioni di anticipo che i suoi assistiti devono ancora restituire alla Regione, quasi 10 non sono più nella loro disponibilità: 4.530.000 euro sono andati alla Exor Sa, società svizzera che avrebbe dovuto fornire le mascherine 3M, 168.000 euro sono stati pagati di premio alla compagnia di assicurazioni Seguros Dhi-Atlas (una società non abilitata a emettere garanzie in Italia) e 4.740.000 sono stati versati alla Giosar.Il nome della Giosar spunta nel verbale di un briefing della portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, che risale allo scorso 2 aprile. Tra i vari punti del verbale c'è anche la risposta a un articolo apparso sul quotidiano italiano La Stampa sul «carico umanitario russo con mascherine per la Regione Abruzzo presumibilmente detenute in Russia». Facendo riferimento «a fonti dubbie (se presenti)», dice la Zakharova il 2 aprile, sono state riportate «informazioni completamente inesatte su una spedizione dalla Russia che sarebbe stata presumibilmente sequestrata. Naturalmente, abbiamo risposto a livello di ambasciata russa e continueremo a rispondere. Siamo riusciti a identificare l'intermediario - Giosar Ltd, registrato a Londra, il cui rappresentante ha rifiutato categoricamente di fornire qualsiasi informazione sulla transazione menzionata nell'articolo, o di rispondere a qualsiasi domanda sulla posizione, il costo e la natura del carico, o su il mittente o il destinatario specifici». Zakharova aggiunge che «si trattava di una transazione puramente commerciale che alcuni intermediari stranieri hanno cercato di realizzare attraverso un regime non trasparente. Allo stesso tempo, le autorità russe non sono state informate in anticipo di questa spedizione e non avevano nulla a che fare con essa». Insomma tutto molto opaco. E adesso la Giosar, guidata dalla Cazzaro, ricompare sui giornali italiani. Ma che cosa fa questa Giosar Ltd? Facendo una rapida ricerca nelle banche dati inglesi si scopre che la persona di riferimento dall'1 novembre 2018 è Stefania Cazzaro, nata nel luglio del 1966, indicata come «director». La stessa compare collegata con la stessa qualifica anche alla Chrome fashion limited, sempre di Londra, ma con sede a un indirizzo diverso. La Giosar risulta, infatti, appoggiata presso la G. Teoli&Co. al 741 di High road a Londra. Società che a sua volta fa capo a un commercialista, Giulio Teoli.Ieri l'avvocato Gai ha incontrato i pm di Roma Paolo Ielo ed Elena Neri per proporre l'interrogatorio dei suoi assistiti accusati di frode in pubbliche forniture. I magistrati hanno rimandato il faccia a faccia con gli indagati, spiegando di dover prima leggere tutte le carte che la Guardia di finanza sta acquisendo negli uffici della Regione Lazio. A Gai è stato chiesto di preparare un memoriale, mentre un noto amministrativista è stato incaricato di studiare il possibile ricorso al Tar. I Mondin riusciranno a restituire i 14,5 milioni di euro che la Regione rivuole indietro entro il 30 aprile? «A meno di miracoli, non credo, ma il breve lasso di tempo dato per la restituzione mal si concilia con i 30 giorni concessi per l'eventuale ricorso al Tar», conclude Gai.Intanto, a una settimana di distanza, la Regione Lazio non ha ancora consegnato tutta la documentazione richiesta dalle opposizioni al vicepresidente della Regione, Daniele Leodori, durante l'audizione del 20 aprile. Sergio Pirozzi, presidente della XII commissione, competente su emergenze e Protezione civile ci conferma: «Vedremo se la Regione avrà indietro i soldi dell'anticipo, se incasserà le polizze, o se ci sarà un ricorso al Tar che dilaterà i tempi. Sono comunque già emersi fatti gravi. Il vicepresidente Leodori ha dichiarato alla commissione che le fideiussioni sulla fornitura Eco Tech erano già state fornite alla Regione. In realtà le polizze sono state protocollate solo il giorno dopo. Questo significa che Leodori, che rappresentava Zingaretti che ha mantenuto la delega alla Protezione civile, ha mentito a due commissioni congiunte. All'estero ci si dimette per molto meno. Inoltre, mancano ancora tutti i preventivi sulle forniture di Dpi arrivati o richiesti dalla Regione nel mese di marzo. Il vicepresidente si era impegnato a fornire la documentazione entro 48 ore, ma così non è stato». La consigliera di Fratelli d'Italia Chiara Colosimo, che con la sua prima interrogazione ha innescato il mascherine-gate, aggiunge: «La revoca degli affidamenti alla Eco Tech è un tentativo della giunta Zingaretti di salvarsi in calcio d'angolo, ma in verità la toppa è peggio del buco. Come dimostrato infatti dalla vostra inchiesta, anche gli atti di revoca sembrano dimostrare un atteggiamento quanto meno approssimativo dei dirigenti e contenere ricostruzioni di dubbia veridicità. Se a tutto ciò si aggiunge il silenzio assordante del presidente Zingaretti appare ancora più evidente che abbiamo portato alla luce una vicenda vergognosa. Per questo attendiamo le dimissioni dei protagonisti e le scuse da parte di chi ci ha definito, anche attraverso l'uso distorto dei mezzi istituzionali, creatori di bufale mediatiche».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/spunta-fuori-unaltra-azienda-dei-misteri-a-cui-sono-stati-dati-4-7-milioni-di-zinga-2645859126.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="arcuri-fissa-il-prezzo-alle-mascherine-e-mette-fuorigioco-le-imprese-italiane" data-post-id="2645859126" data-published-at="1588026529" data-use-pagination="False"> Arcuri fissa il prezzo alle mascherine e mette fuorigioco le imprese italiane Era difficile scontentare in un solo colpo Regioni, imprenditori della moda che hanno da poco convertito la loro produzione per l'emergenza coronavirus e persino i farmacisti. E invece il duo Giuseppe Conte e Domenico Arcuri ci è riuscito in poco meno di 24 ore. Domenica sera il presidente del Consiglio aveva annunciato il prezzo calmierato a 50 centesimi per le mascherine chirurgiche, misura poi inserita nel decreto. Ieri mattina il commissario straordinario ha illustrato nella consueta videoconferenza con le Regioni il provvedimento, tra i dubbi dei delegati regionali che si ritrovano in queste ore a dover rinviare al mittente partite di mascherine chirurgiche già pagate a prezzi superiori. Ma Arcuri - che alla fine del suo intervento spiegherà che si può «uscire anche con un foulard a triplo velo» - è inflessibile sulla questione. «Vi daremo una mano noi a rinegoziare il prezzo», dice. «Vedrete, lo dico per esperienza, tra due giorni il prezzo si allineerà, succede da 2.000 anni», ha spiegato annunciando una guerra personale contro chi si sarebbe arricchito in questi due mesi grazie all'emergenza coronavirus. «Non è giusto che ci sia gente che guadagni dalla tragedia. Noi stiamo pagando mezzo euro un oggetto che costava prima della crisi appena 5 centesimi. Stiamo comprando a dieci volte il costo di produzione. Nelle guerre c'è chi viene sconfitto con le armi, e chi vince invece con la borsa valori». Eppure c'è qualcosa che non torna nelle citazioni belliche di Arcuri, nominato commissario l'11 marzo, già oggetto di critiche per i ritardi sulla distribuzione dei dispositivi di protezione. Inoltre non è ancora chiaro se sono compresi i costi di spedizione e soprattutto l'Iva, che secondo Conte non deve esserci, mentre per Arcuri a quanto pare sì. Secondo il commissario al momento il prezzo di produzione si aggira intorno ai 39 centesimi. Ma non sono tutti d'accordo con le sue cifre. Anzi. I farmacisti hanno già annunciato che rischiano di lavorare in perdita, anche se poi l'intervento di Federfarma sembra aver fatto rientrare la polemica. Alcuni produttori nazionali di mascherine chirurgiche, infatti, hanno comunicato alle Regioni di avere un costo di produzione più alto, che varia dai 60 centesimi ai 75. In questo modo vengono fatti fuori dal mercato. E tra questi ci sono molti imprenditori che negli ultimi due mesi avevano fatto investimenti, modificando la loro produzione originaria. In particolare quelli del settore moda, che ieri si son fatti sentire in un comunicato di Federmoda. «Il made in Italy non è evidentemente al centro delle attenzioni della politica del governo, almeno gli atti non sono conseguenti alle dichiarazioni. Evidentemente si pensa a una massiccia importazione di prodotti dalla Cina o da altri Paesi dove diritti del lavoro, rispetto dell'ambiente, etica e responsabilità sociale sono considerati un disturbo allo sviluppo economico». Secondo Federmoda, «l'imposizione del prezzo fissata ieri sera rappresenta un ulteriore schiaffo alle imprese italiane che hanno cercato di dare un contributo all'Italia mettendo a disposizione conoscenze e competenze e facendo lavorare persone che non gravano sulla spesa per gli ammortizzatori sociali. Il prezzo delle mascherine fissato a 50 centesimi non rispecchia i costi di produzione italiani». Ora infatti molti di loro si ritrovano di nuovo a ricominciare da capo. Non solo. Tutt'ora il prezzo delle mascherine chirurgiche è più basso in Cina e India. In questo modo non si farà altro che favorire le importazioni dall'estero, non premiando la nostra produzione nazionale. Lo stesso governatore del Veneto, Luca Zaia, sin dall'inizio della pandemia in aperto contrasto con l'esecutivo, lo ha spiegato: «Bisogna dare un aiuto alle imprese che producono mascherine a livello nazionale per poter stare sul mercato, ma se si dice che il prezzo è 50 centesimi, tutta la produzione nazionale sparisce perché penso che 50 centesimi non sia nemmeno il costo di produzione in Italia». Per di più non è ancora chiaro se nei 50 centesimi previsti da Arcuri siano comprese le spese di spedizione o l'Iva. È questo un dettaglio non da poco, perché con l'Iva bisogna togliere il 22% da 50 centesimi e si arriva così a 0,41, ma allo stesso tempo il rivenditore per non perderci deve acquistarle a 37 o 38 centesimi. Il commissario ha spiegato che i prezzi calmierati riguardano solo le mascherine chirurgiche, non quelle Ffp2 e Ffp3, «perché sono quelle destinate a un pubblico più ampio di cittadini». Anche Confcommercio è critica con la vicepresidente, Donatella Prampolini («il prezzo massimo di 50 centesimi è una cifra che non sta né in cielo né in terra»). Ma Arcuri tira dritto. E a metà pomeriggio, dopo un bombardamento di critiche e polemiche, ha annunciato contratti per 660 milioni di mascherine con cinque aziende italiane. Sono la Fab, la Marobe, la Mediberg, la Parmon e la Veneta distribuzione. Il prezzo medio è di 38 centesimi di euro al pezzo. Ma tutte le altre aziende?
Una concessionaria Ford Motor Company a Stoneham nel Massachusetts (Ansa)
La notizia l’ha data il Wall Street Journal: il Pentagono è in contatto con i vertici di diverse aziende, alle quali ha chiesto di fabbricare armi e munizioni. Già da mesi - da prima, cioè, che scoppiasse la guerra in Iran - alcuni alti funzionari hanno tenuto una serie di incontri con le società statunitensi, convocando, tra gli altri, gli amministratori delegati di General Motors, Mary Barra, e di Ford, Jim Farley. Ai colloqui hanno partecipato anche Ge Aerospace e, dal mese di novembre, la Oshkosh, compagnia del Wisconsin, che già assembla mezzi per il trasporto delle truppe, ma che ancora trae il grosso dei suoi 10 miliardi e mezzo di dollari di ricavi dal mercato civile. Un rappresentante del ministero di Pete Hegseth, al quotidiano newyorkese, ha detto che il Dipartimento è «impegnato ad allargare rapidamente la base industriale della difesa, facendo leva su tutte le soluzioni commerciali e le tecnologie disponibili, allo scopo di assicurare che i nostri combattenti mantengano un vantaggio decisivo». Di recente, il dicastero della Virginia ha proposto l’approvazione di un bilancio monstre da 1.500 miliardi, giustificandolo con la volontà di investire in munizionamento e droni. Due asset cruciali per i conflitti del futuro, che saranno sempre più automatizzati, ma che - e lo si è visto nell’Est Europa - possono anche inasprirsi lungo linee d’attrito, nelle quali le capacità di rifornire di continuo l’artiglieria fanno la differenza.
In effetti, la mossa del governo Usa si è resa necessaria a causa del progressivo assottigliamento delle scorte, dopo anni di aiuti all’Ucraina, sostegno a Israele e, ovviamente, in seguito ai quaranta giorni di pesanti bombardamenti contro il regime degli ayatollah. Forse è anche per risparmiare risorse che gli Stati Uniti si sono risolti a stabilire una tregua, mentre negoziano con Teheran.
Il fatto che il Pentagono abbia raggiunto le prime imprese verso la fine del 2025 dimostra che gli apparati avevano ben presente il vulnus. Secondo una ricostruzione pubblicata dal New York Times, lo stesso Trump, durante le discussioni nella Situation room sull’invito di Benjamin Netanyahu a unirsi a Tel Aviv contro i pasdaran, sarebbe stato messo in guardia dal generale Dan Caine, il capo dello Stato maggiore congiunto. Quest’ultimo avrebbe segnalato che «una grande campagna contro l’Iran avrebbe ridotto drasticamente le riserve di armamenti americani, compresi i missili intercettori, la cui fabbricazione era stata compromessa da anni di sostengo all’Ucraina e a Israele. Il generale Caine», aggiungeva il giornale della Grande Mela, «non intravedeva alcun percorso chiaro per rimpinguare velocemente queste scorte». Nella sfortunata eventualità in cui si fosse aperto un ulteriore teatro di guerra, quindi, Washington si sarebbe trovata scoperta. Per dire: se domattina la Cina invadesse Taiwan, gli Usa faticherebbero a tenere botta nell’Indo-Pacifico.
L’idea di «precettare» le industrie non è un’esclusiva di The Donald. La Russia e l’Ucraina, per ovvi motivi, hanno messo da tempo gli elmetti sulle catene di montaggio. Anche l’Italia ci aveva fatto un pensierino: giusto un anno fa, il ministro Adolfo Urso aveva proposto di sopperire al calo delle vendite di vetture con la riconversione dell’automotive ai settori della difesa e dell’aerospazio. Gli apripista dovevano essere i tedeschi. A marzo 2025, Rheinmetall aveva manifestato interesse per l’acquisizione dello stabilimento Volkswagen di Osnabrück, da dove sarebbero uscite non più le Golf bensì i carri armati. Non se ne è fatto nulla. Qualche settimana fa, il ceo della casa di Wolfsburg ha quindi annunciato contatti con l’israeliana Rafael advanced defense systems: la Bassa Sassonia sarebbe diventata il sito di produzione di alcuni componenti di Iron dome. La notizia, però, è stata smentita dalla stessa Volkswagen. Passi concreti, invece, li ha compiuti la divisione camion di Daimler, che raddoppierà le dimensioni del suo business militare entro il 2030. Il guaio è che eliminerà 5.000 posti di lavoro, pari al 14% dell’organico: il superiore livello di automazione delle linee belliche non è amico degli operai. Stesso destino toccherà alla Alstom: ci fu un’epoca in cui costruiva treni; adesso ha ceduto l’impianto di Görlitz a Knds, che sforna i tank Leopard 2 e i corazzati Puma. Di 2.000 occupati, al momento della vendita ne erano rimasti 700; Knds ha promesso che ne manterrà solo la metà.
Proprio ieri, peraltro, Ursula von der Leyen si è sentita con il segretario della Nato, Mark Rutte, con il quale ha discusso «di come aumentare la produzione industriale nel settore della difesa in Europa. Dobbiamo investire di più», ha detto la presidente della Commissione Ue, «produrre di più e fare entrambe le cose più rapidamente». A scapito dei lavoratori? Nel frattempo, l’Iran ha comunicato di aver addirittura decuplicato la sua produzione di droni. Se fosse vero, significherebbe che le bombe Usa non sono bastate a tagliare tutte le teste dell’idra islamica.
Chissà se lo svuotamento degli arsenali, oltre alla svolta industriale, favorirà una soluzione diplomatica ai conflitti. Sia in Medio Oriente sia nel Donbass, dove sarebbe vicina un’intesa tra Kiev e gli Usa sulle garanzie di sicurezza. E dove il Cremlino dovrà prendere atto dello stallo sul terreno. Non sarebbe una pace «disarmante», come la vuole Leone XIV, cioè in grado di «aprire i cuori» e di «generare fiducia». Ma di certo, sarebbe «disarmata».
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Ansa
L’Iea (l’Agenzia internazionale dell’energia), organizzazione intergovernativa fondata da 29 Paesi, ha lanciato l’allarme. Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Agenzia, in una intervista ha detto che l’Europa potrebbe trovarsi a breve di fronte a una grave emergenza per il trasporto aereo. Le scorte potrebbero addirittura durare solo 6 settimane a causa del blocco di Hormuz, che fa registrare pesanti ripercussioni sulle forniture di jet fuel. Secondo Birol in assenza di una rapida risoluzione del conflitto le compagnie aeree saranno costrette a introdurre cancellazioni di voli nel medio periodo. Prospettiva che potrebbe avere impatti significativi sulla mobilità dei passeggeri, sul turismo, il commercio e le catene logistiche con un impatto negativo importante su tutta l’economia.
Intanto la Ue è al lavoro per mettere a punto un piano rivolto al carburante per aerei, prodotto che l’Europa importa per circa il 75% dal Medio Oriente con una dipendenza superiore a quella di qualsiasi altro combustibile per trasporto. La Commissione sta elaborando una strategia che dovrebbe essere presentata il 22 aprile basata su tre punti: monitoraggio della capacità di raffinazione per massimizzare la produzione interna; misure per garantire che le raffinerie operino nella massima capacità evitando fermi per manutenzione; infine acquisti congiunti di cherosene. Un altro capitolo riguarderebbe la possibilità di coordinare i membri della Ue per le scorte di jet fuel, un prodotto per il quale non esiste un obbligo di riserve e che quindi vede comportamenti disomogenei tra i vari Stati.
In attesa di Bruxelles, le compagnie cominciano a fare i conti con le difficoltà.
Klm, ad esempio, ha annunciato la cancellazione di 160 voli in Europa nel prossimo mese con la motivazione dei rincari del cherosene ma precisando che non ha problemi di carenza di jet fuel. Peraltro, nonostante i disagi, i voli soppressi rappresentano meno dell’1% dell’offerta della compagnia. Decisione simile anche per l’elvetica Edelweiss che ha modificato il planning relativo agli Stati Uniti e all’Oman, in questo caso a causa del calo della domanda oltre all’aumento del prezzo del carburante. L’adeguamento riguarda in particolare i collegamenti con il Nord America nel programma estivo. I voli verso Denver e Seattle sono stati eliminati completamente, mentre sulla rotta per Las Vegas le frequenze verranno ridotte nella tarda primavera e in autunno. Nel programma invernale 2026/27 verranno cancellati i collegamenti verso Mascate e Salalah, in Oman. I passeggeri già in possesso di biglietti per le destinazioni interessate saranno reindirizzati su collegamenti alternativi, oppure saranno rimborsati.
La crisi energetica sta facendo sentire i suoi effetti sui conti economici di alcuni vettori. La britannica low cost EasyJet ha annunciato una perdita pre tasse tra 540 e 560 milioni di sterline per il semestre ottobre-marzo, a fronte dei 394 milioni di sterline della prima metà del 2024-25 e ha segnalato che il conflitto in Medio Oriente ha causato un aumento dei costi del carburante di 25 milioni nel mese di marzo. Con l’estate alle porte, la situazione già grave, rischia di esplodere. Il ceo, Kenton Jarvis, ha affermato che la domanda resta sostenuta ma i risultati finanziari sono peggiorati. Pesa anche l’atteggiamento prudente dei passeggeri che a fronte della situazione incerta, tendono a posticipare le prenotazioni. Nonostante questo EasyJet dice di aver registrato a Pasqua la sua migliore performance di questo periodo a dimostrazione che la situazione è caratterizzata da estrema volatilità. Secondo quanto riporta The Guardian, EasyJet resta comunque fiduciosa riguardo alle forniture di carburante: sebbene abbia coperto il 70% del proprio fabbisogno per il resto dell’anno fiscale fino a settembre, ha però evidenziato che ogni variazione di 100 dollari nel prezzo spot del carburante per aerei per tonnellata metrica comporta un aumento di 40 milioni di sterline nei costi per le forniture non coperte – e attualmente il prezzo è di circa 800 dollari superiore a quello precedente all’inizio del conflitto. Jarvis, come riferito dal quotidiano londinese, ha definito pura speculazione qualsiasi ipotesi di dover cancellare voli. Una possibilità che invece era stata sollevata dal ceo di Ryanair, Michael O’Leary per la fine dell’estate qualora lo stretto di Hormuz dovesse restare chiuso.
Jarvis ha infine dichiarato: «Abbiamo visibilità fino a metà maggio e non abbiamo preoccupazioni».
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La spettacolare rivisitazione europea del racconto di Robert Louis Stevenson, Dottor Jekyll e Mr. Hyde, si sostanzia nell’acquisto di 2,46 miliardi di metri cubi di Gnl a marzo (dati Istituto Bruegel), record assoluto in volume, e in un istruttivo elenco dei maggiori acquirenti.
La prima della classe nelle rinnovabili, la Spagna, infatti, zitta zitta, è stata anche il primo e migliore cliente di Vladimir Putin, con acquisti per 355 milioni di euro (+124% rispetto al mese precedente). Niente male anche la Francia, con 287 milioni di euro di acquisti in un solo mese, poi Belgio e Olanda, da cui i volumi vanno, in gran parte, in Germania. Da aprile questo non sarà più possibile, essendo scattato il bando progressivo del gas russo, un processo che si concluderà tra un anno e mezzo. Tutti i terminali spagnoli hanno aumentato i ritiri di gas russo, con Bilbao come principale punto di ingresso.
Questo dato si inserisce in una dinamica che prosegue da tempo. Dal dicembre 2022 a marzo 2026 l’Unione europea ha acquistato più Gnl russo rispetto a Cina e Giappone messi insieme, rappresentando la metà delle esportazioni totali di Gnl della Russia. Nello stesso periodo l’Ue si è confermata anche il principale acquirente di gas russo via gasdotto, con una quota del 33% sull’export. Dunque l’Ue, mentre presta decine di miliardi a Kiev per difendersi dall’orso russo, allo stesso tempo fornisce a quest’ultimo centinaia di milioni di euro freschi di stampa.
Tra il blocco dello Stretto di Hormuz e il bando del gas russo, l’Europa si trova ancora una volta nel mezzo, senza una strategia energetica credibile. Niente di nuovo. Nel frattempo, il Dipartimento dell’energia americano informa che nel 2025 le esportazioni di Gnl verso l’Europa hanno raggiunto il record di 107 miliardi di metri cubi, di cui 5,1 diretti in Italia. Il nostro Paese fa segnare il maggiore incremento di import dagli Usa rispetto all’anno precedente. Nel complesso, l’Europa ha rappresentato il 68% dell’export americano, con un aumento del 63% rispetto al 2024.
Se però i prezzi del gas a marzo non sono andati alle stelle è anche perché le importazioni cinesi di Gnl sono diminuite del 10,7% su base annua, scendendo a 11,3 mld Smc. Alcune compagnie cinesi hanno addirittura rivenduto sul mercato asiatico tra 8 e 10 carichi di Gnl. Questo ha aumentato l’offerta disponibile nell’area e ha contribuito a ridurre la pressione sui prezzi internazionali, ampliando la liquidità del mercato nel breve periodo.
La riduzione dei flussi dal Qatar, legata alla crisi nel Golfo Persico, si è inserita in questo contesto. I minori volumi attesi non si sono tradotti in una compressione dell’offerta disponibile in Europa, perché compensati dalla maggiore disponibilità derivante dalla domanda asiatica più debole e dalla continuità dei flussi russi verso l’Europa. Vedremo cosa succederà nei prossimi giorni, ma la concomitanza della crisi di Hormuz con l’inizio del bando del gas russo non è esattamente un modello di sicurezza energetica, né di garanzia di costi bassi.
Tanto che la stessa Commissione europea, in preda ad evidente stordimento, si avvia barcollando a cercare qualche crepa nel suo stesso furore ideologico. Green ad ogni costo, Patto di stabilità e divieto di aiuti di stato: una scarica di diretti che manderebbe al tappeto qualunque economia mondiale e che invece a Bruxelles è una specie di Trinità.
Bruxelles ha elaborato un quadro temporaneo per gestire gli effetti della crisi iraniana. Il Temporary Iran Crisis Energy Framework (ancora in bozza di discussione) consente agli Stati membri di introdurre misure di sostegno per famiglie e imprese, con l’obiettivo dichiarato di limitare l’impatto economico dello shock. La Commissione prevede la possibilità di intervenire sul prezzo dell’elettricità attraverso un abbattimento (temporaneo) del costo del gas utilizzato nella generazione, includendo strumenti di riduzione diretta del prezzo finale. Qui si inserisce la trattativa Stato-Commissione sul famigerato articolo 6 del Decreto bollette del governo di Giorgia Meloni, già convertito in legge. La norma italiana prevede che i costi dell’Ets (la tassa sulla CO2 emessa) vengano rimborsati ai produttori termoelettrici per abbassare il prezzo dell’energia elettrica. Il quadro temporaneo della Commissione, invece, dice che qualunque aiuto di Stato deve preservare i segnali di investimento di lungo periodo e compensare esclusivamente l’aumento del prezzo del gas, senza includere il costo delle emissioni Ets.
Detta così non sembra esserci speranza per il decreto italiano sull’Ets. Ma pochi giorni fa il direttore generale della Direzione Mercati e Infrastrutture energetiche presso il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica (Mase), Alessandro Noce, ha detto che in realtà il documento della Commissione consente la misura italiana sull’Ets perché formalmente non è una cancellazione dell’Ets, ma un rimborso parametrato ad esso. Posizione ardita e assai sottile. Può sembrare un cavillo, ma non lo è. In effetti, il decreto non tocca l’impianto normativo dell’Ets, che resta in vigore, ma stabilisce un rimborso ai termoelettrici di un valore pari al costo dell’Ets. Intanto, il sottosegretario Vannia Gava è incaricata della trattativa con Bruxelles.
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