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2020-04-28
Spunta fuori un’altra azienda dei misteri a cui sono stati dati 4,7 milioni di Zinga
Nicola Zingaretti (Ansa)
Nel mascherine gate del Lazio spunta una Cazzaro. «Un altro?», direte voi pensando a un refuso. E invece l'articolo giusto è al femminile, perché stiamo parlando di Stefania Cazzaro, padovana, classe 1966. La signora è il direttore della Giosar limited di Londra, la ditta di spedizioni che avrebbe dovuto portare in Italia i 7,5 milioni di mascherine Ffp3 ed Ffp2 marchiate 3M per conto della Eco Tech Srl, affidataria di un contratto da 35,8 milioni di euro. Il 23 aprile l'aereo con il carico sarebbe dovuto partire da Shanghai, ma così non è stato. Ad assicurarlo al consolato italiano sarebbe stato lo stesso spedizioniere, che però non parlava né italiano, né inglese, né cinese. Era un rappresentante della Giosar l'interlocutore del nostro ufficio diplomatico? Non è chiaro. Quel che è certo è che Cesare Gai, l'avvocato di Sergio Mondin e Anna Perna, gli amministratori di fatto e di diritto della Eco Tech, ci ha riferito che dei 13,5 milioni di anticipo che i suoi assistiti devono ancora restituire alla Regione, quasi 10 non sono più nella loro disponibilità: 4.530.000 euro sono andati alla Exor Sa, società svizzera che avrebbe dovuto fornire le mascherine 3M, 168.000 euro sono stati pagati di premio alla compagnia di assicurazioni Seguros Dhi-Atlas (una società non abilitata a emettere garanzie in Italia) e 4.740.000 sono stati versati alla Giosar.
Il nome della Giosar spunta nel verbale di un briefing della portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, che risale allo scorso 2 aprile. Tra i vari punti del verbale c'è anche la risposta a un articolo apparso sul quotidiano italiano La Stampa sul «carico umanitario russo con mascherine per la Regione Abruzzo presumibilmente detenute in Russia». Facendo riferimento «a fonti dubbie (se presenti)», dice la Zakharova il 2 aprile, sono state riportate «informazioni completamente inesatte su una spedizione dalla Russia che sarebbe stata presumibilmente sequestrata. Naturalmente, abbiamo risposto a livello di ambasciata russa e continueremo a rispondere. Siamo riusciti a identificare l'intermediario - Giosar Ltd, registrato a Londra, il cui rappresentante ha rifiutato categoricamente di fornire qualsiasi informazione sulla transazione menzionata nell'articolo, o di rispondere a qualsiasi domanda sulla posizione, il costo e la natura del carico, o su il mittente o il destinatario specifici». Zakharova aggiunge che «si trattava di una transazione puramente commerciale che alcuni intermediari stranieri hanno cercato di realizzare attraverso un regime non trasparente. Allo stesso tempo, le autorità russe non sono state informate in anticipo di questa spedizione e non avevano nulla a che fare con essa».
Insomma tutto molto opaco. E adesso la Giosar, guidata dalla Cazzaro, ricompare sui giornali italiani. Ma che cosa fa questa Giosar Ltd? Facendo una rapida ricerca nelle banche dati inglesi si scopre che la persona di riferimento dall'1 novembre 2018 è Stefania Cazzaro, nata nel luglio del 1966, indicata come «director». La stessa compare collegata con la stessa qualifica anche alla Chrome fashion limited, sempre di Londra, ma con sede a un indirizzo diverso. La Giosar risulta, infatti, appoggiata presso la G. Teoli&Co. al 741 di High road a Londra. Società che a sua volta fa capo a un commercialista, Giulio Teoli.
Ieri l'avvocato Gai ha incontrato i pm di Roma Paolo Ielo ed Elena Neri per proporre l'interrogatorio dei suoi assistiti accusati di frode in pubbliche forniture. I magistrati hanno rimandato il faccia a faccia con gli indagati, spiegando di dover prima leggere tutte le carte che la Guardia di finanza sta acquisendo negli uffici della Regione Lazio. A Gai è stato chiesto di preparare un memoriale, mentre un noto amministrativista è stato incaricato di studiare il possibile ricorso al Tar. I Mondin riusciranno a restituire i 14,5 milioni di euro che la Regione rivuole indietro entro il 30 aprile? «A meno di miracoli, non credo, ma il breve lasso di tempo dato per la restituzione mal si concilia con i 30 giorni concessi per l'eventuale ricorso al Tar», conclude Gai.
Intanto, a una settimana di distanza, la Regione Lazio non ha ancora consegnato tutta la documentazione richiesta dalle opposizioni al vicepresidente della Regione, Daniele Leodori, durante l'audizione del 20 aprile. Sergio Pirozzi, presidente della XII commissione, competente su emergenze e Protezione civile ci conferma: «Vedremo se la Regione avrà indietro i soldi dell'anticipo, se incasserà le polizze, o se ci sarà un ricorso al Tar che dilaterà i tempi. Sono comunque già emersi fatti gravi. Il vicepresidente Leodori ha dichiarato alla commissione che le fideiussioni sulla fornitura Eco Tech erano già state fornite alla Regione. In realtà le polizze sono state protocollate solo il giorno dopo. Questo significa che Leodori, che rappresentava Zingaretti che ha mantenuto la delega alla Protezione civile, ha mentito a due commissioni congiunte. All'estero ci si dimette per molto meno. Inoltre, mancano ancora tutti i preventivi sulle forniture di Dpi arrivati o richiesti dalla Regione nel mese di marzo. Il vicepresidente si era impegnato a fornire la documentazione entro 48 ore, ma così non è stato». La consigliera di Fratelli d'Italia Chiara Colosimo, che con la sua prima interrogazione ha innescato il mascherine-gate, aggiunge: «La revoca degli affidamenti alla Eco Tech è un tentativo della giunta Zingaretti di salvarsi in calcio d'angolo, ma in verità la toppa è peggio del buco. Come dimostrato infatti dalla vostra inchiesta, anche gli atti di revoca sembrano dimostrare un atteggiamento quanto meno approssimativo dei dirigenti e contenere ricostruzioni di dubbia veridicità. Se a tutto ciò si aggiunge il silenzio assordante del presidente Zingaretti appare ancora più evidente che abbiamo portato alla luce una vicenda vergognosa. Per questo attendiamo le dimissioni dei protagonisti e le scuse da parte di chi ci ha definito, anche attraverso l'uso distorto dei mezzi istituzionali, creatori di bufale mediatiche».
Arcuri fissa il prezzo alle mascherine e mette fuorigioco le imprese italiane
Era difficile scontentare in un solo colpo Regioni, imprenditori della moda che hanno da poco convertito la loro produzione per l'emergenza coronavirus e persino i farmacisti. E invece il duo Giuseppe Conte e Domenico Arcuri ci è riuscito in poco meno di 24 ore. Domenica sera il presidente del Consiglio aveva annunciato il prezzo calmierato a 50 centesimi per le mascherine chirurgiche, misura poi inserita nel decreto. Ieri mattina il commissario straordinario ha illustrato nella consueta videoconferenza con le Regioni il provvedimento, tra i dubbi dei delegati regionali che si ritrovano in queste ore a dover rinviare al mittente partite di mascherine chirurgiche già pagate a prezzi superiori. Ma Arcuri - che alla fine del suo intervento spiegherà che si può «uscire anche con un foulard a triplo velo» - è inflessibile sulla questione.
«Vi daremo una mano noi a rinegoziare il prezzo», dice. «Vedrete, lo dico per esperienza, tra due giorni il prezzo si allineerà, succede da 2.000 anni», ha spiegato annunciando una guerra personale contro chi si sarebbe arricchito in questi due mesi grazie all'emergenza coronavirus. «Non è giusto che ci sia gente che guadagni dalla tragedia. Noi stiamo pagando mezzo euro un oggetto che costava prima della crisi appena 5 centesimi. Stiamo comprando a dieci volte il costo di produzione. Nelle guerre c'è chi viene sconfitto con le armi, e chi vince invece con la borsa valori».
Eppure c'è qualcosa che non torna nelle citazioni belliche di Arcuri, nominato commissario l'11 marzo, già oggetto di critiche per i ritardi sulla distribuzione dei dispositivi di protezione. Inoltre non è ancora chiaro se sono compresi i costi di spedizione e soprattutto l'Iva, che secondo Conte non deve esserci, mentre per Arcuri a quanto pare sì. Secondo il commissario al momento il prezzo di produzione si aggira intorno ai 39 centesimi. Ma non sono tutti d'accordo con le sue cifre. Anzi. I farmacisti hanno già annunciato che rischiano di lavorare in perdita, anche se poi l'intervento di Federfarma sembra aver fatto rientrare la polemica. Alcuni produttori nazionali di mascherine chirurgiche, infatti, hanno comunicato alle Regioni di avere un costo di produzione più alto, che varia dai 60 centesimi ai 75. In questo modo vengono fatti fuori dal mercato. E tra questi ci sono molti imprenditori che negli ultimi due mesi avevano fatto investimenti, modificando la loro produzione originaria. In particolare quelli del settore moda, che ieri si son fatti sentire in un comunicato di Federmoda. «Il made in Italy non è evidentemente al centro delle attenzioni della politica del governo, almeno gli atti non sono conseguenti alle dichiarazioni. Evidentemente si pensa a una massiccia importazione di prodotti dalla Cina o da altri Paesi dove diritti del lavoro, rispetto dell'ambiente, etica e responsabilità sociale sono considerati un disturbo allo sviluppo economico». Secondo Federmoda, «l'imposizione del prezzo fissata ieri sera rappresenta un ulteriore schiaffo alle imprese italiane che hanno cercato di dare un contributo all'Italia mettendo a disposizione conoscenze e competenze e facendo lavorare persone che non gravano sulla spesa per gli ammortizzatori sociali. Il prezzo delle mascherine fissato a 50 centesimi non rispecchia i costi di produzione italiani». Ora infatti molti di loro si ritrovano di nuovo a ricominciare da capo. Non solo. Tutt'ora il prezzo delle mascherine chirurgiche è più basso in Cina e India. In questo modo non si farà altro che favorire le importazioni dall'estero, non premiando la nostra produzione nazionale. Lo stesso governatore del Veneto, Luca Zaia, sin dall'inizio della pandemia in aperto contrasto con l'esecutivo, lo ha spiegato: «Bisogna dare un aiuto alle imprese che producono mascherine a livello nazionale per poter stare sul mercato, ma se si dice che il prezzo è 50 centesimi, tutta la produzione nazionale sparisce perché penso che 50 centesimi non sia nemmeno il costo di produzione in Italia». Per di più non è ancora chiaro se nei 50 centesimi previsti da Arcuri siano comprese le spese di spedizione o l'Iva. È questo un dettaglio non da poco, perché con l'Iva bisogna togliere il 22% da 50 centesimi e si arriva così a 0,41, ma allo stesso tempo il rivenditore per non perderci deve acquistarle a 37 o 38 centesimi. Il commissario ha spiegato che i prezzi calmierati riguardano solo le mascherine chirurgiche, non quelle Ffp2 e Ffp3, «perché sono quelle destinate a un pubblico più ampio di cittadini». Anche Confcommercio è critica con la vicepresidente, Donatella Prampolini («il prezzo massimo di 50 centesimi è una cifra che non sta né in cielo né in terra»). Ma Arcuri tira dritto. E a metà pomeriggio, dopo un bombardamento di critiche e polemiche, ha annunciato contratti per 660 milioni di mascherine con cinque aziende italiane. Sono la Fab, la Marobe, la Mediberg, la Parmon e la Veneta distribuzione. Il prezzo medio è di 38 centesimi di euro al pezzo. Ma tutte le altre aziende?
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La Giosar doveva spedire i dispositivi pagati dalla Regione Lazio. In passato aveva causato un incidente diplomatico Italia-Russia.Domenico Arcuri dichiara guerra «alla speculazione sulla tragedia». Ma non tiene conto dei costi di chi ha riconvertito la produzione. Federmoda: «Schiaffo che favorirà i cinesi». Luca Zaia: «0,50 è fuori mercato».Lo speciale contiene due articoli.Nel mascherine gate del Lazio spunta una Cazzaro. «Un altro?», direte voi pensando a un refuso. E invece l'articolo giusto è al femminile, perché stiamo parlando di Stefania Cazzaro, padovana, classe 1966. La signora è il direttore della Giosar limited di Londra, la ditta di spedizioni che avrebbe dovuto portare in Italia i 7,5 milioni di mascherine Ffp3 ed Ffp2 marchiate 3M per conto della Eco Tech Srl, affidataria di un contratto da 35,8 milioni di euro. Il 23 aprile l'aereo con il carico sarebbe dovuto partire da Shanghai, ma così non è stato. Ad assicurarlo al consolato italiano sarebbe stato lo stesso spedizioniere, che però non parlava né italiano, né inglese, né cinese. Era un rappresentante della Giosar l'interlocutore del nostro ufficio diplomatico? Non è chiaro. Quel che è certo è che Cesare Gai, l'avvocato di Sergio Mondin e Anna Perna, gli amministratori di fatto e di diritto della Eco Tech, ci ha riferito che dei 13,5 milioni di anticipo che i suoi assistiti devono ancora restituire alla Regione, quasi 10 non sono più nella loro disponibilità: 4.530.000 euro sono andati alla Exor Sa, società svizzera che avrebbe dovuto fornire le mascherine 3M, 168.000 euro sono stati pagati di premio alla compagnia di assicurazioni Seguros Dhi-Atlas (una società non abilitata a emettere garanzie in Italia) e 4.740.000 sono stati versati alla Giosar.Il nome della Giosar spunta nel verbale di un briefing della portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, che risale allo scorso 2 aprile. Tra i vari punti del verbale c'è anche la risposta a un articolo apparso sul quotidiano italiano La Stampa sul «carico umanitario russo con mascherine per la Regione Abruzzo presumibilmente detenute in Russia». Facendo riferimento «a fonti dubbie (se presenti)», dice la Zakharova il 2 aprile, sono state riportate «informazioni completamente inesatte su una spedizione dalla Russia che sarebbe stata presumibilmente sequestrata. Naturalmente, abbiamo risposto a livello di ambasciata russa e continueremo a rispondere. Siamo riusciti a identificare l'intermediario - Giosar Ltd, registrato a Londra, il cui rappresentante ha rifiutato categoricamente di fornire qualsiasi informazione sulla transazione menzionata nell'articolo, o di rispondere a qualsiasi domanda sulla posizione, il costo e la natura del carico, o su il mittente o il destinatario specifici». Zakharova aggiunge che «si trattava di una transazione puramente commerciale che alcuni intermediari stranieri hanno cercato di realizzare attraverso un regime non trasparente. Allo stesso tempo, le autorità russe non sono state informate in anticipo di questa spedizione e non avevano nulla a che fare con essa». Insomma tutto molto opaco. E adesso la Giosar, guidata dalla Cazzaro, ricompare sui giornali italiani. Ma che cosa fa questa Giosar Ltd? Facendo una rapida ricerca nelle banche dati inglesi si scopre che la persona di riferimento dall'1 novembre 2018 è Stefania Cazzaro, nata nel luglio del 1966, indicata come «director». La stessa compare collegata con la stessa qualifica anche alla Chrome fashion limited, sempre di Londra, ma con sede a un indirizzo diverso. La Giosar risulta, infatti, appoggiata presso la G. Teoli&Co. al 741 di High road a Londra. Società che a sua volta fa capo a un commercialista, Giulio Teoli.Ieri l'avvocato Gai ha incontrato i pm di Roma Paolo Ielo ed Elena Neri per proporre l'interrogatorio dei suoi assistiti accusati di frode in pubbliche forniture. I magistrati hanno rimandato il faccia a faccia con gli indagati, spiegando di dover prima leggere tutte le carte che la Guardia di finanza sta acquisendo negli uffici della Regione Lazio. A Gai è stato chiesto di preparare un memoriale, mentre un noto amministrativista è stato incaricato di studiare il possibile ricorso al Tar. I Mondin riusciranno a restituire i 14,5 milioni di euro che la Regione rivuole indietro entro il 30 aprile? «A meno di miracoli, non credo, ma il breve lasso di tempo dato per la restituzione mal si concilia con i 30 giorni concessi per l'eventuale ricorso al Tar», conclude Gai.Intanto, a una settimana di distanza, la Regione Lazio non ha ancora consegnato tutta la documentazione richiesta dalle opposizioni al vicepresidente della Regione, Daniele Leodori, durante l'audizione del 20 aprile. Sergio Pirozzi, presidente della XII commissione, competente su emergenze e Protezione civile ci conferma: «Vedremo se la Regione avrà indietro i soldi dell'anticipo, se incasserà le polizze, o se ci sarà un ricorso al Tar che dilaterà i tempi. Sono comunque già emersi fatti gravi. Il vicepresidente Leodori ha dichiarato alla commissione che le fideiussioni sulla fornitura Eco Tech erano già state fornite alla Regione. In realtà le polizze sono state protocollate solo il giorno dopo. Questo significa che Leodori, che rappresentava Zingaretti che ha mantenuto la delega alla Protezione civile, ha mentito a due commissioni congiunte. All'estero ci si dimette per molto meno. Inoltre, mancano ancora tutti i preventivi sulle forniture di Dpi arrivati o richiesti dalla Regione nel mese di marzo. Il vicepresidente si era impegnato a fornire la documentazione entro 48 ore, ma così non è stato». La consigliera di Fratelli d'Italia Chiara Colosimo, che con la sua prima interrogazione ha innescato il mascherine-gate, aggiunge: «La revoca degli affidamenti alla Eco Tech è un tentativo della giunta Zingaretti di salvarsi in calcio d'angolo, ma in verità la toppa è peggio del buco. Come dimostrato infatti dalla vostra inchiesta, anche gli atti di revoca sembrano dimostrare un atteggiamento quanto meno approssimativo dei dirigenti e contenere ricostruzioni di dubbia veridicità. Se a tutto ciò si aggiunge il silenzio assordante del presidente Zingaretti appare ancora più evidente che abbiamo portato alla luce una vicenda vergognosa. Per questo attendiamo le dimissioni dei protagonisti e le scuse da parte di chi ci ha definito, anche attraverso l'uso distorto dei mezzi istituzionali, creatori di bufale mediatiche».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/spunta-fuori-unaltra-azienda-dei-misteri-a-cui-sono-stati-dati-4-7-milioni-di-zinga-2645859126.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="arcuri-fissa-il-prezzo-alle-mascherine-e-mette-fuorigioco-le-imprese-italiane" data-post-id="2645859126" data-published-at="1588026529" data-use-pagination="False"> Arcuri fissa il prezzo alle mascherine e mette fuorigioco le imprese italiane Era difficile scontentare in un solo colpo Regioni, imprenditori della moda che hanno da poco convertito la loro produzione per l'emergenza coronavirus e persino i farmacisti. E invece il duo Giuseppe Conte e Domenico Arcuri ci è riuscito in poco meno di 24 ore. Domenica sera il presidente del Consiglio aveva annunciato il prezzo calmierato a 50 centesimi per le mascherine chirurgiche, misura poi inserita nel decreto. Ieri mattina il commissario straordinario ha illustrato nella consueta videoconferenza con le Regioni il provvedimento, tra i dubbi dei delegati regionali che si ritrovano in queste ore a dover rinviare al mittente partite di mascherine chirurgiche già pagate a prezzi superiori. Ma Arcuri - che alla fine del suo intervento spiegherà che si può «uscire anche con un foulard a triplo velo» - è inflessibile sulla questione. «Vi daremo una mano noi a rinegoziare il prezzo», dice. «Vedrete, lo dico per esperienza, tra due giorni il prezzo si allineerà, succede da 2.000 anni», ha spiegato annunciando una guerra personale contro chi si sarebbe arricchito in questi due mesi grazie all'emergenza coronavirus. «Non è giusto che ci sia gente che guadagni dalla tragedia. Noi stiamo pagando mezzo euro un oggetto che costava prima della crisi appena 5 centesimi. Stiamo comprando a dieci volte il costo di produzione. Nelle guerre c'è chi viene sconfitto con le armi, e chi vince invece con la borsa valori». Eppure c'è qualcosa che non torna nelle citazioni belliche di Arcuri, nominato commissario l'11 marzo, già oggetto di critiche per i ritardi sulla distribuzione dei dispositivi di protezione. Inoltre non è ancora chiaro se sono compresi i costi di spedizione e soprattutto l'Iva, che secondo Conte non deve esserci, mentre per Arcuri a quanto pare sì. Secondo il commissario al momento il prezzo di produzione si aggira intorno ai 39 centesimi. Ma non sono tutti d'accordo con le sue cifre. Anzi. I farmacisti hanno già annunciato che rischiano di lavorare in perdita, anche se poi l'intervento di Federfarma sembra aver fatto rientrare la polemica. Alcuni produttori nazionali di mascherine chirurgiche, infatti, hanno comunicato alle Regioni di avere un costo di produzione più alto, che varia dai 60 centesimi ai 75. In questo modo vengono fatti fuori dal mercato. E tra questi ci sono molti imprenditori che negli ultimi due mesi avevano fatto investimenti, modificando la loro produzione originaria. In particolare quelli del settore moda, che ieri si son fatti sentire in un comunicato di Federmoda. «Il made in Italy non è evidentemente al centro delle attenzioni della politica del governo, almeno gli atti non sono conseguenti alle dichiarazioni. Evidentemente si pensa a una massiccia importazione di prodotti dalla Cina o da altri Paesi dove diritti del lavoro, rispetto dell'ambiente, etica e responsabilità sociale sono considerati un disturbo allo sviluppo economico». Secondo Federmoda, «l'imposizione del prezzo fissata ieri sera rappresenta un ulteriore schiaffo alle imprese italiane che hanno cercato di dare un contributo all'Italia mettendo a disposizione conoscenze e competenze e facendo lavorare persone che non gravano sulla spesa per gli ammortizzatori sociali. Il prezzo delle mascherine fissato a 50 centesimi non rispecchia i costi di produzione italiani». Ora infatti molti di loro si ritrovano di nuovo a ricominciare da capo. Non solo. Tutt'ora il prezzo delle mascherine chirurgiche è più basso in Cina e India. In questo modo non si farà altro che favorire le importazioni dall'estero, non premiando la nostra produzione nazionale. Lo stesso governatore del Veneto, Luca Zaia, sin dall'inizio della pandemia in aperto contrasto con l'esecutivo, lo ha spiegato: «Bisogna dare un aiuto alle imprese che producono mascherine a livello nazionale per poter stare sul mercato, ma se si dice che il prezzo è 50 centesimi, tutta la produzione nazionale sparisce perché penso che 50 centesimi non sia nemmeno il costo di produzione in Italia». Per di più non è ancora chiaro se nei 50 centesimi previsti da Arcuri siano comprese le spese di spedizione o l'Iva. È questo un dettaglio non da poco, perché con l'Iva bisogna togliere il 22% da 50 centesimi e si arriva così a 0,41, ma allo stesso tempo il rivenditore per non perderci deve acquistarle a 37 o 38 centesimi. Il commissario ha spiegato che i prezzi calmierati riguardano solo le mascherine chirurgiche, non quelle Ffp2 e Ffp3, «perché sono quelle destinate a un pubblico più ampio di cittadini». Anche Confcommercio è critica con la vicepresidente, Donatella Prampolini («il prezzo massimo di 50 centesimi è una cifra che non sta né in cielo né in terra»). Ma Arcuri tira dritto. E a metà pomeriggio, dopo un bombardamento di critiche e polemiche, ha annunciato contratti per 660 milioni di mascherine con cinque aziende italiane. Sono la Fab, la Marobe, la Mediberg, la Parmon e la Veneta distribuzione. Il prezzo medio è di 38 centesimi di euro al pezzo. Ma tutte le altre aziende?
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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