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2020-04-28
Spunta fuori un’altra azienda dei misteri a cui sono stati dati 4,7 milioni di Zinga
Nicola Zingaretti (Ansa)
Nel mascherine gate del Lazio spunta una Cazzaro. «Un altro?», direte voi pensando a un refuso. E invece l'articolo giusto è al femminile, perché stiamo parlando di Stefania Cazzaro, padovana, classe 1966. La signora è il direttore della Giosar limited di Londra, la ditta di spedizioni che avrebbe dovuto portare in Italia i 7,5 milioni di mascherine Ffp3 ed Ffp2 marchiate 3M per conto della Eco Tech Srl, affidataria di un contratto da 35,8 milioni di euro. Il 23 aprile l'aereo con il carico sarebbe dovuto partire da Shanghai, ma così non è stato. Ad assicurarlo al consolato italiano sarebbe stato lo stesso spedizioniere, che però non parlava né italiano, né inglese, né cinese. Era un rappresentante della Giosar l'interlocutore del nostro ufficio diplomatico? Non è chiaro. Quel che è certo è che Cesare Gai, l'avvocato di Sergio Mondin e Anna Perna, gli amministratori di fatto e di diritto della Eco Tech, ci ha riferito che dei 13,5 milioni di anticipo che i suoi assistiti devono ancora restituire alla Regione, quasi 10 non sono più nella loro disponibilità: 4.530.000 euro sono andati alla Exor Sa, società svizzera che avrebbe dovuto fornire le mascherine 3M, 168.000 euro sono stati pagati di premio alla compagnia di assicurazioni Seguros Dhi-Atlas (una società non abilitata a emettere garanzie in Italia) e 4.740.000 sono stati versati alla Giosar.
Il nome della Giosar spunta nel verbale di un briefing della portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, che risale allo scorso 2 aprile. Tra i vari punti del verbale c'è anche la risposta a un articolo apparso sul quotidiano italiano La Stampa sul «carico umanitario russo con mascherine per la Regione Abruzzo presumibilmente detenute in Russia». Facendo riferimento «a fonti dubbie (se presenti)», dice la Zakharova il 2 aprile, sono state riportate «informazioni completamente inesatte su una spedizione dalla Russia che sarebbe stata presumibilmente sequestrata. Naturalmente, abbiamo risposto a livello di ambasciata russa e continueremo a rispondere. Siamo riusciti a identificare l'intermediario - Giosar Ltd, registrato a Londra, il cui rappresentante ha rifiutato categoricamente di fornire qualsiasi informazione sulla transazione menzionata nell'articolo, o di rispondere a qualsiasi domanda sulla posizione, il costo e la natura del carico, o su il mittente o il destinatario specifici». Zakharova aggiunge che «si trattava di una transazione puramente commerciale che alcuni intermediari stranieri hanno cercato di realizzare attraverso un regime non trasparente. Allo stesso tempo, le autorità russe non sono state informate in anticipo di questa spedizione e non avevano nulla a che fare con essa».
Insomma tutto molto opaco. E adesso la Giosar, guidata dalla Cazzaro, ricompare sui giornali italiani. Ma che cosa fa questa Giosar Ltd? Facendo una rapida ricerca nelle banche dati inglesi si scopre che la persona di riferimento dall'1 novembre 2018 è Stefania Cazzaro, nata nel luglio del 1966, indicata come «director». La stessa compare collegata con la stessa qualifica anche alla Chrome fashion limited, sempre di Londra, ma con sede a un indirizzo diverso. La Giosar risulta, infatti, appoggiata presso la G. Teoli&Co. al 741 di High road a Londra. Società che a sua volta fa capo a un commercialista, Giulio Teoli.
Ieri l'avvocato Gai ha incontrato i pm di Roma Paolo Ielo ed Elena Neri per proporre l'interrogatorio dei suoi assistiti accusati di frode in pubbliche forniture. I magistrati hanno rimandato il faccia a faccia con gli indagati, spiegando di dover prima leggere tutte le carte che la Guardia di finanza sta acquisendo negli uffici della Regione Lazio. A Gai è stato chiesto di preparare un memoriale, mentre un noto amministrativista è stato incaricato di studiare il possibile ricorso al Tar. I Mondin riusciranno a restituire i 14,5 milioni di euro che la Regione rivuole indietro entro il 30 aprile? «A meno di miracoli, non credo, ma il breve lasso di tempo dato per la restituzione mal si concilia con i 30 giorni concessi per l'eventuale ricorso al Tar», conclude Gai.
Intanto, a una settimana di distanza, la Regione Lazio non ha ancora consegnato tutta la documentazione richiesta dalle opposizioni al vicepresidente della Regione, Daniele Leodori, durante l'audizione del 20 aprile. Sergio Pirozzi, presidente della XII commissione, competente su emergenze e Protezione civile ci conferma: «Vedremo se la Regione avrà indietro i soldi dell'anticipo, se incasserà le polizze, o se ci sarà un ricorso al Tar che dilaterà i tempi. Sono comunque già emersi fatti gravi. Il vicepresidente Leodori ha dichiarato alla commissione che le fideiussioni sulla fornitura Eco Tech erano già state fornite alla Regione. In realtà le polizze sono state protocollate solo il giorno dopo. Questo significa che Leodori, che rappresentava Zingaretti che ha mantenuto la delega alla Protezione civile, ha mentito a due commissioni congiunte. All'estero ci si dimette per molto meno. Inoltre, mancano ancora tutti i preventivi sulle forniture di Dpi arrivati o richiesti dalla Regione nel mese di marzo. Il vicepresidente si era impegnato a fornire la documentazione entro 48 ore, ma così non è stato». La consigliera di Fratelli d'Italia Chiara Colosimo, che con la sua prima interrogazione ha innescato il mascherine-gate, aggiunge: «La revoca degli affidamenti alla Eco Tech è un tentativo della giunta Zingaretti di salvarsi in calcio d'angolo, ma in verità la toppa è peggio del buco. Come dimostrato infatti dalla vostra inchiesta, anche gli atti di revoca sembrano dimostrare un atteggiamento quanto meno approssimativo dei dirigenti e contenere ricostruzioni di dubbia veridicità. Se a tutto ciò si aggiunge il silenzio assordante del presidente Zingaretti appare ancora più evidente che abbiamo portato alla luce una vicenda vergognosa. Per questo attendiamo le dimissioni dei protagonisti e le scuse da parte di chi ci ha definito, anche attraverso l'uso distorto dei mezzi istituzionali, creatori di bufale mediatiche».
Arcuri fissa il prezzo alle mascherine e mette fuorigioco le imprese italiane
Era difficile scontentare in un solo colpo Regioni, imprenditori della moda che hanno da poco convertito la loro produzione per l'emergenza coronavirus e persino i farmacisti. E invece il duo Giuseppe Conte e Domenico Arcuri ci è riuscito in poco meno di 24 ore. Domenica sera il presidente del Consiglio aveva annunciato il prezzo calmierato a 50 centesimi per le mascherine chirurgiche, misura poi inserita nel decreto. Ieri mattina il commissario straordinario ha illustrato nella consueta videoconferenza con le Regioni il provvedimento, tra i dubbi dei delegati regionali che si ritrovano in queste ore a dover rinviare al mittente partite di mascherine chirurgiche già pagate a prezzi superiori. Ma Arcuri - che alla fine del suo intervento spiegherà che si può «uscire anche con un foulard a triplo velo» - è inflessibile sulla questione.
«Vi daremo una mano noi a rinegoziare il prezzo», dice. «Vedrete, lo dico per esperienza, tra due giorni il prezzo si allineerà, succede da 2.000 anni», ha spiegato annunciando una guerra personale contro chi si sarebbe arricchito in questi due mesi grazie all'emergenza coronavirus. «Non è giusto che ci sia gente che guadagni dalla tragedia. Noi stiamo pagando mezzo euro un oggetto che costava prima della crisi appena 5 centesimi. Stiamo comprando a dieci volte il costo di produzione. Nelle guerre c'è chi viene sconfitto con le armi, e chi vince invece con la borsa valori».
Eppure c'è qualcosa che non torna nelle citazioni belliche di Arcuri, nominato commissario l'11 marzo, già oggetto di critiche per i ritardi sulla distribuzione dei dispositivi di protezione. Inoltre non è ancora chiaro se sono compresi i costi di spedizione e soprattutto l'Iva, che secondo Conte non deve esserci, mentre per Arcuri a quanto pare sì. Secondo il commissario al momento il prezzo di produzione si aggira intorno ai 39 centesimi. Ma non sono tutti d'accordo con le sue cifre. Anzi. I farmacisti hanno già annunciato che rischiano di lavorare in perdita, anche se poi l'intervento di Federfarma sembra aver fatto rientrare la polemica. Alcuni produttori nazionali di mascherine chirurgiche, infatti, hanno comunicato alle Regioni di avere un costo di produzione più alto, che varia dai 60 centesimi ai 75. In questo modo vengono fatti fuori dal mercato. E tra questi ci sono molti imprenditori che negli ultimi due mesi avevano fatto investimenti, modificando la loro produzione originaria. In particolare quelli del settore moda, che ieri si son fatti sentire in un comunicato di Federmoda. «Il made in Italy non è evidentemente al centro delle attenzioni della politica del governo, almeno gli atti non sono conseguenti alle dichiarazioni. Evidentemente si pensa a una massiccia importazione di prodotti dalla Cina o da altri Paesi dove diritti del lavoro, rispetto dell'ambiente, etica e responsabilità sociale sono considerati un disturbo allo sviluppo economico». Secondo Federmoda, «l'imposizione del prezzo fissata ieri sera rappresenta un ulteriore schiaffo alle imprese italiane che hanno cercato di dare un contributo all'Italia mettendo a disposizione conoscenze e competenze e facendo lavorare persone che non gravano sulla spesa per gli ammortizzatori sociali. Il prezzo delle mascherine fissato a 50 centesimi non rispecchia i costi di produzione italiani». Ora infatti molti di loro si ritrovano di nuovo a ricominciare da capo. Non solo. Tutt'ora il prezzo delle mascherine chirurgiche è più basso in Cina e India. In questo modo non si farà altro che favorire le importazioni dall'estero, non premiando la nostra produzione nazionale. Lo stesso governatore del Veneto, Luca Zaia, sin dall'inizio della pandemia in aperto contrasto con l'esecutivo, lo ha spiegato: «Bisogna dare un aiuto alle imprese che producono mascherine a livello nazionale per poter stare sul mercato, ma se si dice che il prezzo è 50 centesimi, tutta la produzione nazionale sparisce perché penso che 50 centesimi non sia nemmeno il costo di produzione in Italia». Per di più non è ancora chiaro se nei 50 centesimi previsti da Arcuri siano comprese le spese di spedizione o l'Iva. È questo un dettaglio non da poco, perché con l'Iva bisogna togliere il 22% da 50 centesimi e si arriva così a 0,41, ma allo stesso tempo il rivenditore per non perderci deve acquistarle a 37 o 38 centesimi. Il commissario ha spiegato che i prezzi calmierati riguardano solo le mascherine chirurgiche, non quelle Ffp2 e Ffp3, «perché sono quelle destinate a un pubblico più ampio di cittadini». Anche Confcommercio è critica con la vicepresidente, Donatella Prampolini («il prezzo massimo di 50 centesimi è una cifra che non sta né in cielo né in terra»). Ma Arcuri tira dritto. E a metà pomeriggio, dopo un bombardamento di critiche e polemiche, ha annunciato contratti per 660 milioni di mascherine con cinque aziende italiane. Sono la Fab, la Marobe, la Mediberg, la Parmon e la Veneta distribuzione. Il prezzo medio è di 38 centesimi di euro al pezzo. Ma tutte le altre aziende?
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La Giosar doveva spedire i dispositivi pagati dalla Regione Lazio. In passato aveva causato un incidente diplomatico Italia-Russia.Domenico Arcuri dichiara guerra «alla speculazione sulla tragedia». Ma non tiene conto dei costi di chi ha riconvertito la produzione. Federmoda: «Schiaffo che favorirà i cinesi». Luca Zaia: «0,50 è fuori mercato».Lo speciale contiene due articoli.Nel mascherine gate del Lazio spunta una Cazzaro. «Un altro?», direte voi pensando a un refuso. E invece l'articolo giusto è al femminile, perché stiamo parlando di Stefania Cazzaro, padovana, classe 1966. La signora è il direttore della Giosar limited di Londra, la ditta di spedizioni che avrebbe dovuto portare in Italia i 7,5 milioni di mascherine Ffp3 ed Ffp2 marchiate 3M per conto della Eco Tech Srl, affidataria di un contratto da 35,8 milioni di euro. Il 23 aprile l'aereo con il carico sarebbe dovuto partire da Shanghai, ma così non è stato. Ad assicurarlo al consolato italiano sarebbe stato lo stesso spedizioniere, che però non parlava né italiano, né inglese, né cinese. Era un rappresentante della Giosar l'interlocutore del nostro ufficio diplomatico? Non è chiaro. Quel che è certo è che Cesare Gai, l'avvocato di Sergio Mondin e Anna Perna, gli amministratori di fatto e di diritto della Eco Tech, ci ha riferito che dei 13,5 milioni di anticipo che i suoi assistiti devono ancora restituire alla Regione, quasi 10 non sono più nella loro disponibilità: 4.530.000 euro sono andati alla Exor Sa, società svizzera che avrebbe dovuto fornire le mascherine 3M, 168.000 euro sono stati pagati di premio alla compagnia di assicurazioni Seguros Dhi-Atlas (una società non abilitata a emettere garanzie in Italia) e 4.740.000 sono stati versati alla Giosar.Il nome della Giosar spunta nel verbale di un briefing della portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, che risale allo scorso 2 aprile. Tra i vari punti del verbale c'è anche la risposta a un articolo apparso sul quotidiano italiano La Stampa sul «carico umanitario russo con mascherine per la Regione Abruzzo presumibilmente detenute in Russia». Facendo riferimento «a fonti dubbie (se presenti)», dice la Zakharova il 2 aprile, sono state riportate «informazioni completamente inesatte su una spedizione dalla Russia che sarebbe stata presumibilmente sequestrata. Naturalmente, abbiamo risposto a livello di ambasciata russa e continueremo a rispondere. Siamo riusciti a identificare l'intermediario - Giosar Ltd, registrato a Londra, il cui rappresentante ha rifiutato categoricamente di fornire qualsiasi informazione sulla transazione menzionata nell'articolo, o di rispondere a qualsiasi domanda sulla posizione, il costo e la natura del carico, o su il mittente o il destinatario specifici». Zakharova aggiunge che «si trattava di una transazione puramente commerciale che alcuni intermediari stranieri hanno cercato di realizzare attraverso un regime non trasparente. Allo stesso tempo, le autorità russe non sono state informate in anticipo di questa spedizione e non avevano nulla a che fare con essa». Insomma tutto molto opaco. E adesso la Giosar, guidata dalla Cazzaro, ricompare sui giornali italiani. Ma che cosa fa questa Giosar Ltd? Facendo una rapida ricerca nelle banche dati inglesi si scopre che la persona di riferimento dall'1 novembre 2018 è Stefania Cazzaro, nata nel luglio del 1966, indicata come «director». La stessa compare collegata con la stessa qualifica anche alla Chrome fashion limited, sempre di Londra, ma con sede a un indirizzo diverso. La Giosar risulta, infatti, appoggiata presso la G. Teoli&Co. al 741 di High road a Londra. Società che a sua volta fa capo a un commercialista, Giulio Teoli.Ieri l'avvocato Gai ha incontrato i pm di Roma Paolo Ielo ed Elena Neri per proporre l'interrogatorio dei suoi assistiti accusati di frode in pubbliche forniture. I magistrati hanno rimandato il faccia a faccia con gli indagati, spiegando di dover prima leggere tutte le carte che la Guardia di finanza sta acquisendo negli uffici della Regione Lazio. A Gai è stato chiesto di preparare un memoriale, mentre un noto amministrativista è stato incaricato di studiare il possibile ricorso al Tar. I Mondin riusciranno a restituire i 14,5 milioni di euro che la Regione rivuole indietro entro il 30 aprile? «A meno di miracoli, non credo, ma il breve lasso di tempo dato per la restituzione mal si concilia con i 30 giorni concessi per l'eventuale ricorso al Tar», conclude Gai.Intanto, a una settimana di distanza, la Regione Lazio non ha ancora consegnato tutta la documentazione richiesta dalle opposizioni al vicepresidente della Regione, Daniele Leodori, durante l'audizione del 20 aprile. Sergio Pirozzi, presidente della XII commissione, competente su emergenze e Protezione civile ci conferma: «Vedremo se la Regione avrà indietro i soldi dell'anticipo, se incasserà le polizze, o se ci sarà un ricorso al Tar che dilaterà i tempi. Sono comunque già emersi fatti gravi. Il vicepresidente Leodori ha dichiarato alla commissione che le fideiussioni sulla fornitura Eco Tech erano già state fornite alla Regione. In realtà le polizze sono state protocollate solo il giorno dopo. Questo significa che Leodori, che rappresentava Zingaretti che ha mantenuto la delega alla Protezione civile, ha mentito a due commissioni congiunte. All'estero ci si dimette per molto meno. Inoltre, mancano ancora tutti i preventivi sulle forniture di Dpi arrivati o richiesti dalla Regione nel mese di marzo. Il vicepresidente si era impegnato a fornire la documentazione entro 48 ore, ma così non è stato». La consigliera di Fratelli d'Italia Chiara Colosimo, che con la sua prima interrogazione ha innescato il mascherine-gate, aggiunge: «La revoca degli affidamenti alla Eco Tech è un tentativo della giunta Zingaretti di salvarsi in calcio d'angolo, ma in verità la toppa è peggio del buco. Come dimostrato infatti dalla vostra inchiesta, anche gli atti di revoca sembrano dimostrare un atteggiamento quanto meno approssimativo dei dirigenti e contenere ricostruzioni di dubbia veridicità. Se a tutto ciò si aggiunge il silenzio assordante del presidente Zingaretti appare ancora più evidente che abbiamo portato alla luce una vicenda vergognosa. Per questo attendiamo le dimissioni dei protagonisti e le scuse da parte di chi ci ha definito, anche attraverso l'uso distorto dei mezzi istituzionali, creatori di bufale mediatiche».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/spunta-fuori-unaltra-azienda-dei-misteri-a-cui-sono-stati-dati-4-7-milioni-di-zinga-2645859126.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="arcuri-fissa-il-prezzo-alle-mascherine-e-mette-fuorigioco-le-imprese-italiane" data-post-id="2645859126" data-published-at="1588026529" data-use-pagination="False"> Arcuri fissa il prezzo alle mascherine e mette fuorigioco le imprese italiane Era difficile scontentare in un solo colpo Regioni, imprenditori della moda che hanno da poco convertito la loro produzione per l'emergenza coronavirus e persino i farmacisti. E invece il duo Giuseppe Conte e Domenico Arcuri ci è riuscito in poco meno di 24 ore. Domenica sera il presidente del Consiglio aveva annunciato il prezzo calmierato a 50 centesimi per le mascherine chirurgiche, misura poi inserita nel decreto. Ieri mattina il commissario straordinario ha illustrato nella consueta videoconferenza con le Regioni il provvedimento, tra i dubbi dei delegati regionali che si ritrovano in queste ore a dover rinviare al mittente partite di mascherine chirurgiche già pagate a prezzi superiori. Ma Arcuri - che alla fine del suo intervento spiegherà che si può «uscire anche con un foulard a triplo velo» - è inflessibile sulla questione. «Vi daremo una mano noi a rinegoziare il prezzo», dice. «Vedrete, lo dico per esperienza, tra due giorni il prezzo si allineerà, succede da 2.000 anni», ha spiegato annunciando una guerra personale contro chi si sarebbe arricchito in questi due mesi grazie all'emergenza coronavirus. «Non è giusto che ci sia gente che guadagni dalla tragedia. Noi stiamo pagando mezzo euro un oggetto che costava prima della crisi appena 5 centesimi. Stiamo comprando a dieci volte il costo di produzione. Nelle guerre c'è chi viene sconfitto con le armi, e chi vince invece con la borsa valori». Eppure c'è qualcosa che non torna nelle citazioni belliche di Arcuri, nominato commissario l'11 marzo, già oggetto di critiche per i ritardi sulla distribuzione dei dispositivi di protezione. Inoltre non è ancora chiaro se sono compresi i costi di spedizione e soprattutto l'Iva, che secondo Conte non deve esserci, mentre per Arcuri a quanto pare sì. Secondo il commissario al momento il prezzo di produzione si aggira intorno ai 39 centesimi. Ma non sono tutti d'accordo con le sue cifre. Anzi. I farmacisti hanno già annunciato che rischiano di lavorare in perdita, anche se poi l'intervento di Federfarma sembra aver fatto rientrare la polemica. Alcuni produttori nazionali di mascherine chirurgiche, infatti, hanno comunicato alle Regioni di avere un costo di produzione più alto, che varia dai 60 centesimi ai 75. In questo modo vengono fatti fuori dal mercato. E tra questi ci sono molti imprenditori che negli ultimi due mesi avevano fatto investimenti, modificando la loro produzione originaria. In particolare quelli del settore moda, che ieri si son fatti sentire in un comunicato di Federmoda. «Il made in Italy non è evidentemente al centro delle attenzioni della politica del governo, almeno gli atti non sono conseguenti alle dichiarazioni. Evidentemente si pensa a una massiccia importazione di prodotti dalla Cina o da altri Paesi dove diritti del lavoro, rispetto dell'ambiente, etica e responsabilità sociale sono considerati un disturbo allo sviluppo economico». Secondo Federmoda, «l'imposizione del prezzo fissata ieri sera rappresenta un ulteriore schiaffo alle imprese italiane che hanno cercato di dare un contributo all'Italia mettendo a disposizione conoscenze e competenze e facendo lavorare persone che non gravano sulla spesa per gli ammortizzatori sociali. Il prezzo delle mascherine fissato a 50 centesimi non rispecchia i costi di produzione italiani». Ora infatti molti di loro si ritrovano di nuovo a ricominciare da capo. Non solo. Tutt'ora il prezzo delle mascherine chirurgiche è più basso in Cina e India. In questo modo non si farà altro che favorire le importazioni dall'estero, non premiando la nostra produzione nazionale. Lo stesso governatore del Veneto, Luca Zaia, sin dall'inizio della pandemia in aperto contrasto con l'esecutivo, lo ha spiegato: «Bisogna dare un aiuto alle imprese che producono mascherine a livello nazionale per poter stare sul mercato, ma se si dice che il prezzo è 50 centesimi, tutta la produzione nazionale sparisce perché penso che 50 centesimi non sia nemmeno il costo di produzione in Italia». Per di più non è ancora chiaro se nei 50 centesimi previsti da Arcuri siano comprese le spese di spedizione o l'Iva. È questo un dettaglio non da poco, perché con l'Iva bisogna togliere il 22% da 50 centesimi e si arriva così a 0,41, ma allo stesso tempo il rivenditore per non perderci deve acquistarle a 37 o 38 centesimi. Il commissario ha spiegato che i prezzi calmierati riguardano solo le mascherine chirurgiche, non quelle Ffp2 e Ffp3, «perché sono quelle destinate a un pubblico più ampio di cittadini». Anche Confcommercio è critica con la vicepresidente, Donatella Prampolini («il prezzo massimo di 50 centesimi è una cifra che non sta né in cielo né in terra»). Ma Arcuri tira dritto. E a metà pomeriggio, dopo un bombardamento di critiche e polemiche, ha annunciato contratti per 660 milioni di mascherine con cinque aziende italiane. Sono la Fab, la Marobe, la Mediberg, la Parmon e la Veneta distribuzione. Il prezzo medio è di 38 centesimi di euro al pezzo. Ma tutte le altre aziende?
Ansa
Persone di ogni età - dai bimbi in carrozzina accompagnati da mamma e papà, ai nonni di diverse età - tutti accomunati dalla volontà di mostrare che il «popolo della vita» non va in pensione, anzi è più che mai vivo, vivace e determinato nella missione di promuovere e difendere la vita, dal concepimento al suo naturale tramonto.
«Una società è sana e progredita solo quando tutela la sacralità della vita umana, dal concepimento alla morte naturale, e si adopera attivamente per promuoverla» ha recentemente affermato papa Leone XIV: questo è il senso della manifestazione che si è snodata per le vie della capitale. Nel manifesto ufficiale della marcia si legge: «Il diritto alla vita è il diritto fondante ogni altro diritto umano … Se e quando viene violato il diritto alla vita, con un drammatico effetto traino, cadono tutti gli altri diritti, come stiamo vivendo nei nostri giorni, segnati da odio, violenze e guerre». Purtroppo, nel nostro Paese, già segnato dal dramma dell’aborto provocato, si stanno delineando nuove ombre di morte con il dibattito in corso sulla legalizzazione del suicidio assistito, mascherato da sollievo della sofferenza con morte dignitosa. Il «popolo della vita», per le vie di Roma, ha voluto dare una lettura opposta: la vera pietà è il rispetto assoluto della vita di ogni persona, che nel momento del dolore e della sofferenza ha bisogno di «cura totale», ricca di umanità e affetto, piuttosto che di iniezioni letali.
La manifestazione, che si è svolta con ordine, in un’atmosfera di serenità e di rispetto per chiunque, era «colorata» da numerosi striscioni inneggianti alla vita; in particolare un lungo striscione orizzontale, sostenuto da decine di partecipanti, con la scritta «Sì alla cura - No alla morte». Le decine di migliaia di partecipanti provenienti da ogni parte d’Italia sono state il segno concreto che la rassegnazione o l’indifferenza di fronte a leggi ingiuste non abita dalle parti del popolo della vita. Il grido «non ci rassegneremo mai» che echeggiò nel 1978 sulla bocca di Carlo Casini all’indomani della approvazione della legge 194 e che San Giovanni Paolo II arricchì con l’appello «Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita verrà offesa» contenuto in Evangelium Vitae (1995), non si è spento e si concretizza oggi in richieste ben precise: bloccare leggi che aprano a suicidio assistito/eutanasia; potenziare e finanziare la medicina palliativa (secondo la legge 38/2010); istituire un fondo di prevenzione dell’aborto, come vuole la stessa Legge 194, articolo 5; bloccare la liberalizzazione dell’aborto farmacologico con la pillole abortive (Circolare Speranza, agosto 2020); abolizione della norma che prevede l’acquisto delle «pillole del giorno dopo», senza ricetta medica; mantenere un rigoroso controllo sull’uso dei bloccanti lo sviluppo puberale nei casi di cosiddetta «disforia di genere». Al termine, in Piazza San Giovanni Laterano, Il popolo della vita ha lanciato dal palco un messaggio politico, forte e chiaro: ci sarà grande attenzione nel valutare chi vorrà farsi portavoce di queste precise istanze e chi, al contrario continuerà a parlare di assurdi e vergognosi «diritti» quali aborto e suicidio assistito: ai primi un convinto e forte sostegno, ai secondi una altrettanto forte e convinta opposizione. Non si può dare voto e consenso a chi legifera contro il diritto alla vita di ogni essere umano. Appuntamento a Roma fra un anno, ma il «popolo della vita» non conosce riposo: ogni giorno sarà in trincea nella difesa della vita «dal concepimento alla morte naturale».
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