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2021-06-02
Speranza sfregia pure le vacanze. «Al ristorante? al massimo in 4»
Nel film di Massimo Troisi Ricomincio da tre c'è una memorabile scena nella quale il protagonista è alle prese con un giovanotto complessato che non esce mai di casa, interpretato da Renato Scarpa: il nome del personaggio è Robertino. Non se la prenderà, il ministro della Salute Roberto Speranza, ma ieri lo avremmo chiamato Robertino, quando è stata diffusa la precisazione che mantiene, nelle zone gialle e pure in quelle bianche, il limite massimo di quattro persone sedute allo stesso tavolo al ristorante, a meno che non siano conviventi. Incredibile ma vero: il primo giorno di riapertura dei locali al chiuso, un giorno atteso per un anno e mezzo, un giorno storico, viene funestato da una delle più incredibili decisioni di Speranza, ministro che in questo lunghissimo anno e mezzo di pandemia di decisioni puramente ideologiche, al limite dell'autolesionismo, ne ha prese tantissime.
La cronaca di questa ennesima giornata di ordinaria follia targata Robertino Speranza inizia ieri mattina, quando riaprono, dopo la lunghissima agonia, circa 360.000 bar, ristoranti, pizzerie e agriturismi in tutta Italia, con la possibilità di offrire il servizio al bancone e al tavolo al chiuso. Tutti contenti, dunque? Macché: da giorni regna l'incertezza sulla regola che limita, anche nelle zone bianche, il numero dei commensali a quattro, a meno che non siano tutti conviventi. «Passano i mesi», protesta la Fipe Confcommercio, la Federazione italiana dei pubblici esercizi, «ma non la confusione successiva a ogni provvedimento. È inaccettabile che, nel giorno in cui finalmente bar e ristoranti possono riprendere a lavorare a regime, non ci sia ancora una linea chiara sul numero di commensali permessi a ogni tavolo. Da giorni si susseguono interpretazioni giornalistiche le più disparate, mai smentite, salvo ricevere solo ora, a mezzo stampa, un'interpretazione del ministero della Salute giuridicamente incomprensibile, che limita persino nelle zone bianche il numero dei commensali a quattro. Se fosse confermata andrebbero spiegate le basi su cui si fonda una decisione così penalizzante, che comunque doveva essere resa pubblica giorni fa e non a tre ore dall'inizio del servizio serale. Questa è una grave mancanza di rispetto nei confronti di centinaia di migliaia di imprenditori», attacca la Fipe, «costretti per l'ennesima volta a improvvisare. Confidiamo in un ripensamento».
Altro che ripensamento: il ministero della Salute conferma l'assurda regola. «Sia nelle regioni in zona gialla sia in quelle in zona bianca», fa sapere il dicastero guidato da Robertino Speranza, «rimane il limite, per i ristoranti, del servizio al tavolo consentito per un massimo di quattro persone, a meno che non siano tutte conviventi. Lo precisa il ministero della Salute», continua la nota, «facendo riferimento al dpcm del 2 marzo scorso, a sua volta richiamato dal decreto legge 22 aprile 2021 e nella premessa delle linee guida per la ripresa delle attività economiche e sociali del 28 maggio 2021 al punto 1». Una precisazione in un orrendo linguaggio burocratico che assesta una legnata tremenda sulla testa dei ristoratori e dei clienti. Una decisione senza capo né coda, che va contro il minimo buon senso, e che mette in estrema difficoltà tutto il comparto della ristorazione, come se i problemi non fossero già abbastanza. L'enormità di questa decisione di Speranza è lampante, i paradossi che comporta non si contano.
Qualche esempio? Innanzitutto, una comitiva di 20 persone può riunirsi in un appartamento, guardare la partita in tv, bere, sgranocchiare noccioline, mettersi in auto, andare al ristorante, ma poi a cena deve dividersi in cinque tavoli, lontani l'uno dall'altro. Il motivo? Bisogna chiederlo a Robertino Speranza. Per non parlare di chi sta prenotando una vacanza, con la propria famiglia e altri amici: la combriccola dovrà rassegnarsi a stare tutto il giorno insieme, salvo dividersi a pranzo e a cena, ovvero nei momenti di più spensierata convivialità. Un fattore decisivo nella scelta del luogo dove trascorrere la villeggiatura, che finirà per penalizzare le località turistiche italiane favorendo quelle degli altri Paesi, dove questo limite non c'è.
Secondo i calcoli della Coldiretti, la filiera della ristorazione è stata la più colpita dalle misure adottate per combattere la pandemia, con una perdita, tra limitazioni e chiusure a singhiozzo, stimata in 41 miliardi di euro nell'anno del Covid. Se un ristorante resta chiuso, infatti, a risentirne non sono solo il proprietario e i dipendenti, ma tutte le aziende della filiera agroalimentare. A beneficiare delle riaperture sarebbe a cascata l'intero sistema, un esercito di imprese con relativi dipendenti, tra le quali 70.000 industrie alimentari e 740.000 aziende agricole impegnate a garantire le forniture, per un totale di 3,6 milioni di posti di lavoro.
«Con il limite dei quattro posti a sedere», protesta Coldiretti, «saltano le tradizionali tavolate estive, dalle feste di fine anno scolastico ai pranzi aziendali fino ai pranzi in riva al mare e alle cene serali tutti insieme in vacanza, che sono una priorità per quasi un italiano su tre dopo le riaperture». Numeri impressionanti, quelli della filiera della ristorazione, che suggerirebbero a chiunque abbia responsabilità di governo di fare tutto ciò che è possibile per rimettere in moto il motore di questo settore, e di conseguenza dell'intera economia italiana, in un momento in cui la sentenza Ilva rischia di affossare la siderurgia del nostro Paese, che rischia di dover acquistare l'acciaio dall'estero ora che il prezzo è alle stelle, e mentre il premier Mario Draghi sottolinea che in questa fase di risveglio dell'Italia «il compito del governo per tutte le realtà produttive è creare un ambiente dove ci si sente parte della società, per investire e guardare al futuro». Il compito del governo, quindi dei ministri, compreso Robertino Speranza, l'ultimo giapponese delle restrizioni senza senso.
La disoccupazione arriva al 10,7%. Persi 870.000 posti in un anno
«Nel primo trimestre del 2021 il prodotto interno lordo (Pil) espresso con valori concatenati con anno di riferimento 2015, corretto per gli effetti del calendario e destagionalizzato, è aumentato dello 0,1% rispetto al trimestre precedente ed è diminuito dello 0,8% nei confronti del primo trimestre del 2020». Sono le prime 46 parole della nota Istat pubblicata ieri. Un po' involute per i non addetti ai lavori. Sembrerebbero dare una buona notizia. Il 30 aprile scorso, l'Istituto aveva affermato che il Pil del primo trimestre era diminuito dello 0,4% rispetto al precedente. E i calcoli sono effettuati avendo a riferimento i prezzi del 2015. Per depurare il tutto dalle fluttuazioni dei prezzi. Come interpretare i dati? Tecnicamente siamo fuori dalla recessione. I dati del secondo trimestre saranno addirittura molto più buoni soprattutto se confrontati con il secondo quarto del 2020, quello delle chiusure più dure. Quando l'Italia ha registrato un terrificante livello di reddito pari a circa 353 miliardi. Mantenendo il Pil del primo trimestre del 2021 - circa 403 miliardi - a fine luglio i titoli dei giornali saranno questi: «Nel secondo trimestre il Pil tendenziale esplode. Rispetto a un anno +14%!».
C'è bisogno di buone notizie, possibilmente vere. E questa notizia sarà buona e sarà vera. Ma purtroppo non sarà abbastanza. Prima che arrivassero le chiusure, l'Italia ogni trimestre registrava un Pil di 431-432 miliardi. Centesimo più centesimo meno. Oggi siamo a 403 miliardi. La strada per tornare alla normalità purtroppo è ancora lunga. Potremo dire di essere usciti dalla crisi non quando faremo un più zero virgola rispetto al trimestre immediatamente precedente (la cosiddetta variazione congiunturale) o rispetto allo stesso trimestre dell'anno passato (la cosiddetta variazione tendenziale), ma solo quando saremo tornati al già non esaltante 430 miliardi. Un livello comunque tale da non far abbassare la povertà in Italia al di sotto dei 5 milioni di individui. Oggi siamo addirittura a 5,6 milioni e nel 2011, prima della cura Monti, eravamo a 2,6 milioni. Siamo quindi straordinariamente lontani da una situazione di normalità e benessere. E la strada verso il completo recupero è lastricata di trabocchetti. Basterà sbagliare un passo e la trappola scatterà, mettendo in ginocchio il Paese. E alcune di queste trappole potrebbero scattare anche se non commettessimo alcun errore. Insomma, non abbiamo il destino nelle nostre mani e dovremo sperare nello stellone perché la situazione non peggiori.
Anche sul fronte del lavoro i dati sono negativi. Ad aprile il tasso di disoccupazione è salito al 10,7% (+0,3 punti) e le persone in cerca di lavoro risultano in «forte crescita» pari a +870.000 unità (+48,3%) rispetto a un anno fa. L'unica nota positiva è il lieve aumento degli occupati (+0,1%).
A marzo 2022, se non accade nulla di nuovo, la Bce metterà fine al programma straordinario dell'acquisto di titoli di Stato. E saranno dolori perché i tassi tornerebbero a crescere mettendo definitivamente al tappeto le nostre imprese che - secondo le stime di Giuliano Mandolesi, commercialista ed esperto di cose tributarie - hanno perso qualcosa come 316 miliardi di fatturato nel solo 2020. A fronte di indennizzi complessivi a loro destinati pari a poco più di 40 miliardi. Se molte di queste imprese non hanno portato i libri in tribunale, è perché sono ancora in essere moratorie sul debito bancario su un totale complessivo pari a quasi 150 miliardi. Quando le rate di questi mutui torneranno a essere addebitate sui conti correnti, come potranno essere pagate?
La situazione delle nostre aziende è radicalmente lacerata e disuguale. Il manifatturiero torna a crescere prepotente. L'indice Pmi pubblicato ieri misura la fiducia dei direttori degli acquisti in misura superiore a 60. Livelli altissimi da vero boom economico. Ma è il settore del turismo, della ristorazione e del commercio non alimentare a essere stato completamente distrutto dalle chiusure. Il grosso delle perdite del fatturato deriva da lì. E i dolorosi ma necessari processi di ristrutturazione sono impediti dal blocco dei licenziamenti che il ministro Andrea Orlando pervicacemente (anche se comprensibilmente) ripropone, con ciò rimandando di poco lo scoppio della bomba dei licenziamenti. Cui rischia di aggiungersi l'esplosione della bolla dei crediti deteriorati (inadempienze probabili e sofferenze) nei bilanci delle banche.
Neppure il governatore di Banca d'Italia nasconde questa terribile realtà, mitigandola con un neutro «i nuovi crediti deteriorati stanno aumentando seppur lievemente». Kpmg stima, soltanto per le inadempienze probabili, un possibile raddoppio da 50 a 100 miliardi. E non stiamo parlando delle sofferenze. Il rischio che tutto non vada per il verso giusto è alto. E la crescita a doppia cifra di cui parleranno i giornali ai primi di luglio rischia di essere il canto del cigno.
Servono ancora cose per evitare ciò che Mario Draghi un anno fa sul Financial Times definiva «distruzione permanente della capacità produttiva e quindi della base imponibile fiscale». Siamo fuori dalla recessione tecnica ma siamo sull'orlo del burrone. Non è mai troppo presto per agire.
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Contagi, ricoveri e decessi giù. Nel giorno in cui i locali ripartono anche al chiuso e si tenta di rilanciare turismo ed economia, il titolare della Salute «precisa»: restrizioni a tavola in zona bianca e all'aperto. Mancano 800.000 posti di lavoro rispetto al pre Covid. E l'Ilva rischia grosso. Nel primo trimestre Pil su dello 0,1%, però è ancora 30 miliardi sotto i livelli pre Covid. Lo speciale contiene due articoli. Nel film di Massimo Troisi Ricomincio da tre c'è una memorabile scena nella quale il protagonista è alle prese con un giovanotto complessato che non esce mai di casa, interpretato da Renato Scarpa: il nome del personaggio è Robertino. Non se la prenderà, il ministro della Salute Roberto Speranza, ma ieri lo avremmo chiamato Robertino, quando è stata diffusa la precisazione che mantiene, nelle zone gialle e pure in quelle bianche, il limite massimo di quattro persone sedute allo stesso tavolo al ristorante, a meno che non siano conviventi. Incredibile ma vero: il primo giorno di riapertura dei locali al chiuso, un giorno atteso per un anno e mezzo, un giorno storico, viene funestato da una delle più incredibili decisioni di Speranza, ministro che in questo lunghissimo anno e mezzo di pandemia di decisioni puramente ideologiche, al limite dell'autolesionismo, ne ha prese tantissime. La cronaca di questa ennesima giornata di ordinaria follia targata Robertino Speranza inizia ieri mattina, quando riaprono, dopo la lunghissima agonia, circa 360.000 bar, ristoranti, pizzerie e agriturismi in tutta Italia, con la possibilità di offrire il servizio al bancone e al tavolo al chiuso. Tutti contenti, dunque? Macché: da giorni regna l'incertezza sulla regola che limita, anche nelle zone bianche, il numero dei commensali a quattro, a meno che non siano tutti conviventi. «Passano i mesi», protesta la Fipe Confcommercio, la Federazione italiana dei pubblici esercizi, «ma non la confusione successiva a ogni provvedimento. È inaccettabile che, nel giorno in cui finalmente bar e ristoranti possono riprendere a lavorare a regime, non ci sia ancora una linea chiara sul numero di commensali permessi a ogni tavolo. Da giorni si susseguono interpretazioni giornalistiche le più disparate, mai smentite, salvo ricevere solo ora, a mezzo stampa, un'interpretazione del ministero della Salute giuridicamente incomprensibile, che limita persino nelle zone bianche il numero dei commensali a quattro. Se fosse confermata andrebbero spiegate le basi su cui si fonda una decisione così penalizzante, che comunque doveva essere resa pubblica giorni fa e non a tre ore dall'inizio del servizio serale. Questa è una grave mancanza di rispetto nei confronti di centinaia di migliaia di imprenditori», attacca la Fipe, «costretti per l'ennesima volta a improvvisare. Confidiamo in un ripensamento». Altro che ripensamento: il ministero della Salute conferma l'assurda regola. «Sia nelle regioni in zona gialla sia in quelle in zona bianca», fa sapere il dicastero guidato da Robertino Speranza, «rimane il limite, per i ristoranti, del servizio al tavolo consentito per un massimo di quattro persone, a meno che non siano tutte conviventi. Lo precisa il ministero della Salute», continua la nota, «facendo riferimento al dpcm del 2 marzo scorso, a sua volta richiamato dal decreto legge 22 aprile 2021 e nella premessa delle linee guida per la ripresa delle attività economiche e sociali del 28 maggio 2021 al punto 1». Una precisazione in un orrendo linguaggio burocratico che assesta una legnata tremenda sulla testa dei ristoratori e dei clienti. Una decisione senza capo né coda, che va contro il minimo buon senso, e che mette in estrema difficoltà tutto il comparto della ristorazione, come se i problemi non fossero già abbastanza. L'enormità di questa decisione di Speranza è lampante, i paradossi che comporta non si contano. Qualche esempio? Innanzitutto, una comitiva di 20 persone può riunirsi in un appartamento, guardare la partita in tv, bere, sgranocchiare noccioline, mettersi in auto, andare al ristorante, ma poi a cena deve dividersi in cinque tavoli, lontani l'uno dall'altro. Il motivo? Bisogna chiederlo a Robertino Speranza. Per non parlare di chi sta prenotando una vacanza, con la propria famiglia e altri amici: la combriccola dovrà rassegnarsi a stare tutto il giorno insieme, salvo dividersi a pranzo e a cena, ovvero nei momenti di più spensierata convivialità. Un fattore decisivo nella scelta del luogo dove trascorrere la villeggiatura, che finirà per penalizzare le località turistiche italiane favorendo quelle degli altri Paesi, dove questo limite non c'è. Secondo i calcoli della Coldiretti, la filiera della ristorazione è stata la più colpita dalle misure adottate per combattere la pandemia, con una perdita, tra limitazioni e chiusure a singhiozzo, stimata in 41 miliardi di euro nell'anno del Covid. Se un ristorante resta chiuso, infatti, a risentirne non sono solo il proprietario e i dipendenti, ma tutte le aziende della filiera agroalimentare. A beneficiare delle riaperture sarebbe a cascata l'intero sistema, un esercito di imprese con relativi dipendenti, tra le quali 70.000 industrie alimentari e 740.000 aziende agricole impegnate a garantire le forniture, per un totale di 3,6 milioni di posti di lavoro. «Con il limite dei quattro posti a sedere», protesta Coldiretti, «saltano le tradizionali tavolate estive, dalle feste di fine anno scolastico ai pranzi aziendali fino ai pranzi in riva al mare e alle cene serali tutti insieme in vacanza, che sono una priorità per quasi un italiano su tre dopo le riaperture». Numeri impressionanti, quelli della filiera della ristorazione, che suggerirebbero a chiunque abbia responsabilità di governo di fare tutto ciò che è possibile per rimettere in moto il motore di questo settore, e di conseguenza dell'intera economia italiana, in un momento in cui la sentenza Ilva rischia di affossare la siderurgia del nostro Paese, che rischia di dover acquistare l'acciaio dall'estero ora che il prezzo è alle stelle, e mentre il premier Mario Draghi sottolinea che in questa fase di risveglio dell'Italia «il compito del governo per tutte le realtà produttive è creare un ambiente dove ci si sente parte della società, per investire e guardare al futuro». Il compito del governo, quindi dei ministri, compreso Robertino Speranza, l'ultimo giapponese delle restrizioni senza senso. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/speranza-sfregia-pure-le-vacanze-al-ristorante-al-massimo-in-4-2653198485.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-disoccupazione-arriva-al-107-persi-870-000-posti-in-un-anno" data-post-id="2653198485" data-published-at="1622577314" data-use-pagination="False"> La disoccupazione arriva al 10,7%. Persi 870.000 posti in un anno «Nel primo trimestre del 2021 il prodotto interno lordo (Pil) espresso con valori concatenati con anno di riferimento 2015, corretto per gli effetti del calendario e destagionalizzato, è aumentato dello 0,1% rispetto al trimestre precedente ed è diminuito dello 0,8% nei confronti del primo trimestre del 2020». Sono le prime 46 parole della nota Istat pubblicata ieri. Un po' involute per i non addetti ai lavori. Sembrerebbero dare una buona notizia. Il 30 aprile scorso, l'Istituto aveva affermato che il Pil del primo trimestre era diminuito dello 0,4% rispetto al precedente. E i calcoli sono effettuati avendo a riferimento i prezzi del 2015. Per depurare il tutto dalle fluttuazioni dei prezzi. Come interpretare i dati? Tecnicamente siamo fuori dalla recessione. I dati del secondo trimestre saranno addirittura molto più buoni soprattutto se confrontati con il secondo quarto del 2020, quello delle chiusure più dure. Quando l'Italia ha registrato un terrificante livello di reddito pari a circa 353 miliardi. Mantenendo il Pil del primo trimestre del 2021 - circa 403 miliardi - a fine luglio i titoli dei giornali saranno questi: «Nel secondo trimestre il Pil tendenziale esplode. Rispetto a un anno +14%!». C'è bisogno di buone notizie, possibilmente vere. E questa notizia sarà buona e sarà vera. Ma purtroppo non sarà abbastanza. Prima che arrivassero le chiusure, l'Italia ogni trimestre registrava un Pil di 431-432 miliardi. Centesimo più centesimo meno. Oggi siamo a 403 miliardi. La strada per tornare alla normalità purtroppo è ancora lunga. Potremo dire di essere usciti dalla crisi non quando faremo un più zero virgola rispetto al trimestre immediatamente precedente (la cosiddetta variazione congiunturale) o rispetto allo stesso trimestre dell'anno passato (la cosiddetta variazione tendenziale), ma solo quando saremo tornati al già non esaltante 430 miliardi. Un livello comunque tale da non far abbassare la povertà in Italia al di sotto dei 5 milioni di individui. Oggi siamo addirittura a 5,6 milioni e nel 2011, prima della cura Monti, eravamo a 2,6 milioni. Siamo quindi straordinariamente lontani da una situazione di normalità e benessere. E la strada verso il completo recupero è lastricata di trabocchetti. Basterà sbagliare un passo e la trappola scatterà, mettendo in ginocchio il Paese. E alcune di queste trappole potrebbero scattare anche se non commettessimo alcun errore. Insomma, non abbiamo il destino nelle nostre mani e dovremo sperare nello stellone perché la situazione non peggiori. Anche sul fronte del lavoro i dati sono negativi. Ad aprile il tasso di disoccupazione è salito al 10,7% (+0,3 punti) e le persone in cerca di lavoro risultano in «forte crescita» pari a +870.000 unità (+48,3%) rispetto a un anno fa. L'unica nota positiva è il lieve aumento degli occupati (+0,1%). A marzo 2022, se non accade nulla di nuovo, la Bce metterà fine al programma straordinario dell'acquisto di titoli di Stato. E saranno dolori perché i tassi tornerebbero a crescere mettendo definitivamente al tappeto le nostre imprese che - secondo le stime di Giuliano Mandolesi, commercialista ed esperto di cose tributarie - hanno perso qualcosa come 316 miliardi di fatturato nel solo 2020. A fronte di indennizzi complessivi a loro destinati pari a poco più di 40 miliardi. Se molte di queste imprese non hanno portato i libri in tribunale, è perché sono ancora in essere moratorie sul debito bancario su un totale complessivo pari a quasi 150 miliardi. Quando le rate di questi mutui torneranno a essere addebitate sui conti correnti, come potranno essere pagate? La situazione delle nostre aziende è radicalmente lacerata e disuguale. Il manifatturiero torna a crescere prepotente. L'indice Pmi pubblicato ieri misura la fiducia dei direttori degli acquisti in misura superiore a 60. Livelli altissimi da vero boom economico. Ma è il settore del turismo, della ristorazione e del commercio non alimentare a essere stato completamente distrutto dalle chiusure. Il grosso delle perdite del fatturato deriva da lì. E i dolorosi ma necessari processi di ristrutturazione sono impediti dal blocco dei licenziamenti che il ministro Andrea Orlando pervicacemente (anche se comprensibilmente) ripropone, con ciò rimandando di poco lo scoppio della bomba dei licenziamenti. Cui rischia di aggiungersi l'esplosione della bolla dei crediti deteriorati (inadempienze probabili e sofferenze) nei bilanci delle banche. Neppure il governatore di Banca d'Italia nasconde questa terribile realtà, mitigandola con un neutro «i nuovi crediti deteriorati stanno aumentando seppur lievemente». Kpmg stima, soltanto per le inadempienze probabili, un possibile raddoppio da 50 a 100 miliardi. E non stiamo parlando delle sofferenze. Il rischio che tutto non vada per il verso giusto è alto. E la crescita a doppia cifra di cui parleranno i giornali ai primi di luglio rischia di essere il canto del cigno. Servono ancora cose per evitare ciò che Mario Draghi un anno fa sul Financial Times definiva «distruzione permanente della capacità produttiva e quindi della base imponibile fiscale». Siamo fuori dalla recessione tecnica ma siamo sull'orlo del burrone. Non è mai troppo presto per agire.
(Ansa)
La sottoscrizione serve per avviare il processo della proposta per contenere le migrazioni massive che secondo i promotori (tra cui Casapound) «sono un fenomeno disastroso e deleterio per le nazioni e i popoli» perché generano problemi sociali, culturali ed economici e compromettono la sovranità e l’identità nazionale. L’Italia e l’Europa fronteggiano ormai da decenni un fenomeno migratorio di dimensioni enormi che si inserisce in un quadro più ampio di processi geopolitici ed economici, molto spesso, se non sempre, incentivati da centri di interesse che perseguono interessi e obiettivi contrari a quelli di nazioni e popoli.
Epperò in Europa il clima sta cambiando visto che la stessa Commissione europea ha delineato un nuovo approccio alla gestione delle migrazioni che mette al centro la sicurezza degli ingressi, la cooperazione con i Paesi terzi e un maggiore controllo dei flussi, cercando un equilibrio tra canali legali e contrasto all’irregolarità.
Legalità e sicurezza nazionali restano le priorità per ogni Stato con l’obiettivo di ridurre i disagi per i cittadini. Come spiegato dal direttore Maurizio Belpietro un’idea finalizzata sempre al contenimento della presenza dei migranti arriva dalla socialdemocratica Danimarca dove la premier Mette Frederiksen ha annunciato un irrigidimento delle norme che prevede l’espulsione dei cittadini stranieri condannati ad almeno un anno di carcere per reati gravi, accelerando i meccanismi di allontanamento di soggetti ritenuti pericolosi per la sicurezza interna. Nei reati gravi ha spiegato il ministero dell’immigrazione rientrano «aggressione aggravata e stupro».
«Le parole di Frederiksen certificano il fallimento di un sistema giunto inesorabilmente al capolinea», dice l’europarlamentare leghista Paolo Borchia. «Se anche le socialdemocrazie scandinave, storicamente generosissime in termini di welfare, si rendono conto di essere diventate un bancomat per migliaia di immigrati che non hanno saputo, o voluto, imbracciare la via dell’integrazione, significa che tutta Europa deve imparare a selezionare chi merita l’accoglienza e chi no», prosegue l’europarlamentare.
In termini generali, al di là delle procedure, aggiunge Borchia, «è evidente che ci sia la necessità di non consentire a chi commette reati di rimanere sui nostri territori. La sicurezza è diventato uno dei diritti principali da tutelare per il futuro. Un approccio più muscolare è necessario, anche a scopi di deterrenza».
Nel frattempo oltre a Danimarca, che ha un 8% di immigrati, Germania, primo paese Ue per immigrazione, Austria, Paesi bassi e Grecia stanno valutando la creazione di centri di rimpatrio al di fuori dell’Unione europea, i cosiddetti «return hub», per trasferire i richiedenti asilo irregolari verso Paesi terzi. Lo riferisce il portale tedesco Tagesschau, citando il ministero dell’Interno di Berlino. Secondo quanto riportato, dai centri verrebbero poi organizzati i rientri nei Paesi d’origine o negli Stati confinanti dei migranti cui è stata respinta la domanda di asilo nell’Ue. I cinque Paesi hanno istituito un gruppo di lavoro dedicato alla questione e, sempre secondo Tagesschau, accordi concreti dovrebbero essere raggiunti nel corso del 2026, confermando quindi che i centri immigrati in Albania voluti dal premier Giorgia Meloni sono un modello che ha anticipato le linee del Patto immigrazione e asilo dell’Unione europea.
Peraltro le politiche di contenimento secondo l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera (Frontex), hanno provocato nel 2025 una diminuzione degli ingressi irregolari nell’Unione del 26%, il livello più basso registrato dal 2021, con cali significativi lungo le rotte dei Balcani e dell’Africa occidentale, al contrario del Mediterraneo centrale che resta la rotta più attiva verso l’Ue.
Tornando alla proposta di una legge su Remigrazione e riconquista che rafforza la normativa vigente in materia di governo dei flussi migratori, tutela della sicurezza pubblica e politiche demografiche e prevede il rientro volontario e assistito di cittadini stranieri regolarmente presenti, mediante incentivi economici, il presidente del Comitato Luca Marsella, ha rivendicato il risultato come risposta ai tentativi di bloccare politicamente l’iniziativa e ha invitato a proseguire la sottoscrizione per presentarsi in Parlamento con una platea di sostenitori ancora più ampia. La partita ora non è più simbolica ma procedurale: la proposta entra nel perimetro istituzionale e costringe il sistema politico a confrontarsi nel merito.
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C’è poco da fare: pensi gnocchi e ti viene fame. Sono probabilmente il primo piatto più apprezzato dai bambini e sono una ricetta che risolve tutti i problemi. Siamo abituati a pensarli di patate (alla sorrentina sono di una golosità solare!) ma in realtà si possono fare con tanti frutti dell’orto: a esempio in autunno con zucca e castagne e un sugo di funghi diventano sublimi. Noi oggi ve ne proponiamo alcuni leggerissimi, di gran gusto e di sicuro effetto: ingrediente base il cavolfiore!
Ingredienti – Cavolfiore 600 gr, farina tipo0 500 gr, un uovo,150 gr di gorgonzola, 12 noci, 150 gr di Parmigiano reggiano o Grana padano o altro formaggio da grattugia (tipo Montasio stravecchio), un bicchiere scarso di latte, sale e pepe qb
Procedimento – Tagliate a dadoni il cavolfiore e poi col il mixer riducetelo in una sorta di poltiglia. In una ciotola grande unite il cavolfiore grattugiato a ¾ della farina e lavoratelo con energia, aggiungete l’uovo e impastate ben bene, volendo anche con pizzico di sale. Fate riposare l’impasto poi infarinate il tagliere, date una forma cilindrica all’impasto lavorandolo ulteriormente e ricavatene tanti bastoncini che taglierete a pezzetti lunghi circa mezzo centimetro. E gli gnocchi sono fatti, sistemateli in un vassoio spolverizzando con altra farina. Mettete a bollire una pentola capiente con l’acqua e un po’ di sale e nel frattempo in una padella capiente – ci dovrete mantecare gli gnocchi – fate fondere a fiamma moderata il gorgonzola nel latte aggiungendo una metà circa de formaggio grattugiato. Lessate gli gnocchi (sono pronti quando vengono a galla, ci vorranno un paio di minuti) poi passateli nella crema di formaggio aggiungendo un pizzico di pepe se vi va, i gherigli delle noci, che avrete nel frattempo sgusciato, tritati grossolanamente. Aggiungete altro formaggio grattugiato e servite.
Come far divertire i bambini – Fate sistemare a loro gli gnocchi man mano che si fanno, nel piatto dove riposeranno.
Abbinamento – Abbiamo scelto un Teroldego trentino, vanno benissimo Merlot o Cabernet Sauvignon o volendo anche una Barbera.
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Manifesti antiamericani a Teheran. Nel riquadro il titolo di Drop Site sul possibile attacco Usa (Ansa)
«Se il nemico commette un errore, senza dubbio metterà a repentaglio la propria sicurezza, la sicurezza della regione e la sicurezza del regime sionista», ha frattanto dichiarato ieri il capo dell’esercito iraniano, Amir Hatami, aggiungendo che le forze armate del regime sono «in piena prontezza difensiva e militare». Tutto questo, mentre i media statali iraniani pubblicavano foto di Ali Khamenei, per smentire le voci che si fosse nascosto in un bunker. Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno espresso irritazione per le esercitazioni militari dei pasdaran in programma oggi e domani nello Stretto di Hormuz: un’area, ricordiamolo, cruciale per quanto concerne il trasporto del petrolio. «Non tollereremo azioni pericolose del corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica», ha dichiarato Centcom. Frattanto, sempre ieri, si sono verificate delle esplosioni in Iran: due funzionari israeliani hanno prontamente smentito il coinvolgimento dello Stato ebraico nell’accaduto. Anche gli Usa, secondo la Cnn, non avrebbero responsabilità.
Insomma, la situazione complessiva è a dir poco tesa. Ed è anche emersa una rivelazione curiosa. Secondo Axios, nella sua recente visita a Washington, il ministro della Difesa saudita, Khalid bin Salman, avrebbe detto, nel corso di un incontro privato con think tank e organizzazioni ebraiche, che l’Iran si sentirebbe incoraggiato, qualora gli Stati Uniti non lo attaccassero. Se confermata, questa posizione cozzerebbe con quanto espresso pubblicamente da Riad, che ha finora auspicato di evitare un’escalation. Non è quindi escludibile che quanto riferito da Axios possa determinare degli attriti tra i sauditi e la Turchia: Ankara si sta infatti spendendo per dissuadere la Casa Bianca dall’intraprendere un’azione militare contro l’Iran. Sarà un caso, ma, proprio ieri, una fonte ha riferito all’Afp che probabilmente la Turchia non aderirà al patto di sicurezza tra Arabia Saudita e Pakistan.
Riad sta quindi facendo una sorta di doppio gioco? Non è affatto escludibile. Negli scorsi mesi, i sauditi si sono avvicinati ai turchi, convergendo su vari dossier (a cominciare da quello siriano). Tuttavia, dall’altra parte, Riad non ha mai cessato di temere le ambizioni nucleari di Teheran. E questo potrebbe spiegare il senso di quanto rivelato da Axios. Va comunque da sé che, se i sauditi avessero davvero esortato Washington (per quanto indirettamente) ad agire, la probabilità di un attacco militare americano contro la Repubblica islamica si farebbe assai più concreta.
Teheran ne è consapevole. E per questo spera che Ankara convinca Trump a desistere. «Nelle nostre conversazioni, ho ribadito che l’Iran non ha mai cercato di dotarsi di armi nucleari ed è pronto ad abbracciare un accordo nucleare giusto ed equo che soddisfi i legittimi interessi del nostro popolo; questo include la garanzia di “nessuna arma nucleare” e la revoca delle sanzioni», ha dichiarato il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, dopo aver incontrato l’omologo turco, Hakan Fidan, venerdì. Anche il segretario del Supremo consiglio di sicurezza nazionale dell’Iran, Ali Larijani, ha detto, ieri, che sarebbe «in corso la formazione di una struttura per dei negoziati» con gli Usa. Lo stesso Trump, in serata, ha affermato che la diplomazia sarebbe al lavoro. «L’Iran sta parlando con noi e vedremo se possiamo fare qualcosa, altrimenti vedremo cosa succede», ha affermato. Su Truth, ha rilanciato il post di un attivista che, dei pasdaran, diceva: «Se la stanno facendo sotto». Il punto è che finora il regime khomeinista non ha aperto alle richieste della Casa Bianca sull’arricchimento dell’uranio e sul programma balistico. Il che ha irritato notevolmente il presidente americano che, negli ultimi giorni, è tornato a valutare concretamente l’opzione militare. Bisognerà adesso capire che cosa accadrà nelle prossime ore. Si riapriranno le trattative tra Washington e Teheran? Oppure Trump deciderà di attaccare? Nel momento in cui La Verità andava in stampa, la situazione era significativamente in bilico, ma il presidente americano potrebbe usare la forza militare come leva negoziale con gli ayatollah.
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(IStock)
Una carrellata di fatti di cronaca spesso messi da parte ma che, se uniti, descrivono un problema che tocca tutto il Paese, da Torino a Napoli passando ovviamente per Milano.
Il 22 febbraio del 2025 tre studenti spagnoli, impegnati in Erasmus con la Bocconi, stanno tornando a casa. È notte fonda e i locali hanno già chiuso. I tre decidono di prendere prima un taxi e a seguire il filobus 90. Poi, come si legge in Piumini e catene, «salgono quattro ragazzi con i cappucci tirati su. Nessuno dice una parola. Il più alto si sistema il giubbotto, si avvicina agli spagnoli, uno scambio di sguardi, poi un urto. La collanina si spezza, parte una spinta, il coltello lampeggia. Uno dei tre studenti cade, colpito al fianco. Il pavimento si macchia di sangue».
I quattro, maranza appunto, scappano. È a questo punto, sottolineano Arditti e Gallicola, che le forze dell’ordine cominciano a parlare di «“bande fluide”, gruppi che nascono e si sciolgono in poche settimane, collegati fra loro dai social». Branchi che si riuniscono per colpire e poi si lasciano. Non hanno legami. Non hanno rapporti. Hanno solo un obiettivo: rubare e ferire. Non era, questo, l’ultimo caso. E non sarà nemmeno l’ultimo. Sui mezzi pubblici di Milano rapine e attacchi con l’arma bianca sono in netto aumento.
Questi gruppi di déraciné, di senza radici, sono tenuti insieme da poco o nulla. Quel poco, oltre alla violenza, è la musica rap. Baby Gang, il cui vero nome è Zaccaria Mouhib, su tutti. È il «prototipo» del maranza. Infanzia difficile, poi il carcere minorile. «Non ho paura di morire, ho paura di non vivere», canta in Cella 101. Diventa famoso sfruttando Youtube e l’hype che le sue canzoni generano. Ma non è il solo, come notano Arditti e Gallicola. Ci sono anche Rondo Da Sosa, Simba la Rue, Neima Ezza, Vale Pain, Sacky, Touché. «Giovani, figli di migranti o di famiglie modeste, cresciuti nelle stesse piazze e negli stessi cortili. Tutti raccontano la stessa città: Milano come campo di battaglia, come sogno e condanna insieme».
Sono i volti e i canti di una generazione che non si è integrata perché non ha voluto farlo. Che urla un disagio che ha cercato da sé o quantomeno che non ha mai provato a combattere. E che cerca lo scontro, non solo verbale ma soprattutto fisico. Sono i giovani del Maghreb che indossano i piumini e le catene. E che tengono nascosto il coltello. Ma, soprattutto, è la generazione che tinge di sangue le nostre vie. Al ritmo del rap.
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