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2021-06-02
Speranza sfregia pure le vacanze. «Al ristorante? al massimo in 4»
Nel film di Massimo Troisi Ricomincio da tre c'è una memorabile scena nella quale il protagonista è alle prese con un giovanotto complessato che non esce mai di casa, interpretato da Renato Scarpa: il nome del personaggio è Robertino. Non se la prenderà, il ministro della Salute Roberto Speranza, ma ieri lo avremmo chiamato Robertino, quando è stata diffusa la precisazione che mantiene, nelle zone gialle e pure in quelle bianche, il limite massimo di quattro persone sedute allo stesso tavolo al ristorante, a meno che non siano conviventi. Incredibile ma vero: il primo giorno di riapertura dei locali al chiuso, un giorno atteso per un anno e mezzo, un giorno storico, viene funestato da una delle più incredibili decisioni di Speranza, ministro che in questo lunghissimo anno e mezzo di pandemia di decisioni puramente ideologiche, al limite dell'autolesionismo, ne ha prese tantissime.
La cronaca di questa ennesima giornata di ordinaria follia targata Robertino Speranza inizia ieri mattina, quando riaprono, dopo la lunghissima agonia, circa 360.000 bar, ristoranti, pizzerie e agriturismi in tutta Italia, con la possibilità di offrire il servizio al bancone e al tavolo al chiuso. Tutti contenti, dunque? Macché: da giorni regna l'incertezza sulla regola che limita, anche nelle zone bianche, il numero dei commensali a quattro, a meno che non siano tutti conviventi. «Passano i mesi», protesta la Fipe Confcommercio, la Federazione italiana dei pubblici esercizi, «ma non la confusione successiva a ogni provvedimento. È inaccettabile che, nel giorno in cui finalmente bar e ristoranti possono riprendere a lavorare a regime, non ci sia ancora una linea chiara sul numero di commensali permessi a ogni tavolo. Da giorni si susseguono interpretazioni giornalistiche le più disparate, mai smentite, salvo ricevere solo ora, a mezzo stampa, un'interpretazione del ministero della Salute giuridicamente incomprensibile, che limita persino nelle zone bianche il numero dei commensali a quattro. Se fosse confermata andrebbero spiegate le basi su cui si fonda una decisione così penalizzante, che comunque doveva essere resa pubblica giorni fa e non a tre ore dall'inizio del servizio serale. Questa è una grave mancanza di rispetto nei confronti di centinaia di migliaia di imprenditori», attacca la Fipe, «costretti per l'ennesima volta a improvvisare. Confidiamo in un ripensamento».
Altro che ripensamento: il ministero della Salute conferma l'assurda regola. «Sia nelle regioni in zona gialla sia in quelle in zona bianca», fa sapere il dicastero guidato da Robertino Speranza, «rimane il limite, per i ristoranti, del servizio al tavolo consentito per un massimo di quattro persone, a meno che non siano tutte conviventi. Lo precisa il ministero della Salute», continua la nota, «facendo riferimento al dpcm del 2 marzo scorso, a sua volta richiamato dal decreto legge 22 aprile 2021 e nella premessa delle linee guida per la ripresa delle attività economiche e sociali del 28 maggio 2021 al punto 1». Una precisazione in un orrendo linguaggio burocratico che assesta una legnata tremenda sulla testa dei ristoratori e dei clienti. Una decisione senza capo né coda, che va contro il minimo buon senso, e che mette in estrema difficoltà tutto il comparto della ristorazione, come se i problemi non fossero già abbastanza. L'enormità di questa decisione di Speranza è lampante, i paradossi che comporta non si contano.
Qualche esempio? Innanzitutto, una comitiva di 20 persone può riunirsi in un appartamento, guardare la partita in tv, bere, sgranocchiare noccioline, mettersi in auto, andare al ristorante, ma poi a cena deve dividersi in cinque tavoli, lontani l'uno dall'altro. Il motivo? Bisogna chiederlo a Robertino Speranza. Per non parlare di chi sta prenotando una vacanza, con la propria famiglia e altri amici: la combriccola dovrà rassegnarsi a stare tutto il giorno insieme, salvo dividersi a pranzo e a cena, ovvero nei momenti di più spensierata convivialità. Un fattore decisivo nella scelta del luogo dove trascorrere la villeggiatura, che finirà per penalizzare le località turistiche italiane favorendo quelle degli altri Paesi, dove questo limite non c'è.
Secondo i calcoli della Coldiretti, la filiera della ristorazione è stata la più colpita dalle misure adottate per combattere la pandemia, con una perdita, tra limitazioni e chiusure a singhiozzo, stimata in 41 miliardi di euro nell'anno del Covid. Se un ristorante resta chiuso, infatti, a risentirne non sono solo il proprietario e i dipendenti, ma tutte le aziende della filiera agroalimentare. A beneficiare delle riaperture sarebbe a cascata l'intero sistema, un esercito di imprese con relativi dipendenti, tra le quali 70.000 industrie alimentari e 740.000 aziende agricole impegnate a garantire le forniture, per un totale di 3,6 milioni di posti di lavoro.
«Con il limite dei quattro posti a sedere», protesta Coldiretti, «saltano le tradizionali tavolate estive, dalle feste di fine anno scolastico ai pranzi aziendali fino ai pranzi in riva al mare e alle cene serali tutti insieme in vacanza, che sono una priorità per quasi un italiano su tre dopo le riaperture». Numeri impressionanti, quelli della filiera della ristorazione, che suggerirebbero a chiunque abbia responsabilità di governo di fare tutto ciò che è possibile per rimettere in moto il motore di questo settore, e di conseguenza dell'intera economia italiana, in un momento in cui la sentenza Ilva rischia di affossare la siderurgia del nostro Paese, che rischia di dover acquistare l'acciaio dall'estero ora che il prezzo è alle stelle, e mentre il premier Mario Draghi sottolinea che in questa fase di risveglio dell'Italia «il compito del governo per tutte le realtà produttive è creare un ambiente dove ci si sente parte della società, per investire e guardare al futuro». Il compito del governo, quindi dei ministri, compreso Robertino Speranza, l'ultimo giapponese delle restrizioni senza senso.
La disoccupazione arriva al 10,7%. Persi 870.000 posti in un anno
«Nel primo trimestre del 2021 il prodotto interno lordo (Pil) espresso con valori concatenati con anno di riferimento 2015, corretto per gli effetti del calendario e destagionalizzato, è aumentato dello 0,1% rispetto al trimestre precedente ed è diminuito dello 0,8% nei confronti del primo trimestre del 2020». Sono le prime 46 parole della nota Istat pubblicata ieri. Un po' involute per i non addetti ai lavori. Sembrerebbero dare una buona notizia. Il 30 aprile scorso, l'Istituto aveva affermato che il Pil del primo trimestre era diminuito dello 0,4% rispetto al precedente. E i calcoli sono effettuati avendo a riferimento i prezzi del 2015. Per depurare il tutto dalle fluttuazioni dei prezzi. Come interpretare i dati? Tecnicamente siamo fuori dalla recessione. I dati del secondo trimestre saranno addirittura molto più buoni soprattutto se confrontati con il secondo quarto del 2020, quello delle chiusure più dure. Quando l'Italia ha registrato un terrificante livello di reddito pari a circa 353 miliardi. Mantenendo il Pil del primo trimestre del 2021 - circa 403 miliardi - a fine luglio i titoli dei giornali saranno questi: «Nel secondo trimestre il Pil tendenziale esplode. Rispetto a un anno +14%!».
C'è bisogno di buone notizie, possibilmente vere. E questa notizia sarà buona e sarà vera. Ma purtroppo non sarà abbastanza. Prima che arrivassero le chiusure, l'Italia ogni trimestre registrava un Pil di 431-432 miliardi. Centesimo più centesimo meno. Oggi siamo a 403 miliardi. La strada per tornare alla normalità purtroppo è ancora lunga. Potremo dire di essere usciti dalla crisi non quando faremo un più zero virgola rispetto al trimestre immediatamente precedente (la cosiddetta variazione congiunturale) o rispetto allo stesso trimestre dell'anno passato (la cosiddetta variazione tendenziale), ma solo quando saremo tornati al già non esaltante 430 miliardi. Un livello comunque tale da non far abbassare la povertà in Italia al di sotto dei 5 milioni di individui. Oggi siamo addirittura a 5,6 milioni e nel 2011, prima della cura Monti, eravamo a 2,6 milioni. Siamo quindi straordinariamente lontani da una situazione di normalità e benessere. E la strada verso il completo recupero è lastricata di trabocchetti. Basterà sbagliare un passo e la trappola scatterà, mettendo in ginocchio il Paese. E alcune di queste trappole potrebbero scattare anche se non commettessimo alcun errore. Insomma, non abbiamo il destino nelle nostre mani e dovremo sperare nello stellone perché la situazione non peggiori.
Anche sul fronte del lavoro i dati sono negativi. Ad aprile il tasso di disoccupazione è salito al 10,7% (+0,3 punti) e le persone in cerca di lavoro risultano in «forte crescita» pari a +870.000 unità (+48,3%) rispetto a un anno fa. L'unica nota positiva è il lieve aumento degli occupati (+0,1%).
A marzo 2022, se non accade nulla di nuovo, la Bce metterà fine al programma straordinario dell'acquisto di titoli di Stato. E saranno dolori perché i tassi tornerebbero a crescere mettendo definitivamente al tappeto le nostre imprese che - secondo le stime di Giuliano Mandolesi, commercialista ed esperto di cose tributarie - hanno perso qualcosa come 316 miliardi di fatturato nel solo 2020. A fronte di indennizzi complessivi a loro destinati pari a poco più di 40 miliardi. Se molte di queste imprese non hanno portato i libri in tribunale, è perché sono ancora in essere moratorie sul debito bancario su un totale complessivo pari a quasi 150 miliardi. Quando le rate di questi mutui torneranno a essere addebitate sui conti correnti, come potranno essere pagate?
La situazione delle nostre aziende è radicalmente lacerata e disuguale. Il manifatturiero torna a crescere prepotente. L'indice Pmi pubblicato ieri misura la fiducia dei direttori degli acquisti in misura superiore a 60. Livelli altissimi da vero boom economico. Ma è il settore del turismo, della ristorazione e del commercio non alimentare a essere stato completamente distrutto dalle chiusure. Il grosso delle perdite del fatturato deriva da lì. E i dolorosi ma necessari processi di ristrutturazione sono impediti dal blocco dei licenziamenti che il ministro Andrea Orlando pervicacemente (anche se comprensibilmente) ripropone, con ciò rimandando di poco lo scoppio della bomba dei licenziamenti. Cui rischia di aggiungersi l'esplosione della bolla dei crediti deteriorati (inadempienze probabili e sofferenze) nei bilanci delle banche.
Neppure il governatore di Banca d'Italia nasconde questa terribile realtà, mitigandola con un neutro «i nuovi crediti deteriorati stanno aumentando seppur lievemente». Kpmg stima, soltanto per le inadempienze probabili, un possibile raddoppio da 50 a 100 miliardi. E non stiamo parlando delle sofferenze. Il rischio che tutto non vada per il verso giusto è alto. E la crescita a doppia cifra di cui parleranno i giornali ai primi di luglio rischia di essere il canto del cigno.
Servono ancora cose per evitare ciò che Mario Draghi un anno fa sul Financial Times definiva «distruzione permanente della capacità produttiva e quindi della base imponibile fiscale». Siamo fuori dalla recessione tecnica ma siamo sull'orlo del burrone. Non è mai troppo presto per agire.
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Contagi, ricoveri e decessi giù. Nel giorno in cui i locali ripartono anche al chiuso e si tenta di rilanciare turismo ed economia, il titolare della Salute «precisa»: restrizioni a tavola in zona bianca e all'aperto. Mancano 800.000 posti di lavoro rispetto al pre Covid. E l'Ilva rischia grosso. Nel primo trimestre Pil su dello 0,1%, però è ancora 30 miliardi sotto i livelli pre Covid. Lo speciale contiene due articoli. Nel film di Massimo Troisi Ricomincio da tre c'è una memorabile scena nella quale il protagonista è alle prese con un giovanotto complessato che non esce mai di casa, interpretato da Renato Scarpa: il nome del personaggio è Robertino. Non se la prenderà, il ministro della Salute Roberto Speranza, ma ieri lo avremmo chiamato Robertino, quando è stata diffusa la precisazione che mantiene, nelle zone gialle e pure in quelle bianche, il limite massimo di quattro persone sedute allo stesso tavolo al ristorante, a meno che non siano conviventi. Incredibile ma vero: il primo giorno di riapertura dei locali al chiuso, un giorno atteso per un anno e mezzo, un giorno storico, viene funestato da una delle più incredibili decisioni di Speranza, ministro che in questo lunghissimo anno e mezzo di pandemia di decisioni puramente ideologiche, al limite dell'autolesionismo, ne ha prese tantissime. La cronaca di questa ennesima giornata di ordinaria follia targata Robertino Speranza inizia ieri mattina, quando riaprono, dopo la lunghissima agonia, circa 360.000 bar, ristoranti, pizzerie e agriturismi in tutta Italia, con la possibilità di offrire il servizio al bancone e al tavolo al chiuso. Tutti contenti, dunque? Macché: da giorni regna l'incertezza sulla regola che limita, anche nelle zone bianche, il numero dei commensali a quattro, a meno che non siano tutti conviventi. «Passano i mesi», protesta la Fipe Confcommercio, la Federazione italiana dei pubblici esercizi, «ma non la confusione successiva a ogni provvedimento. È inaccettabile che, nel giorno in cui finalmente bar e ristoranti possono riprendere a lavorare a regime, non ci sia ancora una linea chiara sul numero di commensali permessi a ogni tavolo. Da giorni si susseguono interpretazioni giornalistiche le più disparate, mai smentite, salvo ricevere solo ora, a mezzo stampa, un'interpretazione del ministero della Salute giuridicamente incomprensibile, che limita persino nelle zone bianche il numero dei commensali a quattro. Se fosse confermata andrebbero spiegate le basi su cui si fonda una decisione così penalizzante, che comunque doveva essere resa pubblica giorni fa e non a tre ore dall'inizio del servizio serale. Questa è una grave mancanza di rispetto nei confronti di centinaia di migliaia di imprenditori», attacca la Fipe, «costretti per l'ennesima volta a improvvisare. Confidiamo in un ripensamento». Altro che ripensamento: il ministero della Salute conferma l'assurda regola. «Sia nelle regioni in zona gialla sia in quelle in zona bianca», fa sapere il dicastero guidato da Robertino Speranza, «rimane il limite, per i ristoranti, del servizio al tavolo consentito per un massimo di quattro persone, a meno che non siano tutte conviventi. Lo precisa il ministero della Salute», continua la nota, «facendo riferimento al dpcm del 2 marzo scorso, a sua volta richiamato dal decreto legge 22 aprile 2021 e nella premessa delle linee guida per la ripresa delle attività economiche e sociali del 28 maggio 2021 al punto 1». Una precisazione in un orrendo linguaggio burocratico che assesta una legnata tremenda sulla testa dei ristoratori e dei clienti. Una decisione senza capo né coda, che va contro il minimo buon senso, e che mette in estrema difficoltà tutto il comparto della ristorazione, come se i problemi non fossero già abbastanza. L'enormità di questa decisione di Speranza è lampante, i paradossi che comporta non si contano. Qualche esempio? Innanzitutto, una comitiva di 20 persone può riunirsi in un appartamento, guardare la partita in tv, bere, sgranocchiare noccioline, mettersi in auto, andare al ristorante, ma poi a cena deve dividersi in cinque tavoli, lontani l'uno dall'altro. Il motivo? Bisogna chiederlo a Robertino Speranza. Per non parlare di chi sta prenotando una vacanza, con la propria famiglia e altri amici: la combriccola dovrà rassegnarsi a stare tutto il giorno insieme, salvo dividersi a pranzo e a cena, ovvero nei momenti di più spensierata convivialità. Un fattore decisivo nella scelta del luogo dove trascorrere la villeggiatura, che finirà per penalizzare le località turistiche italiane favorendo quelle degli altri Paesi, dove questo limite non c'è. Secondo i calcoli della Coldiretti, la filiera della ristorazione è stata la più colpita dalle misure adottate per combattere la pandemia, con una perdita, tra limitazioni e chiusure a singhiozzo, stimata in 41 miliardi di euro nell'anno del Covid. Se un ristorante resta chiuso, infatti, a risentirne non sono solo il proprietario e i dipendenti, ma tutte le aziende della filiera agroalimentare. A beneficiare delle riaperture sarebbe a cascata l'intero sistema, un esercito di imprese con relativi dipendenti, tra le quali 70.000 industrie alimentari e 740.000 aziende agricole impegnate a garantire le forniture, per un totale di 3,6 milioni di posti di lavoro. «Con il limite dei quattro posti a sedere», protesta Coldiretti, «saltano le tradizionali tavolate estive, dalle feste di fine anno scolastico ai pranzi aziendali fino ai pranzi in riva al mare e alle cene serali tutti insieme in vacanza, che sono una priorità per quasi un italiano su tre dopo le riaperture». Numeri impressionanti, quelli della filiera della ristorazione, che suggerirebbero a chiunque abbia responsabilità di governo di fare tutto ciò che è possibile per rimettere in moto il motore di questo settore, e di conseguenza dell'intera economia italiana, in un momento in cui la sentenza Ilva rischia di affossare la siderurgia del nostro Paese, che rischia di dover acquistare l'acciaio dall'estero ora che il prezzo è alle stelle, e mentre il premier Mario Draghi sottolinea che in questa fase di risveglio dell'Italia «il compito del governo per tutte le realtà produttive è creare un ambiente dove ci si sente parte della società, per investire e guardare al futuro». Il compito del governo, quindi dei ministri, compreso Robertino Speranza, l'ultimo giapponese delle restrizioni senza senso. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/speranza-sfregia-pure-le-vacanze-al-ristorante-al-massimo-in-4-2653198485.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-disoccupazione-arriva-al-107-persi-870-000-posti-in-un-anno" data-post-id="2653198485" data-published-at="1622577314" data-use-pagination="False"> La disoccupazione arriva al 10,7%. Persi 870.000 posti in un anno «Nel primo trimestre del 2021 il prodotto interno lordo (Pil) espresso con valori concatenati con anno di riferimento 2015, corretto per gli effetti del calendario e destagionalizzato, è aumentato dello 0,1% rispetto al trimestre precedente ed è diminuito dello 0,8% nei confronti del primo trimestre del 2020». Sono le prime 46 parole della nota Istat pubblicata ieri. Un po' involute per i non addetti ai lavori. Sembrerebbero dare una buona notizia. Il 30 aprile scorso, l'Istituto aveva affermato che il Pil del primo trimestre era diminuito dello 0,4% rispetto al precedente. E i calcoli sono effettuati avendo a riferimento i prezzi del 2015. Per depurare il tutto dalle fluttuazioni dei prezzi. Come interpretare i dati? Tecnicamente siamo fuori dalla recessione. I dati del secondo trimestre saranno addirittura molto più buoni soprattutto se confrontati con il secondo quarto del 2020, quello delle chiusure più dure. Quando l'Italia ha registrato un terrificante livello di reddito pari a circa 353 miliardi. Mantenendo il Pil del primo trimestre del 2021 - circa 403 miliardi - a fine luglio i titoli dei giornali saranno questi: «Nel secondo trimestre il Pil tendenziale esplode. Rispetto a un anno +14%!». C'è bisogno di buone notizie, possibilmente vere. E questa notizia sarà buona e sarà vera. Ma purtroppo non sarà abbastanza. Prima che arrivassero le chiusure, l'Italia ogni trimestre registrava un Pil di 431-432 miliardi. Centesimo più centesimo meno. Oggi siamo a 403 miliardi. La strada per tornare alla normalità purtroppo è ancora lunga. Potremo dire di essere usciti dalla crisi non quando faremo un più zero virgola rispetto al trimestre immediatamente precedente (la cosiddetta variazione congiunturale) o rispetto allo stesso trimestre dell'anno passato (la cosiddetta variazione tendenziale), ma solo quando saremo tornati al già non esaltante 430 miliardi. Un livello comunque tale da non far abbassare la povertà in Italia al di sotto dei 5 milioni di individui. Oggi siamo addirittura a 5,6 milioni e nel 2011, prima della cura Monti, eravamo a 2,6 milioni. Siamo quindi straordinariamente lontani da una situazione di normalità e benessere. E la strada verso il completo recupero è lastricata di trabocchetti. Basterà sbagliare un passo e la trappola scatterà, mettendo in ginocchio il Paese. E alcune di queste trappole potrebbero scattare anche se non commettessimo alcun errore. Insomma, non abbiamo il destino nelle nostre mani e dovremo sperare nello stellone perché la situazione non peggiori. Anche sul fronte del lavoro i dati sono negativi. Ad aprile il tasso di disoccupazione è salito al 10,7% (+0,3 punti) e le persone in cerca di lavoro risultano in «forte crescita» pari a +870.000 unità (+48,3%) rispetto a un anno fa. L'unica nota positiva è il lieve aumento degli occupati (+0,1%). A marzo 2022, se non accade nulla di nuovo, la Bce metterà fine al programma straordinario dell'acquisto di titoli di Stato. E saranno dolori perché i tassi tornerebbero a crescere mettendo definitivamente al tappeto le nostre imprese che - secondo le stime di Giuliano Mandolesi, commercialista ed esperto di cose tributarie - hanno perso qualcosa come 316 miliardi di fatturato nel solo 2020. A fronte di indennizzi complessivi a loro destinati pari a poco più di 40 miliardi. Se molte di queste imprese non hanno portato i libri in tribunale, è perché sono ancora in essere moratorie sul debito bancario su un totale complessivo pari a quasi 150 miliardi. Quando le rate di questi mutui torneranno a essere addebitate sui conti correnti, come potranno essere pagate? La situazione delle nostre aziende è radicalmente lacerata e disuguale. Il manifatturiero torna a crescere prepotente. L'indice Pmi pubblicato ieri misura la fiducia dei direttori degli acquisti in misura superiore a 60. Livelli altissimi da vero boom economico. Ma è il settore del turismo, della ristorazione e del commercio non alimentare a essere stato completamente distrutto dalle chiusure. Il grosso delle perdite del fatturato deriva da lì. E i dolorosi ma necessari processi di ristrutturazione sono impediti dal blocco dei licenziamenti che il ministro Andrea Orlando pervicacemente (anche se comprensibilmente) ripropone, con ciò rimandando di poco lo scoppio della bomba dei licenziamenti. Cui rischia di aggiungersi l'esplosione della bolla dei crediti deteriorati (inadempienze probabili e sofferenze) nei bilanci delle banche. Neppure il governatore di Banca d'Italia nasconde questa terribile realtà, mitigandola con un neutro «i nuovi crediti deteriorati stanno aumentando seppur lievemente». Kpmg stima, soltanto per le inadempienze probabili, un possibile raddoppio da 50 a 100 miliardi. E non stiamo parlando delle sofferenze. Il rischio che tutto non vada per il verso giusto è alto. E la crescita a doppia cifra di cui parleranno i giornali ai primi di luglio rischia di essere il canto del cigno. Servono ancora cose per evitare ciò che Mario Draghi un anno fa sul Financial Times definiva «distruzione permanente della capacità produttiva e quindi della base imponibile fiscale». Siamo fuori dalla recessione tecnica ma siamo sull'orlo del burrone. Non è mai troppo presto per agire.
Mauro Glorioso, vittima dell'episodio di violenza dei Murazzi, nel giorno della sua laurea (Ansa)
È stata scarcerata in largo anticipo Denise, la ragazza condannata per aver partecipato «in concorso morale» con il branco al tentato omicidio dello studente Mauro Glorioso, colpito tre anni fa da una bicicletta elettrica lanciata dai Murazzi a Torino. E a Milano il Tar ha sospeso i Daspo urbani a quattro degli autori degli atti di teppismo in stazione Centrale durante la violenta manifestazione pro Pal di settembre. Due pugni nello stomaco al principio di legalità e alla certezza della pena, ormai derubricata da architrave del diritto penale a materiale da convegno di giurisprudenza. In 24 ore ogni proposito per ristabilire un confine fra chi delinque e le sue vittime si è disintegrato con la fattiva collaborazione dei tribunali: chi ha concorso (anche se non materialmente) a costringere per tutta la vita su una sedia a rotelle un ragazzo può già pensare a frequentare corsi di boxe e di tatuaggio. E chi ha sfasciato vetrine, aggredito poliziotti e messo a ferro e fuoco un quartiere di Milano può ordinare una pizza e un gelato ridendo in faccia alle persone terrorizzate quattro mesi fa. Perché? «Perché non c’è pericolo per la sicurezza pubblica», sentenziano le toghe amministrative. Un autentico trionfo.
Questa è la risposta della giustizia mentre la violenza giovanile si fa sempre più invasiva, il ministero dell’Interno aumenta la vigilanza nelle città, le Procure chiedono rinforzi per accelerare i processi, i sociologi si esibiscono in check up di ogni specie e sottospecie, qualche studente si presenta in classe con coltelli da combattimento e il governo prepara pacchetti sicurezza un mese sì e l’altro pure. In questo scenario, che presupporrebbe prudenza e massima allerta per cogliere il cuore del problema per limitare i danni, ecco la parola d’ordine nella tranquilla socialdemocrazia svedese dei tribunali italiani: prego, accomodatevi.
La vicenda di Torino è paradigmatica. La sera del 20 gennaio 2023 - esattamente tre anni fa, neanche fosse una ricorrenza - Denise (allora minorenne) rimase allegramente a guardare mentre tre suoi amici organizzavano e mettevano in atto il lancio di una bici elettrica dalla balaustra in riva al Po in testa a Mauro Glorioso, rendendolo paraplegico. Dopo la bravata, la banda andò a divertirsi. Nessuno denunciò, nessuno si costituì, le chat Whatsapp furono cancellate (poi recuperate dagli investigatori con un software apposito). Secondo il pm Livia Locci, che nel processo rappresentò l’accusa, «il piano era stato stabilito a priori e nulla fu lasciato all’istinto».
Denise fu condannata a 6 anni e 8 mesi mentre uno dei lanciatori materiali e una complice, tutti maggiorenni, devono scontare 16 e 14 anni. I giudici che hanno scarcerato Denise con oltre 3 anni di anticipo sostengono che «ora è più consapevole delle sue responsabilità» e l’hanno affidata in prova ai servizi sociali. Per la famiglia Glorioso è stato un anniversario devastante. Attraverso l’avvocato Simona Grabbi hanno fatto sapere che «dopo il sacrificio di nostro figlio, la cui vita è stata distrutta da un gesto di scellerata e gratuita violenza, siamo costernati per non essere stati neppure chiamati a esprimere un parere sulla concessione di una misura alternativa e sugli eventuali contatti o gesti di pentimento compiuti a favore di Mauro, peraltro semplicemente inesistenti».
La certezza della pena non è una pretesa rigorista, ma il punto di partenza di un percorso virtuoso e, al tempo stesso, un deterrente per chi si appresta a delinquere. Se non esiste, semplicemente si lascia spazio alla barbarie.
Un approccio simile riguarda le violenze pro Pal milanesi, il teppismo becero di chi ora sa che potrà farla franca. Ai quattro giovani arrestati in stazione Centrale (due studentesse universitarie di 21 anni e due liceali minorenni) era stato vietato per due anni di circolare in alcune aree della città, di accedere ai treni e alla metropolitana. Colpo di spugna, non è successo niente. Il Tar ha semplicemente deciso di sospendere i Daspo emessi dalla questura in attesa del processo vero e proprio.
La giustizia esce ancora una volta sconfitta per aver abdicato al proprio ruolo, per aver impedito agli autori delle violenze di coglierne la gravità. Questa non è rieducazione ma arrendevolezza. Una lezione a tutti arriva proprio da Mauro Glorioso, paralizzato dalla banda torinese dal collo in giù. Ha saputo ricominciare, si è laureato in Medicina: «Bello raggiungere un obiettivo nonostante tutto, io guardo avanti». Oltre il male c’è la vita, accompagnata dalla forza di volontà, dalla capacità morale di ricostruire con rettitudine e dignità un’esistenza distrutta. Saper distinguere tutto questo - non sulla luna, ma nei tribunali - è la base di una società che vorrebbe continuare a chiamarsi civile.
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Ecco Edicola Verità, la rassegna stampa podcast del 22 gennaio con Flaminia Camilletti
Dopo la chiusura con il proscioglimento della vicenda giudiziaria che ha riguardato la nota influencer, di buono resta solo lo storico dolce.
Piercamillo Davigo (Ansa)
La vicenda prende forma nel rapporto tra Paolo Storari, sostituto procuratore a Milano, e Piercamillo Davigo, allora consigliere del Csm. È con Storari che si consuma il primo snodo decisivo. Le motivazioni affermano che Davigo non si limita a ricevere informazioni, ma «rafforza e legittima» la scelta di Storari di consegnargli i verbali dell’avvocato Piero Amara, coperti da segreto investigativo. Lo fa prospettando una tesi giuridica che la Corte definisce esplicitamente «tutt’altro che fondata»: l’idea che il segreto non sia opponibile al Csm e, per estensione, al singolo consigliere. Una prospettazione che, secondo i giudici, ha avuto un ruolo causale diretto nella rivelazione, integrando il concorso «dell’extraneus nel reato proprio».
Qui la sentenza insiste su un punto che rende la condotta di Davigo particolarmente grave: la piena consapevolezza delle regole. I giudici ricordano che anche laddove il Csm abbia poteri di acquisizione, questi sono rigorosamente incanalati in procedure formali: soggetti legittimati, passaggi istituzionali, protocollazione, possibilità per l’autorità giudiziaria di opporre esigenze investigative. Nulla di tutto questo avviene. I verbali passano di mano in modo informale, in un incontro riservato, su una chiavetta Usb. Per la Corte non è un dettaglio, ma la prova che Davigo sceglie consapevolmente di porsi fuori dalle regole. Ottenuti gli atti, il comportamento contestato non si ferma. Le motivazioni ricordano che Davigo, «violando i doveri inerenti alle proprie funzioni ed abusando della sua qualità», riferisce l’esistenza di atti coperti da segreto a più soggetti, tra cui il primo presidente della Corte di Cassazione Pietro Curzio e il consigliere Sebastiano Ardita. La Corte è esplicita: Davigo non aveva alcuna legittimazione a divulgare quelle informazioni «al di fuori di una formale procedura». Ed è proprio questo passaggio che porta i giudici a sottolineare come l’ex magistrato abbia agito «ergendosi a paladino della legalità», ma senza titolo. Un aspetto centrale delle motivazioni riguarda gli effetti istituzionali di questa scelta. I giudici parlano di una diffusione selettiva della conoscenza, che genera tensioni, diffidenze e prese di distanza all’interno del Csm. La procedura, osserva la Corte, serve proprio a evitare che notizie delicate circolino in modo incontrollato. Davigo, scegliendo la via informale, accetta - o sottovaluta - questo rischio, contribuendo a un corto circuito istituzionale che nulla ha a che vedere con la tutela della legalità.
La sentenza respinge anche uno degli argomenti difensivi più ricorrenti nel dibattito pubblico: l’assoluzione di Storari non travolge la responsabilità di Davigo. La condanna a un anno e tre mesi di reclusione segna così una cesura netta nella parabola del dottor Sottile, il cui comportamento è descritto dai giudici come abusivo, consapevole e privo di legittimazione. Ottima pubblicità per il Sì al referendum.
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