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2020-06-16
Speranza esalta un vaccino zeppo di dubbi
Roberto Speranza (Ansa)
È già tutto apparecchiato per il vaccino contro il Covid-19. Peccato che al banchetto più importante e succulento - in termini di potenziali guadagni - del nuovo millennio manchi proprio l'ospite principale, per l'appunto il vaccino. Memorabile lo scambio andato in scena sabato sui social tra il premier Giuseppe Conte e la controversa cantante Myley Cyrus, artista nota più per le sue performance ai confini della pornografia che per i testi dei suoi brani. «Insieme ce la possiamo fare», ha twittato Giuseppi. Poche ore prima, era stato il ministro della Salute, Roberto Speranza, a dare il lieto annuncio. «Insieme ai ministri della Salute di Germania, Francia e Olanda, dopo aver lanciato nei giorni scorsi l'alleanza per il vaccino», così Speranza su Facebook, «ho sottoscritto un contratto con Astrazeneca per l'approvvigionamento fino a 400 milioni di dosi di vaccino da destinare a tutta la popolazione europea». Ma come spesso accade, non è tutto oro quello che luccica.
Primo problema. Al netto di tutti questi discorsi, il vaccino promesso da Astrazeneca rappresenta ancora un miraggio. Condotta in collaborazione con l'Università di Oxford, la ricerca si trova ancora nella fase sperimentale. Lo scorso aprile sono partiti i trial clinici su 1.110 volontari tra i 18 e 55 anni, mentre la «fase 2» annunciata appena venti giorni fa dovrebbe coinvolgere 10.260 tra adulti e, novità, anche bambini tra i 5 e 12 anni. È notizia del 4 giugno, infine, che l'agenzia di regolamentazione sanitaria brasiliana ha dato il via libera per testare il farmaco su 2.000 volontari. Tecnicamente, dunque, il vaccino ancora non esiste. Eppure, sull'onda dell'entusiasmo, i Paesi si stanno affrettando a farne scorta.
Nonostante la strada da fare sia ancora molto lunga, Astrazeneca ha annunciato di avere già avviato la catena produttiva per realizzare 2 miliardi di dosi entro la fine dell'anno. «Dobbiamo averlo pronto per utilizzarlo in tempo una volta che abbiamo i risultati», ha affermato l'ad Pascal Soriot, «il nostro programma attuale è di avere i dati entro la fine dell'estate, entro agosto, così a settembre dovremmo sapere se abbiamo un vaccino efficace o meno». Un ragionamento che, almeno sul piano commerciale, non fa una piega.
Secondo problema. Come ammesso dallo stesso numero uno di Astrazeneca, esiste il rischio concreto che a fine anno l'azienda si ritrovi con i magazzini pieni di un vaccino che non funziona. E per l'Italia di aver puntato sul cavallo sbagliato. Per il momento, rimane la macchia sui risultati della «fase 1». Come rileva William A. Haseltine, ex professore alla Harvard medical school, i macachi vaccinati e poi infettati con il coronavirus hanno effettivamente contratto solo un raffreddore (anziché la polmonite tipicamente causata dal Covid), ma l'alta carica virale ha fatto sì che rimanessero infetti. C'è poi il pericolo che si verifichi il cosiddetto Ade (Antibody-dependent enhancement), un fenomeno a seguito del quale gli anticorpi prodotti dal vaccino non solo non proteggono dall'infezione, ma addirittura facilitano l'ingresso del virus all'interno delle cellule. Accorciare troppo i tempi della sperimentazione, in altre parole, rappresenta un rischio. Certo, ci sono anche altri candidati, ma è su quello di Oxford che il nostro governo sembra aver riposto le maggiori speranze. E infatti Walter Ricciardi, consigliere del ministro della Salute, si è portato già avanti. «Verrà dato al personale sanitario, alle categorie a rischio, per età o patologie, e a militari e forze dell'ordine. Poi piano piano toccherà anche agli altri», ha spiegato nell'intervista pubblicata domenica su Repubblica, «andranno organizzati servizi sanitari, centri vaccinali e medici di famiglia, per coprire più rapidamente possibile la popolazione». Ricapitolando: ancora non esiste un vaccino, non abbiamo nessuna garanzia circa la sua efficacia, ma da Lungotevere Ripa già pianificano di vaccinarci in massa.
Terzo problema. Anche se le cose dovessero mettersi per il verso giusto, non è affatto detto che il vaccino arrivi per tempo. La consegna delle dosi prenotate, infatti, dovrebbe verificarsi tra fine di quest'anno e i primi mesi del 2021. Rimarrebbe fuori, dunque, la minacciata e temutissima seconda ondata prevista per quest'autunno. Sulla quale nemmeno gli esperti mettono ormai la mano sul fuoco. «Non credo arrivi», si è lasciato sfuggire Walter Ricciardi sempre su Repubblica, «magari avremo tante piccole ondine». Sulla stessa linea il viceministro della Salute Pierpaolo Sileri, intervenuto ieri su Radio1: «Una seconda ondata sembra non esserci». E sul vaccino «è prematuro pensare di poterlo già avere a settembre, ma potrebbe arrivare per fine anno o inizio 2021».
Zangrillo: «Decessi sovrastimati, le cause di morte sono anche altre»
I decessi per Covid-19 «ora sono sovrastimati», secondo Alberto Zangrillo, direttore della terapia intensiva dell'ospedale San Raffaele di Milano. Domenica sera, dal pulpito di La7, a Non è l'Arena, il professore ha sollevato la questione delle persone che nelle ultime settimane muoiono con il Covid e che, come tali, vengono contate, mentre i motivi del decesso sono altri. A sostegno della sua dichiarazione, il primario del San Raffaele, ha portato l'esempio di quanto può accadere in un ospedale in questi giorni. «Quando entra una persona colpita da infarto del miocardio», ha spiegato Zangrillo, «viene effettuato un tampone per determinare se sia positivo o meno al Covid, ma nel frattempo la situazione clinica precipita, per cui entra in emodinamica, entra in sala operatoria di cardiochirurgia, ma dopo due giorni muore». Se questa persona nel frattempo è risultata positiva la tampone, la sua morte viene comunicata alla Protezione civile che la inserisce nelle morti causate dall'infezione. Invece, secondo il professore «è morta con il Covid, ma è morta di tutt'altro». Secondo Zangrillo, «probabilmente c'è stata una prima fase in cui i decessi erano sottostimati», mentre adesso «forse, sono sovrastimati». Anche sulla seconda ondata epidemica attesa in autunno, il clinico ha avuto parole rassicuranti, «primo perché bisogna vedere se arriva, secondo perché sappiamo curare i malati, terzo perché c'è una collaborazione in atto tra gli istituti ospedalieri, il territorio e le istituzioni regionali che sono in grado di fronteggiare il problema, quarto perché sappiamo molto di più su questo virus». Nel riportare la sua osservazione, il professore si è affrettato a dire di non voler «minimizzare», riconoscendo che «il virus esiste» ma ribadendo che «è a livello subclinico».
Zangrillo è tornato così su un concetto che, due settimane fa, ha sollevato un polverone di polemiche. Su Rai3, a Mezz'ora in più, il primario aveva dichiarato che il Covid-19 «dal punto di vista clinico non esiste più», sostenendo che i tamponi eseguiti nei dieci giorni precedenti avevano «una carica virale dal punto di vista quantitativo assolutamente infinitesimale» rispetto a quelli eseguiti a marzo. Nella bufera mediatica che è seguita, a stretto giro, è arrivata la replica del ministero della Salute che ha giudicato il messaggio «sbagliato, che rischia di confondere gli italiani».
Ha definito «pericolose» tali dichiarazioni Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità. In difesa di Zangrillo si è schierato il virologo Guido Silvestri, docente alla Emory University di Atlanta, confermando che i dati sulla più bassa carica virale sono «molto solidi e in corso di pubblicazione». Sostegno è arrivato anche dell'infettivologo Matteo Bassetti, dell'ospedale San Martino di Genova che, in un post su Facebook, ha spiegato come «la malattia da Sars-Cov-2 è oggi molto diversa da quella vista a marzo» ribadendo quanto da lui osservato da mesi, cioè che «il virus ha perso forza». Non è campata in aria la tesi di Zangrillo nemmeno per Sergio Harari, pneumologo e professore di Clinica medica all'Università di Milano. Più cauto sull'aspetto clinico è Andrea Crisanti, direttore di Microbiologia e Virologia dell'Ospedale-Università di Padova che ricorda come «questo virus, per ragioni che ancora non conosciamo, si diffonde senza creare malattia finché raggiunge una massa critica di persone che si infettano e a quel punto esplode con tutta la sua violenza».
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La cura studiata da Astrazeneca e Oxford è ancora solo un miraggio, potrebbe non funzionare o addirittura rafforzare il virus. E se tutto va bene le prime dosi dovrebbero arrivare all'inizio del 2021, cioè dopo la «seconda ondata» che forse nemmeno ci sarà.Alberto Zangrillo: «Se chi muore d'infarto risulta positivo, viene contato come vittima da Covid».Lo speciale contiene due articoli.È già tutto apparecchiato per il vaccino contro il Covid-19. Peccato che al banchetto più importante e succulento - in termini di potenziali guadagni - del nuovo millennio manchi proprio l'ospite principale, per l'appunto il vaccino. Memorabile lo scambio andato in scena sabato sui social tra il premier Giuseppe Conte e la controversa cantante Myley Cyrus, artista nota più per le sue performance ai confini della pornografia che per i testi dei suoi brani. «Insieme ce la possiamo fare», ha twittato Giuseppi. Poche ore prima, era stato il ministro della Salute, Roberto Speranza, a dare il lieto annuncio. «Insieme ai ministri della Salute di Germania, Francia e Olanda, dopo aver lanciato nei giorni scorsi l'alleanza per il vaccino», così Speranza su Facebook, «ho sottoscritto un contratto con Astrazeneca per l'approvvigionamento fino a 400 milioni di dosi di vaccino da destinare a tutta la popolazione europea». Ma come spesso accade, non è tutto oro quello che luccica.Primo problema. Al netto di tutti questi discorsi, il vaccino promesso da Astrazeneca rappresenta ancora un miraggio. Condotta in collaborazione con l'Università di Oxford, la ricerca si trova ancora nella fase sperimentale. Lo scorso aprile sono partiti i trial clinici su 1.110 volontari tra i 18 e 55 anni, mentre la «fase 2» annunciata appena venti giorni fa dovrebbe coinvolgere 10.260 tra adulti e, novità, anche bambini tra i 5 e 12 anni. È notizia del 4 giugno, infine, che l'agenzia di regolamentazione sanitaria brasiliana ha dato il via libera per testare il farmaco su 2.000 volontari. Tecnicamente, dunque, il vaccino ancora non esiste. Eppure, sull'onda dell'entusiasmo, i Paesi si stanno affrettando a farne scorta. Nonostante la strada da fare sia ancora molto lunga, Astrazeneca ha annunciato di avere già avviato la catena produttiva per realizzare 2 miliardi di dosi entro la fine dell'anno. «Dobbiamo averlo pronto per utilizzarlo in tempo una volta che abbiamo i risultati», ha affermato l'ad Pascal Soriot, «il nostro programma attuale è di avere i dati entro la fine dell'estate, entro agosto, così a settembre dovremmo sapere se abbiamo un vaccino efficace o meno». Un ragionamento che, almeno sul piano commerciale, non fa una piega.Secondo problema. Come ammesso dallo stesso numero uno di Astrazeneca, esiste il rischio concreto che a fine anno l'azienda si ritrovi con i magazzini pieni di un vaccino che non funziona. E per l'Italia di aver puntato sul cavallo sbagliato. Per il momento, rimane la macchia sui risultati della «fase 1». Come rileva William A. Haseltine, ex professore alla Harvard medical school, i macachi vaccinati e poi infettati con il coronavirus hanno effettivamente contratto solo un raffreddore (anziché la polmonite tipicamente causata dal Covid), ma l'alta carica virale ha fatto sì che rimanessero infetti. C'è poi il pericolo che si verifichi il cosiddetto Ade (Antibody-dependent enhancement), un fenomeno a seguito del quale gli anticorpi prodotti dal vaccino non solo non proteggono dall'infezione, ma addirittura facilitano l'ingresso del virus all'interno delle cellule. Accorciare troppo i tempi della sperimentazione, in altre parole, rappresenta un rischio. Certo, ci sono anche altri candidati, ma è su quello di Oxford che il nostro governo sembra aver riposto le maggiori speranze. E infatti Walter Ricciardi, consigliere del ministro della Salute, si è portato già avanti. «Verrà dato al personale sanitario, alle categorie a rischio, per età o patologie, e a militari e forze dell'ordine. Poi piano piano toccherà anche agli altri», ha spiegato nell'intervista pubblicata domenica su Repubblica, «andranno organizzati servizi sanitari, centri vaccinali e medici di famiglia, per coprire più rapidamente possibile la popolazione». Ricapitolando: ancora non esiste un vaccino, non abbiamo nessuna garanzia circa la sua efficacia, ma da Lungotevere Ripa già pianificano di vaccinarci in massa.Terzo problema. Anche se le cose dovessero mettersi per il verso giusto, non è affatto detto che il vaccino arrivi per tempo. La consegna delle dosi prenotate, infatti, dovrebbe verificarsi tra fine di quest'anno e i primi mesi del 2021. Rimarrebbe fuori, dunque, la minacciata e temutissima seconda ondata prevista per quest'autunno. Sulla quale nemmeno gli esperti mettono ormai la mano sul fuoco. «Non credo arrivi», si è lasciato sfuggire Walter Ricciardi sempre su Repubblica, «magari avremo tante piccole ondine». Sulla stessa linea il viceministro della Salute Pierpaolo Sileri, intervenuto ieri su Radio1: «Una seconda ondata sembra non esserci». E sul vaccino «è prematuro pensare di poterlo già avere a settembre, ma potrebbe arrivare per fine anno o inizio 2021». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/speranza-esalta-un-vaccino-zeppo-di-dubbi-2646174468.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="zangrillo-decessi-sovrastimati-le-cause-di-morte-sono-anche-altre" data-post-id="2646174468" data-published-at="1592249728" data-use-pagination="False"> Zangrillo: «Decessi sovrastimati, le cause di morte sono anche altre» I decessi per Covid-19 «ora sono sovrastimati», secondo Alberto Zangrillo, direttore della terapia intensiva dell'ospedale San Raffaele di Milano. Domenica sera, dal pulpito di La7, a Non è l'Arena, il professore ha sollevato la questione delle persone che nelle ultime settimane muoiono con il Covid e che, come tali, vengono contate, mentre i motivi del decesso sono altri. A sostegno della sua dichiarazione, il primario del San Raffaele, ha portato l'esempio di quanto può accadere in un ospedale in questi giorni. «Quando entra una persona colpita da infarto del miocardio», ha spiegato Zangrillo, «viene effettuato un tampone per determinare se sia positivo o meno al Covid, ma nel frattempo la situazione clinica precipita, per cui entra in emodinamica, entra in sala operatoria di cardiochirurgia, ma dopo due giorni muore». Se questa persona nel frattempo è risultata positiva la tampone, la sua morte viene comunicata alla Protezione civile che la inserisce nelle morti causate dall'infezione. Invece, secondo il professore «è morta con il Covid, ma è morta di tutt'altro». Secondo Zangrillo, «probabilmente c'è stata una prima fase in cui i decessi erano sottostimati», mentre adesso «forse, sono sovrastimati». Anche sulla seconda ondata epidemica attesa in autunno, il clinico ha avuto parole rassicuranti, «primo perché bisogna vedere se arriva, secondo perché sappiamo curare i malati, terzo perché c'è una collaborazione in atto tra gli istituti ospedalieri, il territorio e le istituzioni regionali che sono in grado di fronteggiare il problema, quarto perché sappiamo molto di più su questo virus». Nel riportare la sua osservazione, il professore si è affrettato a dire di non voler «minimizzare», riconoscendo che «il virus esiste» ma ribadendo che «è a livello subclinico». Zangrillo è tornato così su un concetto che, due settimane fa, ha sollevato un polverone di polemiche. Su Rai3, a Mezz'ora in più, il primario aveva dichiarato che il Covid-19 «dal punto di vista clinico non esiste più», sostenendo che i tamponi eseguiti nei dieci giorni precedenti avevano «una carica virale dal punto di vista quantitativo assolutamente infinitesimale» rispetto a quelli eseguiti a marzo. Nella bufera mediatica che è seguita, a stretto giro, è arrivata la replica del ministero della Salute che ha giudicato il messaggio «sbagliato, che rischia di confondere gli italiani». Ha definito «pericolose» tali dichiarazioni Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità. In difesa di Zangrillo si è schierato il virologo Guido Silvestri, docente alla Emory University di Atlanta, confermando che i dati sulla più bassa carica virale sono «molto solidi e in corso di pubblicazione». Sostegno è arrivato anche dell'infettivologo Matteo Bassetti, dell'ospedale San Martino di Genova che, in un post su Facebook, ha spiegato come «la malattia da Sars-Cov-2 è oggi molto diversa da quella vista a marzo» ribadendo quanto da lui osservato da mesi, cioè che «il virus ha perso forza». Non è campata in aria la tesi di Zangrillo nemmeno per Sergio Harari, pneumologo e professore di Clinica medica all'Università di Milano. Più cauto sull'aspetto clinico è Andrea Crisanti, direttore di Microbiologia e Virologia dell'Ospedale-Università di Padova che ricorda come «questo virus, per ragioni che ancora non conosciamo, si diffonde senza creare malattia finché raggiunge una massa critica di persone che si infettano e a quel punto esplode con tutta la sua violenza».
(Getty Images)
Dalla Farnesina fanno sapere che «tutti i partecipanti alla Flotilla sono in corso di trasferimento da Ketziot a Eilat per l’imbarco sui charter Turkish verso Istanbul».
Ecco cosa racconta Carotenuto. Il deputato mostra il braccialetto con il «numero di matricola», fatto indossare durante il fermo: «Io avevo il numero 147», dice. «A noi è andata bene perché altri sono stati torturati, anche le donne e le persone anziane. Qualcuno ha riportato fratture, altri erano bendati e ricevevano colpi in faccia. Ho sentito donne denunciare violenze sessuali. Sono molto provato, è stata un’esperienza terribile», riferisce il parlamentare al suo arrivo a Fiumicino. Con il parlamentare è atterrato in Italia anche l’inviato del Fatto Quotidiano, Alessandro Mantovani. «Quando ci hanno portati sul container», rivela ancora il deputato, «gli israeliani ci hanno detto: “Welcome to Israe” e ci hanno picchiato. A me hanno dato un pugno in un occhio e per un po’ non ci ho più visto. Molte persone sono state portate in infermeria, alcuni erano messi molto male. A un certo punto ci hanno chiamato, ci hanno fatto avanzare, ci hanno fatto voltare. Avevano i mitra spianati: è stato il momento peggiore della mia vita».
Poi il racconto della cattura: «Gli israeliani sono arrivati a tutta velocità alla nostra barca con tre motoscafi militari e un dispiego di forze impressionante. Ci hanno costretto a salire su gommoni e portati su una nave, dove ci hanno scaraventati a terra, bendati e legati. Ho le ginocchia frantumate, ci hanno messo su di una balaustra di un centimetro, di traverso, con le mani legate, per poi portarci su una nave-carcere. Ci hanno umiliati, facendoci spogliare per prendere freddo e poi per mandarci in un container, una panic room, dove, al buio, tre energumeni ci hanno picchiato».
Mantovani aggiunge: «Ci trovavamo sulla barca, a un certo punto ci hanno sparato addosso non so con quale tipo di proiettili per farci mettere tutti nella parte anteriore. Quindi ci hanno fatto sbarcare: ammanettati e con le caviglie incatenate. Sono stato anche spogliato e mi hanno tolto gli occhiali. Ci hanno anche preso a calci. Eravamo circa 180». Grazie a un telefono messo a disposizione dall’ambasciata italiana, Mantovani ha potuto contattare la famiglia.
Il ministro israeliano della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, sorride soddisfatto: «Benvenuti in Israele, noi siamo i padroni di casa», dice in ebraico. Anche il ministro dei Trasporti, Miri Regev, li deride: «Attivisti ubriachi e drogati, sostenitori del terrorismo che tentano di violare la sovranità dello Stato d’Israele. Il loro posto è in carcere».
Ma le reazioni non si fanno attendere. Dopo le parole di sdegno del capo dello Stato, Sergio Mattarella, del premier Giorgia Meloni, che definisce questo comportamento «inaccettabile», e la convocazione dell’ambasciatore israeliano a Roma da parte del ministero degli Esteri, Antonio Tajani, lo stesso vicepremier ieri ha annunciato su X che «a nome del governo italiano ho formalmente chiesto all’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, di includere nella prossima discussione dei ministri degli Esteri europei l’adozione di sanzioni contro il ministro Ben-Gvir “per la violazione dei più elementari diritti umani”». Sulla polemica dei biglietti aerei di ritorno degli attivisti Tajani taglia corto: «Così come potevano sono andati e così come potevano possono ritornare, non è quello il problema, non è lo Stato che deve pagare. Noi li abbiamo assistiti in tutti i modi possibili. Il problema è come sono stati trattati là».
La Procura di Roma ha anche aperto un’indagine acquisendo i video dove si vedono i partecipanti inginocchiati e derisi dal ministro Ben-Gvir. Il filmato finirà nel procedimento nel quale i magistrati allegheranno anche le audizioni dei 29 attivisti già rientrati in Italia che verranno ascoltati dagli inquirenti. Inoltre, il team legale della Flotilla ha presentato un esposto alla Procura di Roma in cui si ipotizza il reato di sequestro di persona.
L’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled, cerca di mediare: «I fatti di ieri non rappresentano i principi e i valori d’Israele».
In tutto questo, la Farnesina fa sapere che negli ultimi due giorni l’Italia ha votato a favore di due risoluzioni sulle «condizioni sanitarie nel territorio palestinese occupato e nel Golan siriano», adottate a Ginevra durante la 79ª Assemblea Mondiale della Sanità. Quel che si chiede all’Oms è di sostenere il sistema sanitario palestinese, rivolgendo un appello a Israele affinché garantisca le operazioni umanitarie e protegga medici e infermieri.
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Ansa
Una serie centrata sulle storie delle persone, sui loro disagi e sul desiderio spesso acerbo e contraddittorio di paternità e maternità, tanto più quando alle spalle non ci sono legami profondi e coppie reali. Non è una passeggiata evitare il tranello manicheo di dividere i due (o più) sessi in buono e tossico. E non lo è nemmeno evitare di buttarla platealmente contro il governo delle destre, causa di tutti i mali, sebbene non si risparmi un generico passaggio sulla provenienza di molti pazienti italiani «da un Paese arretrato».
S’intitola In utero lo show in otto episodi su Hbo Max - rilasciati finora i primi due, uno a settimana - prodotta da Cattleya di Riccardo Tozzi e Paramount+ che doveva anche distribuirla ma l’ha tenuta ferma, cedendola infine alla piattaforma di Warner bros Discovery. Chissà, forse a causa del tema scabroso, trattato in modo non mainstream, come automaticamente ci si aspetta quando si parla di gestazione per altri o di gay aspiranti padri e madri. Certamente i sacerdoti della critica diranno che su questi argomenti è facile cedere al ricatto del contenuto. Ed è, effettivamente, un rischio che si può correre volentieri e in modo consapevole. In ogni caso, dal punto di vista estetico, è una serie creata da Margaret Mazzantini, scritta da Enrico Audenino, Teresa Gelli, Vanessa Picciarelli, diretta da Maria Sole Tognazzi e Nicola Sorcinelli e sostenuta da un cast in ottima forma. Tutti insieme mostrano di padroneggiare le sfumature del racconto oltre le trappole dell’ovvio, intarsiandolo di buoni dialoghi e screziature non banali, dalle parti sentimentali ai rapporti tormentati per la loro diversità e la sofferenza delle fecondità complicate, fino ai complessi snodi medico-scientifici. Una serie coraggiosa nell’avventurarsi oltre il medical drama, sui temi etici e dei diritti ma, come detto, sverniciandoli dell’enfasi Lgbtq+.
Al posto dei commissariati di polizia, delle agenzie dei servizi segreti e delle corsie d’ospedale, qui siamo in una clinica moderna ben arredata e intonata all’empatia, indispensabile per trattare con i pazienti che non devono essere chiamati clienti. Alla Creatividad di Barcellona, amministrata dalla pragmatica Teresa (Maria Pia Calzone), suo marito, il direttore sanitario Ruggero Gentile (Sergio Castellitto), si occupa del percorso delle coppie con l’aiuto dell’embriologo Angelo Salemi (Alessio Fiorenza), un trans uomo tendente a credere nei meriti della scienza («sì, la scienza, la scienza…», borbotta Gentile) e il sostegno dell’assistente ai pazienti Dora (Thony).
In questa clinica s’infila la sensibilità della Mazzantini e degli sceneggiatori per raccontare i «travagli» di persone colte in momenti di fragilità e di conflitto. Compreso quello tra marito e moglie, fondatori della Creatividad che combatte in tutti i modi la sterilità e che, paradossalmente, non hanno figli. Per di più, adesso, l’azienda comincia ad avere problemi di sostenibilità economica. Cerchiamo dei nuovi soci, propone lei al compagno riluttante. Ma quando gli presenta gli emissari di un gruppo olandese, Gentile dimentica la sua abituale empatia: «Io non finisco la mia carriera obbedendo alle case farmaceutiche. Ricordatelo». L’uomo è accentratore, votato alla professione, determinato a «fare felici tutti». Anche a costo di non essere totalmente trasparente. Quando arriva la richiesta di una «figlia della clinica» malata di leucemia che vuole trovare il donatore del seme per capire se è compatibile con il trapianto di midollo, il pathos prende a lievitare. Il donatore è lui stesso, ma la legge stabilisce che resti anonimo. Persino sua moglie ne è all’oscuro. Quanto a lui certi paletti cominciano a stargli stretti. Certi colloqui con i pazienti più determinati lo turbano. Alcuni principi, però, li ha chiari in mente. Alla ragazza lesbica che avanza pretese e non si mette in gioco ora che si scopre che la compagna non può essere madre, Gentile dice: «I figli sono un desiderio. Non sono né un diritto né un dovere. Non torni qui». Poi c’è la storia del trans e della sua relazione che scricchiola. Meglio distrarsi con Dora, siciliana come lui. Che, però, quando si accorge della sua transizione, ha un comprensibile momento di smarrimento. «Si sarà sentito umiliato e rifiutato, lasciatelo dire a me che sono gay», commenta l’avventura senza lieto fine il compagno di appartamento. E l’altra inquilina: «E che c’entra? Sono stata rifiutata anch’io che sono etero». Insomma, niente luoghi comuni e comode formule vittimistiche in questa storia. Con i tempi che corrono nella serialità, è un buon risultato, come lo è il trattamento problematico del diritto alla genitorialità a tutti i costi e, per esempio, finora, non c’è nessuno che consideri il piano B dell’adozione. Si aspetta la conferma del rinnovo per la seconda stagione. Ma sarebbe già cosa buona che una serie così trovasse una visibilità diversa da quella avuta da Portobello di Marco Bellocchio, sempre di Hbo Max, forse poco promossa a causa dell’imminenza del referendum sulla giustizia.
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La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
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Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
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