True
2020-06-16
Speranza esalta un vaccino zeppo di dubbi
Roberto Speranza (Ansa)
È già tutto apparecchiato per il vaccino contro il Covid-19. Peccato che al banchetto più importante e succulento - in termini di potenziali guadagni - del nuovo millennio manchi proprio l'ospite principale, per l'appunto il vaccino. Memorabile lo scambio andato in scena sabato sui social tra il premier Giuseppe Conte e la controversa cantante Myley Cyrus, artista nota più per le sue performance ai confini della pornografia che per i testi dei suoi brani. «Insieme ce la possiamo fare», ha twittato Giuseppi. Poche ore prima, era stato il ministro della Salute, Roberto Speranza, a dare il lieto annuncio. «Insieme ai ministri della Salute di Germania, Francia e Olanda, dopo aver lanciato nei giorni scorsi l'alleanza per il vaccino», così Speranza su Facebook, «ho sottoscritto un contratto con Astrazeneca per l'approvvigionamento fino a 400 milioni di dosi di vaccino da destinare a tutta la popolazione europea». Ma come spesso accade, non è tutto oro quello che luccica.
Primo problema. Al netto di tutti questi discorsi, il vaccino promesso da Astrazeneca rappresenta ancora un miraggio. Condotta in collaborazione con l'Università di Oxford, la ricerca si trova ancora nella fase sperimentale. Lo scorso aprile sono partiti i trial clinici su 1.110 volontari tra i 18 e 55 anni, mentre la «fase 2» annunciata appena venti giorni fa dovrebbe coinvolgere 10.260 tra adulti e, novità, anche bambini tra i 5 e 12 anni. È notizia del 4 giugno, infine, che l'agenzia di regolamentazione sanitaria brasiliana ha dato il via libera per testare il farmaco su 2.000 volontari. Tecnicamente, dunque, il vaccino ancora non esiste. Eppure, sull'onda dell'entusiasmo, i Paesi si stanno affrettando a farne scorta.
Nonostante la strada da fare sia ancora molto lunga, Astrazeneca ha annunciato di avere già avviato la catena produttiva per realizzare 2 miliardi di dosi entro la fine dell'anno. «Dobbiamo averlo pronto per utilizzarlo in tempo una volta che abbiamo i risultati», ha affermato l'ad Pascal Soriot, «il nostro programma attuale è di avere i dati entro la fine dell'estate, entro agosto, così a settembre dovremmo sapere se abbiamo un vaccino efficace o meno». Un ragionamento che, almeno sul piano commerciale, non fa una piega.
Secondo problema. Come ammesso dallo stesso numero uno di Astrazeneca, esiste il rischio concreto che a fine anno l'azienda si ritrovi con i magazzini pieni di un vaccino che non funziona. E per l'Italia di aver puntato sul cavallo sbagliato. Per il momento, rimane la macchia sui risultati della «fase 1». Come rileva William A. Haseltine, ex professore alla Harvard medical school, i macachi vaccinati e poi infettati con il coronavirus hanno effettivamente contratto solo un raffreddore (anziché la polmonite tipicamente causata dal Covid), ma l'alta carica virale ha fatto sì che rimanessero infetti. C'è poi il pericolo che si verifichi il cosiddetto Ade (Antibody-dependent enhancement), un fenomeno a seguito del quale gli anticorpi prodotti dal vaccino non solo non proteggono dall'infezione, ma addirittura facilitano l'ingresso del virus all'interno delle cellule. Accorciare troppo i tempi della sperimentazione, in altre parole, rappresenta un rischio. Certo, ci sono anche altri candidati, ma è su quello di Oxford che il nostro governo sembra aver riposto le maggiori speranze. E infatti Walter Ricciardi, consigliere del ministro della Salute, si è portato già avanti. «Verrà dato al personale sanitario, alle categorie a rischio, per età o patologie, e a militari e forze dell'ordine. Poi piano piano toccherà anche agli altri», ha spiegato nell'intervista pubblicata domenica su Repubblica, «andranno organizzati servizi sanitari, centri vaccinali e medici di famiglia, per coprire più rapidamente possibile la popolazione». Ricapitolando: ancora non esiste un vaccino, non abbiamo nessuna garanzia circa la sua efficacia, ma da Lungotevere Ripa già pianificano di vaccinarci in massa.
Terzo problema. Anche se le cose dovessero mettersi per il verso giusto, non è affatto detto che il vaccino arrivi per tempo. La consegna delle dosi prenotate, infatti, dovrebbe verificarsi tra fine di quest'anno e i primi mesi del 2021. Rimarrebbe fuori, dunque, la minacciata e temutissima seconda ondata prevista per quest'autunno. Sulla quale nemmeno gli esperti mettono ormai la mano sul fuoco. «Non credo arrivi», si è lasciato sfuggire Walter Ricciardi sempre su Repubblica, «magari avremo tante piccole ondine». Sulla stessa linea il viceministro della Salute Pierpaolo Sileri, intervenuto ieri su Radio1: «Una seconda ondata sembra non esserci». E sul vaccino «è prematuro pensare di poterlo già avere a settembre, ma potrebbe arrivare per fine anno o inizio 2021».
Zangrillo: «Decessi sovrastimati, le cause di morte sono anche altre»
I decessi per Covid-19 «ora sono sovrastimati», secondo Alberto Zangrillo, direttore della terapia intensiva dell'ospedale San Raffaele di Milano. Domenica sera, dal pulpito di La7, a Non è l'Arena, il professore ha sollevato la questione delle persone che nelle ultime settimane muoiono con il Covid e che, come tali, vengono contate, mentre i motivi del decesso sono altri. A sostegno della sua dichiarazione, il primario del San Raffaele, ha portato l'esempio di quanto può accadere in un ospedale in questi giorni. «Quando entra una persona colpita da infarto del miocardio», ha spiegato Zangrillo, «viene effettuato un tampone per determinare se sia positivo o meno al Covid, ma nel frattempo la situazione clinica precipita, per cui entra in emodinamica, entra in sala operatoria di cardiochirurgia, ma dopo due giorni muore». Se questa persona nel frattempo è risultata positiva la tampone, la sua morte viene comunicata alla Protezione civile che la inserisce nelle morti causate dall'infezione. Invece, secondo il professore «è morta con il Covid, ma è morta di tutt'altro». Secondo Zangrillo, «probabilmente c'è stata una prima fase in cui i decessi erano sottostimati», mentre adesso «forse, sono sovrastimati». Anche sulla seconda ondata epidemica attesa in autunno, il clinico ha avuto parole rassicuranti, «primo perché bisogna vedere se arriva, secondo perché sappiamo curare i malati, terzo perché c'è una collaborazione in atto tra gli istituti ospedalieri, il territorio e le istituzioni regionali che sono in grado di fronteggiare il problema, quarto perché sappiamo molto di più su questo virus». Nel riportare la sua osservazione, il professore si è affrettato a dire di non voler «minimizzare», riconoscendo che «il virus esiste» ma ribadendo che «è a livello subclinico».
Zangrillo è tornato così su un concetto che, due settimane fa, ha sollevato un polverone di polemiche. Su Rai3, a Mezz'ora in più, il primario aveva dichiarato che il Covid-19 «dal punto di vista clinico non esiste più», sostenendo che i tamponi eseguiti nei dieci giorni precedenti avevano «una carica virale dal punto di vista quantitativo assolutamente infinitesimale» rispetto a quelli eseguiti a marzo. Nella bufera mediatica che è seguita, a stretto giro, è arrivata la replica del ministero della Salute che ha giudicato il messaggio «sbagliato, che rischia di confondere gli italiani».
Ha definito «pericolose» tali dichiarazioni Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità. In difesa di Zangrillo si è schierato il virologo Guido Silvestri, docente alla Emory University di Atlanta, confermando che i dati sulla più bassa carica virale sono «molto solidi e in corso di pubblicazione». Sostegno è arrivato anche dell'infettivologo Matteo Bassetti, dell'ospedale San Martino di Genova che, in un post su Facebook, ha spiegato come «la malattia da Sars-Cov-2 è oggi molto diversa da quella vista a marzo» ribadendo quanto da lui osservato da mesi, cioè che «il virus ha perso forza». Non è campata in aria la tesi di Zangrillo nemmeno per Sergio Harari, pneumologo e professore di Clinica medica all'Università di Milano. Più cauto sull'aspetto clinico è Andrea Crisanti, direttore di Microbiologia e Virologia dell'Ospedale-Università di Padova che ricorda come «questo virus, per ragioni che ancora non conosciamo, si diffonde senza creare malattia finché raggiunge una massa critica di persone che si infettano e a quel punto esplode con tutta la sua violenza».
Continua a leggereRiduci
La cura studiata da Astrazeneca e Oxford è ancora solo un miraggio, potrebbe non funzionare o addirittura rafforzare il virus. E se tutto va bene le prime dosi dovrebbero arrivare all'inizio del 2021, cioè dopo la «seconda ondata» che forse nemmeno ci sarà.Alberto Zangrillo: «Se chi muore d'infarto risulta positivo, viene contato come vittima da Covid».Lo speciale contiene due articoli.È già tutto apparecchiato per il vaccino contro il Covid-19. Peccato che al banchetto più importante e succulento - in termini di potenziali guadagni - del nuovo millennio manchi proprio l'ospite principale, per l'appunto il vaccino. Memorabile lo scambio andato in scena sabato sui social tra il premier Giuseppe Conte e la controversa cantante Myley Cyrus, artista nota più per le sue performance ai confini della pornografia che per i testi dei suoi brani. «Insieme ce la possiamo fare», ha twittato Giuseppi. Poche ore prima, era stato il ministro della Salute, Roberto Speranza, a dare il lieto annuncio. «Insieme ai ministri della Salute di Germania, Francia e Olanda, dopo aver lanciato nei giorni scorsi l'alleanza per il vaccino», così Speranza su Facebook, «ho sottoscritto un contratto con Astrazeneca per l'approvvigionamento fino a 400 milioni di dosi di vaccino da destinare a tutta la popolazione europea». Ma come spesso accade, non è tutto oro quello che luccica.Primo problema. Al netto di tutti questi discorsi, il vaccino promesso da Astrazeneca rappresenta ancora un miraggio. Condotta in collaborazione con l'Università di Oxford, la ricerca si trova ancora nella fase sperimentale. Lo scorso aprile sono partiti i trial clinici su 1.110 volontari tra i 18 e 55 anni, mentre la «fase 2» annunciata appena venti giorni fa dovrebbe coinvolgere 10.260 tra adulti e, novità, anche bambini tra i 5 e 12 anni. È notizia del 4 giugno, infine, che l'agenzia di regolamentazione sanitaria brasiliana ha dato il via libera per testare il farmaco su 2.000 volontari. Tecnicamente, dunque, il vaccino ancora non esiste. Eppure, sull'onda dell'entusiasmo, i Paesi si stanno affrettando a farne scorta. Nonostante la strada da fare sia ancora molto lunga, Astrazeneca ha annunciato di avere già avviato la catena produttiva per realizzare 2 miliardi di dosi entro la fine dell'anno. «Dobbiamo averlo pronto per utilizzarlo in tempo una volta che abbiamo i risultati», ha affermato l'ad Pascal Soriot, «il nostro programma attuale è di avere i dati entro la fine dell'estate, entro agosto, così a settembre dovremmo sapere se abbiamo un vaccino efficace o meno». Un ragionamento che, almeno sul piano commerciale, non fa una piega.Secondo problema. Come ammesso dallo stesso numero uno di Astrazeneca, esiste il rischio concreto che a fine anno l'azienda si ritrovi con i magazzini pieni di un vaccino che non funziona. E per l'Italia di aver puntato sul cavallo sbagliato. Per il momento, rimane la macchia sui risultati della «fase 1». Come rileva William A. Haseltine, ex professore alla Harvard medical school, i macachi vaccinati e poi infettati con il coronavirus hanno effettivamente contratto solo un raffreddore (anziché la polmonite tipicamente causata dal Covid), ma l'alta carica virale ha fatto sì che rimanessero infetti. C'è poi il pericolo che si verifichi il cosiddetto Ade (Antibody-dependent enhancement), un fenomeno a seguito del quale gli anticorpi prodotti dal vaccino non solo non proteggono dall'infezione, ma addirittura facilitano l'ingresso del virus all'interno delle cellule. Accorciare troppo i tempi della sperimentazione, in altre parole, rappresenta un rischio. Certo, ci sono anche altri candidati, ma è su quello di Oxford che il nostro governo sembra aver riposto le maggiori speranze. E infatti Walter Ricciardi, consigliere del ministro della Salute, si è portato già avanti. «Verrà dato al personale sanitario, alle categorie a rischio, per età o patologie, e a militari e forze dell'ordine. Poi piano piano toccherà anche agli altri», ha spiegato nell'intervista pubblicata domenica su Repubblica, «andranno organizzati servizi sanitari, centri vaccinali e medici di famiglia, per coprire più rapidamente possibile la popolazione». Ricapitolando: ancora non esiste un vaccino, non abbiamo nessuna garanzia circa la sua efficacia, ma da Lungotevere Ripa già pianificano di vaccinarci in massa.Terzo problema. Anche se le cose dovessero mettersi per il verso giusto, non è affatto detto che il vaccino arrivi per tempo. La consegna delle dosi prenotate, infatti, dovrebbe verificarsi tra fine di quest'anno e i primi mesi del 2021. Rimarrebbe fuori, dunque, la minacciata e temutissima seconda ondata prevista per quest'autunno. Sulla quale nemmeno gli esperti mettono ormai la mano sul fuoco. «Non credo arrivi», si è lasciato sfuggire Walter Ricciardi sempre su Repubblica, «magari avremo tante piccole ondine». Sulla stessa linea il viceministro della Salute Pierpaolo Sileri, intervenuto ieri su Radio1: «Una seconda ondata sembra non esserci». E sul vaccino «è prematuro pensare di poterlo già avere a settembre, ma potrebbe arrivare per fine anno o inizio 2021». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/speranza-esalta-un-vaccino-zeppo-di-dubbi-2646174468.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="zangrillo-decessi-sovrastimati-le-cause-di-morte-sono-anche-altre" data-post-id="2646174468" data-published-at="1592249728" data-use-pagination="False"> Zangrillo: «Decessi sovrastimati, le cause di morte sono anche altre» I decessi per Covid-19 «ora sono sovrastimati», secondo Alberto Zangrillo, direttore della terapia intensiva dell'ospedale San Raffaele di Milano. Domenica sera, dal pulpito di La7, a Non è l'Arena, il professore ha sollevato la questione delle persone che nelle ultime settimane muoiono con il Covid e che, come tali, vengono contate, mentre i motivi del decesso sono altri. A sostegno della sua dichiarazione, il primario del San Raffaele, ha portato l'esempio di quanto può accadere in un ospedale in questi giorni. «Quando entra una persona colpita da infarto del miocardio», ha spiegato Zangrillo, «viene effettuato un tampone per determinare se sia positivo o meno al Covid, ma nel frattempo la situazione clinica precipita, per cui entra in emodinamica, entra in sala operatoria di cardiochirurgia, ma dopo due giorni muore». Se questa persona nel frattempo è risultata positiva la tampone, la sua morte viene comunicata alla Protezione civile che la inserisce nelle morti causate dall'infezione. Invece, secondo il professore «è morta con il Covid, ma è morta di tutt'altro». Secondo Zangrillo, «probabilmente c'è stata una prima fase in cui i decessi erano sottostimati», mentre adesso «forse, sono sovrastimati». Anche sulla seconda ondata epidemica attesa in autunno, il clinico ha avuto parole rassicuranti, «primo perché bisogna vedere se arriva, secondo perché sappiamo curare i malati, terzo perché c'è una collaborazione in atto tra gli istituti ospedalieri, il territorio e le istituzioni regionali che sono in grado di fronteggiare il problema, quarto perché sappiamo molto di più su questo virus». Nel riportare la sua osservazione, il professore si è affrettato a dire di non voler «minimizzare», riconoscendo che «il virus esiste» ma ribadendo che «è a livello subclinico». Zangrillo è tornato così su un concetto che, due settimane fa, ha sollevato un polverone di polemiche. Su Rai3, a Mezz'ora in più, il primario aveva dichiarato che il Covid-19 «dal punto di vista clinico non esiste più», sostenendo che i tamponi eseguiti nei dieci giorni precedenti avevano «una carica virale dal punto di vista quantitativo assolutamente infinitesimale» rispetto a quelli eseguiti a marzo. Nella bufera mediatica che è seguita, a stretto giro, è arrivata la replica del ministero della Salute che ha giudicato il messaggio «sbagliato, che rischia di confondere gli italiani». Ha definito «pericolose» tali dichiarazioni Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità. In difesa di Zangrillo si è schierato il virologo Guido Silvestri, docente alla Emory University di Atlanta, confermando che i dati sulla più bassa carica virale sono «molto solidi e in corso di pubblicazione». Sostegno è arrivato anche dell'infettivologo Matteo Bassetti, dell'ospedale San Martino di Genova che, in un post su Facebook, ha spiegato come «la malattia da Sars-Cov-2 è oggi molto diversa da quella vista a marzo» ribadendo quanto da lui osservato da mesi, cioè che «il virus ha perso forza». Non è campata in aria la tesi di Zangrillo nemmeno per Sergio Harari, pneumologo e professore di Clinica medica all'Università di Milano. Più cauto sull'aspetto clinico è Andrea Crisanti, direttore di Microbiologia e Virologia dell'Ospedale-Università di Padova che ricorda come «questo virus, per ragioni che ancora non conosciamo, si diffonde senza creare malattia finché raggiunge una massa critica di persone che si infettano e a quel punto esplode con tutta la sua violenza».
Ansa
È questo il bilancio, provvisorio, di un’inchiesta aperta pochi mesi fa dalla Procura di Siracusa e che ha portato ieri all’esecuzione dei sequestri.
Le indagini, sviluppate con il nucleo speciale Tutela entrate e repressione Frodi fiscali di Roma della Guardia di finanza e il settore Contrasto illeciti dell’Agenzia delle entrate, hanno consentito di ricostruire quello che, allo stato attuale delle attività investigative appare, secondo la Procura, come un sofisticato e pericoloso sistema illecito realizzato da un’organizzazione criminale con ramificazioni in tutta Italia.
Alla base del meccanismo ipotizzato dagli inquirenti ci sarebbero oltre 60 società su tutto il territorio nazionale, la maggior parte delle quali apparentemente fittizie, ossia sprovviste di sede operativa, dipendenti, attrezzature e struttura imprenditoriale, che sembrerebbero aver eseguito documentalmente interventi milionari di riqualificazione edilizia su 22 condomini dislocati nelle province di Bergamo, Como, Macerata, Messina, Monza Brianza, Padova, Pavia, Roma, Salerno, Siracusa, Varese, Vercelli e Verona.
Tutti immobili, effettivamente esistenti, sui quali erano in corso o erano già stati realizzati lavori di riqualificazione edilizia eseguiti da imprese completamente estranee al circuito fraudolento, i cui dati appaiono essere stati utilizzati dall’organizzazione criminale all’insaputa di amministratori e proprietari.
Il gruppo criminale farebbe capo ad alcuni professionisti operanti in Lombardia, incaricati di reperire prestanome a cui intestare formalmente le società coinvolte e presumibilmente attribuire le eventuali responsabilità penali. Le società coinvolte erano amministrate da soggetti stranieri, tre di nazionalità slovena e uno polacco, tutti irreperibili presso le rispettive residenze anagrafiche.
L’anello esecutivo risulterebbe individuabile in due professionisti della provincia di Chieti, abilitati ad accedere alla piattaforma «cessione crediti» dell’Agenzia delle entrate, i quali dietro compenso per ciascuna pratica inserita, hanno trasmesso oltre 2.000 comunicazioni che hanno permesso di generare i crediti fittizi nei cassetti fiscali delle società formalmente esecutrici dei lavori. Il 27 febbraio 2026, in una sola giornata, uno dei due ha professionisti ha caricato sulla piattaforma 175 comunicazioni generando crediti fittizi per 98 milioni di euro.
Il maxi raggiro è stato scoperto quasi per caso, dopo che il 29 dicembre scorso una cooperativa sociale di Siracusa beneficiaria di crediti legati al Superbonus ha presentato una denuncia. E senza quest’ultima, la presunta organizzazione avrebbe proseguito ulteriormente a produrre crediti farlocchi.
A sottolineare lo scampato pericolo, che evidenzia ancora una volta tutte le fragilità della norma varata dal governo Conte bis, è stata la procuratrice di Siracusa Sabrina Gambino. In una conferenza stampa che si è svolta ieri mattina il magistrato ha infatti dichiarato: «Pensiamo al danno che sarebbe potuto derivare se non si fosse arrivati in tempo a bloccare un ammontare così rilevante di crediti d’imposta». Per Gambino, uno degli elementi decisivi dell’inchiesta è stata la rapidità con cui si è arrivati ai provvedimenti: «A fronte di una segnalazione del 29 dicembre siamo arrivati entro il mese di maggio ad avere concluso tutta l’attività con i provvedimenti reali». Un risultato reso possibile, ha spiegato il magistrato, dalla «profonda sinergia» tra Procura, Guardia di finanza e strutture territoriali, attraverso un protocollo che consente lo scambio in tempo reale delle informazioni sulle movimentazioni sospette.
Pur evidenziando l’importanza di aver bloccato una somma «assolutamente significativa» per il sistema Paese, Gambino non nasconde «l’amarezza» per una vicenda che dimostrerebbe come una misura nata per sostenere l’economia e il comparto edilizio possa trasformarsi in «un’occasione di frode e truffa ai soggetti pubblici e privati».
La frode si sarebbe articolata in due distinte forme criminali. Da una parte, un sistema di sovrafatturazione: due società siracusane avevano realizzato solo parzialmente i lavori commissionati da una cooperativa sociale di natura Onlus, emettendo fatture per circa 8 milioni di euro a fronte di interventi di entità sensibilmente inferiore.
Dall’altra parte, un giro di operazioni integralmente inesistenti: una terza società pugliese aveva maturato crediti d’imposta per oltre 24 milioni di euro senza aver mai avuto alcun rapporto con la Onlus committente, che ne ignorava persino l’esistenza. I dati catastali dei condomini utilizzati per generare i crediti fittizi erano stati sottratti, secondo gli inquirenti, a completa insaputa di amministratori e proprietari.
In una nota il ministro dell’Economia e delle Finanze, Giancarlo Giorgetti, dopo aver fatto i «complimenti alla Guardia di finanza di Siracusa per la brillante operazione contro truffe Superbonus 110 in collaborazione con l’Agenzia delle entrate», ha sottolineato: «Quasi 600 milioni di crediti falsi bloccati prima del loro utilizzo. La battaglia contro questo odioso reato continua senza sosta».
Continua a leggereRiduci
Giorgia Meloni (Ansa)
«Per ben sei volte avere votato la fiducia contro questo governo, assieme a Elly Schlein, Giuseppe Conte, Matteo Renzi e compagnia». Un’accusa nel merito, come a sottolineare un tradimento. Tutto avviene in pochi minuti, durante le repliche alla discussione sulle comunicazioni in vista del Consiglio europeo della prossima settimana. La premier, che annovera fra le doti la schiettezza, non si trattiene. «Collega Pozzolo, mi dispiace francamente che abbia cambiato idea sul tema dell’interesse nazionale, perché quello che stiamo facendo noi a tutela dell’interesse nazionale è quello che c’è scritto nel nostro programma. Programma per realizzare il quale lei e altri siete stati eletti all’interno delle fila del centrodestra in questo Parlamento».
Il riferimento al giro di valzer dei parlamentari usciti dalla maggioranza per passare con Futuro nazionale è puramente voluto. La piccola diaspora è stata vissuta con dispiacere, quello che Vannacci definisce orgogliosamente «la mia sporca dozzina», per gli alleati è un gruppo inaffidabile. Ma Meloni non ha finito. «Votare contro la fiducia a un governo, per chi ci ascolta significa votare per mandare a casa quel governo (applausi forzati da sinistra, ndr). Esatto, bene. Io penso, collega, che fare quello che serve alla sinistra non sia mai difendere l’interesse nazionale. Quindi, di grazia, non mi si parli di vera destra, perché la vera destra non è mai funzionale alla sinistra (applausi scroscianti dal centrodestra, ndr)».
È improbabile che «Giorgia sia terrorizzata da Vannacci», come ha commentato Pozzolo nel corridoio dei Passi perduti. Quella che molti commentatori stanno già definendo (con malcelato giubilo) una linea rossa - la stessa che Vannacci cita spesso per delimitare il perimetro dei valori autenticamente di destra - in realtà è un ponte, un richiamo all’identità e a responsabilità politiche macro per non consegnare il Paese al campo (santo) largo. La premier sa che il nuovo partito vale il 4,8% a salire, sa che con il generale in casa Forza Italia starebbe sull’uscio, sa che Matteo Salvini (colui che ha inventato politicamente l’ex numero uno della Folgore) sta perdendo consensi in suo favore. Morale, Meloni aveva bisogno di marcare un distinguo a beneficio degli elettori per poi cominciare a trattare. Perché i sondaggi parlano chiaro: senza Vannacci il centrodestra è al 42%, la partita rischia il pareggio e fra un anno il Quirinale potrebbe dare le carte.
Lo showdown in Aula era prevedibile per rispondere a Vannacci e non lasciarlo «ballare da solo» troppo a lungo. I colpi più dolorosi all’alleanza sono stati tre. Il primo sull’identità: «Non sarò io a fa perdere la destra, ma è questa alleanza di centrodestra che si sta comportando come la sinistra. Questo è un governo molto slavato, ha sbagliato candeggio. Futuro nazionale è come un sestante. L’imbarcazione ha perso la rotta, noi vogliamo riportarla verso destra». Il secondo direttamente a Forza Italia: «Guardate come vota in Europa, guardate cosa dice sullo ius scholae. A Bruxelles sta già con il Pd». La terza caramella al veleno è per la Lega: «È sovranista a giorni alterni, io no».
Uscito vittorioso anche dalle trappole di Lilli Gruber, Vannacci è sulla cresta dell’onda. È pur vero che Futuro nazionale ha votato sei volte con la sinistra. Si è messo di traverso soprattutto sugli aiuti all’Ucraina (tema sul quale il Pd non ha ancora deciso cosa fare da grande) e sulla nuova legge elettorale. Riguardo allo «Stabilicum» il generale è stato parecchio aggressivo: «Si parla di ballottaggio, premio di maggioranza e correttivi tecnici tra Camera e Senato. Ma delle preferenze non c’è traccia. Il centrosinistra deve stare zitto perché questa legge elettorale Rosatellum senza preferenze è stata scritta proprio da loro. Noi siamo gli unici a volere ridare la sovranità al popolo italiano».
Da tempo Vannacci picconava le fondamenta del tempio, una risposta era nelle cose. La frase meloniana «Siete funzionali alla sinistra» ha due obiettivi: far sapere agli italiani che le divisioni possono portare a disastri e far sapere al generale (ferratissimo in storia degli antichi romani) che dopo la «pars destruens» deve arrivare la «pars construens». Più politica, più raffinata. Quella in cui i punti in comune - ancora granitici - possono diventare pietre angolari per un’alleanza decisiva. Per non concedere spazi di manovra alle quattro sinistre tenute insieme solo dall’appiccicosa acquolina delle poltrone. E neppure al presidente Sergio Mattarella, pronto ad architettare micidiali «larghe intese», democristiane e cupamente renziane. Con tutti i difetti, sparare alla schiena non è mai stato un valore di destra.
Continua a leggereRiduci
Kaja Kallas (Ansa)
Da Catherine Ashton a Federica Mogherini, per finire a Josep Borrell, di loro restano solo le grandi chiacchiere. Non meglio è andata a Kaja Kallas, ex premier estone che da dicembre del 2024 ricopre il delicato incarico. Nonostante ogni giorno le redazioni siano inondate di sue dichiarazioni sull’universo, non risulta che l’Europa abbia migliorato le proprie relazioni diplomatiche. Anzi, semmai quelle con Israele, Stati Uniti e pure Russia sono, se possibile, perfino peggiorate. Figlia d’arte (il padre era un ufficiale del Pcus diventato poi, con la dissoluzione dell’Unione sovietica, commissario europeo), Kallas non perde occasione per mettere in guardia la Ue dal pericolo russo e dunque non pare la persona più adatta a tentare di negoziare con Mosca una tregua o un cessate il fuoco.
Di quanto sia inutile, se non controproducente, l’attività della Kallas però ora paiono essersene resi conto anche a Bruxelles, dove addirittura più d’uno starebbe valutando la possibilità di revocare i poteri dell’Alta rappresentante della Ue, per riaffidarli alla Commissione o ai Paesi membri.
Una marcia indietro che riconoscerebbe nei fatti che a fare la politica estera dell’Unione continuino a essere i premier dei singoli Paesi. A rivelare l’intenzione di smontare il baraccone ora affidato alla Kallas, dirottando altrove i fondi, è il Financial Times, che in un lungo articolo attribuisce l’intenzione di liquidare l’ex premier estone e il suo staff alla Germania e alla Francia. Del resto, il servizio diplomatico della Ue oltre a costare non fa altro. Prendete anche le riunioni di questi giorni, in cui un gruppo di volenterosi costituito da Emmanuel Macron, Friedrich Merz e Keir Starmer, discute di come porre fine alla guerra scatenata dall’invasione russa dell’Ucraina. Non risulta che Kallas sia stata invitata. Anche a Tivat, in Montenegro, dove i vertici europei si sono incontrati per parlare dei Balcani, si segnala per la sua assenza.
Secondo il quotidiano finanziario inglese, la struttura affidata all’ex premier estone non funzionerebbe. E tra le ipotesi prese in esame in un documento predisposto dal governo francese e condiviso anche da altri Stati Ue ci sarebbe la riduzione dell’autonomia di Kallas e un alleggerimento del suo controllo sulla rete di oltre 140 delegazioni diplomatiche nel mondo. Già, perché non c’è angolo del globo dove l’Unione non abbia piantato la sua bandiera. Ma nonostante la penetrazione e soprattutto i costi (la spesa supera il miliardo l’anno), il ruolo della Ue è praticamente inesistente. «Le capitali sono irritate e vogliono uno strumento più efficace per agire sulla scena internazionale», ha confidato un funzionario al Financial Times, aggiungendo che «esiste un rischio concreto che il Seae, servizio europeo per l’azione esterna, sia smembrato. I Paesi dell’Unione lamenterebbero gli alti costi, ma soprattutto le sovrapposizioni con i ministeri esteri nazionali, con le sedi diplomatiche dei singoli Paesi e perfino con gli uffici della stessa presidenza Ue». Già, perché Kallas e Ursula von der Leyen si muovono quasi sempre in competizione. Insomma, l’attivismo dell’ex premier estone al servizio dell’Europa potrebbe avere vita breve. Ma forse potrebbe anche significare che a Bruxelles qualche cosa si muove, soprattutto sul fronte orientale. Aver lasciato la crisi dell’Ucraina nelle mani di un’acerrima nemica di Mosca finora non ha aiutato. Pensionare Kallas (anche se ha meno di cinquant’anni) o per lo meno ridimensionarla forse potrebbe facilitare i colloqui. Perché è evidente che prima o poi con la Russia si deve parlare e, quasi certamente, trattare. Lo ha fatto capire la stessa Giorgia Meloni ieri, aprendo uno spiraglio sulla fine delle sanzioni e su possibili rinunce ucraine. La sola a non aver ancora capito che la soluzione del conflitto passa dalla trattativa è Kallas, Alta rappresentante non si sa di quali affari esteri. Di sicuro non della nostra politica di sicurezza.
Continua a leggereRiduci
Il deputato del Movimento 5 stelle Francesco Silvestri (Ansa)
«C’è chi fa politica con gli insulti e la volgarità. E chi risponde con la propria storia». Lo ha scritto su X il premier Giorgia Meloni in un post in cui ha allegato il video della sua replica al deputato Francesco Silvestri. Capogruppo M5s in commissione Esteri, Silvestri era intervenuto così durante le comunicazioni in vista del prossimo Consiglio europeo: «Dopo il referendum si è detto che la linea del governo era di raddrizzare la schiena, rialzarsi da una posizione supina che aveva avuto nei confronti di Netanyahu e di Trump, lei non ha rialzato la schiena, ha semplicemente indossato delle ginocchiere per stare più comoda. Noi abbiamo bisogno di un leader in una condizione sociale completamente diversa e spero che tra qualche mese arriverà». Nella replica, palesemente adirata, Meloni ha risposto così: «Quello che voi non riuscite ad accettare è che c’è una persona che senza mai indossare delle ginocchiere è arrivata dove è arrivata, senza aiuti, senza favoritismi e senza scorciatoie, vi dà fastidio che la prima donna presidente del Consiglio in Italia sia arrivata dalla destra perché voi non siete stati capaci a proporla. Non ho mai indossato ginocchiere». Non è la prima volta che al presidente del consiglio vengono rivolte frasi ed epiteti sessisti e di pessimo gusto, basti pensare al leader della Cgil Maurizio Landini che definì Meloni «la cortigiana di Trump». L’intervento di Silvestri ieri ha scatenato numerose polemiche, a partire da deputato di Fdi Paolo Trancassini che ha sollevato per primo la questione chiedendo di aprire una istruttoria: «Si sa cosa si intende quando si dice che una donna, di fronte a un uomo, si è messa le ginocchiere», ha dichiarato. Invece il capogruppo Galeazzo Bignami ha aggiunto: «Le parole pronunciate da Silvestri sulle ginocchiere rappresentano un livello di confronto politico inaccettabile e indegno delle istituzioni repubblicane» e chiede alla Camera l’applicazione di sanzioni e la sospensione del deputato M5s mentre Augusta Montaruli ha chiesto al presidente Giuseppe Conte di espellere Silvestri. Invece per il leader M5s «è stata una critica politica legata alla subalternità della premier, non c’è nulla su cui speculare». Deborah Bergamini, vicesegretaria di Forza Italia, ha detto: «È evidente che il cosiddetto campo largo è stra-diviso sulla politica estera ma anche sul fronte del rispetto delle donne, dal campo largo arrivano allusioni indegne di sottomissione che non possono essere tollerate in questa Aula».
Ma il grillino della prima ora si è difeso di nuovo accusando: «Ho visto che si è alzato un grande polverone per le mie parole nella discussione generale sul termine ginocchiera, che è stato associato evidentemente in mala fede a una questione sessista, che non è. Innanzitutto perché basta ascoltare i secondi precedenti e mi sembra più che evidente che fosse legata alla postura politica del governo e non a una questione sessista, anche perché faccio notare che la storia del nostro Paese è fatta sì di persone che si sono inginocchiate politicamente, ma soprattutto sono stati uomini. Trancassini ha chiesto di aprire un’istruttoria, io verrò con molto piacere a difendermi, non ho problemi. Conosco benissimo il gioco della speculazione politica. Ma come diceva Michelangelo, “la malizia è negli occhi di chi la guarda” e non posso farci davvero nulla».
Ma stavolta l’intervento sessista e volgare non è piaciuto nemmeno ai suoi «alleati» del Pd. Lia Quartapelle ha espresso la sua solidarietà con una nota: «Scurrile invitare la presidente del Consiglio a usare le ginocchiere. Ci sono molti modi, duri ed efficaci, per criticare Giorgia Meloni, le espressioni sessiste non sono tra questi. Solidarietà alla premier». La vicepresidente dem della Camera, Anna Ascani, ha aggiunto: «Approfitto di essere tornata a presiedere per scusarmi con l’Aula: se avessi colto nelle parole dell’onorevole Silvestri il senso che qui è stato poi descritto naturalmente sarei intervenuta. Mi scuso per quello che evidentemente è stato colto come una mia mancanza».
Continua a leggereRiduci