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2019-05-14
Soldi in nero e party in disco nel palazzo occupato sequestrando un vigilante
Ansa
La storia dello stabile ex Indap in via Santa Croce in Gerusalemme a Roma ha inizio il 12 ottobre del 2013, giorno che per la capitale passerà alla storia per una quantità di occupazioni senza precedenti, messe a segno dai movimenti di lotta per la casa di estrema sinistra, nell'ambito di quello che fu annunciato dalle stesse sigle antagoniste come lo «Tzunami tour».
Il contesto politico è quello dei primi mesi della giunta di centrosinistra del sindaco Ignazio Marino, insediatasi nel giugno del 2013, dopo cinque anni di consiliatura Alemanno. Succede così che i movimenti vicini ai centri sociali rialzano la testa e indicono un grande corteo per «il diritto alla casa» sabato 19 ottobre, sette giorni prima però danno vita a una serie di occupazioni lampo, molte delle quali ancora oggi sono al centro della complicata gestione dell'emergenza casa da parte del Campidoglio.
In mattinata gli attivisti del Movimento per i diritti dell'abitare prima occuparono e poi lasciarono i locali della ex Dogana allo scalo di San Lorenzo a Roma. Poi i Blocchi precari metropolitani occuparono uno stabile in piazza Indipendenza e l'Area di Casal Boccone, mentre il Coordinamento di lotta per la casa occupò lo stabile in via Curtatone, con oltre 600 rifugiati eritrei, che furono poi sgomberati nell'estate del 2017 dopo violenti scontri con la polizia. Sempre i Blocchi precari metropolitani entrarono con circa 100 famiglie nell'ex sede della Stampa, abbandonata da anni, in zona Tiburtina e in un altro stabile oltre il raccordo anulare.
Anche Action entrò in azione con un'occupazione in zona Ponte di Nona e in via Santa Croce in Gerusalemme, in pieno centro, nel quartiere dell'Esquilino. Quest'ultima diventerà la sede di Spin time labs e finirà per ospitare le circa 450 persone che ieri hanno beneficiato dell'intervento del cardinale Konrad Krajewski, che ha riportato l'elettricità nello palazzo occupato.
Ma procediamo ancora in ordine cronologico attingendo all'accurata ricostruzione fatta dal Messaggero di Roma. Quel 12 ottobre, un gruppo di antagonisti, ai quali si unirà Andrea Alzetta, detto Tarzan per la sua capacità di scalare e occupare i palazzi, si presenta con martelli e frullini davanti al palazzo, già sede dell'Istituto di previdenza dei dipendenti pubblici e, nel 2004, acquistato dalla Investire Sgr.
A presidiare il complesso di otto piani e 17.000 metri quadrati complessivi, per un valore di circa 50 miliardi di euro (siamo dentro le mura aureliane, non in estrema periferia) i militanti trovano due guardie giurate, pagate dalla società proprio per evitare gli ormai consueti blitz dei movimenti che a Roma avvengo in continuazione. Eppure, come ricorda la stampa locale, neanche i vigilantes armati scoraggiano l'irruzione. Il cancello viene forzato e mentre un agente viene invitato a uscire, l'altro veniva trattenuto. «Tu resti qui con noi», gli ordinano. In breve arrivano gli inquilini abusivi, tra cui anche molte donne straniere con bambini piccoli.
Ovviamente saltano le trattative per la vendita del palazzo da parte della Sgr, anche se si parlava della realizzazione di un grande hotel che avrebbe dato lavoro a 150 persone, e negli anni prende forma una delle più importanti occupazioni romane, sede sia di numerosi alloggi per le famiglie occupanti sia di ampi spazi comuni che sono teatro delle attività di quello che è diventato un vero e proprio centro sociale, con tanto di cinema, discoteca, palestra e un punto bar che vende anche bevande alcoliche. E come ogni centro sociale che si rispetti nei fine settimana vengono organizzate serate, con dj set e concerti, con buona pace degli abitanti della zona, costretti a sopportare la musica a tutto volume.
Tra gli eventi più memorabili la «Notte scomoda» che si è tenuta nella stessa serata in cui a Corinaldo si consumava il dramma all'interno della discoteca La lanterna azzurra. In pratica un evento privo di autorizzazioni che ha visto centinaia di ragazzi ballare nel seminterrato del palazzo di via Santa Croce in Gerusalemme e poi l'ingresso di alcune motociclette direttamente sulla pista da ballo. Nel video della bravata, visionabile sul sito del Messaggero, si vedono le moto arrivare fin sotto la consolle del dj.
Le bollette che conteggiano tutta la corrente necessaria per mandare avanti questa città nella città non sono mai state pagate per stessa ammissione degli occupanti, che hanno creato un ammanco di circa 300.000 euro. Resta da chiedersi dunque a cosa serve la quota d'affitto che gli occupanti pagano ad Action, cifre non esose e in alcuni casi simboliche, ma che potrebbero essere utilizzate per coprire i costi delle utenze, visto che il risparmio di un affitto o di un mutuo in una grande città come Roma è un lusso che vorrebbero permettersi anche le oltre 20.000 famiglie che restano in attesa nella graduatoria per gli alloggi popolari. Intanto negli anni la proprietà ha presentato almeno cinque esposti alla Procura, oltre ad aver sollecitato più volte la prefettura senza mai aver ottenuto un intervento.
A Roma vige la legge di Tarzan: «Tutto gratis per gli abusivi rossi»
Tarzan contro cardinal Krajewski. Forse è la prima volta, nella storia delle occupazioni, che un cardinale ruba la scena al re degli «okkupanti». Andrea Alzetta, 51 anni, nome di battaglia Tarzan, domenica è stato superato dal cardinal Konrad Krajewski che proprio a mo' di Tarzan è sceso nel pozzo delle centraline elettriche dello stabile di Santa Croce in Gerusalemme a Roma, per riattaccare la corrente. I centri sociali, per bocca di Tarzan-Alzetta, hanno ringraziato non senza mostrare, però, un po' di fastidio. Dove non sono arrivati i compagni infatti è arrivata la Chiesa e lo smacco è stato un rospo difficile da digerire. Infatti Tarzan, ha provato a parlare di «esagerazione giornalistica». «Nel palazzo», ha proseguito, «vivono 450 persone di tutte le nazionalità, tra i quali 98 minori, alcuni in gravi condizioni di salute, e per una volta è stata ripristinata la giustizia invece della legalità», aggiungendo che non c'erano sigilli nelle centraline. Poi è stato smentito dal cardinale ma tant'è.
Il soprannome di Tarzan se l'era guadagnato grazie alla capacità di arrampicarsi. Definito anche il «teorico delle occupazioni», ex tuta bianca, politico «antagonista» e disobbediente, nel 2013 è stato il primo a essere dichiarato «non proclamabile», in base alla legge Severino, a causa di un'«incandidabilità accertata» dovuta a una condanna per scontri di piazza. Aveva infatti una condanna in via definitiva a due anni (con pena sospesa) per degli scontri avvenuti nel centro di Roma nel 1990, in occasione della strage di Al Aqsa.
Nel 2011, da consigliere comunale capogruppo di Roma in Action, dopo che la questura revocò un corteo disse: «L'invito è sempre quello di disobbedire a chi vuole imbavagliare il dissenso e il malcontento, o a chi preferisce ubriacare le menti con il commercio compulsivo piuttosto che agevolare e incentivare l'espressione del libero pensiero». Alzetta ha fatto anche ricorso al Tar contro l'annullamento della sua elezione (prese 1.700 voti), ma il tribunale respinse.
Da sempre leader dei movimenti di lotta per la casa, Andrea Alzetta è rimasto coinvolto in numerose indagini della Procura di Roma, ultima delle quali quella in cui risultano i suoi contatti con i protagonisti di Mafia capitale, Massimo Carminati e Salvatore Buzzi. I presunti capi dell'organizzazione si erano mostrati disponibili ad aiutare l'ex consigliere comunale di Sel, come dimostra una conversazione ambientale intercettata in via Pomona (sede del consorzio Eriches 29 Giugno) il 17 novembre 2014 tra Carminati, il suo amico Emilio Gammuto, Buzzi e Nadia Cerrito, la segretaria responsabile della contabilità «parallela» delle cooperative del gruppo. L'organizzazione era pronta a versare 5.000 euro al leader di Action, in difficoltà economiche. «Tarzan», dice Buzzi a Carminati, «è un ex consigliere comunale, Andrea ti mando questo messaggino gli devi fa... gli regaliamo 5.000 euro praticamente». «Io gli ho detto», spiega il ras delle coop rosse, «ti servono soldi?». «No, non mi serve niente, non mi serve niente, ieri, invece, mi ha chiamato è uscito dall'ospedale e non c'ha proprio più una lira». Carminati commenta: «Va beh, poveraccio... Veramente questa qui, da quando lo hanno segnalato, veramente è una cosa...». Gammuto, indignato: «Ma è vergognoso» e l'ex estremista di destra concorda: «Cioè tutte cose per... carattere sociale, mica». Buzzi conclude: «Gli facciamo un bonifico oggi». Tarzan doveva organizzare una cosa facile per lui: la resistenza allo sgombero di un palazzo su via Tuscolana.
Esposto Acea, Action si autoaccusa
Da ieri Konrad Krajewski, 55 anni, cardinale polacco e dall'agosto 2013 elemosiniere apostolico di papa Francesco, rischia un'indagine per furto di energia elettrica. L'Acea, la municipalizzata romana che eroga l'elettricità, ha presentato un esposto contro chi, sabato 11 maggio, «ha illegittimamente riattaccato» i contatori nel palazzo occupato al numero 55 di via Santa Croce in Gerusalemme, un edificio di otto piani per 17.000 metri quadrati (e un valore di mercato sui 50 milioni) che sorge 600 metri in linea d'aria a Nord della centralissima basilica di San Giovanni in Laterano.
Lo stabile, ribattezzato Spin time labs da Action, il centro antagonista che lo requisì il 12 ottobre 2013 al legittimo proprietario, la banca Finnat, da allora si è popolato di oltre 450 condomini abusivi, molti dei quali immigrati e in un centinaio di casi minorenni. L'elettricità era stata staccata dall'Acea il 6 maggio, per la grave morosità accumulata: oltre 300.000 euro di bollette mai pagate in oltre cinque anni di occupazione.
L'esposto dell'Acea, formalmente, è contro ignoti. Tutti sanno però chi sia stato a riattaccare la luce al palazzo occupato abusivamente, anche perché ieri lui stesso l'ha confermato al Corriere della Sera: è proprio Krajewski. Il suo compito, in Vaticano, è «esercitare la carità». Ma l'11 maggio il cardinale si è superato: s'è fatto aprire lo sportello del contatore, è sceso due metri sotto l'asfalto e ha riattaccato anche la luce. A precisa domanda del Corsera: «Ma davvero si è calato lei nel tombino per staccare i sigilli?», Krajewski ha risposto, serafico: «Cosa vuole, era una situazione particolare, disperata».
Gli antagonisti spalleggiano il prelato: in una conferenza stampa, Andrea Alzetta, detto Tarzan, uno dei capi di Spin time, ieri ha annunciato autodenunce collettive e la consegna di una tessera onoraria dell'associazione al Papa. Si è schierato con gli occupanti anche Paolo Maddalena, fino al 2011 vicepresidente della Corte costituzionale e oggi presidente dell'associazione Attuare la Costituzione: nella conferenza stampa indetta dagli occupanti abusivi, Maddalena ha detto che «la proprietà privata non è un diritto» e che «ci sono norme contro i quali è doveroso ribellarsi». Il cardinale è sereno: «Mi assumo tutta la responsabilità. Se dovesse arrivare una multa, la pagherò».
A dire il vero c'è chi propone che paghi qualcosina in più. Domenica il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, ha ricordato che il rispetto della legalità dovrebbe valere per tutti, anche per l'elemosiniere del Papa, e ha suggerito: «Spero ora paghi anche i 300.000 euro arretrati». Krajewsky gli ha risposto, sorridente ma evasivo, che «da quando è stato riattaccato il contatore pago io, non c'è problema. Anzi, pagherò anche le sue, di bollette».
Per giustificare il riattacco, cardinale e occupanti abusivi parlano di frigoriferi spenti, di poveri bambini senza luce e senza acqua calda, perfino di «macchinari medici funzionati solo con l'elettricità, come aerosol per chi soffre di asma». Gli antagonisti rivelano però che «all'interno ci sono un'osteria, un laboratorio di birra artigianale, una falegnameria, una sala prove…». Quindi l'elettricità «rubata» serve anche a ben altro. Secondo il Messaggero, lo stabile ospita un cinema e perfino una discoteca, e ogni weekend verrebbero organizzate serate con ingresso a pagamento. Ma si organizzano anche feste delle scuole superiori, perfino dj set con artisti stranieri, e tutti possono affittare una sala. Insomma, è il solito trionfo dell'illegalità mascherata da emergenza abitativa. Anche perché, aggiunge il giornale, ogni occupante «deve pagare ad Action una quota di affitto». La corrente no, per carità: l'elemosiniere del Papa dice che quella dev'essere gratis.
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Gli antagonisti nel 2013 presero possesso dello stabile con la forza. Da allora chi ci abita paga una quota. Con la quale il centro sociale finanzia notti bianche e dj set.Il leader dei disobbedienti, che da anni guida le occupazioni nella capitale, superato a sinistra dal clero. Il suo nome compare nelle intercettazioni di Salvatore Buzzi e Massimo Carminati: «Diamogli 5.000 euro».Denuncia contro ignoti della società. Il collettivo Spin time regala la tessera onoraria a Jorge Bergoglio: «Se toccano il cardinale ci costituiamo tutti». Matteo Salvini: «Il prelato paghi».Lo speciale contiene tre articoli.La storia dello stabile ex Indap in via Santa Croce in Gerusalemme a Roma ha inizio il 12 ottobre del 2013, giorno che per la capitale passerà alla storia per una quantità di occupazioni senza precedenti, messe a segno dai movimenti di lotta per la casa di estrema sinistra, nell'ambito di quello che fu annunciato dalle stesse sigle antagoniste come lo «Tzunami tour».Il contesto politico è quello dei primi mesi della giunta di centrosinistra del sindaco Ignazio Marino, insediatasi nel giugno del 2013, dopo cinque anni di consiliatura Alemanno. Succede così che i movimenti vicini ai centri sociali rialzano la testa e indicono un grande corteo per «il diritto alla casa» sabato 19 ottobre, sette giorni prima però danno vita a una serie di occupazioni lampo, molte delle quali ancora oggi sono al centro della complicata gestione dell'emergenza casa da parte del Campidoglio.In mattinata gli attivisti del Movimento per i diritti dell'abitare prima occuparono e poi lasciarono i locali della ex Dogana allo scalo di San Lorenzo a Roma. Poi i Blocchi precari metropolitani occuparono uno stabile in piazza Indipendenza e l'Area di Casal Boccone, mentre il Coordinamento di lotta per la casa occupò lo stabile in via Curtatone, con oltre 600 rifugiati eritrei, che furono poi sgomberati nell'estate del 2017 dopo violenti scontri con la polizia. Sempre i Blocchi precari metropolitani entrarono con circa 100 famiglie nell'ex sede della Stampa, abbandonata da anni, in zona Tiburtina e in un altro stabile oltre il raccordo anulare.Anche Action entrò in azione con un'occupazione in zona Ponte di Nona e in via Santa Croce in Gerusalemme, in pieno centro, nel quartiere dell'Esquilino. Quest'ultima diventerà la sede di Spin time labs e finirà per ospitare le circa 450 persone che ieri hanno beneficiato dell'intervento del cardinale Konrad Krajewski, che ha riportato l'elettricità nello palazzo occupato.Ma procediamo ancora in ordine cronologico attingendo all'accurata ricostruzione fatta dal Messaggero di Roma. Quel 12 ottobre, un gruppo di antagonisti, ai quali si unirà Andrea Alzetta, detto Tarzan per la sua capacità di scalare e occupare i palazzi, si presenta con martelli e frullini davanti al palazzo, già sede dell'Istituto di previdenza dei dipendenti pubblici e, nel 2004, acquistato dalla Investire Sgr.A presidiare il complesso di otto piani e 17.000 metri quadrati complessivi, per un valore di circa 50 miliardi di euro (siamo dentro le mura aureliane, non in estrema periferia) i militanti trovano due guardie giurate, pagate dalla società proprio per evitare gli ormai consueti blitz dei movimenti che a Roma avvengo in continuazione. Eppure, come ricorda la stampa locale, neanche i vigilantes armati scoraggiano l'irruzione. Il cancello viene forzato e mentre un agente viene invitato a uscire, l'altro veniva trattenuto. «Tu resti qui con noi», gli ordinano. In breve arrivano gli inquilini abusivi, tra cui anche molte donne straniere con bambini piccoli.Ovviamente saltano le trattative per la vendita del palazzo da parte della Sgr, anche se si parlava della realizzazione di un grande hotel che avrebbe dato lavoro a 150 persone, e negli anni prende forma una delle più importanti occupazioni romane, sede sia di numerosi alloggi per le famiglie occupanti sia di ampi spazi comuni che sono teatro delle attività di quello che è diventato un vero e proprio centro sociale, con tanto di cinema, discoteca, palestra e un punto bar che vende anche bevande alcoliche. E come ogni centro sociale che si rispetti nei fine settimana vengono organizzate serate, con dj set e concerti, con buona pace degli abitanti della zona, costretti a sopportare la musica a tutto volume.Tra gli eventi più memorabili la «Notte scomoda» che si è tenuta nella stessa serata in cui a Corinaldo si consumava il dramma all'interno della discoteca La lanterna azzurra. In pratica un evento privo di autorizzazioni che ha visto centinaia di ragazzi ballare nel seminterrato del palazzo di via Santa Croce in Gerusalemme e poi l'ingresso di alcune motociclette direttamente sulla pista da ballo. Nel video della bravata, visionabile sul sito del Messaggero, si vedono le moto arrivare fin sotto la consolle del dj.Le bollette che conteggiano tutta la corrente necessaria per mandare avanti questa città nella città non sono mai state pagate per stessa ammissione degli occupanti, che hanno creato un ammanco di circa 300.000 euro. Resta da chiedersi dunque a cosa serve la quota d'affitto che gli occupanti pagano ad Action, cifre non esose e in alcuni casi simboliche, ma che potrebbero essere utilizzate per coprire i costi delle utenze, visto che il risparmio di un affitto o di un mutuo in una grande città come Roma è un lusso che vorrebbero permettersi anche le oltre 20.000 famiglie che restano in attesa nella graduatoria per gli alloggi popolari. Intanto negli anni la proprietà ha presentato almeno cinque esposti alla Procura, oltre ad aver sollecitato più volte la prefettura senza mai aver ottenuto un intervento.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/soldi-in-nero-e-party-in-disco-nel-palazzo-occupato-sequestrando-un-vigilante-2637027939.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="a-roma-vige-la-legge-di-tarzan-tutto-gratis-per-gli-abusivi-rossi" data-post-id="2637027939" data-published-at="1781948866" data-use-pagination="False"> A Roma vige la legge di Tarzan: «Tutto gratis per gli abusivi rossi» Tarzan contro cardinal Krajewski. Forse è la prima volta, nella storia delle occupazioni, che un cardinale ruba la scena al re degli «okkupanti». Andrea Alzetta, 51 anni, nome di battaglia Tarzan, domenica è stato superato dal cardinal Konrad Krajewski che proprio a mo' di Tarzan è sceso nel pozzo delle centraline elettriche dello stabile di Santa Croce in Gerusalemme a Roma, per riattaccare la corrente. I centri sociali, per bocca di Tarzan-Alzetta, hanno ringraziato non senza mostrare, però, un po' di fastidio. Dove non sono arrivati i compagni infatti è arrivata la Chiesa e lo smacco è stato un rospo difficile da digerire. Infatti Tarzan, ha provato a parlare di «esagerazione giornalistica». «Nel palazzo», ha proseguito, «vivono 450 persone di tutte le nazionalità, tra i quali 98 minori, alcuni in gravi condizioni di salute, e per una volta è stata ripristinata la giustizia invece della legalità», aggiungendo che non c'erano sigilli nelle centraline. Poi è stato smentito dal cardinale ma tant'è. Il soprannome di Tarzan se l'era guadagnato grazie alla capacità di arrampicarsi. Definito anche il «teorico delle occupazioni», ex tuta bianca, politico «antagonista» e disobbediente, nel 2013 è stato il primo a essere dichiarato «non proclamabile», in base alla legge Severino, a causa di un'«incandidabilità accertata» dovuta a una condanna per scontri di piazza. Aveva infatti una condanna in via definitiva a due anni (con pena sospesa) per degli scontri avvenuti nel centro di Roma nel 1990, in occasione della strage di Al Aqsa. Nel 2011, da consigliere comunale capogruppo di Roma in Action, dopo che la questura revocò un corteo disse: «L'invito è sempre quello di disobbedire a chi vuole imbavagliare il dissenso e il malcontento, o a chi preferisce ubriacare le menti con il commercio compulsivo piuttosto che agevolare e incentivare l'espressione del libero pensiero». Alzetta ha fatto anche ricorso al Tar contro l'annullamento della sua elezione (prese 1.700 voti), ma il tribunale respinse. Da sempre leader dei movimenti di lotta per la casa, Andrea Alzetta è rimasto coinvolto in numerose indagini della Procura di Roma, ultima delle quali quella in cui risultano i suoi contatti con i protagonisti di Mafia capitale, Massimo Carminati e Salvatore Buzzi. I presunti capi dell'organizzazione si erano mostrati disponibili ad aiutare l'ex consigliere comunale di Sel, come dimostra una conversazione ambientale intercettata in via Pomona (sede del consorzio Eriches 29 Giugno) il 17 novembre 2014 tra Carminati, il suo amico Emilio Gammuto, Buzzi e Nadia Cerrito, la segretaria responsabile della contabilità «parallela» delle cooperative del gruppo. L'organizzazione era pronta a versare 5.000 euro al leader di Action, in difficoltà economiche. «Tarzan», dice Buzzi a Carminati, «è un ex consigliere comunale, Andrea ti mando questo messaggino gli devi fa... gli regaliamo 5.000 euro praticamente». «Io gli ho detto», spiega il ras delle coop rosse, «ti servono soldi?». «No, non mi serve niente, non mi serve niente, ieri, invece, mi ha chiamato è uscito dall'ospedale e non c'ha proprio più una lira». Carminati commenta: «Va beh, poveraccio... Veramente questa qui, da quando lo hanno segnalato, veramente è una cosa...». Gammuto, indignato: «Ma è vergognoso» e l'ex estremista di destra concorda: «Cioè tutte cose per... carattere sociale, mica». Buzzi conclude: «Gli facciamo un bonifico oggi». Tarzan doveva organizzare una cosa facile per lui: la resistenza allo sgombero di un palazzo su via Tuscolana. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/soldi-in-nero-e-party-in-disco-nel-palazzo-occupato-sequestrando-un-vigilante-2637027939.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="esposto-acea-action-si-autoaccusa" data-post-id="2637027939" data-published-at="1781948866" data-use-pagination="False"> Esposto Acea, Action si autoaccusa Da ieri Konrad Krajewski, 55 anni, cardinale polacco e dall'agosto 2013 elemosiniere apostolico di papa Francesco, rischia un'indagine per furto di energia elettrica. L'Acea, la municipalizzata romana che eroga l'elettricità, ha presentato un esposto contro chi, sabato 11 maggio, «ha illegittimamente riattaccato» i contatori nel palazzo occupato al numero 55 di via Santa Croce in Gerusalemme, un edificio di otto piani per 17.000 metri quadrati (e un valore di mercato sui 50 milioni) che sorge 600 metri in linea d'aria a Nord della centralissima basilica di San Giovanni in Laterano. Lo stabile, ribattezzato Spin time labs da Action, il centro antagonista che lo requisì il 12 ottobre 2013 al legittimo proprietario, la banca Finnat, da allora si è popolato di oltre 450 condomini abusivi, molti dei quali immigrati e in un centinaio di casi minorenni. L'elettricità era stata staccata dall'Acea il 6 maggio, per la grave morosità accumulata: oltre 300.000 euro di bollette mai pagate in oltre cinque anni di occupazione. L'esposto dell'Acea, formalmente, è contro ignoti. Tutti sanno però chi sia stato a riattaccare la luce al palazzo occupato abusivamente, anche perché ieri lui stesso l'ha confermato al Corriere della Sera: è proprio Krajewski. Il suo compito, in Vaticano, è «esercitare la carità». Ma l'11 maggio il cardinale si è superato: s'è fatto aprire lo sportello del contatore, è sceso due metri sotto l'asfalto e ha riattaccato anche la luce. A precisa domanda del Corsera: «Ma davvero si è calato lei nel tombino per staccare i sigilli?», Krajewski ha risposto, serafico: «Cosa vuole, era una situazione particolare, disperata». Gli antagonisti spalleggiano il prelato: in una conferenza stampa, Andrea Alzetta, detto Tarzan, uno dei capi di Spin time, ieri ha annunciato autodenunce collettive e la consegna di una tessera onoraria dell'associazione al Papa. Si è schierato con gli occupanti anche Paolo Maddalena, fino al 2011 vicepresidente della Corte costituzionale e oggi presidente dell'associazione Attuare la Costituzione: nella conferenza stampa indetta dagli occupanti abusivi, Maddalena ha detto che «la proprietà privata non è un diritto» e che «ci sono norme contro i quali è doveroso ribellarsi». Il cardinale è sereno: «Mi assumo tutta la responsabilità. Se dovesse arrivare una multa, la pagherò». A dire il vero c'è chi propone che paghi qualcosina in più. Domenica il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, ha ricordato che il rispetto della legalità dovrebbe valere per tutti, anche per l'elemosiniere del Papa, e ha suggerito: «Spero ora paghi anche i 300.000 euro arretrati». Krajewsky gli ha risposto, sorridente ma evasivo, che «da quando è stato riattaccato il contatore pago io, non c'è problema. Anzi, pagherò anche le sue, di bollette». Per giustificare il riattacco, cardinale e occupanti abusivi parlano di frigoriferi spenti, di poveri bambini senza luce e senza acqua calda, perfino di «macchinari medici funzionati solo con l'elettricità, come aerosol per chi soffre di asma». Gli antagonisti rivelano però che «all'interno ci sono un'osteria, un laboratorio di birra artigianale, una falegnameria, una sala prove…». Quindi l'elettricità «rubata» serve anche a ben altro. Secondo il Messaggero, lo stabile ospita un cinema e perfino una discoteca, e ogni weekend verrebbero organizzate serate con ingresso a pagamento. Ma si organizzano anche feste delle scuole superiori, perfino dj set con artisti stranieri, e tutti possono affittare una sala. Insomma, è il solito trionfo dell'illegalità mascherata da emergenza abitativa. Anche perché, aggiunge il giornale, ogni occupante «deve pagare ad Action una quota di affitto». La corrente no, per carità: l'elemosiniere del Papa dice che quella dev'essere gratis.
L'ex deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene (Ansa). Nel riquadro il suo post su X
Insomma, un endorsement in piena regola. Il che è significativo. Nonostante al momento non rivesta un peso politico troppo rilevante, la Taylor Greene è stata un tempo una delle principali sostenitrici di Trump. Poi, a partire dall’anno scorso, i loro rapporti si sono progressivamente incrinati. L’allora deputata ha infatti iniziato a criticare il presidente americano su vari fronti: la sua politica su Israele e Siria, l’inflazione e i file di Jeffrey Epstein. In altre parole, la Greene è una di quelle figure del mondo politico-mediatico Maga che hanno drammaticamente rotto con l’attuale inquilino della Casa Bianca, accusandolo di aver abbandonato il trumpismo delle origini. Da questo punto di vista, un altro personaggio collocato su una linea simile è il giornalista conservatore Tucker Carlson che, un tempo deciso fautore dell’attuale presidente, ha litigato con lui soprattutto a causa della guerra in Iran.
Queste rotture sono, almeno in parte, la diretta conseguenza della «traversata nel deserto» che il trumpismo ha condotto nei quattro anni dell’amministrazione Biden. Delusi dal Partito democratico, vari mondi un tempo ostili a Trump (Silicon Valley, apparati della sicurezza nazionale, alta burocrazia del Pentagono) si sono man mano avvicinati ai repubblicani, innestandosi sul trumpismo originario, che, pur non essendo monoliticamente isolazionista, era più concentrato sulla tutela dei colletti blu della Rust Belt e, quindi, sui temi della reindustrializzazione e della post globalizzazione. Dal 2025, queste due anime del mondo Maga sono entrate spesso in dialettica, arrivando a produrre alcune rotture, come quelle della Greene e di Carlson.
È quindi interessante il fatto che l’ex deputata repubblicana si sia schierata con la Meloni. Una Meloni che aveva già comunque, almeno in parte, diviso il mondo Maga. Se la maggioranza di esso la vedeva in modo favorevole, Steve Bannon, a marzo, la criticò per non aver dato abbastanza sostegno a Trump nella crisi di Hormuz. Un ulteriore aspetto interessante da notare è che Bannon, la Greene e Carlson provengono tutti, pur con tratti e sensibilità differenti, da quel trumpismo originario di cui abbiamo parlato: trumpismo originario che, nella sua sfera mediatico-politica, si è spaccato sul conflitto in Iran (se Carlson , come detto, è contrario alla guerra, Laura Loomer la sostiene). Da questo punto di vista, a essere interessante è anche la sponda che, nel 2025, si registrò tra la Meloni ed Elon Musk: un esponente di quei nuovi «innesti» che era, non a caso, ai ferri corti con Bannon. Tra l’altro, anche Musk l’anno scorso ruppe con Trump, per poi significativamente ricucire (vista soprattutto la crescente interdipendenza tra SpaceX e il Pentagono).
Ma attenzione. I risvolti della nuova rottura tra il presidente americano e la Meloni potrebbero irrompere nella stessa amministrazione statunitense. Nell’ultimo anno e mezzo, l’inquilina di Palazzo Chigi ha stretto un rapporto molto cordiale con Marco Rubio e con JD Vance (il quale, dopo aver firmato la prefazione all’edizione statunitense del volume «La versione di Giorgia», ha anche citato la premier nel suo ultimo libro, «Communion»). Ora, nel breve termine, lo scontro tra Trump e la Meloni rischia di mettere in una posizione scomoda tanto il vicepresidente quanto il segretario di Stato. Tuttavia il tema è più complesso. Sì, perché sia Vance che Rubio sono assai interessati a candidarsi alla nomination presidenziale repubblicana del 2028. In quest’ottica, entrambi guardano con favore al mantenimento di una convergenza con la Meloni. Se il centrodestra italiano dovesse vincere le elezioni l’anno prossimo e, nel 2029, dovesse insediarsi alla presidenza statunitense uno dei due, sia Vance che Rubio auspicherebbero una sponda con Roma per arginare l’asse franco-tedesco e, soprattutto, per cercare di allentare i rapporti tra l’Ue e la Cina.
Nel frattempo, la stampa statunitense ha riportato la notizia del nuovo scontro tra Trump e la Meloni: da Nbc News al Wall Street Journal, passando per il Washington Post, le varie testate hanno raccontato le tensioni, ricordando che ci fu un tempo in cui i due leader erano stretti alleati. Per quanto non impossibile, sembra sempre più difficile che quel tempo possa tornare. Il conflitto iraniano ha del resto contribuito a scavare un solco profondo tra le due sponde dell’Atlantico. È dunque da qui che Vance e Rubio dovranno partire per cercare di riavvicinarle.
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Donald Trump e Giorgia Meloni (Ansa)
Altro che «riavvicinamento»: poche ore dopo la fine del G7 di Evian, tra Donald Trump e Giorgia Meloni esplode uno dei più gravi incidenti diplomatici mai registrati nella storia dell’Italia repubblicana tra un presidente degli Stati Uniti e un premier italiano, secondo solo al famoso caso di Sigonella, che nel 1985 vide Bettino Craxi opporsi a Donald Reagan per la sorte dei miliziani palestinesi che avevano dirottato la nave da crociera Achille Lauro. In quel caso si rischiò lo scontro armato tra la Delta Force da una parte e i carabinieri e i Vam dall’altra, ieri invece il conflitto è stato tutto dialettico, ma quanto mai aspro.
La cronaca di questa surreale, incredibile giornata, inizia poco dopo le 10 italiane, le 4 di notte a Washington, quando La7 diffonde un annuncio: «Oggi in esclusiva a L’Aria che tira su La7 una nuova telefonata con Donald Trump. Il programma di David Parenzo ha raggiunto telefonicamente il presidente statunitense per un colloquio. Al centro, le ultime dal G7 sulla pace in Medio Oriente e, soprattutto, sull’incontro tra il tycoon e il premier italiana Meloni dopo le tensioni delle ultime settimane». Siamo abituati al fatto che, tra le tante stravaganze (eufemismo) di Trump, ci sia pure quella di chiacchierare al telefono con i giornalisti. Alle 11, però, scoppia la bomba: Parenzo manda in onda la trascrizione della telefonata tra il tycoon e il corrispondente di La7 dalla Casa Bianca, Daniele Compatangelo: «Come sta il suo primo ministro? Come sta lei?», chiede a un certo punto Trump. «Beh, l’ha appena incontrata al G7», risponde il giornalista, «cosa ne pensa?». «Probabilmente è felice», replica Trump, «che io le abbia parlato! Non ero obbligato a farlo! Non so cosa dire! Mi ha supplicato di fare una foto! Voleva a tutti i costi una foto con me. Non l’avrei fatto, ma mi ha fatto pena!».
La7 non pubblica l’audio originale della telefonata, ma direttamente la traduzione: perché? A quanto spiega il corrispondente di La7 dalla Casa Bianca, per precise direttive dello staff del presidente Usa, le registrazioni delle telefonate non possono essere diffuse con l’audio originale. La trascrizione in lingua originale dell’ultima frase di Trump è la seguente: «She begged me for a picture! She wanted a picture with me so badly. I would haven’t done it, but I felt sorry for her!».
«I felt sorry for her» viene tradotto con «mi ha fatto pena», il che è formalmente corretto, ma la stessa frase può anche essere tradotta con un molto meno maleducato «mi dispiaceva per lei» o «mi è dispiaciuto per lei», come fa notare in diretta Antonio Di Bella, tra l’altro ex direttore del Tg3 e di Rai3 e già corrispondente da New York per il Tg1. Fatto sta che la Meloni la prende, come è ovvio, malissimo: impugna lo smartphone e da Bruxelles, dove sta partecipando al Consiglio europeo, registra un durissimo video di risposta: «Certe cose», scandisce Giorgia Meloni, «meritano una risposta immediata. Le dichiarazioni di Donald Trump sono totalmente inventate. Sono francamente allibita. Non so perché il presidente degli Stati Uniti si comporti così con i propri alleati e non è del resto la prima volta che accade. Posso solo dire che dispiace che non abbia la stessa determinazione con i nemici dell’Occidente, con i nemici degli Stati Uniti, con leadership con le quali invece si dimostra molto più accondiscendente. Però una cosa se la deve ricordare: io e l’Italia, non imploriamo mai». L’aria che tira, potremmo dire, è quella di tempesta: piovono reazioni indignate da tutto il mondo politico e istituzionale, italiano e non solo. Si muove il Colle: il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, telefona alla Meloni e le esprime solidarietà.
Immediate anche le reazioni dei due vicepremier: «Le gravi e offensive parole del presidente Trump nei confronti del presidente del Consiglio», scrive su X il ministro degli Esteri e leader di Forza Italia, Antonio Tajani, «offendono tutta l’Italia. Per questo motivo ho deciso di annullare la mia visita negli Stati Uniti prevista per i prossimi 21 e 22 giugno». Anche Confindustria cancella la sua partecipazione al business forum di Miami del 22 giugno. Più tardi, parlando con i cronisti, Tajani aggiunge: «Non possiamo pensare che qualcuno offenda l’Italia così come ha fatto il presidente Usa», invitando comunque a «mantenere il rapporto transatlantico come stella polare». L’altro vicepremier, il ministro dei Trasporti e leader della Lega Matteo Salvini, sui social scrive: «Chi attacca Giorgia, attacca tutti noi». E adesso che succede? La Verità ha avuto modo di sondare ambienti di governo e maggioranza, e c’è una sostanziale unanimità su un punto: i dubbi sull’equilibrio di Donald Trump. Sono diventate troppo frequenti e sempre più deliranti, ormai, le sparate del tycoon, tra insulti ad alleati, avversari e giornalisti, prese di posizione surreali, video, foto e post deliranti postati a raffica sui social, e, cosa più grave, continui cambi di strategia e opinione sulle questioni più importanti di politica internazionale.
Compiacimento abbiamo poi registrato per l’intervento di Mattarella, arrivato mentre tra le opposizioni non mancava chi, pur esprimendo solidarietà alla Meloni, aggiungeva che è stata però proprio lei a scegliere il presidente degli Stati Uniti come alleato privilegiato, manco fosse una colpa o avesse altra scelta. Sono una donna dotata di doti divinatorie poteva prevedere che Trump sarebbe diventato quello che è oggi: per non sbilanciarci troppo, sicuramente un gran maleducato. Che, dopo la replica di Meloni, ha rincarato la dose: «Non la voglio come fan perché lei, così come gli altri del gruppo Nato, non c'è stata riguardo allo Stretto di Hormuz».
Eppure la sinistra incolpa Giorgia
Centinaia, dall’Italia e dall’estero, le reazioni allo scontro tra Donald Trump e Giorgia Meloni: «Sono stato sorpreso», commenta il presidente francese Emmanuel Macron, «dall’attacco di Trump a Meloni, ne parlerò con lei». «Riguardo alla Meloni», dice il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, «vorrei dire due cose: la prima, tutta la mia solidarietà. In secondo luogo, vorrei dirvi che non solo l’ho espressa pubblicamente ora, ma l’ho fatto anche in privato. Le ho espresso la mia solidarietà direttamente in Consiglio di fronte a questo attacco che non è né politico né personale. In realtà, non so nemmeno come qualificarlo».
Passiamo all’Italia: «Le parole del presidente Donald Trump, chiaramente false», attacca il presidente del Senato, Ignazio La Russa, «sono un evidente tentativo di vendicarsi della premier italiana per il suo non essersi piegata ai voleri del tycoon. Conoscendola molto bene, posso scommettere di mangiare un pollo vivo piuttosto che credere che Giorgia Meloni supplichi qualcuno. Fa pena chi lo sostiene». «La mia solidarietà al presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Le parole pronunciate nei suoi confronti», argomenta il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, «non contribuiscono certamente a rafforzare quel clima di rispetto fondamentale nei rapporti tra paesi amici e alleati». Durissimo il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari: «I deliri di Trump su Giorgia Meloni», azzanna Fazzolari, «sono solo l’ultimo episodio di attacchi e insulti rivolti ai leader europei. Non si capisce se per volontà o per inettitudine sta rovinando gli storici rapporti tra Stati Uniti ed Europa. Con le sue uscite inopportune è riuscito nel non facile intento di rendere gli Usa invisi all’intero continente europeo, danneggiando non solo l’Europa ma soprattutto gli Stati Uniti».
In serata, ospite di 10 minuti su Retequattro, Fazzolari fornisce una inedita interpretazione dell’accaduto: «Una delle interpretazioni che è stata data oltreoceano», spiega Fazzolari, «è che il video del G7 di Evian è diventato virale negli Usa, e i commenti erano: Meloni mette al suo posto Trump. Il presidente americano è particolarmente attento e sensibile alle dinamiche delle rete. Una delle interpretazioni che è stata data è che è stata una reazione per questo video che era stato particolarmente diffuso negli Stati Uniti».
Arrivano anche i commenti degli esponenti di opposizione: «La triste realtà», sottolinea il leder del M5s, Giuseppe Conte, «è che abbiamo subito una grande mortificazione da parte di Trump e queste sono parole assolutamente inaccettabili nei confronti dei nostri vertici istituzionali. Però dobbiamo anche riflettere. Giorgia Meloni e il suo governo hanno detto sì a tutto e hanno svenduto l’interesse nazionale». «Gli attacchi di Trump alla Meloni», sottolinea la segretaria del Pd, Elly Schlein, «sono inaccettabili, da respingere con forza. Noi non accettiamo attacchi né insulti rivolti al governo del nostro paese e continueremo a difendere le istituzioni italiane. Ci aspettiamo però che lo faccia, e cominci a farlo di più, anche la destra di questo paese e che capisca quanto è stata sbagliata la strategia di un atteggiamento remissivo verso Trump». «Le frasi di Trump sono orripilanti, come sempre. Finalmente», scrive su X il leader di Italia viva Matteo Renzi, «se ne è accorta anche la presidente Meloni: buongiorno Giorgia, ben svegliata. Ora basta cappellini Maga e basta ponti con Trump».
La missione del presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, negli Stati Uniti, prevista per la prossima settimana, è stata annullata, dopo le offese di Trump Arriva anche il commento del generale Roberto Vannacci: «L’Italia», dice il leader di Futuro nazionale, «non può diventare terreno di scontro per calcoli di parte o convenienze politiche del momento. Non condivido chi, per attaccare Giorgia Meloni o il suo governo, finisce per gettare fango sul presidente del Consiglio e, con esso, sull’immagine della nostra nazione». Solidarietà alla Meloni e condanna della prepotenza da parte di Domenico Menorello, portavoce del network associativo «Ditelo sui tetti».
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