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2024-01-26
Il modello Bologna città 30 è un flop. Ma altri sindaci Pd vogliono copiarlo
Il sindaco di Bergamo Giorgio Gori (Ansa)
Anche Bergamo vuole l’Andamento lento. Il cantautore Tullio De Piscopo raccontò che l’idea del brano gli era venuta nel traffico paralizzato, quando un tassista gli aveva detto: «E che vuole, qui a Roma è tutto un andamento lento». Monica Corbani di Ambiente partecipazione futuro (Apf), il gruppo più a sinistra a Palazzo Frizzoni, invece ha preso ispirazione dal sindaco dem di Bologna, Matteo Lepore, che vuole imporre i 30 all’ora in più zone cittadine. La capogruppo in Consiglio comunale caldeggia un Pop rock «dolce», per il Piano delle opere pubbliche (Pop) che si discute in questi giorni nel capoluogo lombardo amministrato da Giorgio Gori: «La città dei 30 all’ora era un tema importante del programma elettorale. L’obiettivo è favorire la mobilità dolce. Le zone 30, poi, diminuiscono l’incidentalità grave», ha detto al Corriere di Bergamo. L’ovvietà era scontata, eppure la Corbani non ha avuto esitazioni a precisare: «Essere investiti da un veicolo che va a 50 all’ora mette a rischio la vita più che essere urtati da uno a 30 all’ora, e questo non è ideologico». Secondo Stefano Zenoni, assessore alla Mobilità della giunta Gori, Bergamo «per le sue caratteristiche è la città giusta per i 30 km orari su molte aree», dal momento che «è piccola come superficie ed è molto densamente abitata, con una folta presenza di ciclisti, pedoni e mezzi di trasporto e con moltissime strade storiche strette».
Alla sinistra, sembra piacere molto l’idea di mandare nel panico gli automobilisti, costringendoli a limiti di velocità snervanti quanto assurdi. Pure il sindaco dem di Monza, Paolo Pilotto, ha detto che tra qualche mese partiranno le prime sperimentazioni di limite 30 km/h in alcuni quartieri. Prima, si è affrettato a chiarire al Giorno: «Saranno necessari investimenti e lavori per la segnaletica orizzontale e verticale, ma soprattutto per il posizionamento di piattaforme che rallentino la velocità e consentano a disabili e passeggini l’attraversamento in linea». Rimane comunque la volontà di far circolare auto a passo d’uomo, dopo aver costretto i cittadini a rottamare i vecchi diesel per acquistare vetture elettriche. Per fortuna non sarebbe di questa idea il primo cittadino meneghino: «Il modello che sta applicando Bologna», ha detto Beppe Sala, «è un modello impossibile per Milano». Con i suoi assessori sta pensando a un «modello milanese», che non contempla mettere «una pattuglia con un misuratore della velocità in maniera tale che l’automobilista sia avvisato che sta andando più di 30, e poi dopo alcuni metri mettere un’altra pattuglia che eventualmente eroga la multa». Già un passo in avanti per Palazzo Marino, che dopo i divieti in area B vuole aumentare le zone in area C escluse dalla circolazione delle auto, e così accontentare la sinistra radical chic.
Lepore, invece, prosegue convinto nell’operazione Bologna città 30, malgrado la circolare del ministero dei Trasporti (Mit) affermi che «qualsiasi fissazione generalizzata di limiti di velocità nel contesto urbano risulta di per sé arbitraria». Non per una «bizzarra» presa di posizione di Matteo Salvini, determinato a far rispettare le condizioni elencate nel documento, dal momento che i 30 all’ora «non sono coerenti con le indicazioni del Codice della strada e potrebbero causare più problemi che benefici», ma perché il Mit già si era espresso in modo contrario a obblighi di circolazione a passo di lumaca.
Nella direttiva del 2006, il ministero dei Trasporti sosteneva che «la presunzione di una maggiore sicurezza, che deriverebbe dall’imposizione di limiti massimi di velocità più bassi del normale, è puramente illusoria; l’esperienza insegna, infatti, che divieti non supportati da effettive esigenze vengono sistematicamente disattesi, dando luogo, altresì, a una diseducativa sottovalutazione di tutta la segnaletica prescrittiva e, talvolta, all’irrogazione di sanzioni che non hanno un reale fondamento».
La palla è passata all’Anci, l’associazione dei sindaci italiani a cui è rivolta la direttiva del Mit e che dovrà riunirsi nei prossimi giorni. Il presidente Antonio Decaro ha detto di apprezzare l’invito al confronto del ministro Salvini, ma nel suo primo commento è stato estremamente vago. «La sicurezza di pedoni, ciclisti e automobilisti è da sempre la priorità assoluta di tutti i sindaci, che sono i più titolati a valutare le diverse situazioni locali, le esigenze della mobilità e quelle legate alla sicurezza dei cittadini», si legge nella nota diffusa. Ha aggiunto: «Pensiamo che sia molto importante continuare a collaborare nel sensibilizzare i cittadini», ma non si comprende se questo significhi far digerire agli automobilisti che possono mettersi al volante solo procedendo a 30 all’ora.
Il Codacons, invece, minaccia già il ricorso al Tar. Secondo l’associazione dei consumatori, il ministero dovrà fornire «gli elementi tecnici su cui si basa la nuova direttiva relativa ai limiti di velocità nei centri urbani».
Adesso Lepore fa marcia indietro
Matteo Lepore, che fino a mercoledì sembrava voler tirare dritto con la sua Città 30, ora abbassa i toni. Forse perché qualcuno gli ha spiegato che aveva ragione il viceministro Galeazzo Bignami e che, nella fattispecie, prevalgono le direttive nazionali. «Se il ministero cambierà delle regole», ha dichiarato ieri in un’intervista a SkyTg24, «noi ovviamente le leggeremo e seguiremo quelle che sono le indicazioni».
Sarà che l’Italia non è ancora pronta per le illuminate idee del sindaco di Bologna, ma anch’egli dovrà sottostare alle leggi nazionali. Il viceministro Bignami, in un’intervista rilasciata ieri al Resto del Carlino, lo ha ribadito ancora una volta: «I Comuni possono decidere la limitazione della velocità, ma solo a determinate condizioni». A conferma della la sua posizione è apparsa, sulle pagine del Corriere di Bologna, un’intervista a Stefano Zunarelli, ordinario dell’Alma Mater nonché uno tra i massimi esperti europei di diritto dei trasporti: «Il Comune deve seguire le direttive del ministro, possano piacere o meno. Così dice la legge. Sennò si corre il rischio che ogni Comune si faccia le sue norme. Il ministro, se motiva il contrasto con la propria direttiva, può intervenire direttamente su un atto del Comune, che poi potrebbe ricorrere al Tar». La direttiva in questione è pronta ed è stata discussa, sempre ieri, in un videocollegamento tra l’Anci e Matteo Salvini, il quale dopo il caso di Bologna ha voluto avviare un dialogo coi sindaci al fine di «evitare il caos». La riunione è durata una decina di minuti e i racconti dicono di un clima cordiale e disteso, che porterà gli uffici dell’Anci e quelli del Mit a collaborare direttamente. Nel frattempo, sono sempre di più le voci che criticano il progetto leporiano.
Ieri, sul Corriere di Bologna, una vigilessa anonima si è dichiarata perplessa. «Un conto era mantenere i 30 all’ora entro le mura», ha spiegato, «anche perché in centro ci sono strade in cui a malapena fai i 20. Però ad esempio, anche nei pressi delle scuole, sarebbe bastato mettere qualche dosso in più per garantire più sicurezza ai pedoni e ai ciclisti». La vigilessa, di seguito, parla di cittadini «disorientati» e di «un provvedimento che si applica a macchia di leopardo», e aggiunge, inoltre, che «non è sempre chiara la segnaletica: in alcune strade il limite è a 40, poi diventa a 30 col dosso e magari intersechi una strada a 50. Sorrido quando sento il sindaco che dice che non bisogna guardare il contachilometri, ma vedere se ci siamo noi a controllare col telelaser in strada». Il riferimento è a una surreale intervista di qualche giorno fa, in cui Lepore ha suggerito ai cittadini di «non guardare il tachimetro, perché se hanno paura delle multe non è guardando il contachilometri che le evitano, ma guardando in strada se c’è un infovelox o una postazione della polizia municipale segnalata». In parole povere, gli automobilisti non devono sempre rispettare le regole che lui stesso ha posto, ma solo quando rischiano di subire una contravvenzione.
Sempre ieri, sul Resto del Carlino, è uscita un’intervista a Mattia Strangi, un libero professionista e docente dell’università di Bologna che di mestiere ricostruisce sinistri stradali. Sulla pagina didattica si legge che i suoi «interessi di ricerca sono rivolti allo studio della dinamica e della cinematica del sinistro stradale sviluppando e implementando modelli matematici e metodi atti alla ricostruzione dell’evento». Secondo l’esperto, andando a 30 all’ora diminuisce potenzialmente soltanto la lesività dell’incidente e non la possibilità che esso avvenga, ma «quello che guadagno come diminuzione di lesività lo perdo con maggiore stress e un inquinamento di informazioni che creano distrazione». Ci si chiede perché, questa volta, il Pd non voglia seguire la scienza.
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Pure Bergamo e Monza, amministrate dai dem Gori e Pilotto, stanno lavorando per imporre il nuovo limite di velocità. E chi se ne frega se gli abitanti sono contrari. Botta di realismo per Sala: «A Milano è impossibile».Alla fine Lepore capitola: «Se il ministro cambia le regole, ci adegueremo» Intanto Salvini incontra l’Anci: «Clima disteso, l’obiettivo comune è evitare il caos».Lo speciale contiene due articoli.Anche Bergamo vuole l’Andamento lento. Il cantautore Tullio De Piscopo raccontò che l’idea del brano gli era venuta nel traffico paralizzato, quando un tassista gli aveva detto: «E che vuole, qui a Roma è tutto un andamento lento». Monica Corbani di Ambiente partecipazione futuro (Apf), il gruppo più a sinistra a Palazzo Frizzoni, invece ha preso ispirazione dal sindaco dem di Bologna, Matteo Lepore, che vuole imporre i 30 all’ora in più zone cittadine. La capogruppo in Consiglio comunale caldeggia un Pop rock «dolce», per il Piano delle opere pubbliche (Pop) che si discute in questi giorni nel capoluogo lombardo amministrato da Giorgio Gori: «La città dei 30 all’ora era un tema importante del programma elettorale. L’obiettivo è favorire la mobilità dolce. Le zone 30, poi, diminuiscono l’incidentalità grave», ha detto al Corriere di Bergamo. L’ovvietà era scontata, eppure la Corbani non ha avuto esitazioni a precisare: «Essere investiti da un veicolo che va a 50 all’ora mette a rischio la vita più che essere urtati da uno a 30 all’ora, e questo non è ideologico». Secondo Stefano Zenoni, assessore alla Mobilità della giunta Gori, Bergamo «per le sue caratteristiche è la città giusta per i 30 km orari su molte aree», dal momento che «è piccola come superficie ed è molto densamente abitata, con una folta presenza di ciclisti, pedoni e mezzi di trasporto e con moltissime strade storiche strette». Alla sinistra, sembra piacere molto l’idea di mandare nel panico gli automobilisti, costringendoli a limiti di velocità snervanti quanto assurdi. Pure il sindaco dem di Monza, Paolo Pilotto, ha detto che tra qualche mese partiranno le prime sperimentazioni di limite 30 km/h in alcuni quartieri. Prima, si è affrettato a chiarire al Giorno: «Saranno necessari investimenti e lavori per la segnaletica orizzontale e verticale, ma soprattutto per il posizionamento di piattaforme che rallentino la velocità e consentano a disabili e passeggini l’attraversamento in linea». Rimane comunque la volontà di far circolare auto a passo d’uomo, dopo aver costretto i cittadini a rottamare i vecchi diesel per acquistare vetture elettriche. Per fortuna non sarebbe di questa idea il primo cittadino meneghino: «Il modello che sta applicando Bologna», ha detto Beppe Sala, «è un modello impossibile per Milano». Con i suoi assessori sta pensando a un «modello milanese», che non contempla mettere «una pattuglia con un misuratore della velocità in maniera tale che l’automobilista sia avvisato che sta andando più di 30, e poi dopo alcuni metri mettere un’altra pattuglia che eventualmente eroga la multa». Già un passo in avanti per Palazzo Marino, che dopo i divieti in area B vuole aumentare le zone in area C escluse dalla circolazione delle auto, e così accontentare la sinistra radical chic.Lepore, invece, prosegue convinto nell’operazione Bologna città 30, malgrado la circolare del ministero dei Trasporti (Mit) affermi che «qualsiasi fissazione generalizzata di limiti di velocità nel contesto urbano risulta di per sé arbitraria». Non per una «bizzarra» presa di posizione di Matteo Salvini, determinato a far rispettare le condizioni elencate nel documento, dal momento che i 30 all’ora «non sono coerenti con le indicazioni del Codice della strada e potrebbero causare più problemi che benefici», ma perché il Mit già si era espresso in modo contrario a obblighi di circolazione a passo di lumaca. Nella direttiva del 2006, il ministero dei Trasporti sosteneva che «la presunzione di una maggiore sicurezza, che deriverebbe dall’imposizione di limiti massimi di velocità più bassi del normale, è puramente illusoria; l’esperienza insegna, infatti, che divieti non supportati da effettive esigenze vengono sistematicamente disattesi, dando luogo, altresì, a una diseducativa sottovalutazione di tutta la segnaletica prescrittiva e, talvolta, all’irrogazione di sanzioni che non hanno un reale fondamento». La palla è passata all’Anci, l’associazione dei sindaci italiani a cui è rivolta la direttiva del Mit e che dovrà riunirsi nei prossimi giorni. Il presidente Antonio Decaro ha detto di apprezzare l’invito al confronto del ministro Salvini, ma nel suo primo commento è stato estremamente vago. «La sicurezza di pedoni, ciclisti e automobilisti è da sempre la priorità assoluta di tutti i sindaci, che sono i più titolati a valutare le diverse situazioni locali, le esigenze della mobilità e quelle legate alla sicurezza dei cittadini», si legge nella nota diffusa. Ha aggiunto: «Pensiamo che sia molto importante continuare a collaborare nel sensibilizzare i cittadini», ma non si comprende se questo significhi far digerire agli automobilisti che possono mettersi al volante solo procedendo a 30 all’ora. Il Codacons, invece, minaccia già il ricorso al Tar. Secondo l’associazione dei consumatori, il ministero dovrà fornire «gli elementi tecnici su cui si basa la nuova direttiva relativa ai limiti di velocità nei centri urbani».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sindaci-pd-30-kmh-2667092622.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="adesso-lepore-fa-marcia-indietro" data-post-id="2667092622" data-published-at="1706257570" data-use-pagination="False"> Adesso Lepore fa marcia indietro Matteo Lepore, che fino a mercoledì sembrava voler tirare dritto con la sua Città 30, ora abbassa i toni. Forse perché qualcuno gli ha spiegato che aveva ragione il viceministro Galeazzo Bignami e che, nella fattispecie, prevalgono le direttive nazionali. «Se il ministero cambierà delle regole», ha dichiarato ieri in un’intervista a SkyTg24, «noi ovviamente le leggeremo e seguiremo quelle che sono le indicazioni». Sarà che l’Italia non è ancora pronta per le illuminate idee del sindaco di Bologna, ma anch’egli dovrà sottostare alle leggi nazionali. Il viceministro Bignami, in un’intervista rilasciata ieri al Resto del Carlino, lo ha ribadito ancora una volta: «I Comuni possono decidere la limitazione della velocità, ma solo a determinate condizioni». A conferma della la sua posizione è apparsa, sulle pagine del Corriere di Bologna, un’intervista a Stefano Zunarelli, ordinario dell’Alma Mater nonché uno tra i massimi esperti europei di diritto dei trasporti: «Il Comune deve seguire le direttive del ministro, possano piacere o meno. Così dice la legge. Sennò si corre il rischio che ogni Comune si faccia le sue norme. Il ministro, se motiva il contrasto con la propria direttiva, può intervenire direttamente su un atto del Comune, che poi potrebbe ricorrere al Tar». La direttiva in questione è pronta ed è stata discussa, sempre ieri, in un videocollegamento tra l’Anci e Matteo Salvini, il quale dopo il caso di Bologna ha voluto avviare un dialogo coi sindaci al fine di «evitare il caos». La riunione è durata una decina di minuti e i racconti dicono di un clima cordiale e disteso, che porterà gli uffici dell’Anci e quelli del Mit a collaborare direttamente. Nel frattempo, sono sempre di più le voci che criticano il progetto leporiano. Ieri, sul Corriere di Bologna, una vigilessa anonima si è dichiarata perplessa. «Un conto era mantenere i 30 all’ora entro le mura», ha spiegato, «anche perché in centro ci sono strade in cui a malapena fai i 20. Però ad esempio, anche nei pressi delle scuole, sarebbe bastato mettere qualche dosso in più per garantire più sicurezza ai pedoni e ai ciclisti». La vigilessa, di seguito, parla di cittadini «disorientati» e di «un provvedimento che si applica a macchia di leopardo», e aggiunge, inoltre, che «non è sempre chiara la segnaletica: in alcune strade il limite è a 40, poi diventa a 30 col dosso e magari intersechi una strada a 50. Sorrido quando sento il sindaco che dice che non bisogna guardare il contachilometri, ma vedere se ci siamo noi a controllare col telelaser in strada». Il riferimento è a una surreale intervista di qualche giorno fa, in cui Lepore ha suggerito ai cittadini di «non guardare il tachimetro, perché se hanno paura delle multe non è guardando il contachilometri che le evitano, ma guardando in strada se c’è un infovelox o una postazione della polizia municipale segnalata». In parole povere, gli automobilisti non devono sempre rispettare le regole che lui stesso ha posto, ma solo quando rischiano di subire una contravvenzione. Sempre ieri, sul Resto del Carlino, è uscita un’intervista a Mattia Strangi, un libero professionista e docente dell’università di Bologna che di mestiere ricostruisce sinistri stradali. Sulla pagina didattica si legge che i suoi «interessi di ricerca sono rivolti allo studio della dinamica e della cinematica del sinistro stradale sviluppando e implementando modelli matematici e metodi atti alla ricostruzione dell’evento». Secondo l’esperto, andando a 30 all’ora diminuisce potenzialmente soltanto la lesività dell’incidente e non la possibilità che esso avvenga, ma «quello che guadagno come diminuzione di lesività lo perdo con maggiore stress e un inquinamento di informazioni che creano distrazione». Ci si chiede perché, questa volta, il Pd non voglia seguire la scienza.
La Guardia costiera Usa durante l'avvicinamento alla petroliera russa Bella 1 (Ansa)
L’operazione condotta dagli Stati Uniti nelle ultime ore al largo del Venezuela segna un cambio di passo nella strategia dell’amministrazione Trump e assume una portata che va oltre il quadro regionale. Il sequestro quasi simultaneo di due grandi petroliere in acque internazionali rappresenta un segnale diretto non solo a Caracas, ma anche a Mosca e Pechino, confermando la volontà di Washington di far rispettare il regime sanzionatorio anche fuori dalle acque territoriali e di trasformare il dossier energetico in un terreno di confronto geopolitico.
Il primo intervento è avvenuto nell’Atlantico settentrionale, a Sud dell’Islanda, dove le forze statunitensi hanno abbordato una petroliera precedentemente nota come Bella 1, sanzionata nel 2024 per il presunto trasporto di petrolio iraniano destinato a circuiti riconducibili a Teheran. Secondo funzionari americani, l’imbarcazione era riuscita per settimane a eludere i controlli cambiando più volte nome, bandiera e identità operativa. Negli ultimi giorni, tuttavia, la nave si sarebbe mossa sotto una copertura sempre più esplicita, con la presenza di una nave militare russa e il supporto di un sottomarino di Mosca che avrebbe mantenuto contatti radio con la petroliera. L’abbordaggio è stato eseguito con il supporto di elicotteri e di una nave della Guardia Costiera americana, in applicazione di un mandato emesso da un tribunale federale degli Stati Uniti. Fonti vicine all’operazione riferiscono che la componente russa non è intervenuta direttamente, ma la dinamica ha innalzato il livello di tensione. Il Regno Unito ha confermato di aver fornito supporto logistico e di sorveglianza attraverso assetti della Raf, sostenendo che la nave facesse parte di un sistema di elusione delle sanzioni riconducibile all’asse russo-iraniano. Il Cremlino ha espresso «preoccupazione» e avrebbe chiesto a Washington di interrompere l’operazione, senza ottenere riscontri. Nelle stesse ore, nel bacino dei Caraibi, un’altra petroliera, la Sophia, è stata fermata mentre operava in acque internazionali. Il Comando Sud degli Stati Uniti ha riferito che l’imbarcazione era coinvolta in traffici illeciti e che la Guardia Costiera ne ha assunto il controllo, scortandola verso porti statunitensi. Le immagini diffuse dal Dipartimento per la Sicurezza interna mostrano militari americani salire a bordo durante un’operazione notturna. La Casa Bianca ha confermato che gli equipaggi delle navi sequestrate sono ora soggetti a procedimenti penali.
Nel commentare i sequestri, l’amministrazione ha insistito sulla cornice legale delle operazioni, presentandole come un’applicazione rigorosa delle norme vigenti. Allo stesso tempo, il messaggio politico è apparso chiaro: il commercio clandestino di petrolio viene considerato una minaccia globale e un obiettivo prioritario dell’azione statunitense. La pressione americana si estende però anche al futuro assetto del Venezuela e alla gestione delle sue risorse energetiche.
In un briefing riservato al Congresso, il segretario di Stato Marco Rubio ha illustrato un piano in tre fasi per il dopo Maduro. La prima, definita di stabilizzazione, punta a evitare il collasso del Paese e comprende una «quarantena» del petrolio venezuelano. La seconda riguarda la ripresa economica e l’accesso al mercato per le compagnie statunitensi e occidentali. La terza è quella della transizione politica, con un processo di riconciliazione, amnistie e la scarcerazione delle forze di opposizione. La Casa Bianca ha ribadito di essere in costante contatto con il governo ad interim di Caracas e di influenzarne le decisioni. In questo contesto si inserisce l’annuncio diretto del presidente Donald Trump sul petrolio venezuelano. In una dichiarazione su Truth, il presidente ha affermato: «Sono lieto di annunciare che le autorità provvisorie del Venezuela consegneranno agli Stati Uniti d’America tra i 30 e i 50 milioni di barili di petrolio di alta qualità, sanzionato. Questo petrolio sarà venduto al suo prezzo di mercato e questo denaro sarà controllato da me, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, per garantire che venga utilizzato a beneficio del popolo venezuelano e degli Stati Uniti». Secondo l’amministrazione, l’operazione potrebbe proseguire nel tempo ed essere accompagnata da un alleggerimento selettivo delle sanzioni. Sul piano militare, Washington ha lasciato aperta anche l’ipotesi di un coinvolgimento diretto delle proprie forze armate e ha chiesto di recidere ogni legame con Rusia, Cina e Iran. Interpellata dai giornalisti, la portavoce Karoline Leavitt non ha escluso l’invio di soldati americani in Venezuela per proteggere le compagnie petrolifere statunitensi - che venerdì dovrebbero incontrare il tycoon alla Casa Bianca - e altri operatori occidentali da eventuali attacchi o sabotaggi, precisando che «la diplomazia resta sempre la prima opzione». Nello stesso briefing, la Casa Bianca ha smentito le ricostruzioni su un ruolo marginale del vicepresidente JD Vance, chiarendo che è stato coinvolto in tutte le fasi della definizione della politica statunitense sul Venezuela. A Caracas, intanto, la fase di transizione è accompagnata da una profonda riorganizzazione degli apparati di sicurezza.
Il presidente ad interim Delcy Rodríguez ha destituito Javier Marcano Tábata, comandante della Guardia d’onore presidenziale e direttore del controspionaggio militare, figura centrale nel dispositivo di protezione di Nicolás Maduro. La misura è attribuita alla spinta del ministro dell’Interno Diosdado Cabello e del ministro della Difesa Vladimir Padrino López, indicati da fonti di intelligence come contrari a un’intesa strutturata con Washington. In questo quadro rientra anche il caso di Alex Saab, considerato uno dei principali snodi finanziari del sistema chavista. L’imprenditore ha patteggiato nell’ottobre scorso in Italia una condanna per riciclaggio, così come la moglie Camilla Fabri. Roma aveva confidato che l’accordo potesse aprire spazi di dialogo in merito ad Alberto Trentini detenuto illegalmente in Venezuela dal 2024 , ma l’assenza di sviluppi concreti ha rafforzato la percezione che i dossier giudiziari continuino a essere utilizzati come leve politiche da parte di Caracas.
Dopo le litigate per gli scioperi, Cgil e Usb giocano a chi è più Maduro
Finite le vacanze natalizie ripartono le lotte di piazza. E dopo la Palestina, la Flotilla, il riarmo per l’Ucraina, i centri migranti in Albania, la manovra e chissà quale altra diavoleria si inventeranno, oggi il tema internazionale sentitissimo dai Compagni è la lotta bolivariana pro Maduro. L’importante è scioperare. E, dunque, un’altra ondata di piazzate ravvicinate, sempre di venerdì, sabato, lunedì o martedì, sta per arrivare. E questo solo perché a sinistra non si accetta che ci sia qualcuno più a sinistra dell’altro. Dunque, dopo il 3 ottobre, il 28 novembre, il 12 dicembre, il 5 gennaio, adesso arriva anche il 10 gennaio (e come contorno anche il 12 e 13 con un bello sciopero del comparto scuola).
Ma ad andare in scena sono le solite beghe tra Unione sindacale di base e Cgil. Gli ex fratelli fanno a gara per intestarsi la lotta a favore del dittatore sanguinario Nicolás Maduro, che per i sindacati rosso fuoco è stato ingiustamente arrestato da Trump il 3 gennaio.
Non ci interessa capire chi abbia torto o ragione o se l’America abbia o meno rispettato il diritto internazionale, peraltro calpestato da 30 anni da molti altri Paesi, compresi quelli europei (leggasi attacchi in Jugoslavia, Iraq o Libia). Interessa invece analizzare il perché i sindacati di casa nostra mettano ogni volta in ginocchio il Paese (sempre vicino al fine settimana) per cause lontane anni luce dalle loro competenze, solo per una ridicola gara interna a vincere il premio di comunista dell’anno.
E così sabato prossimo, 10 gennaio, Potere al popolo, Unione sindacale di base e Rete dei comunisti lanciano una mobilitazione nazionale per contestare l’intervento del presidente Usa in Venezuela e chiedere la liberazione di Maduro. E questo dopo che lo aveva già fatto la Cgil il 5 gennaio a Roma e dopo il corteo di lunedì scorso a Napoli, alla Rotonda Diaz, a poca distanza dal consolato americano. Buttata via la bandiera della Palestina, adesso è più «hype» sventolare quella blu, gialla e rossa del Venezuela, e una volta finito magari rifocillarsi con un bell’hamburger da McDonalds, postando tutto col proprio iPhone 17, tornando a casa con la Tesla.
Nel loro delirante comunicato si legge, per chi non fosse ben informato come loro, che tutto questo bendidio è per combattere «il terrorismo a stelle e strisce». Ah ecco. «Il criminale e illegale bombardamento della Repubblica bolivariana del Venezuela», scrivono, «e il rapimento del legittimo presidente Nicolás Maduro da parte dell’imperialismo degli Stati Uniti hanno trovato subito una risposta in tantissime piazze italiane». Tremano tutti, soprattutto la Cgil che fa le stesse cose ma da sola. Perché il marketing di sinistra si capisce solo se si guarda al contrario. E come non metterci dentro anche il governo? «Il governo Meloni e tutta l’Ue hanno legittimato l’azione terroristica del governo Trump, dimostrando ancora una volta, come per il genocidio in Palestina, la natura predatoria dell’imperialismo occidentale», insistono. Ovvia, ora è tutto chiaro.
Anche Trump inizia a vacillare davanti all’Usb. Ma chi davvero batte i denti (e non di freddo) è Maurizio Landini, che teme che la Rete dei Comunisti gli rubi la scena. Il piatto è ricco e Maduro ingolosisce tutti. Esaurita la spinta propulsiva della Palestina, il capo della Cgil deve trovare un altro modo per pigliarsela con la Meloni. Ma non si deve essere ancora accorto che è rimasto da solo. Non lo segue più neppure la Uil. Landini ha barattato l’unità sindacale con una cieca lotta di opposizione al governo. Invece di pensare a tenere unite le rappresentanze dei lavoratori, la Cgil fa a gara con i sindacati di base. Affetto dalla febbre del vecchio Pci: nessun nemico a sinistra. E ripropone sulla causa pro Maduro lo stesso schemino usato per ingraziarsi i pro Pal. Ora si è messo a difendere un dittatore baffuto, capo di un regime corrotto che ha portato il 66% dei cittadini sotto la soglia di povertà. In un farneticante siparietto andato in scena il 5 gennaio in piazza Barberini, davanti all’ambasciata americana, dove un manipolo di militanti rossi inneggiava a Maduro nel nome di un fantomatico diritto internazionale, un sindacalisti ha investito con i suoi strali dei poveri esuli venezuelani accusandoli di sbagliare a esultare per la caduta di chi ha oppresso la sua gente. Per Landini, d’altronde, Maduro è un leader «legittimamente eletto dal popolo». E che importa se le elezioni in Venezuela sono truccate da 27 anni e che il popolo è da sempre perseguitato. Dettagli. È la nuova Cgil di Landini, che ha smesso di difendere i lavoratori a favore dei dittatori.
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il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Nel riquadro, un fermo immagine dei recenti scontri a Teheran (Ansa)
L’agenzia per i diritti umani Human rights activists news agency (Hrana) ha detto che il bilancio dei disordini nel Paese è tragico. Vi sarebbero almeno 36 morti, tra cui 34 manifestanti (di cui quattro bambini) e due membri delle forze di sicurezza. Oltre 2.000 sarebbero gli arresti, con raid notturni in ospedali a Teheran e a Ilam, dove gas lacrimogeni e proiettili hanno ferito decine di civili in cerca di rifugio.
A Teheran il Gran Bazar è rimasto ancora chiuso per lo sciopero dei commercianti, con la polizia antisommossa che ha sparato gas lacrimogeni e granate stordenti contro la folla che scandiva «libertà, libertà». A Malekshahi (Ilam), dove sette manifestanti sono stati uccisi, le forze di sicurezza sono state respinte da raduni di protesta ai funerali, mentre ad Abdanan i dimostranti hanno occupato la stazione di polizia dopo la fuga degli agenti. Scene simili a Shahrekord, dove idranti e cannoni ad acqua sono stati usati contro donne in prima fila, a Kermanshah e Lorestan, dove due agenti sono morti in scontri armati, a Neyriz (Fars), con proiettili veri su folle disarmate, e a Yazdanshahr (Isfahan), dove i video mostrano gli agenti della sicurezza che passano dal lancio di lacrimogeni al fuoco reale. Molti feriti e arresti, tra cui una decina di minorenni.
In questo contesto, Reza Pahlavi, erede dell’ultimo scià Mohammad Reza Pahlavi in esilio, ha rotto il silenzio martedì con un post su X (il suo primo appello pubblico dall’inizio della rivolta), esortando gli iraniani a cantare slogan uniti alle 20.00 di oggi e domani, dalle strade o dalle case, per mostrare al regime la massa critica e provocare defezioni nelle forze armate. Pahlavi ha diffuso poi ieri un altro video nel quale si rivolge alle forze armate e agli agenti della sicurezza iraniani, esortandoli a stare «dalla parte giusta della storia, non con i criminali ma con il popolo», e definendo la repubblica islamica un regime corrotto e repressivo.
Decine di video giungono da Teheran, da Mashhad e da Kermanshah, nel Kurdistan, con immagini di folla con bandiere dell’era pre 1979 che invoca il ritorno dello scià. Invocazioni anche verso Donald Trump, con scritte «Non lasciare che ci uccidano».
Il presidente Pezeshkian, generalmente definito «moderato» (sic), ha ordinato alla polizia di distinguere «protestatari economici», che hanno delle ragioni, da «rivoltosi armati», vietando azioni contro chi non minaccia la sicurezza nazionale e avviando indagini su quanto avvenuto all’ospedale di Ilam, dove le forze di sicurezza hanno dato luogo a scontri e sparato gas lacrimogeni all’interno dell’ospedale.
In un duro discorso tre giorni fa, Ali Khamenei ha paventato «cospirazioni nemiche» e il capo della magistratura Gholam-Hossein Mohseni Ejei ha escluso ogni clemenza verso i manifestanti. Clero e Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (Irgc) restano dunque inflessibili.
Teheran rimane una fabbrica della morte inarrestabile: ieri sono state eseguite le sentenze di dieci prigionieri condannati a morte in precedenza (per reati di droga e omicidio). Nel 2025 sarebbero oltre 2.000 le persone giustiziate in Iran. Sempre ieri, è stato impiccato Ali Ardestani, un uomo accusato di spionaggio per conto di Israele. «La condanna a morte di Ali Ardestani per il reato di spionaggio a favore del servizio di intelligence del Mossad, tramite la fornitura di informazioni sensibili del Paese, è stata eseguita dopo l’approvazione della Corte Suprema e attraverso procedure legali», ha affermato l’organo di stampa iraniano Mizan.
Teheran, nel frattempo, con tempismo da manuale, ha chiesto al governo di Caracas di riscuotere il credito di 2 miliardi di dollari per forniture petrolifere pregresse. Ieri Donald Trump ha annunciato che fino a 50 milioni di barili di petrolio della produzione venezuelana saranno girati agli Stati Uniti. Il che lascia supporre che la Cina sostituirà buona parte della fornitura dal Venezuela con petrolio iraniano, di qualità non troppo dissimile. Se così fosse, un flusso extra dalla Cina rafforzerebbe le casse di Teheran, aumentando le probabilità di un intervento americano.
Intanto, si segnalano ampi movimenti aerei militari dagli Usa verso basi in Europa. Negli ultimi quattro giorni si parla di almeno 14 viaggi di enormi aerei C-17 Globemaster III, in grado di trasportare elicotteri Chinook e Black Hawk. Vi è poi ampio traffico di aerocisterne e di velivoli logistici, mentre si alzano i livelli di allerta nelle basi americane in Medio Oriente. I satelliti Starlink di Elon Musk sarebbero pronti a fornire supporto. Un attacco congiunto americano e israeliano sembra imminente, forse già nelle prossime ore, con obiettivo l’Alto comando delle Guardie della Rivoluzione ed esponenti chiave del regime. Voci incontrollate parlano di una fuga prevista di Khamenei e dei membri di spicco del governo. Un intervento aereo americano viene visto come elemento utile a sostenere una nuova leadership. Un ritorno dello scià erede Reza Pahlavi potrebbe essere l’asso nella manica di Trump, mentre la leader del Consiglio nazionale della resistenza iraniana Maryam Rajavi, molto nota in Europa, non sembra avere il necessario supporto interno per spuntarla in una eventuale successione al potere.
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Antonio Decaro e Roberto Fico (Ansa)
Roberto Fico ha nominato dieci assessori e si è tenuto molte deleghe, tra cui quelle al Bilancio e alla Sanità. E poi si è tenuto tutti i poteri sulla sicurezza, la legalità e l’immigrazione, che probabilmente non saranno ceduti neppure in un secondo tempo. Chi gli ha parlato in queste ore, ha visto l’ex presidente della Camera molto determinato a giocarsi in prima persona anche la carta del governatore «anticamorra». Il vicepresidente della giunta sarà il piddino Mario Casillo, che è anche assessore ai Tasporti e alla mobilità, mentre le deleghe strategiche a Territorio e patrimonio andranno all’ex sindaco di Portici, Vincenzo Cuomo. Che, però, dovrà attendere 15 giorni perché devono passarne 20 dalle dimissioni dalla carica di primo cittadino. Per aggirare la faccenda, non senza polemiche, Fico ha spiegato che Cuomo entrerà nel pieno delle sue funzioni il 21 gennaio, nonostante il decreto di nomina della giunta sia già stato firmato. Del resto, senza questo ex funzionario Asl democristiano non si può davvero partire perché è stato senatore ed è stato sindaco più volte, sempre con percentuali bulgare. Sulle altre deleghe e, soprattutto, sugli incarichi da assegnare, il fuoco brucia sotto le ceneri. In giunta hanno ottenuto un assessore ciascuno Clemente Mastella, i renziani, la lista A testa alta di Vincenzo De Luca e Avs. Stanno già meditando come rifarsi. Ma soprattutto, fatto incredibile, si parla già di rimpasto e ampliamento a 12 assessori nel 2027, quando ci saranno le politiche e alcuni assessori potrebbero tentare lo sbarco a Roma.
I conti con il passato non si chiuderanno facilmente neppure in Puglia, dove l’ex presidente Emiliano va verso un posto nella giunta di Antonio Decaro come assessore alle Crisi industriali. Il tutto in attesa di un posto a Montecitorio e con la possibilità di tenere sotto controllo l’infinito dossier Iva e le varie inchieste. Per farlo felice, Decaro scorporerà la delega dall’Ambiente. La composizione della giunta sarà ufficializzata la prossima settimana e le trattative nel centrosinistra sono complicate anche dal fatto che lo statuto della Puglia prevede che gli esterni al Consiglio non possano essere più di due (su 12). Emiliano non è stato ricandidato per il veto dell’ex sindaco di Bari Decaro e, se non fosse nominato assessore, gli toccherebbe tornare a vestire la toga da magistrato. Visto che è stato eletto per l’ultima volta nel 2020, non gli si applica la riforma Cartabia del 2022 che vieta le cosiddette «porte girevoli» tra magistratura e politica. In attesa, via libera al rientro dalla finestra.
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