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2018-05-16
La lezione del figlio unico cinese: il crollo delle nascite è un dramma
ANSA
Quando sentiamo parlare della «politica del figlio unico», il pensiero corre verso territori esotici, subito viene evocata una barbarie di cui solo un regime totalitario sarebbe capace. In realtà, si tratta di una storia che ci riguarda molto da vicino, in cui l'Occidente è coinvolto tanto quanto la Cina. Lo mostra chiaramente Figlio unico, il bellissimo libro di Mei Fong - giornalista americana di origine cinese vincitrice del premio Pulitzer nel 2007 - appena pubblicato da Carbonio editore.
Il 25 settembre del 1980, il Partito comunista cinese inviò una lettera a tutti i suoi membri, chiedendo (anzi, imponendo) di limitarsi ad avere un solo figlio per ogni famiglia. Era l'inizio dell'«esperimento sociale più estremo mai realizzato al mondo: è durato 35 anni e ancora oggi continua a influenzare il modo in cui una persona su sei nasce, vive e muore». Un esperimento realizzato dalla Repubblica popolare, ma le cui radici ideologiche sono occidentali.
L'allarme riguardante la sovrappopolazione, infatti, venne lanciato per la prima volta nel 1968 da Paul Ehrlich, professore di Stanford e autore di un saggio intitolato The population bomb. Le teorie del professore riscossero grande successo. Nel 1969, ricostruisce Mei Fong, «le Nazioni Unite lanciarono l'Unfpa, il Fondo per le attività demografiche (poi ribattezzato nel 1987 Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione) allo scopo di limitare la crescita demografica nei Paesi del Terzo mondo». Poi, nel 1972, fu pubblicato I limiti dello sviluppo, il famigerato volume curato dal Club di Roma, «organizzazione non profit» che tra i fondatori vanta David Rockfeller e che si può considerare una stretta parente di circolini come il Bilderberg e la Trilaterale.
Il Club di Roma esibì argomentazioni che ancora oggi sono riprese da alcuni profeti della decrescita. Di fatto, sostenne che le risorse mondiali presto si sarebbero esaurite a causa dell'aumento della popolazione. Non sfugge l'odore malthusiano di tutta la faccenda. Se le risorse sono limitate e la popolazione aumenta - era il retropensiero – resta solo una cosa da fare: assicurarsi che i poveri smettano di riprodursi.
Furono queste idee a ispirare le campagne per il controllo demografico nei cosiddetti «Paesi in via di sviluppo». Sistemi di riduzione delle nascite furono imposti in Africa, ma anche in India e Indonesia. Tuttavia «solo la Cina possedeva la struttura autoritaria sul piano politico e, al tempo stesso, la disponibilità a livello sociale e culturale per far passare quelle idee su vasta scala. Mentre gli esperti occidentali, tipo quelli del Club di Roma, presentavano le loro teorie sul controllo demografico come meri esercizi intellettuali», scrive Mei Fong, «gli scienziati cinesi erano pronti a mettere in pratica tali idee sulla popolazione reale, quasi senza avere a disposizione una rete di sicurezza».
In realtà, quelli del Club di Roma e delle Nazioni Unite non erano soltanto «esercizi intellettuali». Erano indicazioni che l'Occidente recepì, ma in maniera più dolce e subdola. La Cina, semplicemente, decise di attuare su larga scala e in un brevissimo lasso di tempo ciò che l'Europa e gli Stati Uniti impiegarono anni a concretizzare.
Le autorità cinesi appresero la lezione dei luminari europei. Inviarono delegazioni in Europa per studiare e approfondire la pratica. Song Jian, uno degli scienziati che realizzarono i calcoli su cui si fondò la politica del figlio unico, nel 1975 si recò nei Paesi Bassi per incontrare il matematico olandese Geert Jan Olsder, autore di innovativi studi sul controllo della popolazione. Lo stesso Song Jian, in un articolo del 1980, sostenne che la riduzione della natalità avrebbe potuto causare seri problemi in un futuro non lontano, ma non fu preso in considerazione, e fino al 2013 il governo cinese continuò imperterrito a battere questo sentiero.
Nel libro di Mei Fong sono elencate le aberrazioni prodotte dalla politica del figlio unico: sterilizzazioni, aborti coatti, e via dicendo. Ma, al di là della denuncia delle atrocità commesse, la parte più interessante del saggio riguarda le conseguenze economiche di questo mostruoso esperimento sociale. «Le limitazioni imposte da questo piano demografico», spiega la giornalista, «hanno contribuito ben poco al progresso del Paese sul piano economico. Anzi, stanno mettendo a repentaglio il suo sviluppo futuro perché, nel giro di poco tempo, la popolazione finirà per essere composta da troppi uomini, da troppi anziani e, con ogni probabilità, per ridursi troppo in termini numerici».
Secondo Mei Fong, la Cina non avrebbe potuto «diventare un colosso manifatturiero se non avesse avuto a disposizione tanta manodopera a basso costo nata durante il boom demografico degli anni Sessanta-Settanta del Novecento, prima ancora che la politica del figlio unico venisse concepita». Le autorità cinesi non hanno considerato una regola di buon senso: più figli uguale più ricchezza. Oggi, invece, «la grande armata dei lavoratori cinesi sta progressivamente invecchiando. Entro il 2050, in Cina una persona su quattro avrà più di 65 anni. E la politica del figlio unico ha notevolmente ridotto la popolazione attiva che deve sostenere e sostentare questo esercito di anziani di domani».
Nel 2013, il governo della Repubblica popolare ha tentato di invertire la rotta, ma ormai era troppo tardi. La mentalità dei cinesi era cambiata. «Alla fine, il grande danno inferto dalla politica del figlio unico è aver costretto le persone a pensare razionalmente - forse troppo razionalmente - alla possibilità di diventare genitori, che invece è una grande salto nel buio, capace di estendere all'infinito la nostra comprensione di ciò che significa vivere e amare», scrive Mei Fong.
La stessa cosa è avvenuta qui da noi. La politica del figlio unico, in qualche modo, è stata applicata anche qui. Le idee del Club di Roma (e non solo) hanno modificato il nostro modo di vivere, hanno imposto quella stessa razionalità a proposito della riproduzione, ma in modo meno evidente, più sottile. I poveri del mondo continuano a riprodursi, mentre i benestanti hanno smesso di fare figli, e si impoveriscono di conseguenza. Il più grande esperimento di autodistruzione mai tentato è perfettamente riuscito: non solo in Cina, ma pure qui.
Francesco Borgonovo
Meno bambini ma molta più ansia: fare il genitore è diventato rischioso

Netflix
A partire da venerdì sarà disponibile su Netflix la seconda stagione di una delle serie televisive di maggior successo degli ultimi anni, ovvero Tredici, tratta dal bestseller di Jay Asher. Stiamo parlando di un prodotto che ha spopolato soprattutto fra gli adolescenti, e non c'è da stupirsi visto che parla proprio di loro. Racconta, in particolare, del suicidio di una giovane studentessa di liceo, la quale, prima di togliersi la vita, ha inciso su varie audiocassette il racconto spietato delle angherie e degli abusi subiti a scuola. Quasi tutti, nell'analizzare Tredici, si sono concentrate appunto sulla descrizione che offre degli adolescenti di oggi (i quali, a dirla tutta, appaiono decisamente fragili e pronti a spezzarsi di fronte alla minima difficoltà, anche se il bullismo è senz'altro una calamità).
C'è, però, anche un altro punto di vista de tenere in considerazione, ovvero quello dei genitori. Spesso, nella serie, sembrano assenti, totalmente ignari di ciò che accade alla loro progenie. Soprattutto, però, appaiono spaventati a morte. Cercano di essere amici dei figli, di comprenderli, di assecondarli. Ma vivono una tensione constante, si sentono tagliati fuori, privi di autorità e autorevolezza: sconfitti, insomma. Vivono ansie e angosce terrificanti, dalle quali in molti casi sono sopraffatti.
Nell'ansia sprofonda anche il protagonista di un'altra serie molto ben riuscita e da poco disponibile su Netflix. Si tratta di Micheal C. Hall, che interpreta Tom, personaggio cardine di Safe, ideata dal bravo scrittore Harlan Coben.
Tom è un padre piuttosto giovane e moderno, che ha da poco perso la moglie. Vive in un bel quartiere residenziale, fa il medico dunque se la passa bene a livello economico. Ma teme per la figlia. Arriva al punto da installarle sullo smartphone, di nascosto, un programma che gli permette di spiare i messaggi ricevuti dalla ragazza. Un brutto tiro, che però si rivela utile nel momento in cui la figlia (adolescente pure lei) sparisce nel nulla, gettando il genitore in un abisso di paura.
Stiamo parlando di casi estremi, ovviamente, eppure questi genitori da piccolo schermo permettono di comprendere qualcosa di più su quelli in carne e ossa. Oggi il senso di inadeguatezza e la paura di sbagliare a crescere i figli hanno raggiunto proporzioni endemiche. Tanto che studiosi come Isabelle Roskam, dell'Università Cattolica di Lovanio, parlano apertamente di «stress cronico» che può degenerare in «burnout genitoriale».
«Il termine burnout», spiega la studiosa in un articolo tradotto in italiano dalla rivista Mind, «è stato introdotto dagli psicologi alla fine degli anni Sessanta per rifersi alle conseguenze dello stress cronico sul lavoro [...]. Negli anni Ottanta alcuni ricercatori cominciarono a prendere in considerazione l'esistenza di una forma di burnout nei genitori, ritenendo tuttavia che riguardasse i padri e le madri di bambini affetti da malattie croniche; questo perché fino a quel momento gli studi avevano coinvolto solo famiglie con un figlio malato, mai la popolazione generale».
La Roskam, assieme ad altri scienziati, a partire dal 2011 ha osservato quasi 3ooo genitori, «dimostrando che il burnout può colpire qualsiasi genitore che accumuli più fattori di rischio in un dato momento - come la malattia di un figlio o una separazione - e non abbia sufficienti fattori di protezione, per esempio la capacità di gestione dello stress o qualcuno con cui confidarsi». Le conseguenze del burnout possono essere pericolose, e vanno dall'esaurimento al distacco dai figli che può sfociare in maltrattamenti veri e propri.
Perché questo problema sia esploso solo negli ultimi anni è abbastanza evidente. Da un lato, ovviamente, pesano la crescente fragilità delle famiglie e l'isolamento sociale. Bisogna poi considerare il fatto che molti divengono genitori in età più avanzata rispetto al passato, e faticano di più ad adattarsi alla nuova condizione. Poi ci sono fattori sociali, ad esempio la competizione. I figli sono pochi e devono essere «perfetti». «Dopo secoli di indifferenza», scrive la Roskam, «oggi i bambini sono al centro delle preoccupazioni della società», con conseguente maggior carico sulle spalle di papà e mamma. L'avvento del digitale o lo spalancarsi di un mondo virtuale non certo rassicurante complicano la situazione.
Ecco perché proliferano manuali come il recente I genitori perfetti non esistono (Sperling & Kupfer) di Valentina Giordano. O compaiono volumi che raccolgono gli sfoghi di genitori stressatissimi come Mammina un ca**o (Mondadori) di Katie Kirby o Puoi farcela papà di Matt Coyne (Vallardi). Volumi che raccontano le ansie e i timori sfiancanti di una generazione di genitori in difficoltà. Persone ben raccontate dalle serie di Netflix, che forse però farebbero meglio a non guardarle. Di angosce ne hanno già abbastanza nella vita quotidiana.
Riccardo Torrescura
«A Roma marceremo per la vita contro l’aborto e l’eugenetica»
Virginia Coda Nunziante è la presidente della Marcia per la vita, il grande evento «pro life» che il prossimo 19 maggio animerà le strade di Roma. L'appuntamento è per le 14.30 in piazza della Repubblica, nella Capitale, e saranno in molti a presentarsi. Anche perché questa edizione della marcia è particolarmente importante.
«I temi centrali di quest'anno sono tre. Tanto per cominciare, sono passati quarant'anni dall'entrata in vigore della legge 194, con il suo bagaglio di quasi 6 milioni di bambini abortiti. Questo è il primo tema forte, vogliamo far aprire gli occhi ai cittadini su questa tragedia».
Proprio in vista della marcia, l'associazione Citizengo ha affisso alcuni manifesti contro l'aborto per le strade di Roma. E subito sono partiti gli appelli al sindaco Virginia Raggi per rimuoverli, come accaduto qualche mese fa.
«Sì, è già accaduto una volta. Anche in questo caso si sono scatenati subito i gruppi femministi, ed è probabile che il sindaco farà togliere anche questi manifesti. Sono cose che fanno riflettere sulla libertà di espressione che abbiamo oggi. Numeri alla mano, quel che sostiene Citizengo (ovvero che l'aborto è la principale causa di femminicidio nel mondo, ndr) è la pura verità. Ma viene negata la possibilità di far conoscere questa verità all'opinione pubblica. È la dittatura del pensiero unico. La marcia, però, non possono impedirci di farla, così manifesteremo nella pubblica piazza la nostra protesta, per mostrare a tutti fatti e numeri reali».
Sono passati 40 anni dall'entrata in vigore della 194. Nei mesi scorsi varie associazioni di sinistra e pure ex ministri come Livia Turco hanno protestato, sostenendo che in numerosi ospedali italiani il «diritto all'aborto» non sia garantito, poiché ci sono troppi obiettori e la pillola abortiva non è abbastanza diffusa.
«Io penso che di obiettori dovrebbero essercene ancora di più. Resta però inaccettabile che Regioni come il Lazio facciano dei bandi per assumere negli ospedali pubblici medici non obiettori. È una evidente discriminazione. In ogni caso, purtroppo, in Italia si può andare ad abortire più o meno ovunque. Campagne come quelle che ha citato sono un pretesto per diffondere ulteriormente la pillola abortiva, che infatti è stata liberalizzata. Le vendite della pillola del giorno dopo e quelle della pillola dei 5 giorni dopo sono quadruplicate. Si tratta di un dramma anche peggiore dell'aborto chirurgico, perché con la pillola la donna è totalmente sola».
In ogni caso, gli obiettori sono tantissimi. E gli aborti sono in calo, nel nostro Paese, specie nelle giovani generazioni. Segno che forse qualcosa sta cambiando rispetto al passato.
«Sì, è vero. Mi è capitato di parlare di persona con medici e infermiere che hanno lavorato in reparti in cui si praticano aborti. Dicono cose che fanno molto riflettere. Il dover uccidere ogni giorno dei bambini cambia il tuo approccio, il tuo carattere, fa nascere crisi di coscienza. Sono gli stessi medici a rendersi conto che non è possibile farlo per un lungo periodo».
Sempre a proposito di aborto, il 25 maggio ci sarà il referendum in Irlanda.
«I nostri amici pro life irlandesi sono tutti al lavoro per far sì che non succeda nel loro Paese ciò che è successo qui 40 anni fa. Noi abbiamo visto che drammi si sono prodotti, loro stanno facendo di tutto per scongiurarli».
È curioso il fatto che celebrità che si dicono cattoliche, come Bono degli U2, si siano schierati a favore dell'aborto.
«Guardi, nel mondo cattolico oggi c'è una grandissima ipocrisia. Queste personalità si piegano al politicamente corretto, a quello che i mass media ci propongono come unico modo per “lasciare libertà alla donna" eccetera. Ormai tutto questo è entrato anche nella mentalità cattolica. Noi ci scontriamo sovente con queste idee, ed è proprio questa ipocrisia di alcuni cattolici che vogliamo denunciare. L'aborto è, in qualsiasi caso, l'uccisione di un bambino innocente».
Qual è il secondo tema che intendete affrontare durante la marcia?
«L'eugenetica. Viviamo in un'epoca in cui questa è praticata in maniera chiara. Noi denunciamo l'eliminazione dei bambini Down. Denunciamo l'eliminazione dei ragazzi con malformazioni. Avremo molte testimonianze in proposito».
Quando parla di eugenetica è difficile non pensare a casi come quello di Alfie Evans.
«Esatto. Siamo di fronte a uno Stato che si arroga il diritto di decidere se una vita è degna di essere vissuta oppure no. Questa è una logica da totalitarismo, dello Stato che pretende che i figli siano sua proprietà. Prima parlavo di eugenetica prima della nascita, ma è evidente che c'è anche dopo, nel momento in cui lo Stato può decidere che la vita di un bambino è “futile", come è stato detto nel caso di Alfie. Vogliamo evitare che in Italia si arrivi a situazioni di questo genere, vogliamo riaffermare il diritto alla vita contro le imposizioni da Stati totalitari».
Il terzo tema affrontato dalla marcia quale sarà?
«Il fine vita. Avremo bella testimonianza della madre di un ragazzo francese che si chiama Vincent Lambert. Da dieci anni è in stato vegetativo, i medici vogliono togliergli alimentazione e idratazione. I genitori hanno vinto un primo processo e per ora hanno impedito che ciò avvenisse».
Anche questo è un tema caldo, visto che da poco è stato approvato il testamento biologico.
«Le legge sulle Dat prepara l'eutanasia a tutti gli effetti. Vogliamo dire no fin da subito a leggi che permettono l'eutanasia».
In questi giorni, dopo la decisione del sindaco di Torino, Chiara Appendino, di registrare all'anagrafe i figli di coppie gay, si è tornato a discutere pure di utero in affitto.
«È la più grande schiavitù di questo secolo. La vita umana diventa frutto di un desiderio personale che deve essere subito realizzato. In questo modo, il figlio diventa un oggetto. Senza considerare, poi, lo sfruttamento della donna, il cui corpo viene utilizzato e quasi distrutto per soddisfare desideri molto egoistici. È una forma di sfruttamento ipocrita e subdola».
Francesco Borgonovo
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Mei Fong, giornalista premio Pulitzer, racconta il terribile «esperimento sociale» del Partito comunista. Il controllo della popolazione imposto dall'alto produce disastri e povertà. Proprio come accade da noi.Serie tv come Tredici e Safe svelano le ansie di padri e madri di oggi. Il cui stress cronico può sfociare nel pericoloso burnout.Sabato a Roma ritorna la grande manifestazione pro life italiana. Parla Virginia Coda Nunziante: «Anche nel mondo cattolico c'è troppa ipocrisia e in tanti si piegano al politicamente corretto. Mai come ora, invece, bisogna lottare».Lo speciale contiene tre articoli.Quando sentiamo parlare della «politica del figlio unico», il pensiero corre verso territori esotici, subito viene evocata una barbarie di cui solo un regime totalitario sarebbe capace. In realtà, si tratta di una storia che ci riguarda molto da vicino, in cui l'Occidente è coinvolto tanto quanto la Cina. Lo mostra chiaramente Figlio unico, il bellissimo libro di Mei Fong - giornalista americana di origine cinese vincitrice del premio Pulitzer nel 2007 - appena pubblicato da Carbonio editore. Il 25 settembre del 1980, il Partito comunista cinese inviò una lettera a tutti i suoi membri, chiedendo (anzi, imponendo) di limitarsi ad avere un solo figlio per ogni famiglia. Era l'inizio dell'«esperimento sociale più estremo mai realizzato al mondo: è durato 35 anni e ancora oggi continua a influenzare il modo in cui una persona su sei nasce, vive e muore». Un esperimento realizzato dalla Repubblica popolare, ma le cui radici ideologiche sono occidentali. L'allarme riguardante la sovrappopolazione, infatti, venne lanciato per la prima volta nel 1968 da Paul Ehrlich, professore di Stanford e autore di un saggio intitolato The population bomb. Le teorie del professore riscossero grande successo. Nel 1969, ricostruisce Mei Fong, «le Nazioni Unite lanciarono l'Unfpa, il Fondo per le attività demografiche (poi ribattezzato nel 1987 Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione) allo scopo di limitare la crescita demografica nei Paesi del Terzo mondo». Poi, nel 1972, fu pubblicato I limiti dello sviluppo, il famigerato volume curato dal Club di Roma, «organizzazione non profit» che tra i fondatori vanta David Rockfeller e che si può considerare una stretta parente di circolini come il Bilderberg e la Trilaterale. Il Club di Roma esibì argomentazioni che ancora oggi sono riprese da alcuni profeti della decrescita. Di fatto, sostenne che le risorse mondiali presto si sarebbero esaurite a causa dell'aumento della popolazione. Non sfugge l'odore malthusiano di tutta la faccenda. Se le risorse sono limitate e la popolazione aumenta - era il retropensiero – resta solo una cosa da fare: assicurarsi che i poveri smettano di riprodursi. Furono queste idee a ispirare le campagne per il controllo demografico nei cosiddetti «Paesi in via di sviluppo». Sistemi di riduzione delle nascite furono imposti in Africa, ma anche in India e Indonesia. Tuttavia «solo la Cina possedeva la struttura autoritaria sul piano politico e, al tempo stesso, la disponibilità a livello sociale e culturale per far passare quelle idee su vasta scala. Mentre gli esperti occidentali, tipo quelli del Club di Roma, presentavano le loro teorie sul controllo demografico come meri esercizi intellettuali», scrive Mei Fong, «gli scienziati cinesi erano pronti a mettere in pratica tali idee sulla popolazione reale, quasi senza avere a disposizione una rete di sicurezza». In realtà, quelli del Club di Roma e delle Nazioni Unite non erano soltanto «esercizi intellettuali». Erano indicazioni che l'Occidente recepì, ma in maniera più dolce e subdola. La Cina, semplicemente, decise di attuare su larga scala e in un brevissimo lasso di tempo ciò che l'Europa e gli Stati Uniti impiegarono anni a concretizzare. Le autorità cinesi appresero la lezione dei luminari europei. Inviarono delegazioni in Europa per studiare e approfondire la pratica. Song Jian, uno degli scienziati che realizzarono i calcoli su cui si fondò la politica del figlio unico, nel 1975 si recò nei Paesi Bassi per incontrare il matematico olandese Geert Jan Olsder, autore di innovativi studi sul controllo della popolazione. Lo stesso Song Jian, in un articolo del 1980, sostenne che la riduzione della natalità avrebbe potuto causare seri problemi in un futuro non lontano, ma non fu preso in considerazione, e fino al 2013 il governo cinese continuò imperterrito a battere questo sentiero. Nel libro di Mei Fong sono elencate le aberrazioni prodotte dalla politica del figlio unico: sterilizzazioni, aborti coatti, e via dicendo. Ma, al di là della denuncia delle atrocità commesse, la parte più interessante del saggio riguarda le conseguenze economiche di questo mostruoso esperimento sociale. «Le limitazioni imposte da questo piano demografico», spiega la giornalista, «hanno contribuito ben poco al progresso del Paese sul piano economico. Anzi, stanno mettendo a repentaglio il suo sviluppo futuro perché, nel giro di poco tempo, la popolazione finirà per essere composta da troppi uomini, da troppi anziani e, con ogni probabilità, per ridursi troppo in termini numerici». Secondo Mei Fong, la Cina non avrebbe potuto «diventare un colosso manifatturiero se non avesse avuto a disposizione tanta manodopera a basso costo nata durante il boom demografico degli anni Sessanta-Settanta del Novecento, prima ancora che la politica del figlio unico venisse concepita». Le autorità cinesi non hanno considerato una regola di buon senso: più figli uguale più ricchezza. Oggi, invece, «la grande armata dei lavoratori cinesi sta progressivamente invecchiando. Entro il 2050, in Cina una persona su quattro avrà più di 65 anni. E la politica del figlio unico ha notevolmente ridotto la popolazione attiva che deve sostenere e sostentare questo esercito di anziani di domani». Nel 2013, il governo della Repubblica popolare ha tentato di invertire la rotta, ma ormai era troppo tardi. La mentalità dei cinesi era cambiata. «Alla fine, il grande danno inferto dalla politica del figlio unico è aver costretto le persone a pensare razionalmente - forse troppo razionalmente - alla possibilità di diventare genitori, che invece è una grande salto nel buio, capace di estendere all'infinito la nostra comprensione di ciò che significa vivere e amare», scrive Mei Fong. La stessa cosa è avvenuta qui da noi. La politica del figlio unico, in qualche modo, è stata applicata anche qui. Le idee del Club di Roma (e non solo) hanno modificato il nostro modo di vivere, hanno imposto quella stessa razionalità a proposito della riproduzione, ma in modo meno evidente, più sottile. I poveri del mondo continuano a riprodursi, mentre i benestanti hanno smesso di fare figli, e si impoveriscono di conseguenza. Il più grande esperimento di autodistruzione mai tentato è perfettamente riuscito: non solo in Cina, ma pure qui. 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Racconta, in particolare, del suicidio di una giovane studentessa di liceo, la quale, prima di togliersi la vita, ha inciso su varie audiocassette il racconto spietato delle angherie e degli abusi subiti a scuola. Quasi tutti, nell'analizzare Tredici, si sono concentrate appunto sulla descrizione che offre degli adolescenti di oggi (i quali, a dirla tutta, appaiono decisamente fragili e pronti a spezzarsi di fronte alla minima difficoltà, anche se il bullismo è senz'altro una calamità). C'è, però, anche un altro punto di vista de tenere in considerazione, ovvero quello dei genitori. Spesso, nella serie, sembrano assenti, totalmente ignari di ciò che accade alla loro progenie. Soprattutto, però, appaiono spaventati a morte. Cercano di essere amici dei figli, di comprenderli, di assecondarli. Ma vivono una tensione constante, si sentono tagliati fuori, privi di autorità e autorevolezza: sconfitti, insomma. Vivono ansie e angosce terrificanti, dalle quali in molti casi sono sopraffatti. Nell'ansia sprofonda anche il protagonista di un'altra serie molto ben riuscita e da poco disponibile su Netflix. Si tratta di Micheal C. Hall, che interpreta Tom, personaggio cardine di Safe, ideata dal bravo scrittore Harlan Coben. Tom è un padre piuttosto giovane e moderno, che ha da poco perso la moglie. Vive in un bel quartiere residenziale, fa il medico dunque se la passa bene a livello economico. Ma teme per la figlia. Arriva al punto da installarle sullo smartphone, di nascosto, un programma che gli permette di spiare i messaggi ricevuti dalla ragazza. Un brutto tiro, che però si rivela utile nel momento in cui la figlia (adolescente pure lei) sparisce nel nulla, gettando il genitore in un abisso di paura. Stiamo parlando di casi estremi, ovviamente, eppure questi genitori da piccolo schermo permettono di comprendere qualcosa di più su quelli in carne e ossa. Oggi il senso di inadeguatezza e la paura di sbagliare a crescere i figli hanno raggiunto proporzioni endemiche. Tanto che studiosi come Isabelle Roskam, dell'Università Cattolica di Lovanio, parlano apertamente di «stress cronico» che può degenerare in «burnout genitoriale». «Il termine burnout», spiega la studiosa in un articolo tradotto in italiano dalla rivista Mind, «è stato introdotto dagli psicologi alla fine degli anni Sessanta per rifersi alle conseguenze dello stress cronico sul lavoro [...]. Negli anni Ottanta alcuni ricercatori cominciarono a prendere in considerazione l'esistenza di una forma di burnout nei genitori, ritenendo tuttavia che riguardasse i padri e le madri di bambini affetti da malattie croniche; questo perché fino a quel momento gli studi avevano coinvolto solo famiglie con un figlio malato, mai la popolazione generale». La Roskam, assieme ad altri scienziati, a partire dal 2011 ha osservato quasi 3ooo genitori, «dimostrando che il burnout può colpire qualsiasi genitore che accumuli più fattori di rischio in un dato momento - come la malattia di un figlio o una separazione - e non abbia sufficienti fattori di protezione, per esempio la capacità di gestione dello stress o qualcuno con cui confidarsi». Le conseguenze del burnout possono essere pericolose, e vanno dall'esaurimento al distacco dai figli che può sfociare in maltrattamenti veri e propri. Perché questo problema sia esploso solo negli ultimi anni è abbastanza evidente. Da un lato, ovviamente, pesano la crescente fragilità delle famiglie e l'isolamento sociale. Bisogna poi considerare il fatto che molti divengono genitori in età più avanzata rispetto al passato, e faticano di più ad adattarsi alla nuova condizione. Poi ci sono fattori sociali, ad esempio la competizione. I figli sono pochi e devono essere «perfetti». «Dopo secoli di indifferenza», scrive la Roskam, «oggi i bambini sono al centro delle preoccupazioni della società», con conseguente maggior carico sulle spalle di papà e mamma. L'avvento del digitale o lo spalancarsi di un mondo virtuale non certo rassicurante complicano la situazione. Ecco perché proliferano manuali come il recente I genitori perfetti non esistono (Sperling & Kupfer) di Valentina Giordano. O compaiono volumi che raccolgono gli sfoghi di genitori stressatissimi come Mammina un ca**o (Mondadori) di Katie Kirby o Puoi farcela papà di Matt Coyne (Vallardi). Volumi che raccontano le ansie e i timori sfiancanti di una generazione di genitori in difficoltà. Persone ben raccontate dalle serie di Netflix, che forse però farebbero meglio a non guardarle. Di angosce ne hanno già abbastanza nella vita quotidiana. 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Questo è il primo tema forte, vogliamo far aprire gli occhi ai cittadini su questa tragedia». Proprio in vista della marcia, l'associazione Citizengo ha affisso alcuni manifesti contro l'aborto per le strade di Roma. E subito sono partiti gli appelli al sindaco Virginia Raggi per rimuoverli, come accaduto qualche mese fa. «Sì, è già accaduto una volta. Anche in questo caso si sono scatenati subito i gruppi femministi, ed è probabile che il sindaco farà togliere anche questi manifesti. Sono cose che fanno riflettere sulla libertà di espressione che abbiamo oggi. Numeri alla mano, quel che sostiene Citizengo (ovvero che l'aborto è la principale causa di femminicidio nel mondo, ndr) è la pura verità. Ma viene negata la possibilità di far conoscere questa verità all'opinione pubblica. È la dittatura del pensiero unico. La marcia, però, non possono impedirci di farla, così manifesteremo nella pubblica piazza la nostra protesta, per mostrare a tutti fatti e numeri reali». Sono passati 40 anni dall'entrata in vigore della 194. Nei mesi scorsi varie associazioni di sinistra e pure ex ministri come Livia Turco hanno protestato, sostenendo che in numerosi ospedali italiani il «diritto all'aborto» non sia garantito, poiché ci sono troppi obiettori e la pillola abortiva non è abbastanza diffusa. «Io penso che di obiettori dovrebbero essercene ancora di più. Resta però inaccettabile che Regioni come il Lazio facciano dei bandi per assumere negli ospedali pubblici medici non obiettori. È una evidente discriminazione. In ogni caso, purtroppo, in Italia si può andare ad abortire più o meno ovunque. Campagne come quelle che ha citato sono un pretesto per diffondere ulteriormente la pillola abortiva, che infatti è stata liberalizzata. Le vendite della pillola del giorno dopo e quelle della pillola dei 5 giorni dopo sono quadruplicate. Si tratta di un dramma anche peggiore dell'aborto chirurgico, perché con la pillola la donna è totalmente sola». In ogni caso, gli obiettori sono tantissimi. E gli aborti sono in calo, nel nostro Paese, specie nelle giovani generazioni. Segno che forse qualcosa sta cambiando rispetto al passato. «Sì, è vero. Mi è capitato di parlare di persona con medici e infermiere che hanno lavorato in reparti in cui si praticano aborti. Dicono cose che fanno molto riflettere. Il dover uccidere ogni giorno dei bambini cambia il tuo approccio, il tuo carattere, fa nascere crisi di coscienza. Sono gli stessi medici a rendersi conto che non è possibile farlo per un lungo periodo». Sempre a proposito di aborto, il 25 maggio ci sarà il referendum in Irlanda. «I nostri amici pro life irlandesi sono tutti al lavoro per far sì che non succeda nel loro Paese ciò che è successo qui 40 anni fa. Noi abbiamo visto che drammi si sono prodotti, loro stanno facendo di tutto per scongiurarli». È curioso il fatto che celebrità che si dicono cattoliche, come Bono degli U2, si siano schierati a favore dell'aborto. «Guardi, nel mondo cattolico oggi c'è una grandissima ipocrisia. Queste personalità si piegano al politicamente corretto, a quello che i mass media ci propongono come unico modo per “lasciare libertà alla donna" eccetera. Ormai tutto questo è entrato anche nella mentalità cattolica. Noi ci scontriamo sovente con queste idee, ed è proprio questa ipocrisia di alcuni cattolici che vogliamo denunciare. L'aborto è, in qualsiasi caso, l'uccisione di un bambino innocente». Qual è il secondo tema che intendete affrontare durante la marcia? «L'eugenetica. Viviamo in un'epoca in cui questa è praticata in maniera chiara. Noi denunciamo l'eliminazione dei bambini Down. Denunciamo l'eliminazione dei ragazzi con malformazioni. Avremo molte testimonianze in proposito». Quando parla di eugenetica è difficile non pensare a casi come quello di Alfie Evans. «Esatto. Siamo di fronte a uno Stato che si arroga il diritto di decidere se una vita è degna di essere vissuta oppure no. Questa è una logica da totalitarismo, dello Stato che pretende che i figli siano sua proprietà. Prima parlavo di eugenetica prima della nascita, ma è evidente che c'è anche dopo, nel momento in cui lo Stato può decidere che la vita di un bambino è “futile", come è stato detto nel caso di Alfie. Vogliamo evitare che in Italia si arrivi a situazioni di questo genere, vogliamo riaffermare il diritto alla vita contro le imposizioni da Stati totalitari». Il terzo tema affrontato dalla marcia quale sarà? «Il fine vita. Avremo bella testimonianza della madre di un ragazzo francese che si chiama Vincent Lambert. Da dieci anni è in stato vegetativo, i medici vogliono togliergli alimentazione e idratazione. I genitori hanno vinto un primo processo e per ora hanno impedito che ciò avvenisse». Anche questo è un tema caldo, visto che da poco è stato approvato il testamento biologico. «Le legge sulle Dat prepara l'eutanasia a tutti gli effetti. Vogliamo dire no fin da subito a leggi che permettono l'eutanasia». In questi giorni, dopo la decisione del sindaco di Torino, Chiara Appendino, di registrare all'anagrafe i figli di coppie gay, si è tornato a discutere pure di utero in affitto. «È la più grande schiavitù di questo secolo. La vita umana diventa frutto di un desiderio personale che deve essere subito realizzato. In questo modo, il figlio diventa un oggetto. Senza considerare, poi, lo sfruttamento della donna, il cui corpo viene utilizzato e quasi distrutto per soddisfare desideri molto egoistici. È una forma di sfruttamento ipocrita e subdola». Francesco Borgonovo
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Operazione internazionale contro il Locale di ’ndrangheta di Siderno: sette arresti e sequestro di un’impresa. Indagini dal 2019 al 2025 sui legami con Stati Uniti e Canada.
Un’operazione costruita negli anni e chiusa con un asse investigativo tra Italia e Stati Uniti. Il Raggruppamento Operativo Speciale, in collaborazione con l’Federal Bureau of Investigation, ha colpito il cuore del Locale di Siderno, ritenuto snodo strategico delle proiezioni nordamericane della ’ndrangheta. L’inchiesta ricostruisce gerarchie, raccordi e canali di collegamento tra la Calabria e Albany, nello Stato di New York, fino al Canada. Un quadro che rafforza la tesi di una struttura globale ma ancora saldamente ancorata alla casa madre calabrese. Il procedimento è nella fase delle indagini preliminari: vale la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.
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I giocatori del Como festeggiano il gol di Maxence Caqueret nella vittoria per 2-0 contro la Juventus (Ansa)
È vero, sulla carta i bianconeri avevano un impegno più complicato rispetto a quello dei nerazzurri, ma la squadra di Luciano Spalletti sembra essere sprofondata in una crisi irreversibile, evidenziata in maniera netta dai lariani, bravi e concreti a imporsi 2-0 allo Stadium, dove di fatto non c’è mai stata partita. Dopo un primo tentativo di Yildiz respinto da Butez, al minuto 11 è arrivato infatti l’episodio che ha indirizzato l’incontro: McKennie sbaglia un retropassaggio, Douvikas intercetta e serve Vojvoda sulla destra. Il kosovaro rientra su Cambiaso e calcia sul primo palo sorprendendo Di Gregorio, tutt’altro che impeccabile.
Come sottolineato nel post partita da Spalletti, la Juve si è ritrovata a incassare gol al primo tiro in porta degli avversari per la tredicesima volta in stagione: «Così è chiaro che dopo ci sono delle difficoltà», ha ammesso il tecnico di Certaldo, «perché poi tenti di riprendere la partita con le pressioni individuali». Ed è stato esattamente con questo atteggiamento che i bianconeri hanno tentato di raggiungere un Como che viaggia sulle ali dell’entusiasmo e che a differenza di altre volte ha saputo chiudere il match con il raddoppio in contropiede al minuto 61 di Caqueret. Per la Juventus la sconfitta contro la squadra di Cesc Fàbregas rischia di avere ora conseguenze sia sul piano emotivo che su quello del raggiungimento del minimo obiettivo stagionale rappresentato dalla qualificazione alla prossima Champions. Il quarto posto occupato dalla Roma è adesso distante un punto, ma i giallorossi avranno, domani sera alle 20.45 all’Olimpico contro la Cremonese, la possibilità di allungare. Tuttavia, gli uomini di Spalletti devono guardarsi le spalle: sia dal Como, che con i tre punti portati via dallo Stadium si sono rifatti sotto nella lotta per l’Europa che conta e inseguono i bianconeri a un punto; sia dalla risalita dell’Atalanta, settima a -4 dalla Juve e in campo domani pomeriggio contro il Napoli.
A proposito di lotta Champions, lo stesso Fàbregas prova a mantenere alta la concentrazione di tutto l’ambiente: «La Champions? Per noi non è importante, magari possiamo dirlo tra 2-3 anni», ha spiegato dopo la vittoria di Torino, «ora dobbiamo stare calmi e continuare a crescere per far diventare il Como sempre più forte». E se per la competizione europea più importante si profila una bagarre fino alla fine del campionato, per lo Scudetto pare esserci spazio soltanto per l’Inter. I nerazzurri, dopo il brutto scivolone di mercoledì in Norvegia con il Bodø/Glimt e in vista della gara di ritorno in programma martedì a San Siro, hanno ripreso la marcia verso il tricolore con un 2-0, non senza difficoltà, sul campo del Lecce. I salentini hanno costretto l’Inter a una partita sporca arroccandosi in difesa e resistendo per oltre un’ora: 24 tiri totali, di cui ben 9 nello specchio della porta per l’Inter, un palo colpito da Pio Esposito, un gol annullato per fuorigioco a Dimarco, a certificare un predominio offensivo netto prima della rete stappa match firmata da Mkhitaryan al minuto 75 e del punto esclamativo messo dal colpo di testa di Akanji all’82’.
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Federico Tomasoni, Simone Deromedis e Alex Fiva sul podio dello Ski Cross maschile ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Il capolavoro del trentino Deromedis vale il decimo oro, il suo è un dominio. Quando è certo del trionfo si volta ad abbracciare Tomasoni, baffi e pizzetto da D’Artagnan, felice per sé e per la fondazione Sole in nome della sfortunata Matilde. Il bergamasco deve aspettare il fotofinish per essere sicuro di avere sopravanzato di un centimetro lo svizzero Alex Fiva. Poi il guerriero di Castione della Presolana esplode di gioia. «Le favole esistono. È stato emozionante immaginare questo momento realizzarsi. Lei mi ha aiutato a concentrarmi, a non pensare ad altro, a salire su questo podio che avrebbe potuto essere suo». Oro e argento in una specialità inventata 15 anni fa per aumentare il peso specifico dei Giochi invernali e accontentare le esigenze televisive. Qualcuno obietta che non è una Libera, non è uno Slalom, le gobbe non sono gobbe e i salti non sono salti. Quello che non è lo skicross lo sappiamo. Oggi abbiamo scoperto quello che è: uno spettacolo capace di regalare emozioni infinite.
Se i metalli preziosi arrivano dalla montagna, il bronzo matura in pista. La solita pista, quella dello Speed skating a Rho Fiera, dove il finanziere trentino Andrea Giovannini s’inventa una rimonta assurda dopo una mass start di Pattinaggio nervosissima e va in medaglia battendo addirittura il fenomeno americano Jordan Stolz. Troppo lontani l’olandese Jorit Bergsma (oro) e il danese Viktor Thorup (argento). Quando arriva in fondo, l’azzurro si mette le mani sul casco come a dire: cosa ho lasciato per strada. «È proprio così, le gambe andavano, c’erano i presupposti per una giornata ancora più speciale». Per Giovannini, che da ragazzo pattinava sul lago ghiacciato di Baselga di Pinè, è il secondo podio dopo l’oro in staffetta.
Tricolore, inno, lacrime. È lui a lenire la delusione per la medaglia di legno di Francesca Lollobrigida, la nuova Lollo nazionale dal sorriso che stende. Ormai stanca e appagata, la mammina di Ladispoli si fa intrappolare nel gruppone, non riesce a dispiegare le ali nella voliera colorata e quando si scrolla di dosso le avversarie è tardi: Marijke Groenewoud (Olanda), Lise Blondin (Canada) e Mia Manganello (Usa) sono irraggiungibili. Francesca si arrende ma è ugualmente in paradiso con due ori. Riassunto delle due settimane con il piccolo Tommaso in braccio: «È stato incredibile, ho sentito la spinta degli italiani. Sono sulle nuvole». I trionfi sul ghiaccio milanese consentono all’Olanda di superare l’Italia nel medagliere dietro a Norvegia e Stati Uniti, pure a parità di ori con noi (10).
Potrebbe andare meglio nel Biathlon ad Anterselva, dove Dorothea Wierer trova le condizioni ideali per chiudere la carriera con un exploit storico nella mass start con Lisa Vittozzi. L’altoatesina va perfino in testa, poi sbaglia al poligono e finisce quinta. Il dominio è francese: Oceane Michelon e Julia Simon non fanno prigionieri, signore della fatica e della cattiveria agonistica, più vicine a personaggi di Emmanuel Carrère che alle mollezze parigine di Emmanuel Macron.
La giornata è lunga e comincia male: alla partenza della 50 km di Fondo non si presenta l’italiano numero uno, anch’egli all’ultimo valzer: Federico Pellegrino è rimasto a letto per un attacco influenzale e le speranze azzurre vanno a zero. La gara è una passerella norvegese: tre sul podio, con l’incoronazione definitiva di Johannes Klaebo, sei prove, sei medaglie d’oro. Niente da fare neppure nella durissima staffetta mista di sci alpinismo a Bormio, con l’inedita coppia marito e moglie, Michele Boscacci-Alba De Silvestro. Mentre lei guadagna posizioni, lui le perde. Mentre lei recupera su Francia, Spagna e Svizzera, lui proprio non ce la fa a tenere il passo. Alla fine gli azzurri sono quinti, stasera letti separati.
Oggi il Team Italia chiude bottega con il bottino più clamoroso di sempre: 30 medaglie, 10 ori, nazioni ricche come Francia, Germania, Austria, Svezia, Canada alle spalle. Quasi impossibile aumentare i podi nella 50 km di Fondo donne e nel Bob a 4, a meno di un miracolo di Patrick Baumgartner sulla meravigliosa pista di Cortina, dove oggi si sono ribaltati senza conseguenze i bolidi di Austria, Francia e Trinidad.
Prima della passerella finale all’Arena di Verona davanti al premier Giorgia Meloni, i Giochi chiudono con la finale più attesa: Stati Uniti-Canada di hockey. Spettacolo puro che non riguarda noi ma riguarda tutti.
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