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2018-06-22
Sblocco dei punteggi e più risorse agli atenei
ANSA
Un uomo di scuola. Che conosce bene il mondo della scuola. E che intende «ascoltare con cura e attenzione tutte le componenti per affrontare il lavoro insieme, nel rispetto dei ruoli». Si presenta così il neo ministro dell'Istruzione, università e ricerca Marco Bussetti. Con una promessa: «La scuola sarà per tutti una finestra sul mondo». Lombardo di Gallarate, classe 1962 e laureato all'università Cattolica di Milano, insegnante e dirigente scolastico, il nuovo responsabile del dicastero di viale Trastevere marca subito le differenze con chi l'ha preceduto. Ovvero Valeria Fedeli, finita nell'occhio del ciclone per un curriculum non all'altezza del ruolo che andava a ricoprire. Spetta a Bussetti raccogliere la sua eredità, carica di polemiche e problemi mai risolti. Si va dall'obbligo vaccinale, che rischia di tenere lontano dai banchi migliaia di bambini, alle liste di attesa nei nidi pubblici. Ma ci sono anche le aggressioni nei confronti dei docenti, per i quali Bussetti ha già annunciato che il ministero si costituirà parte civile, e l'uso dei telefonini in aula che sarà regolato dai singoli istituti.
Ma c'è anche un'altra questione urgentissima all'ordine del giorno, che riguarda gli atenei italiani. E sulla quale il nuovo ministro sarà chiamato a dare risposte certe. Il decreto attraverso il quale vengono assegnati i punti organico alle università, indispensabili per la programmazione del personale nel 2018, è ancora bloccato e con esso il destino dei ricercatori. Infatti il documento non è stato firmato dall'esecutivo Gentiloni come atto di ordinaria amministrazione nelle ultimissime fasi del suo mandato, e adesso aspetta un improrogabile atto di Bussetti per uscire dall'impasse. Non va inoltre dimenticato il dramma della dispersione scolastica, il discutibile sistema di reclutamento degli insegnanti, il flop dell'alternanza scuola-lavoro e i mali che da sempre affliggono università e ricerca. Ma il nuovo ministro, ex provveditore agli studi di Milano, va avanti per la sua strada con un obiettivo: superare il prima possibile la contestatissima Buona scuola di Matteo Renzi. Come sottolinea anche il contratto di governo Lega-5 Stelle: «In questi anni le riforme che hanno coinvolto il mondo della scuola si sono mostrate insufficienti e spesso inadeguate, come la cosiddetta Buona scuola, ed è per questo che intendiamo superarle con urgenza per consentire un necessario cambio di rotta». La Verità ha sintetizzato in cinque punti i temi più caldi.
Stipendi bassi, scarse aspettative di carriera, precariato infinito, necessità di cambiare città per coprire una cattedra. Sono solo alcuni dei nodi che strozzano il mondo dell'insegnamento nel nostro Paese. Nodi che l'esecutivo di Paolo Gentiloni non è riuscito a sciogliere. Tanto che lo scorso 20 dicembre una sentenza del Consiglio di Stato ha annunciato l'uscita dalle graduatorie, e quindi il licenziamento, di circa 6.000 maestri già in ruolo ma in possesso del solo diploma di scuola magistrale. Su questo punto il contratto di governo parla chiaro: «Particolare attenzione dovrà essere posta sulla questione dei diplomati magistrali e in generale sul problema del precariato nella scuola dell'infanzia e nella primaria». La squadra del premier Giuseppe Conte intende riformare anche il sistema di reclutamento del corpo insegnante: «Saranno introdotti nuovi strumenti che tengano conto del legame dei docenti con il loro territorio, affrontando all'origine il problema dei trasferimenti, che non consentono un'adeguata continuità didattica». In questo quadro potrebbe sparire anche la «chiamata diretta» introdotta dalla Buona scuola, che consente ai dirigenti di scegliere alcuni docenti.
Altro problema cruciale riguarda l'abbandono scolastico, che in alcune aree del Paese ha raggiunto livelli di allarme. Basti pensare che, in base all'ultimo documento della Cabina di regia sulla dispersione scolastica, in Italia fra il 2015 e il 2016 oltre 14.000 alunni delle scuole medie hanno lasciato gli studi. Si tratta dello 0,8% del totale. Una percentuale che al Sud sale all'1%. Le regioni che soffrono di più sono Sicilia, Calabria, Campania e Lazio. Quelle più virtuose sono Emilia Romagna e Marche. Anche questo tema è toccato dal contratto di governo: «Una scuola inclusiva deve essere in grado di limitare la dispersione scolastica che in alcune regioni raggiunge percentuali non più accettabili. A tutti gli studenti deve essere consentito l'accesso agli studi, nel rispetto del principio di uguaglianza di tutti i cittadini».
C'è un altro punto sul quale negli ultimi mesi si è innescata una forte polemica: il fallimento dell'alternanza scuola-lavoro, introdotta con la riforma democratica. Si tratta di un'esperienza di lavoro, sotto forma di stage, dedicata agli studenti dei cicli superiori: 200 ore per i licei e 400 per gli istituti tecnici e professionali. L'obiettivo era avvicinare il mondo dell'istruzione a quello dell'occupazione. Il risultato è stato, invece, un caos. E così il nuovo ministro dovrà correggere il futuro di questa sperimentazione. Da parte sua, il contratto di governo specifica che «quello che avrebbe dovuto rappresentare un efficace strumento di formazione dello studente si è presto trasformato in un sistema inefficace, con ragazzi impegnati in attività che nulla hanno a che fare con l'apprendimento. Uno strumento così delicato, che non preveda alcun controllo né sulla qualità delle attività svolte né sull'attitudine che queste hanno con il ciclo di studi dello studente, non può che considerarsi dannoso».
Altra questione da tempo all'ordine del giorno, riguarda le liste di attesa per accedere agli asili nido pubblici. Su questo il contratto di governo non si esprime, ma il malcontento delle famiglie sta crescendo. In moltissime città le graduatorie sono già intasate. A Trieste il 47% delle domande è stato rifiutato perché i posti non bastano. A Pavia quasi una famiglia su due rischia di non poter iscrivere il bimbo e di dover ripiegare sulle strutture private. Stessa situazione a Parma, dove gli esclusi hanno già toccato quota 1.000, e in Alto Adige dove il problema riguarda il 19% delle iscrizioni.
Infine, ci sono l'università e la ricerca, che in Italia soffrono sempre più. Per le baronie intoccabili, l'assenza di investimenti e l'emorragia di cervelli. «Nel corso degli ultimi anni il nostro Paese si è contraddistinto a livello europeo per una continua riduzione degli investimenti nel comparto del nostro sistema universitario e di ricerca», recita il contratto firmato da Matteo Salvini e Luigi Di Maio. «È pertanto urgente e necessario assicurare un'inversione di marcia. È prioritario incrementare le risorse destinate all'università e agli enti di ricerca e ridefinire i criteri di finanziamento». Di qui una serie di promesse: «È necessario avere una classe docente all'altezza delle aspettative, eticamente ineccepibile. Occorre riformare il sistema di reclutamento per renderlo meritocratico, trasparente e corrispondente alle reali esigenze scientifico-didattiche degli atenei, garantendo il regolare turn-over dei docenti». Senza tralasciare il diritto allo studio per «incrementare la percentuale di laureati nel nostro Paese, oggi tra le più basse d'Europa». Proprio per questo il nuovo governo intende ampliare «la platea di studenti beneficiari dell'esenzione totale dal pagamento delle tasse di iscrizione all'università, la cosiddetta no-tax area». Eliminando al tempo stesso i baronati «che sfruttano in maniera illegittima le risorse e il personale.
Gli insegnanti di religione chiedono un concorso: «Assumete i precari»
L'insegnamento della religione cattolica è l'unica disciplina curricolare, nella scuola italiana, che viene scelta anno per anno dagli alunni o dai loro genitori. E questo in forza della revisione del Concordato del 1929 (tra Benito Mussolini e Pio XI), avutasi con l'intesa siglata da Bettino Craxi e il cardinal Agostino Casaroli, nel 1984. In quello storico testo, si faceva presente che: «La Repubblica Italiana, riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, continuerà ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non universitarie di ogni ordine e grado».
Spesso si parla del valore e dell'importanza delle radici culturali, dell'identità e perfino del recupero della tradizione, e se ne parla ormai non solo a destra. Pochi però capiscono che le radici, pur antiche e consolidate, vanno annaffiate e trasmesse, e gli insegnanti di religione, con tanti limiti, si sforzano di fare proprio questo. Molti intellettuali, come Umberto Eco o Massimo Cacciari, hanno lamentato a volte l'ignoranza dei giovani e non solo, su ciò che concerne la Bibbia, l'arte cristiana e la storia del cristianesimo d'Occidente. Se un minimo di conoscenze restano diffuse nel nostro popolo lo si deve, almeno in parte, ai valorosi docenti di religione che propongono e non impongono un bagaglio autorevole e arricchente per tutti, stranieri inclusi.
Recentemente, però, una delegazione di amministratori locali del Comune di Firenze ha depositato in Cassazione una domanda per inserire una disciplina di educazione alla cittadinanza, all'interno del già sovraccarico monte ore previsto per le discipline curricolari. Un rappresentante dell'Unione atei e agnostici razionalisti (Uaar), Roberto Grandene, si è servito della proposta per ribadire la loro peraltro mai celata volontà di scristianizzare l'Italia. Ha infatti dichiarato: «Cogliamo l'occasione per rilanciare l'idea di spostare l'insegnamento della religione cattolica (Irc) in orario extrascolastico, così da creare lo spazio necessario all'introduzione delle ore di educazione alla cittadinanza, mirante a diffondere la conoscenza del principio di eguaglianza con le sue declinazioni più urgenti quali quella del contrasto alla disparità di genere e di etnia, di religione».
Pochi sanno che esiste anche un sindacato specifico per la tutela degli insegnanti di religione, lo Snadir. Fondato nel 1993, apolitico e apartitico, conta quasi 9.000 iscritti, diffusi in tutta Italia, con un'ottima proporzione dunque dell'insieme dei docenti di religione. Recentemente sul loro sito Internet esprimevano plauso per la scelta di Marco Bussetti quale ministro dell'Istruzione nel nuovo governo Conte.
Dal 2003, grazie all'impegno dell'allora ministro Letizia Moratti, non si è più avuto un concorso nazionale per gli insegnanti di religione (che in teoria vista la normativa dovrebbe ripetersi ogni tre anni), e i sindacalisti dello Snadir si sono fatti sentire più volte, anche attraverso colloqui informali con l'ex ministro Valeria Fedeli. Ora, secondo i dirigenti sindacali Orazio Ruscica e Claudio Giudobaldi, i tempi sono più che maturi per un nuovo concorso e la messa in ruolo definitiva di troppo docenti che da anni attendono invano di uscire dal precariato. Sarebbe un'occasione per sanare le pendenze e dare speranza a migliaia di giovani insegnanti che vivono la vita a scuola come una missione educativa.
Fabrizio Cannone
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Il nuovo ministro Marco Bussetti deve superare il fardello della Buona scuola . A partire dal decreto per l'assegnazione dei ricercatori all'università e dal nodo dei maestri diplomati licenziati. Regole per l'uso dei telefonini in aula, frenata sui trasferimenti dei docenti.Gli insegnanti di religione chiedono un concorso: «Assumete i precari». Manca dal 2003. Ma l'Unione atei vuole che l'ora introdotta dal Concordato sia abolita.Lo speciale contiene due articoli.Un uomo di scuola. Che conosce bene il mondo della scuola. E che intende «ascoltare con cura e attenzione tutte le componenti per affrontare il lavoro insieme, nel rispetto dei ruoli». Si presenta così il neo ministro dell'Istruzione, università e ricerca Marco Bussetti. Con una promessa: «La scuola sarà per tutti una finestra sul mondo». Lombardo di Gallarate, classe 1962 e laureato all'università Cattolica di Milano, insegnante e dirigente scolastico, il nuovo responsabile del dicastero di viale Trastevere marca subito le differenze con chi l'ha preceduto. Ovvero Valeria Fedeli, finita nell'occhio del ciclone per un curriculum non all'altezza del ruolo che andava a ricoprire. Spetta a Bussetti raccogliere la sua eredità, carica di polemiche e problemi mai risolti. Si va dall'obbligo vaccinale, che rischia di tenere lontano dai banchi migliaia di bambini, alle liste di attesa nei nidi pubblici. Ma ci sono anche le aggressioni nei confronti dei docenti, per i quali Bussetti ha già annunciato che il ministero si costituirà parte civile, e l'uso dei telefonini in aula che sarà regolato dai singoli istituti. Ma c'è anche un'altra questione urgentissima all'ordine del giorno, che riguarda gli atenei italiani. E sulla quale il nuovo ministro sarà chiamato a dare risposte certe. Il decreto attraverso il quale vengono assegnati i punti organico alle università, indispensabili per la programmazione del personale nel 2018, è ancora bloccato e con esso il destino dei ricercatori. Infatti il documento non è stato firmato dall'esecutivo Gentiloni come atto di ordinaria amministrazione nelle ultimissime fasi del suo mandato, e adesso aspetta un improrogabile atto di Bussetti per uscire dall'impasse. Non va inoltre dimenticato il dramma della dispersione scolastica, il discutibile sistema di reclutamento degli insegnanti, il flop dell'alternanza scuola-lavoro e i mali che da sempre affliggono università e ricerca. Ma il nuovo ministro, ex provveditore agli studi di Milano, va avanti per la sua strada con un obiettivo: superare il prima possibile la contestatissima Buona scuola di Matteo Renzi. Come sottolinea anche il contratto di governo Lega-5 Stelle: «In questi anni le riforme che hanno coinvolto il mondo della scuola si sono mostrate insufficienti e spesso inadeguate, come la cosiddetta Buona scuola, ed è per questo che intendiamo superarle con urgenza per consentire un necessario cambio di rotta». La Verità ha sintetizzato in cinque punti i temi più caldi.Stipendi bassi, scarse aspettative di carriera, precariato infinito, necessità di cambiare città per coprire una cattedra. Sono solo alcuni dei nodi che strozzano il mondo dell'insegnamento nel nostro Paese. Nodi che l'esecutivo di Paolo Gentiloni non è riuscito a sciogliere. Tanto che lo scorso 20 dicembre una sentenza del Consiglio di Stato ha annunciato l'uscita dalle graduatorie, e quindi il licenziamento, di circa 6.000 maestri già in ruolo ma in possesso del solo diploma di scuola magistrale. Su questo punto il contratto di governo parla chiaro: «Particolare attenzione dovrà essere posta sulla questione dei diplomati magistrali e in generale sul problema del precariato nella scuola dell'infanzia e nella primaria». La squadra del premier Giuseppe Conte intende riformare anche il sistema di reclutamento del corpo insegnante: «Saranno introdotti nuovi strumenti che tengano conto del legame dei docenti con il loro territorio, affrontando all'origine il problema dei trasferimenti, che non consentono un'adeguata continuità didattica». In questo quadro potrebbe sparire anche la «chiamata diretta» introdotta dalla Buona scuola, che consente ai dirigenti di scegliere alcuni docenti.Altro problema cruciale riguarda l'abbandono scolastico, che in alcune aree del Paese ha raggiunto livelli di allarme. Basti pensare che, in base all'ultimo documento della Cabina di regia sulla dispersione scolastica, in Italia fra il 2015 e il 2016 oltre 14.000 alunni delle scuole medie hanno lasciato gli studi. Si tratta dello 0,8% del totale. Una percentuale che al Sud sale all'1%. Le regioni che soffrono di più sono Sicilia, Calabria, Campania e Lazio. Quelle più virtuose sono Emilia Romagna e Marche. Anche questo tema è toccato dal contratto di governo: «Una scuola inclusiva deve essere in grado di limitare la dispersione scolastica che in alcune regioni raggiunge percentuali non più accettabili. A tutti gli studenti deve essere consentito l'accesso agli studi, nel rispetto del principio di uguaglianza di tutti i cittadini».C'è un altro punto sul quale negli ultimi mesi si è innescata una forte polemica: il fallimento dell'alternanza scuola-lavoro, introdotta con la riforma democratica. Si tratta di un'esperienza di lavoro, sotto forma di stage, dedicata agli studenti dei cicli superiori: 200 ore per i licei e 400 per gli istituti tecnici e professionali. L'obiettivo era avvicinare il mondo dell'istruzione a quello dell'occupazione. Il risultato è stato, invece, un caos. E così il nuovo ministro dovrà correggere il futuro di questa sperimentazione. Da parte sua, il contratto di governo specifica che «quello che avrebbe dovuto rappresentare un efficace strumento di formazione dello studente si è presto trasformato in un sistema inefficace, con ragazzi impegnati in attività che nulla hanno a che fare con l'apprendimento. Uno strumento così delicato, che non preveda alcun controllo né sulla qualità delle attività svolte né sull'attitudine che queste hanno con il ciclo di studi dello studente, non può che considerarsi dannoso».Altra questione da tempo all'ordine del giorno, riguarda le liste di attesa per accedere agli asili nido pubblici. Su questo il contratto di governo non si esprime, ma il malcontento delle famiglie sta crescendo. In moltissime città le graduatorie sono già intasate. A Trieste il 47% delle domande è stato rifiutato perché i posti non bastano. A Pavia quasi una famiglia su due rischia di non poter iscrivere il bimbo e di dover ripiegare sulle strutture private. Stessa situazione a Parma, dove gli esclusi hanno già toccato quota 1.000, e in Alto Adige dove il problema riguarda il 19% delle iscrizioni.Infine, ci sono l'università e la ricerca, che in Italia soffrono sempre più. Per le baronie intoccabili, l'assenza di investimenti e l'emorragia di cervelli. «Nel corso degli ultimi anni il nostro Paese si è contraddistinto a livello europeo per una continua riduzione degli investimenti nel comparto del nostro sistema universitario e di ricerca», recita il contratto firmato da Matteo Salvini e Luigi Di Maio. «È pertanto urgente e necessario assicurare un'inversione di marcia. È prioritario incrementare le risorse destinate all'università e agli enti di ricerca e ridefinire i criteri di finanziamento». Di qui una serie di promesse: «È necessario avere una classe docente all'altezza delle aspettative, eticamente ineccepibile. Occorre riformare il sistema di reclutamento per renderlo meritocratico, trasparente e corrispondente alle reali esigenze scientifico-didattiche degli atenei, garantendo il regolare turn-over dei docenti». Senza tralasciare il diritto allo studio per «incrementare la percentuale di laureati nel nostro Paese, oggi tra le più basse d'Europa». Proprio per questo il nuovo governo intende ampliare «la platea di studenti beneficiari dell'esenzione totale dal pagamento delle tasse di iscrizione all'università, la cosiddetta no-tax area». 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In quello storico testo, si faceva presente che: «La Repubblica Italiana, riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, continuerà ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non universitarie di ogni ordine e grado». Spesso si parla del valore e dell'importanza delle radici culturali, dell'identità e perfino del recupero della tradizione, e se ne parla ormai non solo a destra. Pochi però capiscono che le radici, pur antiche e consolidate, vanno annaffiate e trasmesse, e gli insegnanti di religione, con tanti limiti, si sforzano di fare proprio questo. Molti intellettuali, come Umberto Eco o Massimo Cacciari, hanno lamentato a volte l'ignoranza dei giovani e non solo, su ciò che concerne la Bibbia, l'arte cristiana e la storia del cristianesimo d'Occidente. Se un minimo di conoscenze restano diffuse nel nostro popolo lo si deve, almeno in parte, ai valorosi docenti di religione che propongono e non impongono un bagaglio autorevole e arricchente per tutti, stranieri inclusi. Recentemente, però, una delegazione di amministratori locali del Comune di Firenze ha depositato in Cassazione una domanda per inserire una disciplina di educazione alla cittadinanza, all'interno del già sovraccarico monte ore previsto per le discipline curricolari. Un rappresentante dell'Unione atei e agnostici razionalisti (Uaar), Roberto Grandene, si è servito della proposta per ribadire la loro peraltro mai celata volontà di scristianizzare l'Italia. Ha infatti dichiarato: «Cogliamo l'occasione per rilanciare l'idea di spostare l'insegnamento della religione cattolica (Irc) in orario extrascolastico, così da creare lo spazio necessario all'introduzione delle ore di educazione alla cittadinanza, mirante a diffondere la conoscenza del principio di eguaglianza con le sue declinazioni più urgenti quali quella del contrasto alla disparità di genere e di etnia, di religione». Pochi sanno che esiste anche un sindacato specifico per la tutela degli insegnanti di religione, lo Snadir. Fondato nel 1993, apolitico e apartitico, conta quasi 9.000 iscritti, diffusi in tutta Italia, con un'ottima proporzione dunque dell'insieme dei docenti di religione. Recentemente sul loro sito Internet esprimevano plauso per la scelta di Marco Bussetti quale ministro dell'Istruzione nel nuovo governo Conte. Dal 2003, grazie all'impegno dell'allora ministro Letizia Moratti, non si è più avuto un concorso nazionale per gli insegnanti di religione (che in teoria vista la normativa dovrebbe ripetersi ogni tre anni), e i sindacalisti dello Snadir si sono fatti sentire più volte, anche attraverso colloqui informali con l'ex ministro Valeria Fedeli. Ora, secondo i dirigenti sindacali Orazio Ruscica e Claudio Giudobaldi, i tempi sono più che maturi per un nuovo concorso e la messa in ruolo definitiva di troppo docenti che da anni attendono invano di uscire dal precariato. Sarebbe un'occasione per sanare le pendenze e dare speranza a migliaia di giovani insegnanti che vivono la vita a scuola come una missione educativa.Fabrizio Cannone
Emmanuel Macron (Ansa)
La prima è contenuto nell’articolo 25 del regolamento del 2024, sostanzialmente invariata rispetto al passato, la seconda è prevista dall’articolo 26, che è stata frutto di un lungo compromesso sull’asse franco-tedesco ed è stata presentata a lungo come il simbolo della tanta invocata «flessibilità» di cui era priva la precedente versione del Psc. Ma è stato un compromesso che ha «avvelenato i pozzi», come spiegheremo di seguito.
L’effetto finale di entrambe le clausole è quello di consentire una deviazione temporanea dal percorso di spesa netta concordata e quindi fare più spesa e più deficit. Ma le modalità di attivazione ed esercizio delle due clausole sono diverse. La clausola nazionale (Nec, National escape clause) di distingue proprio per il suo approccio specifico e mirato alle esigenze del singolo Stato membro, mentre quella generale (Gec, general escape clause) riguarda la Ue nella sua interezza. Di conseguenza, sono ben diverse le condizioni attivazione della sospensione del Psc. Mentre la Gec richiede una «grave recessione» che deve riguardare la Ue nel suo complesso e quindi necessita un ampio coordinamento tra gli Stati, la Nec richiede il verificarsi di «circostanze eccezionali al di fuori del controllo dello Stato membro» che abbiano un «impatto rilevante sulle finanze pubbliche», stimato intorno al 1-1,5% del Pil. Intorno ai 30 miliardi per l’Italia. E cosa c’è di più «eccezionale» e «al di fuori del controllo» di uno shock dei prezzi energetici, che peraltro impatta in modo asimmetrico e disomogeneo sui singoli Stati membri, in dipendenza del loro specifico mix di approvvigionamento energetico? E qui sorgono i problemi.
La Commissione è convinta che la spese per la difesa rientrino nella definizione, al contrario delle spese per la crisi energetica e, nel fare questa valutazione, ha di fatto un potere insindacabile, scalfibile soltanto con una certosina opera di convincimento. Nulla di più. A meno di non voler far esplodere un conflitto istituzionale, che è quello che abbiamo potuto leggere in filigrana nelle ultime dichiarazioni a tale proposito di Giorgia Meloni e del ministro Giorgetti.
Un rischio reale perché chi decide sulla concessione della Nec è il Consiglio Ecofin con la particolare formula della maggioranza qualificata rafforzata (almeno 20 Paesi che rappresentino almeno il 65% della popolazione). Ma lo fa esprimendosi su una raccomandazione della Commissione la quale deve essere preceduta da un’esplicita richiesta dello Stato membro, che viene attentamente vagliata dalla Commissione. A quel punto il Consiglio stabilisce la durata della deviazione e può anche concedere più proroghe. Ovviamente tali fasi sono precedute e accompagnate da interlocuzioni informali, per far sì che la richiesta dello Stato membro diventi una raccomandazione della Commissione in senso favorevole ed entri in Consiglio con ragionevoli probabilità di successo. È questo probabilmente il motivo dell’attivismo verbale di Meloni e Giorgetti in questi giorni perché, non essendoci le condizioni per la clausola generale, bisogna convincere Commissione e Consiglio per ottenere quella nazionale. Possibilmente evitando di sfidarli presentando la richiesta e ricevendo un secco “no” in favore di telecamere e mercati.
E qui veniamo al grimaldello più pesante nelle mani della Commissione. Perché la «deviazione» non deve «mettere a rischio la sostenibilità fiscale nel medio termine». Una valutazione contraddistinta da una infinita discrezionalità, perché entrano in gioco diverse variabili come la traiettoria del debito, i costi di finanziamento, le proiezioni di crescita. Fattori su cui l’Italia è un osservato speciale a Bruxelles. Su tutto questo, come se non bastasse, si innesta la procedura per deficit eccessivo (Edp), dalla quale l’Italia non è riuscita ad uscire a causa del deficit/PIL al 3,1% nel 2025. Infatti la Nec è attivabile anche dal Paese che è già in Edp come l’Italia, ma subendo la conseguenza distorsiva e illogica di prolungare la procedura. Ecco così spiegata la recente pressione sul filo dei decimali per scendere sotto il 3%, perché se fosse avvenuto avremmo avuto potuto deviare dal Patto senza rientrare in procedura. In altre parole, per chi non è in Edp, come la Germania, attivare la clausola nazionale consente di spendere senza finire in Edp, invece per chi è in Edp spendere significa restare in Edp più a lungo. Fine pena mai. Soprattutto confrontandosi con la Francia che negli ultimi 17 anni è stata in Edp per 11 anni ed ha pure ottenuto tempo fino al 2029 per rientrare sotto il 3%, mentre noi abbiamo avuto tempo fino al 2026.
E proprio dalla sponda francese ieri sono arrivate le ambigue parole del Presidente Emmanuel Macron che ha proposto il rinvio del rimborso dei debiti del NextGenerationUE da parte degli Stati membri, previsto dal 2028 al 2058. Anziché consentire agli Stati lo sfruttamento della flessibilità nazionale, ricompare la «sirena» del debito comune, peraltro nemmeno nuove risorse, che serve solo a condizionarci.
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Claudio Borghi (Ansa)
La maggioranza di centrodestra dialoga al suo interno su come fronteggiare la grave crisi economica provocata dal prolungarsi della guerra tra Usa e Iran: diverse le proposte sul tappeto, in vista dell’esame parlamentare del Documento di finanza pubblica, in relazione al quale giovedì prossimo verrà votata la risoluzione di maggioranza, tra le quali tiene banco quella di uno scostamento di bilancio, che consiste nell’aumento del debito pubblico oltre la soglia già prevista. Una ipotesi caldeggiata in particolare dalla Lega: «Noi», spiega all’Ansa il capogruppo del Carroccio in Commissione Bilancio al Senato, Claudio Borghi, «sabato scorso a Milano abbiamo fatto una manifestazione per chiedere lo scostamento di bilancio. Noto che da quel momento la nostra posizione sta diventando sempre più patrimonio comune del centrodestra e ne sono più che felice. Si tratterà con gli alleati sui contenuti del documento unitario da portare in Parlamento ma la Lega insisterà per inserire anche l’abbandono del Patto di stabilità europeo, eventualmente anche unilaterale qualora l’Ue non dovesse dare risposte».
Posizione forte, ribadita da Matteo Salvini: «Uscire dal Patto di stabilità? Lo diciamo da settimane», sottolinea Salvini, «non è una proposta di ieri. Rischiamo il blocco dell’Italia per l’aumento del costo del gasolio, della luce e del gas. E quindi se Bruxelles non permetterà a tutti di investire per aiutare famiglie e imprese, noi chiederemo di poter aiutare gli italiani. Poi se non lo fanno i polacchi o i portoghesi o i finlandesi, saranno ragionamenti loro. Noi portiamo avanti la richiesta di poter usare i soldi degli italiani per aiutare gli italiani in difficoltà». Perfettamente in linea, il viceministro delle Infrastrutture Edoardo Rixi, anche lui della Lega: «Sugli extracosti il tema è molto semplice», sottolinea Rixi, «o ci fanno fare uno scostamento di bilancio particolarmente importante o dobbiamo riorientare le opere pubbliche da calendarizzare, non c’è nessuna azienda che può permettersi di lavorare senza essere pagata, lo dico in maniera molto chiara perché negli ultimi anni l’aumento dei costi delle materie prime è stato forte».
A favore dello scostamento di bilancio pure Confindustria: nel corso dell’audizione sul Dfp, il direttore del Centro studi Alessandro Fontana ha proposto uno scostamento di bilancio per aiuti di intensità proporzionata agli aumenti dei costi di gas ed elettricità fino a dicembre 2026 per tutte le imprese in media, alta e altissima tensione e aiuti mirati e di maggiore intensità per le imprese elettrivore e gasivore.
Su questi argomenti, abbiamo ascoltato l’opinione di uno dei massimi esperti economici della maggioranza, Ylenja Lucaselli, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Bilancio alla Camera e vice responsabile del dipartimento economia del partito: «Bisogna essere molto cauti», dice la Lucaselli alla Verità, «quando si parla di scostamento di bilancio, perché non significa altro che debito, e sotto questo punto di vista la situazione italiana non è delle migliori. Se oggi facciamo altro debito, tutto ciò che abbiamo fatto in questi quattro anni per guadagnare l’affidabilità dei mercati finanziari rischia di essere vanificato. Così come non credo proprio che sia il momento di andare allo scontro con l’Europa. Infine, lo scostamento di bilancio si discute eventualmente durante l’esame della legge di bilancio, quando si precisa anche dove vengono destinati questi soldi». Parole improntate al più sano realismo e alla responsabilità, quelle della Lucaselli. «Ci sono due cose da fare», prosegue la deputata di Fdi, «per fronteggiare l’emergenza: innanzitutto razionalizzare le spese, e poi occorre riaggregare voci di bilancio, ma sono misure che puoi fare sistematicamente solo in manovra, altrimenti non puoi fruire appieno degli effetti. Inoltre, dobbiamo insistere con l’Europa affinché prenda misure adeguate che riguardino tutti». Infine una spiegazione tecnica molto preziosa sul famoso sforamento del 3% «C’è poi un altro aspetto da tenere presente», ci spiega la Lucaselli, «che riguarda il famoso 3,1 di rapporto deficit/ Pil stimato dall’Istat. Dunque: l’Istat arrotonda i decimali. Fino al 3,04%, diventa il 3; noi eravamo al 3,07% ed è diventato 3,1. La differenza tra 3,04 e 3,07 sono 600 milioni di euro, la esatta cifra che l’Agenzia delle Entrate ha comunicato all’Istat come ammontare di soldi bloccati per il Superbonus ma che non saranno mai erogati perché si tratta di truffe. L’Istat non ne ha tenuto conto, ma dovrà correggere la stima, e quindi a settembre torneremo al 3%».
Quanto a Forza Italia, il segretario Antonio Tajani si è detto «assolutamente contrario all’ipotesi di uscire unilateralmente dal Patto di stabilità. Poi lo dico e lo ripeto: ci sono i 400 miliardi del Mes, non vedo perché devono rimanere là congelati. Invece di aumentare il debito pubblico si potrebbe utilizzare quei soldi». «Per quel che riguarda lo scostamento di bilancio», sottolinea a Voce Libera Maurizio Casasco, responsabile economico del partito, «non va dimenticato che, facendo solo debito per debito, a pagare il conto sono e saranno sempre gli italiani: inciderebbe sui tassi e di conseguenza su mutui e crediti».
Corsa per tagliare ancora la benzina
Il 1° maggio o va in scadenza il taglio delle accise sui carburanti di 24,4 centesimi disposto dal governo a marzo, poi prorogato ad aprile, ma per ora non ci sono indicazioni su un’eventuale prolungamento dello sconto. Al ministero dell’Economia sono giornate febbrili alla ricerca della copertura in una condizione di equilibri di bilancio precaria. La certificazione del deficit al 3,1% del Pil è stata una doccia fredda come pure il no di Bruxelles alla sospensione del Patto di stabilità. Inoltre la mancanza di segnali di una rapida risoluzione del conflitto, rende il quadro ancora più cupo.
La proroga precedente del taglio alle accise (quella che scade il 1° maggio) ha avuto un costo intorno ai 500 milioni di euro. Secondo il governo, circa 200 milioni sarebbero stati recuperati da un aumento del gettito Iva legato proprio ai rincari dei carburanti. Allora si disse che altri 300 milioni sarebbero venuti da risorse legate al sistema europeo Ets sulle emissioni di CO2 non ancora utilizzate. È da vedere quindi se ci sono ancora soldi su questa voce mentre il gettito Iva è automatico.
Il decreto del 18 marzo prevedeva, quale copertura, tagli pesanti a diversi ministeri. Il ministero dell’Economia ha già avuto una sforbiciata di 127,5 milioni, quello delle Infrastrutture e dei Trasporti di 96,5 milioni e alla Salute sono stati tolti 86,05 milioni. Quindi difficilmente potrà essere chiesto di stringere ancora la cinghia.
La Staffetta Quotidiana ieri segnalava che le quotazioni dei prodotti raffinati sono in rialzo da cinque giorni consecutivi, ma al rincaro, comunque lieve, della benzina fa da contraltare il gasolio, ancora in calo. La benzina self service sulla rete stradale è a 1,738 euro/litro (+2 millesimi rispetto a venerdì), gasolio a 2,058 euro/litro (-4 millesimi). Sempre stando alla rilevazione di Staffetta Quotidiana, Tamoil ha aumentato di tre centesimi al litro i prezzi consigliati della benzina e di due quelli del gasolio.
L’aumento contenuto è una buona notizia per l’autotrasporto se non fosse che venerdì scade il taglio delle accise e senza un nuovo intervento di contenimento, il gasolio in Italia diventerebbe il più caro di tutta Europa, arrivando a quota 2,307 euro al litro. La benzina invece toccherebbe 1,981 euro al litro, poco al di sopra della media europea. Il Codacons ha rimarcato che proprio grazie al taglio delle accise la crescita dei prezzi dei carburanti nel nostro Paese è stata finora più contenuta del resto della Ue. In assenza di tale sconto l’Italia si piazzerebbe in testa alla classifica europea del caro-gasolio.
Intanto il prezzo del petrolio continua a crescere dopo weekend caratterizzato dallo stallo nei negoziati Usa-Iran, con l’annullamento del viaggio degli inviati Usa per i colloqui di pace e l’attentato al presidente americano Donald Trump. Il contratto per giugno sul Wti americano ieri ha guadagnato l’1,80% a 96,10 dollari mentre quello sul Brent è salito di quasi il 2% a 107,41 dollari al barile.
«Abbiamo due riunioni del consiglio dei ministri», una oggi e una il 30 e «in quella sede valuteremo cosa fare sul fronte dell’energia», ha detto il ministro delle Imprese, Adolfo Urso.
«Ne stiamo parlando, però da solo non basta, perché il taglio delle accise sui bilanci delle aziende di autotrasporto non arriva», ha aggiunto il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini.
Il prossimo 25 maggio parte il lungo sciopero degli autotrasportatori, che sono tra i più esposti ai rincari del gasolio. Il loro fermo rischia di svuotare gli scaffali della grande distribuzione.
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