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2018-06-22
Sblocco dei punteggi e più risorse agli atenei
ANSA
Un uomo di scuola. Che conosce bene il mondo della scuola. E che intende «ascoltare con cura e attenzione tutte le componenti per affrontare il lavoro insieme, nel rispetto dei ruoli». Si presenta così il neo ministro dell'Istruzione, università e ricerca Marco Bussetti. Con una promessa: «La scuola sarà per tutti una finestra sul mondo». Lombardo di Gallarate, classe 1962 e laureato all'università Cattolica di Milano, insegnante e dirigente scolastico, il nuovo responsabile del dicastero di viale Trastevere marca subito le differenze con chi l'ha preceduto. Ovvero Valeria Fedeli, finita nell'occhio del ciclone per un curriculum non all'altezza del ruolo che andava a ricoprire. Spetta a Bussetti raccogliere la sua eredità, carica di polemiche e problemi mai risolti. Si va dall'obbligo vaccinale, che rischia di tenere lontano dai banchi migliaia di bambini, alle liste di attesa nei nidi pubblici. Ma ci sono anche le aggressioni nei confronti dei docenti, per i quali Bussetti ha già annunciato che il ministero si costituirà parte civile, e l'uso dei telefonini in aula che sarà regolato dai singoli istituti.
Ma c'è anche un'altra questione urgentissima all'ordine del giorno, che riguarda gli atenei italiani. E sulla quale il nuovo ministro sarà chiamato a dare risposte certe. Il decreto attraverso il quale vengono assegnati i punti organico alle università, indispensabili per la programmazione del personale nel 2018, è ancora bloccato e con esso il destino dei ricercatori. Infatti il documento non è stato firmato dall'esecutivo Gentiloni come atto di ordinaria amministrazione nelle ultimissime fasi del suo mandato, e adesso aspetta un improrogabile atto di Bussetti per uscire dall'impasse. Non va inoltre dimenticato il dramma della dispersione scolastica, il discutibile sistema di reclutamento degli insegnanti, il flop dell'alternanza scuola-lavoro e i mali che da sempre affliggono università e ricerca. Ma il nuovo ministro, ex provveditore agli studi di Milano, va avanti per la sua strada con un obiettivo: superare il prima possibile la contestatissima Buona scuola di Matteo Renzi. Come sottolinea anche il contratto di governo Lega-5 Stelle: «In questi anni le riforme che hanno coinvolto il mondo della scuola si sono mostrate insufficienti e spesso inadeguate, come la cosiddetta Buona scuola, ed è per questo che intendiamo superarle con urgenza per consentire un necessario cambio di rotta». La Verità ha sintetizzato in cinque punti i temi più caldi.
Stipendi bassi, scarse aspettative di carriera, precariato infinito, necessità di cambiare città per coprire una cattedra. Sono solo alcuni dei nodi che strozzano il mondo dell'insegnamento nel nostro Paese. Nodi che l'esecutivo di Paolo Gentiloni non è riuscito a sciogliere. Tanto che lo scorso 20 dicembre una sentenza del Consiglio di Stato ha annunciato l'uscita dalle graduatorie, e quindi il licenziamento, di circa 6.000 maestri già in ruolo ma in possesso del solo diploma di scuola magistrale. Su questo punto il contratto di governo parla chiaro: «Particolare attenzione dovrà essere posta sulla questione dei diplomati magistrali e in generale sul problema del precariato nella scuola dell'infanzia e nella primaria». La squadra del premier Giuseppe Conte intende riformare anche il sistema di reclutamento del corpo insegnante: «Saranno introdotti nuovi strumenti che tengano conto del legame dei docenti con il loro territorio, affrontando all'origine il problema dei trasferimenti, che non consentono un'adeguata continuità didattica». In questo quadro potrebbe sparire anche la «chiamata diretta» introdotta dalla Buona scuola, che consente ai dirigenti di scegliere alcuni docenti.
Altro problema cruciale riguarda l'abbandono scolastico, che in alcune aree del Paese ha raggiunto livelli di allarme. Basti pensare che, in base all'ultimo documento della Cabina di regia sulla dispersione scolastica, in Italia fra il 2015 e il 2016 oltre 14.000 alunni delle scuole medie hanno lasciato gli studi. Si tratta dello 0,8% del totale. Una percentuale che al Sud sale all'1%. Le regioni che soffrono di più sono Sicilia, Calabria, Campania e Lazio. Quelle più virtuose sono Emilia Romagna e Marche. Anche questo tema è toccato dal contratto di governo: «Una scuola inclusiva deve essere in grado di limitare la dispersione scolastica che in alcune regioni raggiunge percentuali non più accettabili. A tutti gli studenti deve essere consentito l'accesso agli studi, nel rispetto del principio di uguaglianza di tutti i cittadini».
C'è un altro punto sul quale negli ultimi mesi si è innescata una forte polemica: il fallimento dell'alternanza scuola-lavoro, introdotta con la riforma democratica. Si tratta di un'esperienza di lavoro, sotto forma di stage, dedicata agli studenti dei cicli superiori: 200 ore per i licei e 400 per gli istituti tecnici e professionali. L'obiettivo era avvicinare il mondo dell'istruzione a quello dell'occupazione. Il risultato è stato, invece, un caos. E così il nuovo ministro dovrà correggere il futuro di questa sperimentazione. Da parte sua, il contratto di governo specifica che «quello che avrebbe dovuto rappresentare un efficace strumento di formazione dello studente si è presto trasformato in un sistema inefficace, con ragazzi impegnati in attività che nulla hanno a che fare con l'apprendimento. Uno strumento così delicato, che non preveda alcun controllo né sulla qualità delle attività svolte né sull'attitudine che queste hanno con il ciclo di studi dello studente, non può che considerarsi dannoso».
Altra questione da tempo all'ordine del giorno, riguarda le liste di attesa per accedere agli asili nido pubblici. Su questo il contratto di governo non si esprime, ma il malcontento delle famiglie sta crescendo. In moltissime città le graduatorie sono già intasate. A Trieste il 47% delle domande è stato rifiutato perché i posti non bastano. A Pavia quasi una famiglia su due rischia di non poter iscrivere il bimbo e di dover ripiegare sulle strutture private. Stessa situazione a Parma, dove gli esclusi hanno già toccato quota 1.000, e in Alto Adige dove il problema riguarda il 19% delle iscrizioni.
Infine, ci sono l'università e la ricerca, che in Italia soffrono sempre più. Per le baronie intoccabili, l'assenza di investimenti e l'emorragia di cervelli. «Nel corso degli ultimi anni il nostro Paese si è contraddistinto a livello europeo per una continua riduzione degli investimenti nel comparto del nostro sistema universitario e di ricerca», recita il contratto firmato da Matteo Salvini e Luigi Di Maio. «È pertanto urgente e necessario assicurare un'inversione di marcia. È prioritario incrementare le risorse destinate all'università e agli enti di ricerca e ridefinire i criteri di finanziamento». Di qui una serie di promesse: «È necessario avere una classe docente all'altezza delle aspettative, eticamente ineccepibile. Occorre riformare il sistema di reclutamento per renderlo meritocratico, trasparente e corrispondente alle reali esigenze scientifico-didattiche degli atenei, garantendo il regolare turn-over dei docenti». Senza tralasciare il diritto allo studio per «incrementare la percentuale di laureati nel nostro Paese, oggi tra le più basse d'Europa». Proprio per questo il nuovo governo intende ampliare «la platea di studenti beneficiari dell'esenzione totale dal pagamento delle tasse di iscrizione all'università, la cosiddetta no-tax area». Eliminando al tempo stesso i baronati «che sfruttano in maniera illegittima le risorse e il personale.
Gli insegnanti di religione chiedono un concorso: «Assumete i precari»
L'insegnamento della religione cattolica è l'unica disciplina curricolare, nella scuola italiana, che viene scelta anno per anno dagli alunni o dai loro genitori. E questo in forza della revisione del Concordato del 1929 (tra Benito Mussolini e Pio XI), avutasi con l'intesa siglata da Bettino Craxi e il cardinal Agostino Casaroli, nel 1984. In quello storico testo, si faceva presente che: «La Repubblica Italiana, riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, continuerà ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non universitarie di ogni ordine e grado».
Spesso si parla del valore e dell'importanza delle radici culturali, dell'identità e perfino del recupero della tradizione, e se ne parla ormai non solo a destra. Pochi però capiscono che le radici, pur antiche e consolidate, vanno annaffiate e trasmesse, e gli insegnanti di religione, con tanti limiti, si sforzano di fare proprio questo. Molti intellettuali, come Umberto Eco o Massimo Cacciari, hanno lamentato a volte l'ignoranza dei giovani e non solo, su ciò che concerne la Bibbia, l'arte cristiana e la storia del cristianesimo d'Occidente. Se un minimo di conoscenze restano diffuse nel nostro popolo lo si deve, almeno in parte, ai valorosi docenti di religione che propongono e non impongono un bagaglio autorevole e arricchente per tutti, stranieri inclusi.
Recentemente, però, una delegazione di amministratori locali del Comune di Firenze ha depositato in Cassazione una domanda per inserire una disciplina di educazione alla cittadinanza, all'interno del già sovraccarico monte ore previsto per le discipline curricolari. Un rappresentante dell'Unione atei e agnostici razionalisti (Uaar), Roberto Grandene, si è servito della proposta per ribadire la loro peraltro mai celata volontà di scristianizzare l'Italia. Ha infatti dichiarato: «Cogliamo l'occasione per rilanciare l'idea di spostare l'insegnamento della religione cattolica (Irc) in orario extrascolastico, così da creare lo spazio necessario all'introduzione delle ore di educazione alla cittadinanza, mirante a diffondere la conoscenza del principio di eguaglianza con le sue declinazioni più urgenti quali quella del contrasto alla disparità di genere e di etnia, di religione».
Pochi sanno che esiste anche un sindacato specifico per la tutela degli insegnanti di religione, lo Snadir. Fondato nel 1993, apolitico e apartitico, conta quasi 9.000 iscritti, diffusi in tutta Italia, con un'ottima proporzione dunque dell'insieme dei docenti di religione. Recentemente sul loro sito Internet esprimevano plauso per la scelta di Marco Bussetti quale ministro dell'Istruzione nel nuovo governo Conte.
Dal 2003, grazie all'impegno dell'allora ministro Letizia Moratti, non si è più avuto un concorso nazionale per gli insegnanti di religione (che in teoria vista la normativa dovrebbe ripetersi ogni tre anni), e i sindacalisti dello Snadir si sono fatti sentire più volte, anche attraverso colloqui informali con l'ex ministro Valeria Fedeli. Ora, secondo i dirigenti sindacali Orazio Ruscica e Claudio Giudobaldi, i tempi sono più che maturi per un nuovo concorso e la messa in ruolo definitiva di troppo docenti che da anni attendono invano di uscire dal precariato. Sarebbe un'occasione per sanare le pendenze e dare speranza a migliaia di giovani insegnanti che vivono la vita a scuola come una missione educativa.
Fabrizio Cannone
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Il nuovo ministro Marco Bussetti deve superare il fardello della Buona scuola . A partire dal decreto per l'assegnazione dei ricercatori all'università e dal nodo dei maestri diplomati licenziati. Regole per l'uso dei telefonini in aula, frenata sui trasferimenti dei docenti.Gli insegnanti di religione chiedono un concorso: «Assumete i precari». Manca dal 2003. Ma l'Unione atei vuole che l'ora introdotta dal Concordato sia abolita.Lo speciale contiene due articoli.Un uomo di scuola. Che conosce bene il mondo della scuola. E che intende «ascoltare con cura e attenzione tutte le componenti per affrontare il lavoro insieme, nel rispetto dei ruoli». Si presenta così il neo ministro dell'Istruzione, università e ricerca Marco Bussetti. Con una promessa: «La scuola sarà per tutti una finestra sul mondo». Lombardo di Gallarate, classe 1962 e laureato all'università Cattolica di Milano, insegnante e dirigente scolastico, il nuovo responsabile del dicastero di viale Trastevere marca subito le differenze con chi l'ha preceduto. Ovvero Valeria Fedeli, finita nell'occhio del ciclone per un curriculum non all'altezza del ruolo che andava a ricoprire. Spetta a Bussetti raccogliere la sua eredità, carica di polemiche e problemi mai risolti. Si va dall'obbligo vaccinale, che rischia di tenere lontano dai banchi migliaia di bambini, alle liste di attesa nei nidi pubblici. Ma ci sono anche le aggressioni nei confronti dei docenti, per i quali Bussetti ha già annunciato che il ministero si costituirà parte civile, e l'uso dei telefonini in aula che sarà regolato dai singoli istituti. Ma c'è anche un'altra questione urgentissima all'ordine del giorno, che riguarda gli atenei italiani. E sulla quale il nuovo ministro sarà chiamato a dare risposte certe. Il decreto attraverso il quale vengono assegnati i punti organico alle università, indispensabili per la programmazione del personale nel 2018, è ancora bloccato e con esso il destino dei ricercatori. Infatti il documento non è stato firmato dall'esecutivo Gentiloni come atto di ordinaria amministrazione nelle ultimissime fasi del suo mandato, e adesso aspetta un improrogabile atto di Bussetti per uscire dall'impasse. Non va inoltre dimenticato il dramma della dispersione scolastica, il discutibile sistema di reclutamento degli insegnanti, il flop dell'alternanza scuola-lavoro e i mali che da sempre affliggono università e ricerca. Ma il nuovo ministro, ex provveditore agli studi di Milano, va avanti per la sua strada con un obiettivo: superare il prima possibile la contestatissima Buona scuola di Matteo Renzi. Come sottolinea anche il contratto di governo Lega-5 Stelle: «In questi anni le riforme che hanno coinvolto il mondo della scuola si sono mostrate insufficienti e spesso inadeguate, come la cosiddetta Buona scuola, ed è per questo che intendiamo superarle con urgenza per consentire un necessario cambio di rotta». La Verità ha sintetizzato in cinque punti i temi più caldi.Stipendi bassi, scarse aspettative di carriera, precariato infinito, necessità di cambiare città per coprire una cattedra. Sono solo alcuni dei nodi che strozzano il mondo dell'insegnamento nel nostro Paese. Nodi che l'esecutivo di Paolo Gentiloni non è riuscito a sciogliere. Tanto che lo scorso 20 dicembre una sentenza del Consiglio di Stato ha annunciato l'uscita dalle graduatorie, e quindi il licenziamento, di circa 6.000 maestri già in ruolo ma in possesso del solo diploma di scuola magistrale. Su questo punto il contratto di governo parla chiaro: «Particolare attenzione dovrà essere posta sulla questione dei diplomati magistrali e in generale sul problema del precariato nella scuola dell'infanzia e nella primaria». La squadra del premier Giuseppe Conte intende riformare anche il sistema di reclutamento del corpo insegnante: «Saranno introdotti nuovi strumenti che tengano conto del legame dei docenti con il loro territorio, affrontando all'origine il problema dei trasferimenti, che non consentono un'adeguata continuità didattica». In questo quadro potrebbe sparire anche la «chiamata diretta» introdotta dalla Buona scuola, che consente ai dirigenti di scegliere alcuni docenti.Altro problema cruciale riguarda l'abbandono scolastico, che in alcune aree del Paese ha raggiunto livelli di allarme. Basti pensare che, in base all'ultimo documento della Cabina di regia sulla dispersione scolastica, in Italia fra il 2015 e il 2016 oltre 14.000 alunni delle scuole medie hanno lasciato gli studi. Si tratta dello 0,8% del totale. Una percentuale che al Sud sale all'1%. Le regioni che soffrono di più sono Sicilia, Calabria, Campania e Lazio. Quelle più virtuose sono Emilia Romagna e Marche. Anche questo tema è toccato dal contratto di governo: «Una scuola inclusiva deve essere in grado di limitare la dispersione scolastica che in alcune regioni raggiunge percentuali non più accettabili. A tutti gli studenti deve essere consentito l'accesso agli studi, nel rispetto del principio di uguaglianza di tutti i cittadini».C'è un altro punto sul quale negli ultimi mesi si è innescata una forte polemica: il fallimento dell'alternanza scuola-lavoro, introdotta con la riforma democratica. Si tratta di un'esperienza di lavoro, sotto forma di stage, dedicata agli studenti dei cicli superiori: 200 ore per i licei e 400 per gli istituti tecnici e professionali. L'obiettivo era avvicinare il mondo dell'istruzione a quello dell'occupazione. Il risultato è stato, invece, un caos. E così il nuovo ministro dovrà correggere il futuro di questa sperimentazione. Da parte sua, il contratto di governo specifica che «quello che avrebbe dovuto rappresentare un efficace strumento di formazione dello studente si è presto trasformato in un sistema inefficace, con ragazzi impegnati in attività che nulla hanno a che fare con l'apprendimento. Uno strumento così delicato, che non preveda alcun controllo né sulla qualità delle attività svolte né sull'attitudine che queste hanno con il ciclo di studi dello studente, non può che considerarsi dannoso».Altra questione da tempo all'ordine del giorno, riguarda le liste di attesa per accedere agli asili nido pubblici. Su questo il contratto di governo non si esprime, ma il malcontento delle famiglie sta crescendo. In moltissime città le graduatorie sono già intasate. A Trieste il 47% delle domande è stato rifiutato perché i posti non bastano. A Pavia quasi una famiglia su due rischia di non poter iscrivere il bimbo e di dover ripiegare sulle strutture private. Stessa situazione a Parma, dove gli esclusi hanno già toccato quota 1.000, e in Alto Adige dove il problema riguarda il 19% delle iscrizioni.Infine, ci sono l'università e la ricerca, che in Italia soffrono sempre più. Per le baronie intoccabili, l'assenza di investimenti e l'emorragia di cervelli. «Nel corso degli ultimi anni il nostro Paese si è contraddistinto a livello europeo per una continua riduzione degli investimenti nel comparto del nostro sistema universitario e di ricerca», recita il contratto firmato da Matteo Salvini e Luigi Di Maio. «È pertanto urgente e necessario assicurare un'inversione di marcia. È prioritario incrementare le risorse destinate all'università e agli enti di ricerca e ridefinire i criteri di finanziamento». Di qui una serie di promesse: «È necessario avere una classe docente all'altezza delle aspettative, eticamente ineccepibile. Occorre riformare il sistema di reclutamento per renderlo meritocratico, trasparente e corrispondente alle reali esigenze scientifico-didattiche degli atenei, garantendo il regolare turn-over dei docenti». Senza tralasciare il diritto allo studio per «incrementare la percentuale di laureati nel nostro Paese, oggi tra le più basse d'Europa». Proprio per questo il nuovo governo intende ampliare «la platea di studenti beneficiari dell'esenzione totale dal pagamento delle tasse di iscrizione all'università, la cosiddetta no-tax area». 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In quello storico testo, si faceva presente che: «La Repubblica Italiana, riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, continuerà ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non universitarie di ogni ordine e grado». Spesso si parla del valore e dell'importanza delle radici culturali, dell'identità e perfino del recupero della tradizione, e se ne parla ormai non solo a destra. Pochi però capiscono che le radici, pur antiche e consolidate, vanno annaffiate e trasmesse, e gli insegnanti di religione, con tanti limiti, si sforzano di fare proprio questo. Molti intellettuali, come Umberto Eco o Massimo Cacciari, hanno lamentato a volte l'ignoranza dei giovani e non solo, su ciò che concerne la Bibbia, l'arte cristiana e la storia del cristianesimo d'Occidente. Se un minimo di conoscenze restano diffuse nel nostro popolo lo si deve, almeno in parte, ai valorosi docenti di religione che propongono e non impongono un bagaglio autorevole e arricchente per tutti, stranieri inclusi. Recentemente, però, una delegazione di amministratori locali del Comune di Firenze ha depositato in Cassazione una domanda per inserire una disciplina di educazione alla cittadinanza, all'interno del già sovraccarico monte ore previsto per le discipline curricolari. Un rappresentante dell'Unione atei e agnostici razionalisti (Uaar), Roberto Grandene, si è servito della proposta per ribadire la loro peraltro mai celata volontà di scristianizzare l'Italia. Ha infatti dichiarato: «Cogliamo l'occasione per rilanciare l'idea di spostare l'insegnamento della religione cattolica (Irc) in orario extrascolastico, così da creare lo spazio necessario all'introduzione delle ore di educazione alla cittadinanza, mirante a diffondere la conoscenza del principio di eguaglianza con le sue declinazioni più urgenti quali quella del contrasto alla disparità di genere e di etnia, di religione». Pochi sanno che esiste anche un sindacato specifico per la tutela degli insegnanti di religione, lo Snadir. Fondato nel 1993, apolitico e apartitico, conta quasi 9.000 iscritti, diffusi in tutta Italia, con un'ottima proporzione dunque dell'insieme dei docenti di religione. Recentemente sul loro sito Internet esprimevano plauso per la scelta di Marco Bussetti quale ministro dell'Istruzione nel nuovo governo Conte. Dal 2003, grazie all'impegno dell'allora ministro Letizia Moratti, non si è più avuto un concorso nazionale per gli insegnanti di religione (che in teoria vista la normativa dovrebbe ripetersi ogni tre anni), e i sindacalisti dello Snadir si sono fatti sentire più volte, anche attraverso colloqui informali con l'ex ministro Valeria Fedeli. Ora, secondo i dirigenti sindacali Orazio Ruscica e Claudio Giudobaldi, i tempi sono più che maturi per un nuovo concorso e la messa in ruolo definitiva di troppo docenti che da anni attendono invano di uscire dal precariato. Sarebbe un'occasione per sanare le pendenze e dare speranza a migliaia di giovani insegnanti che vivono la vita a scuola come una missione educativa.Fabrizio Cannone
La capitale russa avvolta dal fumo dopo il raid ucraino (Ansa)
La grossa incursione compiuta ieri da droni ucraini su Mosca, la più pesante finora sulla capitale, è stata appariscente e ha coinciso, non a caso, con la riunione dei ministri della Difesa della Nato e del Gruppo di contatto sull’Ucraina a cui ha partecipato il presidente Volodymyr Zelensky.
Almeno 555 droni ucraini hanno assalito varie regioni russe, dei quali 200 nella direzione di Mosca. Il ministero della Difesa russo li ha considerati «abbattuti». Il sindaco di Mosca Sergei Sobyanin ha affermato che «52 droni sono stati abbattuti a Mosca». Ma ha ammesso: «Diversi droni hanno raggiunto la raffineria di petrolio di Mosca». È un grande impianto della Gazprom Neft, nel quartiere Kapotnya, che da solo fornirebbe il 40% dei carburanti nella regione. La raffineria fu fondata nel 1938 sotto Stalin e venne bombardata nel 1941 da aerei della Luftwaffe, l’aviazione tedesca. Già era stata attaccata martedì. Sono scoppiati incendi nell’impianto e colonne di fumo nero hanno oscurato la capitale, causando la chiusura degli aeroporti di Sheremetyevo, Vnukovo, Domodedovo e Zhukovsky. Danni minori nei sobborghi della città. Colpiti da frammenti il centro commerciale Sadovod, una palazzina a Zhukovsky, evacuata, mentre a Lyubertsy detriti di droni colpiti hanno danneggiato un centro fitness, un centro commerciale e una zona industriale. Nella regione di Mosca ci sono stati 16 feriti, mentre nella regione di Rostov, attaccata da 74 droni, dati per «abbattuti», è morto un uomo, presso un’infrastruttura petrolifera, a Gukovo. Sempre nella zona di Rostov, secondo il governatore Yuri Slyusar ci sono stati «danni a una locomotiva e a due strutture commerciali». Nella regione di Bryansk un’auto su cui viaggiavano una donna con le due figlie di 10 e 11 anni è stata colpita e le due ragazzine sono state ferite. Droni ucraini presso la centrale nucleare di Energodar hanno causato la morte di un dipendente dell’impianto. I russi hanno a loro volta attaccato Kiev e altre zone dell’Ucraina con droni e missili balistici.
Secondo Mosca: «Sono stati colpiti, con un attacco combinato con missili aria-superficie, missili superficie-superficie e droni a lungo raggio, un deposito di combustibili e carburanti nella località di Boryspil-2, nella regione di Kiev, e una raffineria di petrolio a Zaturino, nella regione di Poltava». Bombe russe hanno causato tre morti a Sumy e Shostka.
Se Zelensky ha presentato le nuove incursioni sulla Russia come «giusta reazione» poiché «se l’Ucraina brucia, la vostra Mosca brucerà», il consigliere presidenziale russo Yuris Ushakov ha ribattuto che «i raid non aiutano un possibile incontro fra Zelensky e il presidente Vladimir Putin». Il ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha minacciato «nuovi attacchi su larga scala», aggiungendo che «le parole non bastano». I raid di droni ucraini hanno fatto dire al segretario della Nato Mark Rutte che «l’Ucraina sta cambiando la dinamica sul campo di battaglia» e hanno spinto gli alleati a ulteriori aiuti a Kiev. Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius s’è detto «impressionato» dai raid ucraini, parlando di «slancio» di Kiev, che però, se si limita ai cieli, non basta a vincere. Al Gruppo di contatto s’è parlato di rafforzamento della difesa aerea nell’ambito del Purl, il meccanismo con cui gli europei pagano le fabbriche americane per regalare armi a Kiev. Il premier belga Bart De Wever ha promesso a Zelensky la consegna di sette caccia F-16, di cui tre voleranno e quattro verranno cannibalizzati per i pezzi di ricambio. Il ministro della Difesa inglese ha annunciato che Londra fornirà a Kiev 150.000 droni e 350 missili antiaerei, oltre a radar, per un valore di 752 milioni di sterline. Pistorius ha dichiarato che la Germania stanzierà 200 milioni di dollari per munizioni antiaeree e altri 200 milioni di dollari per missili Patriot Pac-3 destinati agli ucraini, mentre la Svezia ha stanziato 108 milioni di dollari.
Ma anche se gli attacchi a lungo raggio ucraini causano danni in Russia, non sono paragonabili, per distruzioni e morti, alle campagne aeree strategiche capaci davvero di piegare un Paese, tenuto conto che perfino simili offensive aeree, da parte americana, ebbero successo nel 1945 contro Germania e Giappone, ma furono inutili nel 1972 contro il Vietnam del Nord. Sul terreno il fronte è quasi statico o forse vedrebbe ancora i russi avanzare poco a poco. L’esercito di Mosca, dice la Tass, avrebbe preso Rai-Aleksandrovka, nel Donetsk.
L’istituto americano Isw riporta che i russi seguiterebbero a infiltrarsi a Lyman. L’Isw dice che «filmati che mostrano truppe russe controllare Lyman potrebbero essere generati con l'IA», ma solo gli eventi prossimi lo stabiliranno. Prendere Lyman significa minacciare Slovjansk. Idem riguardo ai combattimenti urbani a Kostantinyvka, la cui eventuale caduta esporrebbe Druzhivka e Kramatorsk. La guerra potrebbe essere decisa nella catena di piazzeforti Druzhivka-Kramatorsk-Slovjansk, col lungo macello fra trincee, macerie e granate, ma anche se la propaganda russa esagerasse i successi sul terreno, il pericolo per Kiev non sarebbe minore.
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A sinistra Sergio Spadaro, a destra Fabio De Pasquale (Imagoeconomica)
Il verdetto chiude uno dei capitoli più controversi nati dopo il processo Eni-Nigeria, il procedimento sulla presunta corruzione internazionale legata all’acquisizione del blocco petrolifero Opl 245. Un processo durato anni, costruito attorno all’ipotesi di una maxi-tangente da oltre un miliardo di dollari, e conclusosi nel marzo 2021 con l’assoluzione di tutti gli imputati, compresi l’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi, il suo predecessore Paolo Scaroni, manager, dirigenti e politici nigeriani. Una vicenda che ha comportato costi enormi, di decine di milioni di euro: anni di udienze, consulenze, difese legali, rogatorie, indagini internazionali e risorse della giustizia impegnate su un’accusa che, alla fine, è stata giudicata insussistente.
La sentenza della Cassazione arriva al termine di una giornata processuale segnata dalla requisitoria della sostituta procuratrice generale Cristina Marzagalli, che aveva chiesto l’assoluzione dei due magistrati sostenendo che mancassero sia l’elemento materiale sia quello soggettivo del reato. «I ricorsi degli imputati sono fondati», ha affermato Marzagalli. Secondo la pg, «la condotta dei due magistrati è stata tutt’altro che inerte e omissiva ma proattiva». Inoltre, ha aggiunto, «l’oggetto materiale del rifiuto non esisteva agli atti e non c’è una norma che imponga il deposito in quella fase».
È su questo passaggio che si misura il ribaltamento. Per la Cassazione il fatto non sussiste. Per i giudici di primo grado e per la Corte d’Appello di Brescia, invece, quel mancato deposito aveva avuto tutt’altra natura. Nelle motivazioni d’appello, oltre 130 pagine, i giudici avevano parlato di un «rifiuto consapevole» e di una «omissione di un atto doveroso e indifferibile». Avevano inoltre contestato a De Pasquale e Spadaro una gestione «a doppio binario»: da una parte l’utilizzo degli atti ritenuti utili all’accusa, dall’altra il mancato deposito di quelli potenzialmente favorevoli alle difese.
La decisione della Suprema Corte cancella dunque la condanna e lascia intatto il peso del contrasto tra le sentenze. Due gradi di giudizio avevano ritenuto penalmente rilevante la condotta dei pm, mentre la Cassazione ha escluso alla radice l’esistenza stessa del reato.
«L’avvocato Fabio Federico ed io siamo veramente felici: è una sentenza che fa giustizia di tanti anni di sofferenze», ha commentato il difensore dei due pm, Massimo Dinoia. «Vorremmo rimarcare che le conclusioni del pg della Cassazione sono state totali: ha chiesto infatti l’insussistenza sia del fatto materiale che, in subordine, dell’elemento soggettivo. Più di così non poteva dire».
Le «sofferenze» richiamate da Dinoia dimenticano però una vicenda molto più ampia, con 15 imputati trascinati per anni in un processo che ha mobilitato procure, tribunali, autorità straniere e collegi difensivi attorno all’accusa di una tangente miliardaria poi ritenuta inesistente dal Tribunale di Milano. Il 17 marzo 2021 tutti gli imputati furono assolti con la formula «perché il fatto non sussiste». Nel 2022 la Procura generale rinunciò all’appello. Anche le autorità statunitensi avevano già chiuso le proprie indagini nel settembre 2019. E anche per quelle nigeriane la vicenda è ormai chiuso, tanto che Eni ha di recente trovato nuovi accordi con Abuja.
Nel frattempo, a quanto pare, De Pasquale non considera ancora chiusa la partita. L’ex procuratore aggiunto ha avviato una nuova iniziativa attraverso l’avvocato Fabio Repici, legale molto noto per il lavoro svolto in procedimenti legati alle stragi di mafia e alla criminalità organizzata. Repici assiste oggi De Pasquale in una richiesta collegata all’inchiesta Equalize, con l’obiettivo di verificare se negli atti sequestrati possano emergere tracce di manovre contro il magistrato e contro il processo Eni-Nigeria.
Nella documentazione vengono richiamati, tra gli altri, il responsabile degli affari legali di Eni Stefano Speroni, il pm Paolo Storari e l’ex avvocato esterno di Eni Piero Amara. La Procura di Milano, guidata da Marcello Viola, non ha deciso direttamente sugli accertamenti richiesti e ha trasmesso gli atti alla Procura di Brescia, competente quando possibili parti offese sono magistrati del distretto milanese.
È un fronte ancora aperto che mostra come la partita su Opl 245 non sia del tutto chiusa. La Cassazione mette fine al procedimento penale per De Pasquale e Spadaro, ma la vicenda continua ad avere conseguenze sulla loro carriera. De Pasquale non era stato confermato dal Csm nell’incarico di procuratore aggiunto, mentre Spadaro è oggi procuratore europeo delegato Eppo a Milano.
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Il fermaglio ritrovato ieri sul sentiero vicino alla casa famigla. Nel riquadro Alysia e Sarah (Ansa)
Nella giornata di ieri, un fermaglio rosso con piccoli fiorellini bianchi è stato trovato nei pressi della casa famiglia. La prima vera traccia. Lo ha reso noto l’associazione Penelope. Il papà ha confermato che Sarah portava spesso dei fermagli, quindi si presume che appartenga proprio a lei. Le ricerche, intanto, proseguono senza sosta e si sono concentrate nelle aree che circondano la comunità che ospitava le giovani, nell’Aquilano. Subito dopo la segnalazione della scomparsa, le forze dell’ordine stanno setacciando la zona. Le attività di ricerca, coordinate dalla Procura di Sulmona, si stanno dirigendo pure in diversi Comuni del comprensorio cassinate, dove sono stati effettuati controlli in casolari, abitazioni isolate e strutture rurali.
Secondo quanto emerso finora, una delle ipotesi investigative è che le due ragazze possano aver trovato rifugio grazie all’aiuto di un adulto o di persone a loro vicine. Gli inquirenti non escludono che, dopo l’allontanamento dalla struttura abruzzese, possano essersi spostate verso un’area più vicina ai luoghi della loro infanzia e alle relazioni maturate negli anni precedenti. Le piccole erano monitorate dai servizi sociali dal 2020, dopo la difficile separazione dei genitori. Lo scorso 28 maggio, il tribunale aveva emesso un provvedimento con cui dichiarava decaduta la potestà genitoriale della mamma Valentina D’Acunto, riconoscendola invece al papà Stefano Di Giacinto.
Gli investigatori stanno indagando ad ampio raggio non escludendo l’ipotesi del rapimento. Le ricerche si sono appunto allargate alla zona del Cassinate proprio perché questo territorio rappresenta una naturale cerniera territoriale con Minturno e il Sud pontino, zona dalla quale proviene la famiglia. La Procura di Cassino e quella di Sulmona stanno collaborando in modo sinergico. Il procuratore capo di Cassino, Carlo Fucci, e il procuratore capo di Sulmona, Luciano D’Angelo, mantengono un costante scambio di informazioni investigative finalizzato alla ricostruzione del contesto familiare e relazionale delle ragazze. Tra gli elementi trasmessi agli uffici abruzzesi vi sarebbero anche atti e documentazione relativi alla complessa vicenda familiare, caratterizzata negli anni da una forte conflittualità tra i genitori e da provvedimenti del tribunale per i minorenni che avevano portato all’inserimento delle due sorelle nel circuito delle comunità educative.
L’inchiesta aperta dalla Procura di Sulmona procede per il reato di sottrazione di minori contro ignoti. Gli investigatori stanno verificando la possibilità che qualcuno abbia favorito o organizzato l’allontanamento delle ragazze dalla struttura. Questa ipotesi è rafforzata dal fatto che le due sorelline sarebbero uscite senza i cellulari. Infatti, i loro telefonini sono stati trovati nella casa famiglia e restituiti alla mamma. Ma, nelle ultime ore è emerso che le minori sarebbero in possesso di altri due cellulari le cui schede però risultano intestate a un uomo di origine kosovara e al compagno della mamma di Sarah e Alisya. Gli inquirenti stanno visionando tutte le immagini delle telecamere di videosorveglianza acquisite nelle ore successive alla scomparsa per capire se qualcuno si sia avvicinato alle ragazzine.
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La sede del Ministero della Cultura (Ansa)
«Marcell*, come here». Da scrivere rigorosamente con l’asterisco perché 66 anni dopo, l’umida e felliniana passeggiata di Anita Ekberg con sciabordio sarà un trionfo genderfluid. Accade stasera nella Roma pervasa da ogni tipo di gay pride (domani l’apoteosi con la sfilatissima), dove anche la fontana di Trevi diventa arcobaleno per un colpo di mano del serissimo (un tempo) Istituto centrale per la grafica, emanazione diretta del ministero della Cultura. L’evento a chiare tinte Lgtbq+ è annunciato con un fremito di emozione dal vertice dell’Icg: «Sarà una serata d’arte, di musica e di inclusione, con un mix di linguaggi diversi e prospettive contemporanee, nel segno della libertà espressiva e del dialogo tra patrimonio culturale e pubblici diversificati con una particolare attenzione ai giovani e agli under 30».
Tutto più liquido dell’acqua verdognola dove baluginano le monete dei turisti. Tutto così sfacciatamente queer. Tutto per effetto di un blitz sotterraneo che sta mettendo in imbarazzo il ministro Alessandro Giuli, avvenuto a sua insaputa. A orchestrare la sorpresa è stato il direttore dell’istituto, Fabio De Chirico, dirigente del ministero, inventore del «Grafica Pride» e ferreo custode delle istanze progressiste, già intruppato nei boys della lunga stagione di Dario Franceschini. È il destino delle stanze del potere dove si affastellano nella penombra i relitti politici di altre ere geologiche. Non fai in tempo a voltarti da una parte che dietro l’angolo c’è qualcuno con la pulsione che rese famoso Stefano Ricucci: «Fare i fro… col ministro degli altri».
Così, improvvisamente, scopriamo che esiste il Grafica Pride. E che un ente pubblico con scopi culturali del tutto estranei alla propaganda ideologica si autonomina sponsor della sarabanda genderfluid. Come se Leonardo decidesse di dipingere in giugno i carri armati di rosa e la Zecca di Stato prendesse l’iniziativa di emettere valori bollati con la bandiera arcobaleno sormontata da simboli intersexual. Quasi tutto a spese dei contribuenti, come sottolinea Pro Vita & Famiglia, «visto che gli eventi (congressi, convegni, mostre) vengono sostenuti da finanziamento pubblico che per il 2026 ammonta a quasi 89.000 euro. E che il bilancio dell’Istituto centrale di grafica ha un avanzo di bilancio di 8,3 milioni di euro».
Dicevamo del blitz in penombra. Per rendere gaia la fontana progettata dall’architetto Nicola Salvi quasi 300 anni fa su richiesta di papa Clemente XII era necessario non farlo sapere al consiglio d’amministrazione, composto - oltre che dal frondista De Chirico - dai consiglieri designati dal Mic e dal Consiglio superiore dei Beni culturali Gianfranco Ferroni, Angelo Mellone, Paolo Corsini e Marco Tortoioli Ricci (quest’ultimo indicato dalla conferenza Stato-Regioni). Immediatamente dopo essere venuti a conoscenza del bizzarro Pride di complemento, i primi tre si sono dissociati. Ma ormai l’arcobaleno aleggiava sulla fontana.
Informato della deriva Village People, il ministro Giuli, parlando con La Verità, ha preso le distanze. «Sono stupefatto. Al di là del fatto che risulti più o meno inappuntabile sotto il profilo procedurale, ritengo l’iniziativa incoerente con le mie aspettative rispetto al lavoro dell’Istituto centrale di grafica. Sono anche stupito dal fatto che l’iniziativa non abbia coinvolto né la direzione generale dei musei, né il capo dipartimento, né il capo di gabinetto del ministero, né il ministro stesso. Il direttore ha il dovere di mantenere collegamenti con i suoi diretti superiori, soprattutto quando si tratta di iniziative che escono dal perimetro della missione dell’istituto. Non si tratta di essere pro gender o no gender, si tratta di avere una maggiore consapevolezza istituzionale. Ben venga un confronto su tutto ma ci sono luoghi più appropriati. E questo non è neanche un confronto, è l’adesione a una manifestazione profilata in un senso preciso, con un chiaro riverbero politico. Ciò detto, il ministro non censura, esprime la propria opinione e verifica che tutto sia fatto nel rispetto delle procedure». Stay tuned, qualche testa rischia di rotolare.
Il programma è tutto un programma, perfetto per un governo di sinistra ultrawoke. La serata con l’asterisco comincia con la presentazione del volume «Musei, genere e queerness», dove De Chirico dialoga con Viviana Gravano (storica dell’arte contemporanea che lavora da anni sui temi del postcoloniale e sugli studi di genere) e Annalisa Sacchi, docente di Estetica del teatro all’Università Iuav di Venezia dove ha istituito un percorso di «studi performativi e di genere», concentrato sulla sessualità e sulle «prospettive critiche decoloniali».
La kermesse viene annunciata così: «Un’occasione per riflettere sul ruolo dei musei come spazi aperti e inclusivi, capaci di accogliere nuove narrazioni e di interrogare il rapporto tra istituzioni culturali, identità, genere e rappresentazione». È un imperdibile viaggio dentro «queerness e museologia», con la pretesa di mettere la bandiera del Pride sugli spazi espositivi permanenti italiani. Chi si presenta col salvagente davanti al monumento simbolo della romanità per non annegare nel conformismo fluido, avrà un’ulteriore sorpresa: una performance dal titolo «L’amore che non osa dire il suo nome», con la drag queen Ilythia Gothier, famosa per il video su Tik Tok nel quale teorizza: «Non posso vivere una vita senza tacco a stiletto». Sarà accompagnata dalla collega Céline Esprit.
Nessun dubbio sull’estrazione ideologica, ancora meno sulla trappola per il ministro. Mentre la fontana di Trevi si prepara alla notte transgender, la speranza di noi cinefili da basso impero vira verso la commedia: e se nottetempo Totò la vendesse a un turista trumpiano?
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