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2018-06-22
Sblocco dei punteggi e più risorse agli atenei
ANSA
Un uomo di scuola. Che conosce bene il mondo della scuola. E che intende «ascoltare con cura e attenzione tutte le componenti per affrontare il lavoro insieme, nel rispetto dei ruoli». Si presenta così il neo ministro dell'Istruzione, università e ricerca Marco Bussetti. Con una promessa: «La scuola sarà per tutti una finestra sul mondo». Lombardo di Gallarate, classe 1962 e laureato all'università Cattolica di Milano, insegnante e dirigente scolastico, il nuovo responsabile del dicastero di viale Trastevere marca subito le differenze con chi l'ha preceduto. Ovvero Valeria Fedeli, finita nell'occhio del ciclone per un curriculum non all'altezza del ruolo che andava a ricoprire. Spetta a Bussetti raccogliere la sua eredità, carica di polemiche e problemi mai risolti. Si va dall'obbligo vaccinale, che rischia di tenere lontano dai banchi migliaia di bambini, alle liste di attesa nei nidi pubblici. Ma ci sono anche le aggressioni nei confronti dei docenti, per i quali Bussetti ha già annunciato che il ministero si costituirà parte civile, e l'uso dei telefonini in aula che sarà regolato dai singoli istituti.
Ma c'è anche un'altra questione urgentissima all'ordine del giorno, che riguarda gli atenei italiani. E sulla quale il nuovo ministro sarà chiamato a dare risposte certe. Il decreto attraverso il quale vengono assegnati i punti organico alle università, indispensabili per la programmazione del personale nel 2018, è ancora bloccato e con esso il destino dei ricercatori. Infatti il documento non è stato firmato dall'esecutivo Gentiloni come atto di ordinaria amministrazione nelle ultimissime fasi del suo mandato, e adesso aspetta un improrogabile atto di Bussetti per uscire dall'impasse. Non va inoltre dimenticato il dramma della dispersione scolastica, il discutibile sistema di reclutamento degli insegnanti, il flop dell'alternanza scuola-lavoro e i mali che da sempre affliggono università e ricerca. Ma il nuovo ministro, ex provveditore agli studi di Milano, va avanti per la sua strada con un obiettivo: superare il prima possibile la contestatissima Buona scuola di Matteo Renzi. Come sottolinea anche il contratto di governo Lega-5 Stelle: «In questi anni le riforme che hanno coinvolto il mondo della scuola si sono mostrate insufficienti e spesso inadeguate, come la cosiddetta Buona scuola, ed è per questo che intendiamo superarle con urgenza per consentire un necessario cambio di rotta». La Verità ha sintetizzato in cinque punti i temi più caldi.
Stipendi bassi, scarse aspettative di carriera, precariato infinito, necessità di cambiare città per coprire una cattedra. Sono solo alcuni dei nodi che strozzano il mondo dell'insegnamento nel nostro Paese. Nodi che l'esecutivo di Paolo Gentiloni non è riuscito a sciogliere. Tanto che lo scorso 20 dicembre una sentenza del Consiglio di Stato ha annunciato l'uscita dalle graduatorie, e quindi il licenziamento, di circa 6.000 maestri già in ruolo ma in possesso del solo diploma di scuola magistrale. Su questo punto il contratto di governo parla chiaro: «Particolare attenzione dovrà essere posta sulla questione dei diplomati magistrali e in generale sul problema del precariato nella scuola dell'infanzia e nella primaria». La squadra del premier Giuseppe Conte intende riformare anche il sistema di reclutamento del corpo insegnante: «Saranno introdotti nuovi strumenti che tengano conto del legame dei docenti con il loro territorio, affrontando all'origine il problema dei trasferimenti, che non consentono un'adeguata continuità didattica». In questo quadro potrebbe sparire anche la «chiamata diretta» introdotta dalla Buona scuola, che consente ai dirigenti di scegliere alcuni docenti.
Altro problema cruciale riguarda l'abbandono scolastico, che in alcune aree del Paese ha raggiunto livelli di allarme. Basti pensare che, in base all'ultimo documento della Cabina di regia sulla dispersione scolastica, in Italia fra il 2015 e il 2016 oltre 14.000 alunni delle scuole medie hanno lasciato gli studi. Si tratta dello 0,8% del totale. Una percentuale che al Sud sale all'1%. Le regioni che soffrono di più sono Sicilia, Calabria, Campania e Lazio. Quelle più virtuose sono Emilia Romagna e Marche. Anche questo tema è toccato dal contratto di governo: «Una scuola inclusiva deve essere in grado di limitare la dispersione scolastica che in alcune regioni raggiunge percentuali non più accettabili. A tutti gli studenti deve essere consentito l'accesso agli studi, nel rispetto del principio di uguaglianza di tutti i cittadini».
C'è un altro punto sul quale negli ultimi mesi si è innescata una forte polemica: il fallimento dell'alternanza scuola-lavoro, introdotta con la riforma democratica. Si tratta di un'esperienza di lavoro, sotto forma di stage, dedicata agli studenti dei cicli superiori: 200 ore per i licei e 400 per gli istituti tecnici e professionali. L'obiettivo era avvicinare il mondo dell'istruzione a quello dell'occupazione. Il risultato è stato, invece, un caos. E così il nuovo ministro dovrà correggere il futuro di questa sperimentazione. Da parte sua, il contratto di governo specifica che «quello che avrebbe dovuto rappresentare un efficace strumento di formazione dello studente si è presto trasformato in un sistema inefficace, con ragazzi impegnati in attività che nulla hanno a che fare con l'apprendimento. Uno strumento così delicato, che non preveda alcun controllo né sulla qualità delle attività svolte né sull'attitudine che queste hanno con il ciclo di studi dello studente, non può che considerarsi dannoso».
Altra questione da tempo all'ordine del giorno, riguarda le liste di attesa per accedere agli asili nido pubblici. Su questo il contratto di governo non si esprime, ma il malcontento delle famiglie sta crescendo. In moltissime città le graduatorie sono già intasate. A Trieste il 47% delle domande è stato rifiutato perché i posti non bastano. A Pavia quasi una famiglia su due rischia di non poter iscrivere il bimbo e di dover ripiegare sulle strutture private. Stessa situazione a Parma, dove gli esclusi hanno già toccato quota 1.000, e in Alto Adige dove il problema riguarda il 19% delle iscrizioni.
Infine, ci sono l'università e la ricerca, che in Italia soffrono sempre più. Per le baronie intoccabili, l'assenza di investimenti e l'emorragia di cervelli. «Nel corso degli ultimi anni il nostro Paese si è contraddistinto a livello europeo per una continua riduzione degli investimenti nel comparto del nostro sistema universitario e di ricerca», recita il contratto firmato da Matteo Salvini e Luigi Di Maio. «È pertanto urgente e necessario assicurare un'inversione di marcia. È prioritario incrementare le risorse destinate all'università e agli enti di ricerca e ridefinire i criteri di finanziamento». Di qui una serie di promesse: «È necessario avere una classe docente all'altezza delle aspettative, eticamente ineccepibile. Occorre riformare il sistema di reclutamento per renderlo meritocratico, trasparente e corrispondente alle reali esigenze scientifico-didattiche degli atenei, garantendo il regolare turn-over dei docenti». Senza tralasciare il diritto allo studio per «incrementare la percentuale di laureati nel nostro Paese, oggi tra le più basse d'Europa». Proprio per questo il nuovo governo intende ampliare «la platea di studenti beneficiari dell'esenzione totale dal pagamento delle tasse di iscrizione all'università, la cosiddetta no-tax area». Eliminando al tempo stesso i baronati «che sfruttano in maniera illegittima le risorse e il personale.
Gli insegnanti di religione chiedono un concorso: «Assumete i precari»
L'insegnamento della religione cattolica è l'unica disciplina curricolare, nella scuola italiana, che viene scelta anno per anno dagli alunni o dai loro genitori. E questo in forza della revisione del Concordato del 1929 (tra Benito Mussolini e Pio XI), avutasi con l'intesa siglata da Bettino Craxi e il cardinal Agostino Casaroli, nel 1984. In quello storico testo, si faceva presente che: «La Repubblica Italiana, riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, continuerà ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non universitarie di ogni ordine e grado».
Spesso si parla del valore e dell'importanza delle radici culturali, dell'identità e perfino del recupero della tradizione, e se ne parla ormai non solo a destra. Pochi però capiscono che le radici, pur antiche e consolidate, vanno annaffiate e trasmesse, e gli insegnanti di religione, con tanti limiti, si sforzano di fare proprio questo. Molti intellettuali, come Umberto Eco o Massimo Cacciari, hanno lamentato a volte l'ignoranza dei giovani e non solo, su ciò che concerne la Bibbia, l'arte cristiana e la storia del cristianesimo d'Occidente. Se un minimo di conoscenze restano diffuse nel nostro popolo lo si deve, almeno in parte, ai valorosi docenti di religione che propongono e non impongono un bagaglio autorevole e arricchente per tutti, stranieri inclusi.
Recentemente, però, una delegazione di amministratori locali del Comune di Firenze ha depositato in Cassazione una domanda per inserire una disciplina di educazione alla cittadinanza, all'interno del già sovraccarico monte ore previsto per le discipline curricolari. Un rappresentante dell'Unione atei e agnostici razionalisti (Uaar), Roberto Grandene, si è servito della proposta per ribadire la loro peraltro mai celata volontà di scristianizzare l'Italia. Ha infatti dichiarato: «Cogliamo l'occasione per rilanciare l'idea di spostare l'insegnamento della religione cattolica (Irc) in orario extrascolastico, così da creare lo spazio necessario all'introduzione delle ore di educazione alla cittadinanza, mirante a diffondere la conoscenza del principio di eguaglianza con le sue declinazioni più urgenti quali quella del contrasto alla disparità di genere e di etnia, di religione».
Pochi sanno che esiste anche un sindacato specifico per la tutela degli insegnanti di religione, lo Snadir. Fondato nel 1993, apolitico e apartitico, conta quasi 9.000 iscritti, diffusi in tutta Italia, con un'ottima proporzione dunque dell'insieme dei docenti di religione. Recentemente sul loro sito Internet esprimevano plauso per la scelta di Marco Bussetti quale ministro dell'Istruzione nel nuovo governo Conte.
Dal 2003, grazie all'impegno dell'allora ministro Letizia Moratti, non si è più avuto un concorso nazionale per gli insegnanti di religione (che in teoria vista la normativa dovrebbe ripetersi ogni tre anni), e i sindacalisti dello Snadir si sono fatti sentire più volte, anche attraverso colloqui informali con l'ex ministro Valeria Fedeli. Ora, secondo i dirigenti sindacali Orazio Ruscica e Claudio Giudobaldi, i tempi sono più che maturi per un nuovo concorso e la messa in ruolo definitiva di troppo docenti che da anni attendono invano di uscire dal precariato. Sarebbe un'occasione per sanare le pendenze e dare speranza a migliaia di giovani insegnanti che vivono la vita a scuola come una missione educativa.
Fabrizio Cannone
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Il nuovo ministro Marco Bussetti deve superare il fardello della Buona scuola . A partire dal decreto per l'assegnazione dei ricercatori all'università e dal nodo dei maestri diplomati licenziati. Regole per l'uso dei telefonini in aula, frenata sui trasferimenti dei docenti.Gli insegnanti di religione chiedono un concorso: «Assumete i precari». Manca dal 2003. Ma l'Unione atei vuole che l'ora introdotta dal Concordato sia abolita.Lo speciale contiene due articoli.Un uomo di scuola. Che conosce bene il mondo della scuola. E che intende «ascoltare con cura e attenzione tutte le componenti per affrontare il lavoro insieme, nel rispetto dei ruoli». Si presenta così il neo ministro dell'Istruzione, università e ricerca Marco Bussetti. Con una promessa: «La scuola sarà per tutti una finestra sul mondo». Lombardo di Gallarate, classe 1962 e laureato all'università Cattolica di Milano, insegnante e dirigente scolastico, il nuovo responsabile del dicastero di viale Trastevere marca subito le differenze con chi l'ha preceduto. Ovvero Valeria Fedeli, finita nell'occhio del ciclone per un curriculum non all'altezza del ruolo che andava a ricoprire. Spetta a Bussetti raccogliere la sua eredità, carica di polemiche e problemi mai risolti. Si va dall'obbligo vaccinale, che rischia di tenere lontano dai banchi migliaia di bambini, alle liste di attesa nei nidi pubblici. Ma ci sono anche le aggressioni nei confronti dei docenti, per i quali Bussetti ha già annunciato che il ministero si costituirà parte civile, e l'uso dei telefonini in aula che sarà regolato dai singoli istituti. Ma c'è anche un'altra questione urgentissima all'ordine del giorno, che riguarda gli atenei italiani. E sulla quale il nuovo ministro sarà chiamato a dare risposte certe. Il decreto attraverso il quale vengono assegnati i punti organico alle università, indispensabili per la programmazione del personale nel 2018, è ancora bloccato e con esso il destino dei ricercatori. Infatti il documento non è stato firmato dall'esecutivo Gentiloni come atto di ordinaria amministrazione nelle ultimissime fasi del suo mandato, e adesso aspetta un improrogabile atto di Bussetti per uscire dall'impasse. Non va inoltre dimenticato il dramma della dispersione scolastica, il discutibile sistema di reclutamento degli insegnanti, il flop dell'alternanza scuola-lavoro e i mali che da sempre affliggono università e ricerca. Ma il nuovo ministro, ex provveditore agli studi di Milano, va avanti per la sua strada con un obiettivo: superare il prima possibile la contestatissima Buona scuola di Matteo Renzi. Come sottolinea anche il contratto di governo Lega-5 Stelle: «In questi anni le riforme che hanno coinvolto il mondo della scuola si sono mostrate insufficienti e spesso inadeguate, come la cosiddetta Buona scuola, ed è per questo che intendiamo superarle con urgenza per consentire un necessario cambio di rotta». La Verità ha sintetizzato in cinque punti i temi più caldi.Stipendi bassi, scarse aspettative di carriera, precariato infinito, necessità di cambiare città per coprire una cattedra. Sono solo alcuni dei nodi che strozzano il mondo dell'insegnamento nel nostro Paese. Nodi che l'esecutivo di Paolo Gentiloni non è riuscito a sciogliere. Tanto che lo scorso 20 dicembre una sentenza del Consiglio di Stato ha annunciato l'uscita dalle graduatorie, e quindi il licenziamento, di circa 6.000 maestri già in ruolo ma in possesso del solo diploma di scuola magistrale. Su questo punto il contratto di governo parla chiaro: «Particolare attenzione dovrà essere posta sulla questione dei diplomati magistrali e in generale sul problema del precariato nella scuola dell'infanzia e nella primaria». La squadra del premier Giuseppe Conte intende riformare anche il sistema di reclutamento del corpo insegnante: «Saranno introdotti nuovi strumenti che tengano conto del legame dei docenti con il loro territorio, affrontando all'origine il problema dei trasferimenti, che non consentono un'adeguata continuità didattica». In questo quadro potrebbe sparire anche la «chiamata diretta» introdotta dalla Buona scuola, che consente ai dirigenti di scegliere alcuni docenti.Altro problema cruciale riguarda l'abbandono scolastico, che in alcune aree del Paese ha raggiunto livelli di allarme. Basti pensare che, in base all'ultimo documento della Cabina di regia sulla dispersione scolastica, in Italia fra il 2015 e il 2016 oltre 14.000 alunni delle scuole medie hanno lasciato gli studi. Si tratta dello 0,8% del totale. Una percentuale che al Sud sale all'1%. Le regioni che soffrono di più sono Sicilia, Calabria, Campania e Lazio. Quelle più virtuose sono Emilia Romagna e Marche. Anche questo tema è toccato dal contratto di governo: «Una scuola inclusiva deve essere in grado di limitare la dispersione scolastica che in alcune regioni raggiunge percentuali non più accettabili. A tutti gli studenti deve essere consentito l'accesso agli studi, nel rispetto del principio di uguaglianza di tutti i cittadini».C'è un altro punto sul quale negli ultimi mesi si è innescata una forte polemica: il fallimento dell'alternanza scuola-lavoro, introdotta con la riforma democratica. Si tratta di un'esperienza di lavoro, sotto forma di stage, dedicata agli studenti dei cicli superiori: 200 ore per i licei e 400 per gli istituti tecnici e professionali. L'obiettivo era avvicinare il mondo dell'istruzione a quello dell'occupazione. Il risultato è stato, invece, un caos. E così il nuovo ministro dovrà correggere il futuro di questa sperimentazione. Da parte sua, il contratto di governo specifica che «quello che avrebbe dovuto rappresentare un efficace strumento di formazione dello studente si è presto trasformato in un sistema inefficace, con ragazzi impegnati in attività che nulla hanno a che fare con l'apprendimento. Uno strumento così delicato, che non preveda alcun controllo né sulla qualità delle attività svolte né sull'attitudine che queste hanno con il ciclo di studi dello studente, non può che considerarsi dannoso».Altra questione da tempo all'ordine del giorno, riguarda le liste di attesa per accedere agli asili nido pubblici. Su questo il contratto di governo non si esprime, ma il malcontento delle famiglie sta crescendo. In moltissime città le graduatorie sono già intasate. A Trieste il 47% delle domande è stato rifiutato perché i posti non bastano. A Pavia quasi una famiglia su due rischia di non poter iscrivere il bimbo e di dover ripiegare sulle strutture private. Stessa situazione a Parma, dove gli esclusi hanno già toccato quota 1.000, e in Alto Adige dove il problema riguarda il 19% delle iscrizioni.Infine, ci sono l'università e la ricerca, che in Italia soffrono sempre più. Per le baronie intoccabili, l'assenza di investimenti e l'emorragia di cervelli. «Nel corso degli ultimi anni il nostro Paese si è contraddistinto a livello europeo per una continua riduzione degli investimenti nel comparto del nostro sistema universitario e di ricerca», recita il contratto firmato da Matteo Salvini e Luigi Di Maio. «È pertanto urgente e necessario assicurare un'inversione di marcia. È prioritario incrementare le risorse destinate all'università e agli enti di ricerca e ridefinire i criteri di finanziamento». Di qui una serie di promesse: «È necessario avere una classe docente all'altezza delle aspettative, eticamente ineccepibile. Occorre riformare il sistema di reclutamento per renderlo meritocratico, trasparente e corrispondente alle reali esigenze scientifico-didattiche degli atenei, garantendo il regolare turn-over dei docenti». Senza tralasciare il diritto allo studio per «incrementare la percentuale di laureati nel nostro Paese, oggi tra le più basse d'Europa». Proprio per questo il nuovo governo intende ampliare «la platea di studenti beneficiari dell'esenzione totale dal pagamento delle tasse di iscrizione all'università, la cosiddetta no-tax area». 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In quello storico testo, si faceva presente che: «La Repubblica Italiana, riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, continuerà ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non universitarie di ogni ordine e grado». Spesso si parla del valore e dell'importanza delle radici culturali, dell'identità e perfino del recupero della tradizione, e se ne parla ormai non solo a destra. Pochi però capiscono che le radici, pur antiche e consolidate, vanno annaffiate e trasmesse, e gli insegnanti di religione, con tanti limiti, si sforzano di fare proprio questo. Molti intellettuali, come Umberto Eco o Massimo Cacciari, hanno lamentato a volte l'ignoranza dei giovani e non solo, su ciò che concerne la Bibbia, l'arte cristiana e la storia del cristianesimo d'Occidente. Se un minimo di conoscenze restano diffuse nel nostro popolo lo si deve, almeno in parte, ai valorosi docenti di religione che propongono e non impongono un bagaglio autorevole e arricchente per tutti, stranieri inclusi. Recentemente, però, una delegazione di amministratori locali del Comune di Firenze ha depositato in Cassazione una domanda per inserire una disciplina di educazione alla cittadinanza, all'interno del già sovraccarico monte ore previsto per le discipline curricolari. Un rappresentante dell'Unione atei e agnostici razionalisti (Uaar), Roberto Grandene, si è servito della proposta per ribadire la loro peraltro mai celata volontà di scristianizzare l'Italia. Ha infatti dichiarato: «Cogliamo l'occasione per rilanciare l'idea di spostare l'insegnamento della religione cattolica (Irc) in orario extrascolastico, così da creare lo spazio necessario all'introduzione delle ore di educazione alla cittadinanza, mirante a diffondere la conoscenza del principio di eguaglianza con le sue declinazioni più urgenti quali quella del contrasto alla disparità di genere e di etnia, di religione». Pochi sanno che esiste anche un sindacato specifico per la tutela degli insegnanti di religione, lo Snadir. Fondato nel 1993, apolitico e apartitico, conta quasi 9.000 iscritti, diffusi in tutta Italia, con un'ottima proporzione dunque dell'insieme dei docenti di religione. Recentemente sul loro sito Internet esprimevano plauso per la scelta di Marco Bussetti quale ministro dell'Istruzione nel nuovo governo Conte. Dal 2003, grazie all'impegno dell'allora ministro Letizia Moratti, non si è più avuto un concorso nazionale per gli insegnanti di religione (che in teoria vista la normativa dovrebbe ripetersi ogni tre anni), e i sindacalisti dello Snadir si sono fatti sentire più volte, anche attraverso colloqui informali con l'ex ministro Valeria Fedeli. Ora, secondo i dirigenti sindacali Orazio Ruscica e Claudio Giudobaldi, i tempi sono più che maturi per un nuovo concorso e la messa in ruolo definitiva di troppo docenti che da anni attendono invano di uscire dal precariato. Sarebbe un'occasione per sanare le pendenze e dare speranza a migliaia di giovani insegnanti che vivono la vita a scuola come una missione educativa.Fabrizio Cannone
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».