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2018-07-04
Salvini «sfratta» Boeri per colpire la Fornero
Ansa
Tito Boeri stai sereno. Parafrasandro il celebre motto renziano scagliato contro Enrico Letta c'è da attendersi l'imminente sfratto del numero uno dell'Inps. Con la differenza che il vicepremier Matteo Salvini non ama gli hashtag ma preferisce impugnare la mannaia e farsi inquadrare durante una diretta Facebook. Ieri ha detto: «L'immigrazione positiva, pulita, che porta idee, energie e rispetto è la benvenuta. Il mio problema sono i delinquenti, come quello che ha ammazzato un italiano di 77 anni a Sessa Aurunca, preso a pugni da una di queste “risorse" che ci dovrebbero pagare le pensioni. Perché c'è ancora qualche fenomeno, penso anche al presidente dell'Inps, che dice che senza immigrati è un disastro. Ma ci sarà tanto da cambiare anche in questi apparati pubblici». Solo quattro giorni fa il presidente dell'Inps aveva ribadito che il «calo degli immigrati è un problema per le pensioni». L'azzeramento dei flussi ha sempre sostenuto Boeri impatterebbe sul gettito contributivo. Le proiezioni demografiche «ci dicono», ha sbandierato più volte, «che nel giro di pochi anni, se i flussi dovessero ridursi ulteriormente o addirittura azzerarsi, perderemmo città intere di popolazione italiana». La posizione però non ha numeri a suo sostegno. E il parere non è nostro ma addirittura di Bankitalia che smonta le posizioni liberal con uno studio sintetico e dalla mentalità aperta e scevra di pregiudizi. Tant'è che i risultati ne sfatano più di uno, a cominciare dal ruolo benefico (sbandierato dalla sinistra) che gli immigrati svolgono per il nostro sistema Paese e dal contributo che portano alla crescita del Pil, dei consumi e della produttività.
Innanzitutto nell'occasional paper di Palazzo Koch, firmato da Federico Barbiellini Amidei, Matteo Gomellini e Paolo Piselli, si spiega che il dividendo demografico è rimasto sostanzialmente positivo fino al 2010. Natalità e tasso di mortalità hanno consentito un trend positivo fino a otto anni fa. A quel punto si apre una forbice tra i due tassi che è destinata ad accentuarsi nel futuro: le proiezioni dell'Istat indicano per il prossimo cinquantennio un rialzo dei tassi mortalità, «dinamica su cui incide la composizione per età che vede una quota di popolazione anziana sempre più consistente. La natalità rimarrà, invece, sui livelli attuali eccezionalmente bassi». Ne segue che «i flussi migratori previsti limiteranno l'ampiezza di tale contributo negativo», anche se «non saranno in grado di invertirne il segno». A pagina 18 del documento si comprende numericamente il senso dell'affermazione. «Nel decennio 2001-2011, con una popolazione straniera residente che supera i 4,5 milioni (7,7% del totale), il contributo demografico degli immigrati è considerevole (1,1%) e compensa parzialmente il dividendo demografico negativo che origina dalla popolazione italiana (-4,2%). Nell'ultimo difficile quinquennio, il contributo degli stranieri si attesta su un più modesto 0,2%». In pratica, la componente dell'immigrazione vale solo nel breve termine. Esaurito l'effetto della prima generazione, le nuove comunità si adeguano anche ai trend demografici autoctoni «depressi».
A pagina 19 del paper i tre economisti lo scrivono chiaramente: «L'apporto specifico dell'immigrazione sarebbe favorevole nei prossimi tre decenni, ma partire dal 2041 anche il contributo dell'immigrazione diverrebbe negativo». Una frase che da sola smonta tutte le teorie sostenute dal governo uscente e pure dal numero uno dell'Inps. A questo punto viene da chiedersi perché insista sulla linea. Forse per mantenere alto l'allarme sulla riforma delle pensioni. Per creare una cortina fumogena che impedisca un intervento contro la legge Fornero. Perché al di là del battibecco sugli immigrati il nodo è proprio questo. Salvini sa bene che finché Boeri resterà al vertice dell'Inps avrà serie difficoltà a fra passare quota 100, e successivamente quota 41.
Claudio Antonelli
Di Maio: «Licenziato il Jobs act». E la Lega aspetta i 5 stelle in Aula
Il testo del decreto esce dal Consiglio dei ministri serale decisamente alleggerito. Contiene tre filoni: il primo riguarda il lavoro, il secondo il gioco di Stato e il terzo le tasse. La leggerezza si sente soprattutto nella terza parte, relativa alle tematiche fiscali. Gli interventi di semplificazione e di alleggerimento Iva restano un mero appunto. La linea sostenuta ieri in Aula da Giovanni Tria, ministro dell'Economia, è molto semplice. Niente coperture. Niente tagli o novità fiscali. Tutto il resto può essere approvato. Ecco che la prima parte del decreto è riuscita a vedere la luce proprio perché tendenzialmente scarica sulle aziende il maggiore costo dei contratti a termine. Chi sperava in un taglio del cuneo fiscale è rimasto deluso. Sarebbe stato il vero volano per far ripartire il mercato del lavoro. Bisogna invece accontentarsi di interventi che vanno nella direzione della tutela dei precari e dei sottopagati. Senza che il sistema dei contratti e i rapporti tra dipendenti e aziende vengano riformati per davvero. Nella speranza che le prossime mosse riescano a essere più incisive, il testo fissa alcuni paletti.
1Aumenta il valore dell'indennità per i lavoratori licenziati «ingiustamente», passando da massimo 24 mesi a massimo 36 mesi.
2Il limite massimo di assunzioni a tempo si riduce da 36 a 24 mesi e ogni rinnovo a partire dal secondo avrà un costo contributivo crescente dello 0,5%. Ridotte da cinque a quattro le possibili proroghe.
3Per i contratti più lunghi di 12 mesi, o dal primo rinnovo in poi, arrivano tre categorie di causali, esigenze temporanee e oggettive, connesse a incrementi temporanei, significativi e non programmabili, o relative a picchi di attività stagionali. Le nuove regole valgono anche per i contratti a tempo determinato in somministrazione (non vengono cancellati, come previsto dalle prime bozze, quelli in somministrazione a tempo indeterminato). Salta invece il conteggio di questa ultima tipologia nei limiti del 20% previsto per contingentare le assunzioni a termine.
Sulla tutela dei lavoratori a fronte di quelle aziende che decidono di abbandonare l'Italia il governo mostra un decisa incisività. Rispetto alle norme che hanno contraddistinto l'ultimo decennio, cambio profondamente l'approccio agli aiuti pubblici: «Alle aziende che hanno ricevuto aiuti di Stato che delocalizzano le attività prima che siano trascorsi cinque anni dalla fine degli investimenti agevolati», si legge nel decreto, «arriveranno sanzioni da due a quattro volte il beneficio ricevuto. Anche il beneficio andrà restituito con interessi maggiorati fino a cinque punti percentuali. In arrivo un meccanismo di recapture per l'iperammortamento in caso di delocalizzazione o cessione degli investimenti».
Stessa logica per affrontare l'altro lato della medaglia, quello dei dipendenti. «Nel caso la concessione di aiuti di Stato preveda una valutazione dell'impatto occupazionale, i benefici vengono revocati in tutto o in parte a chi taglia nei successivi cinque anni i posti di lavoro».
Il grande vanto che i 5 stelle vogliono intestarsi è il secondo pilastro del decreto. L'obiettivo sarebbe la lotta alla ludopatia.
Il decreto prevede lo stop totale agli spot sul gioco d'azzardo, che dal 2019 scatterà anche per le sponsorizzazioni e «tutte le forme di comunicazione» comprese «citazioni visive e acustiche e la sovraimpressione del nome, marchio, simboli». A chi non rispetta il divieto arriverà una sanzione del 5% del valore della sponsorizzazione o della pubblicità comunque di «importo minimo di 50.000 euro». Gli incassi andranno al fondo per il contrasto al gioco d'azzardo patologico. Restano le sanzioni da 100.000 a 500.000 euro per chi viola il divieto durante spettacoli dedicati ai minori. Salve dallo stop le lotterie a estrazione differita, come la Lotteria Italia, e i contratti in essere. La scelta è molto dibattuta perché non ha alcuna evidenza scientifica sottostante. Appare soltanto come una mossa politica per mantenere buona la base grillina. Al contrario, la strada rischia concretamente di porgere il fianco all'illegalità. Cioè a tutti quei siti stranieri che non riescono a essere monitorati e gestiti dalle autorità tricolori.
Resterà dunque da comprendere se la prossima legge Finanziaria manterrà il medesimo impianto o inserirà interventi in direzione opposta. Si capirà anche perché al momento i fari sono puntati sulla tematica delle coperture che hanno caratterizzata per intero la terza parte del decreto Dignità.
Nella sua ultima versione il pacchetto fisco prevede una revisione del redditometro, ma non ora. Soltanto nei prossimi mesi. Indica l'abolizione del trattenimento diretto dell'Iva da parte dello Stato nei rapporti con i soli professionisti. Per lo spesometro invece si profila un rinvio della scadenza per l'invio dei dati del terzo trimestre a febbraio 2019, insieme quindi all'invio dei dati del quarto trimestre. I tre punti d'intervento fiscale restano però dei meri desideri. Lo stop allo split payment è chiaramente subordinato alla copertura relativa. Si parla di circa due miliardi all'anno. D'altronde Tria l'ha detto papale papale.
Contratto di governo sì, ma subordinatamente alla tenuta dei conti pubblici: non si tratta di continuità ma di «ovvio pensiero sano di chi dice che non si possono far saltare i conti». Il ministro ha confermato la sua linea, snocciolando i capisaldi del suo programma per le casse del Paese: sanatorie e pacificazioni fiscali di vario genere «non possono coprire programmi di spesa pluriennali, questi non si possono coprire con una tantum», anche se «certamente una una tantum può consentire di avviare programmi» più lunghi. «La prudenza», conclude Tria, «è necessaria perché all'orizzonte si rischia una seppur moderata revisione al ribasso del Pil».
Gianluca De Maio
Lotta a precariato e delocalizzazioni. Ma non c’è traccia di rivoluzione fiscale
«Cittadini mai più indici né bancomat, ma persone che devono avere diritto alla dignità, alla vita». Ecco il decreto dignità secondo il suo massimo sostenitore, il pentastellato ministro del Lavoro e vice premier Luigi Di Maio che, dopo l'approvazione, nella conferenza stampa a Palazzo Chigi con il premier Giuseppe Conte e il sottosegretario leghista Giancarlo Giorgetti, ne ha illustrato i principi base.
«Tre i concetti fondamentali: diamo un colpo mortale al precariato, licenziando il Jobs act; diamo un colpo mortale alla parte più insidiosa della burocrazia, per cui ci diranno che vogliamo favorire gli evasori quando vogliamo favorire i cittadini onesti; siamo il primo Paese in Ue che dice stop al gioco d'azzardo e diciamo no alle multinazionali che vengono qui, prendono soldi e delocalizzano. Lo avevamo promesso e lo abbiamo fatto».
In effetti il dl interviene su vari temi, contiene dalla pubblicità del gioco d'azzardo alle regole per le assunzioni, passando per l'abolizione di molte misure fiscali di lotta all'evasione e una tassa sulle delocalizzazioni ma per il pluriministro la cosa principale è che questo decreto diventa la «la Waterloo del precariato, è finito il precariato senza ragioni, basta abusare dei contratti a tempo determinato e aumentate le penali per gli ingiusti licenziamenti sui contratti a tempo indeterminato». Con la riduzione del grado di flessibilità e precarietà del mercato del lavoro, il provvedimento appare più da Cgil che da 5 stelle (lo stesso Di Maio lo ha definito «di sinistra») e forse neanche tanto da Lega, considerate la vicinanza dei lumbard con gli imprenditori, piccoli e medi, e le osservazioni degli uffici della Ragioneria che avevano definito insufficienti e inadeguate le coperture finanziarie di alcune misure, tanto che la parte fiscale è stata piuttosto ridotta. Ma proprio il ministro grillino ha rassicurato sul totale allineamento di pensiero tra Lega e M5s, così come ribadito anche dal premier Conte: «Rispettiamo la centralità del Parlamento non intendiamo comprimerla, ma diciamo che ci aspettiamo, in una prospettiva in cui abbiamo due forze fortemente coese al loro interno e che si riconoscono in un programma comune, votato dai rispettivi iscritti, coerenza da parte dei parlamentari su questo fronte. Ma ciò non significa che non avranno la libertà di apprezzare e discutere questo dl». «Siamo due forze politiche diverse, ma abbiamo sottoscritto un contratto di governo: alcuni dubbi della Lega c'erano ma sono stati superati e il testo del decreto è stato approvato dai ministri leghisti», ha ribadito anche il sottosegretario alla presidenza Giorgetti. E se Matteo Salvini dal Palio di Siena aveva detto «lasciamoli fare», Claudio Borghi leghista, presidente della commissione Bilancio alla Camera chiarisce: «Ci sono esigenze di due partiti nel programma e quindi vanno rispettate, porre qualche limite all' eccesso di precarizzazione era un'idea condivisa. Certo può esserci qualcuno nella base della Lega che non gradisce questo decreto che comunque deve arrivare da noi in Parlamento, dove lo visioneremo con pro e contro con tutte le audizioni del caso».
Alle critiche di Confindustria, «il dl è un segnale molto negativo per le imprese. Si dovrebbe intervenire sulle regole perché è necessario tener conto dei cambiamenti», Conte ha precisato che «questo governo non è in contrasto col mondo imprenditoriale, anzi adotteremo anche misure per favorire la crescita economica, vogliamo una sana alleanza col mondo del lavoro e imprenditoriale ma vogliamo contrastare le iniziative ingiustificate come chi se ne va dopo aver beneficiato degli aiuti pubblici». Attacca anche il Pd, con l'ex premier Paolo Gentiloni: «Dopo un mese di annunci rocamboleschi il mini decreto introduce soltanto ostacoli per lavoro e investimenti. Lasciamo stare la dignità». Incalza l'ex ministro Carlo Calenda: «Il decreto avrà due effetti: diminuire l'occupazione ovunque e gli investimenti al Sud (e le reindustrializzazioni)». Anche il centrodestra non è tenero. Per Giorgia Meloni, leader del centrodestra, «la parte sul precariato sembra scritta dal Partito Comunista anni Ottanta».
Sarina Biraghi
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Il vicepremier al capo dell'Inps: «Fa il fenomeno sui migranti, c'è da cambiare». La guerra però è su quota 100.Il decreto Dignità combatte l'eccesso di lavoro a tempo e la fuga di aziende all'estero. Il cuneo fiscale però resta intatto.Il ministro del Lavoro: «È la Waterloo del renzismo». Il presidente leghista della commissione Bilancio, Claudio Borghi: «Valuteremo i pro e i contro». Il Pd a senso unico: «Crollerà l'occupazione».Lo speciale contiene tre articoliTito Boeri stai sereno. Parafrasandro il celebre motto renziano scagliato contro Enrico Letta c'è da attendersi l'imminente sfratto del numero uno dell'Inps. Con la differenza che il vicepremier Matteo Salvini non ama gli hashtag ma preferisce impugnare la mannaia e farsi inquadrare durante una diretta Facebook. Ieri ha detto: «L'immigrazione positiva, pulita, che porta idee, energie e rispetto è la benvenuta. Il mio problema sono i delinquenti, come quello che ha ammazzato un italiano di 77 anni a Sessa Aurunca, preso a pugni da una di queste “risorse" che ci dovrebbero pagare le pensioni. Perché c'è ancora qualche fenomeno, penso anche al presidente dell'Inps, che dice che senza immigrati è un disastro. Ma ci sarà tanto da cambiare anche in questi apparati pubblici». Solo quattro giorni fa il presidente dell'Inps aveva ribadito che il «calo degli immigrati è un problema per le pensioni». L'azzeramento dei flussi ha sempre sostenuto Boeri impatterebbe sul gettito contributivo. Le proiezioni demografiche «ci dicono», ha sbandierato più volte, «che nel giro di pochi anni, se i flussi dovessero ridursi ulteriormente o addirittura azzerarsi, perderemmo città intere di popolazione italiana». La posizione però non ha numeri a suo sostegno. E il parere non è nostro ma addirittura di Bankitalia che smonta le posizioni liberal con uno studio sintetico e dalla mentalità aperta e scevra di pregiudizi. Tant'è che i risultati ne sfatano più di uno, a cominciare dal ruolo benefico (sbandierato dalla sinistra) che gli immigrati svolgono per il nostro sistema Paese e dal contributo che portano alla crescita del Pil, dei consumi e della produttività.Innanzitutto nell'occasional paper di Palazzo Koch, firmato da Federico Barbiellini Amidei, Matteo Gomellini e Paolo Piselli, si spiega che il dividendo demografico è rimasto sostanzialmente positivo fino al 2010. Natalità e tasso di mortalità hanno consentito un trend positivo fino a otto anni fa. A quel punto si apre una forbice tra i due tassi che è destinata ad accentuarsi nel futuro: le proiezioni dell'Istat indicano per il prossimo cinquantennio un rialzo dei tassi mortalità, «dinamica su cui incide la composizione per età che vede una quota di popolazione anziana sempre più consistente. La natalità rimarrà, invece, sui livelli attuali eccezionalmente bassi». Ne segue che «i flussi migratori previsti limiteranno l'ampiezza di tale contributo negativo», anche se «non saranno in grado di invertirne il segno». A pagina 18 del documento si comprende numericamente il senso dell'affermazione. «Nel decennio 2001-2011, con una popolazione straniera residente che supera i 4,5 milioni (7,7% del totale), il contributo demografico degli immigrati è considerevole (1,1%) e compensa parzialmente il dividendo demografico negativo che origina dalla popolazione italiana (-4,2%). Nell'ultimo difficile quinquennio, il contributo degli stranieri si attesta su un più modesto 0,2%». In pratica, la componente dell'immigrazione vale solo nel breve termine. Esaurito l'effetto della prima generazione, le nuove comunità si adeguano anche ai trend demografici autoctoni «depressi». A pagina 19 del paper i tre economisti lo scrivono chiaramente: «L'apporto specifico dell'immigrazione sarebbe favorevole nei prossimi tre decenni, ma partire dal 2041 anche il contributo dell'immigrazione diverrebbe negativo». Una frase che da sola smonta tutte le teorie sostenute dal governo uscente e pure dal numero uno dell'Inps. A questo punto viene da chiedersi perché insista sulla linea. Forse per mantenere alto l'allarme sulla riforma delle pensioni. Per creare una cortina fumogena che impedisca un intervento contro la legge Fornero. Perché al di là del battibecco sugli immigrati il nodo è proprio questo. Salvini sa bene che finché Boeri resterà al vertice dell'Inps avrà serie difficoltà a fra passare quota 100, e successivamente quota 41. Claudio Antonelli<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salvini-sfratta-boeri-per-colpire-la-fornero-2583573715.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="di-maio-licenziato-il-jobs-act-e-la-lega-aspetta-i-5-stelle-in-aula" data-post-id="2583573715" data-published-at="1781215811" data-use-pagination="False"> Di Maio: «Licenziato il Jobs act». E la Lega aspetta i 5 stelle in Aula Il testo del decreto esce dal Consiglio dei ministri serale decisamente alleggerito. Contiene tre filoni: il primo riguarda il lavoro, il secondo il gioco di Stato e il terzo le tasse. La leggerezza si sente soprattutto nella terza parte, relativa alle tematiche fiscali. Gli interventi di semplificazione e di alleggerimento Iva restano un mero appunto. La linea sostenuta ieri in Aula da Giovanni Tria, ministro dell'Economia, è molto semplice. Niente coperture. Niente tagli o novità fiscali. Tutto il resto può essere approvato. Ecco che la prima parte del decreto è riuscita a vedere la luce proprio perché tendenzialmente scarica sulle aziende il maggiore costo dei contratti a termine. Chi sperava in un taglio del cuneo fiscale è rimasto deluso. Sarebbe stato il vero volano per far ripartire il mercato del lavoro. Bisogna invece accontentarsi di interventi che vanno nella direzione della tutela dei precari e dei sottopagati. Senza che il sistema dei contratti e i rapporti tra dipendenti e aziende vengano riformati per davvero. Nella speranza che le prossime mosse riescano a essere più incisive, il testo fissa alcuni paletti. 1Aumenta il valore dell'indennità per i lavoratori licenziati «ingiustamente», passando da massimo 24 mesi a massimo 36 mesi. 2Il limite massimo di assunzioni a tempo si riduce da 36 a 24 mesi e ogni rinnovo a partire dal secondo avrà un costo contributivo crescente dello 0,5%. Ridotte da cinque a quattro le possibili proroghe. 3Per i contratti più lunghi di 12 mesi, o dal primo rinnovo in poi, arrivano tre categorie di causali, esigenze temporanee e oggettive, connesse a incrementi temporanei, significativi e non programmabili, o relative a picchi di attività stagionali. Le nuove regole valgono anche per i contratti a tempo determinato in somministrazione (non vengono cancellati, come previsto dalle prime bozze, quelli in somministrazione a tempo indeterminato). Salta invece il conteggio di questa ultima tipologia nei limiti del 20% previsto per contingentare le assunzioni a termine. Sulla tutela dei lavoratori a fronte di quelle aziende che decidono di abbandonare l'Italia il governo mostra un decisa incisività. Rispetto alle norme che hanno contraddistinto l'ultimo decennio, cambio profondamente l'approccio agli aiuti pubblici: «Alle aziende che hanno ricevuto aiuti di Stato che delocalizzano le attività prima che siano trascorsi cinque anni dalla fine degli investimenti agevolati», si legge nel decreto, «arriveranno sanzioni da due a quattro volte il beneficio ricevuto. Anche il beneficio andrà restituito con interessi maggiorati fino a cinque punti percentuali. In arrivo un meccanismo di recapture per l'iperammortamento in caso di delocalizzazione o cessione degli investimenti». Stessa logica per affrontare l'altro lato della medaglia, quello dei dipendenti. «Nel caso la concessione di aiuti di Stato preveda una valutazione dell'impatto occupazionale, i benefici vengono revocati in tutto o in parte a chi taglia nei successivi cinque anni i posti di lavoro». Il grande vanto che i 5 stelle vogliono intestarsi è il secondo pilastro del decreto. L'obiettivo sarebbe la lotta alla ludopatia. Il decreto prevede lo stop totale agli spot sul gioco d'azzardo, che dal 2019 scatterà anche per le sponsorizzazioni e «tutte le forme di comunicazione» comprese «citazioni visive e acustiche e la sovraimpressione del nome, marchio, simboli». A chi non rispetta il divieto arriverà una sanzione del 5% del valore della sponsorizzazione o della pubblicità comunque di «importo minimo di 50.000 euro». Gli incassi andranno al fondo per il contrasto al gioco d'azzardo patologico. Restano le sanzioni da 100.000 a 500.000 euro per chi viola il divieto durante spettacoli dedicati ai minori. Salve dallo stop le lotterie a estrazione differita, come la Lotteria Italia, e i contratti in essere. La scelta è molto dibattuta perché non ha alcuna evidenza scientifica sottostante. Appare soltanto come una mossa politica per mantenere buona la base grillina. Al contrario, la strada rischia concretamente di porgere il fianco all'illegalità. Cioè a tutti quei siti stranieri che non riescono a essere monitorati e gestiti dalle autorità tricolori. Resterà dunque da comprendere se la prossima legge Finanziaria manterrà il medesimo impianto o inserirà interventi in direzione opposta. Si capirà anche perché al momento i fari sono puntati sulla tematica delle coperture che hanno caratterizzata per intero la terza parte del decreto Dignità. Nella sua ultima versione il pacchetto fisco prevede una revisione del redditometro, ma non ora. Soltanto nei prossimi mesi. Indica l'abolizione del trattenimento diretto dell'Iva da parte dello Stato nei rapporti con i soli professionisti. Per lo spesometro invece si profila un rinvio della scadenza per l'invio dei dati del terzo trimestre a febbraio 2019, insieme quindi all'invio dei dati del quarto trimestre. I tre punti d'intervento fiscale restano però dei meri desideri. Lo stop allo split payment è chiaramente subordinato alla copertura relativa. Si parla di circa due miliardi all'anno. D'altronde Tria l'ha detto papale papale. Contratto di governo sì, ma subordinatamente alla tenuta dei conti pubblici: non si tratta di continuità ma di «ovvio pensiero sano di chi dice che non si possono far saltare i conti». Il ministro ha confermato la sua linea, snocciolando i capisaldi del suo programma per le casse del Paese: sanatorie e pacificazioni fiscali di vario genere «non possono coprire programmi di spesa pluriennali, questi non si possono coprire con una tantum», anche se «certamente una una tantum può consentire di avviare programmi» più lunghi. «La prudenza», conclude Tria, «è necessaria perché all'orizzonte si rischia una seppur moderata revisione al ribasso del Pil». Gianluca De Maio <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salvini-sfratta-boeri-per-colpire-la-fornero-2583573715.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="lotta-a-precariato-e-delocalizzazioni-ma-non-ce-traccia-di-rivoluzione-fiscale" data-post-id="2583573715" data-published-at="1781215811" data-use-pagination="False"> Lotta a precariato e delocalizzazioni. Ma non c’è traccia di rivoluzione fiscale «Cittadini mai più indici né bancomat, ma persone che devono avere diritto alla dignità, alla vita». Ecco il decreto dignità secondo il suo massimo sostenitore, il pentastellato ministro del Lavoro e vice premier Luigi Di Maio che, dopo l'approvazione, nella conferenza stampa a Palazzo Chigi con il premier Giuseppe Conte e il sottosegretario leghista Giancarlo Giorgetti, ne ha illustrato i principi base. «Tre i concetti fondamentali: diamo un colpo mortale al precariato, licenziando il Jobs act; diamo un colpo mortale alla parte più insidiosa della burocrazia, per cui ci diranno che vogliamo favorire gli evasori quando vogliamo favorire i cittadini onesti; siamo il primo Paese in Ue che dice stop al gioco d'azzardo e diciamo no alle multinazionali che vengono qui, prendono soldi e delocalizzano. Lo avevamo promesso e lo abbiamo fatto». In effetti il dl interviene su vari temi, contiene dalla pubblicità del gioco d'azzardo alle regole per le assunzioni, passando per l'abolizione di molte misure fiscali di lotta all'evasione e una tassa sulle delocalizzazioni ma per il pluriministro la cosa principale è che questo decreto diventa la «la Waterloo del precariato, è finito il precariato senza ragioni, basta abusare dei contratti a tempo determinato e aumentate le penali per gli ingiusti licenziamenti sui contratti a tempo indeterminato». Con la riduzione del grado di flessibilità e precarietà del mercato del lavoro, il provvedimento appare più da Cgil che da 5 stelle (lo stesso Di Maio lo ha definito «di sinistra») e forse neanche tanto da Lega, considerate la vicinanza dei lumbard con gli imprenditori, piccoli e medi, e le osservazioni degli uffici della Ragioneria che avevano definito insufficienti e inadeguate le coperture finanziarie di alcune misure, tanto che la parte fiscale è stata piuttosto ridotta. Ma proprio il ministro grillino ha rassicurato sul totale allineamento di pensiero tra Lega e M5s, così come ribadito anche dal premier Conte: «Rispettiamo la centralità del Parlamento non intendiamo comprimerla, ma diciamo che ci aspettiamo, in una prospettiva in cui abbiamo due forze fortemente coese al loro interno e che si riconoscono in un programma comune, votato dai rispettivi iscritti, coerenza da parte dei parlamentari su questo fronte. Ma ciò non significa che non avranno la libertà di apprezzare e discutere questo dl». «Siamo due forze politiche diverse, ma abbiamo sottoscritto un contratto di governo: alcuni dubbi della Lega c'erano ma sono stati superati e il testo del decreto è stato approvato dai ministri leghisti», ha ribadito anche il sottosegretario alla presidenza Giorgetti. E se Matteo Salvini dal Palio di Siena aveva detto «lasciamoli fare», Claudio Borghi leghista, presidente della commissione Bilancio alla Camera chiarisce: «Ci sono esigenze di due partiti nel programma e quindi vanno rispettate, porre qualche limite all' eccesso di precarizzazione era un'idea condivisa. Certo può esserci qualcuno nella base della Lega che non gradisce questo decreto che comunque deve arrivare da noi in Parlamento, dove lo visioneremo con pro e contro con tutte le audizioni del caso». Alle critiche di Confindustria, «il dl è un segnale molto negativo per le imprese. Si dovrebbe intervenire sulle regole perché è necessario tener conto dei cambiamenti», Conte ha precisato che «questo governo non è in contrasto col mondo imprenditoriale, anzi adotteremo anche misure per favorire la crescita economica, vogliamo una sana alleanza col mondo del lavoro e imprenditoriale ma vogliamo contrastare le iniziative ingiustificate come chi se ne va dopo aver beneficiato degli aiuti pubblici». Attacca anche il Pd, con l'ex premier Paolo Gentiloni: «Dopo un mese di annunci rocamboleschi il mini decreto introduce soltanto ostacoli per lavoro e investimenti. Lasciamo stare la dignità». Incalza l'ex ministro Carlo Calenda: «Il decreto avrà due effetti: diminuire l'occupazione ovunque e gli investimenti al Sud (e le reindustrializzazioni)». Anche il centrodestra non è tenero. Per Giorgia Meloni, leader del centrodestra, «la parte sul precariato sembra scritta dal Partito Comunista anni Ottanta». Sarina Biraghi
Negli ultimi tre anni, l’indice delle banche italiane ha messo a segno un clamoroso +274,85%, staccando nettamente l’indice settoriale europeo e surclassando colossi come JPMorgan e Bank of America.
Nel primo trimestre 2026 gli utili aggregati dei sei principali gruppi commerciali italiani - Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, Banco Bpm, Bper e Credem - sono saliti del 4% su base annua, toccando 7,8 miliardi di euro in tre mesi, con un Roe di sistema stabilmente sopra il 15%. Il tutto mentre la discesa dei tassi Bce ha iniziato a limare il margine di interesse. La compensazione è arrivata dalle commissioni: +2,7% complessivo. Unicredit ha archiviato il miglior trimestre di sempre con 3,22 miliardi di utili, mentre Intesa Sanpaolo è salita a 2,76 miliardi. Commissioni sul risparmio gestito, fondi, certificati, polizze, credito al consumo e prestiti «garantiti»: è qui che si concentra il vero business.
«C’è una celebre massima finanziaria che dice “L’arte degli affari consiste nel fare affari con i soldi degli altri”, e le banche italiane la stanno applicando con rigore scientifico», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Se l’America ha la tecnologia della Silicon Valley e il Medio Oriente ha i giacimenti di petrolio, l’Italia ha una ricchezza altrettanto preziosa, strategica e contesa: i risparmi dei cittadini». Secondo Gaziano, quando i tassi scendono, le banche italiane non puntano tanto sulla crescita organica all’estero o sull’efficienza tecnologica per ridurre i costi ai clienti. «Cercano di allargare il proprio territorio per “catturare” più conti correnti e patrimoni possibili attraverso le fusioni, espandendo il perimetro su cui applicare le commissioni di gestione e vendere i propri prodotti assicurativi e finanziari». La dimostrazione plastica arriva dal nuovo risiko bancario esploso con l’Opas da 30,6 miliardi lanciata da Intesa Sanpaolo su Mps. Se l’operazione andrà in porto, sommando Intesa, Mps, Mediobanca e la galassia Generali, nascerà un super-polo capace di controllare circa 2.000 miliardi di euro di ricchezza finanziaria complessiva dei clienti: conti correnti, fondi, certificati e polizze. «Ma c’è una differenza geopolitica profonda che i risparmiatori devono comprendere», osserva ancora l’esperto. «Mentre Ubs gestisce capitali sparsi in tutto il pianeta, il nuovo colosso di Carlo Messina, se realizzato, controllerebbe una montagna di denaro concentrata quasi interamente in Italia. È il trionfo della “fortezza Italia”: si diventa leader europei giocando al sicuro in casa».
Nel risiko bancario italiano, fino alle assemblee, tutto può ancora succedere.
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La tangenziale di Napoli, costruita negli anni Settanta con i suoi circa 21 chilometri di tracciato e 22 di svincoli, entra così nella storia della mobilità del nostro Paese, avendo come obiettivo primario la sicurezza e l’efficienza della mobilità attraverso un ecosistema integrato e connesso.
Tre le grandi novità che hanno permesso la certificazione ufficiale del Mit in conformità ai requisiti del decreto ministeriale 70/2018, figurano il monitoraggio intelligente della viabilità, il controllo costante del rischio meteo e idrogeologico, con molteplici sensori che rilevano condizioni della pavimentazione, livelli delle acque e in generale lo stato del territorio che circonda l’infrastruttura stradale, e soprattutto il dialogo diretto tra strada e veicoli connessi. Le auto possono ricevere sul display informazioni su incidenti, cantieri, ostacoli e velocità consigliata per evitare le code, ma anche inviare a loro volta dati all’infrastruttura, rendendo la gestione del traffico più rapida e precisa. Non è quindi solo l’infrastruttura a fornire informazioni al mezzo, avviene anche il contrario: per questo la comunicazione V2i aggiorna anche il gestore autostradale sulle condizioni del traffico in modo molto più preciso e tempestivo. L’operatore diventa così orchestratore della mobilità: potrà cioè gestire la viabilità in modo proattivo e non solo reattivo.
Una Smart Road che «parla» con le auto grazie a un progetto ambizioso che ha coinvolto Tangenziale di Napoli, società del gruppo Autostrade per l’Italia, insieme al Mit e al Centro nazionale per la mobilità sostenibile (Most), con il supporto tecnologico di Movyon, polo d’innovazione di Aspi. Un primato costruito con tecnologie all’avanguardia: lungo i 22 chilometri del tracciato sono in fase di installazione 217 telecamere intelligenti, 15 portali di rilevamento, otto centraline meteo e 40 antenne di comunicazione, in grado di raccogliere e analizzare dati in tempo reale su traffico, condizioni della strada e possibili criticità. Sono già 30 i mezzi connessi che comunicano con la tangenziale e, nel tratto tra Vomero e Fuorigrotta, è stato testato con successo per la prima volta in Italia un veicolo a guida autonoma capace di adattare la propria velocità seguendo le indicazioni ricevute dalla strada stessa. Un test che prefigura uno scenario in cui infrastruttura e veicoli non sono entità separate, ma un sistema integrato e cooperativo.
La Smart Road è un traguardo che fa di Napoli il laboratorio italiano della mobilità del futuro e apre la strada alla diffusione di queste tecnologie su scala nazionale considerato che la tangenziale, principale asse a pagamento di attraversamento urbano del capoluogo campano, è tra le tratte più trafficate d’Italia con flussi medi giornalieri di circa 230.000 veicoli, più del doppio dei volumi medi della rete gestita da Autostrade.
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