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2023-05-13
Rovereto è un museo a cielo aperto da scoprire con i trekking urbani
visittrentino.info
Nonostante conti poco meno di 40.000 abitanti, Rovereto è una città dall’allure internazionale, soprattutto per via dei suoi musei, la cui spinta verso il futuro controbilancia l’antichità di palazzi e castelli. Immersa nella Vallagarina (definita la «porta del Trentino»), Rovereto emana una serenità che fortunatamente occulta ciò che dovette subire durante le due guerre. Oggi, infatti, Rovereto è città della pace: la sua Campana dei caduti, fusa con il bronzo ricavato dai cannoni dei Paesi che parteciparono al primo conflitto mondiale, suona ogni sera per 100 volte, a ricordo del nostro radicato bisogno di fratellanza.
Questi sono solo alcuni dei motivi che rendono Rovereto una meta ideale per una vacanza. Il trekking urbano, un modo slow di fare turismo, è la via preferenziale per scoprire la città: storia, arte, natura e gusto entrano a far parte di un itinerario che entra in profondità nelle maglie del territorio.
L’ingresso principale alla città di Rovereto è il medesimo da secoli. Corso Bettini venne infatti percorso da due Wolfgang del passato: Amadeus Mozart e von Goethe. Seguendo i loro passi possiamo andare alla scoperta del Settecento cittadino, contrassegnato soprattutto dai palazzi che costeggiano questa via, da Palazzo Piomarta al Teatro Zandonai, il più antico del Trentino.
Una delle più interessanti modalità per visitare Rovereto è «indossare gli occhiali» del compositore austriaco e dello scrittore tedesco: la chiesa di San Marco, per esempio, fu il primo luogo in cui il compositore tenne un concerto italiano, mentre il secondo parla della città trentina nel celeberrimo Viaggio in Italia. E poi, all’improvviso, la cupola in acciaio e cristallo del Mart, il Museo di arte moderna di Rovereto e Trento, a ricordarci la connessione tra passato, presente e futuro.
È come se a Rovereto coesistessero due anime, una antica e l’altra non moderna ma futuristica. Il Mart appare ai visitatori come un’astronave in grado di trasportarli in altri luoghi e tempi: al suo interno si trovano 15.000 opere, tra cui quelle degli avanguardisti Giorgio de Chirico, Giacomo Balla e Carlo Carrà.
Dalla piazza in cui sorge il Mart (che fino al 18 giugno ospita la mostra Klimt e l’arte italiana) si prosegue (rigorosamente a piedi) per un chilometro, fino a raggiungere il quartiere di Santa Maria: si tratta di uno dei più bei percorsi storico artistici di tutto il Trentino, dato che uno spazio tutto sommato ristretto ospita un gran quantità di tesori, quali il quattrocentesco Palazzo del Ben o Palazzo Alberti Poja, che ospita lo spazio Fausto Melotti, artista del Novecento cui Rovereto diede i natali.
Anche qui convivono antico e moderno: il palazzo settecentesco si sposa alla perfezione con le opere di questo artista a tutto tondo (fu scultore, pittore, musicista e persino poeta). Disegni, ceramiche e installazioni degli anni 1930-1980 fanno parte della composita materia viva della mostra permanente a lui dedicata.
Una volta usciti, ci si può nuovamente immergere in una storia meno recente: campielli e botteghe storiche si snodano da piazza Rosmini a piazza Battisti, fino a piazza del Podestà. È soprattutto da queste parti che si può notare l’influsso veneziano sulle architetture: basta solo alzare lo sguardo.
Andando avanti ci si ritrova su via Rialto, si superano porta San Marco (dove si trova la famosa chiesa di Mozart) e via della Terra e si raggiunge la Casa d’arte futurista Depero, unico museo al mondo fondato da un futurista: sono 3.000 le opere che possono essere ammirate - a rotazione - tra i mosaici e i pannelli dipinti curati personalmente da Fortunato Depero. Sulla sinistra i bastioni del castello di Rovereto, di epoca medievale, ennesima dimostrazione della continuità storica che rende questa città una specie di hub in continuo movimento tra passato e futuro.
Il castello è anche sede del Museo storico italiano della guerra, interamente dedicato al primo conflitto mondiale: oggetti d’epoca, fotografie e uniformi sono la memoria pulsante di un’epoca triste, ma incancellabile.
E poi Palazzo Pretorio (sede del municipio) e ponte Forbato, che attraversa il torrente Leno ai piedi del castello. Infine il quartiere Santa Maria, dove il chilometro termina quasi a sorpresa: sembra di averne percorsi vari, di chilometri, perché vari sono i secoli rivissuti durante questo consigliatissimo trekking urbano.
Se non si è stanchi di tanta ricchezza, si può andare oltre: percorrendo la ciclabile sul Lungoleno si può fare un altro bagno nel futuro. Nel quartiere Borgosacco si trovano la Manifattura tabacchi, oggi incubatore di start up, integrata da Be factory, hub progettato dall’archistar giapponese Kengo Kuma.
Se lo si preferisce, si può partecipare a un trekking urbano guidato: sul sito Visit Rovereto è possibile sceglierne sei (di cui due serali). Con il Museum pass si può accedere a musei, castelli, festival e trasporti pubblici per 48 ore al prezzo di soli 22 euro. Per info e prenotazioni, è sufficiente chiamare lo 0464/430363 o scrivere una mail a info@visitrovereto.it.
Sulle tracce delle guerre mondiali

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Il Trentino Alto Adige, purtroppo, è stato diverse volte teatro di guerra. La sua posizione di confine, infatti, lo ha sempre reso un luogo ambito dagli eserciti di tutti i tempi. Gli innumerevoli castelli medievali sono lì a testimoniare gli assedi di cui la zona è stata spesso oggetto, ma c’è un periodo storico che, più di tutti, interessa il visitatore di oggi: quello tra le due guerre mondiali. Nonostante sia passato più di un secolo dalla grande guerra, i conflitti che caratterizzano l’arco di tempo che va dagli anni Dieci agli anni Quaranta del secolo scorso ci riguardano da vicino, anche per via dei racconti di nonni e bisnonni; racconti orali che, sfortunatamente, si perderanno con il passare del tempo. Esistono però altre testimonianze di cosa sia significato vivere un conflitto mondiale: i sentieri di tante regioni italiane, Trentino Alto Adige in cima, fungono da sprone per visitare zone altrimenti percepite solo come idilliache. I canti degli uccelli e la predominanza della natura coprono, con la loro bellezza, gli orrori che furono. Ma viaggiare - si sa - non può essere esclusivamente un diversivo: un viaggio è fatto anche di incontri, scoperte e contatto profondo con ciò che è e ciò che fu. A partire dai musei dedicati alla grande guerra. In Vallagarina ne esiste uno molto importante: il Museo storico italiano della guerra. Un luogo in cui osservare da vicino i conflitti vissuti dall’età moderna a oggi, con un focus sulla prima guerra mondiale. La cornice nella quale si trova - il castello di Rovereto - vale già di per sé una visita, ma non tutti sanno che il forte è anche sede di quello che è un luogo non solo di conservazione della memoria, ma anche di educazione sul tema. Al di là dell’esposizione permanente, infatti, ospita mostre temporanee ed eventi culturali. Oltre al percorso dedicato agli eserciti e alle guerre dall’Ottocento ai giorni nostri, c’è quello relativo al castello e alle armi di età moderna. Interessantissima la sezione «Artiglierie 1914-1918», situata all’interno di quello che fu un rifugio antiaereo durante la seconda guerra mondiale.Non solo musei: le tracce dei conflitti che hanno flagellato il nostro Paese vanno anche scoperte in loco. La Vallagarina, valle su cui poggia Rovereto, fu teatro particolarmente attivo durante il primo, grande conflitto mondiale. Diverse le testimonianze austroungariche dell’epoca. Si pensi a Forte Pozzacchio, fortezza militare interamente scavata nella roccia, che si trova alle pendici del Monte Pasubio. E proprio il Pasubio è un testimone particolarmente attendibile: innumerevoli le opere ingegneristiche e le trincee che vi si possono contare.Conoscere da vicino una delle parti più dolorose della storia non è in contraddizione con il desiderio di una giornata all’insegna del trekking, magari fino al Monte Testo, che raggiunge i 1.999 metri di quota, avamposto di guerra cui è stata fortunatamente restituita la sua essenza di montagna ricca di pascoli.C’è poi il monte Corno Battisti, chiamato così perché qui furono catturati (per essere condannati a morte) i patrioti Cesare Battisti e Fabio Filzi. Una volta arrivati sul Dente italiano, cresta sommitale del Pasubio, si assiste al passaggio dal verde al grigio di una natura aspra e quasi lunare. Gallerie, postazioni e trincee sono ancora lì, testimoni muti di giornate in cui il silenzio era solo una pausa tra un’esplosione e l’altra. A circa mezz’ora di auto da Rovereto si trova anche il campo trincerato di Matassone, ferito da trincee, camminamenti e postazioni per obice, tipico pezzo d’artiglieria dell’epoca. Da qui è possibile godere di una vista spettacolare sulla Vallarsa e i monti circostanti, tra cui il monte Zugna, anch’esso di grande importanza storica.Consigliamo infine di avventurarsi su una piccola porzione del Sentiero della pace, che segue la linea del fronte italoaustriaco per 604 chilometri, dal passo dello Stelvio alla Marmolada. I luoghi della grande guerra sono più numerosi di quanto si immagini: per averne contezza, basta andare sul sito Trentinograndeguerra.it.Ciò che conta, però, è organizzare per tempo la propria escursione, possibilmente facendo riferimento alle Aziende di promozione turistica e alla Sat - Società alpinisti tridentini, onde evitare di incorrere nelle classiche difficoltà di chi sottovaluta la montagna.
Nuovo allestimento per la casa futurista creata da Depero

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Visitare una città significa anche scoprirne l’arte. Rovereto è una vera e propria fucina, da questo punto di vista: qui passato, presente e futuro vivono in simbiosi. Il Mart, per esempio, è una sorta di astronave che convive con palazzi settecenteschi e forti medievali. Pochi sanno, però, che il Mart è solo uno dei tanti musei all’avanguardia della città. Meno conosciuta, per esempio, è la Casa d’arte futurista Depero, riallestita proprio recentemente e che al Mart venne affidata nel 2009, anno del centenario del Futurismo.Il poliedrico artista trentino (era pittore, designer e scenografo, tra le altre cose) è stato uno dei maggiori esponenti di questa corrente artistica, nonché coautore, insieme con Giacomo Balla, del Manifesto della ricostruzione futurista dell’universo, con cui puntava a una sempre maggiore commistione tra arte e vita quotidiana e all’abbattimento di qualunque gerarchia nelle arti. Di Fortunato Depero si hanno opere figurative e non, tutte accomunate dalla tipica esplosività delle opere futuriste e dalla loro apparente mancanza di senso. Si pensi a una delle più famose, Festa della sedia, arazzo dominato da automi che ballano in onore di una sedia.La Casa d’arte futurista venne fondata proprio dall’artista, nato a Fondo e morto a Rovereto: non solo le opere in essa custodite, ma ogni dettaglio (mosaici, pannelli dipinti e mobili) si deve proprio alla sua eclettica personalità. Peccato che quasi non ebbe modo di raccogliere i frutti del suo lavoro, considerato che morì poco dopo l’apertura. Dipinti, tarsie in panno e in buxus (materiale impiegato soprattutto durante il fascismo), giocattoli, disegni, collage, prodotti d’arte applicata: sono solo alcune delle 3.000 opere che si possono ammirare e, soprattutto, di fronte alle quali porsi domande. Perché è questo che fa il Futurismo: va oltre i cliché, spingendo coloro che si abbandonano alle forme e ai colori a chiedersi cosa ci sia dietro o dopo tanto movimento.Il nuovo allestimento, curato da Federico Zanoner e presentato il 10 maggio, prevede anche diversi lavori esposti nel 2009 in occasione della riapertura della casa-museo, altri esposti raramente e altri ancora mai, tra cui Allegoria alpestre, del 1923, coloratissima tarsia in panno che completa il ciclo degli arazzi.L’ultimo piano è spesso stato utilizzato per esposizioni temporanee. In questo momento è possibile vedere - fino al 24 settembre - Depero per il Trentino. Itinerari vissuti tra natura, arte e turismo. Lo sguardo estroso di Depero, infatti, non poteva che posarsi anche sul proprio territorio: dalla Vallagarina alla Valdarsa e gli altipiani Cimbri, dal Garda alla Valle dei Laghi, fino alla Val di Non, salendo sul Monte Altissimo, sul Pasubio e sulle cime del Brenta. Non ci sono valli, monti e paesi che l’artista non abbia visitato camminando. Questa sua natura emerge chiaramente in Diabolicus, autoritratto dominato dal blu in cui Depero si presenta con il tipico abbigliamento del camminatore, ma anche in una serie di scritti e fotografie che testimoniano il suo rapporto con la montagna.Potremmo anzi considerare Depero - senza nulla togliere all’aura di intoccabilità che avvolge ogni artista che si rispetti - un promotore ante litteram: sono alcuni lavori pubblicitari a dimostrarlo, soprattutto la progettazione di alcune insegne turistiche durante gli anni Cinquanta.Il mondo industriale e meccanico tanto caro ai Futuristi, grazie a questa esposizione temporanea, si presenta in questo caso per quello che è: una delle tante passioni dell’artista Depero, il quale non disdegnava affatto i soggetti naturali, da cui del resto era circondato.L’istituto Depero, in collaborazione con il Mart e l’Apt, ha anche realizzato una mappa degli itinerari deperiani che è possibile seguire durante il proprio trekking urbano: un modo non solo per conoscere la città e i suoi dintorni, ma anche le passioni più intime dell’artista. Il primo parte dalla casa e arriva a Noriglio, frazione di Rovereto; il secondo va da Noriglio a Serrada. Entrambi gli itinerari sono stati pensati sulla base di quanto visto e rappresentato nelle proprie opere dall’artista.Collegato a quest’esperienza, il focus sul rapporto tra Depero e il Trentino mette in luce opere e documenti provenienti dal suo lascito, di cui alcuni esposti per la prima volta in questa sede.A compendio della mostra, l’audiovisivo Depero cammina, di Chiara Orempuller.La casa-museo è aperta dal martedì alla domenica, dalle 10 alle 18. Il costo per il biglietto ammonta a 7 euro (4 il ridotto). Per informazioni e prenotazioni, chiamare il numero 0464/431813.
Botton d’oro e rari gerani argentati:i sentieri fra i fiori del Monte Baldo

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Uno dei motivi per visitare Rovereto e dintorni in questo momento è dato dalle fioriture alpine che fanno risplendere il parco naturale del Monte Baldo, tra la Vallagarina e il Lago di Garda. È vero che di fioriture l’Italia è generosa, ma è anche vero che questo parco è particolarmente apprezzato dai botanici sin dal Medioevo per via della ricchezza di «specie endemiche, rare o ad apparizione saltuaria» (espressione formulata nel 1971 dalla Società botanica italiana). Tra queste se ne trovano alcune di epoca preglaciale, che rendendo il Monte Baldo un vero e proprio trattato di botanica a cielo aperto. Nel XVI secolo, il luminare Giovan Battista Olivi, medico, farmacista e letterato sotto i Gonzaga, lo definì il «giardino d’Italia». In effetti è un vero e proprio paradiso per studiosi di specie officinali, geologi e scienziati.Nonostante la presenza di specie rare, sono quelle più comuni (tra cui l’arnica, la genziana e il botton d’oro, per esempio) a dare il meglio di sé durante il mese di giugno. Ed è specialmente il botton d’oro, chiamato così per via del suo giallo intenso, a creare tappeti di indimenticabile bellezza.L’ideale per lasciarsi ammaliare da questa fioritura è seguire il Trekking delle malghe e dei fiori del Baldo, progetto cofinanziato dall’Ue per valorizzare al meglio la montagna. I percorsi sono quattro: verde (da Festa a Bocca del Creer), azzurro (che si limita a Bocca del Creer), rosso (da S. Valentino a Polsa) e giallo (da Mori a Brentonico centro).Percorrendo la panoramica strada sterrata che conduce dal rifugio Graziani a Malga Campo, invece, è possibile ammirare la fioritura più spettacolare, nonché - se fortunati - camosci e marmotte. Si può anche proseguire fino a Malga Campei attraversando Bocca Paltrane: gigli rossi, orchidee blu e i rarissimi gerani argentati sono la fortuna di chiunque vi si imbatta.Altri fiori di rara bellezza sono il semprevivo maggiore, la dattiloriza di Fuchs, la stellaria comune e la salvia dei prati: impossibile avere un elenco completo delle piante che è possibile incontrare sul proprio cammino. Un altro possibile itinerario è quello che parte da Polsa di Brentonico e sale in direzione di Malga Susine, per arrivare alla Bocca d’Ardole e alle postazioni della grande guerra del vicino Corno della paura: qui i bucaneve la fanno da padroni allo sciogliersi dell’ultima neve.Tra i sentieri «cittadini» che vengono solitamente consigliati spicca quello «dele Teragnòle», ossia delle donne di Terragnolo che, tra Ottocento e Novecento, si recavano a Rovereto per vendere le loro mercanzie. Un altro sentiero che gira intorno alla città è quello che conduce all’eremo e al Lago di San Colombano, famoso per le sue acque turchesi. In questo caso, è sempre meglio scrivere a eremosancolombano@gmail.com per sapere in anticipo gli orari di apertura. Una vera e propria incursione nella storia più antica, se si considera che l’eremo risale al 700 d.C. Qui sostavano monaci ed eremiti e la cosa non stupisce affatto: la struttura è infatti incastonata nella parete rocciosa con uno strapiombo di 120 metri.All’interno del parco sono diversi i punti di interesse. Tra questi l’orto dei semplici e giardino botanico del Monte Baldo, il Castello di Avio e il Mulino Zeni. Altro aspetto importante: le piante aromatiche e officinali. Alcuni produttori si sono riuniti creando il marchio Baldensis, che comprende lo zafferano, l’aglio orsino del Monte Baldo, nettari e condimenti, acquistabili in loco e online. Due prodotti, in particolare, meritano attenzione: il burro e i formaggi delle malghe locali, al centro del menù degustazione di Maso Palù, a un chilometro da Brentonico.
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Oltre al Mart, che fino al 18 giugno ospiterà la mostra su Klimt, la città amata da Mozart e Goethe offre piazze, palazzi, chiese e un castello. Disponibili sei itinerari guidati, anche serali, nel centro storico. In Trentino si può unire l’amore per le passeggiate a quello per la storia: molti percorsi permettono di visitare fortezze, trincee e luoghi chiave dei conflitti del Novecento. In mostra anche alcune opere mai esposte, come «Allegoriaalpestre», che svelano il rapporto dell’artista con la natura. Le passeggiate nel parco naturale famoso per la presenza di molte piante inconsuete. Lo speciale contiene quattro articoli. Nonostante conti poco meno di 40.000 abitanti, Rovereto è una città dall’allure internazionale, soprattutto per via dei suoi musei, la cui spinta verso il futuro controbilancia l’antichità di palazzi e castelli. Immersa nella Vallagarina (definita la «porta del Trentino»), Rovereto emana una serenità che fortunatamente occulta ciò che dovette subire durante le due guerre. Oggi, infatti, Rovereto è città della pace: la sua Campana dei caduti, fusa con il bronzo ricavato dai cannoni dei Paesi che parteciparono al primo conflitto mondiale, suona ogni sera per 100 volte, a ricordo del nostro radicato bisogno di fratellanza.Questi sono solo alcuni dei motivi che rendono Rovereto una meta ideale per una vacanza. Il trekking urbano, un modo slow di fare turismo, è la via preferenziale per scoprire la città: storia, arte, natura e gusto entrano a far parte di un itinerario che entra in profondità nelle maglie del territorio.L’ingresso principale alla città di Rovereto è il medesimo da secoli. Corso Bettini venne infatti percorso da due Wolfgang del passato: Amadeus Mozart e von Goethe. Seguendo i loro passi possiamo andare alla scoperta del Settecento cittadino, contrassegnato soprattutto dai palazzi che costeggiano questa via, da Palazzo Piomarta al Teatro Zandonai, il più antico del Trentino. Una delle più interessanti modalità per visitare Rovereto è «indossare gli occhiali» del compositore austriaco e dello scrittore tedesco: la chiesa di San Marco, per esempio, fu il primo luogo in cui il compositore tenne un concerto italiano, mentre il secondo parla della città trentina nel celeberrimo Viaggio in Italia. E poi, all’improvviso, la cupola in acciaio e cristallo del Mart, il Museo di arte moderna di Rovereto e Trento, a ricordarci la connessione tra passato, presente e futuro.È come se a Rovereto coesistessero due anime, una antica e l’altra non moderna ma futuristica. Il Mart appare ai visitatori come un’astronave in grado di trasportarli in altri luoghi e tempi: al suo interno si trovano 15.000 opere, tra cui quelle degli avanguardisti Giorgio de Chirico, Giacomo Balla e Carlo Carrà. Dalla piazza in cui sorge il Mart (che fino al 18 giugno ospita la mostra Klimt e l’arte italiana) si prosegue (rigorosamente a piedi) per un chilometro, fino a raggiungere il quartiere di Santa Maria: si tratta di uno dei più bei percorsi storico artistici di tutto il Trentino, dato che uno spazio tutto sommato ristretto ospita un gran quantità di tesori, quali il quattrocentesco Palazzo del Ben o Palazzo Alberti Poja, che ospita lo spazio Fausto Melotti, artista del Novecento cui Rovereto diede i natali.Anche qui convivono antico e moderno: il palazzo settecentesco si sposa alla perfezione con le opere di questo artista a tutto tondo (fu scultore, pittore, musicista e persino poeta). Disegni, ceramiche e installazioni degli anni 1930-1980 fanno parte della composita materia viva della mostra permanente a lui dedicata.Una volta usciti, ci si può nuovamente immergere in una storia meno recente: campielli e botteghe storiche si snodano da piazza Rosmini a piazza Battisti, fino a piazza del Podestà. È soprattutto da queste parti che si può notare l’influsso veneziano sulle architetture: basta solo alzare lo sguardo.Andando avanti ci si ritrova su via Rialto, si superano porta San Marco (dove si trova la famosa chiesa di Mozart) e via della Terra e si raggiunge la Casa d’arte futurista Depero, unico museo al mondo fondato da un futurista: sono 3.000 le opere che possono essere ammirate - a rotazione - tra i mosaici e i pannelli dipinti curati personalmente da Fortunato Depero. Sulla sinistra i bastioni del castello di Rovereto, di epoca medievale, ennesima dimostrazione della continuità storica che rende questa città una specie di hub in continuo movimento tra passato e futuro.Il castello è anche sede del Museo storico italiano della guerra, interamente dedicato al primo conflitto mondiale: oggetti d’epoca, fotografie e uniformi sono la memoria pulsante di un’epoca triste, ma incancellabile.E poi Palazzo Pretorio (sede del municipio) e ponte Forbato, che attraversa il torrente Leno ai piedi del castello. Infine il quartiere Santa Maria, dove il chilometro termina quasi a sorpresa: sembra di averne percorsi vari, di chilometri, perché vari sono i secoli rivissuti durante questo consigliatissimo trekking urbano.Se non si è stanchi di tanta ricchezza, si può andare oltre: percorrendo la ciclabile sul Lungoleno si può fare un altro bagno nel futuro. Nel quartiere Borgosacco si trovano la Manifattura tabacchi, oggi incubatore di start up, integrata da Be factory, hub progettato dall’archistar giapponese Kengo Kuma.Se lo si preferisce, si può partecipare a un trekking urbano guidato: sul sito Visit Rovereto è possibile sceglierne sei (di cui due serali). Con il Museum pass si può accedere a musei, castelli, festival e trasporti pubblici per 48 ore al prezzo di soli 22 euro. Per info e prenotazioni, è sufficiente chiamare lo 0464/430363 o scrivere una mail a info@visitrovereto.it.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/rovereto-museo-a-cielo-aperto-2660097293.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sulle-tracce-delle-guerre-mondiali" data-post-id="2660097293" data-published-at="1683996689" data-use-pagination="False"> Sulle tracce delle guerre mondiali visittrentino.info Il Trentino Alto Adige, purtroppo, è stato diverse volte teatro di guerra. La sua posizione di confine, infatti, lo ha sempre reso un luogo ambito dagli eserciti di tutti i tempi. Gli innumerevoli castelli medievali sono lì a testimoniare gli assedi di cui la zona è stata spesso oggetto, ma c’è un periodo storico che, più di tutti, interessa il visitatore di oggi: quello tra le due guerre mondiali. Nonostante sia passato più di un secolo dalla grande guerra, i conflitti che caratterizzano l’arco di tempo che va dagli anni Dieci agli anni Quaranta del secolo scorso ci riguardano da vicino, anche per via dei racconti di nonni e bisnonni; racconti orali che, sfortunatamente, si perderanno con il passare del tempo. Esistono però altre testimonianze di cosa sia significato vivere un conflitto mondiale: i sentieri di tante regioni italiane, Trentino Alto Adige in cima, fungono da sprone per visitare zone altrimenti percepite solo come idilliache. I canti degli uccelli e la predominanza della natura coprono, con la loro bellezza, gli orrori che furono. Ma viaggiare - si sa - non può essere esclusivamente un diversivo: un viaggio è fatto anche di incontri, scoperte e contatto profondo con ciò che è e ciò che fu. A partire dai musei dedicati alla grande guerra. In Vallagarina ne esiste uno molto importante: il Museo storico italiano della guerra. Un luogo in cui osservare da vicino i conflitti vissuti dall’età moderna a oggi, con un focus sulla prima guerra mondiale. La cornice nella quale si trova - il castello di Rovereto - vale già di per sé una visita, ma non tutti sanno che il forte è anche sede di quello che è un luogo non solo di conservazione della memoria, ma anche di educazione sul tema. Al di là dell’esposizione permanente, infatti, ospita mostre temporanee ed eventi culturali. Oltre al percorso dedicato agli eserciti e alle guerre dall’Ottocento ai giorni nostri, c’è quello relativo al castello e alle armi di età moderna. Interessantissima la sezione «Artiglierie 1914-1918», situata all’interno di quello che fu un rifugio antiaereo durante la seconda guerra mondiale.Non solo musei: le tracce dei conflitti che hanno flagellato il nostro Paese vanno anche scoperte in loco. La Vallagarina, valle su cui poggia Rovereto, fu teatro particolarmente attivo durante il primo, grande conflitto mondiale. Diverse le testimonianze austroungariche dell’epoca. Si pensi a Forte Pozzacchio, fortezza militare interamente scavata nella roccia, che si trova alle pendici del Monte Pasubio. E proprio il Pasubio è un testimone particolarmente attendibile: innumerevoli le opere ingegneristiche e le trincee che vi si possono contare.Conoscere da vicino una delle parti più dolorose della storia non è in contraddizione con il desiderio di una giornata all’insegna del trekking, magari fino al Monte Testo, che raggiunge i 1.999 metri di quota, avamposto di guerra cui è stata fortunatamente restituita la sua essenza di montagna ricca di pascoli.C’è poi il monte Corno Battisti, chiamato così perché qui furono catturati (per essere condannati a morte) i patrioti Cesare Battisti e Fabio Filzi. Una volta arrivati sul Dente italiano, cresta sommitale del Pasubio, si assiste al passaggio dal verde al grigio di una natura aspra e quasi lunare. Gallerie, postazioni e trincee sono ancora lì, testimoni muti di giornate in cui il silenzio era solo una pausa tra un’esplosione e l’altra. A circa mezz’ora di auto da Rovereto si trova anche il campo trincerato di Matassone, ferito da trincee, camminamenti e postazioni per obice, tipico pezzo d’artiglieria dell’epoca. Da qui è possibile godere di una vista spettacolare sulla Vallarsa e i monti circostanti, tra cui il monte Zugna, anch’esso di grande importanza storica.Consigliamo infine di avventurarsi su una piccola porzione del Sentiero della pace, che segue la linea del fronte italoaustriaco per 604 chilometri, dal passo dello Stelvio alla Marmolada. I luoghi della grande guerra sono più numerosi di quanto si immagini: per averne contezza, basta andare sul sito Trentinograndeguerra.it.Ciò che conta, però, è organizzare per tempo la propria escursione, possibilmente facendo riferimento alle Aziende di promozione turistica e alla Sat - Società alpinisti tridentini, onde evitare di incorrere nelle classiche difficoltà di chi sottovaluta la montagna. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/rovereto-museo-a-cielo-aperto-2660097293.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="nuovo-allestimento-per-la-casa-futurista-creata-da-depero" data-post-id="2660097293" data-published-at="1683996689" data-use-pagination="False"> Nuovo allestimento per la casa futurista creata da Depero visittrentino.info Visitare una città significa anche scoprirne l’arte. Rovereto è una vera e propria fucina, da questo punto di vista: qui passato, presente e futuro vivono in simbiosi. Il Mart, per esempio, è una sorta di astronave che convive con palazzi settecenteschi e forti medievali. Pochi sanno, però, che il Mart è solo uno dei tanti musei all’avanguardia della città. Meno conosciuta, per esempio, è la Casa d’arte futurista Depero, riallestita proprio recentemente e che al Mart venne affidata nel 2009, anno del centenario del Futurismo.Il poliedrico artista trentino (era pittore, designer e scenografo, tra le altre cose) è stato uno dei maggiori esponenti di questa corrente artistica, nonché coautore, insieme con Giacomo Balla, del Manifesto della ricostruzione futurista dell’universo, con cui puntava a una sempre maggiore commistione tra arte e vita quotidiana e all’abbattimento di qualunque gerarchia nelle arti. Di Fortunato Depero si hanno opere figurative e non, tutte accomunate dalla tipica esplosività delle opere futuriste e dalla loro apparente mancanza di senso. Si pensi a una delle più famose, Festa della sedia, arazzo dominato da automi che ballano in onore di una sedia.La Casa d’arte futurista venne fondata proprio dall’artista, nato a Fondo e morto a Rovereto: non solo le opere in essa custodite, ma ogni dettaglio (mosaici, pannelli dipinti e mobili) si deve proprio alla sua eclettica personalità. Peccato che quasi non ebbe modo di raccogliere i frutti del suo lavoro, considerato che morì poco dopo l’apertura. Dipinti, tarsie in panno e in buxus (materiale impiegato soprattutto durante il fascismo), giocattoli, disegni, collage, prodotti d’arte applicata: sono solo alcune delle 3.000 opere che si possono ammirare e, soprattutto, di fronte alle quali porsi domande. Perché è questo che fa il Futurismo: va oltre i cliché, spingendo coloro che si abbandonano alle forme e ai colori a chiedersi cosa ci sia dietro o dopo tanto movimento.Il nuovo allestimento, curato da Federico Zanoner e presentato il 10 maggio, prevede anche diversi lavori esposti nel 2009 in occasione della riapertura della casa-museo, altri esposti raramente e altri ancora mai, tra cui Allegoria alpestre, del 1923, coloratissima tarsia in panno che completa il ciclo degli arazzi.L’ultimo piano è spesso stato utilizzato per esposizioni temporanee. In questo momento è possibile vedere - fino al 24 settembre - Depero per il Trentino. Itinerari vissuti tra natura, arte e turismo. Lo sguardo estroso di Depero, infatti, non poteva che posarsi anche sul proprio territorio: dalla Vallagarina alla Valdarsa e gli altipiani Cimbri, dal Garda alla Valle dei Laghi, fino alla Val di Non, salendo sul Monte Altissimo, sul Pasubio e sulle cime del Brenta. Non ci sono valli, monti e paesi che l’artista non abbia visitato camminando. Questa sua natura emerge chiaramente in Diabolicus, autoritratto dominato dal blu in cui Depero si presenta con il tipico abbigliamento del camminatore, ma anche in una serie di scritti e fotografie che testimoniano il suo rapporto con la montagna.Potremmo anzi considerare Depero - senza nulla togliere all’aura di intoccabilità che avvolge ogni artista che si rispetti - un promotore ante litteram: sono alcuni lavori pubblicitari a dimostrarlo, soprattutto la progettazione di alcune insegne turistiche durante gli anni Cinquanta.Il mondo industriale e meccanico tanto caro ai Futuristi, grazie a questa esposizione temporanea, si presenta in questo caso per quello che è: una delle tante passioni dell’artista Depero, il quale non disdegnava affatto i soggetti naturali, da cui del resto era circondato.L’istituto Depero, in collaborazione con il Mart e l’Apt, ha anche realizzato una mappa degli itinerari deperiani che è possibile seguire durante il proprio trekking urbano: un modo non solo per conoscere la città e i suoi dintorni, ma anche le passioni più intime dell’artista. Il primo parte dalla casa e arriva a Noriglio, frazione di Rovereto; il secondo va da Noriglio a Serrada. Entrambi gli itinerari sono stati pensati sulla base di quanto visto e rappresentato nelle proprie opere dall’artista.Collegato a quest’esperienza, il focus sul rapporto tra Depero e il Trentino mette in luce opere e documenti provenienti dal suo lascito, di cui alcuni esposti per la prima volta in questa sede.A compendio della mostra, l’audiovisivo Depero cammina, di Chiara Orempuller.La casa-museo è aperta dal martedì alla domenica, dalle 10 alle 18. Il costo per il biglietto ammonta a 7 euro (4 il ridotto). Per informazioni e prenotazioni, chiamare il numero 0464/431813. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/rovereto-museo-a-cielo-aperto-2660097293.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="botton-doro-e-rari-gerani-argentati-i-sentieri-fra-i-fiori-del-monte-baldo" data-post-id="2660097293" data-published-at="1683996689" data-use-pagination="False"> Botton d’oro e rari gerani argentati:i sentieri fra i fiori del Monte Baldo visittrentino.info Uno dei motivi per visitare Rovereto e dintorni in questo momento è dato dalle fioriture alpine che fanno risplendere il parco naturale del Monte Baldo, tra la Vallagarina e il Lago di Garda. È vero che di fioriture l’Italia è generosa, ma è anche vero che questo parco è particolarmente apprezzato dai botanici sin dal Medioevo per via della ricchezza di «specie endemiche, rare o ad apparizione saltuaria» (espressione formulata nel 1971 dalla Società botanica italiana). Tra queste se ne trovano alcune di epoca preglaciale, che rendendo il Monte Baldo un vero e proprio trattato di botanica a cielo aperto. Nel XVI secolo, il luminare Giovan Battista Olivi, medico, farmacista e letterato sotto i Gonzaga, lo definì il «giardino d’Italia». In effetti è un vero e proprio paradiso per studiosi di specie officinali, geologi e scienziati.Nonostante la presenza di specie rare, sono quelle più comuni (tra cui l’arnica, la genziana e il botton d’oro, per esempio) a dare il meglio di sé durante il mese di giugno. Ed è specialmente il botton d’oro, chiamato così per via del suo giallo intenso, a creare tappeti di indimenticabile bellezza.L’ideale per lasciarsi ammaliare da questa fioritura è seguire il Trekking delle malghe e dei fiori del Baldo, progetto cofinanziato dall’Ue per valorizzare al meglio la montagna. I percorsi sono quattro: verde (da Festa a Bocca del Creer), azzurro (che si limita a Bocca del Creer), rosso (da S. Valentino a Polsa) e giallo (da Mori a Brentonico centro).Percorrendo la panoramica strada sterrata che conduce dal rifugio Graziani a Malga Campo, invece, è possibile ammirare la fioritura più spettacolare, nonché - se fortunati - camosci e marmotte. Si può anche proseguire fino a Malga Campei attraversando Bocca Paltrane: gigli rossi, orchidee blu e i rarissimi gerani argentati sono la fortuna di chiunque vi si imbatta.Altri fiori di rara bellezza sono il semprevivo maggiore, la dattiloriza di Fuchs, la stellaria comune e la salvia dei prati: impossibile avere un elenco completo delle piante che è possibile incontrare sul proprio cammino. Un altro possibile itinerario è quello che parte da Polsa di Brentonico e sale in direzione di Malga Susine, per arrivare alla Bocca d’Ardole e alle postazioni della grande guerra del vicino Corno della paura: qui i bucaneve la fanno da padroni allo sciogliersi dell’ultima neve.Tra i sentieri «cittadini» che vengono solitamente consigliati spicca quello «dele Teragnòle», ossia delle donne di Terragnolo che, tra Ottocento e Novecento, si recavano a Rovereto per vendere le loro mercanzie. Un altro sentiero che gira intorno alla città è quello che conduce all’eremo e al Lago di San Colombano, famoso per le sue acque turchesi. In questo caso, è sempre meglio scrivere a eremosancolombano@gmail.com per sapere in anticipo gli orari di apertura. Una vera e propria incursione nella storia più antica, se si considera che l’eremo risale al 700 d.C. Qui sostavano monaci ed eremiti e la cosa non stupisce affatto: la struttura è infatti incastonata nella parete rocciosa con uno strapiombo di 120 metri.All’interno del parco sono diversi i punti di interesse. Tra questi l’orto dei semplici e giardino botanico del Monte Baldo, il Castello di Avio e il Mulino Zeni. Altro aspetto importante: le piante aromatiche e officinali. Alcuni produttori si sono riuniti creando il marchio Baldensis, che comprende lo zafferano, l’aglio orsino del Monte Baldo, nettari e condimenti, acquistabili in loco e online. Due prodotti, in particolare, meritano attenzione: il burro e i formaggi delle malghe locali, al centro del menù degustazione di Maso Palù, a un chilometro da Brentonico.
Donald Trump (Getty Images)
Donald Trump sta cercando un difficile equilibrio sull’Intelligenza artificiale. Martedì, l’inquilino della Casa Bianca ha firmato un ordine esecutivo che introduce alcune regolamentazioni nel settore. In particolare, il decreto prevede che le società tecnologiche concedano al governo, su base volontaria, un periodo di 30 giorni per consentirgli di esaminare i nuovi modelli di Ia prima che vengano rilasciati. Viene inoltre stabilito che il segretario al Tesoro crei un «centro di coordinamento per la sicurezza informatica», che si occupi di studiare le eventuali vulnerabilità di sicurezza di questi nuovi modelli. Senza dubbio, il nuovo decreto impone delle regolamentazioni più blande rispetto al precedente: cassato a fine maggio poco prima della firma ufficiale, il testo di quell’ordine esecutivo stabiliva infatti che il periodo lasciato al governo per esaminare le nuove tecnologie fosse di 90 giorni.
Il punto è che, secondo Politico, il nuovo decreto ha di fatto creato un paradosso. A cantare vittoria per la sua approvazione sono infatti, nel mondo Maga, sia la corrente favorevole alla deregulation dell’IA sia quella che auspica limiti più severi al settore. A favore dell’ordine esecutivo si sono infatti espressi sia il consigliere per la tecnologia della Casa Bianca, David Sacks, sia Steve Bannon: se il primo, storicamente vicino a Peter Thiel e ad Elon Musk, è da sempre contrario a introdurre lacci e laccioli nel comparto dell’IA, per evitare di compromettere la competitività degli Usa nei confronti della Cina, il secondo esprime da tempo dubbi sull’opportunità di un’Intelligenza artificiale del tutto deregolamentata. Non a caso, il mese scorso, Bannon aveva cofirmato una lettera, in cui si chiedeva a Trump di agire per introdurre dei vincoli. Del resto, secondo Politico, all’interno dell’amministrazione statunitense, anche il capo dello staff della Casa Bianca, Susie Wiles, e il segretario al Tesoro, Scott Bessent, sarebbero storicamente favorevoli a porre dei paletti al settore dell’IA.
Insomma, il nuovo decreto segna una sorta di «tregua armata» tra le varie fazioni che si registrano sull’Intelligenza artificiale in seno al governo statunitense e al mondo Maga. Si tratta di un elemento interessante, soprattutto alla luce del fatto che, a maggio, era stato Sacks a far saltare la firma del precedente ordine esecutivo, esprimendo a Trump delle preoccupazioni in termini di competitività con Pechino. Ed è al centro di questo scontro (neanche troppo sotterraneo) che emerge la figura di JD Vance.
Se nel 2025 era apparso incline a sostenere la deregulation del settore dell’IA, a partire da febbraio scorso il vicepresidente ha iniziato a mutare parere, dicendosi preoccupato soprattutto per la questione della sorveglianza. Inoltre, a fine maggio, ha elogiato Magnifica Humanitas, e si è mostrato esplicitamente freddo verso l’impiego dell’Ia nel settore militare. Il punto è che in Vance confluiscono elementi contrastanti. Da una parte, il numero due della Casa Bianca è storicamente sponsorizzato da Thiel; dall’altra, oltre a essere cattolico, è anche espressione politico-elettorale di quella working class della Rust Belt che guarda con apprensione ai possibili impatti socioeconomici dell’IA.
Già un anno fa, Axios sottolineava come la deregolamentazione dell’Intelligenza artificiale potesse creare attriti tra l’amministrazione Trump e i colletti blu. Si tratta di un tema che il presidente non può certo permettersi di ignorare. E lo stesso riguarda Vance che nutre delle ambizioni presidenziali in vista del 2028. Infine emerge la questione cattolica. Tra gli ambienti più scettici sull’IA nel mondo Maga si registrano soprattutto i circoli cristiani, tanto evangelici quanto, per l’appunto, cattolici. Ora, non è un mistero che il voto dei fedeli alla Chiesa di Roma si sia rivelato fondamentale nelle scorse tornate elettorali statunitensi. In tal senso, il nuovo ordine esecutivo potrebbe essere letto (anche) come un lievissimo ramoscello d’ulivo della Casa Bianca nei confronti della Santa Sede, soprattutto dopo che Leone XIV, nella sua enciclica, si è espresso contro la totale deregolamentazione del settore dell’IA.
Certo, Trump deve bilanciare spinte e interessi contrastanti. E il tema della rivalità con Pechino è ineludibile. In tal senso, il nuovo ordine esecutivo cerca di trovare un primo compromesso tra le varie correnti. La questione è quindi destinata a ripresentarsi. Tuttavia, il presidente americano ha lasciato intendere di voler adottare un approccio pragmatico, che tenga conto della complessità dei temi in gioco.
L’Ue si rimangia il green per l’IA
La Ue lancia il piano per la sovranità tecnologica. Bruxelles ci ha abituati alla lentezza decisionale, affrontando in ritardo temi sui quali altri Paesi sono già competitivi, quindi non c’è da stupirsi se faccia lo stesso anche sul fronte dei semiconduttori, dell’intelligenza artificiale, del cloud e dell’open source. Ovvero per quelle tecnologie chiave che garantiscono il funzionamento degli ospedali, la stabilità delle reti energetiche e la sicurezza dei servizi. «Si tratta di proteggere i nostri cittadini, difendere i nostri interessi e fare le nostre scelte» ha detto la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, presentando il pacchetto sulla sovranità tecnologica, il Cloud and AI development act, per rafforzare la capacità dell’Europa su questi settori e potenziarne l’autonomia. L’iniziativa arriva però quando la dipendenza da fornitori extra-Ue è importante, a fronte di una domanda di capacità di calcolo in crescita per via dell’IA. Le gravi dipendenze strategiche espongono l’Ue al rischio per il controllo dei dati. L’obiettivo del piano è creare un quadro europeo di sovranità per i servizi cloud che sarà usato anche per orientare le scelte delle amministrazioni pubbliche. Saranno introdotti quattro livelli di garanzia, gli Union Assurance Levels, per classificare i servizi cloud in base al grado di protezione offerto rispetto a rischi quali accessi non autorizzati da Paesi terzi, interruzioni del servizio, perdita di autonomia operativa e compromissione dei dati sensibili. Il livello 1 è la soglia minima comune per il settore pubblico, mentre i livelli 2, 3 e 4 introducono requisiti più stringenti. Queste misure hanno l’ambizione di far diventare l’Europa un continente dell’IA, ampliando le opzioni tecnologiche per imprese e cittadini. La Commissione Ue punta a triplicare la capacità dei data center nei prossimi cinque-sette anni. Dando un calcio ai piani green considerato che le infrastrutture digitali richiedono una mole importante di energia e pannelli e pale eoliche non bastano.
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Il premier ungherese Péter Magyar (Ansa)
Per celebrare lo scongelamento di 16 miliardi di fondi Ue, Péter Magyar si era intestato il merito di una «svolta storica» per l’Ungheria. Ieri, Emmanuel Macron lo ha accolto all’Eliseo celebrando l’arrivo di una «nuova era». Non serve nemmeno sforzarsi per capire che, in realtà, il suo resta un «orbanismo», solo più gentile: era sufficiente leggere un’intervista uscita sulla Frankfürter Allgemeine Zeitung, nella lingua madre di Ursula von der Leyen. Giusto per accertarsi che anche lei la capisse.
Il presidente francese vorrebbe tirare Magyar dentro la fumosa coalizione dei volenterosi, in occasione del mega evento che organizzerà il 14 luglio, per commemorare la Rivoluzione. Eppure, sull’Ucraina, il nuovo premier magiaro dice cose simili al suo predecessore. Ad esempio, ha candidato Budapest a sede di eventuali colloqui di pace tra Mosca e Kiev. È vero che persino nei palazzi di Bruxelles, ultimamente, ci si era messi a ragionare su quale figura potesse portare avanti il dialogo con il Cremlino. Fatto sta che Magyar, come Viktor Orbán, non solo non ha problemi ad accreditare il suo Paese quale terreno neutro, ma è anche disponibile a «fornire assistenza diplomatica e umanitaria». Rispetto al passato, egli dimostra di aver affinato le tecniche di mercanteggiamento: mentre si discute dell’ingresso della nazione di Volodymyr Zelensky nell’Unione, un’ipotesi che finora il suo Paese aveva respinto, lui mette sul piatto «un accordo sul ripristino e la garanzia dei diritti linguistici, educativi e culturali dei 100.000 ungheresi che vivono in Ucraina. Dobbiamo chiarire», ha precisato Magyar, «alcune questioni riguardanti la nostra minoranza». Dopodiché, si potrà «aprire un nuovo capitolo» e, magari, concedere il nulla osta a un percorso di integrazione che, in ogni caso, si annuncia ancora lungo. Tutto sommato, se ciò dovesse contribuire ad ammorbidire la posizione di Bruxelles e, soprattutto, a farle allentare i cordoni della borsa, per Magyar sarebbe un punto di caduta vantaggioso: l’intesa sulla minoranza ungherese in Ucraina dovrà essere raggiunta «nei prossimi giorni»; affinché Kiev diventi membro dell’Ue a tutti gli effetti, invece, occorreranno anni.
Poi, c’è il nodo dei rapporti con la Russia. Il premier non intende perdere di vista gli interessi nazionali. Budapest dipende dal gas di Vladimir Putin e, ha ribadito Magyar alla Faz, «non possiamo cambiare questa situazione dall’oggi al domani. I nostri vicini», ha insistito, «dovrebbero capire che l’Ungheria è un Paese senza sbocco sul mare. Non abbiamo registrato crescita economica per anni e, per crescere, abbiamo bisogno di energia a prezzi accessibili. Certo, stiamo facendo tutto il possibile per diversificare le fonti energetiche, ma non possiamo permetterci che la competitività delle nostre aziende diminuisca ulteriormente e che la povertà energetica tra le famiglie ungheresi aumenti». Mettiamola così: sarebbe stato bello ascoltare dei discorsi simili dalle nostre classi dirigenti, già nel 2022. Adesso, dopo anni di condiscendenza ai diktat della Commissione, ci ritroviamo con Valdis Dombrovskis che ci prescrive come vivere. Anzi, di che morte morire.
Ma c’è di più. Manco fosse un Medvedev qualsiasi, Magyar ha aggiunto che, a suo avviso, «l’Europa tornerà parzialmente alle fonti energetiche russe e revocherà le sanzioni, poiché si tratta della competitività di tutta l’Europa e nessuno ha interesse a mantenere una nuova guerra fredda economica e politica in caso di futura pace. Perché ciò accada», ha specificato, «la guerra deve ovviamente finire». Ovviamente. Il messaggio, però, è chiaro: Budapest promuove ancora il disgelo con Mosca e, piuttosto che un irrevocabile divorzio dallo zar, propone un modesto «derisking». D’altronde, i numeri danno ragione al premier magiaro: a parte Ungheria e Slovacchia, anche Francia, Spagna e Belgio continuano a finanziare Putin, facendo incetta di gas liquido. Peggio: attraverso un sistema di matrioske finanziarie, le petroliere fantasma russe riescono ancora a farsi assicurare le spedizioni grazie alle risorse dei mercati del Vecchio continente.
Infine, occorre una buona fantasia per riscontrare la «svolta storica» nelle idee espresse da Magyar sulla governance dell’Unione. Il primo ministro non è «favorevole all’introduzione del voto a maggioranza anziché all’unanimità». Ha senso: l’Ungheria è piccola, la sua economia è debole rispetto a quella dei grandi Paesi Ue e l’unico modo che ha per far contare la propria voce è sfruttare le possibilità che le riservano i Trattati. Il cambiamento, al solito, è formale più che sostanziale: Orbán, ha commentato con la Faz Magyar, «diceva sempre che “dobbiamo sconfiggere Bruxelles”. Non credo che sia questo il punto. L’obiettivo è capirsi e persuadersi a vicenda». Poesia. Ma al netto delle carinerie, il premier ungherese non indietreggia: «Le persone», ha sottolineato, «vogliono un’Unione europea basata su Stati forti, non sugli Stati Uniti d’Europa».
Per sbloccare i finanziamenti negati a Orbán, Ursula si è accontentata della deferenza verbale. In teoria, le somme verranno erogate se Budapest completerà e documenterà le famigerate riforme entro il 31 agosto. Molti di quei soldi, comunque, erano bloccati per dissidi su questioni laterali: quelle che Bruxelles considera discriminazioni contro le persone Lgbtq+, la violazione delle procedure sull’asilo dei migranti, le limitazioni della libertà accademica, come nella vicenda dell’università dei Soros. Magyar, intanto, ha annunciato che chiederà di aderire alla Procura europea (Eppo), la quale potrà così indagare su eventuali frodi nell’uso dei fondi comunitari. E una formula scaltra per sciogliere il nodo dell’Ucraina nell’Ue l’ha trovata. Sul resto - l’essenziale - il ritornello rimane lo stesso. Anche se la Von der Leyen ha salutato l’avvento di «una nuova era», sostenendo che il governo ungherese, appena entrato in carica, sta già «agendo con rapidità e determinazione». Magyar statista a tempo di record. Lo diceva Patty Pravo: tutti quanti sono degli eroi quando vogliono qualcosa.
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Scontri tra monarchici e Polizia a Napoli nel giugno 1946 (Getty Images)
Dal 4 all’11 giugno 1946 l’Italia della transizione tra monarchia e repubblica visse la sua «settimana tragica» a causa delle tensioni generate dall’esito del referendum del 2 giugno precedente e dalle frizioni ancora esistenti nel Paese uscito da appena un anno dalla guerra. Nei giorni tra il voto e l’esilio di Umberto II, il «re di maggio» che regnò soltanto un mese, l’Italia allora guidata da Alcide de Gasperi assieme ai partiti espressione del Cln, rischiò una nuova guerra civile tra il Nord repubblicano ed il Sud profondamente legato all’istituzione monarchica. I motivi della divisione erano stati definiti dal diverso svolgersi degli eventi bellici e delle figure politiche a questi legate. Il Nord era stato il teatro della guerra civile fino all’ultimo giorno. In entrambe le parti in lotta, repubblichini e partigiani legati ai partiti che governeranno nel dopoguerra, la figura dei Savoia era stata pesantemente oscurata dopo la fuga del re a Brindisi, che aveva generato un diffuso sentimento antimonarchico. Nelle regioni meridionali, al contrario, la casa Savoia aveva seguito le sorti del mezzogiorno con l’effimero Regno del Sud controllato dagli Alleati, fatto che generò l’idea della continuità. A Napoli, in particolare, la monarchia sabauda si era sostituita a quella borbonica con una lunga opera di radicamento nella città (tanto che fu istituito il titolo di «Principe di Napoli» all’erede al trono). Quando l’Italia si recò alle urne il 2 giugno del 1946, le ferite della guerra erano ancora aperte. Le tensioni della guerra civile e della Campagna d’Italia dal 1943 al 1945 avevano lasciato un Paese allo stremo, con le vie di comunicazione e le industrie ridotte a macerie. La disoccupazione ed il carovita dovuto all’inflazione galoppante avevano contribuito ad alimentare rabbia e frustrazione, oltre ad avere lasciato un’Italia ancora una volta divisa tra Nord e Sud. Il referendum monarchia-repubblica era diventato un catalizzatore di tensioni, rese ancora più forti dai sospetti di brogli e dal fatto che la popolazione della Venezia Giulia, di Zara, Pola e Fiume oltre a quella della Provincia di Bolzano furono escluse dal voto a causa dell’occupazione straniera.
I lenti scrutini dei seggi evidenziarono sin da subito il divario tra le due italie, con il Sud a netta maggioranza favorevole ai Savoia. Il voto più eclatante fu quello di Napoli, dove l’80% degli elettori scelse la monarchia nel segno della continuità e non solamente per quella: la città partenopea, molto lontana idealmente dal «vento del Nord», era stata una delle più colpite durante il conflitto, con oltre 200 bombardamenti alleati, che avevano prostrato la popolazione riducendola alla fame. Decine di migliaia di napoletani vivevano ancora all’addiaccio in grotte o nei padiglioni della Mostra d’Oltremare, tormentati dalle epidemie e dalla mancanza di ogni tipo di servizio. Fresco era inoltre ancora il mito delle «Quattro giornate» del settembre 1943 quando la sollevazione popolare indusse i tedeschi a lasciare la città. Tutti questi elementi, uniti ad un generale risentimento contro i «partiti del Nord» accesero la miccia dei tumulti che dal 4 all’11 giugno 1946 insanguinarono Napoli.
Subito dopo il referendum, le voci che davano la repubblica in lieve vantaggio si unirono a quelle che condannavano i presunti brogli e il peso delle zone escluse dal voto e quelle di una presunta imminente visita di Umberto II a Napoli, notizia che accese ancora di più gli animi già infiammati. Nonostante l’ultimo re d’Italia non si fosse mai espresso nei confronti dei napoletani pronti alla rivolta, il tam-tam dei rioni fece materializzare per le strade l’idea che una ribellione di Napoli avrebbe potuto sfociare in una futura separazione del Sud dal resto d’Italia. Nei giorni tra il voto e l’esito definitivo delle urne, la Prefettura di Napoli chiese rinforzi all’allora ministro dell’Interno, il socialista Giuseppe Romita, che provvide all’invio di reparti della Celere a protezione dei luoghi sensibili come le sedi dei partiti e le caserme, prese di mira dai rivoltosi per procurare armi.
La sera del 4 giugno la radio divulgò la notizia del vantaggio della repubblica, e la città piombò in un silenzio carico di tensione, destinata a sfogarsi il giorno successivo quando il contemporaneo arrivo a Capodichino della principessa Maria Josè diede il «la» alle proteste di piazza. Già durante la mattinata si registrarono i primi tafferugli tra monarchici e comunisti, mentre Maria José veniva invitata dalle autorità a lasciare la città per Lisbona. Arginato a fatica dalla forza pubblica, il movimento spontaneo dei monarchici si riversò nelle strade di Capodimonte la mattina seguente, con camion imbandierati con lo stemma sabaudo. Ciò che la Prefettura aveva temuto nei giorni precedenti divenne realtà: gli insorti assalirono le caserme dei Carabinieri e dell’Esercito in cerca di armi (e della solidarietà dall’Arma, che non arrivò). Durante gli scontri con la Celere, Napoli ebbe il primo morto. Durante l’assedio della caserma dei Carabinieri di Capodimonte, il lancio di bombe a mano ferì mortalmente l’imbianchino 35enne Ciro Martino. La prima vittima tra i «lazzari» fu la premessa di quelle che furono le «Sette giornate di Napoli», una settimana in cui il fantasma della guerra civile si mostrò nuovamente agli occhi degli italiani. La rabbia si sfogò allora non solo contro i comunisti e i partiti del Nord, ma anche contro una Democrazia Cristiana accusata di ambiguità sulla questione della forma dello Stato e senza risparmiare il braccio del partito, il clero. Numerosi furono in quei giorni concitati gli episodi di violenza contro ecclesiastici, malmenati o scherniti per i vicoli della città per non avere apertamente sostenuto la scelta monarchica.
La situazione peggiorò rapidamente il giorno dopo, quando una folla di 5.000 persone si radunò a Vasto per raggiungere piazza del Plebiscito con l’intento simbolico di fare ammainare la bandiera repubblicana e issare nuovamente quella sabauda. Negli scontri con la Celere, i Carabinieri e l’esercito rimase un altro morto sul selciato: si trattava del sedicenne Gaetano d’Alessandro, colpito alla testa da una raffica di mitra. Lo stesso giorno moriva in ospedale un altro minorenne, il 14enne Carlo Russo, ferito il giorno prima negli scontri di piazza.
Il 9 giugno fu segnato dalle esequie del giovanissimo Russo, che aggiunsero rabbia alla rabbia, gettando le premesse di quello che sarà il giorno più nero della settimana dei tumulti di Napoli. Le fila dei sostenitori dei Savoia andavano aumentando con l’arrivo in città di monarchici provenienti da tutto il Meridione, mentre dalla parte delle forze dell’ordine furono chiamati rinforzi dal Nord, nei cui ranghi erano attivi diversi elementi provenienti dalla Resistenza, arruolati nella Celere dopo la guerra. L’11 giugno la protesta raggiunse il climax, alimentata dalla frustrazione per il rifiuto di Umberto II alla richiesta di porsi alla testa di una rivolta lealista e per gli effetti di un secondo funerale, quello dell’adolescente D’Alessandro. Quel giorno, dopo le esequie, la folla imbandierata con i simboli di Casa Savoia puntò alla sede del Partito Comunista di via Medina, in pieno centro cittadino. Lo scopo dei manifestanti era quello di strappare le bandiere della repubblica e quella rossa dalla facciata del palazzo, come già fatto in altre occasioni nei giorni precedenti, ma la situazione precipitò quasi subito, con la Polizia che sparò al primo manifestante che cercava di arrampicarsi per strappare i vessilli. Ne nacque un durissimo scontro a fuoco tra le barricate realizzate con due vetture tranviarie nella quale persero la vita 9 persone tra cui la diciannovenne Ida Cavalieri, investita da un automezzo della Celere mentre gridava, avvolta nella bandiera sabauda, «Viva ‘o rre!». Due furono i caduti tra le forze dell’ordine, decine i feriti. Durante gli scontri, i «luciani», pescatori di Santa Lucia, decisero di dare man forte ai manifestanti assalendo la sede del Comando Marina per impadronirsi delle armi, venendo respinti a fatica dai militari a guardia della caserma.
La strage di via Medina poteva essere l’ìnizio di una guerra tra il Sud e il Nord, vista la solidarietà espressa dai monarchici meridionali alle vittime delle pallottole del nascente Stato repubblicano. Tuttavia la partenza per l’esilio di Umberto II, avvenuta appena 48 ore dopo i fatti, fece sgonfiare i moti lealisti nati dal «ventre di Napoli». Il 18 giugno la Corte di Cassazione confermò la vittoria della repubblica. Ma l’eredità delle «Sette giornate» dei monarchici pesò sulle scelte successive dell’Italia repubblicana. Un illustre napoletano e monarchico, Enrico De Nicola, divenne Capo provvisorio dello Stato, mentre il primo sindaco eletto dopo l’amministrazione prefettizia della città fu l’avvocato Giuseppe Buonocore, anch’egli di ispirazione monarchica ma garante della transizione in quanto padre della Costituente. Mentre si consumavano gli scontri del giugno 1946, dietro le quinte lavorava l’armatore Achille Lauro, fervente sostenitore dei Savoia e futuro deputato per il Partito Nazionale Monarchico. In quei mesi durissimi del 1946 lavorò per ricostituire la sua flotta annientata dalla guerra grazie all’acquisto di naviglio americano residuato. In breve fu in grado di ricostruire un impero nella navigazione commerciale e nelle rotte atlantiche della seconda emigrazione italiana, sostituendosi, per così dire, alla figura del re nel lungo periodo chiamato «laurismo», quello dei mandati di sindaco di Napoli dal 1952 al 1957 e poi ancora nel 1961. Per citare il grande Eduardo de Filippo, «’A nuttata era passata», ma in quella settimana di ottant’anni fa Napoli e l’Italia si erano trovate avvolte da un buio pesto.
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