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2020-07-01
Le registrazioni del Cav
e una sentenza civile: storia d’Italia da riscrivere
Silvio Berlusconi (Ansa)
È la grande rivincita di Silvio Berlusconi, ed è una botta disastrosa per la giustizia italiana. È un doppio colpo che arriva proprio nel momento di maggior debolezza della magistratura, soprattutto di quella militante e ideologizzata, smascherata dalle intercettazioni di Magistratopoli. Il coup de théâtre è a dir poco devastante, per gli avversari togati del Cavaliere. Da una parte il tribunale civile di Milano, con una sentenza netta, abbatte le basi del procedimento penale per frode fiscale che la Procura di Milano aveva avviato nel 2001 sui diritti cinematografici Mediaset, e che nell'agosto 2013 ha portato all'unica condanna di Cassazione per Berlusconi. Dall'altra parte, si scopre che uno dei cinque giudici di quel collegio di Cassazione era convinto di «aver dovuto firmare una sentenza che riteneva errata sotto il profilo giuridico, profondamente ingiusta, e minata dai pregiudizi» dei colleghi.
Di fronte a tutto questo, per scavare nell'anomalia giudiziaria che 7 anni fa ha espulso dal Senato il fondatore del centrodestra italiano, la richiesta di una commissione parlamentare d'inchiesta è davvero il minimo. «Il Parlamento accerti tutte le disfunzioni del sistema giudiziario», ha chiesto ieri Antonio Tajani, «compresa la vicenda che ha portato alla condanna di Berlusconi». Il vicepresidente di Forza Italia ha bollato la sentenza del 2013 come «un colpo di Stato giudiziario». Dargli torto è difficile, a sentire il giudice Amedeo Franco: uno dei cinque del collegio «feriale» della Cassazione che il primo agosto di quell'anno condannò il quattro volte presidente del Consiglio. Tra loro, per di più, Franco era anche il più competente perché proveniva dalla terza sezione che si occupa di reati tributari.
Nell'ultima memoria che i legali del Cavaliere hanno allegato al ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo che dall'autunno 2013 chiede giustizia contro quella condanna, si legge che proprio in quei mesi Berlusconi aveva casualmente incontrato Franco in compagnia di altre persone. E il giudice aveva pronunciato accuse così gravi che uno dei presenti aveva deciso di registrarlo col telefonino. Franco aveva detto che il suo collegio aveva commesso «una grave ingiustizia», e che Berlusconi era stato «condannato a priori». Il giudice aveva aggiunto la netta impressione che tutta vicenda fosse stata «guidata dall'alto». Insomma, che la condanna per la frode fiscale fosse stata «una porcheria», e che la Corte fosse un «plotone d'esecuzione».
Nella memoria, scritta dal professor Andrea Saccucci, si legge che in un secondo incontro, a sua volta registrato, il giudice aveva aggiunto parole dure nei confronti del presidente del collegio, Antonio Esposito, rimproverato di «malafede». Franco aveva addirittura riferito che Esposito sarebbe stato «pressato» per il fatto che suo figlio, a sua volta magistrato, in quel periodo era indagato dalla Procura di Milano per «essere stato beccato con droga…».
Franco pareva molto scosso da quella fucilazione politica: si diceva «deluso profondamente… perché ho trascorso tutta la vita in questo ambiente e mi ha fatto schifo». Aveva aggiunto: «Non mi mettevo a fare il magistrato se questo è il modo di fare, per… per colpire le persone, gli avversari politici. Non è così. Io ho opinioni diverse della giustizia».
Che in seno al collegio fossero emerse divisioni brutali sulla colpevolezza di Berlusconi, va detto, era parso evidente già nel 2013. La condanna, del resto, si basava su un punto controverso: la consapevolezza della presunta frode da parte di Berlusconi, che però non aveva firmato alcun documento di Mediaset e si era sempre protestato innocente in quanto ignaro delle scelte fatte dall'azienda a partire dalla sua discesa in campo, nel 1994. Mesi dopo, il settimanale Panorama aveva poi segnalato un fatto davvero strano: perché Franco, giudice relatore in un diverso collegio della Cassazione che giudicava su un caso di presunta frode fiscale identico a quello per cui il Cavaliere era stato condannato, aveva assolto l'imputato. Nella sentenza, in modo del tutto irrituale, Franco aveva scritto che la Corte d'appello, condannandolo malgrado non avesse firmato alcun documento, aveva commesso un grave errore perché aveva seguito «un'interpretazione analoga a quella seguita dalla sezione feriale il primo agosto 2013». Cioè proprio quella adottata contro Berlusconi. In poche parole, la Cassazione di Franco aveva cassato la Cassazione di Esposito: «La tesi (della colpevolezza, ndr) non può essere condivisa e confermata», aveva scritto Franco in quella sentenza, «perché è contraria alla assolutamente costante e pacifica giurisprudenza di questa Corte, e al vigente sistema sanzionatorio dei reati tributari». Insomma, sia pure a distanza, Franco aveva voluto smentire pubblicamente i suoi colleghi del «plotone d'esecuzione» anti berlusconiano.
Non bastasse, un altro colpo alle fondamenta del processo penale per la frode fiscale Mediaset viene dal tribunale civile di Milano. Che nel 2016, tre anni dopo la condanna penale di Berlusconi, era stato chiamato a giudicare sulla presunta «cresta» fatta sui diritti cinematografici versati da Mediaset a Farouk Agrama, mediatore nell'acquisto di film sul mercato statunitense: visto che per la giustizia penale i pagamenti «gonfiati» ad Agrama erano stati il trucco per creare «costi fittizi» che avevano determinato la condanna per frode fiscale di Berlusconi, Mediaset aveva chiesto indietro i 113 milioni che, in base alla condanna, sarebbero stati pagati «in eccesso». Nella sentenza civile oggi si legge, al contrario, che i pagamenti erano corretti e che la mediazione di Agrama era «effettiva» perché «furono conclusi numerosissimi contratti […]. Tutti i testi hanno poi confermato l'interposizione effettiva e addirittura inevitabile di Agrama (…). Di conseguenza, il fatto della “interposizione fittizia" contestato nei capi d'imputazione non sussiste!». Insomma, con la condanna di Berlusconi, i pubblici ministeri e i giudici della Cassazione hanno sbagliato. Tutti. Con tanto di punto esclamativo. E volete ancora chiamarla giustizia?
I due forni di Berlusconi. Con Salvini sui pm, col Colle sull’Europa
Perché le rivelazioni del dottor Amedeo Franco, relatore della sezione feriale della Cassazione che tra il 30 luglio e il 2 agosto del 2013 condannò per evasione fiscale Silvio Berlusconi, escono adesso? C'è una ragione di momento politico-giudiziario, e una possibile conseguenza sulla tenuta del sistema italiano. Gli audio del giudice risalgono infatti a inizio 2014: più di sei anni fa, mentre la sentenza del tribunale civile di cui parliamo qui a fianco è del gennaio di quest'anno. Entrambe sono state recentemente allegate al ricorso fatto anni fa dal Cavaliere alla Corte di Strasburgo, e quindi gettate nell'agone mediatico-politico.
Perché, dunque? Impossibile non notare la situazione di deterioramento dell'immagine della magistratura, sottolineata anche dal capo dello Stato (e presidente del Csm), Sergio Mattarella. A parità di dati di fatto, l'entourage di Berlusconi si è messo in scia alle polemiche sulla politicizzazione della giustizia innescate anzitutto dagli scoop della Verità sull'inchiesta di Perugia con al centro Luca Palamara. Notizie esplosive, commentate da una lunga intervista concessa dallo stesso leader azzurro a Giorgio Gandola poche settimane fa su queste colonne.
Il combinato disposto delle ingiustizie lamentate da Matteo Salvini («Ha ragione, ma bisogna attaccarlo», chattavano tra loro le toghe intercettate) e da Silvio Berlusconi accomunano i due pezzi grossi del centrodestra, e ripropongono la necessità di un pallino del Cav: una riforma che imponga separazione delle carriere dei Csm e una sostanziale riscrittura delle regole istituzionali. Ma le rivelazioni di ieri e di oggi, unite dal momento politico, chiamano in causa il Quirinale: il Colle non può non prendere atto che queste due vicende, volutamente accostate dalla mossa di Berlusconi, minano alla radice la fiducia nella giustizia, e chiamano indirettamente in causa il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano, che dal 2011 non fece nulla per dissimulare la sua volontà di far cadere Berlusconi. Ma c'è un dettaglio che incide sui giorni presenti. Berlusconi non poteva certo non sapere di quel colloquio con Amedeo Franco, dato che ne era co-protagonista: è l'altissimo magistrato stesso, anzi, a presentarsi ad limina dal Cavaliere. Ora, la posizione di Forza Italia sul Mes è in funzione di queste rivelazioni? Il retroscena che circola è questo: Berlusconi vuole restituita la sua onorabilità, in modo politicamente tangibile. Perché ciò accada debbono cadere prima di tutto le pregiudiziali europee che portarono alla caduta del 2011, operazione totalmente orchestrata da Napolitano. La richiesta, levatasi a gran voce da Forza Italia ieri assieme alla necessità di una commissione d'inchiesta, di «risarcire» il Cavaliere con un laticlavio va dunque letta in controluce: non vi sarebbe per nemesi più dolce ed efficace della stessa mossa con cui l'allora capo di Stato issò Monti a Palazzo Chigi. Ma Berlusconi non può non essere conscio della sua diminuita forza elettorale, che lo porta in questo frangente a cercare sponde anche opposte. Da un lato infatti chiedendo con forza il Mes - al punto di dire a Conte: o lo approvi o noi votiamo altri scostamenti di deficit - sorpassa quasi il Pd nell'afflato europeista e accredita sé stesso e il suo partito come i difensori dei valori europei. Dall'altro lato Berlusconi vuole tenere compatto il centrodestra proprio sul tema giustizia. Al Cav, infatti, ieri è arrivata la solidarietà di Salvini e Giorgia Meloni, mentre Antonio Tajani ha invocato una commissione d'inchiesta, addirittura paragonando Berlusconi ad Alfred Dreyfus, il capo militare ebreo francese ingiustamente condannato per alto tradimento: in Fi hanno ovviamente reagito in molti, da Anna Maria Bernini, a Mariastella Gelmini, a Licia Ronzulli. Forse non è un caso che, nella maggioranza, l'unico a parlare sia stato Matteo Renzi, protagonista del patto del Nazareno, chiedendo che si faccia chiarezza.
La mossa del ricorso, nel suo apparente anacronismo, cambia il quadro. Perché Berlusconi difensore del Mes potrebbe ottenere il sì dall'Europa, Berlusconi padre nobile potrebbe accreditare il centrodestra in forza di un patto spericolato. Lo scenario probabile delle prossime settimane è questo: sul Mes non si trova l'accordo, e il Recovery fund non parte se prima l'Italia non si sottomette al Salvastati. Il Pd rompe, e Forza Italia assicura il sì a un governo tecnico in sostituzione dei ribelli grillini. Si approva il Mes, e dopo la Finanziaria si va a votare, con gli azzurri che puntano a essere decisivi per la coalizione che avrebbe ottime probabilità di conquistare Palazzo Chigi. E se il governo sarebbe ovviamente appannaggio di Salvini e Meloni, pare che a Berlusconi abbiano addirittura fatto annusare aria di Quirinale: il massimo del risarcimento. C'è tempo, ma il quadro è cambiato.
Le cene, i pm, la grazia: il leader di Forza Italia riscrive la storia

Karima El Mahroug (Massimo Di Nonno, Getty Images)
Con le registrazioni degli incontri tra Silvio Berlusconi e il giudice Amedeo Franco, il relatore della sentenza di condanna definitiva contro l'ex premier nel cosiddetto processo Mediatrade, c'è di che riscrivere un pezzo di storia italiana. Il primo incontro tra i due avviene nell'inverno del 2014, e il secondo il 14 febbraio dello stesso anno. Rendez-vous che non paiono causali: «La ringrazio molto del sacrificio che ha fatto a venire qua» dice l'ex premier a Franco. «No è un grande piacere, se ha bisogno di qualche cosa io vengo, non c'è problema».
Nel primo «audio» il convitato di pietra è l'allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Secondo Franco il Primo presidente della Cassazione gli avrebbe detto: «Hai visto anche il presidente della Repubblica ha detto che è contento del fatto che avete deciso uniformemente a quello che ha detto il procuratore generale». Eppure Berlusconi sembra voler spedire Franco al Quirinale per convincere Napolitano a concedergli la grazia. Franco spiega di aver «accettato di fare questa cosa» per «esprimere solidarietà» a Berlusconi perché «è stato trattato ingiustamente». I due parlano di una possibile lettera a Napolitano, che per Franco «se è segreta non va bene». Per il magistrato scriverla per far sapere al Quirinale la sua opinione sulla sentenza (che «faceva schifo») sarebbe inutile, visto che Franco l'ha già detto a Ernesto Lupo, ex primo presidente della Cassazione e in quel momento consigliere di Napolitano. Ma Berlusconi vuole che Franco vada direttamente dal presidente: «E che gli dico?» chiede l'alto magistrato. Berlusconi: «L'unico modo potrebbe essere questo, che lei telefoni a Lupo e gli dice: “Guarda, io ho un peso sulla coscienza, siccome so che adesso c'è il fatto grazia sì, grazia no per Berlusconi, vorrei venire a dire…». Subito dopo i due si salutano e si rincontrano il 14 febbraio, otto giorni prima della nascita del governo Renzi. Il Cavaliere, fresco di Patto del Nazareno, commenta: «Renzi? Accetto scommesse. Entro il 20 manda a casa questo governo e si mette lui presidente del Consiglio. […] Io resto all'opposizione e voto le riforme, perché le inseguo da vent'anni».
Berlusconi ipotizza che Renato Brunetta verrà mandato a fare il commissario europeo e che su 12 ministri otto andranno al Pd, uno a Scelta civica, uno a Vendola e due al Nuovo centro destra, con Angelino Alfano e Maurizio Lupi. Più o meno, andrà così.
Le registrazioni audio contengono anche una versione succulenta del Ruby-gate, raccontata dal Cavaliere: «Sono andati avanti a farmene di tutti i colori, le invenzioni delle mie cene con il club delle ragazze che non c'è stato un atto... ho giurato su tutto quello che ho di più caro, che non ho mai visto un atto che potesse essere inelegante, non di sesso, ma poi ero in casa mia e se ci fossero stati anche atti di sesso che reato era?». La protagonista di questa storia è la marocchina Karima El Mahroug, in arte Ruby. Berlusconi ricostruisce la storia della chiacchierata con Hosni Mubarak (in quel momento presidente egiziano): «Questa qui si era dichiarata figlia di una famosa cantante egiziana, parente di Mubarak e noi le abbiamo creduto, ci ha detto che i suoi genitori l'avevano buttata fuori casa perché aveva abbracciato la religione cattolica, ci faceva vedere le piaghe provocate, a suo dire, dal lancio di olio bollente, da parte del padre e di un fratello del padre, di uno zio, e quindi noi ci avevamo creduto, tanto è vero che otto giorni prima io faccio un summit con Mubarak a Villa Madama, e [...] gli ho detto: “Ho conosciuto una ragazza egiziana, dice di essere sua parente, tua parente", ci davamo del tu con Mubarak... veniva ogni anno nove giorni in vacanza da me in Sardegna e io gli lasciavo la casa... lui, moglie, figlio e figlia... va beh... comunque gli dico “questa ragazza ha detto di essere figlia di questa cantante". Mubarak conosceva benissimo la cantante e guarda caso era vero che fosse una sua... nella cerchia familiare». La storia di Ruby, quindi, in quel momento al Cavaliere risulta credibile. E spiega: «Però non sapeva niente della ragazza, e dice “Ti farò sapere"». Otto giorni dopo, però, Ruby finisce in Questura. «A me», racconta il Cav, «passa nella testa: “Oddio, faccio un incidente diplomatico con Mubarak". Come faccio a spiegare a Mubarak, che è un dittatore, che un presidente italiano non ha alcun potere?».
È il caposcorta di Berlusconi ad avere il lampo di genio: sentire il funzionario della Questura. Il Cavaliere racconta la chiamata notturna: «Prima parlo tre minuti a scusarmi di averlo disturbato [...] poi gli dico “Guardi, ho bisogno di una informazione, c'è una ragazza da voi per l'identificazione, vorrei sapere se è egiziana e parente di Mubarak, perché se no mi capita un caso che non va..."». Si scopre che «è qualche mese inferiore ai 18 anni», spiega Berlusconi, che comunque pensava che dalla Questura, dopo l'identificazione, l'avrebbero mandata in una casa famiglia. E invece si è dovuto attivare lui. Racconta: «È andata lì la Minetti (Nicole , ndr) che allora era, per noi, una bravissima ragazza, presentata da don Verzè (Luigi, ndr), poi è diventata... il successo le ha dato alla testa [...] e comunque gli dice il funzionario alla Minetti “perché non la prende lei, è una cosa burocratica..."». «Sette anni per questa vicenda», chiosa il Cavaliere. E le cene hot? Berlusconi racconta anche quelle. Con le ragazze che speravano di trovare una strada per una comparsata in tv o al cinema. Questa parte della storia gli è costata un'altra accusa: quella di aver corrotto le Olgettine. Berlusconi smonta le accuse in questo modo: «Hanno detto che estraevano il pisello di Fede, 82 anni, che mi autorizza a dire pubblicamente che per trovare il pisello a lui, specie dopo la mezzanotte, occorre organizzare una regolare caccia al tesoro». L'ultima parte del racconto sui processi è legata a Gianpaolo Tarantini, l'uomo che portò Patrizia D'Addario e altre ragazze a Palazzo Grazioli: «Io avevo bisogno del signor Tarantini per portarmi due escort? Ma basta prendere l'Ipad, si fa così... Roma... ma ci sono anche Busto Arsizio, Monza (inc.) di provincia hanno le loro escort, con anche il prezzo, per partecipare a una cena 150 euro. Io posso portarmi 24 escort, basta che telefoni alle due, alle tre del pomeriggio, le invito qua... no? Ho bisogno di andare... di prendere Tarantini, ma cosa da pazzi!».
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Smontate dal tribunale civile le basi del processo che portò alla condanna dell'allora senatore per frode fiscale. E spuntano gli audio del 2014 in cui il giudice Amedeo Franco confessa: «Sentenza pilotata, fu un plotone d'esecuzione».Le «novità» sparate nel momento di massima crisi delle toghe. Per il pieno riscatto il leader di Fi è pronto al sì al governissimo.Nelle registrazioni lo «scoop» su Matteo Renzi a Palazzo Chigi, i dettagli hot sul Rubygate e la trattativa col Quirinale.Lo speciale contiene tre articoli e i file con le intercettazioni. Le registrazioni di Berlusconi from La Verità È la grande rivincita di Silvio Berlusconi, ed è una botta disastrosa per la giustizia italiana. È un doppio colpo che arriva proprio nel momento di maggior debolezza della magistratura, soprattutto di quella militante e ideologizzata, smascherata dalle intercettazioni di Magistratopoli. Il coup de théâtre è a dir poco devastante, per gli avversari togati del Cavaliere. Da una parte il tribunale civile di Milano, con una sentenza netta, abbatte le basi del procedimento penale per frode fiscale che la Procura di Milano aveva avviato nel 2001 sui diritti cinematografici Mediaset, e che nell'agosto 2013 ha portato all'unica condanna di Cassazione per Berlusconi. Dall'altra parte, si scopre che uno dei cinque giudici di quel collegio di Cassazione era convinto di «aver dovuto firmare una sentenza che riteneva errata sotto il profilo giuridico, profondamente ingiusta, e minata dai pregiudizi» dei colleghi. Di fronte a tutto questo, per scavare nell'anomalia giudiziaria che 7 anni fa ha espulso dal Senato il fondatore del centrodestra italiano, la richiesta di una commissione parlamentare d'inchiesta è davvero il minimo. «Il Parlamento accerti tutte le disfunzioni del sistema giudiziario», ha chiesto ieri Antonio Tajani, «compresa la vicenda che ha portato alla condanna di Berlusconi». Il vicepresidente di Forza Italia ha bollato la sentenza del 2013 come «un colpo di Stato giudiziario». Dargli torto è difficile, a sentire il giudice Amedeo Franco: uno dei cinque del collegio «feriale» della Cassazione che il primo agosto di quell'anno condannò il quattro volte presidente del Consiglio. Tra loro, per di più, Franco era anche il più competente perché proveniva dalla terza sezione che si occupa di reati tributari.Nell'ultima memoria che i legali del Cavaliere hanno allegato al ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo che dall'autunno 2013 chiede giustizia contro quella condanna, si legge che proprio in quei mesi Berlusconi aveva casualmente incontrato Franco in compagnia di altre persone. E il giudice aveva pronunciato accuse così gravi che uno dei presenti aveva deciso di registrarlo col telefonino. Franco aveva detto che il suo collegio aveva commesso «una grave ingiustizia», e che Berlusconi era stato «condannato a priori». Il giudice aveva aggiunto la netta impressione che tutta vicenda fosse stata «guidata dall'alto». Insomma, che la condanna per la frode fiscale fosse stata «una porcheria», e che la Corte fosse un «plotone d'esecuzione». Nella memoria, scritta dal professor Andrea Saccucci, si legge che in un secondo incontro, a sua volta registrato, il giudice aveva aggiunto parole dure nei confronti del presidente del collegio, Antonio Esposito, rimproverato di «malafede». Franco aveva addirittura riferito che Esposito sarebbe stato «pressato» per il fatto che suo figlio, a sua volta magistrato, in quel periodo era indagato dalla Procura di Milano per «essere stato beccato con droga…». Franco pareva molto scosso da quella fucilazione politica: si diceva «deluso profondamente… perché ho trascorso tutta la vita in questo ambiente e mi ha fatto schifo». Aveva aggiunto: «Non mi mettevo a fare il magistrato se questo è il modo di fare, per… per colpire le persone, gli avversari politici. Non è così. Io ho opinioni diverse della giustizia».Che in seno al collegio fossero emerse divisioni brutali sulla colpevolezza di Berlusconi, va detto, era parso evidente già nel 2013. La condanna, del resto, si basava su un punto controverso: la consapevolezza della presunta frode da parte di Berlusconi, che però non aveva firmato alcun documento di Mediaset e si era sempre protestato innocente in quanto ignaro delle scelte fatte dall'azienda a partire dalla sua discesa in campo, nel 1994. Mesi dopo, il settimanale Panorama aveva poi segnalato un fatto davvero strano: perché Franco, giudice relatore in un diverso collegio della Cassazione che giudicava su un caso di presunta frode fiscale identico a quello per cui il Cavaliere era stato condannato, aveva assolto l'imputato. Nella sentenza, in modo del tutto irrituale, Franco aveva scritto che la Corte d'appello, condannandolo malgrado non avesse firmato alcun documento, aveva commesso un grave errore perché aveva seguito «un'interpretazione analoga a quella seguita dalla sezione feriale il primo agosto 2013». Cioè proprio quella adottata contro Berlusconi. In poche parole, la Cassazione di Franco aveva cassato la Cassazione di Esposito: «La tesi (della colpevolezza, ndr) non può essere condivisa e confermata», aveva scritto Franco in quella sentenza, «perché è contraria alla assolutamente costante e pacifica giurisprudenza di questa Corte, e al vigente sistema sanzionatorio dei reati tributari». Insomma, sia pure a distanza, Franco aveva voluto smentire pubblicamente i suoi colleghi del «plotone d'esecuzione» anti berlusconiano.Non bastasse, un altro colpo alle fondamenta del processo penale per la frode fiscale Mediaset viene dal tribunale civile di Milano. Che nel 2016, tre anni dopo la condanna penale di Berlusconi, era stato chiamato a giudicare sulla presunta «cresta» fatta sui diritti cinematografici versati da Mediaset a Farouk Agrama, mediatore nell'acquisto di film sul mercato statunitense: visto che per la giustizia penale i pagamenti «gonfiati» ad Agrama erano stati il trucco per creare «costi fittizi» che avevano determinato la condanna per frode fiscale di Berlusconi, Mediaset aveva chiesto indietro i 113 milioni che, in base alla condanna, sarebbero stati pagati «in eccesso». Nella sentenza civile oggi si legge, al contrario, che i pagamenti erano corretti e che la mediazione di Agrama era «effettiva» perché «furono conclusi numerosissimi contratti […]. Tutti i testi hanno poi confermato l'interposizione effettiva e addirittura inevitabile di Agrama (…). Di conseguenza, il fatto della “interposizione fittizia" contestato nei capi d'imputazione non sussiste!». Insomma, con la condanna di Berlusconi, i pubblici ministeri e i giudici della Cassazione hanno sbagliato. Tutti. Con tanto di punto esclamativo. E volete ancora chiamarla giustizia?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/riabilitazione-e-mea-culpa-della-toga-berlusconi-si-prende-la-sua-rivincita-2646302612.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-due-forni-di-berlusconi-con-salvini-sui-pm-col-colle-sulleuropa" data-post-id="2646302612" data-published-at="1593563618" data-use-pagination="False"> I due forni di Berlusconi. Con Salvini sui pm, col Colle sull’Europa Perché le rivelazioni del dottor Amedeo Franco, relatore della sezione feriale della Cassazione che tra il 30 luglio e il 2 agosto del 2013 condannò per evasione fiscale Silvio Berlusconi, escono adesso? C'è una ragione di momento politico-giudiziario, e una possibile conseguenza sulla tenuta del sistema italiano. Gli audio del giudice risalgono infatti a inizio 2014: più di sei anni fa, mentre la sentenza del tribunale civile di cui parliamo qui a fianco è del gennaio di quest'anno. Entrambe sono state recentemente allegate al ricorso fatto anni fa dal Cavaliere alla Corte di Strasburgo, e quindi gettate nell'agone mediatico-politico. Perché, dunque? Impossibile non notare la situazione di deterioramento dell'immagine della magistratura, sottolineata anche dal capo dello Stato (e presidente del Csm), Sergio Mattarella. A parità di dati di fatto, l'entourage di Berlusconi si è messo in scia alle polemiche sulla politicizzazione della giustizia innescate anzitutto dagli scoop della Verità sull'inchiesta di Perugia con al centro Luca Palamara. Notizie esplosive, commentate da una lunga intervista concessa dallo stesso leader azzurro a Giorgio Gandola poche settimane fa su queste colonne. Il combinato disposto delle ingiustizie lamentate da Matteo Salvini («Ha ragione, ma bisogna attaccarlo», chattavano tra loro le toghe intercettate) e da Silvio Berlusconi accomunano i due pezzi grossi del centrodestra, e ripropongono la necessità di un pallino del Cav: una riforma che imponga separazione delle carriere dei Csm e una sostanziale riscrittura delle regole istituzionali. Ma le rivelazioni di ieri e di oggi, unite dal momento politico, chiamano in causa il Quirinale: il Colle non può non prendere atto che queste due vicende, volutamente accostate dalla mossa di Berlusconi, minano alla radice la fiducia nella giustizia, e chiamano indirettamente in causa il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano, che dal 2011 non fece nulla per dissimulare la sua volontà di far cadere Berlusconi. Ma c'è un dettaglio che incide sui giorni presenti. Berlusconi non poteva certo non sapere di quel colloquio con Amedeo Franco, dato che ne era co-protagonista: è l'altissimo magistrato stesso, anzi, a presentarsi ad limina dal Cavaliere. Ora, la posizione di Forza Italia sul Mes è in funzione di queste rivelazioni? Il retroscena che circola è questo: Berlusconi vuole restituita la sua onorabilità, in modo politicamente tangibile. Perché ciò accada debbono cadere prima di tutto le pregiudiziali europee che portarono alla caduta del 2011, operazione totalmente orchestrata da Napolitano. La richiesta, levatasi a gran voce da Forza Italia ieri assieme alla necessità di una commissione d'inchiesta, di «risarcire» il Cavaliere con un laticlavio va dunque letta in controluce: non vi sarebbe per nemesi più dolce ed efficace della stessa mossa con cui l'allora capo di Stato issò Monti a Palazzo Chigi. Ma Berlusconi non può non essere conscio della sua diminuita forza elettorale, che lo porta in questo frangente a cercare sponde anche opposte. Da un lato infatti chiedendo con forza il Mes - al punto di dire a Conte: o lo approvi o noi votiamo altri scostamenti di deficit - sorpassa quasi il Pd nell'afflato europeista e accredita sé stesso e il suo partito come i difensori dei valori europei. Dall'altro lato Berlusconi vuole tenere compatto il centrodestra proprio sul tema giustizia. Al Cav, infatti, ieri è arrivata la solidarietà di Salvini e Giorgia Meloni, mentre Antonio Tajani ha invocato una commissione d'inchiesta, addirittura paragonando Berlusconi ad Alfred Dreyfus, il capo militare ebreo francese ingiustamente condannato per alto tradimento: in Fi hanno ovviamente reagito in molti, da Anna Maria Bernini, a Mariastella Gelmini, a Licia Ronzulli. Forse non è un caso che, nella maggioranza, l'unico a parlare sia stato Matteo Renzi, protagonista del patto del Nazareno, chiedendo che si faccia chiarezza. La mossa del ricorso, nel suo apparente anacronismo, cambia il quadro. Perché Berlusconi difensore del Mes potrebbe ottenere il sì dall'Europa, Berlusconi padre nobile potrebbe accreditare il centrodestra in forza di un patto spericolato. Lo scenario probabile delle prossime settimane è questo: sul Mes non si trova l'accordo, e il Recovery fund non parte se prima l'Italia non si sottomette al Salvastati. Il Pd rompe, e Forza Italia assicura il sì a un governo tecnico in sostituzione dei ribelli grillini. Si approva il Mes, e dopo la Finanziaria si va a votare, con gli azzurri che puntano a essere decisivi per la coalizione che avrebbe ottime probabilità di conquistare Palazzo Chigi. E se il governo sarebbe ovviamente appannaggio di Salvini e Meloni, pare che a Berlusconi abbiano addirittura fatto annusare aria di Quirinale: il massimo del risarcimento. 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Rendez-vous che non paiono causali: «La ringrazio molto del sacrificio che ha fatto a venire qua» dice l'ex premier a Franco. «No è un grande piacere, se ha bisogno di qualche cosa io vengo, non c'è problema». Nel primo «audio» il convitato di pietra è l'allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Secondo Franco il Primo presidente della Cassazione gli avrebbe detto: «Hai visto anche il presidente della Repubblica ha detto che è contento del fatto che avete deciso uniformemente a quello che ha detto il procuratore generale». Eppure Berlusconi sembra voler spedire Franco al Quirinale per convincere Napolitano a concedergli la grazia. Franco spiega di aver «accettato di fare questa cosa» per «esprimere solidarietà» a Berlusconi perché «è stato trattato ingiustamente». I due parlano di una possibile lettera a Napolitano, che per Franco «se è segreta non va bene». Per il magistrato scriverla per far sapere al Quirinale la sua opinione sulla sentenza (che «faceva schifo») sarebbe inutile, visto che Franco l'ha già detto a Ernesto Lupo, ex primo presidente della Cassazione e in quel momento consigliere di Napolitano. Ma Berlusconi vuole che Franco vada direttamente dal presidente: «E che gli dico?» chiede l'alto magistrato. Berlusconi: «L'unico modo potrebbe essere questo, che lei telefoni a Lupo e gli dice: “Guarda, io ho un peso sulla coscienza, siccome so che adesso c'è il fatto grazia sì, grazia no per Berlusconi, vorrei venire a dire…». Subito dopo i due si salutano e si rincontrano il 14 febbraio, otto giorni prima della nascita del governo Renzi. Il Cavaliere, fresco di Patto del Nazareno, commenta: «Renzi? Accetto scommesse. Entro il 20 manda a casa questo governo e si mette lui presidente del Consiglio. […] Io resto all'opposizione e voto le riforme, perché le inseguo da vent'anni». Berlusconi ipotizza che Renato Brunetta verrà mandato a fare il commissario europeo e che su 12 ministri otto andranno al Pd, uno a Scelta civica, uno a Vendola e due al Nuovo centro destra, con Angelino Alfano e Maurizio Lupi. Più o meno, andrà così. Le registrazioni audio contengono anche una versione succulenta del Ruby-gate, raccontata dal Cavaliere: «Sono andati avanti a farmene di tutti i colori, le invenzioni delle mie cene con il club delle ragazze che non c'è stato un atto... ho giurato su tutto quello che ho di più caro, che non ho mai visto un atto che potesse essere inelegante, non di sesso, ma poi ero in casa mia e se ci fossero stati anche atti di sesso che reato era?». La protagonista di questa storia è la marocchina Karima El Mahroug, in arte Ruby. Berlusconi ricostruisce la storia della chiacchierata con Hosni Mubarak (in quel momento presidente egiziano): «Questa qui si era dichiarata figlia di una famosa cantante egiziana, parente di Mubarak e noi le abbiamo creduto, ci ha detto che i suoi genitori l'avevano buttata fuori casa perché aveva abbracciato la religione cattolica, ci faceva vedere le piaghe provocate, a suo dire, dal lancio di olio bollente, da parte del padre e di un fratello del padre, di uno zio, e quindi noi ci avevamo creduto, tanto è vero che otto giorni prima io faccio un summit con Mubarak a Villa Madama, e [...] gli ho detto: “Ho conosciuto una ragazza egiziana, dice di essere sua parente, tua parente", ci davamo del tu con Mubarak... veniva ogni anno nove giorni in vacanza da me in Sardegna e io gli lasciavo la casa... lui, moglie, figlio e figlia... va beh... comunque gli dico “questa ragazza ha detto di essere figlia di questa cantante". Mubarak conosceva benissimo la cantante e guarda caso era vero che fosse una sua... nella cerchia familiare». La storia di Ruby, quindi, in quel momento al Cavaliere risulta credibile. E spiega: «Però non sapeva niente della ragazza, e dice “Ti farò sapere"». Otto giorni dopo, però, Ruby finisce in Questura. «A me», racconta il Cav, «passa nella testa: “Oddio, faccio un incidente diplomatico con Mubarak". Come faccio a spiegare a Mubarak, che è un dittatore, che un presidente italiano non ha alcun potere?». È il caposcorta di Berlusconi ad avere il lampo di genio: sentire il funzionario della Questura. Il Cavaliere racconta la chiamata notturna: «Prima parlo tre minuti a scusarmi di averlo disturbato [...] poi gli dico “Guardi, ho bisogno di una informazione, c'è una ragazza da voi per l'identificazione, vorrei sapere se è egiziana e parente di Mubarak, perché se no mi capita un caso che non va..."». Si scopre che «è qualche mese inferiore ai 18 anni», spiega Berlusconi, che comunque pensava che dalla Questura, dopo l'identificazione, l'avrebbero mandata in una casa famiglia. E invece si è dovuto attivare lui. Racconta: «È andata lì la Minetti (Nicole , ndr) che allora era, per noi, una bravissima ragazza, presentata da don Verzè (Luigi, ndr), poi è diventata... il successo le ha dato alla testa [...] e comunque gli dice il funzionario alla Minetti “perché non la prende lei, è una cosa burocratica..."». «Sette anni per questa vicenda», chiosa il Cavaliere. E le cene hot? Berlusconi racconta anche quelle. Con le ragazze che speravano di trovare una strada per una comparsata in tv o al cinema. Questa parte della storia gli è costata un'altra accusa: quella di aver corrotto le Olgettine. Berlusconi smonta le accuse in questo modo: «Hanno detto che estraevano il pisello di Fede, 82 anni, che mi autorizza a dire pubblicamente che per trovare il pisello a lui, specie dopo la mezzanotte, occorre organizzare una regolare caccia al tesoro». L'ultima parte del racconto sui processi è legata a Gianpaolo Tarantini, l'uomo che portò Patrizia D'Addario e altre ragazze a Palazzo Grazioli: «Io avevo bisogno del signor Tarantini per portarmi due escort? Ma basta prendere l'Ipad, si fa così... Roma... ma ci sono anche Busto Arsizio, Monza (inc.) di provincia hanno le loro escort, con anche il prezzo, per partecipare a una cena 150 euro. Io posso portarmi 24 escort, basta che telefoni alle due, alle tre del pomeriggio, le invito qua... no? Ho bisogno di andare... di prendere Tarantini, ma cosa da pazzi!».
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Gli Usa hanno già imposto severe restrizioni all’ingresso per 30 giorni ai viaggiatori che sono stati in Congo, in Uganda e nel Sud Sudan, ma da domani saranno posti sotto controllo anche chi arriva da Ruanda, Burundi e Tanzania. Anche l’Italia si è mossa rapidamente ed è già tornato dall’Africa un team di esperti dell’Istituto Nazionale per le Malattie infettive dello Spallanzani, inviato a Kinshasa per capire la situazione. I viaggiatori provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo e dall’Uganda hanno l’obbligo di dichiarazione, mentre l’Unione europea sta pensando a un’azione coordinata e sono allo studio farmaci e vaccini che al momento non esistono per questo ceppo.
Il rischio maggiore è però l’arrivo di persone dalle zone sotto osservazione attraverso canali non ufficiali. Se l’aeroporto di Fiumicino, come tutti gli altri aeroporti d’Europa, sarà attentamente monitorato, chi arriva attraverso il Mediterraneo sulle coste italiane rimane difficilmente controllabile.
Negli anni sono state tante le malattie ricomparse in Italia dopo essere state debellate, portate da aree del mondo dove sono ancora presenti. Il 2014 è stato l’anno dell’allarme della Tubercolosi, dovuto, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, all’incidenza nel paese d’origine, ma anche alle condizioni di vita e all’accesso ai servizi sanitari. Negli ultimi anni invece è stato il caso della scabbia, che nel 2015 aveva portato alla temporanea chiusura delle frontiere e migranti bloccati nelle stazioni ferroviarie delle principali città italiane. La scabbia un’infezione della pelle causata da un parassita favorita da scarsa igiene e sovraffollamento, condizioni tipiche dei viaggi sui barconi. Anche la difterite ha visto crescere i suoi numeri, con focolai tra le popolazioni vulnerabili con i casi concentrati nei centri di accoglienza.
Più complesso il caso della crescita della malaria che vede la maggioranza dei pazienti contagiati in viaggi nei Paesi africani sia di europei che di africani già residenti in Europa.
Il virus Ebola rappresenta però un altro livello di pericolosità sociale con una mortalità che arriva al 50% dei contagiati e una capacità di reazione delle nazioni coinvolte praticamente inesistente. Scoperto a metà degli anni settanta proprio in Congo si è presentato già 16 volte nella nazione africana, mietendo migliaia di vittime, ma questa volta sembra ancora più letale. La Repubblica Democratica del Congo, infatti, non controlla il 60% del territorio dove sta dilagando il virus, dato che da oltre un anno è nelle mani di milizie ribelli che costringono la popolazione a continui spostamenti.
I campi profughi sono un veicolo di contagio, visto l’enorme affollamento e la possibilità di uscire e rientrare senza controllo. Il presidente congolese Felix Tshisekedi ha fatto appello alle milizie per una tregua per affrontare la situazione, chiedendo allo stesso tempo aiuto finanziario al mondo per approntare ospedali da campo. Washington ha annunciato di aver stanziato circa 40 milioni di dollari per le attività di risposta all’Ebola. Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus è volato in Congo, dove ha incontrato il ministro della Salute Samuel Roger Kamba che sta cercando di rassicurare la popolazione. «Stiamo lavorando a stretto contatto con i partner internazionali», spiega alla Verità il responsabile della sanità di Kinshasa, «purtroppo nelle province di Ituri e Kivu non esistono strade e i collegamenti sono molto complicati. Invitiamo la popolazione a segnalare ogni movimento ed ogni caso sospetto, ma soprattutto di andare in ospedale e non curarsi con la medicina tradizionale nei villaggi».
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Dalle intercettazioni sarebbe emerso che l’organizzazione criminale era collegata al clan Mazzei e che uno degli indagati, ritenuto affiliato alla cosca, avrebbe fornito droga a esponenti di Cosa Nostra collaborando con due nipoti del capo storico della famiglia mafiosa. L’inchiesta ha coinvolto anche altri familiari del boss, tra cui una figlia. Nel corso del blitz le forze dell’ordine hanno sequestrato quantitativi di marijuana e cocaina, oltre a un arsenale di armi.
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Miti duri a morire. Sono quelli sul legame tra religione e economia che sopravvivono, anche tra le persone più istruite, nonostante siano privi di riscontri. I principali sono due; il primo riguarda la teoria del sociologo Max Weber (1864-1920) secondo cui alla base del capitalismo vi sarebbe l’etica protestante; il secondo riflette l’idea che la religione sia un fatto privato, un tema di coscienza e, quindi, sostanzialmente privo di effetti pubblici. Ebbene, entrambe le tesi sono false. Iniziando con la celebre teoria weberiana, c’è da dire come essa sia stata da tempo smentita se non perfino rovesciata.
In effetti, già 25 anni or sono, in un articolo pubblicato su Social Forces, Jacques Delacroix e François Nielsen esaminavano la fortunata suggestione di Weber derubricandola a «mito». I due studiosi, infatti, esaminando in Paesi europei alla fine del XIX secolo diversi indicatori del capitalismo industriale trovano che i Paesi protestanti non erano sistematicamente più ricchi, non avevano sviluppato prima le principali istituzioni capitalistiche e non mostravano un chiaro modello di sviluppo economico superiore.
C’è di più. Un’indagine uscita su The Economic Journal - rivista scientifica con 130 anni di storia - e realizzata da un team di ricercatori danesi, ha ricondotto la nascita del capitalismo all’influenza di un ordine monastico benedettino ben preciso: quello cistercense, che risale al 1098, la bellezza di quasi quattro secoli prima della nascita di Martin Lutero. A suffragio di detta ipotesi, questi ricercatori hanno innanzitutto rimarcato la peculiare volontà di quei monaci, che era quella d’un ritorno alla stretta osservanza della Regola di san Benedetto e alla manualità, nonché al rifiuto di vivere del lavoro altrui, giudicato come illecito; tutti aspetti che, con altri, hanno favorito il fiorire dell’economia.
Tanto che quegli studiosi danesi, guidati dal professor Thomas Barnebeck Andersen, nel loro lavoro pubblicato nel 2017 hanno osservato come l’eredità cistercense sopravviva ancora oggi: «Le regioni che in Europa sono state storicamente più influenzate dai cistercensi tendono oggi a mostrare maggiore vocazione per il duro lavoro e, in misura minore, per la parsimonia». Motivo per cui l’ordine cistercense non solo ha favorito la nascita del capitalismo, ma sembra proprio abbia avuto «un impatto duraturo sullo sviluppo economico europeo». Con tanti saluti alla tesi di Weber, che tuttavia resta estremamente popolare, viene illustrata nelle università ed è citatissima da gente colta ma, a quanto pare, non così aggiornata.
Un secondo e ancor più insidioso mito - purtroppo ormai radicatosi anche tra i cattolici - riguarda, come si diceva in apertura, la presunta dimensione privata della religione, che sarebbe da considerarsi come tema di coscienza. Sfortunatamente per quanti abbracciano questa convinzione, essa risulta sconfessata. La pratica religiosa risulta infatti ampiamente intrecciata a tantissimi aspetti che hanno implicazioni economiche e sociali lampanti: la fertilità, il risparmio privato, il contrasto allo spreco, il tempo dedicato al volontariato, la beneficenza. Blake V. Kent, sociologo del College of arts & sciences della Baylor University, qualche anno fa ha pubblicato sul Journal of Social Psychology uno studio per testare - su un campione di 739 lavoratori adulti di diverse confessioni - la qualità dell’impegno sul posto di lavoro.
Ebbene, Kent ha scoperto come a mostrare «livelli più elevati di impegno» fossero i cattolici, che superavano del 3% gli evangelici e del 9% le persone non affiliate ad alcuna tradizione religiosa. Anche altri studi, che manca qui lo spazio di riportare, hanno rilevato l’influsso positivo della fede nella produttività lavorativa. Al punto che da tempo, più che la quantificazione dell’apporto religioso a singoli comportamenti con ricadute economiche, la sfida sta diventando un’altra: provare a quantificare benefici complessivi della religione alla società. A questo proposito, dieci anni fa aveva fatto notizia un’analisi pubblicata sull’Interdisciplinary Journal of Research on Religion secondo cui l’apporto all’economia statunitense della compagine religiosa ammontava nel 2016, appunto, a 1.200 miliardi di dollari; un valore, annotava Harriet Sherwood sul Guardian, «superiore al fatturato complessivo delle 10 principali aziende tecnologiche statunitensi, tra cui Apple, Amazon e Google».
Per spiegare questo dato, ha evidenziato Brian J. Grim, fondatore della Religious Freedom & Business Foundation e coautore di questo studio, bisogna tener presente come le realtà religiose oggi non si occupino, «solo» di istruzione o del soccorso ai senzatetto, offrendo, per esempio, 130.000 articolati programmi di recupero dall’alcolismo, 120.000 piani di aiuto per i disoccupati; solo nel sostegno alle persone con l’Aids, negli Stati Uniti c’è un esercito di 26.000 congregazioni ad offrire aiuti. «L’impronta della religione negli Stati Uniti», ha recentemente commentato alla luce di questi dati, Sarah Rose Patero sul Michigan Journal of Economics, «è una silenziosa ma potente forza trainante dell’economia americana. Con oltre 344.000 congregazioni religiose sparse in tutto il paese, i luoghi di culto offrono molto più di un semplice rifugio spirituale». La cosa che maggiormente colpisce è come l’apporto della religione all’economia sia stato riscontrato perfino in Paesi dove soffia, impetuoso, il vento del secolarismo.
Nel settembre 2020, per esempio, è uscito un altro rapporto che, con riferimento all’economia del Canada, ha quantificato in oltre 67 miliardi di dollari - 67,48 per la precisione - il contributo al Pil riconducibile all’attività dei servizi religiosi nella società, alla beneficenza e a tutto ciò che sia espressione del positivo influsso delle chiese. Più recentemente, nel febbraio 2025, è stato poi pubblicato Fruits of the Vine, un report realizzato dai ricercatori Anna Faria e Grant Clayton dell’Università del Colorado, secondo cui nel solo Stato americano del Minnesota i benefici della fede sono stimabili in circa 5 miliardi di dollari, con la Chiesa cattolica che contribuisce a creare posti di lavoro, che sostiene le imprese e che riduce i costi sociali, favorendo la prosperità dello Stato.
Più nel dettaglio, Fruits of the Vine ricorda che le organizzazioni sanitarie cattoliche del Minnesota contribuiscono con 3,2 miliardi di dollari all’anno - attraverso ospedali, strutture di assistenza a lungo termine, cure palliative e servizi di assistenza domiciliare - cui vanno aggiunti gli 1,45 miliardi di benefici economici per l’istruzione offerta dagli enti religiosi e, infine, i 136 milioni riconducibili al volontariato e altre forme di beneficio all’economia. Ora, se si considera che il Minnesota ha 5,8 milioni di abitanti e che i cattolici (18%) sono minoranza, essendo superati dai luterani (23%) e da altre denominazioni protestanti (20%) - e soprattutto che lo Stato americano non ospita la Santa Sede e il Papa -, una stima molto conservativa e prudente, guardando all’Italia, ci porta a considerare i benefici della Chiesa cattolica al Belpaese in termini di decine di miliardi di euro ogni anno.
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«Sono sempre favorevole al libero mercato, quindi non tocca a me fare il tifo per una banca o per un’altra», ha affermato Tajani.
Il vicepremier ha sottolineato come la vitalità del settore bancario debba diventare «uno strumento fondamentale per sostenere l’economia reale», evidenziando il rafforzamento del sistema creditizio italiano dopo le crisi che hanno interessato il comparto negli anni passati.
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