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2020-07-01
Le registrazioni del Cav
e una sentenza civile: storia d’Italia da riscrivere
Silvio Berlusconi (Ansa)
È la grande rivincita di Silvio Berlusconi, ed è una botta disastrosa per la giustizia italiana. È un doppio colpo che arriva proprio nel momento di maggior debolezza della magistratura, soprattutto di quella militante e ideologizzata, smascherata dalle intercettazioni di Magistratopoli. Il coup de théâtre è a dir poco devastante, per gli avversari togati del Cavaliere. Da una parte il tribunale civile di Milano, con una sentenza netta, abbatte le basi del procedimento penale per frode fiscale che la Procura di Milano aveva avviato nel 2001 sui diritti cinematografici Mediaset, e che nell'agosto 2013 ha portato all'unica condanna di Cassazione per Berlusconi. Dall'altra parte, si scopre che uno dei cinque giudici di quel collegio di Cassazione era convinto di «aver dovuto firmare una sentenza che riteneva errata sotto il profilo giuridico, profondamente ingiusta, e minata dai pregiudizi» dei colleghi.
Di fronte a tutto questo, per scavare nell'anomalia giudiziaria che 7 anni fa ha espulso dal Senato il fondatore del centrodestra italiano, la richiesta di una commissione parlamentare d'inchiesta è davvero il minimo. «Il Parlamento accerti tutte le disfunzioni del sistema giudiziario», ha chiesto ieri Antonio Tajani, «compresa la vicenda che ha portato alla condanna di Berlusconi». Il vicepresidente di Forza Italia ha bollato la sentenza del 2013 come «un colpo di Stato giudiziario». Dargli torto è difficile, a sentire il giudice Amedeo Franco: uno dei cinque del collegio «feriale» della Cassazione che il primo agosto di quell'anno condannò il quattro volte presidente del Consiglio. Tra loro, per di più, Franco era anche il più competente perché proveniva dalla terza sezione che si occupa di reati tributari.
Nell'ultima memoria che i legali del Cavaliere hanno allegato al ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo che dall'autunno 2013 chiede giustizia contro quella condanna, si legge che proprio in quei mesi Berlusconi aveva casualmente incontrato Franco in compagnia di altre persone. E il giudice aveva pronunciato accuse così gravi che uno dei presenti aveva deciso di registrarlo col telefonino. Franco aveva detto che il suo collegio aveva commesso «una grave ingiustizia», e che Berlusconi era stato «condannato a priori». Il giudice aveva aggiunto la netta impressione che tutta vicenda fosse stata «guidata dall'alto». Insomma, che la condanna per la frode fiscale fosse stata «una porcheria», e che la Corte fosse un «plotone d'esecuzione».
Nella memoria, scritta dal professor Andrea Saccucci, si legge che in un secondo incontro, a sua volta registrato, il giudice aveva aggiunto parole dure nei confronti del presidente del collegio, Antonio Esposito, rimproverato di «malafede». Franco aveva addirittura riferito che Esposito sarebbe stato «pressato» per il fatto che suo figlio, a sua volta magistrato, in quel periodo era indagato dalla Procura di Milano per «essere stato beccato con droga…».
Franco pareva molto scosso da quella fucilazione politica: si diceva «deluso profondamente… perché ho trascorso tutta la vita in questo ambiente e mi ha fatto schifo». Aveva aggiunto: «Non mi mettevo a fare il magistrato se questo è il modo di fare, per… per colpire le persone, gli avversari politici. Non è così. Io ho opinioni diverse della giustizia».
Che in seno al collegio fossero emerse divisioni brutali sulla colpevolezza di Berlusconi, va detto, era parso evidente già nel 2013. La condanna, del resto, si basava su un punto controverso: la consapevolezza della presunta frode da parte di Berlusconi, che però non aveva firmato alcun documento di Mediaset e si era sempre protestato innocente in quanto ignaro delle scelte fatte dall'azienda a partire dalla sua discesa in campo, nel 1994. Mesi dopo, il settimanale Panorama aveva poi segnalato un fatto davvero strano: perché Franco, giudice relatore in un diverso collegio della Cassazione che giudicava su un caso di presunta frode fiscale identico a quello per cui il Cavaliere era stato condannato, aveva assolto l'imputato. Nella sentenza, in modo del tutto irrituale, Franco aveva scritto che la Corte d'appello, condannandolo malgrado non avesse firmato alcun documento, aveva commesso un grave errore perché aveva seguito «un'interpretazione analoga a quella seguita dalla sezione feriale il primo agosto 2013». Cioè proprio quella adottata contro Berlusconi. In poche parole, la Cassazione di Franco aveva cassato la Cassazione di Esposito: «La tesi (della colpevolezza, ndr) non può essere condivisa e confermata», aveva scritto Franco in quella sentenza, «perché è contraria alla assolutamente costante e pacifica giurisprudenza di questa Corte, e al vigente sistema sanzionatorio dei reati tributari». Insomma, sia pure a distanza, Franco aveva voluto smentire pubblicamente i suoi colleghi del «plotone d'esecuzione» anti berlusconiano.
Non bastasse, un altro colpo alle fondamenta del processo penale per la frode fiscale Mediaset viene dal tribunale civile di Milano. Che nel 2016, tre anni dopo la condanna penale di Berlusconi, era stato chiamato a giudicare sulla presunta «cresta» fatta sui diritti cinematografici versati da Mediaset a Farouk Agrama, mediatore nell'acquisto di film sul mercato statunitense: visto che per la giustizia penale i pagamenti «gonfiati» ad Agrama erano stati il trucco per creare «costi fittizi» che avevano determinato la condanna per frode fiscale di Berlusconi, Mediaset aveva chiesto indietro i 113 milioni che, in base alla condanna, sarebbero stati pagati «in eccesso». Nella sentenza civile oggi si legge, al contrario, che i pagamenti erano corretti e che la mediazione di Agrama era «effettiva» perché «furono conclusi numerosissimi contratti […]. Tutti i testi hanno poi confermato l'interposizione effettiva e addirittura inevitabile di Agrama (…). Di conseguenza, il fatto della “interposizione fittizia" contestato nei capi d'imputazione non sussiste!». Insomma, con la condanna di Berlusconi, i pubblici ministeri e i giudici della Cassazione hanno sbagliato. Tutti. Con tanto di punto esclamativo. E volete ancora chiamarla giustizia?
I due forni di Berlusconi. Con Salvini sui pm, col Colle sull’Europa
Perché le rivelazioni del dottor Amedeo Franco, relatore della sezione feriale della Cassazione che tra il 30 luglio e il 2 agosto del 2013 condannò per evasione fiscale Silvio Berlusconi, escono adesso? C'è una ragione di momento politico-giudiziario, e una possibile conseguenza sulla tenuta del sistema italiano. Gli audio del giudice risalgono infatti a inizio 2014: più di sei anni fa, mentre la sentenza del tribunale civile di cui parliamo qui a fianco è del gennaio di quest'anno. Entrambe sono state recentemente allegate al ricorso fatto anni fa dal Cavaliere alla Corte di Strasburgo, e quindi gettate nell'agone mediatico-politico.
Perché, dunque? Impossibile non notare la situazione di deterioramento dell'immagine della magistratura, sottolineata anche dal capo dello Stato (e presidente del Csm), Sergio Mattarella. A parità di dati di fatto, l'entourage di Berlusconi si è messo in scia alle polemiche sulla politicizzazione della giustizia innescate anzitutto dagli scoop della Verità sull'inchiesta di Perugia con al centro Luca Palamara. Notizie esplosive, commentate da una lunga intervista concessa dallo stesso leader azzurro a Giorgio Gandola poche settimane fa su queste colonne.
Il combinato disposto delle ingiustizie lamentate da Matteo Salvini («Ha ragione, ma bisogna attaccarlo», chattavano tra loro le toghe intercettate) e da Silvio Berlusconi accomunano i due pezzi grossi del centrodestra, e ripropongono la necessità di un pallino del Cav: una riforma che imponga separazione delle carriere dei Csm e una sostanziale riscrittura delle regole istituzionali. Ma le rivelazioni di ieri e di oggi, unite dal momento politico, chiamano in causa il Quirinale: il Colle non può non prendere atto che queste due vicende, volutamente accostate dalla mossa di Berlusconi, minano alla radice la fiducia nella giustizia, e chiamano indirettamente in causa il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano, che dal 2011 non fece nulla per dissimulare la sua volontà di far cadere Berlusconi. Ma c'è un dettaglio che incide sui giorni presenti. Berlusconi non poteva certo non sapere di quel colloquio con Amedeo Franco, dato che ne era co-protagonista: è l'altissimo magistrato stesso, anzi, a presentarsi ad limina dal Cavaliere. Ora, la posizione di Forza Italia sul Mes è in funzione di queste rivelazioni? Il retroscena che circola è questo: Berlusconi vuole restituita la sua onorabilità, in modo politicamente tangibile. Perché ciò accada debbono cadere prima di tutto le pregiudiziali europee che portarono alla caduta del 2011, operazione totalmente orchestrata da Napolitano. La richiesta, levatasi a gran voce da Forza Italia ieri assieme alla necessità di una commissione d'inchiesta, di «risarcire» il Cavaliere con un laticlavio va dunque letta in controluce: non vi sarebbe per nemesi più dolce ed efficace della stessa mossa con cui l'allora capo di Stato issò Monti a Palazzo Chigi. Ma Berlusconi non può non essere conscio della sua diminuita forza elettorale, che lo porta in questo frangente a cercare sponde anche opposte. Da un lato infatti chiedendo con forza il Mes - al punto di dire a Conte: o lo approvi o noi votiamo altri scostamenti di deficit - sorpassa quasi il Pd nell'afflato europeista e accredita sé stesso e il suo partito come i difensori dei valori europei. Dall'altro lato Berlusconi vuole tenere compatto il centrodestra proprio sul tema giustizia. Al Cav, infatti, ieri è arrivata la solidarietà di Salvini e Giorgia Meloni, mentre Antonio Tajani ha invocato una commissione d'inchiesta, addirittura paragonando Berlusconi ad Alfred Dreyfus, il capo militare ebreo francese ingiustamente condannato per alto tradimento: in Fi hanno ovviamente reagito in molti, da Anna Maria Bernini, a Mariastella Gelmini, a Licia Ronzulli. Forse non è un caso che, nella maggioranza, l'unico a parlare sia stato Matteo Renzi, protagonista del patto del Nazareno, chiedendo che si faccia chiarezza.
La mossa del ricorso, nel suo apparente anacronismo, cambia il quadro. Perché Berlusconi difensore del Mes potrebbe ottenere il sì dall'Europa, Berlusconi padre nobile potrebbe accreditare il centrodestra in forza di un patto spericolato. Lo scenario probabile delle prossime settimane è questo: sul Mes non si trova l'accordo, e il Recovery fund non parte se prima l'Italia non si sottomette al Salvastati. Il Pd rompe, e Forza Italia assicura il sì a un governo tecnico in sostituzione dei ribelli grillini. Si approva il Mes, e dopo la Finanziaria si va a votare, con gli azzurri che puntano a essere decisivi per la coalizione che avrebbe ottime probabilità di conquistare Palazzo Chigi. E se il governo sarebbe ovviamente appannaggio di Salvini e Meloni, pare che a Berlusconi abbiano addirittura fatto annusare aria di Quirinale: il massimo del risarcimento. C'è tempo, ma il quadro è cambiato.
Le cene, i pm, la grazia: il leader di Forza Italia riscrive la storia

Karima El Mahroug (Massimo Di Nonno, Getty Images)
Con le registrazioni degli incontri tra Silvio Berlusconi e il giudice Amedeo Franco, il relatore della sentenza di condanna definitiva contro l'ex premier nel cosiddetto processo Mediatrade, c'è di che riscrivere un pezzo di storia italiana. Il primo incontro tra i due avviene nell'inverno del 2014, e il secondo il 14 febbraio dello stesso anno. Rendez-vous che non paiono causali: «La ringrazio molto del sacrificio che ha fatto a venire qua» dice l'ex premier a Franco. «No è un grande piacere, se ha bisogno di qualche cosa io vengo, non c'è problema».
Nel primo «audio» il convitato di pietra è l'allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Secondo Franco il Primo presidente della Cassazione gli avrebbe detto: «Hai visto anche il presidente della Repubblica ha detto che è contento del fatto che avete deciso uniformemente a quello che ha detto il procuratore generale». Eppure Berlusconi sembra voler spedire Franco al Quirinale per convincere Napolitano a concedergli la grazia. Franco spiega di aver «accettato di fare questa cosa» per «esprimere solidarietà» a Berlusconi perché «è stato trattato ingiustamente». I due parlano di una possibile lettera a Napolitano, che per Franco «se è segreta non va bene». Per il magistrato scriverla per far sapere al Quirinale la sua opinione sulla sentenza (che «faceva schifo») sarebbe inutile, visto che Franco l'ha già detto a Ernesto Lupo, ex primo presidente della Cassazione e in quel momento consigliere di Napolitano. Ma Berlusconi vuole che Franco vada direttamente dal presidente: «E che gli dico?» chiede l'alto magistrato. Berlusconi: «L'unico modo potrebbe essere questo, che lei telefoni a Lupo e gli dice: “Guarda, io ho un peso sulla coscienza, siccome so che adesso c'è il fatto grazia sì, grazia no per Berlusconi, vorrei venire a dire…». Subito dopo i due si salutano e si rincontrano il 14 febbraio, otto giorni prima della nascita del governo Renzi. Il Cavaliere, fresco di Patto del Nazareno, commenta: «Renzi? Accetto scommesse. Entro il 20 manda a casa questo governo e si mette lui presidente del Consiglio. […] Io resto all'opposizione e voto le riforme, perché le inseguo da vent'anni».
Berlusconi ipotizza che Renato Brunetta verrà mandato a fare il commissario europeo e che su 12 ministri otto andranno al Pd, uno a Scelta civica, uno a Vendola e due al Nuovo centro destra, con Angelino Alfano e Maurizio Lupi. Più o meno, andrà così.
Le registrazioni audio contengono anche una versione succulenta del Ruby-gate, raccontata dal Cavaliere: «Sono andati avanti a farmene di tutti i colori, le invenzioni delle mie cene con il club delle ragazze che non c'è stato un atto... ho giurato su tutto quello che ho di più caro, che non ho mai visto un atto che potesse essere inelegante, non di sesso, ma poi ero in casa mia e se ci fossero stati anche atti di sesso che reato era?». La protagonista di questa storia è la marocchina Karima El Mahroug, in arte Ruby. Berlusconi ricostruisce la storia della chiacchierata con Hosni Mubarak (in quel momento presidente egiziano): «Questa qui si era dichiarata figlia di una famosa cantante egiziana, parente di Mubarak e noi le abbiamo creduto, ci ha detto che i suoi genitori l'avevano buttata fuori casa perché aveva abbracciato la religione cattolica, ci faceva vedere le piaghe provocate, a suo dire, dal lancio di olio bollente, da parte del padre e di un fratello del padre, di uno zio, e quindi noi ci avevamo creduto, tanto è vero che otto giorni prima io faccio un summit con Mubarak a Villa Madama, e [...] gli ho detto: “Ho conosciuto una ragazza egiziana, dice di essere sua parente, tua parente", ci davamo del tu con Mubarak... veniva ogni anno nove giorni in vacanza da me in Sardegna e io gli lasciavo la casa... lui, moglie, figlio e figlia... va beh... comunque gli dico “questa ragazza ha detto di essere figlia di questa cantante". Mubarak conosceva benissimo la cantante e guarda caso era vero che fosse una sua... nella cerchia familiare». La storia di Ruby, quindi, in quel momento al Cavaliere risulta credibile. E spiega: «Però non sapeva niente della ragazza, e dice “Ti farò sapere"». Otto giorni dopo, però, Ruby finisce in Questura. «A me», racconta il Cav, «passa nella testa: “Oddio, faccio un incidente diplomatico con Mubarak". Come faccio a spiegare a Mubarak, che è un dittatore, che un presidente italiano non ha alcun potere?».
È il caposcorta di Berlusconi ad avere il lampo di genio: sentire il funzionario della Questura. Il Cavaliere racconta la chiamata notturna: «Prima parlo tre minuti a scusarmi di averlo disturbato [...] poi gli dico “Guardi, ho bisogno di una informazione, c'è una ragazza da voi per l'identificazione, vorrei sapere se è egiziana e parente di Mubarak, perché se no mi capita un caso che non va..."». Si scopre che «è qualche mese inferiore ai 18 anni», spiega Berlusconi, che comunque pensava che dalla Questura, dopo l'identificazione, l'avrebbero mandata in una casa famiglia. E invece si è dovuto attivare lui. Racconta: «È andata lì la Minetti (Nicole , ndr) che allora era, per noi, una bravissima ragazza, presentata da don Verzè (Luigi, ndr), poi è diventata... il successo le ha dato alla testa [...] e comunque gli dice il funzionario alla Minetti “perché non la prende lei, è una cosa burocratica..."». «Sette anni per questa vicenda», chiosa il Cavaliere. E le cene hot? Berlusconi racconta anche quelle. Con le ragazze che speravano di trovare una strada per una comparsata in tv o al cinema. Questa parte della storia gli è costata un'altra accusa: quella di aver corrotto le Olgettine. Berlusconi smonta le accuse in questo modo: «Hanno detto che estraevano il pisello di Fede, 82 anni, che mi autorizza a dire pubblicamente che per trovare il pisello a lui, specie dopo la mezzanotte, occorre organizzare una regolare caccia al tesoro». L'ultima parte del racconto sui processi è legata a Gianpaolo Tarantini, l'uomo che portò Patrizia D'Addario e altre ragazze a Palazzo Grazioli: «Io avevo bisogno del signor Tarantini per portarmi due escort? Ma basta prendere l'Ipad, si fa così... Roma... ma ci sono anche Busto Arsizio, Monza (inc.) di provincia hanno le loro escort, con anche il prezzo, per partecipare a una cena 150 euro. Io posso portarmi 24 escort, basta che telefoni alle due, alle tre del pomeriggio, le invito qua... no? Ho bisogno di andare... di prendere Tarantini, ma cosa da pazzi!».
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Smontate dal tribunale civile le basi del processo che portò alla condanna dell'allora senatore per frode fiscale. E spuntano gli audio del 2014 in cui il giudice Amedeo Franco confessa: «Sentenza pilotata, fu un plotone d'esecuzione».Le «novità» sparate nel momento di massima crisi delle toghe. Per il pieno riscatto il leader di Fi è pronto al sì al governissimo.Nelle registrazioni lo «scoop» su Matteo Renzi a Palazzo Chigi, i dettagli hot sul Rubygate e la trattativa col Quirinale.Lo speciale contiene tre articoli e i file con le intercettazioni. Le registrazioni di Berlusconi from La Verità È la grande rivincita di Silvio Berlusconi, ed è una botta disastrosa per la giustizia italiana. È un doppio colpo che arriva proprio nel momento di maggior debolezza della magistratura, soprattutto di quella militante e ideologizzata, smascherata dalle intercettazioni di Magistratopoli. Il coup de théâtre è a dir poco devastante, per gli avversari togati del Cavaliere. Da una parte il tribunale civile di Milano, con una sentenza netta, abbatte le basi del procedimento penale per frode fiscale che la Procura di Milano aveva avviato nel 2001 sui diritti cinematografici Mediaset, e che nell'agosto 2013 ha portato all'unica condanna di Cassazione per Berlusconi. Dall'altra parte, si scopre che uno dei cinque giudici di quel collegio di Cassazione era convinto di «aver dovuto firmare una sentenza che riteneva errata sotto il profilo giuridico, profondamente ingiusta, e minata dai pregiudizi» dei colleghi. Di fronte a tutto questo, per scavare nell'anomalia giudiziaria che 7 anni fa ha espulso dal Senato il fondatore del centrodestra italiano, la richiesta di una commissione parlamentare d'inchiesta è davvero il minimo. «Il Parlamento accerti tutte le disfunzioni del sistema giudiziario», ha chiesto ieri Antonio Tajani, «compresa la vicenda che ha portato alla condanna di Berlusconi». Il vicepresidente di Forza Italia ha bollato la sentenza del 2013 come «un colpo di Stato giudiziario». Dargli torto è difficile, a sentire il giudice Amedeo Franco: uno dei cinque del collegio «feriale» della Cassazione che il primo agosto di quell'anno condannò il quattro volte presidente del Consiglio. Tra loro, per di più, Franco era anche il più competente perché proveniva dalla terza sezione che si occupa di reati tributari.Nell'ultima memoria che i legali del Cavaliere hanno allegato al ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo che dall'autunno 2013 chiede giustizia contro quella condanna, si legge che proprio in quei mesi Berlusconi aveva casualmente incontrato Franco in compagnia di altre persone. E il giudice aveva pronunciato accuse così gravi che uno dei presenti aveva deciso di registrarlo col telefonino. Franco aveva detto che il suo collegio aveva commesso «una grave ingiustizia», e che Berlusconi era stato «condannato a priori». Il giudice aveva aggiunto la netta impressione che tutta vicenda fosse stata «guidata dall'alto». Insomma, che la condanna per la frode fiscale fosse stata «una porcheria», e che la Corte fosse un «plotone d'esecuzione». Nella memoria, scritta dal professor Andrea Saccucci, si legge che in un secondo incontro, a sua volta registrato, il giudice aveva aggiunto parole dure nei confronti del presidente del collegio, Antonio Esposito, rimproverato di «malafede». Franco aveva addirittura riferito che Esposito sarebbe stato «pressato» per il fatto che suo figlio, a sua volta magistrato, in quel periodo era indagato dalla Procura di Milano per «essere stato beccato con droga…». Franco pareva molto scosso da quella fucilazione politica: si diceva «deluso profondamente… perché ho trascorso tutta la vita in questo ambiente e mi ha fatto schifo». Aveva aggiunto: «Non mi mettevo a fare il magistrato se questo è il modo di fare, per… per colpire le persone, gli avversari politici. Non è così. Io ho opinioni diverse della giustizia».Che in seno al collegio fossero emerse divisioni brutali sulla colpevolezza di Berlusconi, va detto, era parso evidente già nel 2013. La condanna, del resto, si basava su un punto controverso: la consapevolezza della presunta frode da parte di Berlusconi, che però non aveva firmato alcun documento di Mediaset e si era sempre protestato innocente in quanto ignaro delle scelte fatte dall'azienda a partire dalla sua discesa in campo, nel 1994. Mesi dopo, il settimanale Panorama aveva poi segnalato un fatto davvero strano: perché Franco, giudice relatore in un diverso collegio della Cassazione che giudicava su un caso di presunta frode fiscale identico a quello per cui il Cavaliere era stato condannato, aveva assolto l'imputato. Nella sentenza, in modo del tutto irrituale, Franco aveva scritto che la Corte d'appello, condannandolo malgrado non avesse firmato alcun documento, aveva commesso un grave errore perché aveva seguito «un'interpretazione analoga a quella seguita dalla sezione feriale il primo agosto 2013». Cioè proprio quella adottata contro Berlusconi. In poche parole, la Cassazione di Franco aveva cassato la Cassazione di Esposito: «La tesi (della colpevolezza, ndr) non può essere condivisa e confermata», aveva scritto Franco in quella sentenza, «perché è contraria alla assolutamente costante e pacifica giurisprudenza di questa Corte, e al vigente sistema sanzionatorio dei reati tributari». Insomma, sia pure a distanza, Franco aveva voluto smentire pubblicamente i suoi colleghi del «plotone d'esecuzione» anti berlusconiano.Non bastasse, un altro colpo alle fondamenta del processo penale per la frode fiscale Mediaset viene dal tribunale civile di Milano. Che nel 2016, tre anni dopo la condanna penale di Berlusconi, era stato chiamato a giudicare sulla presunta «cresta» fatta sui diritti cinematografici versati da Mediaset a Farouk Agrama, mediatore nell'acquisto di film sul mercato statunitense: visto che per la giustizia penale i pagamenti «gonfiati» ad Agrama erano stati il trucco per creare «costi fittizi» che avevano determinato la condanna per frode fiscale di Berlusconi, Mediaset aveva chiesto indietro i 113 milioni che, in base alla condanna, sarebbero stati pagati «in eccesso». Nella sentenza civile oggi si legge, al contrario, che i pagamenti erano corretti e che la mediazione di Agrama era «effettiva» perché «furono conclusi numerosissimi contratti […]. Tutti i testi hanno poi confermato l'interposizione effettiva e addirittura inevitabile di Agrama (…). Di conseguenza, il fatto della “interposizione fittizia" contestato nei capi d'imputazione non sussiste!». Insomma, con la condanna di Berlusconi, i pubblici ministeri e i giudici della Cassazione hanno sbagliato. Tutti. Con tanto di punto esclamativo. E volete ancora chiamarla giustizia?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/riabilitazione-e-mea-culpa-della-toga-berlusconi-si-prende-la-sua-rivincita-2646302612.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-due-forni-di-berlusconi-con-salvini-sui-pm-col-colle-sulleuropa" data-post-id="2646302612" data-published-at="1593563618" data-use-pagination="False"> I due forni di Berlusconi. Con Salvini sui pm, col Colle sull’Europa Perché le rivelazioni del dottor Amedeo Franco, relatore della sezione feriale della Cassazione che tra il 30 luglio e il 2 agosto del 2013 condannò per evasione fiscale Silvio Berlusconi, escono adesso? C'è una ragione di momento politico-giudiziario, e una possibile conseguenza sulla tenuta del sistema italiano. Gli audio del giudice risalgono infatti a inizio 2014: più di sei anni fa, mentre la sentenza del tribunale civile di cui parliamo qui a fianco è del gennaio di quest'anno. Entrambe sono state recentemente allegate al ricorso fatto anni fa dal Cavaliere alla Corte di Strasburgo, e quindi gettate nell'agone mediatico-politico. Perché, dunque? Impossibile non notare la situazione di deterioramento dell'immagine della magistratura, sottolineata anche dal capo dello Stato (e presidente del Csm), Sergio Mattarella. A parità di dati di fatto, l'entourage di Berlusconi si è messo in scia alle polemiche sulla politicizzazione della giustizia innescate anzitutto dagli scoop della Verità sull'inchiesta di Perugia con al centro Luca Palamara. Notizie esplosive, commentate da una lunga intervista concessa dallo stesso leader azzurro a Giorgio Gandola poche settimane fa su queste colonne. Il combinato disposto delle ingiustizie lamentate da Matteo Salvini («Ha ragione, ma bisogna attaccarlo», chattavano tra loro le toghe intercettate) e da Silvio Berlusconi accomunano i due pezzi grossi del centrodestra, e ripropongono la necessità di un pallino del Cav: una riforma che imponga separazione delle carriere dei Csm e una sostanziale riscrittura delle regole istituzionali. Ma le rivelazioni di ieri e di oggi, unite dal momento politico, chiamano in causa il Quirinale: il Colle non può non prendere atto che queste due vicende, volutamente accostate dalla mossa di Berlusconi, minano alla radice la fiducia nella giustizia, e chiamano indirettamente in causa il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano, che dal 2011 non fece nulla per dissimulare la sua volontà di far cadere Berlusconi. Ma c'è un dettaglio che incide sui giorni presenti. Berlusconi non poteva certo non sapere di quel colloquio con Amedeo Franco, dato che ne era co-protagonista: è l'altissimo magistrato stesso, anzi, a presentarsi ad limina dal Cavaliere. Ora, la posizione di Forza Italia sul Mes è in funzione di queste rivelazioni? Il retroscena che circola è questo: Berlusconi vuole restituita la sua onorabilità, in modo politicamente tangibile. Perché ciò accada debbono cadere prima di tutto le pregiudiziali europee che portarono alla caduta del 2011, operazione totalmente orchestrata da Napolitano. La richiesta, levatasi a gran voce da Forza Italia ieri assieme alla necessità di una commissione d'inchiesta, di «risarcire» il Cavaliere con un laticlavio va dunque letta in controluce: non vi sarebbe per nemesi più dolce ed efficace della stessa mossa con cui l'allora capo di Stato issò Monti a Palazzo Chigi. Ma Berlusconi non può non essere conscio della sua diminuita forza elettorale, che lo porta in questo frangente a cercare sponde anche opposte. Da un lato infatti chiedendo con forza il Mes - al punto di dire a Conte: o lo approvi o noi votiamo altri scostamenti di deficit - sorpassa quasi il Pd nell'afflato europeista e accredita sé stesso e il suo partito come i difensori dei valori europei. Dall'altro lato Berlusconi vuole tenere compatto il centrodestra proprio sul tema giustizia. Al Cav, infatti, ieri è arrivata la solidarietà di Salvini e Giorgia Meloni, mentre Antonio Tajani ha invocato una commissione d'inchiesta, addirittura paragonando Berlusconi ad Alfred Dreyfus, il capo militare ebreo francese ingiustamente condannato per alto tradimento: in Fi hanno ovviamente reagito in molti, da Anna Maria Bernini, a Mariastella Gelmini, a Licia Ronzulli. Forse non è un caso che, nella maggioranza, l'unico a parlare sia stato Matteo Renzi, protagonista del patto del Nazareno, chiedendo che si faccia chiarezza. La mossa del ricorso, nel suo apparente anacronismo, cambia il quadro. Perché Berlusconi difensore del Mes potrebbe ottenere il sì dall'Europa, Berlusconi padre nobile potrebbe accreditare il centrodestra in forza di un patto spericolato. Lo scenario probabile delle prossime settimane è questo: sul Mes non si trova l'accordo, e il Recovery fund non parte se prima l'Italia non si sottomette al Salvastati. Il Pd rompe, e Forza Italia assicura il sì a un governo tecnico in sostituzione dei ribelli grillini. Si approva il Mes, e dopo la Finanziaria si va a votare, con gli azzurri che puntano a essere decisivi per la coalizione che avrebbe ottime probabilità di conquistare Palazzo Chigi. E se il governo sarebbe ovviamente appannaggio di Salvini e Meloni, pare che a Berlusconi abbiano addirittura fatto annusare aria di Quirinale: il massimo del risarcimento. 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Rendez-vous che non paiono causali: «La ringrazio molto del sacrificio che ha fatto a venire qua» dice l'ex premier a Franco. «No è un grande piacere, se ha bisogno di qualche cosa io vengo, non c'è problema». Nel primo «audio» il convitato di pietra è l'allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Secondo Franco il Primo presidente della Cassazione gli avrebbe detto: «Hai visto anche il presidente della Repubblica ha detto che è contento del fatto che avete deciso uniformemente a quello che ha detto il procuratore generale». Eppure Berlusconi sembra voler spedire Franco al Quirinale per convincere Napolitano a concedergli la grazia. Franco spiega di aver «accettato di fare questa cosa» per «esprimere solidarietà» a Berlusconi perché «è stato trattato ingiustamente». I due parlano di una possibile lettera a Napolitano, che per Franco «se è segreta non va bene». Per il magistrato scriverla per far sapere al Quirinale la sua opinione sulla sentenza (che «faceva schifo») sarebbe inutile, visto che Franco l'ha già detto a Ernesto Lupo, ex primo presidente della Cassazione e in quel momento consigliere di Napolitano. Ma Berlusconi vuole che Franco vada direttamente dal presidente: «E che gli dico?» chiede l'alto magistrato. Berlusconi: «L'unico modo potrebbe essere questo, che lei telefoni a Lupo e gli dice: “Guarda, io ho un peso sulla coscienza, siccome so che adesso c'è il fatto grazia sì, grazia no per Berlusconi, vorrei venire a dire…». Subito dopo i due si salutano e si rincontrano il 14 febbraio, otto giorni prima della nascita del governo Renzi. Il Cavaliere, fresco di Patto del Nazareno, commenta: «Renzi? Accetto scommesse. Entro il 20 manda a casa questo governo e si mette lui presidente del Consiglio. […] Io resto all'opposizione e voto le riforme, perché le inseguo da vent'anni». Berlusconi ipotizza che Renato Brunetta verrà mandato a fare il commissario europeo e che su 12 ministri otto andranno al Pd, uno a Scelta civica, uno a Vendola e due al Nuovo centro destra, con Angelino Alfano e Maurizio Lupi. Più o meno, andrà così. Le registrazioni audio contengono anche una versione succulenta del Ruby-gate, raccontata dal Cavaliere: «Sono andati avanti a farmene di tutti i colori, le invenzioni delle mie cene con il club delle ragazze che non c'è stato un atto... ho giurato su tutto quello che ho di più caro, che non ho mai visto un atto che potesse essere inelegante, non di sesso, ma poi ero in casa mia e se ci fossero stati anche atti di sesso che reato era?». La protagonista di questa storia è la marocchina Karima El Mahroug, in arte Ruby. Berlusconi ricostruisce la storia della chiacchierata con Hosni Mubarak (in quel momento presidente egiziano): «Questa qui si era dichiarata figlia di una famosa cantante egiziana, parente di Mubarak e noi le abbiamo creduto, ci ha detto che i suoi genitori l'avevano buttata fuori casa perché aveva abbracciato la religione cattolica, ci faceva vedere le piaghe provocate, a suo dire, dal lancio di olio bollente, da parte del padre e di un fratello del padre, di uno zio, e quindi noi ci avevamo creduto, tanto è vero che otto giorni prima io faccio un summit con Mubarak a Villa Madama, e [...] gli ho detto: “Ho conosciuto una ragazza egiziana, dice di essere sua parente, tua parente", ci davamo del tu con Mubarak... veniva ogni anno nove giorni in vacanza da me in Sardegna e io gli lasciavo la casa... lui, moglie, figlio e figlia... va beh... comunque gli dico “questa ragazza ha detto di essere figlia di questa cantante". Mubarak conosceva benissimo la cantante e guarda caso era vero che fosse una sua... nella cerchia familiare». La storia di Ruby, quindi, in quel momento al Cavaliere risulta credibile. E spiega: «Però non sapeva niente della ragazza, e dice “Ti farò sapere"». Otto giorni dopo, però, Ruby finisce in Questura. «A me», racconta il Cav, «passa nella testa: “Oddio, faccio un incidente diplomatico con Mubarak". Come faccio a spiegare a Mubarak, che è un dittatore, che un presidente italiano non ha alcun potere?». È il caposcorta di Berlusconi ad avere il lampo di genio: sentire il funzionario della Questura. Il Cavaliere racconta la chiamata notturna: «Prima parlo tre minuti a scusarmi di averlo disturbato [...] poi gli dico “Guardi, ho bisogno di una informazione, c'è una ragazza da voi per l'identificazione, vorrei sapere se è egiziana e parente di Mubarak, perché se no mi capita un caso che non va..."». Si scopre che «è qualche mese inferiore ai 18 anni», spiega Berlusconi, che comunque pensava che dalla Questura, dopo l'identificazione, l'avrebbero mandata in una casa famiglia. E invece si è dovuto attivare lui. Racconta: «È andata lì la Minetti (Nicole , ndr) che allora era, per noi, una bravissima ragazza, presentata da don Verzè (Luigi, ndr), poi è diventata... il successo le ha dato alla testa [...] e comunque gli dice il funzionario alla Minetti “perché non la prende lei, è una cosa burocratica..."». «Sette anni per questa vicenda», chiosa il Cavaliere. E le cene hot? Berlusconi racconta anche quelle. Con le ragazze che speravano di trovare una strada per una comparsata in tv o al cinema. Questa parte della storia gli è costata un'altra accusa: quella di aver corrotto le Olgettine. Berlusconi smonta le accuse in questo modo: «Hanno detto che estraevano il pisello di Fede, 82 anni, che mi autorizza a dire pubblicamente che per trovare il pisello a lui, specie dopo la mezzanotte, occorre organizzare una regolare caccia al tesoro». L'ultima parte del racconto sui processi è legata a Gianpaolo Tarantini, l'uomo che portò Patrizia D'Addario e altre ragazze a Palazzo Grazioli: «Io avevo bisogno del signor Tarantini per portarmi due escort? Ma basta prendere l'Ipad, si fa così... Roma... ma ci sono anche Busto Arsizio, Monza (inc.) di provincia hanno le loro escort, con anche il prezzo, per partecipare a una cena 150 euro. Io posso portarmi 24 escort, basta che telefoni alle due, alle tre del pomeriggio, le invito qua... no? Ho bisogno di andare... di prendere Tarantini, ma cosa da pazzi!».
Assentral
I due creano così una pagina Instagram incentrata unicamente su questo modello. Arrivano i primi like e i primi commenti. Che aumentano sempre di più. Dall’altra parte dello schermo, però, non ci sono solo «personale normali». Ci sono soprattutto collezionisti e multimilionari. Gente che ha i garage pieni di pezzi da collezione. «Dal niente», prosegue Leonardo, «abbiamo iniziato a parlare con loro. Ci descrivevano le loro auto, i loro modelli. E così abbiamo iniziato ad archiviare tutto. Un sistema a grappolo in cui segnavamo tutto: il tipo di auto, il colore e così via. In poco tempo abbiamo creato un archivio unico».
Con i loro follower/collezionisti (i cui nomi non ci vengono rivelati: «Per noi il riserbo è tutto»), discutono su tutto, perfino delle questioni familiari. Si crea così un legame di fiducia. Tra di loro c’è anche un certo Alberto, uomo della finanza e dell’imprenditoria attivo anche nel mondo della nautica. Vede del potenziale in quei giovani e chiede di incontrarli. Destinazione Montecarlo. «Andavamo all’università e abbiamo speso tutti i nostri risparmi per andare lì e conoscerlo. Non sapevamo nemmeno che faccia avesse e lui non pensava fossimo così giovani, viste le nostre competenze». È il momento del salto. Quello in cui una passione, coltivata e accresciuta nel tempo («per anni abbiamo studiato solamente questo settore», spiegano i due) diventa un lavoro. Un business. Anche perché nel frattempo arrivano prime richieste: «Ma se volessi quella macchina in particolare?». L’archivio è lì, pronto. E così Leonardo ed Edoardo cominciano a sentire i loro follower, che ora diventano clienti. Diventano il centro, l’asse, che mette in contatto mondi diversi: Assentral, appunto, con l’obbiettivo di soddisfare la domanda di automobili speciali da collezione (e non solo), tramite un sistema innovativo, basato su relazioni sviluppate negli anni.
Ma questo è solo l’inizio. Perché, sempre su Instagram, i due vedono i lavori di Paul, un ragazzo scozzese. Cognome? «Niente cognome, è troppo bravo, poi ce lo portano via». Riesce a riproporre i modelli di auto in modo perfetto. Edoardo e Leonardo estraggono il loro pc per farmi qualche esempio. Cominciano a zoomare un rendering per mostrare la pelle lavorata dei sedili e perfino la marca degli pneumatici. Sembra più vero del vero. «Oggi i nostri clienti ci chiedono questo: modelli unici, fatti unicamente per loro. Noi prepariamo tutto, scegliamo con loro i colori e i dettagli, poi mandiamo i nostri progetti alla casa madre, che li realizza».
È il virtuale che diventa reale. Cosi dalle configurazioni in digitale dello studio di design di Assentral Speclab, si passa al carbonio, alle cuciture e alla pelle vera e propria. E pure a un luogo fisico, che verrà inaugurato a breve negli stessi spazi della D-Factory di Cinisinello Balsamo, la Mecca delle auto di lusso.
Un sogno italiano, quindi. Che fa sognare due giovani imprenditori ma, soprattutto, i loro clienti.
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«Jo Nesbø's Detective Hole» (Netflix)
Dopo il film con Michael Fassbender, il personaggio di Jo Nesbø arriva su Netflix con una serie che ne esplora fragilità e ossessioni. Basata su «La stella del diavolo», segue un’unica indagine tra i demoni personali del protagonista.
Harry Hole, al cinema, ha avuto il volto cupo di Michael Fassbender, i capelli ramati e un accenno di barba. Quando si è deciso di far delle sue gesta un film, si è scelto avesse le fattezze massicce dell'attore, così simile a quelle immaginate da Jo Nesbø. Poi, però, ci si è fermati. Harry Hole non ha avuto seguiti né adattamenti ulteriori. Eppure, Nesbø ha continuato a scrivere. E tanto ha prodotto da aver - finalmente - convinto una piattaforma a fare del suo detective il centro di una serie crime.
Jo Nesbø's Detective Hole, disponibile su Netflix da giovedì 26 marzo, prova a mettere insieme tutti i romanzi dello scrittore norvegese, costruendo su quel suo investigatore una narrazione capace di ricostruirne la complessità.Harry Hole, non più interpretato da Fassbender ma da Tobias Santelmann, è la copia carbone di quello che tanti detective prima di lui sono stati. Un genio preda di fantasmi e tormenti, l'intuitivo fuori scala inversamente proporzionale all'abilità di intessere relazioni umane soddisfacenti. Hole, pur noto ad Oslo come il più talentuoso fra gli investigatori, è vittima di una depressione cronica che, negli anni, lo ha indotto a sviluppare una forma altrettanto cronica di alcolismo. Beve fino a perdere conoscenza, Jim Beam, whiskey per lo più.
Eppure, il vizio non ha mai intaccato le sue capacità deduttive. Si è preso altro: il privato, le relazioni di Hole, monche e lacunose. Il detective, pur temuto e rispettato, ha amato una sola donna, senza riuscire a tenersela accanto. Rachel, un tempo amore, si è trasformata in tormento: tossica quanto e più del whiskey. Harry Hole non è mai riuscito a dirle addio. Rachel è sempre tornata, ondivaga e insicura. E con lei, puntuali, si sono fatti avanti i demoni. Gli stessi che l'investigatore sta goffamente cercando di combattere quando il candore di Oslo, sua città natale, si tinge di rosso. Una ragazza è stata trovata morta nel proprio appartamento, un dito le è stato reciso e, dietro una palpebra, il killer si è premurato di lasciarle un piccolo diamante a forma di stella. Una firma, un indizio, un peccato di vanità che, nella letteratura, ha dato il titolo ad uno dei romanzi di Nesbø.
Benché la serie Netflix ambisca ad essere un compendio di quanto prodotto dallo scrittore, Jo Nesbø's Detective Hole è basata per lo più su uno dei suoi tanti romanzi, il quinto, La stella del diavolo. Così ha voluto Nesbø, che per Netflix ha curato parte della sceneggiatura. Lo show, dunque, si trova a riavvolgere il filo per raccontare, intimamente, chi sia quest'uomo complesso. Poi, però, entra nel merito di un suo solo caso, un solo serial killer e una sola indagine, condotta - come da libro - insieme all'odiato e corretto collega Tom Waaler.
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Ford introduce le versioni BlueCruise Edition su Kuga e Puma, portando la guida assistita di livello 2 su modelli più diffusi. Il sistema è utilizzabile su oltre 135.000 chilometri di strade europee ed è incluso senza abbonamento.
Ford accelera sulla democratizzazione della guida assistita e introduce le nuove BlueCruise Edition su due dei modelli più apprezzati della gamma europea, Kuga e Puma. Le nuove versioni rappresentano un passo concreto verso una mobilità sempre più tecnologica e accessibile, portando su larga scala il sistema di assistenza alla guida di livello 2 che consente la modalità «mani libere, occhi puntati sulla strada».
Dopo il debutto europeo su Mustang Mach-E, primo sistema di questo tipo a ottenere l’approvazione normativa nel continente, BlueCruise amplia ora il proprio raggio d’azione. L’obiettivo è chiaro: offrire un’esperienza di guida più rilassata e sicura anche a un pubblico più ampio, andando oltre il segmento premium e integrandosi su modelli ad alta diffusione.
Le nuove Kuga e Puma BlueCruise Edition nascono infatti con una vocazione precisa: ridurre lo stress nei lunghi viaggi, soprattutto in autostrada. Grazie al Co-Pilot Pack di serie, il sistema consente la guida a mani libere su oltre 135.000 chilometri di arterie europee, le cosiddette «Blue Zones», distribuite in 16 Paesi. Un’estensione significativa che rende la tecnologia concretamente utilizzabile nella quotidianità.
Uno degli elementi più rilevanti dell’offerta è l’assenza di abbonamenti: BlueCruise è incluso senza costi aggiuntivi, insieme alla navigazione connessa basata su cloud, che fornisce aggiornamenti sul traffico in tempo reale e suggerisce percorsi ottimizzati. Una scelta strategica che punta a semplificare l’esperienza d’uso e a rafforzare il valore percepito del prodotto.
Non manca un’attenzione particolare al design. Le BlueCruise Edition si distinguono per dettagli esclusivi, a partire dalla livrea Vapor Blue abbinata al tetto a contrasto nero e agli specchietti coordinati. Completano il look i cerchi in lega dedicati, da 18 pollici su Puma e da 19 su Kuga. All’interno, l’ambiente si caratterizza per finiture Nordic Blue e inserti dei sedili lavorati, che conferiscono un tocco distintivo senza rinunciare alla sobrietà.
Ampia anche la gamma di motorizzazioni. Kuga è proposta in versione full hybrid e plug-in hybrid, mentre Puma affianca alle unità EcoBoost hybrid con cambio automatico anche la nuova declinazione completamente elettrica Gen-E. Una varietà che riflette la strategia multienergia del costruttore, orientata a soddisfare esigenze diverse in termini di utilizzo e sostenibilità.
Con le BlueCruise Edition, Ford compie dunque un passo deciso verso la diffusione capillare della guida assistita avanzata. Non si tratta solo di un’evoluzione tecnologica, ma di un cambio di paradigma: la comodità e il supporto alla guida diventano elementi centrali dell’esperienza automobilistica, accessibili a un pubblico sempre più vasto.
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Ansa
La parabola di Plotino si rispecchia nel bacino Mediterraneo, è l’erede di quei mondi antichi, il maestro di quel passaggio e il crocevia del pensiero, dal Medio Oriente a Roma. Dopo di lui verrà Sant’Agostino, con la Patristica. Nel suo tempo cresce la Gnosi e si diffonde il Manicheismo. A lui si deve il platonismo a Roma, con una scuola frequentata anche dai politici e dalle donne. A lui si deve il grande sogno della città governata dai filosofi, Platonopoli, che sarebbe sorta a due passi da Napoli. A lui si deve il primo, grande pensiero che supera il dualismo, con la teoria dell’emanazione e la nostalgia del Ritorno: l’Uno emana il mondo, come i raggi del sole, e le anime avvertono il conato di tornare alle origini. In Plotino la vita come il pensiero sono percorsi dalla nostalgia dell’origine. Emanazione e Ritorno sono il respiro del mondo, L’Uno espira e dà fiato al mondo, il mondo inspira e torna all’Uno. A lui si deve la prima grande filosofia della bellezza che dal corpo scorre verso l’anima e dall’anima risale a Dio.
Il suo pensiero fecondò la dottrina cristiana e il pensiero arabo, soffiò nel platonismo medioevale e nell’alchimia, poi nell’Umanesimo e nel Rinascimento, l’idealismo e il romanticismo, da Marsilio Ficino a Pico della Mirandola fino a Schelling, e poi a raggiungere nel Novecento personalità eminenti di ambiti differenti come Jung e Florenskij, Yeats e Bergson, Hillmann e Hadot, Eliade e Sestov. Pure Leopardi s’innamorò di lui e a lui dedicò un dialogo, uno dei suoi pochi scritti in difesa della vita, quando Plotino riesce a dissuadere il suo allievo Porfirio, che sarà poi il suo biografo, dal desiderio di suicidarsi.
A lui si riferirono anche scrittori e poeti del secolo scorso: da Albert Camus, che scrisse la tesi di laurea su di lui a Ezra Pound che gli dedicò una poesia giovanile in A lume spento, fino a Borges che ne parlò agli esorti della sua Storia dell’eternità.
Sarebbe un esercizio curioso e intrigante rileggere alcune teorie di Plotino alla luce della tecno-scienza di oggi e della fisica quantica: il nesso tra microcosmo e macrocosmo, la connessione di ogni parte al tutto, la convinzione che ogni particella del cosmo, come una miniatura dell’universo, abbia in sé la totalità del mondo. Tutto ciò precorre su altri versanti le più recenti teorie della fisica, le particelle di Dio, le onde elettromagnetiche e gravitazionali, le vibrazioni cosmiche...
Per tutte queste ragioni, dopo tanti anni di passione per il pensiero di Plotino nel fatidico anno 2000, mi dedicai a lui, autore sommo nel mio pantheon personale. Lo scrissi in forma di autobiografia, in prima persona, riferendomi agli ultimi anni vissuti da Plotino nella campagna di Minturno, dove morì. Al testo letterario ho aggiunto un saggio su di lui e sul suo pensiero. Il testo è un bilancio della sua vita e del suo pensiero, attraverso i luoghi e i temi che li avevano scanditi. Gli impliciti modelli di scrittura erano Così parlò Zarathustra di Nietzsche e le Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar.
Dietro l’apparenza di una fictio, i dettagli storici e teorici combaciavano con la realtà storica e col suo pensiero, con le fonti, i nomi e i luoghi. Dalla sua nascita e poi la sua infanzia sulle rive del basso Nilo - nei pressi dell’odierna Asyut - alla sua prima maturità ad Alessandria d’Egitto dove fu iniziato alla filosofia, poi il suo soggiorno ad Antiochia e la sua partecipazione in Siria alla guerra con i persiani, dove rischiò di essere ucciso, nel suo tentativo di spingersi verso Oriente fino a vagheggiare la meta dell’India per conoscere i sapienti. Quindi il suo viaggio verso Roma, dove fondò la sua scuola frequentata anche da senatori e patrizi, che tenne per vent’anni, le sue commemorazioni di Platone, Socrate e Aristotele, il suo sogno di fondare una città ideale a sud di Roma, Platonopoli e di convincere all’impresa l’imperatore Gallieno; il suo dialogo con l’allievo Porfirio per dissuaderlo dal proposito di togliersi la vita, quindi il suo ritiro nella campagna di Minturno, infine la sua morte intorno ai 68 anni.
È solo una congettura, invece, l’incontro con Mani e con Origene il cristiano, suoi contemporanei; autentico è invece il suo incontro fatale con Ammonio Sacca che lo iniziò alla sapienza. L’amore per Gemina è invece un’amorosa illazione su una amicizia effettiva del filosofo con una donna e con sua figlia che aveva lo stesso nome della madre, assidue della sua scuola e appartenenti al ceto nobiliare romano. Plotino aveva ritrosia a parlare e a scrivere di sé. Si vergognava di avere un corpo, fermò il suo allievo Amerio che voleva farlo ritrarre dal pittore Carterio; aveva perfino pudore di mangiare in presenza d’altri. Coltivava la vita incorporea del corpo.
Nella copertina dell’autobiografia appare il ritratto che ne fece Raffaello nella Scuola d’Atene. Immaginai che quella presunta autobiografia Plotino l’avesse poi gettata nel fiume del tempo, inabissandola nelle acque del fiume Lyris, come facevano coloro che attraversavano il fiume e per ingraziarsi l’impervio corso fluviale gettavano una moneta nelle sue acque. La moneta gettata da Plotino per ingraziarsi gli dei era la sua vita raccolta in uno scritto «sacrificale». Quel fiume Liri, oggi noto nella sua parte terminale come Garigliano, si ricongiungeva in una geografia poetica - avrebbe detto Vico - al fiume Nilo delle sue origini, ai fiumi Ilisso e Celari di Socrate, dei suoi allievi e dei suoi dialoghi platonici, poi ai fiumi della sua maturità, il Tigri e l’Eufrate, crinali d’Oriente e Occidente, e infine al Tevere alle cui sponde Plotino rimase per oltre un ventennio. Il libro finisce nei fondali del fiume e si perde ogni sua traccia; e dunque quel che i lettori hanno tra le mani in realtà non può esistere. Vissi la scrittura di quel libro nella primavera del 2000 in uno stato di grazia, felice di scrivere e di vivere in compagnia di Plotino. Spero che altrettanta gioia possa scaturire nella lettura di questo libro in compagnia di quel maestro di luce e di bellezza. Plotino ci indica la via del ritorno all’Uno, alla Casa, all’Origine e la bellezza divina dell’Essere. Come scrive Porfirio nella Vita di Plotino: «Io mi sforzo di ricondurre il divino che è in me al divino che è nell’universo».
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