True
2020-07-01
Le registrazioni del Cav
e una sentenza civile: storia d’Italia da riscrivere
Silvio Berlusconi (Ansa)
È la grande rivincita di Silvio Berlusconi, ed è una botta disastrosa per la giustizia italiana. È un doppio colpo che arriva proprio nel momento di maggior debolezza della magistratura, soprattutto di quella militante e ideologizzata, smascherata dalle intercettazioni di Magistratopoli. Il coup de théâtre è a dir poco devastante, per gli avversari togati del Cavaliere. Da una parte il tribunale civile di Milano, con una sentenza netta, abbatte le basi del procedimento penale per frode fiscale che la Procura di Milano aveva avviato nel 2001 sui diritti cinematografici Mediaset, e che nell'agosto 2013 ha portato all'unica condanna di Cassazione per Berlusconi. Dall'altra parte, si scopre che uno dei cinque giudici di quel collegio di Cassazione era convinto di «aver dovuto firmare una sentenza che riteneva errata sotto il profilo giuridico, profondamente ingiusta, e minata dai pregiudizi» dei colleghi.
Di fronte a tutto questo, per scavare nell'anomalia giudiziaria che 7 anni fa ha espulso dal Senato il fondatore del centrodestra italiano, la richiesta di una commissione parlamentare d'inchiesta è davvero il minimo. «Il Parlamento accerti tutte le disfunzioni del sistema giudiziario», ha chiesto ieri Antonio Tajani, «compresa la vicenda che ha portato alla condanna di Berlusconi». Il vicepresidente di Forza Italia ha bollato la sentenza del 2013 come «un colpo di Stato giudiziario». Dargli torto è difficile, a sentire il giudice Amedeo Franco: uno dei cinque del collegio «feriale» della Cassazione che il primo agosto di quell'anno condannò il quattro volte presidente del Consiglio. Tra loro, per di più, Franco era anche il più competente perché proveniva dalla terza sezione che si occupa di reati tributari.
Nell'ultima memoria che i legali del Cavaliere hanno allegato al ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo che dall'autunno 2013 chiede giustizia contro quella condanna, si legge che proprio in quei mesi Berlusconi aveva casualmente incontrato Franco in compagnia di altre persone. E il giudice aveva pronunciato accuse così gravi che uno dei presenti aveva deciso di registrarlo col telefonino. Franco aveva detto che il suo collegio aveva commesso «una grave ingiustizia», e che Berlusconi era stato «condannato a priori». Il giudice aveva aggiunto la netta impressione che tutta vicenda fosse stata «guidata dall'alto». Insomma, che la condanna per la frode fiscale fosse stata «una porcheria», e che la Corte fosse un «plotone d'esecuzione».
Nella memoria, scritta dal professor Andrea Saccucci, si legge che in un secondo incontro, a sua volta registrato, il giudice aveva aggiunto parole dure nei confronti del presidente del collegio, Antonio Esposito, rimproverato di «malafede». Franco aveva addirittura riferito che Esposito sarebbe stato «pressato» per il fatto che suo figlio, a sua volta magistrato, in quel periodo era indagato dalla Procura di Milano per «essere stato beccato con droga…».
Franco pareva molto scosso da quella fucilazione politica: si diceva «deluso profondamente… perché ho trascorso tutta la vita in questo ambiente e mi ha fatto schifo». Aveva aggiunto: «Non mi mettevo a fare il magistrato se questo è il modo di fare, per… per colpire le persone, gli avversari politici. Non è così. Io ho opinioni diverse della giustizia».
Che in seno al collegio fossero emerse divisioni brutali sulla colpevolezza di Berlusconi, va detto, era parso evidente già nel 2013. La condanna, del resto, si basava su un punto controverso: la consapevolezza della presunta frode da parte di Berlusconi, che però non aveva firmato alcun documento di Mediaset e si era sempre protestato innocente in quanto ignaro delle scelte fatte dall'azienda a partire dalla sua discesa in campo, nel 1994. Mesi dopo, il settimanale Panorama aveva poi segnalato un fatto davvero strano: perché Franco, giudice relatore in un diverso collegio della Cassazione che giudicava su un caso di presunta frode fiscale identico a quello per cui il Cavaliere era stato condannato, aveva assolto l'imputato. Nella sentenza, in modo del tutto irrituale, Franco aveva scritto che la Corte d'appello, condannandolo malgrado non avesse firmato alcun documento, aveva commesso un grave errore perché aveva seguito «un'interpretazione analoga a quella seguita dalla sezione feriale il primo agosto 2013». Cioè proprio quella adottata contro Berlusconi. In poche parole, la Cassazione di Franco aveva cassato la Cassazione di Esposito: «La tesi (della colpevolezza, ndr) non può essere condivisa e confermata», aveva scritto Franco in quella sentenza, «perché è contraria alla assolutamente costante e pacifica giurisprudenza di questa Corte, e al vigente sistema sanzionatorio dei reati tributari». Insomma, sia pure a distanza, Franco aveva voluto smentire pubblicamente i suoi colleghi del «plotone d'esecuzione» anti berlusconiano.
Non bastasse, un altro colpo alle fondamenta del processo penale per la frode fiscale Mediaset viene dal tribunale civile di Milano. Che nel 2016, tre anni dopo la condanna penale di Berlusconi, era stato chiamato a giudicare sulla presunta «cresta» fatta sui diritti cinematografici versati da Mediaset a Farouk Agrama, mediatore nell'acquisto di film sul mercato statunitense: visto che per la giustizia penale i pagamenti «gonfiati» ad Agrama erano stati il trucco per creare «costi fittizi» che avevano determinato la condanna per frode fiscale di Berlusconi, Mediaset aveva chiesto indietro i 113 milioni che, in base alla condanna, sarebbero stati pagati «in eccesso». Nella sentenza civile oggi si legge, al contrario, che i pagamenti erano corretti e che la mediazione di Agrama era «effettiva» perché «furono conclusi numerosissimi contratti […]. Tutti i testi hanno poi confermato l'interposizione effettiva e addirittura inevitabile di Agrama (…). Di conseguenza, il fatto della “interposizione fittizia" contestato nei capi d'imputazione non sussiste!». Insomma, con la condanna di Berlusconi, i pubblici ministeri e i giudici della Cassazione hanno sbagliato. Tutti. Con tanto di punto esclamativo. E volete ancora chiamarla giustizia?
I due forni di Berlusconi. Con Salvini sui pm, col Colle sull’Europa
Perché le rivelazioni del dottor Amedeo Franco, relatore della sezione feriale della Cassazione che tra il 30 luglio e il 2 agosto del 2013 condannò per evasione fiscale Silvio Berlusconi, escono adesso? C'è una ragione di momento politico-giudiziario, e una possibile conseguenza sulla tenuta del sistema italiano. Gli audio del giudice risalgono infatti a inizio 2014: più di sei anni fa, mentre la sentenza del tribunale civile di cui parliamo qui a fianco è del gennaio di quest'anno. Entrambe sono state recentemente allegate al ricorso fatto anni fa dal Cavaliere alla Corte di Strasburgo, e quindi gettate nell'agone mediatico-politico.
Perché, dunque? Impossibile non notare la situazione di deterioramento dell'immagine della magistratura, sottolineata anche dal capo dello Stato (e presidente del Csm), Sergio Mattarella. A parità di dati di fatto, l'entourage di Berlusconi si è messo in scia alle polemiche sulla politicizzazione della giustizia innescate anzitutto dagli scoop della Verità sull'inchiesta di Perugia con al centro Luca Palamara. Notizie esplosive, commentate da una lunga intervista concessa dallo stesso leader azzurro a Giorgio Gandola poche settimane fa su queste colonne.
Il combinato disposto delle ingiustizie lamentate da Matteo Salvini («Ha ragione, ma bisogna attaccarlo», chattavano tra loro le toghe intercettate) e da Silvio Berlusconi accomunano i due pezzi grossi del centrodestra, e ripropongono la necessità di un pallino del Cav: una riforma che imponga separazione delle carriere dei Csm e una sostanziale riscrittura delle regole istituzionali. Ma le rivelazioni di ieri e di oggi, unite dal momento politico, chiamano in causa il Quirinale: il Colle non può non prendere atto che queste due vicende, volutamente accostate dalla mossa di Berlusconi, minano alla radice la fiducia nella giustizia, e chiamano indirettamente in causa il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano, che dal 2011 non fece nulla per dissimulare la sua volontà di far cadere Berlusconi. Ma c'è un dettaglio che incide sui giorni presenti. Berlusconi non poteva certo non sapere di quel colloquio con Amedeo Franco, dato che ne era co-protagonista: è l'altissimo magistrato stesso, anzi, a presentarsi ad limina dal Cavaliere. Ora, la posizione di Forza Italia sul Mes è in funzione di queste rivelazioni? Il retroscena che circola è questo: Berlusconi vuole restituita la sua onorabilità, in modo politicamente tangibile. Perché ciò accada debbono cadere prima di tutto le pregiudiziali europee che portarono alla caduta del 2011, operazione totalmente orchestrata da Napolitano. La richiesta, levatasi a gran voce da Forza Italia ieri assieme alla necessità di una commissione d'inchiesta, di «risarcire» il Cavaliere con un laticlavio va dunque letta in controluce: non vi sarebbe per nemesi più dolce ed efficace della stessa mossa con cui l'allora capo di Stato issò Monti a Palazzo Chigi. Ma Berlusconi non può non essere conscio della sua diminuita forza elettorale, che lo porta in questo frangente a cercare sponde anche opposte. Da un lato infatti chiedendo con forza il Mes - al punto di dire a Conte: o lo approvi o noi votiamo altri scostamenti di deficit - sorpassa quasi il Pd nell'afflato europeista e accredita sé stesso e il suo partito come i difensori dei valori europei. Dall'altro lato Berlusconi vuole tenere compatto il centrodestra proprio sul tema giustizia. Al Cav, infatti, ieri è arrivata la solidarietà di Salvini e Giorgia Meloni, mentre Antonio Tajani ha invocato una commissione d'inchiesta, addirittura paragonando Berlusconi ad Alfred Dreyfus, il capo militare ebreo francese ingiustamente condannato per alto tradimento: in Fi hanno ovviamente reagito in molti, da Anna Maria Bernini, a Mariastella Gelmini, a Licia Ronzulli. Forse non è un caso che, nella maggioranza, l'unico a parlare sia stato Matteo Renzi, protagonista del patto del Nazareno, chiedendo che si faccia chiarezza.
La mossa del ricorso, nel suo apparente anacronismo, cambia il quadro. Perché Berlusconi difensore del Mes potrebbe ottenere il sì dall'Europa, Berlusconi padre nobile potrebbe accreditare il centrodestra in forza di un patto spericolato. Lo scenario probabile delle prossime settimane è questo: sul Mes non si trova l'accordo, e il Recovery fund non parte se prima l'Italia non si sottomette al Salvastati. Il Pd rompe, e Forza Italia assicura il sì a un governo tecnico in sostituzione dei ribelli grillini. Si approva il Mes, e dopo la Finanziaria si va a votare, con gli azzurri che puntano a essere decisivi per la coalizione che avrebbe ottime probabilità di conquistare Palazzo Chigi. E se il governo sarebbe ovviamente appannaggio di Salvini e Meloni, pare che a Berlusconi abbiano addirittura fatto annusare aria di Quirinale: il massimo del risarcimento. C'è tempo, ma il quadro è cambiato.
Le cene, i pm, la grazia: il leader di Forza Italia riscrive la storia

Karima El Mahroug (Massimo Di Nonno, Getty Images)
Con le registrazioni degli incontri tra Silvio Berlusconi e il giudice Amedeo Franco, il relatore della sentenza di condanna definitiva contro l'ex premier nel cosiddetto processo Mediatrade, c'è di che riscrivere un pezzo di storia italiana. Il primo incontro tra i due avviene nell'inverno del 2014, e il secondo il 14 febbraio dello stesso anno. Rendez-vous che non paiono causali: «La ringrazio molto del sacrificio che ha fatto a venire qua» dice l'ex premier a Franco. «No è un grande piacere, se ha bisogno di qualche cosa io vengo, non c'è problema».
Nel primo «audio» il convitato di pietra è l'allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Secondo Franco il Primo presidente della Cassazione gli avrebbe detto: «Hai visto anche il presidente della Repubblica ha detto che è contento del fatto che avete deciso uniformemente a quello che ha detto il procuratore generale». Eppure Berlusconi sembra voler spedire Franco al Quirinale per convincere Napolitano a concedergli la grazia. Franco spiega di aver «accettato di fare questa cosa» per «esprimere solidarietà» a Berlusconi perché «è stato trattato ingiustamente». I due parlano di una possibile lettera a Napolitano, che per Franco «se è segreta non va bene». Per il magistrato scriverla per far sapere al Quirinale la sua opinione sulla sentenza (che «faceva schifo») sarebbe inutile, visto che Franco l'ha già detto a Ernesto Lupo, ex primo presidente della Cassazione e in quel momento consigliere di Napolitano. Ma Berlusconi vuole che Franco vada direttamente dal presidente: «E che gli dico?» chiede l'alto magistrato. Berlusconi: «L'unico modo potrebbe essere questo, che lei telefoni a Lupo e gli dice: “Guarda, io ho un peso sulla coscienza, siccome so che adesso c'è il fatto grazia sì, grazia no per Berlusconi, vorrei venire a dire…». Subito dopo i due si salutano e si rincontrano il 14 febbraio, otto giorni prima della nascita del governo Renzi. Il Cavaliere, fresco di Patto del Nazareno, commenta: «Renzi? Accetto scommesse. Entro il 20 manda a casa questo governo e si mette lui presidente del Consiglio. […] Io resto all'opposizione e voto le riforme, perché le inseguo da vent'anni».
Berlusconi ipotizza che Renato Brunetta verrà mandato a fare il commissario europeo e che su 12 ministri otto andranno al Pd, uno a Scelta civica, uno a Vendola e due al Nuovo centro destra, con Angelino Alfano e Maurizio Lupi. Più o meno, andrà così.
Le registrazioni audio contengono anche una versione succulenta del Ruby-gate, raccontata dal Cavaliere: «Sono andati avanti a farmene di tutti i colori, le invenzioni delle mie cene con il club delle ragazze che non c'è stato un atto... ho giurato su tutto quello che ho di più caro, che non ho mai visto un atto che potesse essere inelegante, non di sesso, ma poi ero in casa mia e se ci fossero stati anche atti di sesso che reato era?». La protagonista di questa storia è la marocchina Karima El Mahroug, in arte Ruby. Berlusconi ricostruisce la storia della chiacchierata con Hosni Mubarak (in quel momento presidente egiziano): «Questa qui si era dichiarata figlia di una famosa cantante egiziana, parente di Mubarak e noi le abbiamo creduto, ci ha detto che i suoi genitori l'avevano buttata fuori casa perché aveva abbracciato la religione cattolica, ci faceva vedere le piaghe provocate, a suo dire, dal lancio di olio bollente, da parte del padre e di un fratello del padre, di uno zio, e quindi noi ci avevamo creduto, tanto è vero che otto giorni prima io faccio un summit con Mubarak a Villa Madama, e [...] gli ho detto: “Ho conosciuto una ragazza egiziana, dice di essere sua parente, tua parente", ci davamo del tu con Mubarak... veniva ogni anno nove giorni in vacanza da me in Sardegna e io gli lasciavo la casa... lui, moglie, figlio e figlia... va beh... comunque gli dico “questa ragazza ha detto di essere figlia di questa cantante". Mubarak conosceva benissimo la cantante e guarda caso era vero che fosse una sua... nella cerchia familiare». La storia di Ruby, quindi, in quel momento al Cavaliere risulta credibile. E spiega: «Però non sapeva niente della ragazza, e dice “Ti farò sapere"». Otto giorni dopo, però, Ruby finisce in Questura. «A me», racconta il Cav, «passa nella testa: “Oddio, faccio un incidente diplomatico con Mubarak". Come faccio a spiegare a Mubarak, che è un dittatore, che un presidente italiano non ha alcun potere?».
È il caposcorta di Berlusconi ad avere il lampo di genio: sentire il funzionario della Questura. Il Cavaliere racconta la chiamata notturna: «Prima parlo tre minuti a scusarmi di averlo disturbato [...] poi gli dico “Guardi, ho bisogno di una informazione, c'è una ragazza da voi per l'identificazione, vorrei sapere se è egiziana e parente di Mubarak, perché se no mi capita un caso che non va..."». Si scopre che «è qualche mese inferiore ai 18 anni», spiega Berlusconi, che comunque pensava che dalla Questura, dopo l'identificazione, l'avrebbero mandata in una casa famiglia. E invece si è dovuto attivare lui. Racconta: «È andata lì la Minetti (Nicole , ndr) che allora era, per noi, una bravissima ragazza, presentata da don Verzè (Luigi, ndr), poi è diventata... il successo le ha dato alla testa [...] e comunque gli dice il funzionario alla Minetti “perché non la prende lei, è una cosa burocratica..."». «Sette anni per questa vicenda», chiosa il Cavaliere. E le cene hot? Berlusconi racconta anche quelle. Con le ragazze che speravano di trovare una strada per una comparsata in tv o al cinema. Questa parte della storia gli è costata un'altra accusa: quella di aver corrotto le Olgettine. Berlusconi smonta le accuse in questo modo: «Hanno detto che estraevano il pisello di Fede, 82 anni, che mi autorizza a dire pubblicamente che per trovare il pisello a lui, specie dopo la mezzanotte, occorre organizzare una regolare caccia al tesoro». L'ultima parte del racconto sui processi è legata a Gianpaolo Tarantini, l'uomo che portò Patrizia D'Addario e altre ragazze a Palazzo Grazioli: «Io avevo bisogno del signor Tarantini per portarmi due escort? Ma basta prendere l'Ipad, si fa così... Roma... ma ci sono anche Busto Arsizio, Monza (inc.) di provincia hanno le loro escort, con anche il prezzo, per partecipare a una cena 150 euro. Io posso portarmi 24 escort, basta che telefoni alle due, alle tre del pomeriggio, le invito qua... no? Ho bisogno di andare... di prendere Tarantini, ma cosa da pazzi!».
Continua a leggereRiduci
Smontate dal tribunale civile le basi del processo che portò alla condanna dell'allora senatore per frode fiscale. E spuntano gli audio del 2014 in cui il giudice Amedeo Franco confessa: «Sentenza pilotata, fu un plotone d'esecuzione».Le «novità» sparate nel momento di massima crisi delle toghe. Per il pieno riscatto il leader di Fi è pronto al sì al governissimo.Nelle registrazioni lo «scoop» su Matteo Renzi a Palazzo Chigi, i dettagli hot sul Rubygate e la trattativa col Quirinale.Lo speciale contiene tre articoli e i file con le intercettazioni. Le registrazioni di Berlusconi from La Verità È la grande rivincita di Silvio Berlusconi, ed è una botta disastrosa per la giustizia italiana. È un doppio colpo che arriva proprio nel momento di maggior debolezza della magistratura, soprattutto di quella militante e ideologizzata, smascherata dalle intercettazioni di Magistratopoli. Il coup de théâtre è a dir poco devastante, per gli avversari togati del Cavaliere. Da una parte il tribunale civile di Milano, con una sentenza netta, abbatte le basi del procedimento penale per frode fiscale che la Procura di Milano aveva avviato nel 2001 sui diritti cinematografici Mediaset, e che nell'agosto 2013 ha portato all'unica condanna di Cassazione per Berlusconi. Dall'altra parte, si scopre che uno dei cinque giudici di quel collegio di Cassazione era convinto di «aver dovuto firmare una sentenza che riteneva errata sotto il profilo giuridico, profondamente ingiusta, e minata dai pregiudizi» dei colleghi. Di fronte a tutto questo, per scavare nell'anomalia giudiziaria che 7 anni fa ha espulso dal Senato il fondatore del centrodestra italiano, la richiesta di una commissione parlamentare d'inchiesta è davvero il minimo. «Il Parlamento accerti tutte le disfunzioni del sistema giudiziario», ha chiesto ieri Antonio Tajani, «compresa la vicenda che ha portato alla condanna di Berlusconi». Il vicepresidente di Forza Italia ha bollato la sentenza del 2013 come «un colpo di Stato giudiziario». Dargli torto è difficile, a sentire il giudice Amedeo Franco: uno dei cinque del collegio «feriale» della Cassazione che il primo agosto di quell'anno condannò il quattro volte presidente del Consiglio. Tra loro, per di più, Franco era anche il più competente perché proveniva dalla terza sezione che si occupa di reati tributari.Nell'ultima memoria che i legali del Cavaliere hanno allegato al ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo che dall'autunno 2013 chiede giustizia contro quella condanna, si legge che proprio in quei mesi Berlusconi aveva casualmente incontrato Franco in compagnia di altre persone. E il giudice aveva pronunciato accuse così gravi che uno dei presenti aveva deciso di registrarlo col telefonino. Franco aveva detto che il suo collegio aveva commesso «una grave ingiustizia», e che Berlusconi era stato «condannato a priori». Il giudice aveva aggiunto la netta impressione che tutta vicenda fosse stata «guidata dall'alto». Insomma, che la condanna per la frode fiscale fosse stata «una porcheria», e che la Corte fosse un «plotone d'esecuzione». Nella memoria, scritta dal professor Andrea Saccucci, si legge che in un secondo incontro, a sua volta registrato, il giudice aveva aggiunto parole dure nei confronti del presidente del collegio, Antonio Esposito, rimproverato di «malafede». Franco aveva addirittura riferito che Esposito sarebbe stato «pressato» per il fatto che suo figlio, a sua volta magistrato, in quel periodo era indagato dalla Procura di Milano per «essere stato beccato con droga…». Franco pareva molto scosso da quella fucilazione politica: si diceva «deluso profondamente… perché ho trascorso tutta la vita in questo ambiente e mi ha fatto schifo». Aveva aggiunto: «Non mi mettevo a fare il magistrato se questo è il modo di fare, per… per colpire le persone, gli avversari politici. Non è così. Io ho opinioni diverse della giustizia».Che in seno al collegio fossero emerse divisioni brutali sulla colpevolezza di Berlusconi, va detto, era parso evidente già nel 2013. La condanna, del resto, si basava su un punto controverso: la consapevolezza della presunta frode da parte di Berlusconi, che però non aveva firmato alcun documento di Mediaset e si era sempre protestato innocente in quanto ignaro delle scelte fatte dall'azienda a partire dalla sua discesa in campo, nel 1994. Mesi dopo, il settimanale Panorama aveva poi segnalato un fatto davvero strano: perché Franco, giudice relatore in un diverso collegio della Cassazione che giudicava su un caso di presunta frode fiscale identico a quello per cui il Cavaliere era stato condannato, aveva assolto l'imputato. Nella sentenza, in modo del tutto irrituale, Franco aveva scritto che la Corte d'appello, condannandolo malgrado non avesse firmato alcun documento, aveva commesso un grave errore perché aveva seguito «un'interpretazione analoga a quella seguita dalla sezione feriale il primo agosto 2013». Cioè proprio quella adottata contro Berlusconi. In poche parole, la Cassazione di Franco aveva cassato la Cassazione di Esposito: «La tesi (della colpevolezza, ndr) non può essere condivisa e confermata», aveva scritto Franco in quella sentenza, «perché è contraria alla assolutamente costante e pacifica giurisprudenza di questa Corte, e al vigente sistema sanzionatorio dei reati tributari». Insomma, sia pure a distanza, Franco aveva voluto smentire pubblicamente i suoi colleghi del «plotone d'esecuzione» anti berlusconiano.Non bastasse, un altro colpo alle fondamenta del processo penale per la frode fiscale Mediaset viene dal tribunale civile di Milano. Che nel 2016, tre anni dopo la condanna penale di Berlusconi, era stato chiamato a giudicare sulla presunta «cresta» fatta sui diritti cinematografici versati da Mediaset a Farouk Agrama, mediatore nell'acquisto di film sul mercato statunitense: visto che per la giustizia penale i pagamenti «gonfiati» ad Agrama erano stati il trucco per creare «costi fittizi» che avevano determinato la condanna per frode fiscale di Berlusconi, Mediaset aveva chiesto indietro i 113 milioni che, in base alla condanna, sarebbero stati pagati «in eccesso». Nella sentenza civile oggi si legge, al contrario, che i pagamenti erano corretti e che la mediazione di Agrama era «effettiva» perché «furono conclusi numerosissimi contratti […]. Tutti i testi hanno poi confermato l'interposizione effettiva e addirittura inevitabile di Agrama (…). Di conseguenza, il fatto della “interposizione fittizia" contestato nei capi d'imputazione non sussiste!». Insomma, con la condanna di Berlusconi, i pubblici ministeri e i giudici della Cassazione hanno sbagliato. Tutti. Con tanto di punto esclamativo. E volete ancora chiamarla giustizia?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/riabilitazione-e-mea-culpa-della-toga-berlusconi-si-prende-la-sua-rivincita-2646302612.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-due-forni-di-berlusconi-con-salvini-sui-pm-col-colle-sulleuropa" data-post-id="2646302612" data-published-at="1593563618" data-use-pagination="False"> I due forni di Berlusconi. Con Salvini sui pm, col Colle sull’Europa Perché le rivelazioni del dottor Amedeo Franco, relatore della sezione feriale della Cassazione che tra il 30 luglio e il 2 agosto del 2013 condannò per evasione fiscale Silvio Berlusconi, escono adesso? C'è una ragione di momento politico-giudiziario, e una possibile conseguenza sulla tenuta del sistema italiano. Gli audio del giudice risalgono infatti a inizio 2014: più di sei anni fa, mentre la sentenza del tribunale civile di cui parliamo qui a fianco è del gennaio di quest'anno. Entrambe sono state recentemente allegate al ricorso fatto anni fa dal Cavaliere alla Corte di Strasburgo, e quindi gettate nell'agone mediatico-politico. Perché, dunque? Impossibile non notare la situazione di deterioramento dell'immagine della magistratura, sottolineata anche dal capo dello Stato (e presidente del Csm), Sergio Mattarella. A parità di dati di fatto, l'entourage di Berlusconi si è messo in scia alle polemiche sulla politicizzazione della giustizia innescate anzitutto dagli scoop della Verità sull'inchiesta di Perugia con al centro Luca Palamara. Notizie esplosive, commentate da una lunga intervista concessa dallo stesso leader azzurro a Giorgio Gandola poche settimane fa su queste colonne. Il combinato disposto delle ingiustizie lamentate da Matteo Salvini («Ha ragione, ma bisogna attaccarlo», chattavano tra loro le toghe intercettate) e da Silvio Berlusconi accomunano i due pezzi grossi del centrodestra, e ripropongono la necessità di un pallino del Cav: una riforma che imponga separazione delle carriere dei Csm e una sostanziale riscrittura delle regole istituzionali. Ma le rivelazioni di ieri e di oggi, unite dal momento politico, chiamano in causa il Quirinale: il Colle non può non prendere atto che queste due vicende, volutamente accostate dalla mossa di Berlusconi, minano alla radice la fiducia nella giustizia, e chiamano indirettamente in causa il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano, che dal 2011 non fece nulla per dissimulare la sua volontà di far cadere Berlusconi. Ma c'è un dettaglio che incide sui giorni presenti. Berlusconi non poteva certo non sapere di quel colloquio con Amedeo Franco, dato che ne era co-protagonista: è l'altissimo magistrato stesso, anzi, a presentarsi ad limina dal Cavaliere. Ora, la posizione di Forza Italia sul Mes è in funzione di queste rivelazioni? Il retroscena che circola è questo: Berlusconi vuole restituita la sua onorabilità, in modo politicamente tangibile. Perché ciò accada debbono cadere prima di tutto le pregiudiziali europee che portarono alla caduta del 2011, operazione totalmente orchestrata da Napolitano. La richiesta, levatasi a gran voce da Forza Italia ieri assieme alla necessità di una commissione d'inchiesta, di «risarcire» il Cavaliere con un laticlavio va dunque letta in controluce: non vi sarebbe per nemesi più dolce ed efficace della stessa mossa con cui l'allora capo di Stato issò Monti a Palazzo Chigi. Ma Berlusconi non può non essere conscio della sua diminuita forza elettorale, che lo porta in questo frangente a cercare sponde anche opposte. Da un lato infatti chiedendo con forza il Mes - al punto di dire a Conte: o lo approvi o noi votiamo altri scostamenti di deficit - sorpassa quasi il Pd nell'afflato europeista e accredita sé stesso e il suo partito come i difensori dei valori europei. Dall'altro lato Berlusconi vuole tenere compatto il centrodestra proprio sul tema giustizia. Al Cav, infatti, ieri è arrivata la solidarietà di Salvini e Giorgia Meloni, mentre Antonio Tajani ha invocato una commissione d'inchiesta, addirittura paragonando Berlusconi ad Alfred Dreyfus, il capo militare ebreo francese ingiustamente condannato per alto tradimento: in Fi hanno ovviamente reagito in molti, da Anna Maria Bernini, a Mariastella Gelmini, a Licia Ronzulli. Forse non è un caso che, nella maggioranza, l'unico a parlare sia stato Matteo Renzi, protagonista del patto del Nazareno, chiedendo che si faccia chiarezza. La mossa del ricorso, nel suo apparente anacronismo, cambia il quadro. Perché Berlusconi difensore del Mes potrebbe ottenere il sì dall'Europa, Berlusconi padre nobile potrebbe accreditare il centrodestra in forza di un patto spericolato. Lo scenario probabile delle prossime settimane è questo: sul Mes non si trova l'accordo, e il Recovery fund non parte se prima l'Italia non si sottomette al Salvastati. Il Pd rompe, e Forza Italia assicura il sì a un governo tecnico in sostituzione dei ribelli grillini. Si approva il Mes, e dopo la Finanziaria si va a votare, con gli azzurri che puntano a essere decisivi per la coalizione che avrebbe ottime probabilità di conquistare Palazzo Chigi. E se il governo sarebbe ovviamente appannaggio di Salvini e Meloni, pare che a Berlusconi abbiano addirittura fatto annusare aria di Quirinale: il massimo del risarcimento. C'è tempo, ma il quadro è cambiato. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/riabilitazione-e-mea-culpa-della-toga-berlusconi-si-prende-la-sua-rivincita-2646302612.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="le-cene-i-pm-la-grazia-il-leader-di-forza-italia-riscrive-la-storia" data-post-id="2646302612" data-published-at="1593563618" data-use-pagination="False"> Le cene, i pm, la grazia: il leader di Forza Italia riscrive la storia Karima El Mahroug (Massimo Di Nonno, Getty Images) Con le registrazioni degli incontri tra Silvio Berlusconi e il giudice Amedeo Franco, il relatore della sentenza di condanna definitiva contro l'ex premier nel cosiddetto processo Mediatrade, c'è di che riscrivere un pezzo di storia italiana. Il primo incontro tra i due avviene nell'inverno del 2014, e il secondo il 14 febbraio dello stesso anno. Rendez-vous che non paiono causali: «La ringrazio molto del sacrificio che ha fatto a venire qua» dice l'ex premier a Franco. «No è un grande piacere, se ha bisogno di qualche cosa io vengo, non c'è problema». Nel primo «audio» il convitato di pietra è l'allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Secondo Franco il Primo presidente della Cassazione gli avrebbe detto: «Hai visto anche il presidente della Repubblica ha detto che è contento del fatto che avete deciso uniformemente a quello che ha detto il procuratore generale». Eppure Berlusconi sembra voler spedire Franco al Quirinale per convincere Napolitano a concedergli la grazia. Franco spiega di aver «accettato di fare questa cosa» per «esprimere solidarietà» a Berlusconi perché «è stato trattato ingiustamente». I due parlano di una possibile lettera a Napolitano, che per Franco «se è segreta non va bene». Per il magistrato scriverla per far sapere al Quirinale la sua opinione sulla sentenza (che «faceva schifo») sarebbe inutile, visto che Franco l'ha già detto a Ernesto Lupo, ex primo presidente della Cassazione e in quel momento consigliere di Napolitano. Ma Berlusconi vuole che Franco vada direttamente dal presidente: «E che gli dico?» chiede l'alto magistrato. Berlusconi: «L'unico modo potrebbe essere questo, che lei telefoni a Lupo e gli dice: “Guarda, io ho un peso sulla coscienza, siccome so che adesso c'è il fatto grazia sì, grazia no per Berlusconi, vorrei venire a dire…». Subito dopo i due si salutano e si rincontrano il 14 febbraio, otto giorni prima della nascita del governo Renzi. Il Cavaliere, fresco di Patto del Nazareno, commenta: «Renzi? Accetto scommesse. Entro il 20 manda a casa questo governo e si mette lui presidente del Consiglio. […] Io resto all'opposizione e voto le riforme, perché le inseguo da vent'anni». Berlusconi ipotizza che Renato Brunetta verrà mandato a fare il commissario europeo e che su 12 ministri otto andranno al Pd, uno a Scelta civica, uno a Vendola e due al Nuovo centro destra, con Angelino Alfano e Maurizio Lupi. Più o meno, andrà così. Le registrazioni audio contengono anche una versione succulenta del Ruby-gate, raccontata dal Cavaliere: «Sono andati avanti a farmene di tutti i colori, le invenzioni delle mie cene con il club delle ragazze che non c'è stato un atto... ho giurato su tutto quello che ho di più caro, che non ho mai visto un atto che potesse essere inelegante, non di sesso, ma poi ero in casa mia e se ci fossero stati anche atti di sesso che reato era?». La protagonista di questa storia è la marocchina Karima El Mahroug, in arte Ruby. Berlusconi ricostruisce la storia della chiacchierata con Hosni Mubarak (in quel momento presidente egiziano): «Questa qui si era dichiarata figlia di una famosa cantante egiziana, parente di Mubarak e noi le abbiamo creduto, ci ha detto che i suoi genitori l'avevano buttata fuori casa perché aveva abbracciato la religione cattolica, ci faceva vedere le piaghe provocate, a suo dire, dal lancio di olio bollente, da parte del padre e di un fratello del padre, di uno zio, e quindi noi ci avevamo creduto, tanto è vero che otto giorni prima io faccio un summit con Mubarak a Villa Madama, e [...] gli ho detto: “Ho conosciuto una ragazza egiziana, dice di essere sua parente, tua parente", ci davamo del tu con Mubarak... veniva ogni anno nove giorni in vacanza da me in Sardegna e io gli lasciavo la casa... lui, moglie, figlio e figlia... va beh... comunque gli dico “questa ragazza ha detto di essere figlia di questa cantante". Mubarak conosceva benissimo la cantante e guarda caso era vero che fosse una sua... nella cerchia familiare». La storia di Ruby, quindi, in quel momento al Cavaliere risulta credibile. E spiega: «Però non sapeva niente della ragazza, e dice “Ti farò sapere"». Otto giorni dopo, però, Ruby finisce in Questura. «A me», racconta il Cav, «passa nella testa: “Oddio, faccio un incidente diplomatico con Mubarak". Come faccio a spiegare a Mubarak, che è un dittatore, che un presidente italiano non ha alcun potere?». È il caposcorta di Berlusconi ad avere il lampo di genio: sentire il funzionario della Questura. Il Cavaliere racconta la chiamata notturna: «Prima parlo tre minuti a scusarmi di averlo disturbato [...] poi gli dico “Guardi, ho bisogno di una informazione, c'è una ragazza da voi per l'identificazione, vorrei sapere se è egiziana e parente di Mubarak, perché se no mi capita un caso che non va..."». Si scopre che «è qualche mese inferiore ai 18 anni», spiega Berlusconi, che comunque pensava che dalla Questura, dopo l'identificazione, l'avrebbero mandata in una casa famiglia. E invece si è dovuto attivare lui. Racconta: «È andata lì la Minetti (Nicole , ndr) che allora era, per noi, una bravissima ragazza, presentata da don Verzè (Luigi, ndr), poi è diventata... il successo le ha dato alla testa [...] e comunque gli dice il funzionario alla Minetti “perché non la prende lei, è una cosa burocratica..."». «Sette anni per questa vicenda», chiosa il Cavaliere. E le cene hot? Berlusconi racconta anche quelle. Con le ragazze che speravano di trovare una strada per una comparsata in tv o al cinema. Questa parte della storia gli è costata un'altra accusa: quella di aver corrotto le Olgettine. Berlusconi smonta le accuse in questo modo: «Hanno detto che estraevano il pisello di Fede, 82 anni, che mi autorizza a dire pubblicamente che per trovare il pisello a lui, specie dopo la mezzanotte, occorre organizzare una regolare caccia al tesoro». L'ultima parte del racconto sui processi è legata a Gianpaolo Tarantini, l'uomo che portò Patrizia D'Addario e altre ragazze a Palazzo Grazioli: «Io avevo bisogno del signor Tarantini per portarmi due escort? Ma basta prendere l'Ipad, si fa così... Roma... ma ci sono anche Busto Arsizio, Monza (inc.) di provincia hanno le loro escort, con anche il prezzo, per partecipare a una cena 150 euro. Io posso portarmi 24 escort, basta che telefoni alle due, alle tre del pomeriggio, le invito qua... no? Ho bisogno di andare... di prendere Tarantini, ma cosa da pazzi!».
Leone XIV presenta l’enciclica nell’aula del Sinodo (Ansa)
Con loro le professoresse Anna Rowlands e Leocadie Lushombo, entrambe insegnanti di teologia politica, l’una alla Durham university, nel Regno Unito, e l’altra alla Jesuit school of theology della Santa Clara university, in California. Infine, c’era Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, uno dei colossi dell’IA nella variegata galassia della Silicon Valley che comprende diverse visioni tecno-filosofiche. Ma soprattutto c’era il Papa, che è intervento alla fine e si è rivolto in modo particolare proprio a Olah, ringraziandolo per aver accettato l’invito.
La presenza di Anthropic, e non quella di altri colossi dell’IA, in un certo senso ha rappresentato una scelta precisa da parte della Santa Sede, visto che la corporation che fa capo a Dario e Daniela Amodei è quella entrata in conflitto aperto con l’amministrazione Trump per aver negato l’uso illimitato della sua tecnologia all’esercito. Una posizione diversa da quella di Palantir, di Peter Thiel e Alexander Karp, che invece teorizzano una sorta di «tecno-repubblicanesimo» volto a ricostruire un complesso software-industriale per difendere l’Occidente. La presenza di Olah in Vaticano probabilmente rappresenta il segnale di quella che si potrebbe definire come un’alleanza tattica con quella realtà che non a caso propone una coalizione di democrazie per il controllo della filiera tecnologica, temendo che anche le nazioni libere possano scivolare verso forme di tecno-autoritarismo interno in nome dell’efficienza.
Proprio Olah nel suo intervento ha sollevato alcune domande chiave. «Come possiamo garantire che i benefici dell’Intelligenza artificiale siano condivisi a livello globale?», si è chiesto il cofondatore di Anthropic. Quindi ha richiamato le preoccupazioni dei genitori «per la mente dei loro figli» e ha sollevato il «bisogno di discernimento sulla natura dei modelli di Intelligenza artificiale». Tutti ambiti che l’enciclica affronta in modo diretto e per cui, ha chiuso Olah, «abbiamo bisogno di critici competenti che dicano ai laboratori quando stanno sbagliando».
E il Papa nel suo intervento conclusivo nell’Aula del Sinodo non è certo venuto meno a questo ruolo quando ha ripetuto un termine che compare anche nella sua enciclica: «L’Intelligenza artificiale deve essere disarmata. La parola è forte, lo so, ma scelta deliberatamente perché questo momento ha bisogno di parole che possano attirare l’attenzione, risvegliare le coscienze e indicare la via all’umanità». Il Papa ha anche fatto riferimento a delle conversazioni che lo hanno portato a dedicare la sua prima enciclica all’Intelligenza artificiale: ha ascoltato leader politici e funzionari che cercavano regole giuste, così come genitori e insegnanti profondamente preoccupati per il futuro delle giovani generazioni. «Mi sono giunte anche altre voci molto inquietanti», ha continuato il Papa, «che parlano di sistemi d’arma sempre più autonomi, praticamente al di fuori di qualsiasi controllo umano che ne impedisca un’efficace regolamentazione. Ricevo segnalazioni molto preoccupanti su algoritmi in grado di bloccare l’accesso all’assistenza sanitaria, al lavoro e alla sicurezza, sulla base di dati distorti da pregiudizi e ingiustizie».
Il cardinale Parolin ha sottolineato un’«asimmetria tra potere tecnico e saggezza morale» come la sfida più forte che consegna Magnifica humanitas. Negli interventi dei cardinali Czerny e Fernández, a capo dei dicasteri che sono stati un po’ il cantiere dell’enciclica, è stata evidenziata anche la «profonda continuità con Laudato si’ e Laudate deum» di papa Francesco. Il prefetto dell’ex Sant’Ufficio ha parlato di una «falsa mistica» che sta dietro all’esaltazione ipertecnologica, mentre, come ha scritto il Papa nell’enciclica, «la finitudine, quando è accolta nella verità, non impoverisce l’essere umano ma lo apre al riconoscimento del volto di Dio».
Continua a leggereRiduci
Christine Lagarde ospite di Fabio Fazio a «Che tempo che fa»
Quella delle brochure patinate di Bruxelles dove tutti sorridono e pedalano sulle biciclette elettriche sotto le bandiere blu stellate. Nel salotto tv Lagarde ha dipinto il continente come una specie di paradiso in costruzione, una Svizzera gigantesca con i carri armati della Nato parcheggiati dietro le aiuole. Il problema è che non parlava una leader politica eletta, ma il capo di un organismo tecnico che dovrebbe limitarsi a governare la moneta. E invece la presidente della Bce ormai interviene su tutto: debito, deficit, industria, geopolitica, energia, difesa, rapporti con la Cina, strategia europea. Manca solo che dia consigli sulle formazioni della Nazionale. La questione più clamorosa è proprio quella italiana. Giorgia Meloni chiede più flessibilità sul Patto di stabilità davanti alla crisi energetica? La Lagarde risponde senza tentennamenti: le regole si rispettano. Sempre. Comunque. Nessuna apertura. Nessuna valutazione politica. Nessuna considerazione sul fatto che famiglie e imprese siano ancora stritolate dal costo dell’energia e da una crescita europea che cammina col deambulatore. Ma decidere se sospendere, ammorbidire o reinterpretare il Patto di stabilità non è un compito della Bce. È una scelta politica che spetta ai governi e alle istituzioni europee. La Banca centrale dovrebbe garantire la stabilità monetaria, non trasformarsi in un ministero del rigore permanente. Purtroppo l’Europa reale assomiglia sempre meno alla favola raccontata da Lagarde. Fuori dagli studi televisivi il continente sembra molto più un condominio litigioso dove ogni inquilino sbatte le porte e urla contro il vicino. Mentre Lagarde magnificava l’unità europea, quattro Paesi pesanti come Francia, Italia, Paesi Bassi e Lituania chiedevano esattamente il contrario della resa commerciale predicata dalla sacerdotessa dell’euro: più protezione contro la Cina, più difese industriali, più dazi. Una smentita al vangelo della Lagarde. «Non ha senso difendere i pannelli solari». Perché ormai il settore sarebbe stato conquistato dalla Cina dice nel salotto di Fazio. Una frase che sembra pronunciata dal comandante del Titanic mentre controlla la temperatura del mare. Se i cinesi si prendono un settore strategico, l’Europa alza bandiera bianca e passa direttamente al prossimo sacrificio industriale. Peccato che non tutti nel continente abbiano voglia di fare gli spettatori mentre Pechino si compra pezzi interi dell’industria europea. Emmanuel Macron chiede misure protettive sul modello americano. Italia, Paesi Bassi e Lituania concordano. Ma Germania e Polonia frenano, perché Berlino continua a guardare alla Cina come un commerciante guarda il cliente migliore: con gli occhi a forma di fatturato. E così il grande sogno europeo torna quello che è sempre stato: una riunione di condominio infinita, con uno che vuole rifare la facciata, un altro che non vuole spendere, un altro ancora che litiga sulle tende del balcone mentre il tetto perde acqua da anni. Altro che Europa compatta. Altro che unità strategica. La verità è che l’Unione si spacca su tutto: energia, industria, difesa, debito, Cina, dazi, rigore fiscale. Ma Lagarde continua a raccontare un continente che esiste soltanto nei rendering della Commissione europea, come quei villaggi turistici mostrati nei cataloghi dove il mare è sempre turchese e nessuno suda mai. Poi però apri la porta e trovi le crepe nei muri, i tubi che perdono e l’ascensore fermo dal 1987.
Continua a leggereRiduci
iStock
Di conseguenza, carta e penna per alcuni, ma per fortuna non per tutti, hanno perduto anche il loro fascino. Quanta mistica e quanta epica che hanno sempre contornato lo scrivere a mano, per molti è stata sostituita senza colpo ferire, anzi con gioia, da quella dello scrivere elettronico…
Eppure… Pensate alle firme degli analfabeti, così frequenti nel passato, quando la scuola era un lusso inaccessibile nell’infanzia di tanti che diventavano quegli adulti ai quali veniva riconosciuta la firma in forma di croce, di x, cioè di segno, utile a dire «Tizio ha letto e sottoscritto questa cosa», ma nel solo modo in cui riusciva a sottoscrivere, non sapendo scrivere la sua firma per esteso. Dietro la scrittura a mano c’è un universo, impossibile da rintracciare in quella scrittura digitale che non crea niente di nuovo, ma fagocita e sostituisce ciò che creazione ex novo è stata. Ed è, e resta. Oggi tutto il manuale è traslato sul digitale e questo suscita meraviglia, in molti. Meraviglia che per molti altri è stolta. È lo zoccolo duro del carta e penna, al quale appartiene anche chi scrive queste parole.
Tra le tante attività che si possono compiere scrivendo con carta e penna, ce n’è una particolare: scrivere il diario. In questi giorni si parla del diario di Andrea Sempio, figura il cui nome è recentemente risalito alla ribalta nel delitto di Garlasco. Ma a parte questo caso specifico legato alla cronaca, sono tanti a tenere un diario. Tanti che lo fanno da sempre e tanti che hanno iniziato a farlo da poco, spinti anche dai consigli di wellness e miglioramento personale che si trovano sul web e trovano consigliata la pratica definita journaling, che poi vuol dire scrivere i propri pensieri giornalmente a mano o digitalmente, quindi tenere un diario. E sapete perché sono tanti? Perché fa bene. Ancora più bene scrivendo a penna sulla carta che digitando o dettando sullo smartphone.
Un diario si può tenere per tanti motivi. Innanzitutto, per tenere memoria della propria vita. Così come scattiamo fotografie che ci ricordano i momenti, tappe della nostra personale partita di gioco che è la vita, possiamo trasportare su carta, descrivendole, le nostre giornate, alla fine delle stesse o mentre le viviamo, a maggior ragione se sono state belle. È sempre molto tenero andare a rileggere pagine di diario scritte anni o addirittura decenni addietro, è come guardarsi in uno specchio che ha riflettuto e conservato l’evoluzione della nostra biografia filtrata attraverso la nostra interiorità. Altro aspetto positivo del tenere un diario è che consente di ragionare sulla propria vita mentre la si vive. Uno degli aspetti più insalubri della modernità è che presi dalle cose da fare spesso non si trova tempo per fermarsi a riflettere. Le giornate scorrono veloci e piene come tabelle di marcia, si deve fare questo e quello, non c’è tempo di pensare ad altro, figurarsi a sé stessi, alle propria interiorità. Scrivere un diario, anche poche righe al giorno, rappresenta una pausa utile proprio a riconnettersi con sé stessi. E anche una pausa utile a liberare la propria creatività. Non differentemente da una tela bianca per pittori, la pagina bianca del diario da riempire rappresenta uno spazio a nostra disposizione per esprimerci, volendo, anche in modo creativo. Esprimere le proprie emozioni più intime, usare quindi il diario come strumento per la propria espressione emotiva, è altrettanto positivo. Tenere sempre dentro le emozioni, sia positive, sia negative, non fa bene e metterle nero su bianco è un modo privato, non condiviso con altri, ma efficace di tirarle fuori da sé. Nel caso di emozioni negative che certamente hanno procurato stress e ansia, trascriverle può ridurre quello stress e quell’ansia. Si chiama «scarico emotivo»: spostando i propri pensieri da sé stessi al diario si diminuiscono i pensieri ricorrenti sullo stress e sulle sue cause e si sposta l’attenzione dall’ansia che lo stress può aver creato. Anche in caso di problemi da affrontare, il trasporto sulla carta può essere di aiuto: esporre attraverso la scrittura diaristica il problema a sé stessi e poi i pro e i contro di ogni possibile soluzione, magari insieme con dettagliati appunti su come ci si sente sia in relazione al problema, sia di fronte a ogni possibile soluzione, può aiutare a non sentirsi sovrastati e inermi. Mettere nero su bianco quello a cui si è pensato razionalmente può anche sbloccare i pensieri e far venire in mente ulteriori soluzioni.
Anche nei periodi in cui non si vive alcun problema, si può usare il diario per registrare cose belle avvenute durante la giornata oppure per annotare i propri progressi in una particolare attività che si sta svolgendo, dalla dieta dimagrante all’impegno in palestra, dal superamento di una fobia all’apprendimento di una lingua straniera. Ancora prima dell’annotazione dei progressi, appuntare l’obiettivo e la strategia per perseguirlo su un diario può aumentare la motivazione. Molti viaggiatori portano con sé un diario del viaggio, da compilare durante il viaggio. Se è un viaggio impegnativo o magari in solitaria, avere un diario come sostegno e come compagnia può, ancora, mantenere alta la motivazione. Tenere il diario aiuta a mettere in ordine i pensieri e tenere un diario può migliorare la propria capacità analitica e l’efficacia espositiva non solo scrivendo, ma, poi, anche nella vita reale. Scrivere un diario è una forma di autocoscienza che migliora anche l’autoconsapevolezza: scrivendo con regolarità, anche se non per forza tutti i giorni, ci si può osservare da fuori e si possono riconoscere comportamenti e schemi di pensiero che non piacciono e decidere se li si vuole cambiare. Se si riconoscono abitudini e modi di vedere le cose che, invece, piacciono, si può decidere di incrementarli. In questo modo si impara qualcosa dal proprio vissuto personale, cosa che semplicemente vivendolo può non avvenire.
Continua a leggereRiduci
Sandy Skoglund, The Green House (1990) .Courtesy Paci Contemporary Gallery (Brescia - Porto Cervo) © 1990, Sandy Skoglund
Un percorso ricco ed emozionante suddiviso in sei sale, che immagine dopo immagine invita il visitatore a una profonda riflessione sul linguaggio e sul significato più recondito della fotografia, che è memoria visiva del genere umano, strumento in grado di raccontare ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. Ogni fotografia racconta «la Storia» e «una storia», il passato e il presente, le cadute e le rinascite, le tragedie e le grandi conquiste dell’umanità. Una foto può immortalare un fatto di cronaca o essere opera d’arte e sperimentazione pura, può essere testimone veritiera o bugiarda, ambigua o chiarissima, ma in ogni caso, ogni immagine porta con sé un momento preciso e una parte del mondo. Da 200 anni a questa parte.
Era infatti il 1826 quando il francese Joseph Nicéphore Niépce, dopo ben 8 ore di esposizione, immortalò la vista dalla finestra di casa sua a Le Gras, rivoluzionando per sempre – e forse inconsapevolmente – il mondo dell’immagine e della comunicazione. Una storia lunga due secoli, che la bella mostra allestita al MUDEC narra con le 100 immagini che più hanno arricchito l’eredità del nostro tempo. Una scelta sicuramente impegnativa e non facile quella fatta da Denis Curti (curatore della mostre e autorevole voce critica della fotografia italiana e internazionale), ma che centra appieno l’obiettivo di regalare al visitatore un viaggio per immagini nella storia. Dell’uomo e della fotografia. O meglio, dell’umanità che si fotografa mentre cambia…
La Mostra
Aperto da un’ affascinante sala introduttiva che fa da spartiacque fra una «società senza immagini e una società con le immagini», il percorso espositivo vero e proprio ha inizio con la sezione dedicata alle sperimentazioni visive, dove trovano spazio i tentativi tecnici di Niépce e Daguerre, i ritratti visionari di Julia Margaret Cameron, le elaborazioni politiche e allegoriche di Hippolyte Bayard e le fotografie di Roger Fenton, tra i primi a tradurre in immagine la devastazione della guerra di Crimea nel 1855: tra le immagini più iconiche della sezione e degli albori della fotografia la notissima Femme a la balle (1887) dell’inglese Eadweard Muybridge, pioniere della fotografia del movimento e di una nuova concezione del tempo e del corpo nell’immagine, innovazioni tecniche che daranno poi un contributo fondamentale anche alla nascita del cinema.
Senza seguire un ordine cronologico preciso, dalla nascita della fotografia si passa ad una modernità « più spinta», a quando le immagini si aprono alla sperimentazione, a nuovi linguaggi visivi e a una raffinata ricerca formale: è qui, nella seconda sezione, che si incontrano i capolavori surrealisti di Man Ray, le inquadrature avanguardiste di Aleksandr Rodcenko, la raffinatezza di Horst P. Horst (in mostra la sua celebre Mainbocher Corset, Parigi, 1939), il Maestro Henri Cartier-Bresson e il grande ritrattista Philippe Halsman, rappresentato al MUDEC dal Dali Atomicus, una performance più che una fotografia… Una sezione particolarmente interessante questa ( completata dalle «composizioni» di Mario Giacomelli e dalla fotografia concettuale dello spagnolo Joan Fontcuberta), che raduna artisti di anni, nazioni e scuole diverse, tutti ugualmente importanti nell’aprire la strada ai linguaggi ibridi delle generazioni successive.
Ma per chi, come la sottoscitta, al concettualismo e alla finzione preferisce la verità storica, sarà nella terza sezione (Fotografia come documento) che troverà «La Fotografia » che registra il mondo e gli eventi storici, dallo sbarco dell’uomo sulla luna (documentata dalla celebre - e anche contestata - foto diffusa dalla NASA), a Ground Zero, dalle guerre ai fenomeni migratori. E’ qui, in questa straordinaria sala, che trova spazio l’intenso scatto di Dorothea Lange Migrant Mother (1936), l‘immagine in assoluto più significativa della Grande Depressione; la drammatica foto della caduta del Muro di Berlino, immortalata nel 1989 da Carol Guzy; la tragedia dell’11 settembre catturata dall’obiettivo di Joel Meyerowitz unico fotografo autorizzato a oltrepassare le barriere di sicurezza per mostrare al mondo quel disastro disumano. Immagini di storia contemporanea forti e potenti, che hanno scosso il mondo e contribuito a creare la nostra memoria collettiva.
Scatti di fotoreporter e documentaristi che sono stati e sono «gli occhi del mondo», poli opposti dei «mirror» ( esposti nella quarta sezione della mostra), magistrali indagatori del mondo interiore, del corpo e delle sue nudità, dell’altro rispetto al «sè», dell’ambiguità e di una memoria che va altre il visibile. Le loro opere sono teatrali e trasgressive, a tratti disturbanti, nel caso di Robert Mapplethorpe (in mostra con una sola, significativa immagine, Bob Love del 1979) rasentano la perfezione di forme e proporzioni : solo lui, «il Michelangelo della fotografia», con rara potenza simbolica e formale ha saputo trasformare il corpo in scultura, gesto e icona. Con ironia, e una leggerezza che non è superficialità…
«Occhi del mondo» e « Mirror», agli antipodi sino a qualche decennio fa, nell’ultimo quarto di secolo si sono uniti per dare vita a un linguaggio misto, in cui documentazione e introspezione non sono più in contrapposizione, ma coesistono in una tensione continua. Oggi, in un tempo caratterizzato da una produzione incontrollata di immagini , la fotografia è parte integrante delle nostre vite (ogni momento è buono per un selfie, uno scatto con lo smart, un’instagrammata…), è realtà e finzione, è il mondo com’è e come vorremmo che fosse. Il Novecento, oramai alle spalle, non è sparito, ma vive in una sorta di memoria vibrante, accanto ad un futuro che impone nuovi scenari e orizzonti. Il passato si trasforma in una sorta di «risonanza emotiva» in cui la fotografia non rappresenta più il fatto oggettivo, ma diventa metafora, evocazione e finzione. E’ questo ciò che racconta la quinta sezione, interamente dedicata all’ambiguità del linguaggio visivo fotografico, a immagini che sono metafore, simboli, stratificazioni, opere che reinventano il reale attraverso la finzione: è qui che, fra glia altri , sono esposte le scenografie visionarie di David LaChapelle e l’immaginario surreale di Sandy Skoglund, in mostra con The Green House, stravagante rappresentazione onirica di cani viola adagiati in una stanza completamente verde, arredi compresi… A chiudere il percorso espositivo la sala dedicata all’ «oggi», ai nuovi autori e ai nuovi immaginari del XXI secolo: i temi affrontati sono quelli del nostro tempo ( dai conflitti ai disastri ambientali, dalle migrazioni alle identità di genere) e ad accomiatare i visitatori, i lavori dell’artista visiva Alba Zari ; Hold Me Close, dell’artista ghaneano Carlos Idun-Tawiah, intensissimo e commovente nel rappresentare il legame tra comunità, affetti e storia individuale; la fragilità del rapporto tra essere umano e natura immortalata nella straordinaria immagine Lake Undecided del fotografo iraniano Ebrahim Noroozi.
Il valore di questa mostra
Una mostra di 100 scatti è un azzardo. Potrebbe «lasciartene addosso» nessuno, solo uno o pochi altri. In questo caso non si corre il rischio, perché, al di là delle foto, ciò che in questa mostra fa la differenza è la filosofia che ne sta alla base, quell’invito a fermarsi, rallentare e riflettere con calma sul senso delle immagini e della loro storia. Che è anche la nostra…
Continua a leggereRiduci