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2025-11-21
«Solo in Italia è strano pubblicare le notizie»
Francesco Saverio Garofani (Imagoeconomica)
Secondo Padellaro, «la regola per un consigliere della portata di Garofani è che si eserciti un minimo di prudenza. Da quello che abbiamo letto, ha fatto delle analisi piuttosto approfondite. E attacca duramente l’attuale gruppo dirigente del centrosinistra, perché quando lui dice che ci vuole di più, che bisogna creare una grande lista, beh, quella non è una battuta, non è la risposta a una domanda: è un’analisi, per altro abbastanza condivisibile. Più opinabile certamente è l’idea dello scossone che andrebbe dato alla Meloni. Dico questo perché si tratta di una serie di affermazioni molto forti, che non nascono da una conversazione da “eravamo quattro amici al bar”. Mi sembra un’analisi interessante, che uno dei consiglieri principali di Mattarella dovrebbe evitare di fare in un luogo pubblico». Sulle dimissioni del consigliere, Padellaro appare più scettico: «Nelle interviste che Garofani ha dato al Corriere della Sera ha tenuto a precisare subito che Mattarella lo aveva confortato, lo aveva rasserenato, e da quello che si capisce non gli aveva chiesto le dimissioni. Questo mi fa pensare che magari Garofani sarebbe pure pronto a dare le dimissioni, ma forse chi sta sopra di lui non vede queste dimissioni di buon occhio, almeno in questo momento. Forse produrrebbero un effetto valanga. Già è nato un caso politico abbastanza forte, le dimissioni forse non farebbero altro che alimentare il tutto. Non dobbiamo dimenticare poi la prima reazione del Quirinale, che è stata quella di definire ridicola questa vicenda. Ebbene, nel momento in cui tu dici che è ridicola, poi non puoi imporre le dimissioni, perché significherebbe dimostrare che così ridicola non è». Da una prospettiva molto diversa da quella di Padellaro, nei giorni scorsi è stato Nicola Porro a sbriciolare il castello di mistificazioni costruito dalla presunta grande stampa attorno ai nostri articoli. Parlando del «mega scoop» della Verità, Porro ha notato come il Corriere della Sera e altri giornali abbiano cercato di demolire Galeazzo Bignami di Fdi, reo di essere stato il primo politico a chiedere spiegazioni sulle parole di Garofani. «Una cosa pazzesca», ha detto Porro nella sua Zuppa online. «Per questa richiesta di Bignami, il Colle dice che si tratta di ricostruzioni ridicole e si offende, l’opposizione attacca Bignami». Quanto all’intervista concessa da Garofani al Corriere, il conduttore di Quarta Repubblica va giù ancora più duro: «Ragazzi, è una cosa pazzesca! Mi spaventa, dice Garofani nella sua intervista, la violenza dell’attacco. Ma quale violenza dell’attacco? Se stavi zitto, tu uomo prudente, e non parlavi davanti a politici, funzionari sportivi e a un sacco di gente…se il funzionario schivo ed ermetico non avesse parlato dicendo che ci vuole uno scossone nei confronti di questo governo dal suo ruolo di uomo del Quirinale…Qua si riempiono la bocca di difesa della libertà di stampa», conclude Porro, «e se un giornale fa uno scoop in cui dice che all’interno del Quirinale c’è uno che trama contro questo governo, non c’è libertà di stampa per poterlo scrivere». Che la storia si dovesse raccontare lo pensa anche un uomo di sinistra come Dino Giarrusso. «Questa è una notizia, se non è questa una notizia, non so cos’è la notizia», ci dice. «E perché mai non avrebbe dovuto pubblicarla la Verità o chiunque altro? Quando si ha una notizia la si pubblica, soprattutto se è, come dire, verificata. Cos’è mai il problema? Se fosse stata una fake news sarebbe stato un problema, ma non lo è». Giarrusso tuttavia non crede che Garofani dovrebbe lasciare l’incarico. «Per me non si deve dimettere. Poi se vuole farlo, se lo ritiene, per carità», spiega. «Per me quel pensiero è specchio di un modo di ragionare, che peraltro riguarda persino più la Schlein, una parte della sinistra, che la destra. C’è una scuola di pensiero per cui il centro-sinistra può vincere se smette di fare la sinistra e fa il centro, cosa che secondo me è totalmente fuori dalla realtà. E la destra deve essere abbattuta in ogni caso, cosa che secondo me è altrettanto fuori dalla realtà. Nessuno ragiona sul perché vince la destra, perché gli italiani sono sedotti da questo modo di ragionare, perché la metà della gente non va a votare, quell’altra metà che va a votare predilige in questo momento Fratelli d’Italia. Questi ragionamenti non se li fa nessuno, però si pensa che si possa immaginare un futuro dove le elezioni vanno come vogliono determinati personaggi, che sono tutto sommato minoritari. Mi chiedo: perché non parliamo, anziché dare giudizi, della realtà che va da una parte e di questa scuola di pensiero che va da un’altra?». Non troppo distante è il pensiero di un’altra personalità che non potrebbe essere più distante dalla destra di governo come Giulio Cavalli, giornalista e uomo di teatro. Quando parla della notizia pubblicata dalla Verità commenta: «Le reazioni l’hanno fatta diventare molto più notizia di quello che avrebbe dovuto essere: quindi evidentemente sono parole che toccano nervi scoperti. Le opinioni politiche di un consigliere del Quirinale sono una notizia». Cavalli non è affatto tenero con la destra, anzi: «L’ossessione per il complotto di Meloni e soci ha trasformato la notizia in una roncola per seminare un po’ di vittimismo», dice. Ma ce n’è anche per la sinistra: “A me pare che il Pd sia la vera notizia: dopo i bisbigli di Prodi e di Gentiloni sappiamo che anche dalle parti di Mattarella una segretaria democraticamente eletta a capo di un partito viene giudicata non pronta da coloro che hanno perso le elezioni per la segreteria, dai loro amici e dai padri nobili amici degli amici», spiega Cavalli. «Penso che ci sia un pezzo del Pd (meglio: degli ex dc ora “riformisti”) che è veramente convinto che i buoni rapporti con Mattarella siano la chiave del raggiungimento del potere, come se le elezioni fossero solo un dato da sistemare brigando con le alleanze e quant’altro». Già, a quanto pare c’è ancora chi è convinto che i destini di una nazione si possano decidere con qualche trama di palazzo, e che il vero problema siano i giornali che pubblicano notizie. E questo qualcuno, quando viene scoperto, ha pure il coraggio di lamentarsi.
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La posizione del segretario non è più sostenibile. Padellaro: «Si trattava di uno scoop e, come tale, bisognava farlo uscire». Anche Travaglio, sulla stessa linea, rincara la dose con la richiesta di allontanamento. Cavalli: «C’è in mezzo un pezzo del Pd».Forse, dopotutto, la storia non è così ridicola, visto il putiferio che ha suscitato. E forse lo scoop della Verità sul consigliere del Quirinale Francesco Garofani non è nemmeno irrilevante dal punto di vista giornalistico. Almeno così sembrano pensarla in parecchi, di sicuro molti di più di quanto qualcuno vorrebbe far credere. Molti media si sono affannati nel tentativo di smontare le nostre ricostruzioni, hanno tentato di sminuire e di far torbide le acque. Ma ora cominciano a levarsi voci differenti. Un collega autorevole come Marcello Foa da giorni scrive che la squadra del presidente non è poi così super partes: «Questo è chiaro a tutti gli elettori di centrodestra e a quelli magari non schierati politicamente a cui la vicenda Garofani ha aperto gli occhi». Foa è stato lapidario: «Non potendo smentire, a Garofani non resta che una via. Quella delle dimissioni». A pensarla così è anche Marco Travaglio, che lo ha scritto chiaramente: «Garofani ha solo due strade: o smentisce, sperando di non essere sbugiardato da testimoni o registrazioni; o si dimette». Più articolato ma altrettanto netto è il ragionamento di Antonio Padellaro - fondatore e già direttore del Fatto, di certo non un uomo di destra - che parlando con la Verità inizia con ironia: «Sono molto amareggiato del fatto che a una riunione di romanisti non mi abbiano voluto», dice riferendosi al contesto in cui Garofani ha parlato dello «scossone» ai danni del governo Meloni. «A parte gli scherzi», continua, «sono abbastanza sorpreso, per non dire sbalordito, dalle reazioni che ci sono state su questa notizia, che è un fior di notizia. Qui non si tratta di esprimere opinioni. Qui c’è un fatto: La Verità, avendo ricevuto un documento e avendo probabilmente fatto tutte le verifiche, lo ha pubblicato. A me sembra una cosa di assoluta normalità, almeno in un normale mondo dell’informazione. Ma qui invece di guardare la luna si guarda il dito. La notizia è vera? Sì. È importante? Direi di sì, perché il clamore che ha suscitato dimostra che è di interesse pubblico. Quindi resto stupito - anche se fino a un certo punto, perché conosciamo i nostri polli - dalla reazione abbastanza stravagante che c’è stata».Secondo Padellaro, «la regola per un consigliere della portata di Garofani è che si eserciti un minimo di prudenza. Da quello che abbiamo letto, ha fatto delle analisi piuttosto approfondite. E attacca duramente l’attuale gruppo dirigente del centrosinistra, perché quando lui dice che ci vuole di più, che bisogna creare una grande lista, beh, quella non è una battuta, non è la risposta a una domanda: è un’analisi, per altro abbastanza condivisibile. Più opinabile certamente è l’idea dello scossone che andrebbe dato alla Meloni. Dico questo perché si tratta di una serie di affermazioni molto forti, che non nascono da una conversazione da “eravamo quattro amici al bar”. Mi sembra un’analisi interessante, che uno dei consiglieri principali di Mattarella dovrebbe evitare di fare in un luogo pubblico». Sulle dimissioni del consigliere, Padellaro appare più scettico: «Nelle interviste che Garofani ha dato al Corriere della Sera ha tenuto a precisare subito che Mattarella lo aveva confortato, lo aveva rasserenato, e da quello che si capisce non gli aveva chiesto le dimissioni. Questo mi fa pensare che magari Garofani sarebbe pure pronto a dare le dimissioni, ma forse chi sta sopra di lui non vede queste dimissioni di buon occhio, almeno in questo momento. Forse produrrebbero un effetto valanga. Già è nato un caso politico abbastanza forte, le dimissioni forse non farebbero altro che alimentare il tutto. Non dobbiamo dimenticare poi la prima reazione del Quirinale, che è stata quella di definire ridicola questa vicenda. Ebbene, nel momento in cui tu dici che è ridicola, poi non puoi imporre le dimissioni, perché significherebbe dimostrare che così ridicola non è». Da una prospettiva molto diversa da quella di Padellaro, nei giorni scorsi è stato Nicola Porro a sbriciolare il castello di mistificazioni costruito dalla presunta grande stampa attorno ai nostri articoli. Parlando del «mega scoop» della Verità, Porro ha notato come il Corriere della Sera e altri giornali abbiano cercato di demolire Galeazzo Bignami di Fdi, reo di essere stato il primo politico a chiedere spiegazioni sulle parole di Garofani. «Una cosa pazzesca», ha detto Porro nella sua Zuppa online. «Per questa richiesta di Bignami, il Colle dice che si tratta di ricostruzioni ridicole e si offende, l’opposizione attacca Bignami». Quanto all’intervista concessa da Garofani al Corriere, il conduttore di Quarta Repubblica va giù ancora più duro: «Ragazzi, è una cosa pazzesca! Mi spaventa, dice Garofani nella sua intervista, la violenza dell’attacco. Ma quale violenza dell’attacco? Se stavi zitto, tu uomo prudente, e non parlavi davanti a politici, funzionari sportivi e a un sacco di gente…se il funzionario schivo ed ermetico non avesse parlato dicendo che ci vuole uno scossone nei confronti di questo governo dal suo ruolo di uomo del Quirinale…Qua si riempiono la bocca di difesa della libertà di stampa», conclude Porro, «e se un giornale fa uno scoop in cui dice che all’interno del Quirinale c’è uno che trama contro questo governo, non c’è libertà di stampa per poterlo scrivere». Che la storia si dovesse raccontare lo pensa anche un uomo di sinistra come Dino Giarrusso. «Questa è una notizia, se non è questa una notizia, non so cos’è la notizia», ci dice. «E perché mai non avrebbe dovuto pubblicarla la Verità o chiunque altro? Quando si ha una notizia la si pubblica, soprattutto se è, come dire, verificata. Cos’è mai il problema? Se fosse stata una fake news sarebbe stato un problema, ma non lo è». Giarrusso tuttavia non crede che Garofani dovrebbe lasciare l’incarico. «Per me non si deve dimettere. Poi se vuole farlo, se lo ritiene, per carità», spiega. «Per me quel pensiero è specchio di un modo di ragionare, che peraltro riguarda persino più la Schlein, una parte della sinistra, che la destra. C’è una scuola di pensiero per cui il centro-sinistra può vincere se smette di fare la sinistra e fa il centro, cosa che secondo me è totalmente fuori dalla realtà. E la destra deve essere abbattuta in ogni caso, cosa che secondo me è altrettanto fuori dalla realtà. Nessuno ragiona sul perché vince la destra, perché gli italiani sono sedotti da questo modo di ragionare, perché la metà della gente non va a votare, quell’altra metà che va a votare predilige in questo momento Fratelli d’Italia. Questi ragionamenti non se li fa nessuno, però si pensa che si possa immaginare un futuro dove le elezioni vanno come vogliono determinati personaggi, che sono tutto sommato minoritari. Mi chiedo: perché non parliamo, anziché dare giudizi, della realtà che va da una parte e di questa scuola di pensiero che va da un’altra?». Non troppo distante è il pensiero di un’altra personalità che non potrebbe essere più distante dalla destra di governo come Giulio Cavalli, giornalista e uomo di teatro. Quando parla della notizia pubblicata dalla Verità commenta: «Le reazioni l’hanno fatta diventare molto più notizia di quello che avrebbe dovuto essere: quindi evidentemente sono parole che toccano nervi scoperti. Le opinioni politiche di un consigliere del Quirinale sono una notizia». Cavalli non è affatto tenero con la destra, anzi: «L’ossessione per il complotto di Meloni e soci ha trasformato la notizia in una roncola per seminare un po’ di vittimismo», dice. Ma ce n’è anche per la sinistra: “A me pare che il Pd sia la vera notizia: dopo i bisbigli di Prodi e di Gentiloni sappiamo che anche dalle parti di Mattarella una segretaria democraticamente eletta a capo di un partito viene giudicata non pronta da coloro che hanno perso le elezioni per la segreteria, dai loro amici e dai padri nobili amici degli amici», spiega Cavalli. «Penso che ci sia un pezzo del Pd (meglio: degli ex dc ora “riformisti”) che è veramente convinto che i buoni rapporti con Mattarella siano la chiave del raggiungimento del potere, come se le elezioni fossero solo un dato da sistemare brigando con le alleanze e quant’altro». Già, a quanto pare c’è ancora chi è convinto che i destini di una nazione si possano decidere con qualche trama di palazzo, e che il vero problema siano i giornali che pubblicano notizie. E questo qualcuno, quando viene scoperto, ha pure il coraggio di lamentarsi.
(iStock)
Molto lontani dalle cinque strutture colossali da 100.000 chip ciascuna, immaginate in partenza. Il contributo pubblico europeo nella prima fase scenderà fino a un massimo di 1 miliardo di euro, una frazione dei 4,1 miliardi che Bruxelles aveva promesso in una proposta precedente, mentre i finanziamenti per la seconda fase restano subordinati al bilancio comunitario 2028, ancora in fase di negoziazione.
Per misurare la portata della frenata conviene tornare all’entusiasmo dell’aprile 2025, quando la Commissione presentava l’AI continent action plan come la mossa capace di trasformare i punti di forza europei in acceleratori dell’Intelligenza artificiale.
I numeri sbandierati erano imponenti, dai 200 miliardi di euro per spingere lo sviluppo dell’IA attraverso l’iniziativa InvestAI ai 20 miliardi per finanziare fino a cinque gigafactory, e poi una rete di diciannove AI factory appoggiate sui supercalcolatori europei.
Il piano prometteva di costruire un’infrastruttura di calcolo su larga scala in grado di addestrare modelli complessi a un livello senza precedenti, e di assicurare all’Unione la leadership nella frontiera dell’IA. Sul versante delle infrastrutture digitali, il Cloud and AI development act doveva almeno triplicare in cinque anni la capacità dei data center europei, con una clausola che già allora suonava sospetta, ovvero «priorità ai data center sostenibili».
Il contorno di tutto ciò è il pacchetto sulla sovranità tecnologica, pensato per ridurre la dipendenza europea da Stati Uniti e Asia nei semiconduttori, nell’Intelligenza artificiale e nel cloud. Il Cloud and AI development act, ripreso in quella sede, mirava a obbligare i governi a conservare i dati critici su servizi cloud controllati nell’Unione, in un mercato dove i tre operatori americani Amazon, Microsoft e Google detengono oltre il 70%. Sul fronte dei chip, la riedizione del Chips act fissava un fabbisogno di 120 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati entro il 2035, con uno stabilimento per la produzione di semiconduttori da 30 miliardi. Insomma, come sempre a Bruxelles, Much ado about nothing.
Il ridimensionamento europeo è il prodotto di due problemi. Il primo è lo stesso limite che ha già fatto fallire altri programmi industriali, cioè l’entità e la rapidità dei fondi. Il Chips act del 2022 puntava a raddoppiare la quota europea nella produzione mondiale di chip portandola al 20% entro il 2030, ma la stessa Corte dei conti europea stima che il continente ne controllerà appena il 12%, e nel frattempo Intel ha congelato i cantieri in Polonia e Germania mentre Berlino ha dirottato 3 miliardi di aiuti al settore verso strade e ponti. A questo si aggiunge la sproporzione delle risorse, perché un singolo investimento privato come quello annunciato da SoftBank in Francia, fino a 75 miliardi di euro, vale da solo più dell’intero programma europeo. Le incertezze su tempi e dimensioni hanno raffreddato l’interesse di consorzi importanti come quello del gruppo Schwarz in Germania, e diversi candidati hanno cominciato a riconsiderare la partecipazione proprio mentre le strutture finanziabili si rimpicciolivano.
Sul secondo versante c’è il nodo energetico e ambientale. La Commissione punta a triplicare la capacità dei data center, ma la rete elettrica non è pronta, l’espansione delle infrastrutture procede a rilento e i piccoli reattori nucleari modulari arriveranno comunque tardi. In assenza di rete e di accumuli sufficienti (cioè un volume enorme) l’unico combustibile capace di colmare il divario nel breve periodo resta l’odiato gas, con un ritorno che già negli Stati Uniti ha spinto gli ordini di nuovi impianti termoelettrici ai massimi degli ultimi 25 anni. Affidarsi soltanto a solare ed eolico con le batterie per nutrire la fame di energia dei data center significa accettare dei rischi enormi che nessuno in realtà vuole accollarsi.
Il commissario all’Energia Dan Jørgensen ripete che i data center sono benvenuti soltanto se contribuiscono alla transizione, sostenendo le rinnovabili e recuperando il calore di scarto, e i gruppi ambientalisti invitano la Commissione a tenere il punto contro l’idea di bruciare altro gas per i profitti del settore. Se è così, è evidente che la partita è già chiusa. Pretendere energia rinnovabile per ogni data center significa perdere tempo, aumentare i costi e i rischi di instabilità mentre i concorrenti avanzano.
Resta sullo sfondo la usuale e ben nota contraddizione tutta dell’Unione. Lo sviluppo dell’Intelligenza artificiale e dei data center, con i consumi elettrici e la continuità di alimentazione che richiede, non è compatibile con i tempi e i vincoli del Green deal. O, se si vuole, i tempi e i vincoli del Green deal non sono compatibili con la corsa europea all’Intelligenza artificiale. È il vecchio trilemma dell’energia che ripresenta il conto, perché sicurezza degli approvvigionamenti, accessibilità dei costi e cosiddetta sostenibilità ambientale non si lasciano massimizzare insieme. Chi pretende di tenere fermi tutti e tre i vertici finisce per sacrificarne almeno uno, senza ammetterlo. Aggiungendo la pretesa di sovranità tecnologica, Bruxelles si è caricata di un’equazione che non ha soluzione. Il ridimensionamento di questi giorni rischia di essere soltanto il primo di una lunga serie.
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Anthony Fauci (Ansa)
A seguito della pubblicazione di 400 pagine di documenti declassificati «che rivelano», ha spiegato Gabbard, «come il dottor Fauci abbia usato milioni di dollari dei contribuenti americani per finanziare pericolose ricerche nel laboratorio di Wuhan, collaborato con elementi politicizzati nell’Intelligence Usa per nascondere la verità sulle sue azioni e sulle origini del Coronavirus» e «danneggiato un presidente eletto (Trump, ndr) limitando l’accesso alle informazioni: è ora che il popolo americano sappia la vera storia», ha chiosato Gabbard, sottolineando che l’ex consulente scientifico presidenziale ha «mentito al Congresso». «Grazie Tulsi per aver documentato il ruolo di Fauci nel più grave crimine della storia dell’umanità», ha commentato il ministro della Salute Robert F. Kennedy.
Un epilogo inglorioso per l’ormai pensionato Fauci, la cui fama aveva raggiunto l’apice in pandemia, varcando anche i confini: l’allora ministro della Zalute, Roberto Speranza (Pd), figura chiave della gestione Covid nel governo Pd-M5S, aveva sostenuto la sua nomina come consulente del BioTecnopolo di Siena a fianco del gran visir dei vaccini, il professor Rino Rappuoli. Il legame con il nostro Paese, sua terra d’origine, era stato suggellato a maggio 2021 quando, su iniziativa del presidente Sergio Mattarella, lo scienziato italo-americano aveva ricevuto la massima onorificenza nazionale, quella di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana. Ma il timbro dell’Intelligence Usa sui Fauci files ha spazzato via tutto.
I lettori della Verità conoscono bene la vicenda, raccontata sul nostro giornale sin dal 2021 dopo la pubblicazione di alcune mail delle istituzioni pubbliche (il suo Niaid, il Nih di Francis Collins, l’Fda, il Dipartimento di Stato, l’Hhs-Dipartimento della Salute Usa, i Cdc e altre agenzie federali) acquisite grazie ai Foia (richieste di accesso agli atti, ndr) presentati dal Partito repubblicano di Donald Trump al Congresso assieme ad altre associazioni civiche americane.
Il quadro accusatorio è fitto e ricco di dettagli: è ormai dimostrato che lo scienziato ha autorizzato il finanziamento, insieme con le autorità cinesi, del laboratorio di Wuhan per milioni di dollari dei contribuenti americani. A Wuhan è stata sperimentata la ricerca gain-of-function («GoF»), controverso metodo di ricerca scientifica che prevede la manipolazione dei virus per renderli più trasmissibili o pericolosi per l’uomo. In America era stata vietata e poi definanziata da Trump, Fauci avrebbe aggirato la moratoria sovvenzionando proprio chi, con ogni probabilità, ha causato la fuoriuscita del virus dal laboratorio scatenando il Covid, scrive l’Odni. A Wuhan, in effetti, alcuni ricercatori Usa e cinesi, ben prima dello scoppio della pandemia, stavano lavorando su un progetto nominato «Defuse», che prevedeva la creazione artificiale di un nuovo Coronavirus dalle caratteristiche identiche al Sars Cov-2. Una volta uscito dal laboratorio di Wuhan, Fauci ha fatto il possibile per nascondere la verità: un clamoroso esempio è l’articolo «The proximal origin of Sars Cov-2», pubblicato su Nature, su suo input, il 17 marzo 2020, in cui gli scienziati a lui vicini hanno sconfessato l’ipotesi della fuga da laboratorio (ricevendo, subito dopo la pubblicazione del paper, lauti finanziamenti dal Niaid). Eppure a gennaio 2020, come emerge dalle email, avevano sostenuto che l’origine naturale era «praticamente impossibile».
L’elemento più grave che emerge dai documenti declassificati, anche questo anticipato anni fa sulla Verità, è la collaborazione con i servizi segreti americani: Fauci ha lavorato con alti funzionari «politicizzati» dell’intelligence Usa, è l’accusa di Gabbard, che ha evidenziato che la ricerca da lui promossa ha «causato danni incommensurabili e innumerevoli vite perse». I documenti, si legge sul sito dell’Odni, «evidenziano il ruolo diretto di Fauci nell’influenzare e manipolare le valutazioni dell’Intelligence Usa sul Covid». «Chiederemo aiuto alla Cia», si legge in una mail di luglio 2021. L’obiettivo era «non causare problemi con la Cina», scrivevano allora gli scienziati e soprattutto, ha dichiarato Gabbard, foraggiare le ricerche collegando strettamente questi esperimenti agli interessi finanziari delle «grandi aziende farmaceutiche nello sviluppo di vaccini universali del valore di miliardi di dollari». Follow the money, come sempre.
I funzionari dell’Odni hanno anche registrato un’«atmosfera di intimidazione» contro chi avesse osato smentire la narrazione ufficiale sulle origini del Covid.
Fauci era stato ascoltato dalla commissione Covid per due giorni e un totale di 14 ore di testimonianza e, riferì all’epoca il presidente Brad Wenstrup, aveva pronunciato la frase «non ricordo almeno 100 volte». L’Odni lo accusa oggi di aver «mentito sotto giuramento nel 2024»: «La corrispondenza pubblicata oggi», si legge, «contraddice direttamente la sua testimonianza. In quell’udienza è stato ripetutamente chiesto a Fauci se avesse mai parlato di ricerca con Fbi, Cia, Dia o qualsiasi altra agenzia (…) Lui ha ripetutamente schivato le domande, per poi affermare, mentendo, “che io sappia, non sul Covid”».
Ora, se il suo braccio destro David Morens è stato arrestato lo scorso 28 aprile con l’accusa di aver «fatto sparire» i messaggi per sfuggire ai controlli (rischia decenni di carcere), a Fauci non toccherà la stessa sorte: nelle sue ultime ore in carica come presidente degli Stati Uniti, Joe Biden gli ha concesso un provvedimento di grazia onnicomprensivo per proteggerlo da possibili future incriminazioni relative ai 10 anni precedenti. I repubblicani hanno contestato la validità dell’atto. Gabbard ha rilasciato altri documenti declassificati, ma nessuno, a quanto pare, pagherà.
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Vincenzo Montella, allenatore della Turchia, durante la partita contro il Paraguay al San Francisco Bay Area Stadium a Santa Clara (Getty Images)
La nazionale allenata da Montella saluta il Mondiale dopo le sconfitte contro Australia e Paraguay e senza aver mai segnato nonostante 62 tiri complessivi nelle prime due partite. La terza partita contro gli Stati Uniti non cambierà il destino del girone, già compromesso anche in ottica migliori terze.
Il Mondiale che vede assente l'Italia ma non gli allenatori italiani, perde il primo pezzo azzurro. Nella notte in cui il Brasile di Carlo Ancelotti ha trovato il riscatto battendo 3-0 Haiti, dopo il deludente pareggio dell’esordio contro il Marocco, la Turchia di Vincenzo Montella è costretta a salutare il torneo dopo appena due partite. La sconfitta per 1-0 subita contro il Paraguay, seguita a quella per 2-0 contro l’Australia, vale l’eliminazione matematica della nazionale ottomana, nonostante manchi ancora una partita per completare il girone. Un girone che vede gli Stati Uniti, prossimi avversari della Turchia, primi a punteggio pieno con 6 punti. Appaiate al secondo posto Australia e Paraguay a quota 3. Ciò significa che la Turchia, pur vincendo la terza partita, potrebbe al massimo agganciare una tra le due, restando comunque in svantaggio negli scontri diretti e senza possibilità di rientrare tra le migliori terze.
Un flop imprevisto alla vigilia per una Nazionale che tornava a disputare la fase finale di un Mondiale dopo 24 anni e che Montella aveva portato al torneo con un percorso di qualificazione solido culminato con il palyoff vinto contro il Kosovo. Poi, in pochi giorni, il crollo. Due sconfitte, tre gol subiti e, soprattutto, zero segnati, tradotti in una sensazione costante di sterilità offensiva che neppure il volume di gioco riesce a nascondere. Il dato più volte sottolineato dal tecnico italiano dei 62 tiri in due partite (30 contro l'Australia e 32 contro il Paraguay), da solo non può bastare per giustificare l'eliminazione precoce della Turchia dallla rassegna iridata. In tanti si aspettavano che le stelle, da Calahanoglu a Guler passando per Yildiz, potessero trascinare la Nazionale guidata da Montella, ma così non è stato. Lo juventino, più di tutti, si è presentato in condizioni fieiche non ideali.
Contro il Paraguay, la partita si è complicata subito: vantaggio sudamericano con Galarza dopo appena due minuti e poi una gara rimasta in equilibrio numerico solo a metà, visto il rosso ad Almiron per il nuovo intervento disciplinare legato alla mano sulla bocca, introdotto in questo Mondiale per contrastare episodi di comportamento antisportivo. Anche in superiorità numerica, però, la Turchia non è riuscita a trovare il gol. Il tema che accompagna l’eliminazione è proprio quello della produzione offensiva senza finalizzazione. Montella lo ha ribadito anche nel post partita, insistendo sul volume di gioco e sulle occasioni create. Dall’altra parte, però, resta il dato più semplice: nessuna rete segnata in 180 minuti. Per Montella il futuro sulla panchina della Turchia appare ormai segnato. Il Mondiale si chiuderà comunque con la partita contro gli Stati Uniti, ma il ciclo sembra destinato a interrompersi subito dopo. In Turchia si parla già di un possibile cambio in panchina, con l’ipotesi di un profilo esperto per ripartire, mentre per il tecnico italiano si aprono scenari diversi, anche legati al campionato turco, con il Fenerbache che pare intenzionato a puntare sull'Aeroplanino.
Se per Montella il Mondiale si chiude in anticipo, per Carlo Ancelotti il percorso con il Brasile prosegue invece con segnali più incoraggianti. Dopo il pareggio all’esordio contro il Marocco, il 3-0 contro Haiti ha riportato i verdeoro in testa al girone e soprattutto ha dato una risposta sul piano del gioco. La partita si è indirizzata già nel primo tempo. Il Brasile ha mantenuto il controllo del possesso e ha costretto Haiti a una fase difensiva molto bassa e fisica. Il primo gol arriva su una situazione sporca in area, con Vinicius protagonista e Matheus Cunha l’ultimo a deviare in rete. Poco dopo arriva anche il raddoppio dello stesso Cunha, con una conclusione di sinistro che chiude di fatto la gara già prima dell’intervallo. Il terzo gol, firmato da Vinicius su assist di Paquetà, conferma un Brasile più fluido rispetto all’esordio, anche se non mancano le note negative - come l'infortunio muscolare a Raphinha - e va sottolineato come la caratura dell'avversario che aveva di fronte non era minimamente paragonabile.
Ancelotti ha espresso soddisfazione per la prestazione complessiva, sottolineando soprattutto il miglioramento rispetto alla gara d’esordio e la necessità di continuare su questa linea. Il Brasile, ora primo nel girone, guarda già alla sfida con la Scozia, decisiva per il primo posto.
Nel quadro generale del Mondiale, resta ancora in gioco Fabio Cannavaro con l’Uzbekistan. Dopo la sconfitta all’esordio contro la Colombia, la seconda partita del girone K contro il Portogallo diventa un passaggio obbligato. Una gara complicata, per non dire proibitiva, in programma martedì alle 19 italiane, che dirà se la squadra potrà restare agganciata alla competizione o se seguirà la Turchia fuori già nella fase a gironi. Per gli allenatori italiani, questo Mondiale sta già tracciando due traiettorie diverse: quella interrotta di Montella e quella ancora aperta, ma già più solida, di Ancelotti. E in mezzo, in attesa, quella di Cannavaro.
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Fontana di Trevi (iStock). Nel riquadro, la locandina dell'evento Lgbt
«Rimango sconcertato, a caratteri cubitali», dichiara Angelo Mellone componente, designato dal ministro della Cultura, del cda dell’Istituto centrale per la grafica. Assieme ad altri due consiglieri, Gianfranco Ferroni e Paolo Corsini, si era subito dissociato dall’iniziativa promossa dal direttore dell’istituto, Fabio De Chirico, inventore del Grafica Pride.
«Una speciale apertura serale dedicata all’inclusione, al dialogo culturale e alle voci del mondo queer», così da giorni veniva pubblicizzato sui social l’evento, con biglietti a prezzo intero da 10 euro e da 5 euro (per gli under 30) andati, ovviamente, esauriti. Sì, perché oltre a momenti culturali queer, era possibile l’affaccio sulla Fontana di Trevi sorseggiando un cocktail. Vuoi mettere il brivido. Anche se molti Millennials che masticano di gender nemmeno sanno che cosa sia la Dolce vita di Federico Fellini.
Forse l’evento Lgbt serviva a rimpinguare le casse dell’istituto, che nel bilancio 2026 prevede solo 2.000 euro di entrate dalla biglietteria? «Grafica Pride è un evento pensato anche per avvicinare un pubblico giovane e per rafforzare la missione dell’Istituto: rendere il patrimonio culturale sempre più accessibile, partecipato e inclusivo», si annunciava sul sito dell’ente.
«Non ne sapevamo nulla», chiarisce Mellone. «Noi del consiglio di amministrazione non facciamo attività di vigilanza, però nemmeno era stata ventilata una simile iniziativa. Almeno c’era il dovere di comunicarla». Aggiunge: «Mi lascia molto perplesso ritrovare un istituto nazionale, che non gode di una visibilità estrema, al centro di un interesse mediatico per un evento del genere che non c’entra nulla con la missione istituzionale, e che impegna ideologicamente un organismo che fa tutt’altro. Mi chiedo il perché di tanta protervia, di tanta ostentazione ideologica. E non si venga a dire che sono intollerante, il rispetto è altra cosa».
Custode del patrimonio grafico italiano nelle sue differenti tipologie, stiamo parlando di un centro museale di rilevanza internazionale che, nel complesso architettonico costituito da Palazzo Poli e Palazzo della Calcografia, ospita tra le più importanti collezioni di disegni, stampe, matrici e fotografie, dalla pratica artistica dal Rinascimento all’epoca contemporanea. «Noi del cda chiederemo spiegazioni, ma ormai l’evento, una cosa senza senso, ha avuto luogo. E chi cercava visibilità l’ha ottenuta. Povera Fontana di Trevi», conclude Mellone.
In programma ieri sera c’erano «sound performance, DJ set live» e la presentazione del libro Musei, genere e queerness, volume che «indaga le modalità attraverso cui le istituzioni culturali, e i musei in particolare, possono assumere un ruolo attivo nell’interpretazione dei cambiamenti sociali relativi alle dimensioni del genere, della sessualità e delle relazioni, in un’ottica queer. Pensato come uno strumento di avvicinamento di tali argomenti per un pubblico di professionist*, student*, ma anche per chiunque insegni, scriva o faccia ricerca sociale, si tratta del primo saggio in italiano interamente dedicato all’approfondimento del rapporto tra queerness e museologia».
La kermesse di ieri sarà costata diverse migliaia di euro e come ha sottolineato il portavoce di Pro Vita & Famiglia Jacopo Coghe, nel bilancio di previsione 2026 dell’istituto ci sono 88.623 euro destinati a manifestazioni culturali come mostre, convegni ed eventi. Abbiamo pagato anche noi contribuenti, il Grafica Pride.
«Bene ha fatto il ministro Alessandro Giuli ad avviare una procedura di accertamento per capire responsabilità, dettagli e uso di fondi pubblici sull’ideologico evento Lgbt», ha commentato l’associazione. Alla Verità, il ministro aveva detto di ritenere l’iniziativa «incoerente con le mie aspettative rispetto al lavoro dell’Istituto centrale di grafica [...] Non si tratta di essere pro gender o no gender, si tratta di avere una maggiore consapevolezza istituzionale».
Il contributo diretto per quest’anno, da parte del ministero della Cultura, ammonta a 800.000 euro destinati al funzionamento ordinario dell’istituto (più altri 52.000 euro tra buoni pasti e «servizi di sicurezza»). Ovviamente la pensa diversamente Mario Colamarino, portavoce del Roma Pride che oggi porterà il consueto carrozzone per le vie della Capitale con partenza alle 15 da piazza della Repubblica. «Apprezzo il gesto dell’istituto, perché in un mondo dove la destra per ogni cosa che qualcuno fa poi va lì a puntare il dito e punire, ci vuole coraggio», ha commentato, invitando il ministro Giuli ad «occuparsi di altre battaglie, questa mi sembra la minore di tutte».
Dopo la mediazione del Comune di Roma, sfilerà anche l’associazione ebraica Lgbtq+ Keshet, però solo a piedi e senza carro (che ha per bandiera i colori dell’arcobaleno con al centro la stella di David) e in uno «spezzone» del percorso, «nell’ottica di garantire la sicurezza di tutte le persone presenti», ha precisato Colamarino.
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