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2018-06-06
Renzi si degna di passare in Senato. Ma intanto Farinetti lo scarica
ANSA
Viene da chiedersi che ci facesse ieri a Palazzo Madama Matteo Renzi. Non aveva deciso di prendersi un periodo sabbatico per fare il conferenziere a gettone, sulle orme di Barack Obama? Non aveva forse scelto di girare il mondo, pur mantenendo poltrona e stipendio da parlamentare?
Tranquilli, pare non abbia assolutamente cambiato idea ma, prima di partire oggi stesso per gli Usa dove lo attendono le celebrazioni per Bob Kennedy, ha voluto fare un ultimo salto in Senato, forse anche per giustificare la busta paga. E poi l'occasione era ghiotta e importante, si trattava di negare la fiducia al nuovo governo di Giuseppe Conte, definito «anche lui premier non eletto», e di motivarne la bocciatura: «È un contratto scritto con l'inchiostro simpatico, è garantito da un assegno a vuoto». Che il boy scout di Rignano avesse le doti per diventare un buon conferenziere, già lo sapevamo. Ma quello che ieri ha più colpito del suo discorso è stato un passaggio che pareva quasi liberamente ispirato al Padrino. Ovviamente il paragone è ironico, però il senatore di Scandicci, rivolgendosi al neo premier ha spiegato: «Noi le garantiamo che la nostra opposizione non occuperà mai i banchi del governo, non insulterà mai i ministri della Repubblica, non attaccherà mai le istituzioni del nostro Paese al grido mafia, mafia, mafia». E quindi l'affondo, vagamente minaccioso, rivolto a Lega e 5 stelle: «Pensiamo che in quei banchi ci sia la coalizione di domani, noi siamo un'altra cosa. Siete diversi, ma avete lo stesso metodo di violenza verbale. Anche noi potremmo farvi lo screening, ma non lo facciamo perché noi siamo un'altra cosa». Quindi lascia trasparire di sapere qualcosa sugli esponenti gialloblù: che esistono intercettazioni scomode, che alcuni hanno problemi con il fisco, con la giustizia e che c'è chi ha assunto parenti come portaborse. Insomma, fa intendere che potrebbero esserci dossier che però non verranno usati né tantomeno sbattuti sui social, perché il Partito democratico è un'altra cosa. Chi ha orecchie per intendere intenda.
Primo obiettivo dell'ex premier è comunque il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta: «Non avete più alibi ora rappresentate il potere. Noi inizieremo a fare opposizione, convocando la ministra della Difesa al Copasir per sapere di alcuni fatti che lei conosce, non faremo sconti». Il riferimento è al sospetto conflitto di interessi che l'Espresso ha sollevato sulla Trenta, già presidente di una società che si occupa di reclutamento di contractor.
Ma lasciando Palazzo Madama, come d'altronde vuole fare lui, torniamo al Renzi conferenziere a carico degli italiani. Dopo il fondo di Maurizio Belpietro «Caro Renzi, dovrebbe spiegarci chi la paga», si è scatenato un fuoco incrociato, amico e non, sull'ex presidente del Consiglio. Lui stesso è intervenuto per tentare di difendesi: «Io faccio il senatore, dopo di che faccio altre cose come tutti». Ma le cose non stanno così, quello dell'oratore non è un hobby o un dopolavoro: infatti il suo progetto è prendersi almeno quattro mesi sabbatici per tenere discorsi a pagamento tra capi di Stato, imprenditori di chiara fama, personalità di vario genere e lobbisti. Un tour garantito dalla rete di rapporti intessuti durante i mille giorni a Palazzo Chigi, sulla scia di Barack Obama e Tony Blair, gettonati conferenzieri che però sono privati cittadini e non ricoprono incarichi politici. L'ex premier aveva giurato di voler immergersi da subito nel ruolo da «senatore semplice di Firenze e Scandicci», mentre invece è già volato in Kazakistan e poi in Qatar al fianco del fedelissimo Marco Carrai a discettare con un emiro. Ieri è passato da Roma dopo aver trascorso due giorni a Pechino, giusto il tempo per votare contro la fiducia al governo e poi è decollato di nuovo. Stavolta verso gli Stati Uniti, dove la famiglia Kennedy lo attende per celebrare i 50 anni dalla morte di Bob. Esattamente andrà ad Arlington, al cimitero degli eroi Usa. Qui, dove l'ex presidente americano Bill Clinton terrà l'intervento chiave, il senatore toscano è stato chiamato per un breve speech. Un invito dovuto alle ottime relazioni strette quando era sindaco di Firenze con Kerry Kennedy, figlia di Bob. Il 18 luglio, invece, tappa in Sudafrica per ricordare i 100 anni dalla nascita di Nelson Mandela, al quale nel 2012 consegnò il Fiorino d'oro, massima onorificenza fiorentina, poco prima della sua scomparsa.
Una vita nova, quella dell'ex segretario Pd, che non piace né convince neppure la stessa sinistra. C'è chi, come Massimo Cacciari, invoca punizioni corporali: «Andrebbe sculacciato. Questo andare in giro per il mondo per conferenze e non farsi più vivo», spiega il filosofo, «è esattamente quello che tutte le persone di buonsenso gli avevano consigliato dopo il referendum. Che lo faccia ora è mossa insignificante e tardiva».
C'è anche chi, come Roberto Saviano, lo accusa di fuggire dal disastro da lui stesso provocato: «Dopo aver completato, con enormi errori e inspiegabili forzature politiche, la distruzione del fronte riformista italiano», afferma sui social l'autore di Gomorra, «il senatore pensa bene di far sapere a tutti che, nei prossimi mesi, sarà in giro per il mondo: magari vuol carpire il segreto della vittoria».
C'è chi ha additato a Renzi come esempio il globetrotter grillino Alessandro Di Battista, che, «con onestà e rispetto verso i cittadini», ha preferito rinunciare allo scranno in Parlamento per dedicarsi ad altro. Scelta non condivisa dal senatore di Scandicci che preferisce avere la botte piena e la moglie ubriaca. Motivo per cui il leghista Roberto Calderoli ha chiesto che abbandoni definitivamente Palazzo Madama: «Annuncia che starà fuori per qualche mese? Ne siamo lieti, finalmente ha deciso di andare a fare danni altrove. Ma ci attendiamo che, con coerenza, presenti immediate dimissioni dal Senato».
Alfredo Arduino
Oscar fa il salto della quaglia
Mister Eataly scuoce in fretta. «Matteo Renzi? Se ha perso vuol dire che ha sbagliato, ora tifo questo governo». Oscar Farinetti non è quel che si dice una pasta di grano duro e non tiene i sughi. L'esecutivo 5 stelle-Lega è nato da soli cinque minuti e lui si è già sciolto in padella, liquefatto come un panetto di burro, scomparso dal triste orticello del Pd per finire sul bancone della nuova maggioranza. Il salto della quaglia è trionfale, roba da far invidia a San Pietro, perché qui il gallo non ha ancora cantato neppure la prima volta.
«Se uno perde significa che di errori ne ha fatti, mi dispiace per Matteo ma questa è la politica», liquida il passato alla presentazione di Gourmet's international a Milano Smeraldo, quindi a casa sua. «Gli voglio ancora bene, io sono fedele per natura, tifo sempre la Juventus, sono sposato da 40 anni con mia moglie e voglio bene agli amici per sempre». Ma gli affari sono altra cosa, su quelli meglio avere un ombrello protettivo un po' più solido dell'appassito Giglio magico. Così Farinetti non disdegna di cuocere a fuoco lento la sinistra che fino a ieri lo aveva trasformato in santino, in nume tutelare, in testimonial dell'italianità progressista nel mondo.
Mister Eataly forse non si rende conto di mettere in imbarazzo quella gauche radical chic che abita i centri storici e ama andare a farsi spennare da lui il sabato col cestello in carbonio e un'insopprimibile voglia di prosciutto di cinta. Signora mia, dove trovo il lievito madre? Ecco, la sinistra Ztl di Beppe Sala e Giorgio Gori non meritava questo sgarbo estremo: passi Carlo Freccero grillino, passi Chicco Mentana agnostico, ma Farinetti populista non si può sentire. Eppure l'ex guru renziano soffrigge e fa outing: «Quale presidente del Consiglio non ha mai avuto problemi in Italia? Tutti ce li hanno. Paradossalmente ora tifo questo governo, perché c'è e deve rilanciare il Sud, creare lavoro. Dopo essere passato dal 40% al 18%, il centrosinistra deve capire dove ha sbagliato. Deve smettere di litigare, c'è un problema di leadership».
È l'abiura nei confronti di Matteo, è la bordata che scotta di più. Lui che faceva passerella alla Leopolda ed eccitava le prime file più di Belen Rodriguez con la farfallina tatuata al festival di Sanremo; lui che diceva fra uno scroscio di applausi dem che «l'articolo 18 e i sindacati sono un impedimento»; lui che dava profondità al sogno renziano con la frase rilanciata milioni di volte su Facebook: «Non fermiamoci alla felicità, cerchiamo l'armonia». Proprio lui, doveva tradire così?
Presumiamo che da domani i responsabili degli uffici acquisti di Eataly debbano attrezzarsi. Un calcio al new age, voltare le spalle al chilometro zero e per favore togliere dalla mailing list quell'integralista di Carlin Petrini. Qui si deve fare in fretta a cambiare casacca, altro che Slow Food: polenta e salsicce in negozio al posto del ramen, basta topinambur, più Merlot e meno Bordeaux. «Ora tifo questo governo perché c'è»; niente di più pragmatico, niente di più agrodolce. E soprattutto molto italiano, nel perfetto spirito Farinetti. Il quale, con la spontanea conversione, mostra un'urgenza in fondo nobile: quella di non finire in padella.
Giorgio Gandola
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L'ex premier fa una pausa nel tour mondiale e lancia messaggi al ministro Emanuela Trenta e ai colleghi: «Potremmo farvi lo screening»Da renziano di ferro, eroe della Leopolda, a tifoso dell'esecutivo gialloblù. Il patron di Eataly ha già mollato il Bullo: «Se Matteo ha perso vuol dire che ha sbagliato».Lo speciale contiene due articoliViene da chiedersi che ci facesse ieri a Palazzo Madama Matteo Renzi. Non aveva deciso di prendersi un periodo sabbatico per fare il conferenziere a gettone, sulle orme di Barack Obama? Non aveva forse scelto di girare il mondo, pur mantenendo poltrona e stipendio da parlamentare?Tranquilli, pare non abbia assolutamente cambiato idea ma, prima di partire oggi stesso per gli Usa dove lo attendono le celebrazioni per Bob Kennedy, ha voluto fare un ultimo salto in Senato, forse anche per giustificare la busta paga. E poi l'occasione era ghiotta e importante, si trattava di negare la fiducia al nuovo governo di Giuseppe Conte, definito «anche lui premier non eletto», e di motivarne la bocciatura: «È un contratto scritto con l'inchiostro simpatico, è garantito da un assegno a vuoto». Che il boy scout di Rignano avesse le doti per diventare un buon conferenziere, già lo sapevamo. Ma quello che ieri ha più colpito del suo discorso è stato un passaggio che pareva quasi liberamente ispirato al Padrino. Ovviamente il paragone è ironico, però il senatore di Scandicci, rivolgendosi al neo premier ha spiegato: «Noi le garantiamo che la nostra opposizione non occuperà mai i banchi del governo, non insulterà mai i ministri della Repubblica, non attaccherà mai le istituzioni del nostro Paese al grido mafia, mafia, mafia». E quindi l'affondo, vagamente minaccioso, rivolto a Lega e 5 stelle: «Pensiamo che in quei banchi ci sia la coalizione di domani, noi siamo un'altra cosa. Siete diversi, ma avete lo stesso metodo di violenza verbale. Anche noi potremmo farvi lo screening, ma non lo facciamo perché noi siamo un'altra cosa». Quindi lascia trasparire di sapere qualcosa sugli esponenti gialloblù: che esistono intercettazioni scomode, che alcuni hanno problemi con il fisco, con la giustizia e che c'è chi ha assunto parenti come portaborse. Insomma, fa intendere che potrebbero esserci dossier che però non verranno usati né tantomeno sbattuti sui social, perché il Partito democratico è un'altra cosa. Chi ha orecchie per intendere intenda.Primo obiettivo dell'ex premier è comunque il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta: «Non avete più alibi ora rappresentate il potere. Noi inizieremo a fare opposizione, convocando la ministra della Difesa al Copasir per sapere di alcuni fatti che lei conosce, non faremo sconti». Il riferimento è al sospetto conflitto di interessi che l'Espresso ha sollevato sulla Trenta, già presidente di una società che si occupa di reclutamento di contractor.Ma lasciando Palazzo Madama, come d'altronde vuole fare lui, torniamo al Renzi conferenziere a carico degli italiani. Dopo il fondo di Maurizio Belpietro «Caro Renzi, dovrebbe spiegarci chi la paga», si è scatenato un fuoco incrociato, amico e non, sull'ex presidente del Consiglio. Lui stesso è intervenuto per tentare di difendesi: «Io faccio il senatore, dopo di che faccio altre cose come tutti». Ma le cose non stanno così, quello dell'oratore non è un hobby o un dopolavoro: infatti il suo progetto è prendersi almeno quattro mesi sabbatici per tenere discorsi a pagamento tra capi di Stato, imprenditori di chiara fama, personalità di vario genere e lobbisti. Un tour garantito dalla rete di rapporti intessuti durante i mille giorni a Palazzo Chigi, sulla scia di Barack Obama e Tony Blair, gettonati conferenzieri che però sono privati cittadini e non ricoprono incarichi politici. L'ex premier aveva giurato di voler immergersi da subito nel ruolo da «senatore semplice di Firenze e Scandicci», mentre invece è già volato in Kazakistan e poi in Qatar al fianco del fedelissimo Marco Carrai a discettare con un emiro. Ieri è passato da Roma dopo aver trascorso due giorni a Pechino, giusto il tempo per votare contro la fiducia al governo e poi è decollato di nuovo. Stavolta verso gli Stati Uniti, dove la famiglia Kennedy lo attende per celebrare i 50 anni dalla morte di Bob. Esattamente andrà ad Arlington, al cimitero degli eroi Usa. Qui, dove l'ex presidente americano Bill Clinton terrà l'intervento chiave, il senatore toscano è stato chiamato per un breve speech. Un invito dovuto alle ottime relazioni strette quando era sindaco di Firenze con Kerry Kennedy, figlia di Bob. Il 18 luglio, invece, tappa in Sudafrica per ricordare i 100 anni dalla nascita di Nelson Mandela, al quale nel 2012 consegnò il Fiorino d'oro, massima onorificenza fiorentina, poco prima della sua scomparsa.Una vita nova, quella dell'ex segretario Pd, che non piace né convince neppure la stessa sinistra. C'è chi, come Massimo Cacciari, invoca punizioni corporali: «Andrebbe sculacciato. Questo andare in giro per il mondo per conferenze e non farsi più vivo», spiega il filosofo, «è esattamente quello che tutte le persone di buonsenso gli avevano consigliato dopo il referendum. Che lo faccia ora è mossa insignificante e tardiva».C'è anche chi, come Roberto Saviano, lo accusa di fuggire dal disastro da lui stesso provocato: «Dopo aver completato, con enormi errori e inspiegabili forzature politiche, la distruzione del fronte riformista italiano», afferma sui social l'autore di Gomorra, «il senatore pensa bene di far sapere a tutti che, nei prossimi mesi, sarà in giro per il mondo: magari vuol carpire il segreto della vittoria».C'è chi ha additato a Renzi come esempio il globetrotter grillino Alessandro Di Battista, che, «con onestà e rispetto verso i cittadini», ha preferito rinunciare allo scranno in Parlamento per dedicarsi ad altro. Scelta non condivisa dal senatore di Scandicci che preferisce avere la botte piena e la moglie ubriaca. Motivo per cui il leghista Roberto Calderoli ha chiesto che abbandoni definitivamente Palazzo Madama: «Annuncia che starà fuori per qualche mese? Ne siamo lieti, finalmente ha deciso di andare a fare danni altrove. Ma ci attendiamo che, con coerenza, presenti immediate dimissioni dal Senato».Alfredo Arduino<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/renzi-si-degna-di-passare-in-senato-giusto-il-tempo-di-minacciare-tutti-2575463473.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="oscar-fa-il-salto-della-quaglia" data-post-id="2575463473" data-published-at="1774142541" data-use-pagination="False"> Oscar fa il salto della quaglia Mister Eataly scuoce in fretta. «Matteo Renzi? Se ha perso vuol dire che ha sbagliato, ora tifo questo governo». Oscar Farinetti non è quel che si dice una pasta di grano duro e non tiene i sughi. L'esecutivo 5 stelle-Lega è nato da soli cinque minuti e lui si è già sciolto in padella, liquefatto come un panetto di burro, scomparso dal triste orticello del Pd per finire sul bancone della nuova maggioranza. Il salto della quaglia è trionfale, roba da far invidia a San Pietro, perché qui il gallo non ha ancora cantato neppure la prima volta. «Se uno perde significa che di errori ne ha fatti, mi dispiace per Matteo ma questa è la politica», liquida il passato alla presentazione di Gourmet's international a Milano Smeraldo, quindi a casa sua. «Gli voglio ancora bene, io sono fedele per natura, tifo sempre la Juventus, sono sposato da 40 anni con mia moglie e voglio bene agli amici per sempre». Ma gli affari sono altra cosa, su quelli meglio avere un ombrello protettivo un po' più solido dell'appassito Giglio magico. Così Farinetti non disdegna di cuocere a fuoco lento la sinistra che fino a ieri lo aveva trasformato in santino, in nume tutelare, in testimonial dell'italianità progressista nel mondo. Mister Eataly forse non si rende conto di mettere in imbarazzo quella gauche radical chic che abita i centri storici e ama andare a farsi spennare da lui il sabato col cestello in carbonio e un'insopprimibile voglia di prosciutto di cinta. Signora mia, dove trovo il lievito madre? Ecco, la sinistra Ztl di Beppe Sala e Giorgio Gori non meritava questo sgarbo estremo: passi Carlo Freccero grillino, passi Chicco Mentana agnostico, ma Farinetti populista non si può sentire. Eppure l'ex guru renziano soffrigge e fa outing: «Quale presidente del Consiglio non ha mai avuto problemi in Italia? Tutti ce li hanno. Paradossalmente ora tifo questo governo, perché c'è e deve rilanciare il Sud, creare lavoro. Dopo essere passato dal 40% al 18%, il centrosinistra deve capire dove ha sbagliato. Deve smettere di litigare, c'è un problema di leadership». È l'abiura nei confronti di Matteo, è la bordata che scotta di più. Lui che faceva passerella alla Leopolda ed eccitava le prime file più di Belen Rodriguez con la farfallina tatuata al festival di Sanremo; lui che diceva fra uno scroscio di applausi dem che «l'articolo 18 e i sindacati sono un impedimento»; lui che dava profondità al sogno renziano con la frase rilanciata milioni di volte su Facebook: «Non fermiamoci alla felicità, cerchiamo l'armonia». Proprio lui, doveva tradire così? Presumiamo che da domani i responsabili degli uffici acquisti di Eataly debbano attrezzarsi. Un calcio al new age, voltare le spalle al chilometro zero e per favore togliere dalla mailing list quell'integralista di Carlin Petrini. Qui si deve fare in fretta a cambiare casacca, altro che Slow Food: polenta e salsicce in negozio al posto del ramen, basta topinambur, più Merlot e meno Bordeaux. «Ora tifo questo governo perché c'è»; niente di più pragmatico, niente di più agrodolce. E soprattutto molto italiano, nel perfetto spirito Farinetti. Il quale, con la spontanea conversione, mostra un'urgenza in fondo nobile: quella di non finire in padella. Giorgio Gandola
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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