Salvini estende l’allarme al bitume: «Aumentato del 70%, cantieri fermi»

- Il ministro: «Con questi costi le aziende non possono asfaltare le strade. Per farlo c’è da litigare con l’Unione». Pesanti le ricadute sull’edilizia. Il vicepremier assicura: «Farò di tutto per evitare il b.locco dell’autotrasporto».
- Farmindustria: «Filiera sotto pressione per il conflitto». Federfarma: «Non serve fare scorte». Marcello Gemmato (Fdi): «Se cessassero le forniture di Cina e India, sarebbero guai».
Lo speciale contiene due articoli
Si allarga la mappa dei settori sui quali sta impattando la crisi energetica causata dalla guerra in Iran. Anche le grandi opere, le infrastrutture e l’edilizia rischiano di essere travolte dall’aumento dei prezzi dei materiali legati al petrolio o in transito dallo Stretto di Hormuz. Il bitume è aumentato del 70%. «Questo vuol dire che le aziende non possono asfaltare le strade», è l’allarme lanciato dal ministro per i Trasporti, il vicepremier Matteo Salvini, che domanda in modo provocatorio: «Quindi cosa si fa? Non asfaltiamo più le strade a Firenze in Italia perché a Bruxelles hanno deciso che non le dobbiamo più asfaltare? Ce ne freghiamo e lo facciamo lo stesso, però significa litigare». E mette il dito nella piaga: «Non basta lo sconto accise. Certo, è meglio pagare 25 centesimi in meno che in più, ma non è sufficiente».
Il tema è sempre quello della possibilità di allentare i vincoli di bilancio previsti dal Patto di stabilità, con la tagliola del rapporto deficit-Pil non oltre il 3%, che invece per Bruxelles sono indiscutibili. Come non si toccano le scadenze della transizione energetica.
Già nei giorni scorsi l’Ance, l’associazione dei costruttori, aveva parlato di rincari fino al 40% nei derivati del petrolio e nei materiali legati all’energia come rame, alluminio, conglomerati bituminosi e cementizi, che mettono a rischio i cantieri. Tutto il comparto delle costruzioni potrebbe subire rallentamenti o essere soggetto ad aumenti che si andrebbero a scaricare prima sulle aziende e poi sugli utenti. Significa rincari per le ristrutturazioni degli edifici e per i prezzi delle nuove abitazioni.
Sono situazioni legate soprattutto alla difficoltà di risolvere nel breve tempo la crisi nel Golfo. Confindustria traccia tre tipi di scenari, proprio legati alla tempistica del conflitto. «Se la guerra si fosse conclusa velocemente saremmo allo 0,5% del Pil, se dovessimo continuare così per ancora altri tre mesi saremmo a uno zero, se arriviamo a fine anno c’è il rischio, quasi con certezza, della recessione», ha affermato il presidente degli industriali, Emanuele Orsini.
Ma al di là delle ipotesi, c’è l’emergenza trasporti sul tavolo del governo. Ieri si è svolto, al ministero dei Trasporti, l’incontro con le principali associazioni dell’autotrasporto. Al centro del dibattito, l’impatto dell’aumento dei costi energetici sulle imprese e le ripercussioni sull’intero sistema produttivo. È stato analizzato il fabbisogno reale delle imprese per definire interventi strutturali nelle prossime settimane. Contenere l’impennata dei costi dei carburanti è una priorità. Parallelamente, è emersa l’esigenza di contrastare la speculazione. Salvini ha detto che vuole evitare lo sciopero di fine maggio, «che significa avere i negozi vuoti e bloccare l’Italia», e si attende un segnale da Bruxelles, considerato che l’aumento del gasolio è il più alto degli ultimi 30 anni, «altrimenti procediamo da soli».
La categoria ha posizioni diverse sullo sciopero. Assotir è contrario e ha proposto di creare un punto di monitoraggio del mercato presso il Porto di Civitavecchia, presso il quale segnalare, anche in forma anonima, le anomalie, e sollecitare l’intervento dell’Antitrust per contrastare la speculazione lungo la filiera. Secondo Claudio Donati, segretario nazionale del sindacato di categoria, «il credito d’imposta e il taglio delle accise non sono sufficienti per compensare l’impennata dei costi del gasolio».
«Ogni giorno», ha sottolineato Patrizio Loffarelli, rappresentante dell’autotrasporto presso l’Adsp del Mar Tirreno centro settentrionale, «i prezzi dei beni di consumo aumentano con la scusa dei maggiori costi di trasporto, ma i trasportatori lamentano di non riuscire a coprire i maggior costi. Qualcosa non torna: i trasportatori non hanno modificato le tariffe. Bisogna vigilare sulle potenziali distorsioni del mercato».
Altro settore caldo è quello dei voli. Secondo i dati elaborati da Cirium, le prenotazioni dall’Europa verso gli Stati Uniti hanno registrato un calo del 15,34% su base annua, di poco inferiore la contrazione dei flussi nella direzione opposta, pari all’11,19%, a cui si aggiungono dati sempre a livello internazionale che parlano di una flessione compresa fra il -14% e il -7% sulle tratte transatlantiche.
L’Agenzia internazionale dell’energia, continua a dire che l’Europa dispone di scorte per circa sei settimane. Il commissario europeo all’Energia, Dan Jørgensen, ha paragonato l’attuale scenario a una combinazione letale tra lo shock petrolifero del 1973 e la crisi dei prezzi del 2022. E ha spiegato che «anche se la pace tornasse domani, servirebbero anni per ricostruire le rotte del gas».
Dagli Stati Uniti invece arrivano messaggi meno pessimisti. Secondo il segretario all’Economia, Scott Bessent, «quando finirà la guerra in Iran la benzina costerà meno di prima del conflitto». Affermazioni in contrasto con quelle del segretario all’Energia, Chris Wright, secondo il quale ci vorrà almeno un anno affinché i prezzi della benzina calino.
E c’è anche un’emergenza farmaci
I farmaci costano di più e l’approvvigionamento comincia a essere a rischio. L’allarme è stato rilanciato da Farmindustria, che addebita al blocco dello Stretto di Hormuz la responsabilità di un principio di una nuova carenza di medicinale in Italia e in Europa.
L’effetto della guerra tra Iran e Usa ha causato «uno stress per le filiere del farmaco» spiega Marcello Cattani, presidente di Farmindustria, aggiungendo che «ci sono stati ulteriori incrementi del 25% sull’alluminio, del 15% sugli ingredienti attivi, del 25% sul vetro. L’alluminio non è estratto in Europa, ma viene da Cina, India e Australia. Nel momento in cui si è presentata questa quarta crisi energetica, vengono ridotti i volumi perché si scatena l’accaparramento. Noi cerchiamo di gestire la situazione diversificando l’approvvigionamento, ma ci sono dei limiti oggettivi». È per questo che Federfarma invita la popolazione a non fare scorte, chiarendo che dal loro punto di vista non ci sarebbe una stretta emergenza nell’immediato. «Nessuna carenza generalizzata di medicinali sul territorio, ma solo eventuali difficoltà temporanee legate a produzione, distribuzione o picchi di domanda». Eppure, lo stesso allarme è stato dato anche da Pierluigi Petrone, presidente di Liphe (Logistica integrata pharma healthcare), che ha spiegato che il 76% dei principi attivi che curano l’80% delle malattie croniche proviene da quell’area: «Per ora le scorte tengono, ma se il conflitto si prolungasse per alcune settimane le scorte ospedaliere di alcuni medicinali a breve durata potrebbero iniziare a scarseggiare».
Il rischio è concreto perché in India si produce il 20% dei farmaci generici e si importa annualmente 4,35 miliardi di dollari in principi attivi farmaceutici, il 74% dei quali dalla Cina». L’Europa, con la sua proposta di regolamento del Critical Medicines Act, mostra che quasi il 70% dei farmaci dispensati nella regione è costituito da generici, e che la produzione dei loro ingredienti si è nel tempo spostata fuori dall’Unione.
Insomma, la carenza di farmaci, come scriviamo da anni sulla Verità, in Europa non è più un fenomeno occasionale ma una criticità strutturale. Un nuovo report del Pharmaceutical group of the European union (Pgeu), presentato al Parlamento europeo e basato sui dati raccolti in 27 Paesi dell’Unione europea e dell’Efta, segnala che in diversi Stati membri oltre 600 medicinali risultano attualmente carenti.
Secondo il rapporto, il 96% dei Paesi intervistati segnala carenze di medicinali e nel 70% dei casi la situazione resta stabile a un livello considerato inaccettabile. In più di un terzo dei Paesi analizzati il numero di farmaci indisponibili supera le 600 unità. Il documento evidenzia inoltre che le carenze non rappresentano più interruzioni episodiche ma una caratteristica persistente del panorama farmaceutico europeo. Il dato più preoccupante riguarda il tipo di farmaci coinvolti. Le difficoltà di approvvigionamento colpiscono sempre più spesso terapie clinicamente critiche e quindi farmaci salvavita. E non c’è da star tranquilli, considerato che i precursori chimici necessari per sintetizzare metanolo e glicole etilenico (principi attivi) dipendono da India e Cina, che li utilizzano per produrre la gran parte dei farmaci generici mondiali. Purtroppo India e Cina sono anche tra i Paesi più esposti al blocco del canale di Hormuz. Secondo il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato, «se dovessimo avere un incidente diplomatico con questi Paesi, o se banalmente dovessero smettere di inviarci principi attivi, avremmo l’orizzonte di qualche settimana per curare gli italiani e dopo rimarremmo senza farmaci».






