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2026-04-23
Presidente Meloni, vada a Porzûs per ricordare una scomoda verità
Ansa
Eppure, proprio per questo, esso chiede di essere ricordato davvero, non evocato distrattamente, non celebrato meccanicamente, ma attraversato con il coraggio severo della verità. Ricordarlo veramente significa strapparlo alla comoda narrazione univoca e restituirlo alla sua complessità, anche laddove essa brucia. Significa osare guardare negli occhi le ombre che accompagnarono la luce della Liberazione. Per questo, Signora Presidente, il suo gesto può diventare simbolo: vada a Porzûs, luogo che ancora oggi sussurra una verità scomoda e troppo a lungo marginalizzata. È il luogo in cui gli eroici partigiani della divisione Osoppo sono stati massacrati vigliaccamente dai partigiani comunisti. Destino comune a innumerevoli combattenti antifascisti spagnoli, francesi, polacchi. Molti sono stati eliminati denunciandoli alla Gestapo. È necessario che il popolo italiano sappia che nessun partigiano ha mai cantato la canzone «Bella ciao». Quella canzone con cui deridono la scelta democratica degli italiani che hanno scelto lei, in realtà è un’invenzione. Signora Meloni vada a onorare la divisione Osoppo, per ricordare loro e tutti gli eroi combattenti contro il nazifascismo e anche tutte le vittime della ferocia comunista a guerra finita. Si fermi lì, in silenzio, e deponga una corona di fiori. E lasci che quell’immagine percorra l’Italia intera. Perché il popolo italiano deve ricordare, deve sapere che tra coloro che combatterono sotto il vessillo della Resistenza non vi fu soltanto un’unica anima. Che accanto all’eroismo limpido dei partigiani della divisione Osoppo, caduti con dignità e fedeltà all’idea di libertà, vi furono anche tragedie nate da mani italiane contro italiani. Che a Porzûs si consumò un eccidio fratricida, dove la violenza non venne dal nemico dichiarato, ma da chi condivideva nominalmente la stessa lotta. Due Resistenze, dunque, si stagliano nella memoria: una che combatteva per liberare, e un’altra che mirava a sostituire un giogo con un altro. Due visioni inconciliabili della libertà, che il tempo non può fondere senza falsificare. Ed è proprio questa verità, difficile ma necessaria, che deve emergere con chiarezza. Non si tratta di negare il valore della Resistenza, ma di riconoscerne tutte le dimensioni. Come ricordava George Orwell nel suo Omaggio alla Catalogna, le lotte interne ai fronti antifascisti furono spesso feroci, segnate da ideologie inconciliabili. Come ha scritto Orwell, il numero dei partigiani uccisi dagli stalinisti, teoricamente compagni di trincea, è superiore a quelli uccisi dai nazifascisti. E anche nella nostra terra, il sangue versato non fu soltanto quello inflitto dal nazifascismo. E ancora, è necessario che il 25 aprile sia anche occasione per rendere giusto tributo a chi contribuì in modo determinante alla liberazione dell’Italia. Gli eserciti alleati, americani, britannici, francesi, polacchi, insieme alla Brigata Ebraica, un israeliano su tre venuto a combattere per noi, furono la forza decisiva che abbatté il giogo nazifascista. Come scrisse Winston Churchill nella sua monumentale opera sulla Seconda guerra mondiale, che gli fece avere il Premio Nobel per la letteratura nel 1953, il contributo militare della Resistenza italiana fu inevitabilmente limitato nel quadro complessivo del conflitto. Per questo, Signora Meloni, la sua presenza a Porzûs, affiancata dagli ambasciatori di quelle nazioni - Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Polonia, Israele, assumerebbe un valore che trascenderebbe il gesto istituzionale: diventerebbe un atto di verità storica, un invito collettivo a guardare il passato senza filtri ideologici. Non nomino la Russia, perché non esisteva come nazione. Esisteva l’Unione Sovietica, segnata però dall’orrenda macchia del patto Ribbentrop-Molotov. Perché la libertà non può germogliare su una memoria selettiva. E la verità intera, anche quando è scomoda, è il solo terreno su cui può crescere una Repubblica davvero consapevole di sé. Se non ora, quando? Se non lei, chi?
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Lì i partigiani cattolici della brigata Osoppo furono trucidati dai comunisti che volevano imporre la loro ideologia di morte.Gentilissima Giorgia Meloni, vi è un giorno tra le pieghe della nostra storia che non può essere trattato come una ricorrenza qualsiasi, né consumato nella ritualità svuotata di senso: il 25 aprile. Non un semplice anniversario, ma un crocevia della coscienza nazionale. Eppure, proprio per questo, esso chiede di essere ricordato davvero, non evocato distrattamente, non celebrato meccanicamente, ma attraversato con il coraggio severo della verità. Ricordarlo veramente significa strapparlo alla comoda narrazione univoca e restituirlo alla sua complessità, anche laddove essa brucia. Significa osare guardare negli occhi le ombre che accompagnarono la luce della Liberazione. Per questo, Signora Presidente, il suo gesto può diventare simbolo: vada a Porzûs, luogo che ancora oggi sussurra una verità scomoda e troppo a lungo marginalizzata. È il luogo in cui gli eroici partigiani della divisione Osoppo sono stati massacrati vigliaccamente dai partigiani comunisti. Destino comune a innumerevoli combattenti antifascisti spagnoli, francesi, polacchi. Molti sono stati eliminati denunciandoli alla Gestapo. È necessario che il popolo italiano sappia che nessun partigiano ha mai cantato la canzone «Bella ciao». Quella canzone con cui deridono la scelta democratica degli italiani che hanno scelto lei, in realtà è un’invenzione. Signora Meloni vada a onorare la divisione Osoppo, per ricordare loro e tutti gli eroi combattenti contro il nazifascismo e anche tutte le vittime della ferocia comunista a guerra finita. Si fermi lì, in silenzio, e deponga una corona di fiori. E lasci che quell’immagine percorra l’Italia intera. Perché il popolo italiano deve ricordare, deve sapere che tra coloro che combatterono sotto il vessillo della Resistenza non vi fu soltanto un’unica anima. Che accanto all’eroismo limpido dei partigiani della divisione Osoppo, caduti con dignità e fedeltà all’idea di libertà, vi furono anche tragedie nate da mani italiane contro italiani. Che a Porzûs si consumò un eccidio fratricida, dove la violenza non venne dal nemico dichiarato, ma da chi condivideva nominalmente la stessa lotta. Due Resistenze, dunque, si stagliano nella memoria: una che combatteva per liberare, e un’altra che mirava a sostituire un giogo con un altro. Due visioni inconciliabili della libertà, che il tempo non può fondere senza falsificare. Ed è proprio questa verità, difficile ma necessaria, che deve emergere con chiarezza. Non si tratta di negare il valore della Resistenza, ma di riconoscerne tutte le dimensioni. Come ricordava George Orwell nel suo Omaggio alla Catalogna, le lotte interne ai fronti antifascisti furono spesso feroci, segnate da ideologie inconciliabili. Come ha scritto Orwell, il numero dei partigiani uccisi dagli stalinisti, teoricamente compagni di trincea, è superiore a quelli uccisi dai nazifascisti. E anche nella nostra terra, il sangue versato non fu soltanto quello inflitto dal nazifascismo. E ancora, è necessario che il 25 aprile sia anche occasione per rendere giusto tributo a chi contribuì in modo determinante alla liberazione dell’Italia. Gli eserciti alleati, americani, britannici, francesi, polacchi, insieme alla Brigata Ebraica, un israeliano su tre venuto a combattere per noi, furono la forza decisiva che abbatté il giogo nazifascista. Come scrisse Winston Churchill nella sua monumentale opera sulla Seconda guerra mondiale, che gli fece avere il Premio Nobel per la letteratura nel 1953, il contributo militare della Resistenza italiana fu inevitabilmente limitato nel quadro complessivo del conflitto. Per questo, Signora Meloni, la sua presenza a Porzûs, affiancata dagli ambasciatori di quelle nazioni - Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Polonia, Israele, assumerebbe un valore che trascenderebbe il gesto istituzionale: diventerebbe un atto di verità storica, un invito collettivo a guardare il passato senza filtri ideologici. Non nomino la Russia, perché non esisteva come nazione. Esisteva l’Unione Sovietica, segnata però dall’orrenda macchia del patto Ribbentrop-Molotov. Perché la libertà non può germogliare su una memoria selettiva. E la verità intera, anche quando è scomoda, è il solo terreno su cui può crescere una Repubblica davvero consapevole di sé. Se non ora, quando? Se non lei, chi?
Il baritono Luca Salsi ci guida alla scoperta del genio di Giuseppe Verdi attraverso tre opere che lo vedono protagonista al Teatro alla Scala di Milano. Da Nabucodonosor, primo grande successo del Cigno di Busseto, al penultimo capolavoro, Otello. Un titolo attesissimo per l’inaugurazione della prossima stagione, il 7 dicembre 2026.
Un duello tra Lautaro Martinez e Scott McTominay durante Inter-Napoli della scorsa stagione (Getty Images)
A nemmeno due settimane di distanza dalla fine del campionato, la Serie A versione 2026/2027 ha già preso forma con la tradizionale compilazione del calendario. Per il secondo anno consecutivo il Teatro Regio di Parma, nell'ambito del Festival della Serie A, ha ospitato la cerimonia che ha svelato le 38 giornate della prossima stagione.
Il campionato scatterà nel weekend del 22-23 agosto e si concluderà il 29-30 maggio 2027. Confermato il calendario asimmetrico tra andata e ritorno, mentre la principale novità riguarda le soste per le nazionali: tra fine settembre e inizio ottobre ci sarà una pausa unica di due settimane consecutive, alle quali si aggiungeranno gli stop di novembre e marzo. Previsti inoltre due turni infrasettimanali, il 28 ottobre e il 6 gennaio, oltre alla sosta natalizia del 26 e 27 dicembre.
L'avvio propone subito partite interessanti e affatto banali. I campioni d'Italia dell'Inter debutteranno a San Siro contro il Monza, mentre Napoli e Juventus inizieranno entrambe in trasferta, rispettivamente a Genova e Frosinone. Impegno esterno anche per il Milan, atteso dal Torino, mentre la Roma riceverà la Fiorentina all'Olimpico. Per assistere ai primi incroci di alta classifica non bisognerà però aspettare molto. Già alla terza giornata il calendario mette di fronte Juventus e Milan da una parte, Inter e Napoli dall'altra. Un doppio confronto che potrebbe offrire indicazioni interessanti fin dalle prime settimane della stagione. Il primo derby della Madonnina è invece fissato alla decima giornata, il 1° novembre, nello stesso turno in cui andrà in scena anche Juventus-Napoli. Al termine del girone d'andata, alla diciannovesima giornata, spazio al primo Derby d'Italia con Inter-Juventus a San Siro.
Anche il ritorno si annuncia particolarmente intenso. Alla ventiduesima giornata si giocheranno Napoli-Inter e Milan-Juventus, mentre due settimane più tardi, nel weekend di San Valentino, il calendario propone un altro doppio appuntamento di cartello con Inter-Milan e Napoli-Juventus. Restano inoltre i vincoli legati agli impegni europei. Nelle giornate collocate tra due turni delle coppe Uefa le squadre impegnate in Champions League non potranno affrontare quelle partecipanti a Europa League e Conference League, una scelta pensata per distribuire in modo più equilibrato gli impegni durante la stagione.
Dietro la compilazione delle 38 giornate c'è stato ancora una volta il lavoro dell'algoritmo utilizzato dalla Lega Serie A, chiamato a gestire contemporaneamente decine di vincoli tra derby, alternanza casa-trasferta, soste per le nazionali, coppe europee e disponibilità degli impianti. Un supporto tecnologico ormai diventato centrale nella costruzione del calendario. Ad aprire la cerimonia è stato il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che ha rivendicato la crescita dell'interesse attorno al campionato sottolineando: «Abbiamo avuto una capienza media negli stadi di 30.000 spettatori a partita. La prova che il pubblico ama ancora e molto il nostro campionato».
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Giuseppe Cossu e Roberto Saviano (Ansa)
Caro Roberto Saviano,
ho letto le tue parole sul grido “Decima” pronunciato dagli incursori della Marina Militare e sento il bisogno di scriverti da uomo che ha servito l’Italia in uniforme, in patria e all’estero, compreso l’Afghanistan. Non per polemica, ma per offrire un punto di vista che troppo spesso viene ignorato.
Chi ha indossato il basco degli incursori sa bene che la storia va conosciuta nella sua interezza, senza semplificazioni e senza sovrapposizioni che finiscono per cancellare fatti, uomini e tradizioni. Quando sento pronunciare il nome “Decima”, il mio pensiero non corre alla Repubblica Sociale Italiana né alle pagine più controverse della guerra civile italiana. Corre invece agli uomini della Decima Flottiglia MAS che, prima dell’8 settembre 1943, scrissero alcune delle pagine più straordinarie della storia militare italiana.
Parlo di marinai che operarono in condizioni estreme, di pionieri delle operazioni speciali subacquee, di uomini che con mezzi rudimentali ma con coraggio eccezionale riuscirono a colpire obiettivi ritenuti impossibili. Parlo di una tradizione professionale e militare riconosciuta e studiata ancora oggi da numerose marine del mondo. È da quella tradizione tecnica, operativa e umana che discendono gli attuali incursori della Marina Militare.
Quando pensiamo a quella storia, pensiamo al sacrificio di Teseo Tesei e di tanti altri uomini che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un esempio per ogni incursore. Pensiamo a chi ha dato la vita per compiere il proprio dovere, sapendo di andare incontro a una missione dalla quale forse non sarebbe tornato. Il loro esempio continua ancora oggi a essere fonte di motivazione nelle notti più dure dell’addestramento e delle operazioni.
Pensiamo anche alle radici più profonde dello spirito d’audacia della Marina italiana, a imprese come la Beffa di Buccari guidata da Gabriele D’Annunzio, episodi che hanno alimentato una tradizione fatta di coraggio, iniziativa e spirito di sacrificio. Sono queste le pagine che molti giovani militari studiano, insieme ai valori e ai principi tramandati dal reparto, trovando ispirazione per affrontare le sfide del servizio.
Ridurre tutto questo a una sola fase storica significa compiere un’operazione ingiusta nei confronti della verità. Significa ignorare che la Decima MAS esistette prima del 1943 e che proprio in quel periodo costruì la propria fama. Significa dimenticare uomini che servirono il loro Paese con disciplina e sacrificio in un contesto storico ben diverso da quello successivo all’armistizio.
C’è poi una domanda che mi pongo sinceramente: perché soltanto oggi questa tradizione viene presentata come un problema? Il grido “Decima” accompagna da sempre la storia e le tradizioni del reparto. Nel corso dei decenni si sono succeduti governi di ogni orientamento politico, presidenti della Repubblica, ministri della Difesa e vertici militari. Eppure nessuno ha mai ritenuto necessario trasformare questo elemento identitario in una battaglia ideologica.
Noi militari conosciamo il peso dei simboli. Proprio per questo sappiamo distinguerne le diverse fasi storiche. Nessuno pretende di cancellare le controversie che seguirono all’8 settembre. Ma allo stesso modo non si può accettare che un’intera tradizione venga identificata esclusivamente con una parte della sua storia, per quanto discussa essa sia.
Molti di coloro che oggi rivendicano l’eredità professionale degli incursori italiani hanno servito la Repubblica Italiana in missioni internazionali, spesso lontano dai riflettori. In Afghanistan, nei Balcani, in Iraq, nel Mediterraneo, nel Corno d’Africa e in numerosi altri teatri operativi, i militari italiani hanno operato per garantire sicurezza, stabilità e protezione delle popolazioni civili, spesso a rischio della propria vita.
Ho visto colleghi partire senza sapere se sarebbero tornati. Ho visto uomini lavorare per mesi lontano dalle famiglie, affrontando minacce concrete e quotidiane. Ho visto professionalità, umanità e spirito di servizio. E ho visto il rispetto che i militari italiani si sono guadagnati presso alleati e popolazioni locali grazie alla loro competenza e al loro equilibrio.
Quando un incursore richiama una tradizione militare, non necessariamente sta facendo una dichiarazione politica. Molto spesso sta rendendo omaggio a una storia professionale fatta di addestramento, sacrificio, fratellanza e servizio. È una differenza che chiunque affronti questi temi con onestà intellettuale dovrebbe sforzarsi di comprendere.
Se vi sono critiche da rivolgere a un governo, a una maggioranza politica o a una scelta istituzionale, esse appartengono legittimamente al dibattito democratico. Ma sarebbe auspicabile evitare che a farne le spese siano uomini che hanno dedicato la propria vita alla difesa della Patria e delle sue istituzioni. Militari che servono tutti gli italiani, senza distinzione di idee politiche, religione, origine o appartenenza sociale.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da personalità pubbliche. Per questo credo che sia importante distinguere tra la doverosa critica politica e il rispetto dovuto a chi serve lo Stato italiano. Le semplificazioni possono generare consenso immediato, ma raramente aiutano a comprendere la complessità della storia.
E forse, anziché soffermarsi esclusivamente sugli aspetti più controversi di quella vicenda, sarebbe utile raccontare anche le imprese che hanno reso celebre la Decima nel mondo: il coraggio di Teseo Tesei, le operazioni degli uomini d’assalto, l’innovazione tecnica, il sacrificio e la dedizione di chi ha aperto la strada alle moderne forze speciali. Sarebbe una storia capace di offrire ai nostri giovani esempi di determinazione, spirito di servizio e amore per il proprio Paese.
Non ti chiedo di condividere questa sensibilità. Ti chiedo soltanto di considerare che dietro quel nome, per molti militari, non vi è nostalgia ideologica, bensì il ricordo di una tradizione operativa che appartiene alla storia della Marina italiana e che ha contribuito a costruire l’eccellenza delle nostre forze speciali.
La storia, quando viene letta tutta intera, è sempre più complessa degli slogan. E il rispetto per chi ha servito e serve il proprio Paese dovrebbe essere un terreno comune, al di là delle differenze di opinione.
Con rispetto.
Giuseppe Cossu, Incursore in congedo della Marina Militare italiana.
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