
E due. Dopo il castello di balle su Nicole Minetti, crolla anche quello su Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, indagati a Firenze per la strage mafiosa del 1993. Il giudice per le indagini preliminari del capoluogo toscano ha infatti deciso l’archiviazione delle accuse contro l’ex capo di Publitalia (il Cavaliere era già uscito dall’inchiesta due anni fa, dopo la morte), con la motivazione che «mancano elementi concreti che provino contatti o rapporti diretti con Cosa nostra».
In altre parole, le testimonianze di una folla di pentiti, tipo Spatuzza e Graviano, non hanno trovato alcun riscontro. Fiumi di inchiostro e migliaia di pagine di giornale da buttare, perché dopo anni di indagine la Procura è stata costretta a gettare la spugna.
Marina Berlusconi se ne lamenta, dicendo che per la sesta volta i pm di Firenze sono costretti ad archiviare le accuse contro il padre e parla di un’emergenza della giustizia, aggiungendo che la sconfitta del referendum di marzo «è stata un’immensa occasione perduta». La figlia del Cavaliere ha ragione a dolersi, perché non si è mai vista un’indagine a puntate, né si è mai assistito a inchieste che, come l’Araba fenice, rinascono dalle ceneri. Dal 1993 a oggi sono trascorsi più di trent’anni e ogni volta però, allusioni e sospetti riemergono come un fiume carsico, con la riapertura di filoni e la produzione di centinaia di faldoni giudiziari, con intercettazioni, deposizioni, trascrizioni. Poi, dopo anni trascorsi a studiare le carte e a cercare collaboratori di giustizia che spifferassero i segreti di Cosa nostra, si finisce sempre lì, ovvero all’archiviazione.
Ma anche questa volta, ne sono certo, dopo aver chiuso il fascicolo d’indagine non sarà pronunciata la parola fine, ma si ricomincerà da capo, tenendo viva la fiammella dell’accusa. Seguiranno altre inchieste, altri spunti investigativi. Del resto, basta un nuovo pentito, un altro carcerato che, con adeguato curriculum criminale, sia a caccia di benefici, ed ecco aperta la strada per la settima inchiesta e forse anche per l’ottava, fino alla scomparsa del reo. La morte (ovviamente auguro a Dell’Utri di campare a lungo e spero che chi scommette contro di lui gli allunghi la vita) è la via d’uscita a cui si tende, per poter archiviare tutto e sostenere che il processo non si è concluso con un’assoluzione, ma è solo finito nel nulla. E in tal modo gli inguaribili manettari potranno continuare a dire che Berlusconi, e di conseguenza l’ex capo di Publitalia, erano collusi con gli stragisti e il trionfo del Cavaliere nel 1994, con la sua discesa in campo, fu aiutato dai picciotti, i quali furono anche all’origine del suo successo imprenditoriale. Milano 2, Fininvest e pure Forza Italia, tutto fondato con i soldi delle cosche. Accuse mai documentate, che mai hanno superato il vaglio di una sentenza, ma che con l’estinzione di un procedimento per morte del reo rimarrebbero in piedi, tramandate se non nei secoli perlomeno negli anni.
Del resto, non è quello che è successo con Giulio Andreotti, che fu assolto ma anche no, perché a seconda di come si interpreta la sentenza, l’ex presidente del Consiglio fu mafioso a metà o se volete frequentò le cosche a intermittenza, ovvero per un certo periodo sì e per un altro no? Il primo cancellato dalla prescrizione, il secondo certificato dall’assoluzione. Cioè, mafioso ma appena appena, il giusto tasso di mascariamento per consentire a una compagnia di magistrati e giornalisti di poter continuare ad accusare il Divo Giulio.
Spiace dirlo, ma temo che se ieri la verità è - come dice Barbara Berlusconi, terzogenita del Cavaliere - crollata addosso agli accusatori del fondatore di Forza Italia, presto quelle stesse accuse saranno ricostruite e si edificherà da capo un castello di balle. Le premesse ci sono tutte, perché nelle pagine con cui la Procura ha chiesto al gip l’archiviazione, si introducono nuove suggestioni e nuove ipotesi. Resta una sola curiosità: perché una magistratura che non si tiene un cecio in bocca e lascia che pacchi di verbali coperti dal segreto finiscano sulle pagine dei giornali, questa volta ha tenuto la bocca chiusa? L’archiviazione è di parecchi mesi fa; eppure, non è trapelata la benché minima indiscrezione. C’entra qualche cosa il referendum sulla giustizia per cui si è votato a marzo? Sapere che dopo trent’anni di inchieste e milioni spesi in indagini le accuse si erano dissolte come bolle di sapone poteva influire sul risultato? La risposta non c’è. Eppure, come diceva proprio Andreotti, a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.






