La sorella di Abderrahim Fakir accusa: «L’hanno ucciso». L’inchiesta coinvolge poliziotti e sanitari del 118, mentre emergono i precedenti giudiziari e il passato dell’uomo morto durante l’intervento delle forze dell’ordine a Bologna.
«Ammazzano tutti i giorni i nostri figli. Io voglio giustizia e vendetta per mio fratello». Per Khadija Fakir la verità è già scritta. Il fratello Abderrahim, 42 anni, è morto domenica mattina in via Svevo, nel quartiere Pilastro di Bologna, durante un intervento delle forze dell’ordine, e lei non ha dubbi sulle responsabilità. Pur ammettendo di non sapere «cosa sia successo», indica i palazzi che si affacciano sul cortile, quasi a chiamare gli inquilini a testimoniare: «Lo hanno ammanettato e picchiato. In questi palazzi ci sono i testimoni… lo hanno aggredito loro». E «loro» sono i poliziotti.
Prima ancora dell’arrivo della volante, però, c’è una telefonata d’allarme. È quella di un passante che chiama il 112. Descrive con concitazione un uomo che corre dietro le autorimesse del Pilastro: «C’è una persona extracomunitaria che è arrivata di corsa dietro le autorimesse, sta urlando e scalciando tutte le basculanti, gridando “aiuto” perché lo vogliono uccidere».
L’operatore chiede elementi utili per identificarlo. Il testimone risponde con una descrizione essenziale: «Pantaloni neri lunghi, maglietta bordeaux scura, mezze maniche». Poi aggiorna la situazione: «Adesso è seduto su una scalinata, ma è arrivato di corsa». Sono le informazioni che precedono l’intervento della polizia e che entreranno tra gli elementi destinati a essere valutati nella ricostruzione dell’accaduto insieme ai filmati dai quali parte l’inchiesta della Procura di Bologna: una videoripresa dall’alto, che immortala gli ultimi minuti dell’intervento, fino al momento in cui il quarantaduenne smette di muoversi, e le registrazioni delle bodycam degli agenti, utili a ricostruire anche ciò che il video diffuso in Rete non mostra. Due poliziotti del commissariato Bolognina e quattro operatori sanitari del 118 sono stati iscritti sul «modello 45 bis», il nuovo registro della Procura introdotto dal decreto Sicurezza. È la prima applicazione della nuova disciplina. E il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, chiarisce: «Non è uno scudo penale, è una giusta collocazione di un caso all’interno di un’iscrizione in un registro apposito, introdotto da una legge che ha voluto il governo Meloni, per persone che coinvolte in un fatto che presenta una causa di giustificazione». L’ipotesi, al momento, è di omicidio colposo. Il fascicolo è stato affidato al sostituto procuratore Domenico Ambrosino ed è coordinato dal procuratore Paolo Guido. Mentre le indagini sono state delegate alla Squadra mobile.
Il primo step investigativo, dopo l’acquisizione delle riprese, è stato l’ascolto di tutti i coinvolti. Sarà ora una perizia medico-legale collegiale a cercare di stabilire le cause del decesso. Il procuratore Guido ha già chiarito quale sarà il metodo dell’indagine: «Gli accertamenti terranno conto dell’intero sviluppo dei fatti (di più ampia estensione temporale rispetto al video sino ad ora diffuso in Rete) e dell’intervento degli operatori sia delle forze dell’ordine sia del personale sanitario». È il modo con cui i magistrati avvertono che il filmato circolato sui social rappresenta soltanto una parte della vicenda. Sono stati gli agenti a chiedere l’intervento del 118, per «un soggetto in crisi psichiatrica». Fakir alla vista della polizia avrebbe reagito. A quel punto sarebbe stato utilizzato lo spray al capsicum e sarebbe partita la fase del contenimento. Le immagini disponibili mostrano Fakir già a terra, immobilizzato con i polsi dietro la schiena nel tentativo di ammanettarlo. Ansima vistosamente e ripete più volte la parola «aiuto». Un uomo a torso nudo (si è poi appreso che sarebbe originario dell’ex Jugoslavia) tenta di aiutare gli agenti a fascettargli le gambe, mentre il personale sanitario rimane a osservare. Poi Fakir smette improvvisamente di muoversi. Per alcuni istanti nessuno sembra accorgersi di quanto è accaduto. Soltanto negli istanti finali del video gli operatori del 118 si avvicinano per verificare se l’uomo respiri ancora. Anche questo passaggio è destinato a essere approfondito dall’autorità giudiziaria. Ma anche dall’Usl di Bologna, che ha aperto un procedimento interno per verificare tempi e modalità dell’intervento.
Le bodycam degli agenti consentono di ricostruire anche una cronologia dettagliata. Il personale arriva sul posto alle 12.15 e richiede immediatamente il 118, che giunge alle 12.30. L’ammanettamento comincia alle 12.48. L’uomo continua a divincolarsi e gli agenti lo tengono bloccato fino a quando smette di lamentarsi. Sono le 12.52. Alle 12.54 gli operatori lo girano, ma ormai non si muove più. Tutte queste manovre, secondo la ricostruzione acquisita agli atti, si svolgono alla presenza costante del personale del 118. Che interviene solo alla fine, per constatare il decesso.
Resta poi un ulteriore elemento sul quale gli investigatori stanno lavorando: Fakir presentava una ferita alla testa. Gli inquirenti dovranno stabilire se se la sia procurata autonomamente durante lo stato di agitazione oppure se sia comparsa successivamente, durante le fasi dell’intervento. La famiglia ha affidato la propria tutela all’avvocato Fabio Anselmo, già legale in vicende come quelle di Stefano Cucchi e Federico Aldrovandi: «Ho accettato l’incarico. Con questo caso spero di non rivedere un film già visto. Ma le indagini sull’attuale vicenda, come la Cedu richiede, andrebbero fatte da un corpo autonomo e non dallo stesso a cui appartengono le persone coinvolte».
Piantedosi, però, ha ammonito: «Chi usa pregiudizi su caso Fakir non ha fiducia in polizia e pm».
In galera per spaccio, denunciato per lesioni
Il legale di Fakir (lo stesso di Cucchi e Aldrovandi): «Non vanno divulgati i precedenti». Noi invece lo facciamo.
Abderrahim Fakir aveva quasi 43 anni, 36 dei quali vissuti in Italia, dove era arrivato con i suoi genitori da bambino, all’età di sette anni. Origini marocchine e cittadinanza mai formalizzata. Barbara Spinelli, il legale che lo seguiva per le pratiche del suo soggiorno italiano, ha fatto sapere che era in possesso di un permesso provvisorio. D’altra parte, era titolare di un’impresa del settore del facchinaggio e della logistica con dei dipendenti. Una condizione che, almeno sul piano amministrativo, non gli impediva di vivere e lavorare regolarmente.
«Negli ultimi mesi», ha spiegato la Spinelli, «aveva manifestato timori legati all’entrata in vigore del nuovo Patto europeo sulla migrazione. Aveva una paura immotivata di essere mandato via dall’Italia. Io cercavo di rassicurarlo, gli dicevo che era l’ultima persona che avrebbe dovuto avere paura, perché aveva tutti i documenti in regola». Fakir, però, probabilmente temeva che il suo passato burrascoso tornasse a tormentarlo. Perché la sua storia non comincia né con l’azienda né con la tragedia che lo ha portato al centro della cronaca. Attraversa caserme, aule di giustizia e carcere. Il suo nome compare negli archivi giudiziari dal 2001, ancora minorenne, per un’accusa legata alla violazione delle norme sugli stupefacenti. Nel 2002 replica. Ancora stupefacenti. La Direzione distrettuale antimafia di Bologna lo iscrive nel registro degli indagati. Due anni dopo in un altro procedimento, sempre della Dda, viene emessa un’ordinanza di custodia cautelare. L’accusa è pesante: traffico di stupefacenti. Viene arrestato con altre 52 persone. E il 6 gennaio di quell’anno nel processo per i reati del 2002 arriva una condanna: 4 anni e 2 mesi di carcere con fine pena prevista nel 2008. Nel 2005, mentre è ai domiciliari, sarebbe stato sorpreso più volte dai carabinieri lontano dalla residenza. La Procura dispone di nuovo la detenzione in carcere. Ma nel 2006 interviene l’indulto. Fakir è uno dei tanti detenuti che beneficiano del provvedimento di clemenza approvato dal Parlamento quell’estate. E fino al 2019 riga dritto.
Poi, però, mentre viaggia su un treno scatta qualcosa. Va in escandescenza. La situazione degenera al punto da costringere il capotreno a fermare il convoglio. Una relazione della Polfer dell’epoca sembra descrivere quasi la stessa dinamica del giorno della tragedia: contenimento complicato e intervento dei sanitari del 118. Alla fine viene arrestato per resistenza e interruzione di pubblico servizio.
Nel 2022 rimedia anche una denuncia per lesioni. Finché, dopo i lavori da facchino e una militanza nelle file del Si Cobas, il sindacato che proprio nella logistica ha costruito gran parte della propria presenza attraverso scioperi, picchetti e vertenze, passa dall’altra parte: diventa imprenditore. Entra nel mondo della logistica, uno dei comparti più duri e conflittuali dell’economia emiliana. Coordina traslochi e movimentazione delle merci insieme ai suoi collaboratori. Anche la sua vita privata si sviluppa interamente in Italia. Dopo una relazione con una donna italiana sposa una connazionale. La coppia viveva a Borgonuovo, nel comune di Sasso Marconi, alle porte di Bologna.
Nonostante il trasferimento, il Pilastro resta uno dei luoghi nei quali continua a tornare. Lì vivono parenti e amici. I familiari raccontano che era legato a quel quartiere e che tornava spesso per incontrare persone con le quali aveva conservato rapporti. Anche la mattina della sua morte si trovava in via Svevo proprio per una di quelle visite che, secondo chi lo conosceva, erano diventate un’abitudine. Negli ultimi mesi, inoltre, era stato colpito da un grave lutto personale: la perdita della madre, secondo i familiari, lo aveva profondamente segnato.
Non si conoscono le ragioni della «crisi psichiatrica», così è stato definito l’altro giorno l’intervento che si è trasformato in una tragedia, né se Fakir in passato fosse stato seguito per qualche disturbo di quel tipo. Resta però un dato oggettivo: non era la prima volta che si verificava un episodio caratterizzato da una forte alterazione comportamentale. «Elementi che non intendono in alcun modo anticipare le conclusioni della magistratura né attribuire responsabilità diverse da quelle che saranno accertate», avverte il segretario del Coisp Domenico Pianese, «ma restituiscono il quadro oggettivo della pericolosità e della potenziale aggressività della persona con cui i poliziotti si sono trovati a confrontarsi». «È iniziato il processo alla vittima con la diffusione di presunti precedenti che sarebbero registrati a suo carico, finalizzata a screditarla e a screditare il valore della richiesta di verità e giustizia della famiglia».
L’avvocato Fabio Anselmo, già legale dei Cucchi e degli Aldrovandi, irrompe nel caso Fakir dopo aver ricevuto il mandato dalla famiglia della vittima. E si rivolge al procuratore di Bologna «per denunciare chi ha preparato queste informazioni, che sono state poi divulgate da alcuni sindacati di polizia che a nessun titolo potevano avervi accesso, neanche per riceverli da altri».
Al di là delle valutazioni che farà il procuratore, però, i commentatori della vulgata hanno già sposato la causa. Con due pesi e due misure. Nel caso di Mario Roggero la vicenda della pistola puntata 16 anni prima contro l’ex fidanzato della figlia viene elevata a elemento decisivo per giudicarne la personalità. Per Fakir richiamare una condanna e precedenti di polizia serve solo a processare la vittima.
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