Ogni volta c’è un titolo che fa scalpore, qualche dichiarazione indignata, un paio di giorni di polemiche e poi il sipario si richiude. È successo ancora a Mestre, dove all’istituto comprensivo Giulio Cesare (plesso scolastico in una frazione del Comune di Venezia, quartiere a forte densità migratoria), gli alunni italiani sono diventati ormai una rarità: nei nuovi elenchi si registrano appena due bambini italiani su 102 iscritti alla scuola dell’infanzia, mentre le future classi prime della primaria vedono una presenza italiana ridotta a pochissime unità e concentrata solo in un paio di sezioni su sei.
Alle medie, soltanto 10 alunni su 118 hanno cognomi italiani: una «integrazione» in territorio italiano, insomma, ma senza gli italiani.
La polemica era già scoppiata l’anno scorso, quando si registrarono solo due nomi italiani su 61 iscritti alla prima elementare della scuola primaria Cesare Battisti, facente parte dello stesso istituto comprensivo. I dati confermano che il fenomeno è ormai raddoppiato; nel frattempo, il linguaggio ufficiale si è adeguato ai tempi e sembra fare di tutto per rendere il fenomeno meno evidente. Così, gli alunni stranieri diventano «bambini non italofoni» o studenti «con background migratorio»: il lessico del politically correct cambia etichetta, ma la realtà resta la stessa. E racconta di dirigenti scolastici in fuga e di classi dove il «multiculturalismo» e l’«inclusione» sono meri slogan, più che una pratica quotidiana. Non è una questione di passaporti, ma di organizzazione della scuola: se i bisogni educativi e linguistici si fanno sempre più elevati, la scuola non celebra più il pluralismo ma, banalmente, affronta una sfida didattica enorme. E a pagarne il prezzo sono gli insegnanti (costretti a moltiplicare gli sforzi) e gli stessi alunni, che avrebbero invece bisogno di classi più equilibrate.
In effetti, dal 2010 il ministero dell’Istruzione raccomanda che gli alunni con cittadinanza non italiana non superino, di norma, il 30% degli iscritti in ciascuna classe. Il principio, introdotto con la circolare n. 2 dell’8 gennaio 2010, è stato confermato anche nella circolare ministeriale n. 100847 del 17 dicembre 2025, che disciplina le iscrizioni per l’anno scolastico 2026-2027 e richiama espressamente i criteri per l’inserimento degli studenti stranieri. Il caso di Mestre, però, non rappresenta un’anomalia né una semplice coincidenza statistica. I dati dell’Ufficio scolastico regionale confermano che il Veneto è una delle regioni italiane in cui la presenza di studenti con cittadinanza non italiana è più elevata: nell’anno scolastico 2024/2025 si collocava al terzo posto a livello nazionale, dietro soltanto a Lombardia ed Emilia-Romagna, per numero di istituti che superano la soglia del 30% di alunni con cittadinanza non italiana. È il risultato di un processo lento, costante e perfettamente prevedibile. La vera notizia, quindi, non è Mestre. La vera notizia è che ci si stupisce ancora, anche se sono almeno 15 anni che il copione si ripete identico: nel 2010 esplose il caso di Tor Pignattara, a Roma, una prima elementare composta esclusivamente da alunni stranieri dopo il trasferimento dell’unico bambino italiano iscritto. Tre anni dopo toccò a Bologna: una prima media della scuola Besta senza nemmeno uno studente italiano. Poi arrivò Milano: nel quartiere San Siro la scuola primaria Radice registrò classi composte interamente da alunni di origine straniera. A Pioltello l’istituto Iqbal Masih è diventato il simbolo di una realtà nella quale oltre quattro studenti su dieci hanno cittadinanza non italiana, con numerose classi ben oltre il limite del 30% indicato dal ministero come soglia di equilibrio. A Fondi, nel Lazio, due classi prime risultavano formate soltanto da bambini stranieri. E l’elenco potrebbe continuare con Brescia, Prato, Bergamo, Modena, Reggio Emilia, Marghera e altri quartieri dove il fenomeno è ormai strutturale. Cambiano le città, ma il copione resta identico. È in questo contesto che si comprendono vicende come quella dell’istituto Giulio Cesare, dove le classi finiscono per rispecchiare il tessuto demografico del territorio, con percentuali sempre più sbilanciate.
La politica, come sempre, reagisce allo stesso modo: si divide. Ma la geografia delle nostre città continua a cambiare. E non si tratta, purtroppo, di «arricchimento culturale»: l’arricchimento presuppone lo scambio, lo scambio richiede pluralità, la pluralità richiede equilibrio. Ma quando in una classe una componente (ironia della sorte, quella del territorio ospitante) diventa residuale, lo scambio inevitabilmente si impoverisce: una scuola nella quale manca quasi completamente la popolazione locale non rappresenta il modello di integrazione che per anni è stato raccontato. Mestre non è l’eccezione. È semplicemente lo specchio. E gli specchi hanno una caratteristica scomoda: riflettono la realtà, anche quando quella realtà non coincide più con il racconto rassicurante che per anni ci è stato somministrato.
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