Tiziano Barone: «Stravolti i nostri dati sui lavoratori stranieri»
Nel riquadro in basso a sinistra, Tiziano Barone (iStock)

Qualche giorno fa, nell’esplicito intento di dimostrare la dannosità delle teorie sulla remigrazione, il Corriere della Sera ha pubblicato un robusto articolo in cui si sosteneva che in Veneto mancheranno presto 190.000 lavoratori e che per questo servono «migranti e over 65». Il dato proveniva da un report stilato da Veneto Lavoro, agenzia regionale che si occupa proprio di monitorare la situazione occupazionale veneta. A dirigere l’ente è Tiziano Barone, esperto che – sentito della Verità – racconta una storia un po’ diversa da quella squadernata sul Corriere della Sera.

Dottor Barone, abbiamo letto che al Veneto serviranno 189.000 lavoratori e dunque più migranti. È così?

«No, direi che non è così. Abbiamo fatto un report finalizzato a chiarire gli elementi di sostenibilità del mercato del lavoro fra cinque anni».

E che cosa è emerso?

«L’elemento demografico, in particolare collegato all’uscita della generazione dei boomer, sarà importante per il mercato del lavoro in Regione. In questo documento – a partire da ipotesi di mantenimento della situazione economica attuale oppure di crescita della domanda occupazionale – abbiamo identificato una via di mezzo, con un fabbisogno complessivo di circa 190.000 persone».

Questo fabbisogno lo avete suddiviso in varie componenti, tra cui quella migratoria.

«Sì, 64.000 persone nella componente migratoria. Ma intendiamo sia la migrazione tra regioni che la migrazione dai Paesi europei e dai Paesi extracomunitari».

E poi?

«Circa 111.000 unità provenienti dagli over 65 e circa 17.000 legate alla crescita occupazionale femminile. Quindi il messaggio è: attenzione che dal 2030 in poi faremo fatica a trovare i lavoratori. Probabilmente ci sarà un intervento dell’intelligenza artificiale che potrà incidere in ordine al 5-10% complessivamente, però dobbiamo tener conto che le linee di approvvigionamento dei lavoratori per i prossimi anni dovranno garantire il mantenimento degli over 65 per quanto possibile. Poi la popolazione femminile deve crescere. E per quanto riguarda la migrazione dobbiamo considerarne tutti gli aspetti. Non abbiamo evidenziato la quota degli extracomunitari volutamente, perché i numeri sono in questo momento bassi».

Ma allora come esce dal Corriere della Sera questa storia che c’è bisogno di migliaia di stranieri? Il giornale ha scritto che sarà necessario per salvare la baracca far lavorare gli over 65 o far arrivare altri immigrati.

«Ripeto. Noi abbiamo evidenziato che nell’ipotesi mediana di circa 190.000 lavoratori mancanti il numero di persone provenienti da altre regioni, da altri Paesi e dai Paesi extracomunitari è di 64.000 unità. La facile lettura secondo cui bisogna lavorare sui migranti, peraltro, secondo me è dovuta a scarsa consapevolezza delle due modalità con cui i migranti arrivano qui».

Quindi non avete parlato della necessità di fare entrare altri migranti.

«Noi non abbiamo parlato di migranti, abbiamo parlato di mobilità, di saldo migratorio e l’abbiamo spiegato. Il saldo migratorio ha a che fare sia con persone provenienti da altre Regioni sia con persone che arrivano da Paesi europei e da Paesi extra europei».

La versione che leggiamo spesso sui giornali è: mancano lavoratori, quindi dobbiamo importare più immigrati.

«Questa è una via scivolosa perché non tiene conto della realtà. Le risorse umane di cui noi necessitiamo adesso, ma anche nei prossimi anni, sono certamente legate a basse qualifiche. Ma avremo la necessità di disporre di alte qualifiche e pensare che con i flussi migratori potremmo risolvere il problema dell’occupazione è un errore. Poi c’è anche un’altra questione…».

Quale?

«Le migrazioni per ragioni economiche hanno determinate regole, le migrazioni per ragioni umanitarie hanno altre dinamiche. In Italia abbiamo messo insieme le due cose ed è stato un errore. Negli ultimi tre anni il governo Meloni ha avviato i processi di ricerca e selezione all’estero presso i Paesi con cui ci sono accordi di riammissione. In questo modo finalmente si è messa in moto una macchina che produce un’attività di ricerca e selezione nei Paesi di provenienza per le figure specialistiche necessarie».

Parliamo di coloro che arrivano col decreto flussi?

«Sì, ma al di fuori del click day. Fanno riferimento in particolare all’articolo 23 del testo unico sui flussi migratori. Le imprese presentano progetti al ministero che nel giro di un mese li approva e questo consente di poter avviare un percorso di formazione alla lingua italiana e una verifica delle competenze “sociali” nel paese di provenienza. Il permesso di soggiorno viene garantito nell’arco dei due mesi. Finalmente questo percorso è diventato pratica corrente».

Perché dice che abbiamo sovrapposto immigrazione economica e immigrazione umanitaria? Cosa vuol dire?

«Non abbiamo lavorato molto sulla migrazione per ragioni economiche. Questa viene valorizzata attraverso i processi di ricerca e selezione all’estero. Lavorando esclusivamente o principalmente sulla migrazione per ragioni umanitarie, ci troviamo a dover gestire i richiedenti asilo che potrebbero rappresentare certo una linea interessante di lavoratori, ma non entrano nel nostro Paese con un progetto di lavoro. Per esempio, molti di questi non hanno interesse a fermarsi nel nostro Paese, magari vogliono andare in Germania, in Svezia, e noi di fatto siamo un parcheggio… Questo è il motivo per cui siamo in difficoltà».

Quindi chi arriva col barcone non va a colmare la mancanza di lavoratori?

«Assolutamente no. Il problema è che dovevamo avere, e finalmente ce l’abbiamo, una linea di ricerca e selezione all’estero che è finalizzata a portare in Italia le persone che hanno un progetto lavorativo nel nostro Paese, provenendo da Paesi con i quali l’Italia ha un accordo di collaborazione, per cui se la persona fa dei pasticci torna a casa».

Queste persone lavorano per un po’ e poi tornano indietro o vogliono fermarsi qui?

«La mobilità per ragioni economiche attraverso l’articolo 23 prevede l’inserimento in lavori che non sono stagionali ma stabili. Abbiamo fatto un progetto con il ministero: la regione Lombardia e la regione Emilia-Romagna, da settembre, cominceranno ad arrivare periti industriali dal Marocco per le nostre imprese. Abbiamo raccolto più di 280 offerte di lavoro».

E se qualcuno di questi stranieri si comporta male, viene rimandato a casa?

«Sì, perché sono all’interno di accordi con Paesi verso cui è previsto il rimpatrio. I Paesi in cui si fa selezione sono circa una quindicina. L’Italia ha in parte imitato il metodo che è stato utilizzato dalla Germania negli ultimi anni: ha attivato presso le ambasciate uffici specifici di ricerca e selezione».

Ma non si trovano italiani che facciano i periti industriali?

«È difficile trovare periti industriali, in questo momento sono una risorsa umana preziosa che difficilmente è disponibile nel territorio. Poi bisogna considerare che nei prossimi anni avremo una disoccupazione bassa, intorno al 3%, di conseguenza non avremo una quota di disoccupati su cui poter intervenire».

E non potete prenderli da altre Regioni?

«La mobilità tra Regioni, anche nella stagionalità, inizia a diventare molto complicata. In passato avevamo molti giovani che venivano dal Sud, per il lavoro stagionale, adesso questa linea di attività è praticamente scomparsa. Deve considerare che c’è una domanda interna alle varie Regioni, la manifattura è un settore che in questo momento nel nostro Paese, nonostante tutto, funziona».

Dunque il punto sarebbe semmai fare più figli.

«La questione demografica è cruciale. Anche se per fare un diciottenne ci vogliono 18 anni. In ogni caso dobbiamo investire molto nella capacità di ricerca e selezione all’estero, anche per coprire la quota di over 65 che dal 2030 in poi non ci sarà più, perché è andata in pensione o altro. E questa è una quota importante perché in questo momento le imprese nel nostro Paese, e nella nostra Regione in particolare, puntano a tenere gli over 65 piuttosto che a fare investimenti di innovazione con i giovani».

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