«Un attacco al volto possiede un significato particolare. Il viso non è soltanto una parte anatomica: rappresenta identità, bellezza, riconoscibilità e presenza sociale. Sfregiare qualcuno significa lasciare un messaggio permanente sul suo corpo. L’obiettivo può non essere uccidere, ma punire. Modificare il volto della vittima può rappresentare una forma estrema di dominio: “Da questo momento porterai su di te ciò che io ho deciso di farti”».
A commentare l’aggressione di Milano è Alberto Gallazzi, consulente di sicurezza, sia civile sia militare, in Italia e all’estero. Un’aggressione con una lama, l’ennesima.
E questo per diversi motivi, come spiega l’esperto: «Il coltello è economico, disponibile, facilmente occultabile e immediatamente utilizzabile». Ma non solo: «Non richiede contatti criminali complessi per essere procurato. Non produce rumore. Può essere portato addosso quotidianamente e mostrato soltanto nel momento dell’attacco. Ma soprattutto possiede un enorme valore psicologico: la sua semplice presenza modifica immediatamente il rapporto tra l’aggressore e la vittima. Permette a un individuo fisicamente meno forte di ottenere controllo, generare terrore e produrre danni permanenti in pochissimi secondi», conclude Gallazzi.
Perché, alla fine, l’epidemia dei coltelli nelle nostre città è tutta qui. Si tratta di un’arma facile, utilizzata da diverse sottoculture, che la impiegano per lanciare diversi messaggi, come spiega l’esperto: «In determinate sottoculture criminali la lama non è vista come un’ultima risorsa. È un “normale” strumento di comunicazione.
Serve a dire: “Non puoi mancarmi di rispetto”, “Non puoi guardarmi in questo modo”, “Non puoi negarmi ciò che voglio”, “Io posso decidere cosa accade al tuo corpo”». La lama, di qualsiasi tipo essa sia, ha a che fare con la strada, con la criminalità. Non ha a che fare solamente con un’etnia: «Certo», aggiunge Gallazzi, «se un aggressore richiama esplicitamente la religione per giustificare un attacco, quel riferimento deve essere analizzato».
E, anche nel caso di Milano, gli inquirenti stanno seguendo, tra le altre, anche la pista della radicalizzazione. Le vittime degli ultimi casi sembrano casuali, come la ragazza marocchina colpita nella metropolitana di Milano.
Ma non è così, come spiega l’esperto: «Quando l’aggressione nasce da uno sguardo percepito come offensivo, il problema non è realmente lo sguardo. Il problema è una concezione del potere secondo cui la semplice presenza dell’altro, soprattutto di una donna libera di guardare, parlare o rifiutare, può essere vissuta come un affronto intollerabile. In alcuni casi religione, tradizione o una definizione scorretta di mascolinità possono essere utilizzate come giustificazione. Ma non bisogna confondere la giustificazione scelta dall’aggressore con la causa completa del comportamento».
L’aggressione dura un attimo. Anzi, come la definisce Gallazzi: «la predazione», dove c’è «una persona che agisce e un’altra che subisce. Una decide quando iniziare, quale arma utilizzare, da quale posizione attaccare e quanta violenza applicare. L’altra cerca di comprendere cosa stia accadendo mentre il proprio corpo sta già subendo lesioni. Venti coltellate non rappresentano necessariamente venti decisioni separate. Possono essere una sola decisione che produce una sequenza motoria continua. Una volta iniziata, l’azione può continuare finché l’aggressore non ritiene di aver raggiunto il risultato, viene fermato oppure decide di fuggire».
Anche Claudio Bertolotti, direttore dell’Osservatorio sul Radicalismo e il Contrasto al terrorismo – ReaCT, la pensa nello stesso modo, ma aggiunge un ulteriore dettaglio: il coltello è l’arma più utilizzata dai terroristi: «Colpire la gente per strada ha come effetto quello di diffondere la paura, che è l’effetto principale del terrorismo. Creare l’idea che chiunque possa essere un potenziale bersaglio, limitare la percezione della sicurezza, aumentare il timore a vivere la propria quotidianità. E poi ottenere una forte copertura mediatica, con mezzi estremamente limitati. L’effetto è quello del principio dell’emulazione: cioè si parla tanto di elementi che hanno avuto successo, così da spingere ad accendere le scintille latenti in altri individui, che con lo spirito di emulazione ripropongono uno schema simile, cioè vengono chiamati a colpire, o si sentono chiamati a colpire».
Non è infatti un caso che dopo un attacco che ha successo, ne arrivi un altro simile. E a proposito di terrorismo, sono le comunità nordafricane quelle con un’adesione più alta: «Lo sottolineiamo ogni anno nel nostro rapporto del React, dove emerge che la platea di terroristi e radicalizzati rispetta in maniera proporzionale e speculare quella che è la composizione della comunità straniera in Italia. Vediamo che egiziani e marocchini, insieme agli algerini, sono le comunità maggiormente colpite dall’adesione al terrorismo nella sua manifestazione violenta, dalla radicalizzazione al terrorismo. Queste sono le comunità maggiormente colpite dalla propaganda dello Stato islamico. A loro si rivolge esaltandone il ruolo, le origini, l’appartenenza religiosa e indirizzandoli nella via del jihad. Quindi è semplicemente un rapporto proporzionale, laddove vi è una maggiore concentrazione di una comunità straniera, in questo caso magrebina, vi è una proporzionale presenza o registrazione di atti violenti», conclude Bertolotti.
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