È sempre interessante osservare come le persone si lamentino del numero eccessivo di immigrati presenti in Italia soltanto se la cosa lì tocca direttamente. Sostanzialmente è ciò che fanno anche i presidenti dei Tribunali di Roma, Milano, Torino, Palermo, Brescia, Caltanissetta, Lecce, Messina, Trento e Trieste, i quali hanno scritto una lettera a Carlo Nordio, citata ieri dal Fatto, per lamentarsi dei «flussi insostenibili» di stranieri in ingresso. Si tratta di una lamentazione più che comprensibile da cui però i magistrati fanno derivare richieste vagamente sorprendenti.

I presidenti dei tribunali se la prendono con il decreto 100/2026 che recepisce le nuove disposizioni europee in materia di Immigrazione e chiedono «un incontro finalizzato all’esame delle problematiche tecniche sottese alla riforma». A loro parere, le norme avrebbero «effetti dirompenti», un impatto che «rischia di paralizzare gli uffici giudiziari più grandi d’Italia, già gravati da flussi insostenibili». Davvero curioso: i flussi sono insostenibili per la macchina della giustizia, dicono gli illustri magistrati, e non abbiamo dubbi che abbiano ragione. Ma allora perché gli stessi flussi dovrebbero essere sostenibili per altri comparti dello Stato o semplicemente per il tessuto sociale italiano? Forse gli immigrati sono troppi solo quando la loro presenza complica la vita alle toghe?

I capi dei tribunali sostengono che il decreto abbia affidato loro «nuove e gravose competenze» soprattutto riguardanti le procedure per il riconoscimento della protezione internazionale. Scrive il Fatto: «Si tratta dell’iter accelerato con trattenimento dei migranti alla frontiera, che d’ora in poi verrà applicato nella stragrande maggioranza dei casi: Bruxelles chiede all’Italia di smaltire a regime almeno 32.000 procedure l’anno, cioè il 25% di quelle di tutta l’Unione europea. Ai giudici di primo grado, poi, è stata riassegnata la competenza a convalidare i trattenimenti, che solo pochi mesi prima era stata trasferita alle Corti d’Appello (senza alcun motivo razionale) per “vendetta” contro le decisioni sgradite sui centri in Albania. Infine, per abbattere l’arretrato, il decreto istituisce nelle Sezioni immigrazione i cosiddetti uffici stralcio, strutture composte da giudici onorari che dovranno decidere le cause su delega dei magistrati professionali».

Insomma, il problema sarebbero le troppe pratiche da esaminare. E, di nuovo, è un timore condivisibile. Viene da chiedersi, tuttavia, perché i magistrati si siano lamentati quando la competenza sulle decisioni è stata trasferita dai giudici di primo grado alle corti d’appello: prima si sono lagnati per la sottrazione di potere e competenze, ora si lagnano perché hanno un carico di lavoro eccessivo. Boh.

In ogni caso, i numeri strabordanti di pratiche potrebbero suggerire ai principi del diritto una soluzione semplice: visto che gli stranieri sono troppi, forse conviene ridurne la quantità. E invece no. Invece essi chiedono – al solito – «risorse adeguate con riguardo alla magistratura ordinaria, alla magistratura onoraria, ai funzionari addetti all’Ufficio del processo e all’altro personale amministrativo». Si dovrebbe dunque provvedere a un «aumento delle piante organiche dei tribunali congruo rispetto alle sopravvenienze e alle pendenze». Inoltre, dato che «gli attuali contingenti sono assolutamente insufficienti a garantire la gestione delle pendenze delle cause destinate all’ufficio stralcio», si dovrebbero ampliare gli organici della magistratura onoraria «attraverso uno scorrimento delle graduatorie». Tradotto: più soldi pubblici. Parecchi di più. Denari che andrebbero ad aggiungersi a quelli che toccherà spendere per potenziare le Commissioni territoriali che decidono sul conferimento della protezione internazionale. Per quelle strutture dovrebbero essere assunti 240 nuovi funzionari e 77 assistenti, un bel po’ di gente.

Come noto, la giustizia italiana è già in sofferenza da parecchi anni, la carenza di personale è stato uno dei principali temi di polemica nei giorni del dibattito sul referendum. Ma invece di utilizzare fondi per – eventualmente – velocizzare le procedure ordinarie dovremmo investire una marea di soldi e assumere giudici onorari e altro personale per fare in modo di velocizzare l’esame delle richieste dei migranti. Viene da chiedersi per quale motivo i magistrati non protestino per queste evidenti contraddizioni, per le pressanti richieste europee e per la corposità dei flussi in ingresso. Se venissero interrogati in proposito è facile immaginare che risponderebbero di non avere le competenze per esprimersi, direbbero che tocca alla politica agire. Più o meno ripeterebbero ciò che dicono ora riguardo al caso di Mario Roggero e agli interrogativi che esso suscita a proposito della sicurezza dei cittadini. Anche chiedere più soldi per la gestione dei migranti, tuttavia, è una richiesta politica. Perché questa si può avanzare e le altre no? Perché non si sente mai una associazione di magistrati assumere una posizione critica sull’immigrazione di massa, dato che le toghe conoscono bene i problemi che essa comporta? A volte viene il sospetto che l’ideologia impedisca di sposare alcuni punti di vista e imponga di esprimersi sempre nello stesso senso. I giudici non vogliono fare politica? Bene. Allora evitino m di farla sempre, non solo quando conviene.

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