Nell’inchiesta sulla bomba esplosa davanti alla casa di Sigfrido Ranucci sono state fatte moltissime intercettazioni. Per mesi i carabinieri del Nucleo investigativo di Roma hanno gettato una rete larghissima: celle telefoniche, tabulati, telecamere, pedinamenti, intercettazioni ambientali e telefoniche.
Migliaia di verifiche per arrivare ai quattro soggetti arrestati come esecutori materiali: Pellegrino D’Avino, Antonio Passariello, Saverio Mutone e Marika De Filippis. Nella rete, come succede sempre in casi come questi, per registrare minacce e rivendicazioni, è finita anche la presunta vittima, il conduttore di Report, non indagato, ma intercettato. Gli inquirenti hanno così scoperto che il giornalista nei giorni immediatamente successivi all’attentato ha smesso di rispondere all’amica L.. Sia quando era in famiglia che quando era al lavoro. Quelle chiamate che cadono nel vuoto, una dopo l’altra, inducono i magistrati a verificare anche la posizione della donna, inizialmente presa in considerazione perfino come possibile stalker. Ma è una pista destinata a consumarsi rapidamente. Gli elementi non arrivano e, dopo poco, i magistrati hanno interrotto gli ascolti. Che sono ripresi quando sul tavolo dei pm è arrivata la foto del ristorante Cefalù, realizzata dai giornalisti del quotidiano Il Riformista quando era diretto da Matteo Renzi. In essa si vedevano impegnati a consumare la cena Ranucci, l’amica bionda, il faccendiere Valter Lavitola, gestore del locale, e altre due persone, compreso monsignor Gianni Fusco, considerato «consigliere fidato» del segretario di Stato del Vaticano Pietro Parolin. La presenza del pluripregiudicato ex vicedirettore dell’Avanti ha messo la Procura sulla strada giusta. Da quel momento gli inquirenti hanno deciso di approfondire i rapporti tra Lavitola, il suo amico Ranucci e la bionda L.. Hanno così potuto verificare come i tre fossero molto amici, ma soprattutto hanno approfondito il ruolo di Lavitola. Che, in breve tempo, è finito sotto accusa come mandante dell’ordigno, mentre al suo factotum camerunense, Gomes Clesio Tavares, è stato contestato un ipotetico ruolo di mediatore con gli esecutori materiali. A Clesio Tavares, e alle sue quattro utenze telefoniche, gli investigatori erano arrivati già nel mese di maggio. In particolare per i contatti con D’Avino, link tra il braccio destro di Lavitola, Passariello e Mutone. Ma anche protagonista delle discussioni sull’approvvigionamento dell’esplosivo e referente per i consigli sulla linea difensiva, non appena si è appreso del coinvolgimento del gruppo nelle indagini. Lo stesso D’Avino, nelle dichiarazioni spontanee rese dopo l’arresto, avrebbe confermato di conoscere Gomes da tempo: «Ci siamo occupati insieme di sicurezza in alcuni locali e cerimonie in Campania», ha spiegato ai pm, collocando quel rapporto in un periodo precedente all’attentato. Nello stesso verbale avrebbe anche assicurato: «Nessuno voleva fare male a nessuno». Ma, come Ranucci, anche D’Avino a un certo punto mette in campo delle precauzioni.
I carabinieri annotano un cambiamento nelle sue abitudini dopo le prime attività investigative. Secondo un’informativa del 6 giugno, l’indagato sostituisce le utenze telefoniche ed evita riferimenti espliciti nelle conversazioni. Un comportamento che i carabinieri interpretano come un tentativo di aumentare le cautele. D’Avino, però, era già diventato un personaggio centrale: dai sopralluoghi all’approvvigionamento dell’esplosivo, dai contatti con Mutone alle comunicazioni con Clesio Tavares e con Passariello. Ovvero l’uomo indicato dalla Procura come colui che avrebbe materialmente collocato l’ordigno davanti all’abitazione di Ranucci. Passariello si è difeso sostenendo «di non sapere che fosse il giornalista» e sminuendo la gravità dell’azione con queste parole: «Pensavo fosse una sciocchezza».
La redazione di Report, intanto, fa quadrato attorno a Ranucci. Riuniti in assemblea, i giornalisti della trasmissione hanno votato «all’unanimità» un documento di solidarietà nei confronti del conduttore e hanno annunciato «la prosecuzione dell’iniziativa a difesa di Report e della sua storia». La squadra rilancerà «la campagna social per condividere le repliche sospese dalla Rai» e prepara «uscite pubbliche per riaffermare la correttezza delle inchieste realizzate in questi 30 anni», inchieste che, sostengono, «hanno superato indenni centinaia di querele e richieste di risarcimento milionarie, grazie all’inattaccabilità del lavoro giornalistico svolto». Il lavoro proseguirà, affermano, «con rinnovato impegno, indipendenza e libertà».
Mentre la redazione prende posizione, Ranucci è intervenuto per replicare alle ricostruzioni pubblicate dopo la diffusione di alcuni stralci della sua audizione, a porte chiuse, davanti alla Commissione parlamentare Antimafia: «Non ho mai detto che Fazzolari e Il Giornale fossero i mandanti del mio attentato», ha scritto sui social. «Quanto riportato dagli organi di stampa, che riferiscono estratti di verbali di seduta secretata alla Commissione antimafia, non corrisponde al vero. Ho sempre detto dall’inizio che non ho mai pensato che ci fossero mandanti politici, basta vedere le cronache di quei giorni». L’audizione risale al 4 novembre 2025, circa 20 giorni dopo la bomba esplosa davanti all’abitazione del giornalista. In quella sede Ranucci aveva spiegato di non avere una spiegazione precisa dell’attentato: «A differenza di altri episodi legati a inchieste, in questo contesto non so cosa pensare e a cosa attribuirlo». Ci sta provando la Procura.
Mentre il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari ha subito rilanciato: «Si sta finalmente sgretolando la montagna di fango, allusioni e menzogne che Ranucci ha riversato contro di me nel tentativo di colpire il governo Meloni». E ha precisato: «Il conduttore di Report si è inventato che avrei attivato i Servizi segreti contro di lui e ha poi creato ad arte allusioni e suggestioni per accostare me e Fratelli d’Italia alla bomba esplosa sotto casa sua».
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