Ranucci adesso piange sul fango versato
Nella combo, a sinistra Sigfrido Ranucci e a destra Valter Lavitola. (Ansa)

La redazione di Report è preoccupata. Non per le frequentazioni che il conduttore della trasmissione ha intrattenuto per anni con un pregiudicato, con il quale concordava sondaggi che lo riguardavano in vista di una discesa in campo e con cui discuteva di aspetti professionali e politici consentendogli perfino l’accesso alla sede Rai.

No, i giornalisti non sono allarmati per tutto ciò, ma perché la Rai ha deciso di sospendere le repliche del programma, giudicando poco opportuna la messa in onda di puntate condotte da Sigfrido Ranucci mentre si allungano ombre sull’attentato di cui sarebbe stato vittima. Per i cronisti, che come al solito sono spalleggiati dall’Usigrai e dall’Ordine dei giornalisti, qualcuno punta a imbavagliare Report. «Siamo una squadra pesantemente attaccata, prima con un attentato, ora con la sospensione: una censura senza precedenti» sostengono in un comunicato. Al di la del «siamo» usato dai colleghi e di cui non si capisce il senso, a colpire è il fatto che la redazione metta sullo stesso piano la bomba esplosa davanti alla casa del conduttore e la decisione di sospendere le repliche, quasi che la regia sia la stessa. Peccato che, secondo gli inquirenti, il regista sia un «amico fraterno» di Sigfrido Ranucci e dunque la responsabilità, non della bomba ma di aver frequentato colui che è ritenuto il mandante dell’attentato, sia dello stesso conduttore. È lui ad aver fatto entrare nella sua ristretta cerchia familiare Valter Lavitola, lui ad avergli consentito l’accesso alla redazione, sempre lui ad aver permesso che l’ex editore dell’Avanti intrattenesse rapporti con alcuni giornalisti, diventandone una fonte. Ed è ancora Ranucci a lasciare che il faccendiere trasformato in ristoratore tirasse le fila di una strampalata operazione che avrebbe dovuto portarlo prima alla guida della sinistra e poi di Palazzo Chigi.

Dunque, se vogliono prendersela con qualcuno, i cronisti di Report dovrebbero prendersela proprio con il loro capo. La minaccia per la libertà di stampa non viene dalla destra, come strilla Elly Schlein, ma è lo stesso Ranucci ad averle aperto la porta. Mi spiego: avere Lavitola per amico si è rivelato più distruttivo di qualsiasi querela di questo o quel politico, perché ha minato alla base la reputazione dello stesso conduttore e, di conseguenza, dell’intero programma. E la spiegazione è semplice: per anni la trasmissione ha messo in cattiva luce una serie di personaggi con incarichi di primo piano e dopo averli messi alla berlina ha lasciato che la parte politica ad essa vicina ne sollecitasse le dimissioni. Adesso le cattive compagnie toccano a Ranucci ed è inevitabile che il «patrimonio di Report, ovvero una garanzia di libertà di informazione» sia compromesso. Ed è inutile piangere sul fango versato. Se il metodo del programma Rai è valso per anni nei confronti di altri, oggi non può non valere anche per il grande fustigatore.

Ma vista la preoccupazione della redazione, con tanti colleghi che gridano preventivamente alla censura per la sospensione di alcune repliche estive, ho una domanda per i giornalisti della trasmissione. C’è una ragione per cui dall’archivio del programma, disponibile su Raiplay, è sparita la puntata dell’11 gennaio del 2021? Guarda caso quella sera si parlò della famosa commessa da 1,2 miliardi, una fornitura di mascherine concordata con un giornalista di nome Benotti e oggi diventata argomento della Commissione d’inchiesta sul Covid. Se la si cerca online compare un numero, 404 e la scritta «Ops… ci spiace il contenuto non è disponibile». Spiace anche a me e non vorrei che si trattasse di una censura. Ma questa volta vera.

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