Un partito dei giudici guidato da Sigfrido Ranucci e sponsorizzato dai due principali quotidiani del nostro Paese non è un’ipotesi fantascientifica, ma un progetto a cui qualcuno ha lavorato o, forse, sta ancora lavorando.
Ieri il faccendiere Valter Lavitola, indagato per strage aggravata dal metodo mafioso a causa dell’ordigno piazzato davanti alla casa del giornalista, ci aveva detto: «Una sera il mio amico Sigfrido ha cenato con due magistrati di altissimo livello, importantissimi, mega top, di cui non faccio, però, i nomi. Dopo mi ha detto: “Valter, non ti sei messo solo tu a rompermi il cazzo. Siamo andati a cena l’altra sera con Tizio e Caio e ci siamo pure divertiti a fare la squadra di governo”».
Non può non tornare alla memoria la standing ovation che l’assemblea dell’Associazione nazionale magistrati ha tributato a Ranucci il 25 ottobre 2025, nove giorni dopo l’attentato da lui subito.
«Credo sia il più lungo applauso dedicato a un pluri-indagato (il riferimento era alle oltre 220 querele ricevute dal conduttore, ndr)… ma la mia fedina penale è pulita», si schermì soddisfatto.
Oggi Ranucci nega di avere giocato al toto-ministri con i due magistrati eccellenti: «Guardi che questa è stata una cattiva interpretazione di Lavitola. Il periodo era quello del referendum e mi sembra di aver detto che i magistrati non avevano capito che la vittoria del referendum non è stata dei partiti, ma della società civile e delle toghe e chi, un domani, dovrà ipotizzare un governo dovrà candidare chi abbia possibilità di vincere, ci dovranno stare i magistrati. Io ho detto una cosa del genere, ma non gli ho detto del toto-governo. Quella è una cosa proprio che non sta né in cielo né in terra. E io non ho mai detto che mi volevo candidare».
Nonostante questo, a giugno, per sondare il peso del suo cavallo di razza, Lavitola ha preparato un sondaggio con l’aiuto dello stesso conduttore Report e di due «importantissimi giornalisti», di cui però non ha voluto farci il nome.
Successivamente abbiamo scoperto che uno dei due era Stefano Cappellini, vicedirettore della Repubblica. Che, però, sarebbe stato tenuto all’oscuro sul nome del candidato.
E la seconda firma coinvolta? L’ex direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli ha raccontato in tv di essere stato testimone di questo progetto politico: «Dopo quell’attentato, io ero a cena […] con Ranucci e con Lavitola, che ho conosciuto recentemente […] ho potuto vedere che sono due amiconi, sono due persone che si fidano l’una dell’altra, che sono amici da gran tempo […] Lavitola si era messo in mente di fare un partito politico portando un personaggio al di là di ogni cosa… io non avevo capito che pensava a Ranucci come leader e faceva sondaggi, faceva cose così».
La storia delle ricerche demoscopiche, come può ricostruire La Verità, parte nel 2025. Poco prima di Natale, fuori dall’Italia, un importante esponente politico straniero d’area progressista avrebbe mostrato a Lavitola una serie di sondaggi sull’Europa per capire quali personalità potessero arginare l’ondata sovranista che sta affermandosi soprattutto nel nostro Paese. Uno dei nomi che era stato testato era quello di Ranucci, anche se l’exploit numerico era sembrato esagerato a Lavitola.
L’internazionale progressista avrebbe deciso di puntare su Ranucci anche per i servizi sfornati da Report sul finanziamento delle fondazioni americane conservatrici ai partiti di destra europei. In un’ipotetica stanza dei bottoni estera avrebbero concluso che quella del conduttore potesse essere la figura giusta per arginare la marea populista. Lavitola, non trovando Ranucci particolarmente interessato, a pranzo con un noto giornalista della Repubblica (si tratterebbe proprio di Cappellini, ma il faccendiere si trincera dietro alla formula «non confermo e non smentisco»), avrebbe ricevuto notizie disastrose sul futuro del campo largo e quindi avrebbe proposto al cronista l’idea di un papa straniero da estrarre dal cilindro. Ma non avrebbe fatto il nome del suo asso nella manica. Il cronista avrebbe accettato di preparare una griglia di domande da mandare alla società di sondaggi, formulario che sarebbe stato visionato e approvato anche da Ranucci.
Il giornalista della Repubblica ci avrebbe messo due mesi prima di completare il lavoro, avendo un libro da terminare. Il questionario (mostrato ieri dal quotidiano Domani) sarebbe stato inviato anche a Mieli per un suo autorevole giudizio. A questo punto Lavitola avrebbe fatto una colletta tra alcuni amici per raccogliere tre-quattromila euro per pagare i sondaggisti. Ma al momento degli arresti dei quattro presunti esecutori materiali dell’attentato contro Ranucci avrebbe chiesto di fermare tutto per «evitare una sovraesposizione mediatica».
Il sondaggio è composto da 21 domande. Il target è un elettore di centrosinistra, su cui testare profili alternativi al duo Giuseppe Conte–Elly Schlein, di cui vengono indagati pregi e difetti. Al sesto quesito compare il convitato di pietra: «Riterrebbe auspicabile la discesa in campo di un candidato “terzo” in grado di superare la contrapposizione tra Schlein e Conte alla guida della coalizione?». L’identikit del papa straniero, o federatore, viene forgiato avvicinandosi a quello di Ranucci. La nona domanda recita: «Pensando ai giornalisti televisivi e ai conduttori di programmi di approfondimento in Italia, quali sono i primi nomi che le vengono in mente?».
Ieri abbiamo provato a riparlare con Lavitola, ma lui ci accolto con scarso entusiasmo: «Sei una mascalzone». Non ha gradito che chi scrive abbia riportato sul giornale il contenuto del colloquio informale che avevano avuto mercoledì mentre si recava dal suo avvocato.
«Ti restituirò pan per focaccia», ci ha minacciato.
I carabinieri sabato hanno sequestrato all’indagato tre cellulari, due pen-drive e sette manoscritti, in questo momento al vaglio degli inquirenti. Mercoledì Lavitola si è avvalso della facoltà di non rispondere, ma ha reso dichiarazioni spontanee respingendo le accuse e
sostenendo di non avere idea di quale possa essere stato il movente.
L’ipotesi della Procura è che possa essere stato il mandante dell’attentato dinamitardo.
Dopo la sfuriata iniziale Lavitola si calma e ci consegna un’altra sua piccola verità, in modo criptico: «Io penso di sapere tutta la storia. Che ha due nomi: Sigfrido Ranucci e Report. Lo sai perché? Perché Sigfrido è un monomaniaco ossessivo. Questo è il termine esatto che però non è un mio copyright, ma di Gianni De Michelis. Lui è convinto, essendo monomaniaco ossessivo, che Report sia il centro del mondo. Quindi, siccome questa è la questione vera, il vero problema, tutta ’sta roba nasce da questo». Si trova nei manoscritti? «Ma figurati, non è scritta da nessuna parte ed è indicibile finché non si riesce ad avere un elemento di prova».
Lavitola è preoccupato perché il comandante del Nucleo dei carabinieri, Dario Ferrara, che considera un «top di gamma», si sarebbe convinto del fatto che sia lui il mandante dell’attentato: «Io di investigatori un po’ me ne intendo e questo è un signor investigatore, in eccezionale sintonia con il procuratore».
Anche Ranucci alla fine ci consegna il suo vaticinio: «Ti posso dire che domani in Procura potrebbe accadere qualcosa di importante. Ma non posso dirti di più». Dammi uno spunto da approfondire… «La pista che ho sempre detto. La convocazione risale a due o tre giorni fa. Non posso aggiungere di più». La pista riguarda il servizio di Report sull’acquisizione in odor di camorra (secondo la trasmissione) di un cantiere navale in provincia di Rovigo.
Nel verbale reso in Procura il 2 luglio Ranucci avrebbe anche individuato come altro possibile movente i servizi della sua trasmissione sulla matrice di estrema destra delle stragi di mafia del 1992. Ma il procuratore Franco Lo Voi avrebbe ribattuto di ritenere improbabile che i supposti «fascisti» possano essersi affidati a quattro piccoli criminali come quelli che sono stati arrestati in qualità di esecutori materiali dell’attentato contro Ranucci.
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