Aveva trovato un lavoro. Si era costruito una presenza apparentemente ordinaria a Tarvisio, a pochi chilometri dal confine, porta d’ingresso dell’Italia e crocevia tra Austria e Slovenia. Il suo permesso di soggiorno era scaduto ma in fase di rinnovo. E i documenti erano apparentemente in regola.
Dietro quella normalità, esibita da un pakistano di 37 anni, però, si nascondeva un’altra storia. È bastato che due agenti della Polfer di Gemona del Friuli decidessero di non fermarsi alla superficie. Durante un controllo eseguito il 25 giugno scorso, nell’ambito di un’operazione internazionale di polizia ferroviaria, hanno approfondito gli accertamenti. Le banche dati Interpol hanno restituito un’altra identità. E con essa un’altra vita. Non quella dello straniero che lavorava in una cittadina di confine, ma quella di un ricercato. È saltato fuori un oscuro passato da scafista trafficante di esseri umani. Con una condanna definitiva a 20 anni di carcere in Grecia per naufragio e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina a scopo di profitto.
Dalla Grecia, con una seconda identità, si era trasferito in Italia. Gli agenti hanno deciso di andare oltre il primo livello del controllo e hanno interrogato le banche dati Interpol. Da un match di natura biometrica sarebbe partito un alert. È a quel punto che la storia amministrativa dell’uomo si è trasformata in un caso giudiziario internazionale. Perché sotto un diverso nominativo è emerso un mandato d’arresto europeo emesso dalla magistratura greca. Secondo le autorità di Atene, nel novembre del 2019 il pakistano era lo skipper di un’imbarcazione a motore nelle acque greche. A bordo c’erano 23 migranti. Quell’imbarcazione affondò.
Per la giustizia greca, l’uomo ne causò il naufragio, mettendo in pericolo la vita delle persone trasportate. Da qui la condanna. Non una semplice irregolarità di frontiera, ma il cuore del traffico di esseri umani: vite affidate a chi, secondo la sentenza, aveva trasformato quella traversata in un affare. Il provvedimento greco è stato emesso a febbraio. In contumacia. Perché nel frattempo la vita del ricercato aveva preso un’altra direzione. Dalle coste greche si è spinta ai boschi e ai valichi di Tarvisio. Che, coincidenza, è una delle mete di un’altra rotta: quella balcanica, attraversata ogni anno da centinaia di pakistani. Un posto che è noto alle cronache per offrire servizi legati al traffico di esseri umani. Compresi i passeur. Con una nuova identità e una nuova vita, il trentasettenne non conduceva una latitanza in stile cinematografico, fatta di rifugi improvvisati o di continui spostamenti. Aveva scelto la normalità discreta di un paese con meno di 4.000 abitanti, dove tutti si conoscono. E dove era riuscito a trovare un lavoro regolare. Ottenendo il permesso di soggiorno.
Sul quale ora si concentreranno i controlli. Perché bisognerà accertare quando è arrivato, come è stata gestita la pratica del titolo di soggiorno. E in quale momento la posizione aperta dalla Grecia è diventata intercettabile dalle autorità italiane. Sono verifiche obbligate, perché l’arresto risolve il caso personale del ricercato ma lascia aperta la falla che gli ha consentito di restare in Italia. Fino alla verifica del 25 giugno, all’esibizione del documento che gli permetteva qualsiasi spostamento. Ma quel permesso di soggiorno non ha chiuso il caso. L’ha aperto. Dopo le prime verifiche negli uffici della Polfer è stato coinvolto il Servizio per la cooperazione internazionale di polizia del ministero dell’Interno. Da Roma, a stretto giro, è arrivata la conferma: il mandato d’arresto europeo era ancora valido. Le ricerche erano attuali. Il pakistano doveva essere arrestato. Ieri gli agenti lo hanno rintracciato e identificato compiutamente, ovvero con le esatte generalità riportate sulla sentenza. E, come richiesto dalle autorità greche, gli hanno notificato il mandato d’arresto e la sentenza.
Il pakistano è stato, quindi, portato nella casa circondariale di Udine, dove è a disposizione del presidente della Corte d’appello di Trieste, competente in materia. Il procedimento non serve a rivalutare la condanna pronunciata dai giudici ellenici, ormai definitiva, ma a verificare la sussistenza dei presupposti previsti dalla normativa sul mandato d’arresto europeo. Se non emergeranno cause ostative, il pakistano verrà consegnato alle autorità greche per l’esecuzione della pena. Resta, per ora, il buco nero precedente al controllo. La parte più delicata è ricostruire il percorso italiano.
È un dettaglio che pesa più di quanto sembri. Perché il collegamento con il profilo ricercato è emerso soltanto dopo il confronto nelle banche dati internazionali. Fino a quel momento il pakistano risultava conosciuto con un’altra identità. Per anni le due storie hanno viaggiato parallele senza incontrarsi. Il punto di contatto è arrivato soltanto il 25 giugno, durante un controllo della Polfer.
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