Il caso The Core Milano, il club privato per soci facoltosi annunciato nel 2019 e mai aperto nella sede promessa di corso Matteotti 14, si allarga su diversi fronti giudiziari. Alla Procura di Milano, come anticipato dalla Verità, è stato iscritto un procedimento a carico delle fondatrici americane Jennie Enterprise e Dangene Enterprise per l’ipotesi di truffa contrattuale, dopo la querela presentata dallo studio Pizzoccaro per alcuni clienti bresciani.
Le indagini preliminari sono in corso e l’iscrizione non comporta alcun accertamento di responsabilità. Il fascicolo è affidato alla pm Silvia Peru, trasferita a Milano dalla Procura di Catanzaro, dove ha lavorato anche nella Dda e su reati contro le fasce deboli, pubblica amministrazione, ambiente.
Nel frattempo, The Core prova a dimostrare che il progetto è ancora vivo. Martedì 7 luglio ha organizzato un grande evento in via Cartesio 2, su una terrazza nel centro di Milano, con centinaia di soci e invitati. Un’iniziativa arrivata mentre aumentano le richieste di chiarimenti e di restituzione delle quote.
Anche il fronte civile si è aperto. Lo studio Lexia, con l’avvocato Silvia Cossu, ha promosso un’azione plurima (non una class action in senso tecnico) alla quale avrebbero aderito circa 20 soci. Gli attori contestano la mancata apertura della sede promessa e chiedono la restituzione delle somme versate. Nel dossier complessivo, le pretese avanzate dai diversi legali sarebbero nell’ordine di 20 milioni di euro. Altri soci hanno depositato anche un’istanza di fallimento.
Ma ora anche The Core passa al contrattacco. Nella causa contro Reinvest, il gruppo sostiene che la cessione per un euro del 100% di Core Matteotti fosse il primo passo di un accordo più ampio, nel quale Reinvest si sarebbe impegnata a finanziare e completare lavori per circa 24 milioni di euro, assumendosi anche passività pregresse. Core aggiunge che le garanzie sarebbero state introdotte solo in seguito e che Reinvest avrebbe poi chiesto 15 milioni di equity, prima di risolvere la sublocazione. Da qui l’accusa di avere agito in malafede per trattenere il contratto sull’immobile e la richiesta di restituzione delle quote. Contestazioni ancora da provare in giudizio.
La versione di Reinvest è opposta. Il prezzo simbolico di un euro avrebbe riflesso circa 8 milioni di debiti da risolvere con urgenza, mentre era già in corso una mediazione obbligatoria con i frati, preliminare a uno sfratto per morosità e per la mancata esecuzione dei lavori minimi sul convento. Reinvest sostiene di avere versato oltre 10 milioni di euro tra arretrati, debiti accollati e lavori, in cambio della sublocazione e delle garanzie promesse da Core Milan.
Core Milan avrebbe dovuto consegnare entro il 15 dicembre 2025 tre garanzie per 10,35 milioni, mai presentate. Il contratto prevedeva inoltre un canone di 4,5 milioni l’anno più Iva, oltre a 900.000 euro più Iva fino alla prima scadenza. Reinvest nega responsabilità nei ritardi: il termine dei lavori era fissato al 28 febbraio 2027 e, alla risoluzione del 6 febbraio 2026, corso Matteotti 14 sarebbe stata in regola con l’appaltatore. In sintesi: «Noi abbiamo pagato davvero, loro non hanno rispettato gli impegni», sostiene il gruppo, subentrato solo nel 2025 in un progetto fermo dal 2019.
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