La vera bomba su Ranucci: volevano facesse il premier
Sigfrido Ranucci (Ansa)

«Mi tolgo il cappello perché ha scritto quello che stanno pensando in tanti e cioè che Ranucci e io eravamo d’accordo». In realtà abbiamo solo riportato una delle piste investigative che ruotano intorno all’attentato contro il conduttore Rai, avvenuto il 16 ottobre scorso nei pressi di Pomezia.

A parlare con noi è Valter Lavitola che, ieri, davanti ai pm di Roma, in due ore di faccia a faccia, ha rilasciato spontanee dichiarazioni, prima di avvalersi della facoltà di non rispondere. Avrebbe detto di essere un habitué di casa Ranucci (circostanza negata dal giornalista), di non avere messo la bomba e di non avere idea del movente. Mentre andava dal suo avvocato Sergio Cola qualche parola l’ha scambiata pure con noi. «Che fossimo d’accordo lo pensano e dicono in molti, ma non lo scrive nessuno. Forse perché così si costringerebbero i pm a iscrivere sul registro degli indagati anche Ranucci. Tanti pensano che se la bomba l’ho messa io e Ranucci mi difende, allora l’abbiamo fatto insieme. È indiscutibile, ok? L’ho detto pure ai Carabinieri: “Mo’ lo devono indagare”. Ma voglio vedere chi cazzo ha il coraggio di farlo». Il sessantenne Lavitola, faccendiere di lungo corso, giornalista («Non scriva ex, i cronisti sono come i massoni non diventano mai ex») e imprenditore, non si capacita delle accuse che gli sono piovute addosso per la bomba piazzata davanti a casa di Ranucci: concorso in strage aggravata dal metodo mafioso, detenzione e porto di esplosivo e danneggiamento. «È una follia». Ci spiega che visto che lui e Sigfrido sono davvero amici e le auto erano a gas nessuno dei due avrebbe corso il rischio di farle esplodere, mettendo a repentaglio la vita di tutta la famiglia: «Due bombole tirano giù un palazzo». Lavitola aggiunge: «Se io e Sigfrido siamo amici, come lui dice, e come è evidente a tutti, perché non è una cosa che si possa nascondere, che faccio, gli metto una bomba vicino alle macchine?».

A questo punto Lavitola spiega i suoi rapporti con Gomes Clesio Tavares, il quarantasettenne camerunense che sarebbe stato l’intermediario con il commando che ha realizzato l’attentato: «Non è mai stato dipendente della Cefalù Srl da me fondata, contrariamente a quanto si legge nel decreto di perquisizione. Lui è il mio factotum e lavora con me per la questione dei carbon credits». L’africano è alto quasi due metri e sembra più adatto al ruolo di spezzapollici. «Quando è in Italia viene una volta alla settimana a Roma e cerco di formarlo, dal momento che non ha alcuna preparazione nel settore e io me ne occupo dal 1991. È una persona modesta, umile che dice “Non capisco un cazzo di queste cose”». In Procura Lavitola ha assicurato di non aver organizzato la fuga in Africa di Clesio Tavares dopo l’attentato.

I magistrati sono convinti che i due uomini abbiano fatto un sopralluogo il 15 settembre 2025 davanti alla casa di Ranucci. Ma il faccendiere non ci sta: «Quel giorno al 90 per cento non ero nemmeno in Italia e non avevo certo bisogno di portare lì Gomes. Lui conosce Ranucci, forse ho anche delle foto di loro insieme al ristorante». In realtà il conduttore tv sostiene di avere incrociato il collaboratore di Lavitola forse una volta sola, nel 2019.

Lavitola prova a usare la logica per smontare la tesi accusatoria: «Se io e Sigfrido abbiamo pianificato l’attentato assieme e se Sigfrido e Gomes si conoscono, ma che cazzo di bisogno c’era che io portassi Gomes a fare il sopralluogo?».

Il faccendiere sostiene anche di essere andato a casa di Ranucci più volte, ma il conduttore ricorda solo una visita, in presenza dei suoi figli.

Su una cosa i due (ex?) amici, però, sono d’accordo: Lavitola è transitato in zona Pontina mentre era alla ricerca di una casa per le vacanze («Ranucci mi ha anche presentato il proprietario di uno stabilimento»).

Lavitola ci racconta pure di una videoconferenza a cui ha partecipato l’altro ieri insieme con il coindagato Gomes: «Ma l’avvocato ha registrato tutto per evitare equivoci», ci fa sapere.

Di che cosa avete parlato? «Era una sorta di conferenza dei servizi, chiamiamola così, con una serie di capi tribù, sindaci, prefetti di un’area remotissima del Camerun che è in zona di guerra perché ci sono i separatisti. Ci sono voluti mesi per ottenere permessi, autorizzazioni, cessate il fuoco. Io ho partecipato da remoto e ho dovuto dire che ero in ospedale per un infarto. Con Gomes non ci siamo detti neanche ciao. Solo qualche messaggio. Non gli ho chiesto nessuna spiegazione».

Come spiega la conoscenza tra Clesio Tavares e uno degli organizzatori dell’attentato? «Credo facciano entrambi i bodyguard dei vip».

Lavitola insiste nel ribadire concetti già espressi da Ranucci che smonterebbero la pista della bomba messa per trasformare il conduttore in un martire: «Lui non ha bisogno di notorietà» dice l’indagato. Il discorso passa al possibile movente politico, anticipato ieri dal quotidiano La Repubblica: Lavitola potrebbe avere ideato l’attentato per pompare il suo progetto di far fare a Ranucci il Papa straniero del campo largo, un piano che, se fosse andato a buon fine, gli avrebbe consentito di diventare il suo «Gianni Letta».

Lavitola è convinto che Ranucci sia una carta vincente: «Non faccio nomi, ma non lo penso solo io. Sono state fatte ricerche, e non da me e Sigfrido, secondo cui farebbe guadagnare alla coalizione di centrosinistra molti punti».

L’indagato spiega: «Io ho visto dei sondaggi fatti da persone di assoluta credibilità dove i numeri erano del tutto incredibili. Mi ha chiamato un amico importante e mi ha mostrato i risultati». Che, però, erano, a detta di Lavitola, numeri esagerati.

Era il periodo di Natale e l’imprenditore avrebbe provato a fare vedere quei numeri fuori da ogni logica a Ranucci: «Mi disse: “Vengo al ristorante per bere un bicchiere di vino e mangiare la pasta con telline sgusciate, ma non devi rompermi i coglioni, se no giro la macchina e me ne vado”. Al che io ho preso ‘sti sondaggi e non glieli ho fatti vedere». Lavitola ha ripreso il discorso a giugno: «Ho detto: “Sto cercando di far fare un sondaggio”. Sigfrido mi ha risposto: “Siete una massa di pazzi. Che cavolo me ne frega di fare questa cosa. Per me Report vale di più della presidenza del Consiglio”. Sue testuali parole. Perché per lui Report è tutto».

A questo punto il faccendiere tira fuori un interessante aneddoto: «Una sera Sigfrido ha cenato con due magistrati di altissimo livello, importantissimi, mega top, ma non faccio nomi. Dopo mi ha detto: “Valter, non ti sei messo solo tu a rompermi il cazzo. Siamo andati a cena l’altra sera con Tizio e Caio e ci siamo pure divertiti a fare la squadra di governo”».

A questo punto Lavitola ci aggiorna: «A giugno ho commissionato un sondaggio, ma purtroppo l’abbiamo dovuto fermare dopo gli arresti dei presunti esecutori dell’attentato, perché c’è stata troppa esposizione mediatica. Le domande sono state preparate da me, da Sigfrido e da due importantissimi giornalisti di cui non faccio i nomi». Ranucci l’ha aiutata a preparare il formulario? «Sì, mi ha detto: “Va bene, lo leggo. Ma per me sei totalmente scemo”». Questa roba della scalata politica può assomigliare a un movente… «Sì, certo, ma ci sono una serie di elementi che non tornano. Fai l’attentato a ottobre e inizi a preparare il sondaggio a giugno? E poi lo sospendi quando vengono fatti gli arresti? Se qualcuno avesse voluto usare la bomba a fini politici avrebbe dovuto imitare Donald Trump: l’attentato te lo fai fare in piena campagna elettorale…». A questo punto Lavitola butta lì un’altra pista: «E se per caso questo ordigno fosse motivato proprio dai sondaggi troppo favorevoli a Ranucci? Perché nessuno l’ha ancora ipotizzato?».

Ranucci, alla Verità, conferma che l’amico indagato gli ha dato il questionario da correggere: «Mi ha mandato da sistemare una griglia di domande che era stata scritta da altre persone. Dopodiché io non gli ho mai detto che sarei sceso in politica, anzi l’ho negato anche con un importante avvocato che poco tempo fa mi aveva contattato per propormelo». Ma perché, se non è interessato a cambiare mestiere, ha aiutato Lavitola a limare il formulario? La risposta non è particolarmente convincente: «Perché mi ha detto che l’avevano preparato altri due giornalisti importanti. Ho il messaggio conservato. Me l’ha chiesto 10.000 volte e, alla fine, l’ho fatto, ma ci ho messo parecchio tempo per completare il lavoro». Altro quesito: perché Lavitola ha interrotto il sondaggio dopo gli arresti? «Non sapevo di questa cosa. Comunque ho sempre detto che in politica non scendo e lo ribadisco, perché è il modo con cui mi vorrebbero far lasciare il mestiere di giornalista, che è quello che dà più fastidio. Io, invece, voglio continuare a rompere i coglioni fin che posso». Il conduttore non risparmia una frecciata alla Procura di Roma che avrebbe ignorato, come possibile movente dell’ordigno del 16 ottobre, il presunto ruolo della camorra nell’acquisto del cantiere Vittoria di Rovigo, tema al centro di una puntata di Report: «Ho la sensazione che dove stanno veramente gli interessi dello Stato, là non si voglia andare a guardare. Ma è una grande cazzata. Perché là ci stanno le cose. Loro (i pm di Roma, ndr) non hanno mai voluto incontrare gli investigatori che stanno lavorando su quella cosa, nonostante ci fosse la loro disponibilità. E non capisco il motivo. Forse non vogliono fare uno sgarbo alla Dda di Venezia o, magari, ad altri, ma là la ciccia c’è, eccome, e le dico anche che usciranno delle cose importanti da qua a ottobre». Al termine della chiacchierata Ranucci ha un lampo: «In commissione di vigilanza Rai il deputato di Fdi Francesco Filini mi ha fatto una domanda mirata: “Lei ha intenzione di entrare in politica?”. Un quesito che, alla luce di tutta ‘sta storia, risulta oggi molto inquietante. Anche perché Lavitola non è mai stato certo un soggetto vicino all’opposizione, ma ha sempre gravitato nel mondo del centrodestra. Pensare che adesso faccia il federatore delle opposizioni… a meno che il suo obiettivo non sia quello di spaccarle…».

Anche il direttore degli approfondimenti Rai Paolo Corsini sarebbe stato assalito dai dubbi: «So che chi aveva un problema con Report spesso andava da Lavitola» avrebbe dichiarato. Ma, a stretto giro, l’intervista è stata smentita dal manager. Che, anzi, ha definito Ranucci «una risorsa».

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