fabrizio pregliasco covid
Fabrizio Pregliasco (Ansa)

Fabrizio Pregliasco si deve sentire un bel po’ abbandonato se, per farsi vedere, deve parlare esattamente come lui e le altre virostar parlavano nei mesi caldi del Covid.

Se non ci credete, ecco il suo bollettino di venerdì: «L’aumento della circolazione del Sars-CoV-2 che stiamo osservando in queste settimane era in larga parte prevedibile. I numeri restano molto contenuti: l’incidenza nazionale è ancora inferiore a 0,5 casi ogni 100.000 abitanti, con circa 330 ricoverati in area medica e una quindicina di pazienti in terapia intensiva in tutta Italia. Tuttavia, l’Rt è tornato sopra 1, attestandosi intorno a 1,5, segnale di una ripresa della trasmissione che merita attenzione e monitoraggio». Pregliasco deve sentirsi un po’ come l’ultimo giapponese nella giungla, Hiroo Onoda, l’ufficiale dell’esercito imperiale che visse nascosto e combatté una sua guerra privata per quasi 30 anni, credendo che la Seconda guerra mondiale non fosse mai finita. Se Onoda depose le armi solo nel 1974, dopo essere stato sollevato dall’incarico direttamente dal suo ex superiore, Pregliasco va avanti con i bollettini, imperterrito, e prosegue con il suo vecchio repertorio classico che fa tornare alla mente il canto delle tre virostar che, per i microfoni di Un Giorno da Pecora, si misero a cantare «Sì sì vax…».

Per l’attuale direttore del Galeazzi di Milano il ritornello da proporre anche nel 2026 è: l’indice di trasmissione Rt a 1,5, ripresa della trasmissione da monitorare e cose del genere, che paiono una cantilena petulante visto che i numeri attuali (lo dice lui stesso) sono un nulla rispetto al 2020: incidenza sotto 0,5 casi ogni 100.000 abitanti, 330 ricoverati in tutta Italia, 15 in terapia intensiva.

E allora perché insistere col linguaggio da bollettino pandemico? Forse perché il virologo del bollettino (senza bollettino…) rischia di sparire dai radar, dopo che tentò di incassare il credito di popolarità candidandosi alle regionali lombarde nella civica di Pierfrancesco Majorino. Risultato: quinto a Milano, 2.005 preferenze, fuori dal Consiglio. Poteva scegliere di farsi dimenticare, invece continua a suonare la stessa canzone, pienamente consapevole che del «Trio Virologi» egli è il solo rimasto in qualche modo… a terra.

Andrea Crisanti è finito in Senato con il Pd nel 2022, anche se dopo la vittoria politica è arrivata una polemica «immobiliare»: nei primi mesi dello stesso anno, infatti, usciva la notizia dell’acquisto di Villa Priuli Custoza, dimora seicentesca sui Colli Berici da quasi 2 milioni di euro. Travolto dalle accuse di essersi arricchito col Covid, si è difeso ricordando la casa che ha da anni a Chelsea, uno dei quartieri più cari di Londra, e giurando di aver sempre devoluto le consulenze al proprio dipartimento.

Il terzo «tenore» era Matteo Bassetti, il quale, senza mai passare dalle urne, qualche poltrona pesante l’ha ottenuta: da novembre 2025 presidente del gruppo di lavoro sui bandi di ricerca al ministero dell’Università (ministro Anna Maria Bernini), da giugno 2026 bis alla guida del Consiglio superiore di sanità della Regione Liguria (governatore Marco Bucci), nonostante un Comitato per la tutela della salute pubblica gli contesti un conflitto d’interessi per i legami con l’industria farmaceutica. Per farla breve, l’unico che «l’hanno rimasto solo» – per citare l’Audace colpo dei soliti ignoti – è il tenero Fabrizio Pregliasco, cui non resta che raccontare di quando, ogni mattina, ogni pomeriggio e ogni sera di diversi anni fa, compariva in televisione e con tono mesto raccontava di Rt, di contagi, di situazioni da monitorare. Un po’ come fa oggi, guardandosi allo specchio…

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