Somiglia molto al piatto vuoto quello offerto dal deputato Giuseppe Conte (M5S) agli uffici della commissione Covid, che da due anni stanno aspettando di ascoltare la sua versione dei fatti sulla scellerata gestione pandemica.
L’ex presidente del Consiglio dal 2024 ripete di essere pronto a farsi ascoltare, salvo evitare l’unico passaggio indispensabile per poterlo fare: dimettersi temporaneamente da commissario. Senza quel passaggio, infatti, un deputato che siede nella stessa commissione non può essere convocato come testimone.
L’ultima puntata della caccia al tesoro è andata in onda in tv, l’altro ieri sera, quando Conte ha annunciato che sarà disponibile a deporre «i prossimi 4, 5 e 6 agosto». Peccato che agli uffici della commissione siano arrivate indicazioni soltanto per il 4 e il 5 e che, alla prova dei calendari parlamentari, resti in piedi appena mezza giornata: la mattina di martedì 4 agosto. Il mercoledì, infatti, è praticamente impraticabile: cade nell’ultima settimana di lavori prima della pausa estiva, rendendo di fatto impossibile convocare la commissione Covid, come tutte le altre, in contemporanea con l’Aula. Morale: delle tre date, annunciate a favore di media, ne sopravvive soltanto una – il 4 agosto mattina – e nemmeno per intero. Sempre che, nel frattempo, arrivino quelle dimissioni temporanee dalla commissione Covid che ancora mancano e senza le quali Conte resta, tecnicamente, non convocabile.
In qualità di commissario, la presenza del leader M5S è stata più simbolica che sostanziale: 9 sedute su 137, appena il 5% del totale. Un bilancio curioso per chi aveva rivendicato la permanenza nell’organismo con l’obiettivo dichiarato di «spazzare via menzogne e falsità» sulla gestione della pandemia. I più maliziosi insinuano che entrare in commissione, per Conte, fosse anche il modo migliore per evitare di finirci davanti come testimone, ma naturalmente sono soltanto malelingue. Nel frattempo prosegue il duello, ormai sempre meno istituzionale, con il presidente della commissione Marco Lisei (Fdi): Conte, palesemente intimorito dopo le audizioni degli ultimi mesi, che hanno riportato sotto i riflettori le responsabilità politiche del suo governo nella gestione dell’emergenza, ha scelto i social per personalizzare lo scontro e alzare ulteriormente i toni attaccando duramente, ai limiti della correttezza istituzionale che ci si aspetterebbe da un ex premier, il senatore di Fratelli d’Italia che presiede la commissione Covid. «Finto patriota» e «garantista della domenica» sono tra le contumelie più gentili pronunciate dal leader M5S, che è arrivato a sostenere in tv di non essere «mai stato chiamato da Lisei» (affermazione che quest’ultimo ha dimostrato essere facilmente smentibile).
E anche in aula martedì scorso, dopo aver, con un coraggio argomentativo non comune, invitato tutti a «spogliarsi della veste di tifosi», ha rivolto una serie di intimidazioni alla maggioranza che non sono state gradite neanche tra i banchi delle opposizioni: «Domani vi potreste ritrovare in una posizione opposta e non vi sentirete garantiti», ha detto a Lisei annunciandogli che (se avesse violato un principio che in realtà non è stato violato) «la denunceremo in tutte le sedi e le abbiamo già detto e “avvertito” (sic) che lei dovrebbe dimettersi». La replica del senatore Fdi è stata più sobria che ottimista: «Mi auguro», ha dichiarato ieri Lisei, «che in vista dell’audizione Giuseppe Conte venga con spirito sincero e non con un atteggiamento ostile». Alla luce delle premesse, però, più che un auspicio sembra una scommessa. E, finora, il banco pare avere un certo vantaggio.
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