Chissà se il misterioso politico americano esiste per davvero. L’imprenditore Valter Lavitola è accusato dalla Procura di Roma di avere fatto piazzare il 16 ottobre scorso una bomba davanti alla casa dell’amico Sigfrido Ranucci. Per questo i pm gli contestano il reato di strage aggravata dal metodo mafioso.
Proprio l’indagato, nelle scorse ore, ci ha raccontato di avere incontrato sotto Natale due autorevoli personalità straniere che avevano commissionato sondaggi in Europa per trovare candidati, anche appartenenti alla società civile, in grado di arginare la montante marea sovranista in Paesi come l’Italia. Adesso scopriamo che il sondaggio sarebbe stato mostrato all’imprenditore negli Stati Uniti. Un Paese che con noi Lavitola non aveva voluto nominare. «Un esponente politico eminente dell’area democratica mi ha fatto vedere una serie di sondaggi sull’Europa», aveva puntualizzato. «Tra i “sondati” c’era Sigfrido, che aveva ottenuto percentuali che mi sembravano esagerate». Avevamo chiesto in quale Paese fosse avvenuto l’incontro. Risposta: «Non lo posso dire perché se no si capirebbe tutto. L’area, però, è quella della sinistra progressista internazionale, un mondo che si sta muovendo per cercare di frenare l’ondata conservatrice che c’è in Italia». Il nome dello Stato misterioso Lavitola lo ha fatto, però, il 9 giugno scorso a un altro giornalista, il vicedirettore della Repubblica, Stefano Cappellini, a cui aveva chiesto di rileggere la griglia con le domande del sondaggio italiano (commissionato, sembra, alla Izi di Roma) che doveva testare la forza di una candidatura a presidente del Consiglio di Ranucci. In chat Cappellini domanda: «Ciao Valter, ma quando puoi fare il nome?». Lavitola replica: «Volevo farlo solo dopo il sondaggio (preparato dal faccendiere proprio in quei giorni, ndr). Perché da un sondaggio fatto negli Stati uniti che non ho fatto vedere neppure a lui (a Ranucci, ndr), risulta un numero pazzesco. L’ho detto solo a te». Il vicedirettore, dopo aver rassicurato Lavitola («Puoi fidarti»), esterna i suoi dubbi sulla candidatura («Per me è una follia») e spiega: «Non ha chance di decollare. Secondo me eh, per carità. Magari sbaglio». E allora Lavitola insiste con i suoi numeri americani, arrivati poche settimane dopo l’attentato del 16 ottobre 2025. «Vediamo che succede con questo sondaggio. Quello americano era pazzesco. Per questo mi sono messo a pensarci». Con noi Lavitola non ha voluto svelare chi fosse il committente della ricerca, né perché abbia deciso di sondare il nome di Ranucci, anche se, per esempio, il 25 ottobre, dopo la bomba, Ranucci era stato travolto da un’ondata di solidarietà trasversale. Di fronte alle certezze di Lavitola, conosciuto in occasione di una lunga intervista realizzata dallo stesso Cappellini, il vicedirettore smorza i toni negativi: «Aspettiamo i dati, sono curioso anche io. Ma in primarie contro Conte e Schlein secondo me non ha chance di prevalere».
Contattato dalla Verità Cappellini, per quanto cordiale, non nasconde il fastidio per l’ennesima telefonata sul questionario: «Lui mi ha chiamato e mi ha detto “Guarda, ho un nome che sta per scendere in campo”. Quindi ha aggiunto: “Se passi ti racconto”. Sono andato da lui perché ritenevo potesse essere una notizia. Ma ha subito premesso: “Non ti posso dire niente, però sappi che è una persona importante, è uno popolarissimo, uno che può sbancare, uno fantastico”. Non mi ha detto il nome, ma mi ha spiegato: “Voglio fare un sondaggio, secondo te che cosa dovremmo chiedere agli elettori?”». Il racconto di Cappellini prosegue: «Gli ho risposto: “Dovete chiedere questo e quest’altro”, ma non sapevo chi fosse il personaggio al centro del sondaggio, l’ho saputo due mesi e mezzo dopo. Alla fine Lavitola ha usato alcuni suggerimenti che gli avevo dato volentieri, ma il questionario, sia chiaro, l’ha scritto lui. E non mi ha mai detto che il “sondato” fosse Ranucci. Quando l’ho scoperto, tre mesi dopo, il mio commento è stato: “Voi siete pazzi, dove va Ranucci?”».
Cappellini è arrabbiato. La vulgata di un suo ruolo di suggeritore del progetto politico di Ranucci lo manda su tutte le furie: «Ma secondo lei, io posso essere uno che ha interesse a lanciare la candidatura di Ranucci? Scrivo settimanalmente contro quell’area della sinistra. Scrivo da anni contro Giuseppe Conte, contro quel tipo di massimalismo, ma lo scrivo con nome e cognome». Cappellini fa una piccola pausa di riflessione, poi riprende: «Evidentemente ho commesso una leggerezza nell’andare a parlare con Lavitola, ma adesso non voglio dire più niente su questa storia».
Quindi rivendica che il primo giornale a parlare del progetto politico incentrato su Ranucci è stata proprio La Repubblica: «Secondo te, chi gliele ha raccontate quelle cose al collega che ha scritto il pezzo? Io. Per me era una notizia e non avevo niente da nascondere. Mentre non era una notizia la cazzata di Ranucci perché quando Lavitola me lo ha nominato, io l’ho preso per quello che era, una roba implausibile, una baracconata. Chi può credere che Ranucci possa scendere in campo a fare il leader del centrosinistra? Forse Lavitola, forse Ranucci medesimo… ma per me era una follia, dove deve andare Ranucci? Il questionario se lo sono fatti loro, io gli ho dato solo dei suggerimenti. Secondo lei a me fregava qualcosa di aiutare Lavitola a lanciare qualcuno in politica? L’idea che io possa aver lavorato alla candidatura di Ranucci, per chiunque mi conosca un minimo, è una cosa ridicola, offensiva, perché sono anni che io faccio a pugni con quell’area… io ho scritto anche contro Report, l’ultima volta sul caso di Nicole Minetti». Il giornalista conclude il suo sfogo con queste parole: «È veramente una faccenda sgradevole e immeritata, lo ripeto, perché la mia storia politica, non quella giornalistica, la mia storia politica è chiara. Che io non possa essere interessato a lavorare per Ranucci, è evidente, perché quel mondo lì mi odia. Basta vedere come mi tratta il Fatto quotidiano ogni volta».
Paolo Mieli, maestro di giornalismo e pacatezza, è, invece, molto divertito per il fatto di essere stato citato in questa vicenda, al pari di Cappellini, come correttore di bozze: «Ho detto a Lavitola che era tutto meraviglioso, che non c’era nessuna correzione da fare».
Mieli aveva conosciuto, grazie a una comune amica, il faccendiere a una cena nel ristorante dell’indagato per strage. «Ma molto tempo dopo l’attentato» precisa l’ex direttore del Corriere della sera. E il sondaggio? «Non mi ha mai fatto il nome di Ranucci, mi ha solo detto: “Ho in mente un grande progetto”, facendo tutto il misterioso”». Adesso sappiamo che Lavitola voleva lanciare Ranucci. «È come se 20 anni fa qualcuno avesse voluto fare un sondaggio su Michele Santoro» ragiona Mieli. «Ma qualunque persona di buon senso avrebbe sconsigliato questa ricerca. Io non la avrei neanche letta». Quindi non vede Ranucci come candidato premier? «Mi stupisco anche della sola ipotesi». Lei ha detto che questo è stato un «attentato d’amore», essendo Lavitola sospettato di essere il mandante dell’ordigno. «Lui vuole molto bene a Ranucci ed era convinto che il conduttore di Report potesse sbaragliare tutti. Io non credo che dietro a questo attentato ci possa essere la camorra, perché è troppo maldestro. A me ha fatto ridere che la vera criminalità abbia fatto un comunicato per dissociarsi, perché non voleva rovinarsi il buon nome. Anche nella delinquenza c’è professionalità e, invece, la cosa che colpisce di questo attentato, anche un profano come me, è proprio la mancanza di professionalità».
Ma, come annunciato da Ranucci a questo giornale, ieri potrebbe avere ripreso quota, almeno in piccola parte, la pista dell’attentato della criminalità organizzata. Infatti è stato riconvocato dalla Procura di Roma Daniele Autieri, il giornalista di Report che ha realizzato i servizi che avevano denunciato i presunti interessi opachi dietro i tentativi di acquisizione di un cantiere navale in provincia di Rovigo in un momento di forte crisi finanziaria della struttura. La bomba davanti alla casa di Ranucci esplose mentre Autieri stava portando avanti le sue indagini.
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