I pm adesso indagano su Report
Valter Lavitola (Ansa)

L’inchiesta della Procura di Roma sulla bomba esplosa davanti a casa di Sigfrido Ranucci il 16 ottobre scorso sta coinvolgendo la redazione di Report. Gli inquirenti vogliono capire che tipo di rapporti avessero i giornalisti della trasmissione con il presunto mandante dell’ordigno, il faccendiere Valter Lavitola, «amico fraterno» del conduttore di Rai 3 e fonte di altri collaboratori della trasmissione, oggi indagato per strage aggravata dal metodo mafioso (il 4 luglio ha subito una meticolosa perquisizione).

Sulla questione, due giorni fa, a piazzale Clodio, è stato sentito Daniele Autieri, autore dei due servizi sull’acquisizione del cantiere navale Vittoria, considerati da Ranucci la causa scatenante dell’attentato ai suoi danni, avendo trattato la questione scivolosa dei rapporti di alcuni potenziali acquirenti con la camorra.

Ad Autieri, nelle due ore di confronto, è stato chiesto di spiegare i suoi rapporti con Lavitola. Il giornalista avrebbe ammesso di avere sentito il faccendiere un paio di volte a partire dalla fine di marzo, mentre stava girando il secondo servizio sul cantiere (andato in onda il 19 aprile 2026, mentre il primo era stato trasmesso esattamente un mese dopo la bomba davanti a casa Ranucci, il 16 novembre del 2025).

Per Autieri si sarebbe trattato di un normale rapporto con una fonte: «È stato un contatto per parlare del lavoro che stavo facendo, però diciamo che si è chiuso in un paio di telefonate» ha spiegato il giornalista.

E quale era il lavoro in questione? Come detto, Autieri, a inizio primavera, si stava occupando proprio della storia del cantiere.

Lavitola avrebbe proposto all’autore informazioni sulla scalata al bacino, ma si sarebbe trattato di notizie non risolutive.

Da allora Autieri non avrebbe più parlato con Lavitola.

Ma dalle indagini è emerso che il giorno della perquisizione, Lavitola e Ranucci avrebbero parlato al telefono e il faccendiere avrebbe avuto contatti anche con Autieri.

Il conduttore e Lavitola, a quanto risulta alla Verità, si sono anche scambiati messaggi con distruzione programmata sulla piattaforma criptata Signal.

I pm hanno provato a capire perché ci siano state quelle comunicazioni e per questo hanno convocato Autieri. Probabilmente il tema verrà affrontato anche con Ranucci, che l’ultima volta è stato sentito in Procura lo scorso 2 luglio.

Autieri, raggiunto dalla Verità, ieri si è limitato a questa laconica risposta: «Sono sorpreso che lei abbia la disponibilità di informazioni inerenti le mie presunte dichiarazioni rese all’autorità giudiziaria che, in ogni caso, nel rispetto del segreto istruttorio, non ho intenzione di rivelare».

Il vicecapogruppo di Fratelli d’Italia, Massimo Ruspandini, ieri ha commentato: «Apprendiamo che il servizio di Report riguardante il cantiere navale Vittoria di Rovigo, indicato dallo stesso Ranucci come la causa dell’attentato da lui subito, insinuando perfino un collegamento con Fratelli d’Italia, sarebbe stato suggerito da Lavitola. Lo stesso Lavitola che, mentre stava subendo una perquisizione dai carabinieri scriveva a Ranucci dei messaggi che sembrano essere una versione difensiva a cui attenersi: “Mi hanno detto che se tu fossi stato d’accordo saresti indagato anche tu per la questione dell’esplosivo, ma ovviamente questo sarebbe pura follia”».

Per Ranucci collegare Lavitola al servizio sul cantiere sarebbe un «depistaggio», ma Autieri ha ammesso che quel link esiste.

Intanto si apprende che almeno due volte la produzione del programma avrebbe chiesto un passi per far entrare il faccendiere nella redazione del programma: la prima volta nel 2019, quando Ranucci e Lavitola avrebbero iniziato la loro frequentazione, la seconda nel maggio del 2021.

Ma altri incontri potrebbero essere avvenuti al di fuori degli uffici della Rai.

Detto questo, Lavitola era certamente a conoscenza del fatto di essere intercettato, al punto da dirci: «Io ho il telefono col trojan dentro e ho le cimici nel ristorante». L’indagato è, però, convinto che gli investigatori («Gente con le strapalle che ha fatto un’indagine seria andando a seguire mollichina per mollichina») non abbiano in mano elementi sufficienti per incastrarlo: «Se li avessero, concreti e utilizzabili, mi avrebbero già arrestato. Anche perché potevano contestarmi il pericolo di fuga: quando sono venuti a perquisirmi io stavo mettendo le valigie in macchina per andare in Camerun, dove c’è Gomes (Clesio Tavares, considerato il suo intermediario con gli esecutori materiali dell’attentato, ndr), quindi più pericolo di fuga di quello e inquinamento delle prove allo stesso tempo non esisteva». Ma Lavitola fa anche notare che il comandante del Nucleo dei carabinieri, il colonnello Dario Ferrara, un uomo «intellettualmente onesto», gli ha detto di essere certo della sua colpevolezza. «Il suo “sono certo” significa che, al momento, ha degli elementi che non sono riproducibili. Un investigatore del suo calibro arriva a quel livello se ha fonti di informazione non convenzionali: membri dell’intelligence, infiltrati, confidenti, che gli hanno fornito prove che lo portano a dire “Io sono sicuro di questo”, ma che non si possono utilizzare in un processo».

Ma se Lavitola è convinto di avere evitato l’arresto per mancanza di prove, i pm, a quanto risulta alla Verità, erano pronti a mettere le manette ai polsi del suo factotum camerunense, Clesio Tavares. Avrebbe dovuto tornare dal Camerun nel periodo di Pasqua, ma poi all’improvviso il viaggio è saltato.

Nei giorni scorsi Lavitola aveva deciso di raggiungerlo. La scusa ufficiale l’ha data a questo giornale lo stesso presunto mandante dell’attentato: «Era una sorta di conferenza dei servizi, chiamiamola così, con una serie di capi tribù, sindaci, prefetti di un’area remotissima del Camerun che è in zona di guerra perché ci sono i separatisti. Ci sono voluti mesi per ottenere permessi, autorizzazioni, cessate il fuoco. Io ho partecipato da remoto e ho dovuto dire che ero in ospedale per un infarto. Con Gomes non ci siamo detti neanche ciao. Solo qualche messaggio. Non gli ho chiesto nessuna spiegazione».

Adesso bisognerà capire se in Camerun si sia svolta una vera conferenza o se sia trattato di una messinscena per evitare la contestazione del pericolo di fuga.

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